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  • Sonia e gli anni dell’Unità Popolare

    Sonia e gli anni dell’Unità Popolare
    Salvador Allende, Presidente del Cile 1970-1973

    Di Alessandra Cristina

    Sonia è una donna che ha partecipato agli anni dell’Unità Popolare in Cile. In questa intervista ricorda quegli anni, dalla costruzione della campagna elettorale che portò al trionfo di Salvador Allende a quel fatidico 11 settembre 1973 che segnó l’apertura di uno dei capitoli più dolorosi della storia dell’America Latina.

    Questo cortometraggio del 2017 è nato come progetto per la materia di montaggio per il maester in Giornalismo Documentario dell’Università Tres de Febrero di Buenos Aires, Argentina.

  • Estrazione, finanza e logistica nell’infrastruttura regionale sudamericana

    Estrazione, finanza e logistica nell’infrastruttura regionale sudamericana

    Pubblichiamo il capitolo di Alessandro Peregalli presente nell’ebook Logistica e America Latina, coordinato da Into the Black Box. In fondo video dell’intervento di Peregalli alla conferenza di giugno 2019 a Bologna.

    Con la nozione di operations of capital Sandro Mezzadra e Brett Neilson hanno aperto un’importante prospettiva teorica per leggere le tendenze del capitalismo contemporaneo e le loro conseguenze nei rapporti tra capitale e politica. In America Latina, essa ci permette di riscattare i contributi sorti negli ultimi anni al calore delle resistenze contro il «neo-estrattivismo» in una chiave più complessa, dove la dimensione dell’estrazione si connette con le logiche della finanza e della logistica. Questo intervento si propone di analizzare le articolazioni tra estrazione, finanza e logistica nel progetto di interconnessione logistica IIRSA.

    Estrazione, finanza e logistica nella fase neoliberista

    Da quando la crisi d’inizio anni ‘70 ha messo definitivamente fine al paradigma fordista-keynesiano, e il mondo è scivolato nella tormenta neoliberista, a lungo gli analisti hanno interpretato questa svolta unicamente in termini di politiche
    macroeconomiche, riducendo il neoliberismo a una sorta di «monetarismo del laissez-faire». A parte importanti eccezioni1 la narrativa, tanto nei circuiti mainstream come nella cosiddetta teoria critica, si concentrava esclusivamente nel processo di privatizzazioni e di ritorno allo «Stato minimo» liberale.

    In una serie di recenti lavori, Sandro Mezzadra e Brett Neilson2 hanno posto l’accento su come tre aree – finanza, logistica, estrazione – sono diventate nell’attuale fase dello sviluppo capitalistico oltre che «settori» economici fondamentali delle vere e proprie logiche di funzionamento del capitalismo
    contemporaneo. Per descriverle, Mezzadra e Neilson hanno utilizzato il concetto di «operations of capital», mettendo in evidenza sia la loro dimensione «operativa», allo stesso tempo ampia ma concreta, sia la loro capacità di intervenire direttamente e con formule eterogenee nella materialità sociale e politica.
    Il ruolo sempre più centrale della finanza nei processi di accumulazione contemporanei è un dato inequivocabile. A partire dalla fine del regime di Bretton Woods nel 1971 il «sistemamondo» capitalista è stato investito da un formidabile processo di finanziarizzazione, che ha accompagnato tendenze di scomposizione-ricomposizione del lavoro vivo (che David Harvey ha definito essere basati sull’«accumulazione flessibile»3) e che ha avuto tra le prime vittime i paesi del Sud Globale investiti dalla crisi del debito sovrano, oltre che le nuove generazioni
    precarie che sono poco a poco entrate nella spirale dell’indebitamento cronico. Un fenomeno centrale in questo processo, e che ne denota l’ampiezza, è stato il moltiplicarsi delle cartolarizzazioni e degli strumenti finanziari derivati, che hanno
    dato vita, dagli anni ‘90 in poi, alla creazione e al successivo scoppio di una serie sempre maggiore di bolle speculative.

    Più recentemente, soprattutto nell’ultimo decennio, una serie di studi e di ricerche hanno evidenziato il prevalente ruolo della logistica (nata secoli prima come scienza militare preposta alla gestione dei rifornimenti e del trasporto degli eserciti4) come razionalità organizzativa del capitalismo contemporaneo, particolarmente visibile nella sincronizzazione dei cicli di produzione e circolazione, nella gestione efficiente dei flussi e del lavoro, e nelle trasformazioni spaziali (si pensi alla proliferazione
    di logistics cities, enclaves, zone economiche speciali e corridoi logistici intermodali in tutto il globo)5. Alcuni dati rilevano l’ipotesi di una centralità della logistica nel capitalismo contemporaneo. Nel 2013, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), il numero di posti di lavoro occupati in settori relazionati alle global supply chains ha raggiunto il 20,6% della manodopera mondiale,6 mentre nuovi giganti della distribuzione just in time and to the point come Walmart, Amazon e le nuove piattaforme di trasporto urbano hanno acquisito un’importante centralità nelle catene del valore, oltre che nei mercati finanziari, spesso imponendo il loro
    comando sulle imprese produttrici in numerose filiere. Allo stesso tempo, nell’ultimo decennio del ‘900 e nel primo del nuovo secolo, l’aumento del volume dei trasporti intermodali è cresciuto a un ritmo quattro volte maggiore a quello dell’aumento del PIL mondiale7, il volume monetario utilizzato dai fornitori di servizi logistici integrati ha raggiunto nel 2014 i 750 miliardi di dollari8, mentre le Export Processing Zones sono passate da 79 nel 1975 a 3500 nel 2006 9. Contemporaneamente, è cresciuta moltissimo l’infrastruttura logistica ferroviaria, stradale, portuale e intermodale in generale: nel 2010 gli investimenti in questo
    settore erano già arrivati a 4 trilioni di dollari10, mentre attualmente risulta particolarmente significativo segnalare il progetto della Nuova Via della Seta (Belt and Road Iniciative), dove enti pubblici cinesi hanno già investito 1,6 trilioni di
    dollari11

    Parallelamente, dall’America Latina sono emerse nozioni come «neo-estrattivismo»12 o «consenso delle commodities»13, che hanno provato a cogliere alcune importanti trasformazioni nel modo di produzione dei paesi periferici che, in una cornice di ritorno alle politiche dei cosiddetti «vantaggi comparati»14, sono
    entrati in un processo di parziale ri-primarizzazione delle loro economie e di specializzazioni produttive finalizzate all’esportazione. Con le importanti eccezioni delle enclave informatiche e delle industrie maquiladoras, che risentono comunque del forte impatto della cosiddetta «rivoluzione logistica», i settori di punta delle economie latinoamericane sono tornati ad essere le attività tradizionali di estrazione ed esportazione di metalli, uniti alla sempre maggior importanza
    della produzione di idrocarburi e soprattutto di beni agroindustriali, come la soia. La rinnovata importanza dell’estrazione di risorse naturali però eccede il contesto latinoamericano, e diventa sempre di più una tendenza globale: in questo scorcio di
    nuovo secolo, infatti, l’uso globale di commodities15 è cresciuto a un ritmo maggiore del PIL (3.85% annuo contro 2.64%). D’altra parte, Mezzadra e Neilson segnalano che le operazioni estrattive non si limitano solamente alla violenta rimozione di risorse dal suolo e dalla biosfera ma diventano sempre più una logica che si esercita sulla società nel suo insieme, si sovrappone ai meccanismi di sfruttamento nel lavoro e si articola con logistica e finanza.
    Se a tutti questi dati aggiungiamo che lo stesso PIL mondiale cresce a ritmi decisamente inferiori al periodo precedente alla svolta neoliberista (5.5% annuo tra il 1961 e il 1973, secondo dati della Banca Mondiale, contro il 2.88% del periodo successivo)16 e che gli indici di disoccupazione a livello globale sono saliti dal
    4.8% (1947-73) al 6.5% (dopo il ‘73), con picchi dopo la crisi economica globale del 2007-8 17, possiamo notare che l’imporsi delle operazioni estrattive, logistiche e finanziarie nel corso degli ultimi decenni è strettamente legato alla necessità del «capitale aggregato»18 di controbilanciare la caduta del saggio generale di
    profitto dell’economia industriale “classica”. In altre parole, si potrebbe dire che attualmente la continuità dell’accumulazione capitalista dipende sempre meno della riproduzione ampliata della creazione del plusvalore, e sempre più dalla rendita
    finanziaria, dall’accelerazione del ciclo di circolazione («annichilimento del tempo con lo spazio»19 e abbattimento dei costi dei trasporti) e dall’accaparramento di risorse, il che implica la messa in moto di logiche capitalistiche di «accumulazione per spossessamento»20 o di «spatial fix21», dove la creazione di infrastrutture assume un ruolo centrale.

    L’Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA)

    Logistica, estrazione e finanza si articolano tra loro in molti modi nella realtà complessa del capitalismo contemporaneo. In America Latina, come in qualsiasi altra macro-regione con una propria formazione storico-strutturale e un proprio posto all’interno della divisione internazionale del lavoro, lo fanno in maniere specifiche, dando vita ad assemblaggi in cui si intersecano con aspetti socio-culturali particolari e complesse relazioni di potere, di classe, di razza e di genere. E con ampie conseguenze sulle formazioni spaziali.

    Figura 1: Mappa 1: Elaborazione: Daniela Rezago Flores, Seminario sobre Espacialidad, Dominación y Violencia, Universidad Nacional Autónoma de México. Dati ottenuti da: GeoSur. Red Geoespacial de América Latina y el Caribe [URL:.

    In questa seconda parte, cercherò di descrivere l’intrecciarsi di estrazione, finanza e logistica in un caso specifico, seppur di ampiezza continentale: si tratta dell’Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana (IIRSA). L’IIRSA è un gigantesco piano di interconnessione logistica, che si articola in dieci hub intermodali, a loro volta suddivisi in un gran numero di corridoi stradali, ferroviari e pipeline, alcuni dei quali arrivano ad avere una dimensione bioceanica, connettendo Atlantico e Pacifico, attraversando, e devastando, importanti biomi, tra cui la Cordigliera delle Ande e la Foresta Amazzonica. Allo stato attuale, il piano prevede la realizzazione di 563 progetti di infrastruttura (161 già conclusi, 165 in costruzione e gli altri, per il momento, ancora sulla carta), per un investimento complessivo di 199 miliardi di dollari22. Il 90% di essi sono opere di infrastruttura di trasporto, tra i quali un peso particolare lo hanno le autostrade (il 50% sul totale). Solo il 9% dei progetti sono di tipo energetico, però si tratta delle opere più care23 e, soprattutto nel caso delle centrali idroelettriche, di maggior impatto per le
    popolazioni indigene, contadine, tradizionali e quilombolas24.

    L’IIRSA è stata proposta per la prima volta nel summit delle Americhe di Santiago del Cile nel 1998, come corollario materiale e infrastrutturale dell’Area di Libero Scambio delle Americhe (ALCA), che era stata a sua volta lanciata quattro anni
    prima a Miami, e che voleva essere l’estensione su scala continentale del NAFTA. In un certo senso si potrebbe dire che mentre l’ALCA era vista come la costituzione formale della globalizzazione nell’emisfero occidentale, l’IIRSA avrebbe rappresentato il suo corollario materiale nella regione sudamericana. Riprendendo la terminologia del geografo brasiliano Milton Santos, l’ALCA era concepita come «sistema di norme», mentre l’IIRSA (insieme ad altri piani come il PueblaPanama, oggi Progetto Mesoamerica, il CANAMEX e il NASCO, North America’s Super Corridor Coalition, in altre regioni) sarebbe stata il «sistema di oggetti»25. Il soggetto incaricato di gestire e articolare l’iniziativa era la Banca Interamericana di
    Sviluppo (BID, Banco Interamericano de Desarrollo), che lo presentò ufficialmente nel summit sudamericano di Brasilia, il 31 agosto e 1 settembre del 2000. Negli anni successivi, prima l’importante ciclo di insurrezioni popolari in Bolivia, Argentina,
    Venezuela ed Ecuador, e parallelamente l’arrivo al governo in molti paesi di forze politiche progressiste dotate di un discorso anti-imperialista, misero in crisi l’ALCA, che venne abbandonata dopo il summit di Mar del Plata del 2005. L’IIRSA, tuttavia, non solo si mantenne in piedi ma trovò nella nuova fase politica le opportunità per svilupparsi maggiormente. Questo fu possibile grazie a una serie di fattori: in primo luogo il boom dei prezzi delle commodities, che generarono importanti aumenti nelle riserve nazionali di questi paesi; in secondo luogo, grazie all’imporsi di un discorso politico apparentemente «postneoliberale»26, che legittimò maggiori interventi pubblici nell’economia presentandoli come rottura rispetto alle ricette
    monetariste, di privatizzazioni e di libero mercato che erano state implementate nei decenni precedenti; infine, grazie all’affermarsi del Brasile di Lula da Silva come leader geopolitico regionale.
    Questi aspetti garantirono all’IIRSA le opportunità per svilupparsi più rapidamente, con maggiori livelli di pianificazione pubblico-privata, una maggiore disponibilità di
    capitali pubblici per il suo finanziamento e una forte legittimità politica. Lasciata morire l’ALCA, l’IIRSA divenne l’elemento centrale della nuova architettura regionale progressista, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR).

    Estrazione, finanza e logistica nel piano IIRSA

    Sia il forte vincolo con il boom delle commodities sia le nuove modalità di attrazione di capitali sono esempi concreti dell’articolazione delle sfere di estrazione, finanza e logistica nell’IIRSA. Da un lato, lo sviluppo dell’infrastruttura sudamericana era funzionale all’interconnessione delle enclaves minerarie, di idro-carburi e agro-industriali con i porti e i grandi centri urbani, e si rivelava ancor più strategica in una fase, tra il 2001 e il 2012, in cui i prezzi internazionali di crudo, rame, gas naturale, oro, argento, minerale di ferro e soia registrarono aumenti dal 500 al 2000%. Questo boom favorì il rafforzamento dei governi progressisti nella regione, che poterono redistribuire alcuni eccedenti di questa rendita in piani sociali per i settori più poveri e marginali senza dover per questo cambiare i rapporti di classe e senza sostanzialmente rompere con i parametri neoliberisti. Così facendo, più che realizzare cambiamenti strutturali di espansione di diritti sociali, essi adottarono politiche pubbliche settorializzate di inclusione finanziaria e di accesso al consumo delle classi subalterne, già ampiamente sponsorizzate dalla Banca Mondiale, espandendo ulteriormente le «frontiere del capitale» e le sue logiche estrattive nel vero e proprio cuore della cosiddetta surplus population.
    Di fronte all’opposizione dei movimenti ambientalisti e delle comunità indigene, quilombolas e tradizionali, il recentemente deposto27 vice-presidente boliviano Alvaro García Linera, uno degli intellettuali di punta del progressismo latinoamericano, ha sostenuto che, data l’estrema rigidità della divisione internazionale del lavoro, l’estrattivismo è l’unica maniera delle nazioni periferiche di sfuggire alla morsa del capitalismo finanziario attraverso un’alternativa «produttiva»28. Il problema, tuttavia, è che il prezzo delle commodities si definisce attraverso un tipo particolare di derivati finanziari chiamati futures, così che la cosiddetta alternativa «produttiva» si sostiene anch’essa in realtà sul castello di carta della speculazione finanziaria. La drammatica caduta dei prezzi delle commodities a partire dal 2013 ha trasformato in incubi le illusioni progressiste di autonomia dal capitale finanziario transnazionale e di una rivoluzione senza
    conflitto sociale. Uno dopo l’altro, infatti, questi governi sono entrati in crisi, e l’attuale disastro del Venezuela, vittima della propria dipendenza alla «monocoltura» del petrolio, sta lì a dimostrarlo.
    Il legame tra l’IIRSA e le commodities rivela un’altra dimensione importante dell’intersecarsi delle logiche estrattive, logistiche e finanziarie. Si tratta dell’importanza che hanno certe materie prime di cui il Sudamerica è ricco, come il coltan, il litio e il rame, metalli fondamentali per lo sviluppo dell’industria high tech. Di fatto, lungi dall’essere una «nube» immateriale, deterritorializzata e green, il settore dell’informazione sorto attorno alla Silicon Valley si regge sullo sfruttamento tutt’altro che virtuale di una serie di risorse la cui estrazione ha tremendi effetti ecologici e sociali. Risorse minerarie che guarda caso abbondano in America Latina. Esse, classificate come High Tech Metals e Gateway-metals29, sono storicamente servite a rifornire le supply chains dell’industria elettronica, informatica e di intelligenza artificiale negli Stati Uniti (Google, Facebook,
    Amazon e Microsoft), ma vedono oggi una presenza competitiva crescente dell’industria cinese (Baidu, Alibaba Group, Tencent Holdings, Huawei). Ciò ha contribuito ad alimentare violenti conflitti geopolitici, come nel caso del Venezuela, dove alcune di queste risorse strategiche, come il coltan, si trovano in abbondanza nella nuova immensa Zona Economica Speciale dell’Arco Minero del Orinoco, a sua volta connessa dai corridoi dell’IIRSA Escudo Guayanés e Andino. Una situazione simile si è data recentemente in Bolivia, paese in cui la crisi politica che ha recentemente condotto a un colpo di Stato contro il presidente Evo Morales non è separabile, anche se nemmeno riducibile, a un conflitto geopolitico per l’accesso alle immense riserve di litio che si trovano nel salar di Uyuni30. In altri scenari, tuttavia, come nel caso delle Ande cilene31, in cui ci sono altre grandi riserve di litio, nonostante una forte alleanza geopolitica con gli USA da alcuni anni si sta rafforzando una relazione privilegiata con la Cina, che ha portato addirittura il Cile ad aderire alla Belt and Road Initiative (BRI)32, senza che ciò comportasse situazioni di forte tensione internazionale.

    L’altro importante aspetto di articolazione tra estrazione, logistica e finanza nell’IIRSA è quello che Harvey chiama spatial fix, ossia il tentativo di collocare – o, potremmo dire, territorializzare – l’eccedente finanziario generato dalle bolle speculative in progetti di infrastruttura capaci di garantire un ciclo di accumulazione più lento ma più sicuro, e di conquistare nuovi spazi per la riproduzione del capitale. Non è un caso, del resto, che l’IIRSA sia stata ideata in un periodo in cui una serie di bolle speculative regionali («effetto tequila» nel 1994 in Messico, «effetto samba» nel 1999 in Brasile, «effetto tango» nel 2001 in Argentina) e extra-regionali (crisi dei dragoni asiatici nel 1997, crisi del rublo russo l’anno successivo e scoppio della bolla dot-com nel 2001), avevano creato grandi quantità eccedenti di capitali finanziari a forte rischio di svalutazione. Si tratta di quella strategia, tipicamente imperialista, di muovere i capitali in eccedenza in altre zone del mondo, e legarli ad aggiustamenti spazioterritoriali, o infrastrutturali, concreti, e con margini di redditività futuri33.
    Negli anni successivi, e soprattutto nel periodo della crisi del 2007-8, l’IIRSA ottenne una forte spinta da parte dei neonati governi progressisti. Grazie a una bilancia commerciale favorevole e a un aumento delle riserve nazionali per via del boom delle commodities, e a una minore rigidità ideologica nel realizzare investimenti pubblici in infrastruttura, lo Stato emerse in quella fase come il facilitatore dell’accumulazione e dell’estrazione finanziaria realizzata attraverso l’«infrastructureas-asset-class»34, garantendo al capitale privato sicurezza
    giuridica e politica, livelli minimi di profitto e accesso al credito pubblico. Questo avvenne in primis, nel 2003, grazie alla forte ricapitalizzazione, ottenuta in buona parte con l’utilizzo dei fondi pensione pubblici dei lavoratori della pubblica amministrazione, della banca pubblica di investimenti brasiliana BNDES (Banco Nacional do Deselvolvimento Econômico e Social), a cui venne permesso per la prima volta di finanziare progetti di infrastruttura anche fuori dal Brasile, trasformandola in motore della transnazionalizzazione delle maggiori imprese brasiliane della costruzione, come Odebrecht, Andrade Gutierrez, OAS e Camargo Correa, che si aggiudicarono in appalto la maggioranza dei progetti IIRSA35. In secondo luogo, nel 2007, il governo Lula diede vita a un gigantesco programma di sviluppo infrastrutturale del Paese, strettamente connesso alla stessa IIRSA e chiamato PAC (Programa de Aceleração do Crescimento). Infine, la grande piattaforma normativa per garantire l’estrazione di valore a beneficio degli investitori privati in infrastruttura è stata la promozione dei cosiddetti partenariati pubblico-privati (PPP, o APP in spagnolo)36. Al di là delle differenze tra i diversi tipi di contratto, le caratteristiche comuni dei PPP sono: lunga durata della concessione (50 anni o più), garanzie dello Stato al concessionario in termini di esenzioni fiscali, appoggio finanziario diretto da parte del pubblico, sussidio alle tariffe nel caso in cui cadano i profitti, protezione di fronte alla competizione del mercato e assicurazioni di indennizzo nel caso in cui lo Stato cambi politica economica. A partire dal Cile (1999) e dal Brasile (2004), praticamente tutti i paesi della regione si sono dotati di leggi quadro di regolazione delle PPP, che stanno acquisendo oggi un peso sempre più importante e strategico nell’infrastruttura dell’IIRSA.
    La necessità di garantire agli eccedenti finanziari una ricollocazione nella costruzione dell’infrastruttura regionale si è accompagnata, tra le altre cose, con la necessità di agganciarsi ai nuovi parametri logistici, per ridurre il ciclo di circolazione delle merci e per competere quindi da posizioni migliori negli scenari
    globali: facendo solo un esempio, secondo l’agenzia McKinsey, nel 2014 un container ci metteva 5,5 giorni a uscire da un porto brasiliano, a fronte dei 2,2 per uscire da uno statunitense, mentre il suo costo d’esportazione era più del doppio di quello della media dei paesi OCSE.
    Logistica e geopolitica nello scenario latinoamericano Come hanno evidenziato i geografi Deborah Cowen e Neil Smith37, dall’inizio del nuovo secolo si sono verificate spinte e tendenze geo-economiche che, da una prospettiva Stato-centrica
    del potere come prodotto dell’unione politica tra un territorio omogeneo e le sue corrispettive società, economia, cultura e cittadinanza, hanno progressivamente portato a un sistema di dominio rispondente direttamente a imperativi di mercato. Ciò non ha affatto significato la fine della geopolitica, ma una sua ridefinizione continua in relazione ai paradigmi del cosiddetto supply chains capitalism38, e quindi a un nuovo tipo di articolazione delle logiche territorialiste e capitaliste del sistemamondo39. Un elemento di questa tendenza è la proliferazione in tutta la regione di «territorialità strategiche» come le zone economiche speciali40 e i corridoi logistici di sviluppo, spesso integrate le une agli altri.
    È da notare, infatti, che molti dei progetti dell’IIRSA, soprattutto nel caso di modernizzazione e ampliamento dei terminal portuali, dei canali, o nei cosiddetti porti secchi, si accompagnano alla creazione di diverse zone economiche speciali (ZES), mentre altre zone sorgono e si moltiplicano nelle enclave estrattive. In realtà, la storia delle ZES in Sudamerica è piuttosto antica, e ha la sua origine nella creazione della zona franca di Manaus nel 1967, operazione chiave nel tentativo della dittatura militare brasiliana di colonizzare, a scopi geopolitici e geo-economici, l’immensa regione dell’Amazzonia. Con il tempo, la stessa zona di Manaus è stata investita da importanti cambiamenti nella sua funzione economica, sempre meno industriale e sempre più commerciale, ed è stata sussunta dalla stessa IIRSA, come punto di connessione tra l’hub amazzonico e quello chiamato Escudo Guayanes, che
    collega il nord del Brasile con Guyana, Suriname e Venezuela.
    Negli ultimi decenni, il numero di ZEEs nella regione latinoamerica in generale è aumentato enormemente, proprio nella misura in cui si sono adattate ai nuovi processi estrattivi e logistici. A tal proposito, il sociologo uruguayano Alfredo Falero
    ha portato avanti un’importante ricerca sulla cosiddetta «economia di enclave» latinoamericana41. La caratteristica centrale delle enclave sarebbe una certa disconnessione di un determinato territorio dall’ambito e dal tessuto economico,
    sociale e giuridico nazionale e la sua relazione privilegiata con i flussi dell’economia globale. Questo avviene attraverso esenzioni fiscali e doganali e deroghe ai diritti civili, lavorativi e ambientali, e con l’applicazione sempre più sofisticata di una forma di governance pubblico-privata, in cui il pubblico governa attivamente in funzione del privato, fornendogli l’infrastruttura necessaria e spogliandosi delle stesse prerogative di monopolio della violenza legittima in favore di guardie private e, in alcuni casi, addirittura paramilitari.

    Figura 2: Mappa 2: Soure: K. P. Gallagher & M. Myers- ChinaLatin American Finance Database (Inter-American Dialogue, 2019). https://www.nature.com/immersive/d41586-019-01127-
    4/index.html visto il 31 luglio 2019.

    Questa disconnessione del resto del territorio, inoltre, si misura nello scarsissimo o nullo margine di re-distribuzione dei profitti generati dalle attività economiche svolte nella zona verso il territorio e la “società” nazionale nel suo insieme, sia a livello di quantità e condizioni di impiego, sia a livello fiscale. Falero ha evidenziato anche l’importante diffusione in America Latina di enclave non legate specificamente all’estrazione o trasporto di merci e materie prime, ma vincolate piuttosto agli ambiti dell’informazione e comunicazione, anche se in questo caso la
    relazione con l’IIRSA sembra più limitata.
    In generale, secondo la Free Trade Zones Association of the Americas (AZFA), in America Latina ci sono più di 600 «free trade zones», presenti in 23 paesi e in cui operano 10.800 imprese e 1.700.000 lavoratori. É largamente prevedibile che, come avvenuto in altri contesti, anche in America Latina la sempre maggiore presenza economica cinese (sempre di più non relegata solo alla relazione commerciale, quanto piuttosto a un forte aumento degli investimenti diretti) porterà un ulteriore aumento di queste zone.
    Oggi in America Latina, infatti, si sta assistendo a un importante cambio di scenario: messi in crisi dal crollo dei prezzi delle commodities, i governi progressisti stanno lasciando spazio a governi di stampo reazionario e conservatore, con conseguenze
    devastanti a livello economico, sociale e politico, come nell’Argentina di Macri e nel Brasile di Bolsonaro42. Questi nuovi governi hanno affossato l’UNASUR e sono ritornati a una più stretta alleanza con gli Stati Uniti, ma non hanno margini per rompere con la Cina, che si sta proponendo, da ormai parecchi anni, come principale partner commerciale e maggior investitore della regione. Dal 2015, l’America Latina è entrata nell’orbita della BRI, e alcuni corridoi strategici dell’IIRSA vengono progressivamente sussunti dai tentacoli della Nuova Via della Seta Marittima. Si tratta, per ora, per lo più del faraonico progetto del Corridoio Transamericano, che è l’asse portante dell’hub Interoceanico centrale, di una serie di terminal portuali fluviali e di altre infrastrutture nel corridoio del Tapajós, nell’hub amazzonico, oltre che di numerosi progetti estrattivi in Venezuela e Cile. Il primo di questi progetti è stato proposto nel 2015 nell’ambito della visita del primo ministro cinese Li Kequing, ed è stato sancito dalla firma di un memorandum tra Brasile, Perù e Cina, che ha dato il progetto in concessione alla China Railway Eryuan Engineering Group Co. (Creec). Tuttavia, negli ultimi anni sono sorti dubbi generati dagli alti costi ingegneristici dell’opera, che ha subito la concorrenza di due progetti alternativi. Il più recente interesse cinese per i corridoi amazzonici sembrerebbe forse indicare che per l’importazione da parte della Cina di soia, cereali e carne, di cui il paese asiatico è sempre meno in grado di garantire il proprio fabbisogno internamente, si starebbe privilegiando l’esportazione attraverso i porti settentrionali brasiliani e il loro transito per il canale di Panama, altro nodo logistico ormai integrato alla BRI. Questo sviluppo dell’infrastruttura logistica amazzonica, a sua volta legato alla veloce espansione della frontiera dell’agrobusiness, sta generando conseguenze ambientali drammatiche, di cui si ha avuto prova con l’ondata di incendi dello scorso agosto.
    Mentre la situazione geopolitica vive profonde instabilità, evidenti in situazioni di acuto conflitto come in Venezuela, il permanere e rafforzarsi della dimensione strategica dell’infrastruttura logistica nella regione a fronte dei costanti rivolgimenti politici dà l’idea della profonda resilienza della logistica di fronte alle politiche statali e ai profili ideologici dei governi. Tale resilienza è dimostrata dalla sopravvivenza e rafforzamento dell’IIRSA («sistema di oggetti») nonostante l’affossamento delle sue cornici giuridico-politico-commerciali di riferimento («sistema di norme»), l’ALCA prima e l’UNASUR poi.

    1 Pensiamo per esempio a Michel Foucault, che seppe fin dai tardi anni ‘70 cogliere le novità del neoliberismo come nuova «razionalità di governo» o «regime di governamentalità» M. FOUCAULT, Nascita della biopolitica. Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2005.

    2 S. MEZZADRA – B. NEILSON, “Operations of Capital”, «The South Atlantic Quarterly», 2015; S. MEZZADRA – B. NEILSON, The Politics of Operations: Excavating Contemporary Capitalism, Durham & London, Duke University Press, 2019.

    3 D. HARVEY, La crisi della modernità, Milano, Il Saggiatore, 1990.

    4 M. VAN CREVELD, Supplying War: Logistics from Wallerstein to Patton,
    Cambridge, Cambridge University Press, 2004.

    5 Si veda: E. BONACICH – J. B. WILSON, Getting the goods: Ports, labor,
    and the logistics revolution
    , Ithaca, Cornell University Press, 2008; D. COWEN, The Deadly Life of Logistics: Mapping Violence in the Global Trade, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2014; B. NEILSON, “Five theses on understanding logistics as power”, «Distinktion: Scandinavian Journal of Social Theory», 13, 3/2012, pp. 322-339; G. GRAPPI, Logistica, Roma, Ediesse, 2016.

    6 453 milioni di persone. Dati forniti da «International Labour Organization» 2013, https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—dgreports/—dcomm/—publ/documents/publication/wcms368626.pdf, ultimo accesso il 31 ottobre 2019.

    7 «The Transport of Geography», https://transportgeography.org/?page_id=5343, ultimo accesso il 30 maggio 2019. Nel periodo successivo alla crisi del 2008, tuttavia, la forbice si è fortemente accorciata.

    8 Armstrong and Associates, 3PL Market Analysis Report, 2015. In G. GRAPPI, Logistica. Si tratta delle cosiddette Third Party Logistics (3PL) o Fourth Party Logistics (4PL).

    9 «International Labour Organization» 2006, http://www.ilo.org/public/libdoc/ilo/2007/107B0980engl.pdf, ultimo accesso il 31 ottobre 2019:

    10 N. HILDYARD, Licensed larceny. Infrastructure, financial extraction and the global South, Manchester: Manchester Capitalism MUP, 2016, p. 31.

    11 M. MASTANDREA, “Corridoi di seta”, «Zapruder», 46/2018, p. 41.

    12 Cfr. E. GUDYNAS, “Diez tesis urgentes sobre el nuevo extractivismo. Contextos y demandas bajo el progresismo sudamericano actual”, in AAVV. Extractivismo, política y sociedad, Quito, CAAP (Centro Andino de Acción Popular) y CLAES (Centro Latino Americano de Ecología Social), 2009.

    13 Cfr. M. SVAMPA, “El “Consenso de los Commodities” y lenguajes de valoración en America Latina”, «Nueva Sociedad», 244/2013, pp. 30-46.

    14 Cfr. D. RICARDO, Principi di economia politica e dell’imposta, Torino, UTET, 2006.

    15 In questo testo non utilizzo il termine commodity con la sua accezione comune in lingua inglese («merce») ma per indicare quei tipi di merci con scarso valore aggiunto, poca o nulla differenziazione e sulla cui base vengono normalmente venduti titoli speculativi chiamati futures nei mercati finanziari, che en determinano il prezzo in maniera omogenea a livello globale. Si tratta in primo luogo di materie prime (idrocarburi e minerali) e di beni di consumo primari (grano, soia, carni, caffè…) ma possono essere chiamate commodities anche prodotti industriali, come per esempio quelli generici dell’industria farmaceutica.

    16 J. HICKEL – G. KALLIS, “Is Green Growth Possible?”, «Taylor & Francis Online», 17 Apr. 2019; «World Bank», 2019, https://data.worldbank.org/indicator/ny.gdp.mktp.kd.zg, ultimo accesso il 30 maggio 2019.

    17 J. CLOVER, Riot. Strike. Riot. The new era of uprisings, London – New York, Verso, 2016, p. 77.

    18 Con “capitale aggregato” riprendo l’adozione da parte di Mezzadra e Neilson (The Politics of Operations: Excavating Contemporary Capitalism, Durham & London, Duke University Press, 2019) di un concetto elaborato da Marx (Il Capitale, Torino, Einaudi, 1975), e spesso tradotto e pubblicato con la nozione di “capitale totale”. Si riferisce al capitale in quanto tale, in opposizione ai capitali particolari dei capitalisti individuali e di frazioni capitaliste specifiche.

    19 K. MARX, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Roma, Pigreco, 2011.

    20 D.HARVEY, La guerra perpetua. Analisi del nuovo imperialismo, Milano, Il Saggiatore, 2009.

    21 D.HARVEY, Espacios del capital. Hacia una geografía crítica, Madrid: Ediciones Akal, 2007, pp. 304-307.

    22 «IIRSA», http://www.iirsa.org, ultimo accesso il 31 luglio 2019.

    23 Ibidem.

    24 Così vengono chiamate le comunità afrodiscendenti in Brasile, costituitesi nei secoli nel corso delle diverse esperienze di resistenza fuga dalla schiavitù e dalle piantagioni, la più importante delle quali è stato il Quilombo dos Palmares, che tra il 1580 e il 1710 ha visto migliaia di schiavi fuggitivi vivere in un’immensa regione indipendente dai colonizzatori portoghesi e olandesi, in un territorio che si trova nell’attuale stato di Alagoas. Quella dei quilombos e il corrispettivo brasiliano di un più vasto e secolare movimento di fuga di schiavi dalle piantagioni, chiamato cimarronaje nelle Antille e in generale sotto l’impero spagnolo, e maroonage nelle colonie inglesi in Nord America e negli stati meridionali schiavisti negli Stati Uniti.

    25 M. SANTOS, A Natureza do Espaço, Técnica e tempo. Razão e emoção, São Paulo, Edusp, 2002, pp. 64-71.

    26 In seguito all’affermarsi di governi di matrice progressista o popolare nella regione, questi iniziarono a definirsi come “post-neoliberali”, alludendo al fatto che sotto la loro nuova egemonia l’America Latina stava uscendo dal modello neoliberista per entrare in una nuova tappa. In una recente ricerca, Beatriz Stolowicz ha evidenziato come l’origine del termine era in realtà anteriore, e risaliva ai primi anni ‘90, per indicare il modo in cui alcuni governi che si affermarono con il ritorno alla democrazia in vari paesi portavano avanti politiche sociali, e come ciò rappresenterebbe, di fatto, un superamento del neoliberismo classico, inteso (e banalizzato) come «monetarismo del laissez faire» (B. STOLOWICZ, El misterio del pisneoliberalismo, Tomo II: La estrategia para América Latina, Bogotá: Espacio crítico Ediciones).

    27 Ufficialmente, ha dato le dimissioni lo scorso 10 novembre 2019, ma nel contesto di quello che potrebbe tecnicamente essere definito come un colpo di Stato, datosi in seguito alle elezioni del 20 ottobre 2019, e le conseguenti denunce di brogli elettorali.

    28 A. GARCÍA LINERA, Geopolítica de la Amazonía. Poder hacendalpatrimonial y acumulación capitalista, La Paz: Vicepresidencia del Estado. Presidencia de la Asamblea Legislativa Plurinacional, 2013.

    29 D. HERRERA SANTANA, Hegemonía, poder y crisis. Bifurcación, espacialidad estratégica y grandes transformaciones globales en el siglo XXI, Ciudad de México: Universidad Nacional Autónoma de México, Ediciones Monosílabo, 2017, p. 123.

    30 «El Economista», https://www.eleconomista.es/materiasprimas/noticias/8856549/01/18/Bolivia-quiere-ser-la-Arabia-Saudi-del-Litioy-avisa-Vamos-a-poner-el-precio-para-a-todo-el-mundo.html, ultimo accesso il 29 settembre 2019.

    31 Tra Cile, Argentina e Bolivia si trova l’85% delle riserve mondiali di litio, materiale utile alla costruzione di batterie per l’elettronica di consumo, computer e automobili ibride: «IProfesional», https://www.iprofesional.com/notas/121203-Litio-estrategico-Argentinapropone-una-OPEP-junto-a-Chile-y-Bolivia-que-apunta-a-controlar-elmercado ultimo accesso il 31 luglio 2019.

    32 «Cooperativa», 1 novembre 2018, https://www.cooperativa.cl/noticias/pais/relaciones-exteriores/china/chile seincorporara-a-la-iniciativa-de-la-franja-y-la-ruta-con-china/2018-11-01/121519.html ultimo accesso il 29 luglio 2019.

    33 È la tesi di Beatriz Stolowicz: “il cosiddetto ‘produttivismo’ postneoliberale si diede a partire della precedente crisi finanziaria del 1998 e si prolungò fino al 2003. Con questo argomento, gli stati latinoamericani hanno creato il quadro istituzionale con l’IIRSA nel 2000 e il Plan Puebla Panamá nel 2001 (ribattezzato Proyecto Mesoamérica nel 2007). Nella crisi finanziaria precedente, del 1995 […], già si percepiva che l’‘euforia’ per l’attrazione di capitali dal 1990 grazie alle ‘riforme strutturali’ si era esaurita nel 1993, e bisogna in qualche modo ‘mantenere’ quei capitali” (B. STOLOWICZ, El misterio del pisneoliberalismo, Tomo II: La estrategia para América Latina, Bogotá: Espacio crítico Ediciones, 2016). Argomenti simili venivano enunciati da istituti finanziari come il BID, che puntavano sulla promozione da parte degli Stati di progetti infrastrutturali per attrarre capitali privati.

    34 Un asset class è un gruppo di asset il cui profilo di rischio è considerato non collegato a quello di altri asset, è utilizzato per definire in gruppi le varie tipologie di investimenti finanziari in base alle loro peculiarità e alle loro similitudini di comportamento sul mercato. Vedere N. HILDYARD, Licensed larceny. Infrastructure, financial extraction and the global South.

    35 R. ZIBECHI, Brasil potencia. Entre la integración regional y un nuevo imperialismo, Ciudad de México, Bajo Tierra Ediciones, 2013, p. 58. Come riporta Zibechi, a partire dalla riforma del BNDES, quest’ultimo si è distinto come il principale investitore dell’IIRSA. Si tratta di fatto di una banca pubblica per gli investimenti quasi totalmente finanziata dal Ministero dell’Economia brasiliano (quindi dal sistema fiscale del Paese, che pesa per la maggior parte sui lavoratori dipendenti), e dal fondo di consumo dei lavoratori stessi, per via della forte partecipazione di due fondi dedicati al pagamento di diritti del lavoro: il FAT (Fundo de Amparo ao Trabalhador) e il PIS-PASEP (Programa de Integração Social-Programa de Formação do Patrimonio do Servidor Publico).
    36 Nella terminologia inglese, si definiscono Public-Private Partnerships (PPP)APP).

    37 D. COWEN – N. SMITH, “After Geopolitics? From the Geopolitical Social to Geoeconomics”, «Antipode», January 30th 2009.

    38 A. TSING, “Supply Chains and the Human Condition”, in «Rethinking Marxism», Vol. 21, N. 2, London, 2009.

    39 G. ARRIGHI, Il lungo XX secolo, Milano, Il Saggiatore, 1994.

    40 Allo stato attuale ci sono circa 600 ‘free trade zones’ tra America Latina e Caraibi, distribuite tra 23 paesi e dove operano più di 10,800 compagnie e 1,700,000 lavoratori: «AZFA» (Asociación de Zonas Francas de las Américas), http://www.asociacionzonasfrancas.org ultimo accesso 31 luglio 2019.

    41 A. FALERO, “La expansión de la economía de enclaves en América Latina y la ficción del desarrollo: siguiendo una vieja discusión en nuevos moldes”, «Revista Mexicana de Ciencias Agrícolas», Vol. 1, Ciudad de México, 2015, pp. 145–57

    42 Alla data della pubblicazione di questo testo, Macri è stato sconfitto alle ultime elezioni di ottobre 2019, e ha di nuovo lasciato spazio a un progressismo moderato di matrice peronista guidato da Alberto Fernández. Inoltre, proprio nel corso degli ultimi mesi, lo scoppio di insurrezioni popolari e resistenze al saccheggio neoliberista in paesi come Cile, Ecuador e Colombia, ha parzialmente controbilanciato l’avanzata delle destre, che sono tuttavia riuscite ad affermarsi elettoralmente in Uruguay e, attraverso un’insurrezione popolare a cui è seguito un colpo di Stato, in Bolivia. La situazione politica in Sudamerica vive dunque una fase particolarmente caotica, in cui nessun progetto politico specifico riesce realmente ad avere la meglio.

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    Zibechi, R. (2013) Brasil potencia. Entre la integración regional y un nuevo imperialismo, Bajo Tierra Ediciones: Ciudad de México.

  • Sí LOGO o, la lógica cultural de la izquierda en la globalización tardía

    Sí LOGO o, la lógica cultural de la izquierda en la globalización tardía

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    Para quienes a finales de la década de 1990 y comienzos de este siglo estaban en Seattle, Davos, Porto Alegre, Quebec, Gotemburgo, Napoles, Genova, la lucha contra la globalización neoliberal no apuntaba a la sustitución de marcas alternativas a aquellas de las multinacionales. El título del best seller de Naomi Klein publicado en 1999 es NO LOGO y no ALTER LOGO. El Corriere della Sera, el principal periódico de la burguesía italiana, lo definió acertadamente como el libro símbolo de la revuelta contra la mercantilización del planeta. El subtítulo de la edición en castellano fue El poder de las marcas, mientras que en portugués sería La tiranía de las marcas en un planeta vendido.

    Finalmente, aquella lucha acabó. Fuimos derrotados. Sin embargo, no era tan previsible que la izquierda terminaría por aceptar, y hasta ser seducida por, el poder de las marcas, creyendo inclusive en poder usarlo como herramienta de resistencia o, mejor dicho, de sobrevivencia, tanto en términos estéticos y comerciales, naturalmente, pero también organizativos y operativos.

    Quienes aceptarían y emplearían la lógica del Logo serían en primer lugar las grandes ONGs, tales como Oxfam, Action Aid, World Vision y Save the Children, junto con otras multinacionales del corazón más pequeñas (la expresión “multinacionales del corazón” procede de un libro de dos autores franceses cuyo contenido, sin embargo, es mucho menos interesante y llamativo que su acertado título). Luego sería el turno del comercio justo. En la misma época, transitarían hacia ese modelo también editoriales históricas de izquierda como Feltrinelli en Italia y Maspero (ahora La Découverte) en Francia, a pesar de que en este caso, hasta donde yo sepa, no se dieron los odiosos procesos de colonización y transnacionalización de las ONGs. Últimamente, el mismo fenómeno atañe a revistas predilectas por la izquierda como Le Monde Diplomatique y otras más jóvenes como Jacobin.

    Estas líneas se deben a que acabo de enterarme de la creación de Jacobin América Latina. Y, sinceramente, lo siento. Porque desde mi punto de vista es otra prueba del hecho de que después de las décadas de 1960 y 1970, una época de gran creatividad y originalidad artística e intelectual, y no solo de radicalismo político, la izquierda latinoamericana no ha logrado o no ha querido ser (auto)crítica en relación a la importación de modelos y tendencias pensadas y funcionales a otros contextos y latitudes. Ello es paradójico, en cierto sentido, porque en este momento la tendencia intelectual más a la moda, bien en el ámbito académico o bien en la cultura alternativa y en muchas luchas sociales, es la crítica al eurocentrismo, sobre todo en la vertiente del “giro decolonial”.

    Las distintas variantes nacionales de Le Monde Diplomatique por lo general publican autores y artículos interesantes. La crème de la izquierda radical junto con plumas menos conocidas, todas rigurosamente, o casi, situadas entre la academia y la militancia. Lo mismo pasa con Jacobin Brasil y es muy probable que Jacobin América Latina no sea diferente. Este no es ese el punto. Es el modelo editorial del brand, en mi opinión, lo que debería ser cuestionado in toto, no quienes escriben, sean pagados o no. Porque es una amarga ironía del destino que la izquierda radical, no solo del “Norte” sino también del “Sur” global, adopte el modelo por excelencia de la globalización neoliberal, aquel del Logo y del franchising, precisamente en el momento en que esa misma globalización, a pesar de nuestra derrota, se está desintegrando.

    El modelo del Logo y del franchising tiene la propiedad de colonizar, homogeneizar y allanar, para conquistar un nicho de mercado, fidelizar a un cliente, volverse competitivo. No creo que sirva para incentivar la creatividad artística e intelectual. La solidaridad y la cooperación. No sé, sobre todo, si y cuál podría ser su rol antagonista, más allá de que algunos contenidos o de que la línea editorial lo sean. La izquierda en franchising para mí es muy triste porque he militado con convicción contra la lógica de las marcas. De todas las marcas.

    Hace cuarenta años, Frederic Jameson definió el post-modernismo como la lógica cultural del capitalismo tardío. Hace tiempo me estoy preguntando si la lógica del mercado, de la que el Logo y el franchising son expresión, no esté definiendo de manera cada vez más explícita la lógica cultural también de la izquierda en la globalización tardía.

    Cuando he visto la página de Jacobin América Latina, inmediatamente recordé un lindo día de noviembre del año pasado en la playa de un barrio popular de Salvador de Bahia, en el que junto al pescado frito y a la cerveza bien helada, conversamos con mi amigo Alessandro Peregalli y su novia sobre aceleracionismo, el movimiento italiano del ’77, Don Pablo González Casanova, Bolsonaro, Joker y Pasolini. Irónico y genial, Alessandro me desconcertó con una frase que desde entonces no ha salido de mi cabeza: “hasta la revolución es un mercado”.

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    Aún no tengo una respuesta definitiva a la pregunta de si la lógica de mercado está definiendo o no de forma cada vez más explícita la lógica cultural de la izquierda en la globalización tardía. Sin embargo, para mí, que he guardado por más de veinte años la pegatina del períodico Il Manifesto “la revolución no rusa”[1], un pequeño logo semiartesanal al alba de la lucha No Logo (y del vía crucis del propio Il Manifiesto), aquella tarde en el malecón de la Ribeira finalmente entendí porque nunca fui, ni jamás podré ser, un revolucionario.

    [1]                     En italiano expresa un juego de palabras intraducible al español. La imagen de un recién nacido que duerme con el puño aparentemente levantado lleva la frase “la revolución no rusa”, que puede significar también “la revolución no ronca”.

  • SÌ LOGO o, la logica culturale della sinistra nella tarda globalizzazione

    SÌ LOGO o, la logica culturale della sinistra nella tarda globalizzazione

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    di Daniele Benzi

    Per quelli che c’erano, alla fine degli anni ’90, a Seattle, Davos, Göteborg, Napoli, Genova, la lotta alla globalizzazione neoliberale non era intesa come la sostituzione di marchi alternativi a quelli delle multinazionali. Il titolo del best seller di Naomi Klein pubblicato nel 1999 è NO LOGO. Non ALTER LOGO. Il Corriere della Sera lo definì giustamente come il libro simbolo della rivolta contro la mercificazione del pianeta. Il sottotitolo dell’edizione in spagnolo fu Il potere dei marchi, mentre quella in portoghese La tirannia dei marchi in un pianeta in vendita.

    Quella lotta poi è finita, cioè, l’abbiamo persa. Tuttavia non era affatto scontato che la sinistra finisse per accettare o addirittura che venisse sedotta dal potere dei loghi, credendo persino di poterli usare come strumento di resistenza, anche se, forse, sarebbe meglio dire di sopravvivenza. In termini estetici e commerciali, naturalmente, ma anche organizzativi ed operativi.

    Ad accettare e usare la logica dei marchi furono per prime le grandi ONG come Oxfam, Action Aid, World Vision e Save the Children, insieme ad altre multinazionali del cuore più piccole (l’azzeccata espressione “multinazionali del cuore” è il nome di un libro di due autori francesi il cui contenuto però è molto meno accattivante del titolo). Poi fu la volta del commercio equo e solidale. Nello stesso periodo traghettarono verso questo modello case editrici di sinistra storiche come Feltrinelli in Italia e Maspero, ribattezzata La Découverte, in Francia, ma in questo caso, che io sappia almeno, senza gli odiosi processi di fagocitazione e transnazionalizzazione che hanno vissuto le ONG. Lo stesso fenomeno, ultimamente, ha interessato riviste di vecchia data come Le Monde Diplomatique e più giovani come Jacobin.

    Queste righe sono motivate dal fatto che ho appena appreso della creazione di Jacobin América Latina. E francamente mi dispiace. Perché dal mio punto di vista è un’ulteriore prova del fatto che dopo gli anni ’60 e ’70, che furono una epoca di grande creatività e originalità artistica e intellettuale, e non solo di radicalismo politico, la sinistra latinoamericana non è più riuscita o non ha più voluto essere critica rispetto all’importazione di modelli e tendenze pensati e funzionali ad altre latitudini. Ciò è paradossale, in qualche modo, perché in questo momento la tendenza intellettuale più alla moda, sia in ambito universitario sia nella cultura alternativa, è quella della critica all’eurocentrismo, soprattutto nella versione del “giro decoloniale”.

    Le diverse varianti nazionali di Le Monde Diplomatique ospitano in generale autori e articoli interessanti. La crema della sinistra radicale accanto a firme meno note, tutte rigorosamente o quasi, a cavallo fra l’accademia e l’attivismo. Lo stesso succede con Jacobin Brasil ed è da presumere che non sarà diverso per Jacobin América Latina. Quindi non è questo il punto. È il modello editoriale del brand, secondo me, che andrebbe messo in discussione. In toto. Non certo chi vi scrive, pagato o meno che sia. Perché è un’amara ironia del destino che la sinistra radicale, non solo del “Nord” ma anche del “Sud” globale, abbia adottato il modello della globalizzazione neoliberale per eccellenza, il Logo e il franchising, proprio nel momento in cui quella stessa globalizzazione, malgrado la nostra sconfitta, si sta disintegrando.

    Il modello dei loghi e del franchising hanno nel loro DNA la proprietà di assorbire, omogeneizzare ed appiattire, per conquistare una nicchia di mercato, fidelizzare un cliente, battere la concorrenza. Non so se stimolino la creatività artistica ed intellettuale. La solidarietà e la cooperazione. Non so, soprattutto, se o quale potrebbe essere il loro potenziale antagonista, al di là del fatto che alcuni contenuti e la linea editoriale lo siano. La sinistra in franchising per me è molto triste perché ho militato con convinzione contro la logica dei marchi. Di tutti i marchi.

    Frederic Jameson quarant’anni fa definì il post-moderno come la logica culturale del tardo capitalismo. Io da tempo mi chiedo se la logica del mercato, di cui il Logo ed il franchising sono espressione, non stia definendo in maniera sempre più esplicita la logica culturale anche della sinistra nella tarda globalizzazione.

    Quando ho visto la pagina di Jacobin América Latina, mi è subito venuta in mente una piacevole serata di novembre dell’anno scorso. Di ritorno da una giornata al mare in un quartiere popolare di Salvador di Bahia, in cui insieme al pesce fritto ed alla birra gelata si era chiacchierato in ordine sparso di accelerazionismo, del ’77, di Pablo González Casanova, Bolsonaro, Joker e Pasolini, il mio amico Alessandro Peregalli, ironico e geniale, mi fulminò con una frase che da allora non mi esce più dalla testa. Anche la rivoluzione è un mercato.

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    Non ho ancora una risposta definitiva alla domanda se la logica di mercato stia definendo in maniera sempre più esplicita la logica culturale della sinistra nella tarda globalizzazione. Però per me che ho custodito per più di vent’anni l’adesivo de Il Manifesto “la rivoluzione non russa”, un piccolo marchio semiartigianale agli albori della lotta No Logo (e del calvario de Il Manifesto), quella sera sul lungomare della Ribeira finalmente capii perché non sono mai stato, né mai potrei essere un rivoluzionario.

  • Allarme rosso a Bogotà. 7 morti durante gli scontri con la polizia

    Allarme rosso a Bogotà. 7 morti durante gli scontri con la polizia
    CAI en el Parkway, centro oriente di Bogotá (Néstor Gómez)

    di Gianpaolo Contestabile

    Nella notte tra martedí e mercoledí 9 settembre la polizia metropolitana di Bogotà ferma l’avvocato Javier Ordoñez nel quartiere di Engativá per una presunta lite. Alcuni passanti riprendono la scena in cui si vedono gli agenti immobilizzare a terra Ordoñez e rifilargli almeno 10 scosse elettriche mentre questi riesce a malapena a dire “sto soffocando”.

    Le persone che assistono alla scena chiedono disperatamente ai poliziotti di fermarsi “perché continuate ad aggredirlo se vi ha giá chiesto di smetterla per favore?”. Ordoñez viene portato presso uno dei Cai del quartiere, i Centri di Attenzione Immediata della polizia colombiana situati in punti strategici della cittá. Qualche ora più tardi, all’alba di mercoledí 9 settembre, Ordoñez muore dopo essere stato ricoverato in una clínica della zona. Il video diventa virale su internet. L’indignazione si scatena in tutto il paese ma soprattutto nella capitale che é stata lo scenario della violenza poliziesca.

    Vengono indette manifestazioni e cacerolazos a Bogotá e in altre cittá colombiane per protestare conto l’ennesimo atto di repressione commesso dalle autorità. Non si tratta infatti di un caso isolato ma questa volta gli abusi di potere sono stati resi palesi dalla presenza del video e dal fatto che la violenza, che generalmente colpisce le fasce più marginali della popolazione e rimane impunita, questa volta si sia verificata in un quartiere residenziale della capitale.

    Nella giornata di mercoledì 9 settembre gli abitanti di Bogotá sono scesi in strada bloccando la viabilitá e attaccando i Cai in diversi punti della zona urbana. Gli attivisti denunciano che la corrente elettrica è stata interrotta in diversi quartieri e la polizia ha sparato nel buio uccidendo diversi manifestanti. Si contano almeno 5 vittime civili tra cui Julith, studentessa di psicología di 18 anni morta per un proiettile diretto al cuore, Germán, rider di 20 anni a cui hanno sparato in faccia e Jaider, un minorenne che ha ricevuto 4 colpi d’arma da fuoco. Il bilancio é ancora parziale a cui si aggiunge la morte di un agente di polizia confermata dalle istituzioni colombiane.

    Al termine della della giornata di scontri si contano 26 proteste sorte in diversi punti della capitale, 17 Cai bruciati, 50 veicoli danneggiati tra cui diverse pattuglie della polizia, decine di feriti e almeno 40 arresti. Una mobilitazione cosi radicale a Bogotà non si vedeva dallo scorso novembre quando centinaia di migliaia di persone marciarono contro il governo di Duque e anche in quel caso la repressione militare e delle forze speciali di polizia dell’Esmad avevano risposto con violenza uccidendo il giovane Dylan Cruz con un proiettile bean bag sparatogli alla testa, lo stesso tipo di cartucce che sono state rinvenute sui luoghi degli scontri di ieri notte.

    Il ministro della Difesa Carlos Holmes Trujillo ha annunciato che gli agenti responsabili del fermo di Ordoñez verranno temporalmente sospesi e che la polizia ha messo in marcia i propri protocolli di investigazione interna. Trujillo ha anche annunciato rinforzi da mandare nella capitale tra cui 1800 poliziotti e 300 soldati invitando a non stigamtizzare tutto il corpo di polizia per l’errore comesso da pochi agenti. Gli attivisti e le attiviste colombiane stanno divulgando un “allarme rosso” per la militarizzazione e la repressione che potrebbe dispiegarsi nelle prossime ore mentre alcune organizzazioni chiamano a una nuova mobilitazione nazionale e sulle reti sociali si diffondono gli hastag contro gli abusi della polizia.

  • RUIDO #5 – Eli Farinango: l’occhio della diaspora kichwa tra resistenza e sanazione

    RUIDO #5 – Eli Farinango: l’occhio della diaspora kichwa tra resistenza e sanazione
    Da Healing Through Remembering, Abya Yala, 2018 (Eli Farinango)

    Nel quinto numero di Ruido abbiamo incontrato Eli Farinango, una fotografa della diaspora kichwa, originaria dell’Ecuador e residente in Canada che ci ha parlato della sua fotografia tra resistenza, sanazione, autoritratto e natura.


    Di Alessandra Cristina

    -Ti definisci una fotografa kichwa che lavora su temi come la sanazione, la resistenza e la diaspora kichwa, che significa tutto questo per te? Perché è importante fotografare il tuo popolo?

    Quando parlo di sanazione, mi piace pensare che la sanazione e la ritualità si vivono tutti i giorni e che si possono trovare in tutto. Quando ho cominciato con la fotografia l’ho usata per curarmi, per pensarmi, per capirmi e anche per conoscermi. Mi riferisco a questo quando parlo di sanazione perché grazie alla fotografia e specialmente grazie all’autoritratto, sono riuscita ad arrivare ad un livello di conoscenza personale in cui mi sento molto a mio agio con me stessa, mi sento comoda nella scomodità di chi sono, di chi sto diventando.

    Anche la resistenza e la sanazione sono due temi che vanno insieme, perché per me è importante pensare che mentre resistiamo ci stiamo anche curando, immaginando nuovi modi di essere, perché storicamente è da più di 500 anni che stiamo resistendo, anche se credo che sia limitante pensare alla resistenza solo come un modo di vivere continuamente sotto pressione. Fotografare il mio popolo d’origine è importante perché è anche un modo per capire, per me la fotografia è sempre stata il mio modo per capire il mondo. Mi interessa molto fotografare soprattutto le cerimonie -quelle a cui ho avuto acceso, perché mi hanno permesso di esserci, questo è un altro argomento molto importante-, come ad esempio l’Inti Raymi che qui in Canada è stato un punto centrale per i giovani della diaspora, per i kichwa di qua. Quando sono tornata in Ecuador e ho vissuto l’Inti Raymi per la prima volta, per me è stato incredibile poter vedere, capire e conoscere e per questo ho deciso di fotografare quel momento. Non ho mai pensato alla fotografia solo per le pubblicazioni, l’ho sempre pensata per me. Vivendo all’estero la fotografia era anche l’unico modo per poter tornare a quel viaggio nella memoria. Per questo è importante fotografare il mio popolo: per la memoria, per capire e per l’autoconoscenza. 

    Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

    -A cosa ti riferisci con ‘‘diaspora kichwa’’?

    Essere parte della diaspora significa essere parte di un popolo che vive fuori dai propri territori d’origine. Io sento che storicamente i popoli e le nazionalità non sono riconosciute come parte della diaspora, perché ci mettono tutti insieme. A noi ci dicono che siamo latini, ma io non posso identificarmi come latina perché non vivo quell’esperienza, io sono una donna indigena, sono una kichwa ed è molto diverso. Io sento che solo negli ultimi dieci, venti anni ha iniziato a diffondersi il pensiero della diaspora kichwa, della diaspora indigena che si basa molto sui movimenti dei chicanos o di altri movimenti dalla quale ha preso ispirazione. Essere parte della diaspora significa vivere fuori dal tuo territorio. A volte le diaspore possono essere anche interne, come per esempio quando le persone che vengono dalle zone rurali vanno a vivere in città, quando il motivo è la mobilità forzata. 

    Solo un anno fa sono entrata nell’esperienza della diaspora, solo dall’anno scorso ho trovato questa parola e mi ci sono identificata, perché prima avevo sentito la parola ‘‘diaspora’’ all’università ma non l’avevo fatta mia finché ne ho sentito parlare da alcuni amici che si sentivano parte della diaspora kichwa. Tutto questo mi ha dato un senso di identificazione perché quando cresci fuori dal tuo paese, non sei mai abbastanza per nessuno dei due lati: non sei abbastanza kichwa per i kichwas e non sei abbastanza canadese per i canadesi, è come un limbo. Personalmente potermi riconoscere come parte della diaspora kichwa mi ha dato un sentimento di appartenenza che non avevo mai sentito prima. Per me è molto importante fotografare soprattutto questi processi della diaspora perché quando parlano di noi nel nostro paese lo fanno in modo molto romanticizzato, perché non sanno com’è la nostra vita qua, pensano sempre al fatto che ci stiamo arricchendo, che tutto è molto più facile, ma non è così perché anche qui viviamo moltissimi problemi politici, viviamo crisi, i nostri corpi vivono altre esperienze e per me questo è molto importante.

    Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

    -Vivi tra l’Ecuador e il Canada e in molti dei tuoi lavori mostri piante, terra e paesaggi, oltre le cerimonie come l’Inti Raymi. Quanto contano le radici e la natura per te e nel tuo lavoro? Perché ti richiamano l’attenzione certe cose?

    La natura non è qualcosa di estraneo per me. Non voglio che suoni come un cliché, ma mi sento molto connessa con la natura, perché è un posto dove vado e mi connetto anche per potermi capire come essere umano. Stare lì immersa con la mia macchina fotografica è qualcosa di naturale per me e inoltre mi è sempre piaciuto osservare le piante. Sono una persona molto introversa e quindi, sin da bambina, mi sono sempre sentita molto a mio agio quando comunico con le piante, con gli alberi, quando guardo il cielo e le nuvole in cui mi sono sempre persa, per questo la mia fotografia è il riflesso di tutto ciò. 

    Quando ho iniziato a fotografare in modo più cosciente e mi sono domandata sul perché voglio includere tutto questo, sul come lo voglio fare e sul suo significato. Ho iniziato a farlo con molta più intenzionalità perché il fatto che viviamo nelle città o lontani dai nostri territori, non significa che abbiamo tagliato quelle radici, sono sempre lì e si manifestano in modi diversi. Io rappresento la natura attraverso la fotografia, altri ragazzi e ragazze magari disegnano, ma ognuno lo fa a suo modo. Sin da bambina i miei genitori ci dicevano di credere che tutti noi non siamo altro che un riflesso della natura, è per questo affetto e rispetto che sento per la terra che voglio darle un posto d’onore nelle mie foto. 

    Da Runa Kawsay, Abya Yala 2020 (Eli Farinango)
    Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

    -In che modo ti avvicini ai protagonisti e alle protagoniste delle tue foto?

    La maggior parte delle persone che fotografo sono parte della mia famiglia, quindi mi sono sempre stati vicini. Io cerco di non usare la parola ‘‘soggetto’’ perché sento che è una parola che contiene un poco di violenza, perché personalmente mi sento sul loro stesso livello, sono persone sedute di fronte a me e cerco di mettermi nei loro panni, perché quando arrivi con una macchina fotografica cambia già da sola tutta la struttura di potere. Sento che molti fotografi a volte non si rendono conto di tutto ciò e arrivano con una mancanza di delicatezza, prendendo quel che possono. A me non piace questo metodo estrattivista, quindi quando mi avvicino a qualcuno che non conosco per fare delle foto, sto sempre con la macchina fotografica ben visibile, non la nascondo mai per fargli sapere che è con me e solo dopo aver conversato se gli interessa gli scatto delle foto e se non vogliono lo rispetto.

    Anche con la mia famiglia cerco di avere molto rispetto. Quando ero più piccola non me ne rendevo conto ma poi ho capito che anche se sono parte della mia famiglia, si meritano lo stesso rispetto e per questo chiedo sempre che ne pensano della fotografia che gli ho scattato, se a me piace ma a loro no, non pubblico quella foto. Questa è una cosa che rispetto molto e adesso che mi sto addentrando in progetti che hanno un poco più di visibilità, è molto importante per me che le persone con le quali lavoro abbiano una voce propria e possano prendere delle decisioni riguardo il tipo di fotografia che li rappresenta, perché il fatto di essere parte di un popolo al quale storicamente hanno negato quella voce e quel potere sulla propria narrativa e immagine, lascia un vuoto bruttissimo. Parte della mia lotta attraverso l’immagine quindi è rivendicare tutto questo e restituire quel potere sull’immagine, ridargli quel potere sulle loro narrative e soprattutto rendere quelle narrative e quelle immagini potenti, perché nelle foto che arrivano al grande pubblico vediamo che gli indigeni sono sempre rappresentati in chiave folclorica o in condizioni povertà o attraverso degli stereotipi. Io voglio che le persone che si siedono con me di fronte ad una macchina fotografica escano da quello spazio e che con le mie foto sentano di avere potere. Se hanno avuto una brutta giornata, mi piacerebbe che guardando una loro foto possano pensare: ‘‘Sì, questo sono io, questo è il mio potere’’. Questo è molto importante per me.

    Inoltre, per me è importante anche rompere dentro la mia comunità con quel punto di vista bianco occidentale e machista, perché anche se ci sono fotografi indigeni che magari sono parte della comunità, a volte replicano quegli standard di bellezza e quelle narrative imposte che non ci rappresentano come gli esseri multidimensionali che siamo. Per questo faccio molti ritratti e gioco molto con questa cosa dell’autoritratto perché io non sono una donna kichwa che è sempre forte, sempre piena di potere, io sono una donna come tutti gli altri tipi di donne che cade, che si rialza e che a volte non vuole rialzarsi, dentro di me coesistono tutti questi cicli. Per questo motivo la fotografia è importante per me, per mostrare questa umanità, questo è ciò che ci rende realmente dinamici perché noi essere umani non siamo statici. 

    Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

    -Senti che saper utilizzare degli strumenti per la comunicazione come la macchina fotografica sia anche una responsabilità al giorno d’oggi?

    Io credo di si, quando hai una macchina fotografica o quando ti esprimi attraverso qualsiasi forma d’arte, sento che già solo così stai modificando il mondo, la tua arte riflette quel che pensi, quel che sei, quel che hai imparato e quel che stai disimparando. Essendo fotografa ho molte responsabilità, mi faccio sempre molte domande riguardo ció che sto riproducendo nell’immagine, perché è molto facile riprodurre con la quantità di immagini che ci sono su Instagram e che si vedono continuamente. Io mi assumo questa responsabilità molto seriamente quando sto scattando le foto, non voglio riprodurre standard di bellezza, non voglio far sentire le persone a disagio con il proprio corpo, voglio sempre che la fotografia che scatto potenzi le persone ritratte e che cambi quelle narrative.

    Come donna, fotografa, kichwa e essendo parte di una diaspora ho varie responsabilità, oltre quella di poter vincolare diverse culture e diversi tipi di pubblico attraverso il mio lavoro, per questo non posso prendere alla leggera qualcosa che può essere interpretato male. Metto sempre tutto questo in discussione, anche se, riflettendo su questo auto domandarsi, riconosco che il mio corpo non vive solo di tutto questo sapere, ma che vive anche del danno strutturale del sistema come corpo di donna indigena della diaspora e migrante e devo proteggere tutto questo. È un carico di responsabilità abbastanza grande e allo stesso tempo è un privilegio enorme poter raccontare queste storie, poter fare autocritica, poter parlare delle strutture del potere. Poter ricavare qualcosa da queste domande che mi faccio è un privilegio enorme a cui guardo con moltissima delicatezza e affetto, oltre a molta responsabilità.

    Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)

    -Pensi che quell’ immagine folclorica dell’America Latina diffusa dal mainstream, in parte sia dovuta al fatto che non ci siano abbastanza realizzatori indigeni? Perché si ha questa percezione?

    Sento che i fotografi, le fotografe e più in generale i comunicatori indigeni esistono e stanno parlando di cose importanti, ma sento anche che le piattaforme a cui possono accedere sono molto diverse rispetto a quelle a cui accedono i colleghi e le colleghe occidentali. Recentemente c’è stato un caso di una fotografa iraniana che per molto tempo aveva lavorato nella sua comunità e nel suo territorio dove aveva fotografato alcuni danni ambientali. Aveva pubblicato i suoi lavori in modo indipendente e un fotografo britannico molto conosciuto e appoggiato da piattaforme molto grandi, è andato nel suo territorio e ha scattato foto per foto in modo quasi identico, in posti in cui nemmeno la gente che viveva lì vicino sapeva che esistessero. Lui aveva studiato il suo lavoro ed era andato lì a proposito. Sento che questo succede abbastanza spesso: i fotografi indigeni esistono così come esistono i comunicatori indigeni, ma le strutture non sono ancora cambiate per poter affermare che il lavoro di una persona indigena possa assumere la stessa potenza o validità di una persona occidentale, di una persona bianca. Il problema fondamentale riguarda i diversi punti d’accesso perché non sono ancora equi. Esistono e alcune persone stanno facendo dei lavori molto importanti per poter riscattare quelle voci, affinché ci sia un maggior accesso, anche se credo che manca ancora molto. Come fotografa sto sempre cercando di aiutare altre persone ad accedere a delle opportunità, noi ci muoviamo sempre attraverso i collettivi e in comunità. Attualmente sto lavorando con diversi ragazzi e ragazze che vivono qua, anche loro kichwa della diaspora e ci aiutiamo tra di noi per trovare questi spazi, per poter crescere noi e per poter aiutare altre persone. 

    Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)

    -Puoi parlarci del tuo ultimo progetto?

    Attualmente sto lavorando ad un progetto a lungo termine, è il mio primo progetto, si chiama Ruma Kawsay e riguarda la documentazione dell’esperienza della mia famiglia e di altre esperienze di famiglie kichwa che vivono la diaspora. Tardo molto a portare a termine questi progetti, nel pensarli e ripensarci su. Non si tratta mai solo di una foto, perché prendo sempre molto seriamente le storie che sto raccontando, quel che sto dicendo e come lo sto facendo. È  un progetto che inizialmente avevo pensato solo come fotografico, ma alla fine è diventato un progetto comunitario che ci ha fatto acquisire molte conoscenze nuove. Personalmente mi ha trasformato molto per quanto riguarda il capirmi e cosa significa lavorare in comunità. Mi sento davvero molto guidata dalle mie antenate che mi fanno capire cosa significhi lavorare in comunità e essere kichwa, me lo stanno insegnando attraverso il mio corpo. Questo progetto pian piano ha incluso molti altri ragazzi e ragazze che vivono la diaspora e con i quali stiamo organizzando varie iniziative per capire chi siamo e per sentirci forti come collettivo. Personalmente come fotografa adesso sto documentando tutto questo processo e sto scrivendo la mia narrativa, sto creando questa storia, questo archivio visuale.

     I fratelli e le sorelle nativi di qua, del territorio canadese, parlano molto del fatto che bisogna pensare alle 7 generazioni che vengono dopo ognuno di noi e questo mi ha colpita molto perché penso alle 7 generazioni dopo di me che forse non potranno o non vorranno tornare nei nostri territori d’origine. Penso anche a come sarà quella trasmissione culturale alla quale io posso accedere personalmente perché i miei genitori sono ancora vivi, ma penso ai miei nipoti e non so come sarà la loro vita, quindi per me è molto importante scrivere quelle storie e non soltanto dal mio punto di vista, ma da dalla prospettiva di tutti coloro che stiamo creando questa comunità. Sto lavorando su questo, è un progetto molto lungo ma ho già iniziato, quel che importa è iniziare e mi sta andando abbastanza bene.

    Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)
    Da Runa Kawsay, Abya Yala, 2020 (Eli Farinango)
    Da Jatarishun, Abya Yala, 2019 (Eli Farinango)
    Da Healing Through Remembering, Abya Yala, 2018 (Eli Farinango)

  • Latinoamericando: il corpo di Mario Paciolla e la giornata dei desaparecidos in Centroamerica

    Il programma LatinoAmericando, in onda tutte le settimane su Radio Cooperativa di Padova, racconta le ultime notizie relative alla morte del cooperante ONU in Colombia, lo scorso 15 luglio, e poi torna a occuparsi di pandemia dialogando con il giornalista Giorgio Trucchi, da Managua. Gustavo Claros chiude la puntata ricordando la giornata internazionale dei desaparecidos, crimine tutt’oggi drammaticamente presente in diversi paesi latinoamericani.

     

     

     

  • Hallazgos y reflexiones sobre fosas clandestinas en Guanajuato

    Hallazgos y reflexiones sobre fosas clandestinas en Guanajuato
    Búsqueda en fosas clandestinas de Uriangato, Guanajuato, México (Com. estatal de búsqueda de personas, 2020)

    Por Fabrizio Lorusso

    Desde Zona Docs

    El 25 de agosto de 2020 se publicó el Informe sobre la situación de las fosas clandestinas en Guanajuato (2009-julio de 2020), producto del esfuerzo conjunto de los investigadores Jorge Ruiz Reyes (Programa de Derechos Humanos, Universidad Iberoamericana), Fabrizio Lorusso (Universidad Iberoamericana León) y Óscar Elton Susarrey (Data Cívica), así como de la Comisión Mexicana de Defensa y Promoción de los Derechos Humanos (CMDPDH) y Article 19 Oficina para México y Centroamérica (A19). Además, el trabajo ha contado con la colaboración y el aval de los siguientes colectivos de familiares del estado: A Tu Encuentro, Sembrando Comunidad, y el Frente para la Búsqueda de Personas Desaparecidas en Guanajuato, integrado por Justicia y Esperanza, Mariposas Destellando-Buscando Corazones y Justicia, Buscadoras Guanajuato y Colectivo Cazadores.

    Asimismo, las y los colegas del Laboratorio de Periodismo y Opinión Pública (PopLab.Mx) diseñaron un micrositio con un mapa, una tabla y gráficas interactivas que se actualizarán periódicamente y facilitan la consulta de la información contenida en la base de datos original, que también se publica para fines de investigación y transparencia. Además, las ilustraciones e historias de vida allí reunidas van a tejer una narrativa sobre la desaparición, la búsqueda, el dolor, y la esperanza del encuentro.

    En el estado de Guanajuato la información sobre las fosas clandestinas proviene fundamentalmente de fuentes hemerográficas, partes ministeriales replicados por la prensa, videos y notas basadas en observación directa de periodistas. Pese a estas evidencias, la Fiscalía General del Estado, a través de su Unidad de Transparencia, ha negado la presencia de tales sitios en varias respuestas a peticiones ciudadanas cuyo contenido se detalla en el mismo Informe. En la entidad no existe un registro estatal de fosas y el discurso oficial ha tendido a ocultar este fenómeno. Más allá de la nota o del parte inmediato relativos a la denuncia, el descubrimiento, la excavación o la exhumación de una fosa u otro sitio de depósito, en la mayoría de los casos es casi imposible conocer y dar seguimiento posterior a la información sobre lo que allí se encontró, sobre la identificación de los cuerpos y las dinámicas criminales y sociales de ese contexto de hallazgo. Tampoco ha habido participación de las víctimas indirectas de los homicidios, los feminicidios, las ejecuciones extrajudiciales y las desapariciones acompañando el trabajo forense y los hallazgos, como lo prevén, en cambio, las Leyes Generales en materia de Víctimas y de Desaparición. Más bien, ha habido reticencia, cuando no evidente oposición, para responder a las legítimas demandas de transparencia de la información y acceso de las familias a Semefos, sitios de hallazgo, expedientes y carpetas, o avances de investigación (muchas veces mínimos o nulos).

    En 2019, la Comisión Nacional de Búsqueda y la Secretaría de Gobernación señalaron el hallazgo de una fosa clandestina en Guanajuato. Sin embargo, en los informes de enero y julio de 2020 sobre personas desaparecidas y fosas en el país, el dato ya no se volvió a mencionar, aunque se destacó que Guanajuato no había entregado información actualizada.

    En la respuesta a la solicitud de información pública con folio n. 00924720 (oficio 421/2020), recibida el 13 de agosto de 2020, la Unidad de Transparencia de la Fiscalía General del Estado de Guanajuato confirmó que “no se cuenta con registro de fosas clandestinas en el estado”.

    También dio a conocer, después de dos años de no comunicar datos actualizados, que había “2,178 personas no localizadas (paradero desconocido)”, es decir personas desaparecidas, al corte del 13 de julio de 2020, cifra muy superior a las 840 personas que en esa misma fecha figuraban en la versión pública del Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas (RNPDNO) que mantiene la Comisión Nacional de Búsqueda.

    Aun así, las respuestas oficiales siguen sin dar detalles fundamentales como el número, género, edad, condiciones especiales y de contexto, municipio de la desaparición, entre otras, acerca de las personas que deben ser buscadas en el estado.

    Tan sólo en el anexo, se detalla el número de “indagatorias aperturadas por la no localización de personas”, que al parecer no son ni averiguaciones previas ni carpetas ya que no se explicita esta información, en cada año de 2012 al 16 de julio de 2020: éstas han pasado de 952 en 2012 a 2,883 en 2019, dando cuenta de un aumento significativo del fenómeno.https://www.youtube.com/embed/IWjOK6QnPyM?wmode=opaque

    Pese a que colectivos, organizaciones internacionales y académicos formularon distintas propuestas para incluir una definición de fosa clandestina en la Ley de Búsqueda de Personas de Guanajuato, aprobada en mayo pasado, éstas fueron desechadas.

    Una de ellas, entre otras que en el Informe se describen, concibe la fosa clandestina como cualquier sitio en el que se colocaron en un espacio en el subsuelo, o en el que se inhumaron, total o parcialmente, uno o más cuerpos o restos humanos, y que no fue específicamente determinado por las autoridades para dicho fin.

    Tras la primera búsqueda en terreno realizada por la Comisión Estatal de Búsqueda de Personas en un sitio de disposición de cuerpos y restos humanos en el municipio de Uriangato, del 3 al 7 de agosto pasado, varios familiares de personas desaparecidas y colectivos volvieron a pedir al Congreso estatal que reconsidere la posibilidad de definir más claramente en la Ley de Búsqueda local qué entiende por “fosa clandestina”.

    También cabe señalar que en la entidad se han multiplicado los grupos de familias en búsqueda de sus seres queridos en los últimos meses, así que otra petición importante al Congreso es que amplíe la participación de estos en el Consejo Ciudadano de la Comisión de Búsqueda, ya que ahora en la Ley está contemplados tan solo tres familiares entre los integrantes del Consejo, mismo que aún no ha sido formado.

    Un objetivo del Informe es tratar de visibilizar ante la opinión pública la realidad de las fosas clandestinas en Guanajuato, la cual es común a casi todo el país, entendidas como espacios de impunidad criminal, excepción y ocultamiento, escenarios de múltiples violencias y graves violaciones a los derechos humanos. La esperanza es que pueda ser una herramienta de apoyo para autoridades encargadas de la búsqueda de personas desaparecidas, así como a los colectivos de familiares para la búsqueda de sus seres queridos, la exigencia de identificación y de registros adecuados, y abonar a la construcción de la verdad y la justicia. Asimismo, se hacen públicas y se dejan a disposición de investigadores y lectores en general las bases de datos en Excel en que se fundan las gráficas y las conclusiones del estudio.

    En seguida destaco los aportes principales del informe:

    Primero, señalar el hallazgo, entre 2009 y el 31 de julio de 2020, de 109 fosas clandestinas en 107 sitios de hallazgo, con entre 268 y 272 cuerpos en 29 municipios de Guanajuato, o sea en el 63% de los municipios del estado, que pertenecen a las regiones: Centro-Oeste, Sur-Oeste, Sur, y Centro-Este.

    Pénjamo (11), Irapuato (11), Celaya (8), Acámbaro y Villagrán (7) son los municipios con más fosas (cifra en paréntesis) en el periodo mencionado, concentrando cerca del 40% del total de las fosas registradas por esta investigación. León, Salamanca y Cortazar tienen 6 fosas clandestinas cada uno (Gráfica 1).

    Por número de cuerpos encontrados destacan los municipios de Villagrán (43), Irapuato (40), Celaya (23), Apaseo el Alto (18), Pénjamo (17), sumando entre los cinco el 46.3% del total de 268 cuerpos. Silao y Salamanca siguen con 16 y 13 (Gráfica 1).

    El número de fosas por año (Gráfica 2) fue: 20 en 2020 hasta el 31 de julio; 40 en 2019; 18 en 2018; 8 en 2017; 9 en 2016; 2 en 2015; 4 en 2014; 1 en 2013; 2 en 2012; 2 en 2011; 1 en 2010; y 2 en 2009. El 71.5% de las fosas fue registrado en tan solo dos años y medio, entre 2018 y julio de 2020 (Gráfica 1).

    El número de cuerpos encontrados por año fue de 51 en 2020, hasta el 31 de julio; 85 en 2019; de 63 en 2018; 17 en 2017; 10 en 2016; 3 en 2015; 11 en 2014; 4 en 2013; 4 en 2012; 3 en 2011; 1 en 2010; y 16 en 2009. El 74% de los cuerpos fue encontrado entre 2018 y julio de 2020 (Gráfica 2).

    Mientras el propio Informe estaba en fase de edición, otras dos fosas clandestinas, que no se incorporaron en el Informe y en las gráficas, han sido ubicadas en el estado, elevando el total a 111. El primero de agosto en Salamanca, comunidad La Capilla, fue hallada una fosa clandestina con número indeterminado de cuerpos y el diez de agosto otra fosa fue localizada en Juventino Rosas, a poco más de un kilómetro de la comunidad de Valencia y del camino que va a la comunidad Dulces Nombres, frente a las instalaciones de la Universidad Politécnica, posiblemente con 10 cuerpos envueltos en bolsas de plástico en su interior.

    El modelo estadístico predictivo sobre fosas clandestinas, elaborado por el Programa de Derechos Humanos de la Universidad Iberoamericana (PDH Ibero), Data Cívica y el Human Rights Data Analysis Group (HRDAG), muestra que los municipios con mayor probabilidad de tener fosas clandestinas aún no localizadas y que podrían considerarse para operaciones de búsqueda en terreno son: Irapuato, Celaya, Salamanca, León, Guanajuato, Francisco del Rincón, Cortazar, Silao de la Victoria, Uriangato, Acámbaro.

    Para el rastreo en notas de prensa de las fosas clandestinas se usó la siguiente definición:

    “Sitio donde uno o más cuerpos y/o restos de personas fueron enterrados o semienterrados, de forma anónima e/o ilegal, con el intento de ocultar o destruir evidencia, y que posteriormente fueron exhumados por particulares u autoridades”[1].

    Este mismo documento, entre otros aportes, destaca la noción de las fosas clandestinas como lugares que significan una “disputa social y política” acerca de la verdad, la justicia, los derechos individuales y colectivos, y la identidad de las personas que allí están enterradas.

    Finalmente, se trata de espacios clandestinos que, en el contexto mexicano caracterizado por graves violaciones a derechos humanos, múltiples violencias, un modelo socioeconómico históricamente excluyente y conflictos armados territorializados, implican una ruptura extrema de cualquier comunidad, un quiebre radical de comprensiones y categorías sobre nuestra realidad. Representan la emergencia de agujeros negros y epicentros de dolor y búsqueda que pueden constituirse, a la vez y paradójicamente, como condiciones de posibilidad para su afrontamiento y cierre, individual y socialmente. Allí, pues, se encuentra un enorme desafío para la reconfiguración de la vida en común.

     ***

    Texto publicado en colaboración con Blog Insyde-Animal Político.

    [1] Ver: González Núñez, Denise; Ruiz Reyes, Jorge; Chávez Vargas, Lucía Guadalupe; Guevara Bermúdez, José Antonio (coords.), Violencia y terror. Hallazgos sobre fosas clandestinas en México, México, Universidad Iberoamericana, 2017, p. 24 (link).

  • Piattaforme, rider e America Latina: Rappi in Messico

    Piattaforme, rider e America Latina: Rappi in Messico

    Pubblichiamo il capitolo di Federico De Stavola presente nell’ebook Logistica e America Latina, coordinato da Into the Black Box.

    Le piattaforme digitali, alimentate da logiche estrattive, finanziarie e logistiche, all’installarsi in America Latina, incontrano e catturano alcune caratteristiche del tessuto urbano, producendo allo stesso tempo forme di soggettività. Parlando del caso di Rappi a Città del Messico, faremo riferimento a due differenti concetti elaborati in ambito latinoamericano: il “neoliberalismo dal basso” – teorizzato da Verónica Gago – e il “supersfruttamento del lavoro” – formulato negli anni ’70 da Ruy Mauro Marini; entrambi ci aiuteranno a gettar luce, rispettivamente, sull’autoimprenditorialità popolare e sul furto di valore operato attraverso l’appalto dei mezzi di produzione al rider.

    Introduzione
    Questo intervento ha l’obbiettivo di presentare alcuni spunti preliminari di un lavoro più approfondito e articolato di analisi della forma che le piattaforme di food delivery assumono in America Latina, nel caso specifico del Messico. Non si ha la pretesa di dare risposte precise alle molteplici domande che sorgono osservando la logistica urbana mediata dalle piattaforme informatiche e dall’organizzazione algoritmica del work on demands via apps1, ma di presentare alcuni contributi latinoamericani che possono aiutare a gettare luce su come le operazioni logistiche, finanziarie ed estrattive si radicano nel territorio di Città del Messico, soggettivando il repartidor de plataforma (rider di piattaforma).
    Il recente lavoro di Sandro Mezzadra e Brett Neilson, The politics of operations: excavating contemporary capitalism, risulta imprescindibile per poter inquadrare le piattaforme di food delivery come assemblaggi di operazioni logistiche, finanziarie ed estrattive. Le forme che le piattaforme assumono in America Latina, si possono inquadrare nella capacità assiomatica del capitale, ovvero nella capacità del capitale di installarsi in contesti eterogenei creando isomorfismo, adattando le proprie operazioni, e il risultato di tali operazioni, al territorio incontrato2. Le
    piattaforme di food delivery, possono essere indagate, dunque, come assemblaggio significativo dell’“istallazione” sul territorio (hit the ground) delle operazioni indicate da Mezzadra e Neilson come le «tre prevalenti aree dell’attività economica contemporanea […]: estrazione, logistica e finanza»3. Vediamo brevemente come si intersecano queste tre operazioni.
    In primo luogo, l’espansione repentina di ciò che Nick Srnicek chiama “piattaforme snelle”4 – come Uber, UberEats, Airbnb, Rappi, Deliveroo, Glovo, JustEat ecc. – è intimamente relazionata a una speculazione finanziaria simile a quella che portò all’esplosione della bolla speculativa delle dot-com. Infatti il valore azionario di tali piattaforme, «come nel boom delle dotcom, […]si basa più su previsioni di guadagno futuro che su profitti reali»5. «È dunque proprio l’afflusso dei capitali finanziari a costituire un fattore decisivo nel consentire l’esplosione della digitalizzazione del food delivery»; l’importanza della finanza nel gonfiaggio di tale tipo di aziende è confermato dal fatto che «la stragrande maggioranza degli “unicorni” – ossia startup di proprietà privata che hanno un valore superiore a 1 miliardo di dollari – è composta da imprese definibili come piattaforme (ad esempio Uber, Lyft, Airbnb e simili)»6. Allo stesso tempo, le piattaforme imitano la performatività del mercato finanziario: domanda (consumo) e offerta (lavoro), trasformati in input astratti nella piattaforma, si incontrano attraverso l’ottimizzazione algoritmica, andando a stabilire il valore del servizio (in base, per esempio, ad un eccesso di domanda o di offerta, o all’indesiderabilità di un investimento – leggasi consegna), similmente a come succede nella circolazione finanziaria, anche se nella realtà le variazioni sono molto rigide e determinate dalla strategia aziendale. Le piattaforme, infatti, «forniscono l’infrastruttura basica per mediare tra più gruppi», venendo dunque a costituirsi proprio come un mercato privatizzato, ovvero «come il terreno sulle quali hanno luogo le loro attività» mediate da «una architettura centrale stabilita che controlla le possibilità di interazione»7.
    In secondo luogo, questo tipo di piattaforme si inserisce a pieno in un particolare tipo di logistica urbana al dettaglio, che già era presente nei tessuti urbani globali8
    . Il servizio di consegne a domicilio in Messico si divideva, prima dell’avvento delle piattaforme, in due tronconi principali che tutt’ora permangono, anche se sempre più divorati dalle piattaforme: un primo, gestito da piccoli ristoranti, spesso con lavoro informale o familiare, dove, nella maggior parte dei casi, la bicicletta o il mezzo motorizzato era fornito dallo stesso lavoratore; un secondo, che corrisponde alle grandi catene di distribuzione unificate di pizza o di cucina messicana o di grandi supermercati come Walmart, dove la flotta di moto è di proprietà dell’azienda e c’è un rapporto formalizzato di lavoro. Nel contesto dominato da queste due forme di logistica urbana e di consegna a domicilio, le piattaforme si sono inserite con una operazione logistica ben precisa: attraverso le possibilità aperte dalla gestione algoritmica dei flussi si sono installate sussumendo un tipo di lavoro già esistente, ottimizzandone le prestazioni temporali e riorganizzandolo spazialmente grazie alla geolocalizzazione dei task. L’impeto con il quale il capitale finanziario si è lanciato nell’investimento sulle piattaforme che hanno sussunto il lavoro dei corrieri al dettaglio, non fa altro che riconfermare la centralità della logistica nel
    capitalismo contemporaneo.
    In ultima istanza, «le piattaforme […] estraggono una mole impressionante di dati dalle attività degli utenti per poi venderli ed utilizzarli»9. In questo senso le piattaforme vengono a costituirsi come infrastruttura estrattiva, mentre i dati come una vera e propria materia prima10. Con riferimento a Uber (tipo di piattaforma che non si discosta eccessivamente dalle piattaforme di food delivery), Mezzadra e Neilson scrivono: «funziona come un tipo di dispositivo flessibile e sensibile alla dimensione spaziotemporale per la raccolta e prelievo di dati che rendono possibile l’estrazione di competenze e forza-lavoro dai propri conducenti»Da un punto di vista logistico, «ogni attrito va rimosso o limitato il più possibile per chiudere il cerchio (closed loop) della valorizzazione» e proprio l’estrazione di dati dal processo di lavoro (ma non solo) è ciò che permette il miglioramento dell’organizzazione del flusso, «i cui effetti si scaricano su tutta la catena, imponendo ai diversi punti che la compongono (ristoranti, rider) ritmi e costi del lavoro»11.

    Certo, il data mining non è esclusivamente concentrato sull’analisi del processo lavorativo e sulla cattura della soggettività del lavoratore, ma si estende anche alla produzione di Big Data, ottenendo valore da una gran varietà di informazioni, per esempio dalle preferenze alimentari o di mercato dei clienti.
    Si propone l’osservazione della particolarità delle piattaforme da e in America Latina, non solo perché Rappi è una impresa colombiana, ma anche perché l’installazione delle piattaforme nel territorio messicano e il loro impatto con un mercato del lavoro altamente deregolamentato e con ampi settori di informalità
    lavorativa ed economica, ha conseguenze interessanti sia dal punto di vista delle relazioni sociali di produzione, che di produzione di soggettività. In secondo luogo, mi sembra utile proporre due contributi latinoamericani che possono gettare luce su uno degli aspetti che emergono dalla soggettivazione del rider in Messico. Il primo è il lavoro di Verónica Gago, La razón neoliberal, che permette di vedere come l’elemento autoimprenditoriale è in buona misura presente nel tessuto popolare che vive di economia informale e di forme di “neoliberalismo dal basso”. Il secondo invece, proviene dal core della tradizione marxista latinoamericana della dependencia (dipendenza) e viene proposto come contrappeso materialista nell’analisi del lavoro di rider. Nello specifico mi riferisco al concetto di “supersfruttamento del lavoro” teorizzato da Ruy Mauro Marini. Nonostante dinamiche recenti e recenti studi abbiano messo in crisi la rigidità proposta dallo schema centroperiferia, e che questo abbia perso buona parte della propria capacità euristica13, la categoria di “supersfruttamento del lavoro” permette di inquadrare come il risultato della mobilitazione soggettiva dell’autoimprenditorialità è la cattura, come capitale fisso, di una parte del valore necessario alla riproduzione della forza-lavoro.

    Rappi… la classe non è acqua
    Rappi è una impresa colombiana di food delivery proprietaria e sviluppatrice della omonima piattaforma che mette in contatto, secondo la stessa narrazione aziendale, domanda (il consumatore) e offerta di servizi di consegna e logistica urbana (il rider). Il nome “Rappi” è giocato sulla fusione di “rápido” e “App”, dato che l’impresa pubblicizza consegne in 35 minuti; “entregamos con amor” (consegniamo con amore) è il motto aziendale; i rider di Rappi si chiamano “rappitenderos”, giocando sulla metafora dei negozianti di piccoli alimentari di quartiere (tenderos), che in questo caso diventano negozi virtuali e a domicilio. Rappi è una start-up colombiana che nei primi 3 anni ha raggiunto il valore in borsa di un 1 miliardo di dollari, diventando la prima piattaforma di iniziativa latinoamericana a conquistare l’appellativo di “impresa unicorno”. È presente nelle principali città di Colombia, Messico, Cile, Argentina, Perù, Uruguay, Costa Rica, Equador e Brasile e per il 2019 prevede di raggiungere il valore di 6 miliardi di dollari, nonostante i conti continuino a registrare perdite14.
    Rappi offre tutti i servizi già presenti in imprese come UberEats (food delivery) e Glovo (everything delivery), ma aggiunge servizi come la consegna di denaro in contanti e – per quanto ancora poco diffuso, forse il più interessante – l’esecuzione di piccoli compiti di servizio alla persona – per esempio, «portarti fuori il cane, andare a cercare le chiavi che hai dimenticato a lavoro, passare in banca a pagarti le bollette» In Rappi, i repartidores (rider) possono consegnare in bicicletta, in moto, ma anche in macchina e, addirittura, a piedi.
    Rappi opera anche un’intensa estrazione di Big Data grazie alla quale sviluppa tre attività principali: la prima si concentra sulla agilizzazione della consegna affinché il processo sia più efficiente; una seconda sul tema del Marketing Performance che implica comprendere il comportamento dell’utente per poter personalizzare la comunicazione; e per ultimo, Rappi offre un servizio di consulenza ad altre imprese di e-commerce vendendo i dati ottenuti dagli insights acquisiti dal comportamento dei clienti. Per estrarre ed elaborare effettivamente i dati Rappi utilizza tre piattaforme esterne, che quindi a loro volta eseguono operazioni di data mining16. Concretamente, a parte GoogleMaps per la navigazione e il calcolo dei percorsi ottimali, Rappi utilizza Amazon Web Services – AWS, tra altre, come infrastruttura fondamentale per l’analisi dei dati17.

    Il direttore commerciale di Rappi, Juan Sebastián Ruales, descrive così “l’esperienza” di Rappi:

    «Rappi nasce approssimativamente tre anni fa con l’intuizione profonda di una realtà che si stava dando in America Latina. Quello che abbiamo trovato è stata una possibilità molto bella di, come impresa, creare una piattaforma che connetta due gruppi demografici. Un gruppo che ha certe entrate, ma che purtroppo non ha molto tempo libero e un altro gruppo demografico, anch’esso abbastanza importante, che ha un po’ di tempo disponibile, maggiore del primo gruppo, ma che purtroppo non ha sufficienti entrate per i beni basilari di tutti i giorni».18

    Questo estratto evidenzia egregiamente gli elementi ideologici e le condizioni concrete del contesto latinoamericano con i quali, e sui quali, le piattaforme si installano. Per cominciare, si riafferma sul piano ideologico il ruolo superpartes dell’impresa che si posiziona centralmente come connettore tra due gruppi
    demografici. In secondo luogo, si astrae sia il lavoro, trasformato in “disposizione di tempo”, che le classi sociali, descritte come gruppi demografici. Per ultimo, si riconosce la grande disparità e polarizzazione di classe come intorno socio-economico in cui la piattaforma si installa e come condizione iniziale dell’iniziativa
    imprenditoriale.

    Pochi, maledetti e subito!
    In Rappi il salario è pagato a cottimo puro. Una consegna base di cibo parte da 30 pesos (all’incirca 1,5€) e può salire in base alla distanza, con una variazione minima, in base alla mancia lasciata dal cliente o in base all’indesiderabilità della consegna – per esempio se va effettuata in un luogo pericoloso o se le condizioni atmosferiche sono avverse e non viene accettata immediatamente.
    Come in altre piattaforme, anche in Rappi rifiutare una consegna abbassa il ranking del rider che di conseguenza riceverà meno lavoro. Man mano che il rider acquisisce esperienza, sale di livello e “sblocca” nuovi servizi per i quali può competere con altri rider e che sono meglio pagati rispetto a quelli accessibili solo al primo livello. Per ogni nuovo livello raggiunto l’avatar del rider evolve, proprio come fosse un videogioco. Come in altri casi, il rider di Rappi non è vincolato contrattualmente all’impresa come lavoratore subordinato, ma risulta essere un utente della piattaforma SoyRappi (SonoRappi, piattaforma specifica per i rider). Ogni qual volta il fattorino accetta una consegna si instaura un rapporto contrattuale direttamente con il cliente, che si esaurisce a fine servizio19. Il salario viene depositato due volte a settimana su carta prepagata, legalmente come fosse un ‘buono pasto’ interno all’impresa con possibilità di ritirarlo in contanti, così da evitare completamente il pagamento delle tasse al fisco messicano. Il lavoratore non ha accesso né a ferie pagate (già fortemente esigue secondo la Legge Federale del Lavoro), né a una assicurazione sanitaria per incidente o malattia. L’unica assicurazione proposta dall’azienda è quella che protegge esclusivamente i terzi dai possibili danni causati dal rider.
    Per comprendere meglio le condizioni lavorative e contrattuali dei rider, può essere utile dare un rapido sguardo al panorama del mercato del lavoro messicano. Il Messico è il paese OCSE dove si lavora più ore all’anno20 e con il salario minimo tra i più bassi: 102.68 pesos al giorno (~5€) e 176.72 (~8€) nella zona di frontiera. Il salario minimo è calcolato dal CONEVAL (Consejo Nacional de Evaluación de la Política de Desarrollo Social) come la somma dei panieri di beni minimi alimentari e non. Tale indicatore è duramente criticato dal Centro de Análisis Multidisciplinaria dell’Università Nazionale Autonoma del Messico, secondo il quale «la Canasta Alimenticia Recomendable [Paniere Alimentare Consigliato] costa 264 pesos giornalieri»21. Secondo l’INEGI (Instituto Nacional de Estadística y Geografía) l’informalità lavorativa urbana – ovvero la percentuale di popolazione che lavorando in un impiego informale non ha accesso allo stato sociale minimo, quali sanità e pensione – raggiunge il 46.1% a livello nazionale, mentre il 52.7% nella capitale federale. Gli occupati nel settore informale nelle principali città messicane – ovvero la percentuale di popolazione occupata che lavora in un impiego che utilizza risorse domestiche e/o familiari, ma che non si costituisce come impresa – sono il 26.5%, mentre solo a Città del Messico il 33.5%22.

    Per completare il quadro, insieme all’alta informalità, precarietà, disoccupazione e sottoccupazione è necessario menzionare il fenomeno del charrismo sindacale. Per charrismo si intendono i fenomeni di corruzione, corporativismo e sindacalismo patronale, che in Messico sono ampiamente diffusi nel contesto di una pressoché totale assenza di democrazia sindacale23. Lo testimoniano le svariate lotte portate avanti dagli operai delle maquilas del nord contro le stesse centrali sindacali considerate corrotte24. L’architettura istituzionale lavorista legittima, e di fatto legalizza, il sindacalismo charro. Uno dei fenomeni più significativi è quello dei “contratti di protezione patronale”: contratti collettivi aziendali firmati a nome dei lavoratori, di cui spesso i lavoratori sono all’oscuro, che hanno l’evidente ratio di salvaguardare esclusivamente gli interessi del capitale25. Altrove26 ho sostenuto la tesi che tale architettura composta da sindacati corrotti, istituzioni, leggi e capitale è una delle strategie dell’intensa industrializzazione per l’esportazione, avanzata nel nord del paese in funzione delle zone economiche speciali maquiladoras.
    Il salario di un rider di Rappi a Città del Messico varia in base alla domanda presente nella zona scelta per lavorare, al giorno in cui si è reso disponibile e al ranking personale – quindi il numero di consegne che riesce ad effettuare – e in base al livello raggiunto quindi la tipologia di servizi sbloccati. Ipotizzando che un rider di livello 1 lavori a tempo completo e faccia in media 6 consegne al giorno al valore base senza mancia, il suo salario giornaliero corrisponderebbe a 210 pesos (~10,5€, 2 volte il salario minimo), in linea con il 33,5% degli occupati che guadagna tra i 2651 e i 5301 pesos mensili, contro il 25,5% che guadagna da 0 a 2651 pesos27. I rider con più anzianità intervistati raccontano di raggiungere 500 pesos al giorno (~25€), che costituisce un salario 5 volte superiore al salario minimo. Per tutti i lavoratori e lavoratrici che lavorano nell’informalità, dal lavoro salariato informale, all’informalità del piccolo commercio e dei servizi, è praticamente inesistente l’accesso ad assicurazioni sanitarie pubbliche, fondi pensione e alla maturazione di ferie pagate. Ciò che ne risulta è un particolare impatto sul soggetto che si trova ad interpretare il lavoro nelle piattaforme e in Rappi, se non come un miglioramento delle condizioni di vita e lavoro (in alcuni casi può esserlo), come un’attività che non si discosta dalle condizioni di lavoro nel mercato informale, né dai livelli salariali di una fetta importante e centrale della popolazione occupata. Ci conferma tale distorsione, rispetto alla situazione colombiana, in maniera parziale e tendenziosa, Simón Borrero, uno dei tre fondatori di Rappi:

    Un salario minimo è di $5000 [pesos colombiani, ~1.30€]; un rappitendero guadagna una media di $12000 l’ora [~3.11€], quindi, mentre in Europa è comprensibile che l’argomento [delle piattaforme] stia infastidendo la società, perché si stanno approfittando della gente, volendo pagare meno del minimo, in Colombia le cose sono differenti, visto che, per esempio molti studenti o persone i cui ingressi non sono sufficienti, possono guadagnare con Rappi28.

    In realtà, ciò che permette alle piattaforme in America Latina di pagare un compenso misero ma accettabile – fatto che non si riproduce in tutti i paesi latinoamericani – è la gigante polarizzazione di classe dei consumi. Le classi popolari non partecipano, se non eccezionalmente, agli stessi consumi delle classi medio-alte o alte, e gli stessi punti di accesso al commercio risultano divisi: grandi mercati, mercati rionali e comida callejera (cibo di strada) per le classi popolari; supermercati, mercati dei quartieri upper class, ristoranti e consegne a domicilio per le classi medie e alte. Di conseguenza il costo del servizio è economico per la sfera dei consumi delle classi alte, mentre il salario a cottimo corrisposto al rider è accettabile nella sfera di consumo delle classi popolari.

    Consegnando a Sud
    A questo punto, è possibile approfondire l’apparato teorico utile per comprendere il fenomeno delle piattaforme. Il primo concetto latinoamericano che verrà presentato è quello di “neoliberalismo desde abajo” (dal basso) che Verónica Gago formula in La razón neoliberal. Si utilizzerà questo concetto stirandolo un po’, non per presentare direttamente il lavoro nelle e delle piattaforme, ma per tentar di dar conto del contesto socio-economico, ma soprattutto soggettivo, all’interno del quale le piattaforme si installano e che in una certa misura catturano. L’analisi di Gago si rivolge con perizia non al neoliberalismo come un insieme di politiche macroeconomiche attuate da grandi attori economici o statali, ma, in senso foucaultiano, come «una forma di governare attraverso lo stimolo delle libertà»29. Questo, a parte l’apparente contraddizione, diventa «una forma sofisticata, innovativa e complessa di dispiegare […], una serie di tecnologie, procedimenti e affetti che stimolano la libera iniziativa, l’autoimprenditorialità, l’autogestione e, anche, la responsabilità di sé»30. Una contraddizione estremamente presente e visibile nel lavoro di piattaforma che articola, alterna e contatta, in un apparente cortocircuito, la libertà discorsiva e, misuratamente, reale – riscontrabile, per esempio, nella flessibilità oraria – salvo generare un controllo eterodiretto, disciplinare ed algoritmico evidentemente importante. Probabilmente, anche su questa contraddizione si basa la difficoltà dell’applicazione categoriale, della rivendicazione politica e del riconoscimento soggettivo della subordinazione disegnata sul contrattualismo liberale.
    Considerando, quindi, il neoliberalismo come governamentalità possiamo dunque richiamare il suo carattere immanente a partire dal quale si «modulano le soggettività ed è provocato senza prima la necessità di una struttura trascendente ed esterna»31. Presentato tale concetto è possibile tracciare l’ipotesi secondo la quale le relazioni sociali attivate e mediate da algoritmi e piattaforme si installano grazie alla, già precedentemente richiamata, capacità “assiomatica del capitale”, che, nelle parole della antropologa argentina, «mette in rilievo precisamente la tensione tra una flessibilità e versatilità di cattura e di sfruttamento da parte del capitale»32. Ciò che si vuole dire è che l’installazione delle piattaforme di food delivery in America Latina, non prescinde, piuttosto cattura, tutta una serie di dinamiche, abitudini, saperi e calcoli che sono presenti nell’ampia e diffusa informalità esistente a Città del Messico. Sempre per continuare con Verónica Gago, là dove il disinvestimento sistematico da parte dello stato neoliberale obbliga i lavoratori ad assumersi i costi della propria riproduzione si «genera lo spazio per interpellare gli attori sociali attraverso l’ideologia del microimpresariato e dell’imprenditorialità»33 e si attiva una “pragmatica vitalista” che sovrappone calcolo, razionalità e pratiche comunitarie e popolari nell’anelo di un miglioramento personale o familiare. In sostanza, la “moltiplicazione del lavoro”, proposta da Mezzadra e Neilson34 – ovvero la colonizzazione di sempre più tempo di vita da parte del lavoro, la diversificazione del lavoro e la sua eterogenizzazione in termini di regimi sociali e giuridici della sua organizzazione – straripa (anche) nell’informalità35. La disoccupazione e il sottoimpiego spingono migliaia di persone e comunità metropolitane, per brevi periodi o per l’intera vita, a mobilitare risorse comunitarie e/o familiari per processi informali di autoimprenditorialità, con il fine di trarne un salario integrativo, o completo. L’orario produttivo si estende superando il concetto stesso di giornata di lavoro come unità basilare dell’analisi marxista; il salario complessivo si compone di varie piccole attività; la mancanza di programmi sociali estende il lavoro a frazioni biografiche, come l’infanzia e l’età anziana, al giorno d’oggi protette nel Nord Globale; si creano lavori là dove non vi era mercato… il lavoro si moltiplica. Ciò che è stato sin qua descritto non si limita ad essere una dinamica operativa esclusivamente in America Latina, ma lo è anche in strati del precariato metropolitano europeo. Quel che si sostiene è che le piattaforme in America Latina incontrano un contesto socioeconomico in cui la maggiore permeabilità delle frontiere tra formalità e informalità economica e una più radicale precarietà lavorativa generano un sottosopra rispetto alla prospettiva e percezione europea del lavoro di piattaforma.
    Insieme alle produttive osservazioni di Verónica Gago, propongo di inserire con un percorso inusuale, cioè tornando indietro nel tempo verso il marxismo latinoamericano eterodosso, il concetto di “supersfruttamento del lavoro”. La nozione nasce nel seno della Teoria della Dipendenza, una corrente di idee, una prospettiva d’analisi e un approccio che sorse negli anni ’60, la cui idea di sottosviluppo fu proposta in dialogo e opposizione alla teoria della modernizzazione di Rostow, in voga all’epoca. L’idea centrale che accomuna i “fondatori” Fernando Henrique Cardoso, André Gunder Frank, Theotônio Dos Santos, Vania Bambirra e Ruy Mauro Marini è che il sottosviluppo della periferia non è una fase dello sviluppo, ma piuttosto il risultato dell’espansione e dell’imperialismo del capitalismo centrale36. La teoria ebbe una grande importanza nell’opposizione alla visione storicista della lotta di classe, vista come fortemente legata agli stadi dello sviluppo capitalistico. Tra gli autori, Ruy Mauro Marini accettava e riprendeva il concetto di Frank di “sviluppo del sottosviluppo” come continuazione dipendente di un originale rapporto coloniale, ma arricchiva la prospettiva con le categorie di “subimperialismo” e di “supersfruttamento del lavoro”. Tralasciando in questa sede le criticità teoriche della rigida distinzione centroperiferia, per le quali rimando a «La frontiera come metodo»37, quel che è importante sottolineare è l’importanza che questo filone di studi ha avuto in America Latina, non solo intellettualmente, ma anche politicamente, nelle lotte contro l’imperialismo e il neocolonialismo. Ruy Mauro Marini, con la volontà di estendere la spiegazione della dipendenza alle relazioni sociali di produzione interne alle stesse economie periferiche teorizza, sfidando l’assioma marxista dell’equivalenza tra valore della forza lavoro e salario, il supersfruttamento del lavoro, come una peculiare modalità di produzione del plusvalore. Secondo tale concettualizzazione al lato di una marcata strategia di produzione di plusvalore assoluto attraverso l’estensione della durata della giornata lavorativa, a discapito dell’aumento della produttività tecnica del lavoro, si mira alla produzione di plusvalore eccezionale anche attraverso la riduzione del «consumo
    dell’operaio più del suo limite normale», ovvero attraverso l’«espropriazione di parte del lavoro necessario affinché l’operaio riproduca la sua forza lavoro»38. Concretamente attraverso un abbassamento del salario al di sotto del valore della forza lavoro.
    Perché ci interessa tale contributo? Stirando tale concetto, propongo di leggere la mobilitazione dei mezzi di produzione posseduti dal rider – nella fattispecie bicicletta, smartphone e piano dati – come l’espropriazione di una parte del fondo di consumo del lavoratore.
    Ne Il Capitale, Marx definisce il valore della forza lavoro separando i “bisogni naturali” (alloggio, nutrimento, vestiario), determinati «dalle peculiarità climatiche e delle altre peculiarità naturali dei vari paesi», dal «volume dei cosiddetti bisogni necessari», questi, «come pure il modo di soddisfarli» sarebbero «un prodotto della storia». I bisogni necessari dipendono «dalle abitudini e dalle esigenze fra le quali e con le quali si è formata la classe dei liberi lavoratori»39. Se assumiamo che la bicicletta, lo smartphone e l’acceso a internet – tra gli altri – sono beni che rientrano tra le necessità, abitudini e esigenze della classe lavoratrice, possiamo stabilire che essi fanno parte dei “cosiddetti bisogni necessari”, dunque il loro consumo da parte del lavoratore rientra nel valore della forza lavoro, dunque nel fondo di consumo del lavoratore. Come conseguenza, mobilitando il fondo di consumo del rider per il processo di lavoro, esso viene ingannevolmente fatto rientrare nella quantità di capitale fisso 40 necessario allo svolgimento del processo logistico e dunque messo a produzione, consumato. Detto in un’altra forma, viene espropriata una parte del fondo di consumo del lavoratore e messa a produzione in qualità di capitale fisso. Per tornare al concetto di Verónica Gago, le piattaforme si installano su un “neoliberalismo dal basso” che sviluppa e propende per un’autoimprenditorialità popolare, la quale mobilita fondi di consumo familiari o comunitari per la riproduzione proletaria – insieme a tutta una serie di abitudini, saperi e calcoli. La governamentalità neoliberale presente nel tessuto popolare si attiva e, sotto forma di autoimprenditorialità, permette l’espropriazione normalizzata di una parte del fondo di consumo del rider. Se consideriamo che le operazioni del capitale sempre più si concentrano sull’estrazione di valore (legate a doppio filo con dinamiche di esproprio) dalla riproduzione stessa della forza lavoro, ma non solo, potremmo azzardare che l’esproprio del fondo di consumo del lavoratore, nello specifico del lavoro di piattaforma, sia una delle forme che questo tipo di operazioni assume. Tuttavia, come evidenziano le esperienze di lotta che si stanno dando a livello planetario, il “rimosso del lavoro vivo”40 si ripresenta costantemente sotto forma di soggettivazioni lavorative e resistenze. Parimenti, credo sia interessante riaffermare anche la presenza dell’altro grande rimosso dalla narrazione della “rivoluzione digitale”: la materialità del capitale su cui scorrono e insistono i processi digitali, simbolici e cognitivi.

    Ritornando al contesto messicano, vorrei appena accennare a due esperienze di soggettivazione che si stanno dando a Città del Messico. Abbiamo visto alcune delle difficoltà che la lotta di classe e sindacale incontra: una consiste nella pauperizzazione e informalità dilagante che si basa su un neoliberalismo che isola e depotenzia la soggettività lavoratrice, l’altra nel charrismo che genera una sfiducia e una distanza verso l’organizzazione, il discorso e la pratica sindacale. Nonostante queste difficoltà, la razionalità logistica non agisce mai su un vuoto, e si sono viste nascere alcune iniziative di organizzazione dei rider. Da un lato, si è costituito il collettivo #NiUnRepartidorMenos, con l’obiettivo di denunciare l’insicurezza stradale che espone i rider a rischi enormi nel caos della megalopoli. Le sue azioni, tuttavia,mobilitano più l’identità del ciclista come tale, e manifestano una scarsa sensibilità rispetto alla questione della difesa dei diritti dei lavoratori. Di fatto l’identità (ciclista o lavoratore) sulla quale si basano le rivendicazioni collettive è uno dei punti algidi di confronto tra #NiUnRepartidorMenos e il nascente Sindicato de Repartidores de Aplicativos – SIRA, che invece, pur rifiutando ad oggi qualsiasi confronto conflittuale con le piattaforme, organizza assicurazioni sanitarie collettive in forma mutua ed ha la pretesa di difendere i rider dalle disconnessioni (che di fatto agiscono come veri e propri licenziamenti).

    Per concludere si può dire che, anche sospinta dalle proteste e dalle organizzazioni sindacali latinoamericane che stanno sorgendo proprio dai lavoratori di Rappi in altri paesi, anche in Messico, nonostante le difficoltà, la frazione di classe dei rider sta iniziando a emergere come soggetto sociale. Mentre il passaggio da una soggettivazione subalterna in favore di una soggettivazione politica antagonista41 è ancora tutto in divenire, l’esperienza comune del lavoro e dello sfruttamento, in senso thompsoniano42, riafferma, nella tendenza del lavoro vivo ad aggregarsi, la permanenza della classe nel divenire sociale neoliberale.

    1 V. DE STEFANO, The rise of the “just-in-time workforce”: On-demand work, crowdwork and labour protection in the “gig-economy”, Geneva, International Labour Office, 2016

    2 S. MEZZADRA – B. NEILSON, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale (2013), Bologna, Il Mulino, 2014.

    3 S. MEZZADRA – B. NEILSON, The politics of operations: excavating contemporary capitalism, Durham-London, Duke university press, 2019, p. 4. Trad. mia.

    4 Srnicek le definisce “lean” (snelle) per la loro capacità di offrire un servizio senza essere proprietarie del capitale fisso (iperterziarizzazione) e per basare la strategia aziendale sulla costante riduzione dei costi, anche attraverso l’abbassamento del costo del lavoro.

    5 N. SRNICEK, Capitalismo de plataformas, Buenos Aires, Caja Negra Editora, 2018, p. 82, trad. mia. Edizione italiana: Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web (2016), Roma, LUISS University Press, 2017. 41.

    6 M. MARRONE, Rights against the machines! Food delivery, piattaforme digitali e sindacalismo informale: il caso Riders Union Bologna, in «Labour & Law Issues», 5, 1/2019, p. 6.

    7 N. SRNICEK, Capitalismo de plataformas, pp. 46 – 49.

    8 Ivi, p. 4.

    9 M. PIRONE, Scatole nere e tempeste, passato e presente del capitalismo digitale, in «Zapruder», 46/2018, pp. 47-61.

    10 N. SRNICEK, Capitalismo de plataformas, p. 41.

    11 S. MEZZADRA – B. NEILSON, The politics of operations: excavating contemporary capitalism, p. 146. Trad. mia.

    12 M. PIRONE, Le nuove frontiere della valorizzazione. Logistica, piattaforme web e taylorismo digitale, http://www.euronomade.info/?p=8175, ultimo accesso 12 agosto 2019.

    13 S. MEZZADRA – B. NEILSON, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Bologna, il Mulino, 2014.

    14 D. OJEDA, “¿Por qué Rappi vale US$1.000 millones si genera pérdidas?”, in El Espectador , https://www.elespectador.com/economia/por-que-rappivale-us1000-millones-si-genera-perdidas-articulo-811192, ultimo accesso 12 agosto 2019.

    15 RAPPI, RappiFavor: qué es y todo lo que puedes pedir, «BlogRappi», https://blog.rappi.com/que-es-rappifavor/, ultimo accesso 14 agosto 2019. Trad. mia.

    16 G. TATIS – M.C. LARGACHA, Big data, la solución para las plataformas de domicilios. Bogotá, Colegio de Estudios Superiores de Administración – CESA-Pregrado en Administración de Empresas, 2017, pp. 25-26.

    17 AMAZON WEB SERVICES, INC., Caso práctico de Rappi, «Amazon Web Services (AWS)», https://aws.amazon.com/es/solutions/case-studies/Rappi/ ultimo accesso 17 ottobre 2019.

    18 T. P. VIZZÓN, Plataformas 1: Un click y no trabajás más, «YouTube», https://www.youtube.com/watch?v=EmB5_6ien0w, ultimo accesso 14 agosto Min. 2:46 – 3:26.

    TÉRMINOS Y CONDICIONES, consultato attraverso la applicazione SoyRappi in data 25/02/2019.

    20 Hours worked, «OECD Data», https://data.oecd.org/emp/hoursworked.htm, ultimo accesso 14 agosto 2019.

    21 CAM, Reporte especial 131: Lo que el gobierno de AMLO no dice al usar nuestras cifras sobre el poder adquisitivo del salario. Nada cambia por decreto, «CENTRO DE ANÁLISIS MULTIDISCIPLINARIO», https://cam.economia.unam.mx/reporte-especial-131-lo-que-el-gobierno-deamlo-no-dice-al-usar-nuestras-cifras-sobre-el-poder-adquisitivo-del-salarionada-cambia-por-decreto/, ultimo accesso 12 agosto 2019.

    22 INEGI (2019), Encuesta Nacional de Ocupación y Empleo, ENOE 2019 -1. https://www.inegi.org.mx/programas/enoe/15ymas/, ultimo accesso 11 agosto
    2019.

    23 Le principali centrali sindacali charras sono la CTM, CROC e CROM. Fanno invece eccezione la Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación – CNTE, alcune sezioni del Sindicato Minero, il Sindicato Independiente Nacional y Democrático de Jornaleros Agrícolas (SINDJA), il Sindicato de Trabajadores Unidos de Honda México – STUHM e la Nueva Central de Trabajadores – NCT, tra gli altri.

    24 P. MARINARO, “…Nuestra lucha es en contra del sindicato”. Una etnografía del antagonismo obrero al sindicalismo de protección patronal en México, «Revista de Estudios Marítimos y Sociales», 10/2016, 39-66.

    25 C. QUINTERO RAMÍREZ, Contratos de protección y flexibilidad laboral in I. GONZÁLEZ NICOLÁS, Auge y perspectivas de los contratos de protección, México, Fundación Friedrich Ebert, 2006.

    26 F. DE STAVOLA, Il lavoro nella fabbrica globalizzata: regime produttivo, conflitto e soggettività nella maquila di Monclova, Messico, Bologna, tesi di laurea non pubblicata, 2016.

    27 Encuesta Nacional de Ocupación y Empleo, Primer semestre 2018, «Insituto Nacional de Estadistica y Geografía», https://www.inegi.org.mx/programas/enoe/15ymas/ , ultimo accesso 12 agosto 2019.

    28 D. OJEDA, “¿Por qué Rappi vale US$1.000 millones si genera pérdidas?”, Trad. mia.

    29 V. GAGO, La razón neoliberal: economías barrocas y pragmática popular, Buenos Aires, Tinta Limón, 2015, p. 10.

    30 Ibidem

    31 Ibidem

    32 Ivi, p. 16.

    33 Ivi, p. 35.

    34 S. MEZZADRA – B. NEILSON, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro, cit.

    35 C’è da dire che Verónica Gago presenta l’informalità non come una alternativa negativa al legale, quindi periferica, ma affermativa e costitutiva, partendo dal suo carattere innovativo.

    36 Per una trattazione estesa e accurata: M. SVAMPA, Debates latinoamericanos: Indianismo, desarrollo, dependencia, populismo, Buenos Aires, Edhasa, 2016.

    37 S. MEZZADRA – B. NEILSON, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo.

    38 R. M. MARINI, Dialéctica de la dependencia (1973) in C. E. MARTINS (ed), América Latina, dependencia y globalización. Fundamentos conceptuales Ruy Mauro Marini, Bogotá, Siglo del Hombre – CLACSO, 2008, pp. 124-126. Traduzione mia.

    39 K. MARX, Il Capitale: critica dell’economia politica (1867), Torino, Editori Riuniti, 1975, p. 206.

    40 M. PIRONE, Scatole nere e tempeste.

    41 M. MODONESI, Subalternità, antagonismo, autonomia: Marxismi e soggettivazione politica (2010), Roma, Editori Riuniti, 2015.

    42 E. P. THOMPSON, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra (1968), Milano, Mondadori, 1969.

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  • 20 anos da IIRSA na América do Sul: quem está comemorando agora?

    20 anos da IIRSA na América do Sul: quem está comemorando agora?

    Por Alessandro Peregalli, Alexander Panez, Diana Aguiar, desde Le Monde Diplomatique Brasil

    Aquí el artículo en español.

    No dia 31 de agosto, faz 20 anos da criação da Iniciativa para a Integração da Infraestrutura Regional Sul-Americana (IIRSA). À primeira vista, parece uma história do passado. Uma iniciativa que, após sua criação e os “anos dourados” que se seguiram, parece ter “envelhecido mal” no atual cenário de crise política da região. No entanto, o enfraquecimento da coordenação regional por trás dos projetos da carteira da IIRSA não é sinônimo de perda de força no avanço da agenda de infraestrutura na América do Sul. Um exemplo disso é que atualmente vários governos têm apontado as grandes infraestruturas como uma das possibilidades de “reativação econômica” após as consequências da pandemia. Por ocasião do aniversário, faz sentido aproveitar a data para relembrar a história desses 20 anos do surgimento da IIRSA, analisando o que mudou e o que permanece

    Origem e história da IIRSA

    A ideia da IIRSA nasceu em abril de 1998, durante a cúpula da Organização dos Estados Americanos (OEA) em Santiago do Chile, como uma necessidade de criar um plano de reorganização territorial que fosse funcional à Área de Livre Comércio das Américas (ALCA). A ALCA era o plano dos Estados Unidos para transformar todo o Hemisfério Ocidental em uma imensa zona de livre comércio, inspirada no Acordo de Livre Comércio da América do Norte (Nafta). Na ocasião, os chefes de Estado decidiram confiar ao Banco Interamericano de Desenvolvimento (BID) a formulação de um projeto, que finalmente foi apresentado por ocasião de uma nova cúpula de presidentes, desta vez apenas da América do Sul, convidados a Brasília pelo ex-presidente brasileiro Fernando Henrique Cardoso, em 31 de agosto de 2000. Nos planos dos países participantes, e dos gestores do BID e da Corporação Andina de Fomento, a integração da infraestrutura serviria como facilitadora, a base material do impulso comercial transnacional, permitindo baratear o custo de transporte das matérias-primas a serem exportadas da região para os mercados do Norte.

    Nos cinco anos seguintes, o panorama político sul-americano foi atingido por fortes terremotos. Na Bolívia, um grande ciclo de mobilizações indígenas e populares terminou com a derrubada de governos neoliberais e a eleição de Evo Morales à presidência. Na Argentina, a crise da dívida e a revolta “piquetera” de 2001 encerraram uma década de saques e privatizações. No Equador, também houve mobilizações populares que depuseram o presidente Lucio Gutiérrez, enquanto na Venezuela as massas em Caracas reverteram um golpe contra Hugo Chávez. Naqueles anos, em muitos países da América do Sul, forças políticas de esquerda e centro-esquerda chegaram ao governo, como com as eleições do presidente Lula da Silva no Brasil em 2002 e Nestor Kirchner na Argentina em 2003. Esses eventos acabaram enfraquecendo a iniciativa norte-americana dirigida à América do Sul e possibilitou o cancelamento da ALCA na Cúpula das Américas em Mar del Plata, em novembro de 2005.

    No entanto, os desenhos dos projetos IIRSA não foram alterados, nem tiveram seu escopo reduzido. Pelo contrário, a década de 2005 a 2015 foi o período de maior desenvolvimento da iniciativa, quando houve um aumento de quase 100% no número dos projetos, passando de 335 para 562 (dos quais, até hoje, 160 foram concluídos), e quando, em 2009, foi incluído no Conselho Sul-Americano de Infraestrutura e Planejamento (COSIPLAN) da UNASUL, o novo bloco regional que veio a ser constituído sob a liderança do Brasil de Lula da Silva. Porém, para além da retórica neodesenvolvimentista e da integração soberana a ela associada, pouco ou nada mudou nos propósitos dos corredores da IIRSA, que continuaram reproduzindo lógicas de exportação de commodities minerais, energéticas e agroalimentares, levando a uma dependência cada vez mais problemática das economias regionais, não apenas em relação aos países do Norte, mas sobretudo em relação à China.

    Nesse período, o papel do Brasil foi fundamental, permitindo a execução de muitos projetos vinculados ao plano. Essa liderança se deu graças a uma política de forte impulso financeiro por meio de seu banco de fomento, o BNDES, a uma nova carteira de obras nacionais (o Programa de Aceleração do Crescimento – PAC, criado em 2007) e a uma política de internacionalização de grandes empreiteiras brasileiras (Odebrecht, Camargo Corrêa, Andrade Gutiérrez, etc.). Ao mesmo tempo em que centralizava a viabilização financeira dos projetos, o Brasil bloqueou diversas propostas de formação de uma Nova Arquitetura Financeira Regional – liderada pelos países da Aliança Bolivariana para os Povos da Nossa América (ALBA) -, que visavam reduzir a dependência da região em relação ao dólar e constituir o Banco do Sul, para o financiamento dos projetos por meio de um banco regional. O banco foi criado, mas não teve suas funções consolidadas.

    As obras da IIRSA se articulam em torno de 10 eixos de integração ou desenvolvimento, que atravessam toda a América do Sul de norte a sul e do Atlântico ao Pacífico. Fazendo um balanço geral de seus impactos territoriais, um estudo do Laboratório de Estudos de Movimentos Sociais e Territorialidades da Universidade Federal Fluminense revelou que a IIRSA afeta diretamente o modo de vida de 664 comunidades indígenas, 247 comunidades camponesas, 146 comunidades quilombolas e 139 comunidades tradicionais, além de um amplo espectro de ecossistemas de grande biodiversidade. São muitos os casos de conflitos abertos contra as obras da IIRSA, como a mobilização indígena em defesa do parque natural TIPNIS na Bolívia, a greve dos operários da construção da barragem de Jirau, na Amazônia brasileira, ou o repúdio gerado no Equador em torno do superfaturamento de obras executadas pela Odebrecht.

    Documentário “IIRSA, Infraestrutura da Devastação”, por Coordinadora Antiirsa
    Rearranjos geopolíticos e incertezas regionais

    Desde 2015, a IIRSA vive uma situação de crescente incerteza. A queda dramática dos preços das commodities reduziu a capacidade dos bancos regionais ou nacionais de financiar a construção de infraestruturas, levando a uma maior abertura na governança da iniciativa aos atores extrarregionais e especialmente ao Banco de Desenvolvimento chinês. Por outro lado, a guinada nos governos de muitos países da região para a direita desfez o arcabouço institucional da UNASUL, enfraquecendo a coordenação regional e destruindo qualquer intenção de integração – por mais limitada que fosse. Embora todos os governos recentes tenham demonstrado dar importância à infraestrutura como possibilidade de atração de investimentos, suas políticas nos últimos anos se limitaram à privatização de ativos existentes. Por fim, a Operação Lava Jato no Brasil também afetou sobremaneira as empresas que, em grande medida, implementavam a construção da chamada “integração regional”.

    Atualmente, há muitas incertezas sobre a permanência e o sentido da IIRSA. Seu site oficial não é atualizado desde 2017 e o COSIPLAN deixou de funcionar como conselho em 2019. No entanto, e para além das disputas políticas regionais, nos parece claro que o “estado de saúde” dos projetos da iniciativa vai depender da existência de capitais que possam financiá-los. Compreendendo isso, o fim do COSIPLAN não equivale à morte das obras da IIRSA. Prova disso é a validade que continuam tendo nas agendas nacionais importantes projetos da carteira da iniciativa, como o Túnel Transandino de Água Negra, entre a província argentina de San Juan e Coquimbo, no Chile, ou a rodovia BR-163 entre Sinop-MT e Itaituba-PA, no Brasil.

    Estamos em um momento de crise e de rearranjo de forças geopolíticas. Apesar da renovação da aliança de vários países da região com os Estados Unidos, é provável que seja a China quem tenha capacidade e interesse para investir na infraestrutura logística da região. De fato, empresas deste país já conquistaram concessões rodoviárias, portuárias e ferroviárias em trechos estratégicos da IIRSA, como a rodovia Riberalta-Rurrenabaque, na Bolívia, e manifestaram interesse em acessar os leilões anunciados de outros empreendimentos, como a Ferrovia da Integração Oeste-Leste (Fiol) no Brasil. O Investimento Estrangeiro Direto do gigante asiático para o subcontinente está em constante aumento, enquanto países como Uruguai, Equador, Venezuela, Chile, Bolívia e Peru já aderiram ao novo programa logístico Iniciativa do Cinturão e Rota (Belt and Road Initiative – BRI), popularmente conhecido como Nova Rota da Seda. O próprio governo brasileiro, eleito usando um discurso sinofóbico e que se recusou a aderir ao programa, parece estar aberto a uma abordagem pragmática: na última Cúpula do BRICS em Brasília, em novembro de 2019, o presidente brasileiro e seu homólogo chinês (Xi Jinping) anunciaram a intenção de “alinhar” o BRI ao Programa de Parcerias de Investimento – PPI do Brasil. Diante disso, um cenário possível é que a própria IIRSA seja subsumida aos tentáculos desse gigantesco plano chinês.

    Hoje, diante da pandemia de Covid-19, as discussões sobre a reativação econômica na América Latina incluem grandes projetos de construção de infraestrutura. Exemplo disso é o plano de “recuperação econômica” anunciado pelo governo de Sebastián Piñera no Chile, que conseguiu um investimento público extra de 2,89 bilhões de dólares em projetos de infraestrutura. Na mesma linha, o Pro-Brasil, iniciativa da ala militar do governo brasileiro tem por objetivo injetar novos recursos públicos na infraestrutura e que, apesar dos dogmatismos de austeridade fiscal do ministro Paulo Guedes, acaba de garantir 6,5 bilhões de reais no orçamento público para obras.

    Como em outros tempos de crise econômica profunda, a infraestrutura é vista como salvação, fluxo de dinheiro em movimento, retornos financeiros lentos, mas seguros – desde que o Estado assuma os riscos dos investidores, ou seja, os riscos são públicos, os benefícios são para poucos. A justificativa de “reanimar” a economia e criar empregos buscará ser um consenso absoluto, que gere apoio transversal nas forças políticas do establishment. Porém, passados ​​20 anos da criação da IIRSA, vale a pena perguntar a que interesses respondem esses megaprojetos e o que significa exatamente o “progresso” que afirmam acarretar. Nessas duas décadas de forte impulso por infraestrutura, proporcionalmente, pouco foi realmente destinado à melhoria dos serviços básicos e universais (transporte urbano, estradas vicinais entre comunidades rurais, escolas, postos de saúde pública, infraestruturas menores e descentralizadas) e nada foi feito para aumentar a complementaridade produtiva da região, reduzindo a dependência da exportação de commodities. Embora muito dinheiro público tenha sido investido para conectar enclaves, portos e zonas francas, e para criar rotas ao longo das quais a fronteira da mineração e do agronegócio vai se expandindo, deixando em seu rastro espoliação, florestas derrubadas e terra arrasada.

    Alessandro Peregalli, doutorando em Estudios Latinoamericanos na Universidad Nacional Autónoma do México.

    Alexander Panez, Doutor em Geografia pela Universidad Federal Fluminense e pesquisador na Universidad del Bío-Bío, Chile

    Diana Aguiar, Doutora em Planejamento Urbano e Regional pela Universidade Federal do Rio de Janeiro.