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  • Sulle frontiere del capitale: la disputa per i mercati a Città del Messico

    Sulle frontiere del capitale: la disputa per i mercati a Città del Messico

    Pubblichiamo il capitolo di Gianmarco Peterlongo presente nell’ebook Logistica e America Latina, coordinato da Into the Black Box. In fondo video dell’intervento di Peterlongo alla conferenza di giugno 2019 a Bologna.

    L’articolo fornisce un’immersione in un contesto specifico, Città del Messico. A partire dall’evoluzione dei mercati e dei flussi di merci nella capitale fin dall’epoca preispanica, viene brevemente illustrato un imponente piano di riqualificazione del più grande mercato della città, La Merced, per poi osservare la materialità dell’organizzazione della logistica del mercato stesso grazie a due figure di lavoratori informali: i parcheggiatori abusivi (franeleros) e i facchini (diableros). L’economia informale, che in Messico impiega più della metà del totale dei lavoratori, diventa territorio privilegiato per osservare fenomeni che stanno sulle frontiere del Capitale, e che esprimono un tipo di pratiche economiche ‘barocche’, che mescolano logica del profitto e solidarietà comunitaria.

    Breve storia dei mercati a Città del Messico

    Città del Messico vanta il centro storico più esteso dell’America Latina: è sede del potere politico, della maggior parte degli edifici amministrativi e di una gran quantità di monumenti e palazzi storici, è espressione della cultura nazionale, è il palcoscenico delle proteste dei movimenti sociali ed è polo di attrazione per il turismo nazionale e internazionale. Una grossa fetta del centro storico occupa esattamente il sito dove sorgeva Tenochtitlán, il centro dell’impero azteco dal XIV secolo fino alla Conquista spagnola e alla sconfitta che Hernan Cortés inflisse a Moctezuma nel 1521. L’area della capitale azteca comprendeva approssimativamente 300 mila abitanti, un numero enorme confrontato con le città medievali europee dello stesso periodo.
    La città era costruita per favorire la partecipazione collettiva ai rituali e alle cerimonie religiose: la piazza centrale di Città del Messico, conosciuta come zócalo, era già dai tempi degli aztechi il cuore della vita sociale, religiosa ed economica. Albergava un grande mercato all’aperto che serviva da punto focale per lo
    scambio di prodotti e mercanzie di ogni tipo, attraendo masse da località vicine e lontane. Dopo l’arrivo degli spagnoli nel 1521 la città venne ricostruita dai conquistadores seguendo il tipico sistema rettangolare a griglia, edificato letteralmente sopra l’insediament o mexica.1
    Il significato simbolico del centro azteco fu definitivamente alterato, perché la volontà di dominio della corona spagnola passava innanzitutto per l’annientamento delle culture da colonizzare: così, il Templo Mayor, il luogo di culto principale dei mexica che si affacciava proprio sul zócalo fu interamente demolito e con le sue stesse pietre venne edificata la cattedrale cattolica che ancora oggi domina la piazza. La stessa sorte toccò a quasi tutti i templi degli aztechi, che vennero presto
    rimpiazzati da chiese, conventi e altri edifici coloniali, e al palazzo di Moctezuma, ristrutturato e convertito in quello che oggi è il Palazzo Nazionale, sede del primo parlamento messicano e oggi del presidente López Obrador. Ben presto, oltre a costruire case, conventi e cattedrali, gli Spagnoli iniziarono anche a occuparsi di disciplinare e dare ordine alla confusione del commercio degli indigeni, nonché di allontanarli dalle zone centrali per lasciarle disponibili alla nuova borghesia coloniale.
    Ci sono diverse testimonianze scritte dai conquistadores di fronte all’abbondanza e alla grandezza dei mercati aztechi, in particolare all’arrivo a Tenochtitlán abbiamo alcune importanti fonti scritte che descrivono il mercato di Tlatelolco. Una delle prime memorie di Hernan Cortés quando giunse nella capitale azteca è la sua
    grande meraviglia e il suo enorme stupore di fronte alla miriade di prodotti, colori e sapori che riempivano i tianguis2 della città.
    Nella seconda relazione ufficiale che inviò al sovrano spagnolo Carlo I, Cortés scrisse a proposito di Tenochtitlán e del suo principale mercato:

    «Ha questa illustre città assaissime piazze, dove continuamente fanno i loro mercati e traffichi per vendere e comprare. È nella medesima città una piazza dove ogni dì si veggono più di sessantamila uomini vendere e comprare, dove si trovano tutte le sorti di mercanzie che si possono trovare in quelle provincie, e per mangiare e per vestire. Vi si vedono cose d’oro, d’argento, di piombo, di rame, d’ottone, di gioie, d’ossi, di conchiglie, di coralli, e lavori fatti di penne. Vi si vende calcina, pietre
    lavorate e non lavorate, mattoni crudi e cotti, legni puliti in vari modi e non puliti. Evvi una contrada nella qual si vendono tutte le sorti di uccelli che uccellando si pigliano […]. Vi sono contrade da vendere erbe, e sonvi tutte l’erbe e radici medicinali che nascono in tutta la provincia. Vi sono luoghi da vender medicine, sì di quelle da prender per bocca, come d’unguenti e d’empiastri. Vi sono barberìe, dove gli uomini si fanno lavare la testa e si fanno radere. Vi sono anco abitazioni dove con pagamento si riducono a mangiare e a bevere. Vi sono vari frutti, tra’ quali sono le ciriegie, le susine, che sono similissime a quelle di Spagna […]. In dette piazze vendono ciò che nasce e cresce in quelle provincie. Le quali cose, oltre quelle che ho detto, son tali e sì diverse che per la lunghezza e perché non mi ricordo de’ lor nomi non le racconterò. E ciascuna sorte di mercanzia ha la sua propria ruga, senza
    mescolamento di altre merci, e in questo tengono ottimo ordine».
    (Hernan Cortés, Seconda Relazione al Re di Spagna Carlo I. 30 ottobre 1520)3.

    Un’altra testimonianza diretta della ricchezza dei mercati della capitale azteca giunge ai giorni nostri grazie ai diari tenuti da un ufficiale di Cortés, Bernal Díaz del Castillo, ricordato come il principale cronista della conquista del Messico, che racconta le impressioni e la grande varietà di prodotti presenti nel mercato di
    Tlatelolco:

    «Intanto Cortés, accompagnato dai suoi capitani e soldati, tutti armati e molti a cavallo, arrivò nella gran piazza di Tatelulco; e restammo tutti meravigliati nel vedere la gran moltitudine di gente e l’abbondanza di mercanzie. Quel mercato conteneva tutti i prodotti che si possono trovare nella Nuova Spagna, esposti alla maniera che si usa nelle fiere di Medina del Campo, da dove vengo io: i banchi sono allineati, e divisi per qualità di merci, e ogni merce ha il suo settore particolare. Da una parte c’erano mercanti d’oro, d’argento, di pietre preziose, di piume e di
    stoffe, e dall’altra mercanti di schiavi, che ci pareva d’essere dove i portoghesi vendono i negri della Guinea; e i poveri indiani erano tutti legati con collari a lunghi bastoni, perché nessuno fuggisse. Poi c’erano mercanti di tessuti più ordinari, di cotone e di filo ritorto. […] Un mercato immenso, insomma, che si estendeva per tutta la grande piazza e le viuzze intorno». (Bernal Díaz del Castillo, Historia Verdadera de la Conquista de la Nueva España, 1517-1521)4.

    La gestione dei flussi di merci e dell’organizzazione dei commerci divenne presto una priorità per gli spagnoli nel Nuovo Mondo. A partire dalla colonizzazione delle Americhe, la storia dei mercati della capitale messicana è fatta di continui
    ricollocamenti, ammodernamenti e processi di disciplinamento dello spazio che si sono susseguiti nei secoli, fino ai giorni nostri. La produzione di spazio per gli interessi di circolazione delle merci non è una novità solo delle fasi di capitalismo avanzato. Il mercato azteco di Tlatelolco fu sostituito nel XVII secolo con il mercato di San Juan, edificato nei pressi dell’odierna Alameda Central.5 A quel tempo molti commercianti popolavano e animavano quotidianamente lo zócalo e le strade centrali della città, cosicché le autorità politiche iniziarono a prendere provvedimenti al fine di regolare e ordinare la gran quantità di scambi commerciali. Nel 1703 viene inaugurato il Parián, una sorta di recinto commerciale edificato nel zócalo di fronte alla cattedrale, e nel 1792 il mercato del Volador, costruito in legno
    su un’altra piazza del centro storico. La posizione del Volador fu scelta dal marchese di Sonora Josè de Glavez y Gallardo e occupava una porzione di circa otto mila metri quadri, costituendo uno dei principali centri di commercio della Nuova Spagna,
    nonché una delle prime grandi opere realizzate dai conquistadores. Tale grande mercato deve il suo nome al rito del sole dei Voladores aztechi, oggi conosciuti come Voladores di Papantla. Entrambi i mercati furono in seguito demoliti per volere del governo: il Parián fu raso al suolo nel 1843 per obbedire a un nuovo senso estetico che si voleva dare alla piazza principale della città, mentre il Volador resistette ancora fino all’inizio del ‘900. Il mercato de La Merced, nato nella seconda metà dell’800 divenne allora il mercato principale della città. La Merced nacque sulle ceneri dell’omonimo convento cristiano, quasi interamente distrutto per far posto a una piazza di commercio dove collocare e riordinare gli ambulanti e i commercianti dei tianguis all’aperto del centro storico. Il problema del commercio ambulante divenne una priorità nell’agenda politica già durante il XIX secolo. La piazza restò all’aperto per quasi vent’anni fin quando nel 1880 fu dato l’ordine di costruire un mercato coperto con tetto in lamina e struttura in ferro. Il mercato crebbe e prosperò grazie alla sua posizione privilegiata nella città e per gli intensi scambi con le zone rurali.
    Nel 1900 La Merced era considerata il mercato più importante della città, oltre che quello che apportava maggiori ingressi fiscali al governo. Intorno al mercato iniziò anche a proliferare il commercio informale, che in pochi decenni giunse a occupare
    tutte le strade del quartiere, districandosi intorno a più di cinquanta isolati. Negli anni ‘50 il governo messicano promosse un massiccio piano di riqualificazione delle zone commerciali, ordinando la costruzione o l’ammodernamento di più di ottanta
    mercati della città. A La Merced il governo decise la costruzione di un nuovo mercato, eredità di quello odierno, costituito da due grandi navi e altri mercati coperti, che venne inaugurato nel 1957.
    In breve tempo la zona si saturò di commercio informale nelle strade adiacenti e i problemi legati alla viabilità, all’accesso ai mercati e alla logistica spinsero il governo di Città del Messico a costruire un nuovo mercato ortofrutticolo all’ingrosso per la
    metropoli, che fino a quel momento era costituito da La Merced.
    Così nel 1982 venne inaugurata nella periferia orientale della delegazione Iztapalapa la Central de Abasto, uno dei mercati ortofrutticoli più grande al mondo che occupa una superficie di circa 350 ettari, con il tentativo di spostare il commercio all’ingrosso lontano dal centro cittadino della capitale. Nonostante
    la costruzione della Central de Abasto abbia avuto un impatto negativo sul quartiere, svuotandolo inizialmente di parte dei commerci e lasciandolo all’abbandono, col passare del tempo La Merced non perse comunque la sua importanza, continuando ad essere tutt’oggi uno dei mercati più estesi dell’intera America Latina, né perse le migliaia di ambulanti e commercianti informali
    che continuano a popolare le aree adiacenti.

    Il mercato de La Merced e il Plan Maestro

    Per qualsiasi abitante di Città del Messico La Merced è sinonimo di commercio. Insieme al quartiere di Tepito, situato non lontano nella parte settentrionale del centro, La Merced è il cuore commerciale della città, e fin dall’epoca precoloniale costituisce una porta di accesso per le merci al cuore della capitale. Non esiste prodotto che non si possa trovare a ‘La Meche’, come di solito viene chiamata in gergo: frutta, ortaggi e verdura, legumi, cereali, carne e formaggi, indumenti, accessori, uniformi e scarpe, tessuti, cancelleria e prodotti di bellezza, ferramenta, prodotti per la pulizia e articoli per la casa, mobili e cucine, biciclette, l’area dei cellulari e dell’hi-tech, odori e cibi cotti di ogni provenienza, musica e cd pirata in vendita ovunque, mercati delle pulci e bancarelle dell’usato, la strada delle sex workers e quella dello spaccio, la zona delle spezie e delle erbe medicinali, nonché una schiera di commercianti ambulanti che girano senza tregua offrendo beni di ogni tipo. Il successo della storia de La Merced è anche dovuto a una grande varietà di migrazioni che per motivi innanzitutto commerciali hanno interessato la zona. Dapprima, a cavallo tra XIX e XX secolo, furono soprattutto i commercianti
    libanesi, armeni, ebrei e spagnoli a insediarsi a La Merced, aprendo proprie botteghe e negozi. Anche le migrazioni interne hanno favorito non poco la crescita del quartiere: tante e diverse etnie indigene messicane, tra cui triquis, mazahuas e purépechas, hanno contribuito a rendere La Merced uno dei quartieri più ricchi
    per quanto riguarda la diversità culturale e la salvaguardia delle tradizioni ancestrali degli indigeni a Città del Messico. Ancora oggi La Merced è il bacino di accoglienza per chi si sposta dalla campagna alla città e un’area di incredibile vitalità economica
    informale, che perciò può ancora offrire facili opportunità di lavoro e sistemazioni a buon prezzo nelle decadenti vecindades6 della zona. Anche per questo motivo è considerato uno dei quartieri popolari per eccellenza della capitale messicana. La
    Merced fa parte di quella bazaar economy composta da 329 mercati pubblici coperti e 1303 mercati all’aperto, detti tianguis, della capitale messicana che rappresentano la principale fonte di approvvigionamento della metropoli e che danno lavoro a più di 250 mila persone. Il mercato de La Merced come lo conosciamo oggi consta la presenza di undici mercati suddivisi prevalentemente in base ai prodotti offerti: Nave Mayor e Nave Menor, il Mercato dei Fiori, Mercato della Comida, Mercato Ampudia dei dolci, il Paso a Desnivel dedicato all’artigianato,
    Merced Banquetón, Anexo, Mercato Celia Torres e Naranjeros, Piazza Commerciale Merced 2000 e, infine, Piazza San Ciprián.A questi andrebbe aggiunto anche il celebre mercato di Sonora, dove si possono trovare oggetti religiosi, materiali per la
    stregoneria, piante e animali, che spesso non viene menzionato come parte integrante de La Merced nonostante si trovi in perfetta continuità territoriale con gli altri mercati. Si calcola che siano presenti in tutta La Merced più di otto mila intestatari di posti fissi di commercio nei mercati al coperto e nei corridoi commerciali e altrettanti commercianti informali nelle strade adiacenti. I dati
    forniti dal Fideicomiso del Centro Historico de la Ciudad de México (2013)7
    indicano che siano circa 40 mila le famiglie che vivono del commercio formale de La Merced – e probabilmente altrettante di quello informale – mentre calcolano un’affluenza giornaliera di circa 250 mila persone durante la settimana, 500 mila il venerdì e tra le 750 mila e il milione di persone durante il sabato, giorno di massimo afflusso ai mercati. I dati sulla presenza del lavoro informale a La Merced sono per ovvie ragioni soltanto parziali e di difficile rilevazione: si consideri in ogni caso che gli ultimi dati dell’Istituto di Statistica Messicano (2018) stimano che il 57% dei lavoratori nel paese è impiegato nel settore informale, e che di questo la fetta più grossa (33%) è costituita dal commercio informale.8 L’attuale configurazione fisica dello spazio del mercato de La Merced è stata segnata negli anni ’50, oltre che dalla costruzione delle cosiddette ‘navi’ inaugurate nel 1957, anche dalla realizzazione della circonvallazione voluta dal governo per facilitare la viabilità nel centro città, che oggi rappresenta una barriera fisica e simbolica tra due parti, orientale e occidentale, della città vecchia. Le scelte politiche successive portarono a una progressiva frammentazione del quartiere e a una forte differenziazione socioeconomica ben visibile oggi tra La Merced ricca, quella del barrio antico, inclusa nel ‘perimetro A’ del centro storico ad ovest della circonvallazione, e La Merced povera, quella intorno ai mercati, appartenente invece al ‘perimetro B’ più esterno. È proprio questo secondo perimetro che contiene i mercati che negli ultimi anni è interessato da un radicale ed ambizioso piano di riqualificazione della zona che, oltre a un imponente riammodernamento degli spazi e delle strutture, intende innanzitutto rimuovere il commercio informale dalle strade per ‘liberare’ ogni ostacolo alla valorizzazione immobiliare, turistica e culturale del quartiere. Il “Plan Maestro de Rescate Integral de La Merced”9 (Piano di Recupero Integrale de La Merced) viene presentato alla stampa alla fine del 2013, con un programma d’intervento che si propaga fino al 2030. A grandi linee vengono esplicitati gli obiettivi generici da seguire:

    «Fare del mercato un oggetto di rivitalizzazione urbana; seguire un modello sostenibile, ottenendo un equilibrio ambientale; riconnettere il mercato con i quartieri adiacenti; migliorare l’immagine, la mobilità, la sicurezza e il funzionamento del mercato; valorizzare il patrimonio storico e architettonico de La Merced; spingere la crescita economica; incentivare il turismo» [trad. mia].10

    Ciò che invece si evince di concreto a partire da un’analisi del progetto è, fondamentalmente: la pedonalizzazione di alcune aree e lo sgombero di gran parte degli insediamenti del commercio informale; la dotazione di un nuovo arredo urbano, con aree verdi, impianti fotovoltaici e illuminazione al led; la riorganizzazione dei trasporti nella zona e degli accessi logistici per le merci;
    l’omologazione estetica dei mercati, la ristrutturazione degli edifici decadenti e l’apertura al mercato immobiliare; la creazione di un imponente centro gastronomico rivolto al turismo internazionale e la costruzione di una nuova imponente piazza nel cuore de La Merced dotata di un enorme parcheggio sotterraneo.
    Il piano di riqualificazione prosegue, tanto a livello geografico, quanto a livello politico, l’azione del governo locale che a partire dai primissimi anni del 2000 è impegnato a trasformare la connotazione fortemente popolare del centro storico cittadino, per valorizzarlo da un punto di vista turistico, commerciale, culturale
    e immobiliare. La graduale espulsione dal centro delle classi popolari e delle aree di commercio informale è stata dichiaratamente ispirata alle politiche della ‘tolleranza zero’ dell’ex-sindaco di New York Rudolph Giuliani11 e ha permesso ’arrivo di massicci investimenti di capitale. A La Merced, come era già avvenuto per l’area del centro che circonda lo zócalo, di fronte a un’area presentata come pericolosa e con gravi problemi legati alla sicurezza e all’igiene, si sviluppa un discorso revanscista da parte delle istituzioni che si traduce in una volontà di rivincita quasi messianica di fronte al degrado della zona. Lo stesso lessico utilizzato nei programmi di trasformazione urbana riflette tale atteggiamento: si parla di ‘riscatto’, ‘salvataggio’,
    ‘recupero’, ‘rivitalizzazione’ de La Merced, come si trattasse di un corpo malato che ha bisogno di cure, o, peggio, come di un cancro che va rimosso in quanto impedisce il pieno sviluppo della zona. Nei discorsi istituzionali e mediatici, il commercio
    informale era ed è considerato il diretto colpevole del deterioramento e del degrado e viene etichettato spesso come il problema più urgente da risolvere nel centro della città.12 Infatti, come sottolineano diversi autori, le politiche del displacement si traducono in politiche che adottano l’uso della violenza, tanto fisica quanto simbolica, per espellere ed allontanare pratiche e soggettività non desiderate da spazi urbani considerati fondamentali per la valorizzazione della città, sradicando così le espressioni culturali della povertà dai centri urbani.13

    Una frontiera del Capitale

    Grazie alla breve ricognizione storica sulla gestione dei commerci che apre il testo, si può affermare che i mercati siano un’importante risorsa, innanzitutto fiscale, tanto per la Corona Spagnola, quanto poi per i governi messicani e oggi per le
    operazioni del capitale. Lo stesso uso del termine mega-proyecto (mega-progetto) per La Merced, indica che attorno al Plan Maestro si gioca una partita saliente per i processi di accumulazione ed espansione del capitale. Alcuni autori sottolineano che l’obsolescenza fisica, funzionale o economica dei mercati non sia affatto un processo naturale.14 L’idea stessa di un ‘ciclo naturale di vita’ dei mercati produce numerose conseguenze: legittima discorsi sulla decadenza e sull’ammodernamento degli spazi, favorendo le forme di distribuzione della GDO e attraendo investimenti privati per progetti ad alta profittabilità; naturalizza processi di spoliazione e
    privatizzazione e assume quindi la dimensione di un processo programmato di distruzione creativa, che nell’attuale fase del capitalismo è essenziale a procurare nuovi spazi di accumulazione. Come ha recentemente sottolineato Saskia Sassen,15 all’interno delle aree urbane i meccanismi di espulsione vengono spesso mascherati da interventi di ammodernamento e ristrutturazione, mirando a conquistare sempre nuovi spazi di accumulazione. Pertanto, nell’insieme è possibile connotare La Merced come una frontiera del capitale, una frontiera non in senso geopolitico, ma in senso simbolico ed epistemologico. É utile far ricorso al termine “frontiere del capitale” così come concettualizzato da Mezzadra e Neilson, proprio per cogliere
    l’essenziale tendenza espansiva che caratterizza l’azione del capitalismo dal punto di vista della produzione dello spazio.16 Il confine, inoltre, diventa anche un punto di vista epistemologico, uno spazio di frontiera nel senso di un margine da cui osservare la realtà, i flussi di merci e persone che lo abitano e attraversano, i dispositivi di inclusione ed esclusione che caratterizzano le operazioni del capitale.17
    In tal senso il confine può diventare il Metodo con il quale interpretare la realtà, ovvero un punto di partenza privilegiato per una comprensione esaustiva della realtà sociale, delle dinamiche espansive e spaziali del capitale, dei processi di espulsione che sempre più caratterizzano la contemporaneità. Utilizzare la frontiera come metodo permette dunque di osservare come le reti di economie popolari e informali, come La Merced, siano sempre più assunte e sussunte da capitale e finanza come terreno essenziale di espansione per le proprie operazioni.18 Tali spazi economici popolari e informali, da un lato costituiscono una frontiera in costante ampliamento per l’espansione del capitale – che fa della cooperazione sociale e delle sfere informali di vita del materiale grezzo da cui estrarre valore – dall’altro possono essere definiti come bordersland, ovvero spazi di intersezione costituiti in termini di discontinuità,19 spazi interstiziali in cui possono convivere forme di sfruttamento e di solidarietà sociale, e che sono pertanto simili a quelle che Veronica Gago ha descritto come Economie Barocche, in
    riferimento al mercato informale de La Salada nella periferia di Buenos Aires, e alle pratiche dei commercianti che mescolano azioni solidali legate alla reciprocità a forme di neoliberalismo dal basso. Come sostengono diverse studiose nel contesto latinoamericano,20 i processi di valorizzazione del capitale, quando poggiano su interventi di gentrificazione e riqualificazione dello spazio urbano, tendono a frammentare lo spazio stesso, cioè a decontestualizzare questi luoghi a partire, ad esempio, dalla rivalorizzazione di usi, costumi e cibi tradizionali.
    Decontestualizzare, che non è affatto sinonimo di deterritorializzare, significa piuttosto isolare spazi e soggetti dalla propria economia politica. Sotto una certa luce, è un concetto che richiama e riporta su una scala molto più ridotta gli effetti della ‘denazionalizzazione’ degli spazi economici e politici dovuti alla nuova violenta espansione delle frontiere del capitale, come descritti da Saskia Sassen.21 La disputa per i mercati nel contesto latino-americano, e non solo, acquisisce spesso questa dimensione di decontestualizzazione dello spazio, propedeutica a una sua valorizzazione e patrimonializzazione. Ciò accade di frequente quando si tratta di progetti di riqualificazione urbana o ristrutturazione logistica che interessano mercati e zone ad alta intensità di commercio – come i casi dei mercati di San Telmo e El Abasto a Buenos Aires, quello di San Roque nel centro di Quito, oltre a La Merced e Tepito a Città del Messico. In questi processi di trasformazione calati dall’alto, il ruolo della cultura acquisisce una vitale importanza per i processi estrattivi del capitalismo. La cultura ha un ruolo chiave tanto nei processi di
    gentrificazione e turistification legati alla riscoperta e valorizzazione fisica del patrimonio storico, architettonico e artistico, quanto nella valorizzazione del patrimonio immateriale, delle usanze e tradizioni, delle culture ancestrali indigene e dei prodotti locali. Secondo Victor Delgadillo,22 uno dei principali animatori del nodo messicano della rete accademica Contested Cities, la patrimonializzazione dei mercati percorre in genere due strade: una segue la patrimonializzazione dell’edificio e delle strutture fisiche, nel caso siano monumentali o di particolare
    pregio, abbiano una lunga storia o un peculiare stile architettonico. La seconda via porta alla patrimonializzazione del contenuto, in particolare attraverso l’esotizzazione dei prodotti in vendita, dei cibi e delle usanze tradizionali: in entrambi i casi, il ruolo del lavoratore, del commerciante, non solo risulta
    evanescente, ma spesso scompare e diventa invisibile. Nelle iniziative di riqualificazione urbana che interessano i mercati – e in generale riguardo il patrimonio immateriale – la restaurazione degli oggetti è accompagnata da uno spossessamento dei soggetti:23 sono gli ‘oggetti’ e le ‘cose’ le componenti rilevanti
    per l’imposizione di nuovi valori, per il passaggio a nuovi sistemi di pratiche e per la trasformazione delle reti che costruiscono lo spazio. I soggetti e le pratiche risultano invece totalmente invisibilizzati. Ecco esemplificato come agiscono i processi di decontestualizzazione. Sharon Zukin,24 una tra le più importanti
    studiose della gentrification, scriveva proprio di una conversione dei ‘quartieri’ in ‘paesaggi culturali’, per sottolineare la disgregazione del tessuto sociale agito dai processi di trasformazione e riqualificazione urbana che insistono sulla cultura, che valorizzano il patrimonio culturale delle città solo nei termini di una sua mercificazione, e che spesso di traducono in forme di estrattivismo culturale.
    Anche nel caso de La Merced, la cultura gioca un ruolo chiave nell’ottica della trasformazione dello spazio. Infatti, ad un paio d’anni dalla presentazione del Plan Maestro de Rescate Integral de La Merced il governo di Città del Messico, su iniziativa dello stesso sindaco Miguel Angel Mancera, promulga nell’agosto del
    2016 la Dichiarazione di patrimonio culturale intangibile alle manifestazioni tradizionali che si riproducono nei mercati pubblici. Con tale dichiarazione s’intende innanzitutto definire i mercati pubblici di Città del Messico come patrimonio collettivo da porre sotto la protezione dell’INAH, l’istituto nazionale di antropologia e storia messicano, che funge come una sorta di Ministero dei Beni Culturali. Il documento stilato dal governo locale e basato sulla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO del 2003, recita:

    «le manifestazioni tradizionali sviluppate nei mercati pubblici hanno un significato e un valore speciale per la società; […] Tale salvaguardia protegge le forme di espressione popolare tra i commercianti e la clientela, le relazioni sociali, condotte e comportamenti, così come la dotazione culturale di saperi sociali che coadiuvano la conservazione e lo sviluppo della cucina e della gastronomia messicana, i beni simbolici di identità locale e nazionale della popolazione»25 [trad. mia].
    Il documento risulta senza dubbio all’avanguardia come forma di tutela dei beni culturali immateriali, ma seppur venga dichiarata ufficialmente l’importanza dei mercati, in realtà viene fatto in maniera generica senza prendere alcun provvedimento concreto che ne salvaguardi l’esistenza e, anzi, sollevando seri problemi riguardo la proprietà dei locali nei ‘mercati tradizionali’, che, acquistati dai commercianti con lunghe concessioni negli anni ’60, ora tornerebbero a disposizione dello Stato.
    Fondamentalmente, non viene riconosciuto a pieno titolo il valore sociale che fa dei mercati la principale fonte di approvvigionamento della metropoli e un bacino enorme di lavoro e di opportunità di sussistenza per i settori popolari.26

    Soprattutto, ciò che scompare è il lavoro vivo che permette l’organizzazione quotidiana e il funzionamento del mercato.

    Logistica Informale: Diableros e Franeleros

    La Dichiarazione dei mercati come patrimonio immobiliare e gli obiettivi del Plan Maestro – tutt’altro che prossimi alla realizzazione – condividono senz’altro un medesimo scopo: l’avanzata dei processi di accumulazione in un’area non ancora
    del tutto assoggettata e la sottrazione delle possibilità di agency per i soggetti che abitano il mercato. Se da un lato vengono valorizzati e patrimonializzati i mercati e gli usi e costumi tradizionali, dall’altro uno degli obiettivi principali rimane lo
    sradicamento dell’informalità economica e dell’illegalità, spesso e volentieri unite in un binomio indissolubile. 27
    Durante la ricerca mi sono avvicinato ad alcuni gruppi di lavoratori informali che abitano La Merced, osservando e interrogando sia l’organizzazione spaziale degli street-vendors e la produzione di spazi urbani informali, sia le funzioni sociali e
    territoriali che ricopre il commercio informale, con un focus specifico su un gruppo di parcheggiatori abusivi del mercato. Di seguito vengono brevemente presentate due soggettività lavorative del mondo informale de La Merced che, in particolare,
    costituiscono la materialità dell’organizzazione logistica del mercato e che rappresentano l’olio agli ingranaggi di gestione e funzionamento quotidiano del mercato: i facchini trasportatori (in gergo diableros) e i parcheggiatori abusivi (in gergo franeleros), entrambi categorie di lavoro informale molto numerose a La
    Merced. Entrambi sono non solo dimenticati e messi sotto il tappeto dal Plan Maestro, ma vengono anche apertamente osteggiati nei discorsi pubblici di media e istituzioni, oltre che materialmente dall’operato delle forze di polizia. Soprattutto i
    franeleros spesso e volentieri vengono definiti come delinquenti, al pari di una lobby che tiene in ostaggio le strade.28
    Un recente articolo afferma senza mezzi termini, ma senza citare fonti, che
    in realtà il lavoro dei parcheggiatori abusivi costituisca una copertura per vendere droga.29 I diableros sono i facchini trasportatori dotati di carrello che animano costantemente il via vai de La Merced e rappresentano senza dubbio una delle categorie più sottopagate e sfruttate, costretti ad offrire ai commercianti la propria forza lavoro in nero, venendo pagati a giornata, nei migliori casi, se non a cottimo.
    Devono il loro nome al diablo, nomignolo con cui viene chiamato il carrello a due ruote che utilizzano, la cui impugnatura ricorda le corna del diavolo, e che rappresenta un mezzo indispensabile per muoversi nei meandri del mercato dove non c’è spazio per un altro mezzo che non sia il piccolo carretto merci. I diableros sono gli eredi del mestiere del tameme, il caricatore indio dell’epoca azteca che trasportava sulle proprie spalle la mercanzia per conto dei commercianti, spesso per mezzo di una corda tenuta con la fronte. Sono perlopiù lavoratori stagionali, prettamente uomini, giovani e migranti che provengono dalle campagne in cerca di
    denaro durante i periodi di inattività agricola, spesso originari delle zone rurali indigene del sud messicano, degli stati di Oaxaca, Guerrero e Chiapas anzitutto, ma anche di altri paesi del Centroamerica. Lavorano instancabilmente e rappresentano il proletariato messicano nella sua forma più cruda: non sono proprietari di niente, spesso nemmeno del carretto merci che affittano quotidianamente, se non della propria forza lavoro, e stazionano in vari punti del mercato aspettando un commerciante che ne richieda l’impiego. Non hanno garanzie né tutele di alcun
    tipo, lavorano in nero e sono costantemente soggetti all’estorsione da parte della polizia, che impone loro un prezzo per continuare a svolgere il proprio lavoro in quanto occupano senza permesso suolo pubblico; non avendo casa, chiedono la possibilità di dormire in qualche bottega o magazzino pagando una quota,
    spesso e volentieri coricarti sopra lo stesso diablo che prendono in affitto.
    Il franelero è un mestiere molto celebre nel panorama del lavoro informale urbano a Città del Messico: è comune trovarli in tutte le zone della città, si concentrano in particolare attorno ad aree ad alta intensità commerciale o turistica, ma anche nelle zone residenziali della classe media messicana. Devono il loro nome alla franela, il panno di tela usato per spolverare le auto e che viene sventolato per dare indicazioni agli automobilisti in merito alle manovre da eseguire. La franela ha un profondo valore simbolico, è parte dell’habitus dei parcheggiatori ed è un segno di
    riconoscimento. Ci sono anche altri termini che vengono usati per riferirsi ai parcheggiatori a Città del Messico: cuidacarro, ovvero colui che cura e tiene d’occhio le auto; lavacarro, in quanto i veicoli vengono spesso anche lavati a fondo internamente ed esternamente; viene-viene, espressione onomatopeica che allude
    all’invito verbale che i parcheggiatori scandiscono dando aiuto agli automobilisti nelle manovre di parcheggio.30 I parcheggiatori abusivi, in generale, ricoprono a La Merced un ruolo chiave nella complessa gestione dei flussi di merci e veicoli al Mercato. Il gruppo di franeleros a cui mi sono avvicinato e con cui ho lavorato insieme continuativamente per circa tre mesi si ritrova quotidianamente nella piazza della Candelaria, che geograficamente costituisce una delle porte di accesso ai mercati de La Merced. I clienti, pertanto, sono per la maggior parte commercianti e fornitori che hanno nel tempo instaurato un forte legame di fiducia con i franeleros. Invece, il gruppo di parcheggiatori è prevalentemente composto da uomini con passati di forte marginalità sociale e con storie di migrazione, carcere e
    violenza, o ex-senzatetto, tranne il caposquadra M., che vanta una laurea e una tentata carriera nel mondo del diritto. Il servizio offerto dai franeleros consiste nel parcheggiare accuratamente i veicoli in strada e prendere in consegna le chiavi per una cifra compresa tra i 15 e i 30 pesos messicani (circa tra 0,70 e 1,50 euro), a seconda della grandezza del mezzo di trasporto e della durata della sosta. Con 50 pesos aggiuntivi è inoltre possibile far lavare accuratamente il veicolo, grazie a un set di strumenti comprensivi di secchio, acqua e sapone, un paio di panni in
    tessuto e una testa di scopa. Nonostante il gruppo di franeleros della Candelaria sia dotato di un permesso sancito dal “Regolamento per i lavoratori non retribuiti”
    31, essi sono comunque costretti ad erogare puntualmente piccole tangenti agli
    agenti di polizia, perché ne infrangono costantemente le regole –tra cui quella di non poter chiedere compensi ma solo mance volontarie, o la norma che impone di non lavare le auto in strada e non prendere in custodia le chiavi. Il gruppo di parcheggiatori ha anche attivato nel tempo delle negoziazioni con la microdelinquenza locale, pagando loro piccole quote periodiche al fine
    di garantire la sicurezza di veicoli, beni e persone che sostano o transitano alla Candelaria. Inoltre, i franeleros si prendono anche cura dello spazio dove operano, che ad esempio viene spazzato quotidianamente a fine giornata, e hanno strette relazioni con gli ambulanti con cui condividono la strada. Anche gli altri attori che
    abitano l’area dove operano i franeleros, concordano nel riconoscere loro una funzione territoriale importante:

    «I cuidacarro si può dire che offrano un servizio per il posto dove lavorano, nel fare in modo che non succeda nulla ai veicoli e alle persone che passano lì; è come se fosse un presidio. In molti si lamentano del fatto che facciano pagare, certo, chiedono una quota, però ti stanno dando un servizio di sicurezza, per il tuo patrimonio che è la tua auto o la tua mercanzia» (Raul, commerciante de La Merced)32.

    Tutt’altro che un mestiere fatto di sotterfugi, l’attività dei franeleros della Candelaria, oltre a essere ben voluta nel contesto, avviene alla luce del sole, è riconoscibile e dichiarata apertamente; infatti, come racconta M., il capo del gruppo di parcheggiatori:

    «Abbiamo una sorta di nostra uniforme per farci vedere. […] Al contrario degli altri [parcheggiatori] che lo fanno di nascosto e sotto minaccia, io decisi di metterci una uniforme che ci rendesse riconoscibili, così che la gente si potesse fidare di noi, così che tutti sanno che noi siamo i franeleros della Candelaria: per tutti consiste in
    pantaloni di jeans, una maglietta polo di colore blu e un cappellino con visiera» (M., capo-squadra dei franeleros)33.

    Il lavoro di ricerca svolto sul campo ha inoltre dimostrato diverse funzioni sociali dell’attività del gruppo di parcheggiatori, su cui ora non si entrerà nel merito, confermando le teorie che vedono l’economia informale come un importante bacino di opportunità di esistenza e di possibilità di impiego per chi è ai margini del mercato del lavoro. Sulla base anche di numerose interviste condotte con diverse soggettività che animano La Merced, tra cui parcheggiatori, ambulanti, commercianti informali di vario genere e diableros, il settore informale si conferma come una preziosa risorsa che impedisce ai settori più vulnerabili della popolazione di scivolare nella povertà estrema, oltre che una valida alternativa per coloro i quali sperimentino fallimenti nel mercato del lavoro formale. Tuttavia, come suggerisce Verónica Gago,34 le economie popolari informali sono territori barocchi, che certo si scontrano con gli interessi del Mercato, ma non per questo sono esenti da brutali forme di sfruttamento o da meccanismi di organizzazione clientelistico-mafiosi.
    Facchini e parcheggiatori, infine, seppur a priva vista possa sembrare che occupino una posizione marginale nella galassia lavorativa de La Merced, in realtà svolgono un ruolo chiave nell’organizzazione logistica del mercato. I primi permettono il
    fluire delle merci nell’area del mercato e svolgono un ruolo fondamentale nel fornire costantemente merci ai commercianti dei mercati: in particolare la mattina presto o al calar del sole, sono indispensabili per le operazioni di carico e scarico da camion e furgoni. Chi, ad esempio, possiede un banco nel mezzo di una delle due navi de La Merced, deve per forza di cose affidarsi a un diablero per rifornirsi di merce, in quanto il punto di accesso più vicino per i veicoli può distare anche diverse centinaia di metri.
    Anche commercianti di piccole attività possono affittare il proprio diablero per ‘fare la spesa’ a La Merced. I franeleros, invece, hanno un ruolo fondamentale nella gestione dei flussi di veicoli che giungono quotidianamente al mercato, facilitando le
    operazioni di carico e scarico merci di commercianti e fornitori.
    Insieme ai facchini, anche i parcheggiatori abusivi sono al cuore della materialità dell’organizzazione logistica informale dentro il mercato. In un solo giorno di attività, soltanto il piccolo gruppo di parcheggiatori con cui ho lavorato poteva arrivare a gestire più di 150 veicoli. Uno dei maggiori problemi sollevati e sbandierati dal Plan Maestro è che la presenza di ambulanti e zone di
    commercio informale in strada ostacola la viabilità e l’accesso ai mercati: sono proprio diableros e franeleros che permettono di risolvere il problema della congestione di mezzi, merci e persone, ciononostante vengono etichettati e sanzionati come parte del problema stesso. Infatti, l’accusa con cui in entrambi i casi la polizia estorce loro del denaro nella forma di mazzette di piccola entità è proprio il comportamento reo di intralcio alla viabilità e di occupazione illecita di suolo pubblico nello svolgimento della propria attività.
    Tutto sommato, il mondo logistico, come quello disegnato nel Plan Maestro, se osservato in profondità risulta meno liscio e piatto di quanto i pianificatori urbani del progetto vincente per La Merced vorrebbero mostrare, ma tutt’altro mostra una superficie ruvida e porosa, fatta della complessità di un’organizzazione dello spazio e del lavoro che è totalmente informale, ma non per questo meno strutturata o meno legittimata. Attorno ai mercati di Città del Messico si è giocata ieri e si gioca ancora oggi una partita importante per il capitale, per l’espansione dei suoi confini e per l’intensificarsi dei processi di accumulazione. Per molti, lavoratori informali in primis, tale espansione coinciderà per forza di cose con l’espulsione dallo spazio: sia dallo spazio fisico delle strade che costituiscono il loro luogo di lavoro, sia dallo
    spazio simbolico degli orizzonti del possibile che il mondo dell’informalità economica alimenta tra i settori popolari.

    Per concludere, ciò che si può affermare è, ancora una volta, la convinzione di una necessaria riscoperta e ricostruzione della metropoli contemporanea come sistema di intermediazione ed integrazione: a partire dagli esperimenti sotterranei che si
    articolano negli spazi urbani, a partire dagli spazi ibridi e barocchi delle economie informali, dai territori in resistenza dei quartieri popolari e delle periferie metropolitane, è possibile provare a iniziare a guardare un’occasione dove produrre una città più inclusiva. Al ricercatore e all’etnografo sta il compito di rendere visibili questi spazi, ovvero, come invita Saskia Sassen,35 sta il ruolo di portare alla luce quel grande buco nero del mondo degli espulsi dalla società del benessere, dall’economia formale e dalle politiche della città neoliberista.

    1 “Mexica” e “azteco” sono qui usati in maniera intercambiabile. In realtà, con Mexicas si intendono precisamente gli aztechi che si stabilirono nell’altopiano di México-Tenochtitlán.

    2 Tiangui è una parola di origine nahuatl, lingua azteca, con cui si intendono i mercati di strada in Messico.

    3 Traduzione all’italiano da: A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Lo spazio del tempo. Roma, Laterza, 1/2015.

    4 B. DÌAZ DEL CASTILLO, La conquista del Messico (1517-1521). A cura di MARENCO, F., Milano, Tea, 2002.

    5 Molte delle informazioni presenti nel paragrafo derivano da: C. MONSIVAIS, El centro historico de la Ciudad de México, Città del Messico: Turner, 2005.

    6 Con ‘vecindades’ si intendono i complessi di appartamenti di edilizia
    popolare.

    7 https://www.centrohistorico.cdmx.gob.mx/ [ultimo accesso: dicembre 2017].

    8 Fonti dei dati: Instituto Nacional de Estadística y Geografía-INEGI. (2015) Actualización de la medición de la economía informal, 2015 preliminar. Año base 2008, México, INEGI, 2015; ILO. (2013) Women and Men in the Informal Economy: A Statistical Picture (second edition), Geneva: ILO; https://www.inegi.org.mx/programas/pibmed/2013/ [ultimo accesso:
    25/06/2019].

    9 Le informazioni qui riportate sul Plan Maestro sono riprese dal testo: SEDECO (2014) Distrito Merced: 100 visiones para La Merced. Città del Messico: Sedeco.

    10 Ibidem

    11 Sulla base delle indicazioni fatte dalla società di consulenze Giuliani Partners LLC, presieduta dall’ex sindaco di New York, l’Assemblea Legislativa del Distretto Federale approvò nell’agosto del 2004 la Legge di Cultura Civica, con l’obiettivo di porre freno negli spazi pubblici della città ad attività informali considerate antisociali. Fonte: http://www.jornada.com.mx/2008/07/01 [ultimo accesso 29/06/2019]

    12 A. LEAL MARTÌNEZ, La ciudadania neoliberal y la racializacion de los sectores populares en la renovaciòn urbana de la Ciudad de México. Revista Colombiana de Antropologia, 52, 2016, pp. 223-244.

    13 M. JANOSCHKA, – J. SEQUERA, Procesos de gentrificación y desplazamiento en América Latina, una perspectiva comparativista. In J. MICHELINI, (ed), Desafios metropolitanos. Un dialogo entre Europa y América Latina. Madrid: Catarata, 2014.

    14 V. DELGADILLO, La disputa por los mercados de La Merced. Alteridades, 26, 2016, pp. 57-69.

    15 Lecture pubblica “The rise of predatory formations” tenutasi il giorno 24/06/2019 a Bologna, Palazzo Accursio, in occasione di Planetary Urbanscapes Summer School di Academy of Global Humanities and Critical Theory.

    16 S.MEZZADRA – B. NEILSON, Border as Method, or, the Multiplication of Labour. Durham, NC: Duke Press, 2013.

    17 Ibidem.

    18 V. GAGO, La Razón Neoliberal. Economìas Barrocas y Pragmática Popular, Buenos Aires: Tinta Limón, 2014.

    19 S. SASSEN, The city: between topographic representation and spatialized
    power projects
    . Art journal, 60(2), 2001, pp. 12-20.

    20 Cfr. V. CROSSA, Resisting the entrepreneurial city: street vendors’ struggle in Mexico City’s historic center. International Journal of urban and regional research, 33, 2009, pp. 43-63; M. LACARRIEU, Mercados tradicionales en los procesos de gentrificaciòn. Alteridades, 26, 29-41; E. BEDON, Popular culture and heritage in San Roque Market, Quito. In GONZALEZ, S. (ed), Contested Markets Contested Cities. Gentrification and urban justice in retail spaces. London: Routledge, 2018.

    21 S. SASSEN, Territorio, Autorità, Diritti. Milano, Mondadori, 2008.

    22 V. DELGADILLO, “La disputa por los mercados de La Merced”, Alteridades, 26, 2016, pp. 57-69.

    23 M. LACARRIEU, “Mercados tradicionales en los procesos de gentrificación”, Alteridades, 26, 2016, pp. 29-41.

    24 S. ZUKIN, “Paisajens urbanas pos-modernas: mapeando cultura e poder”, Revista do patrimonio Historico e Artistico Nacional, 24, 1996, pp. 205-219.

    25 Testo della “Declaratoria de patrimonio cultural intangible a las manifestaciones tradicionales que se reproducen en los mercados públicos”, Governo del Distretto Federale, 16 agosto 2016. Fonti: http://www.cultura.df.gob.mx e http://www.sedecodf.gob.mx

    26 V. DELGADILLO, “Ciudad de México, quince años de desarrollo urbano intensivo: la gentrificación percibida”, Revista Invi, 3, 2016, pp. 101-129.

    27 Le fonti di questo paragrafo sono parte del materiale empirico raccolto da chi scrive, tra ottobre 2016 e gennaio 2017, in occasione della ricerca per la tesi di laurea magistrale: “La metropoli contemporanea e gli usi popolari dello spazio pubblico. Etnografia del commercio informale a Città del Messico”, Università di Torino, tutor prof. Giovanni Semi.

    28 Cfr. per esempio: https://www.sdpnoticias.com/nacional/2016/04/12/odiasa-los-viene-viene-te-decimos-como-mandarlos-directito-a-la-ching [ultimo
    accesso: 26/06/2019].

    29 Articolo comparso sulla cronaca locale di Coyoacán, DF:
    http://diariobasta.com/2019/06/03/alcalde-negrete-superado-por-ladelincuencia/ [ultimo accesso: 29/06/2019].

    30 Per maggiori dettagli sul lavoro dei franeleros si rimanda al testo: G.
    PETERLONGO, “Franeleros: trasfromazione urbana e lavoro informale a Città
    del Messico”. América Crítica, 1(2), 2017, pp. 95-116.

    31 Regolamento per i “trabajadores asalariados”, promulgato nel 1975 dall’Assemblea Legislativa del Distretto Federale, Messico.

    32 Intervista a Raul, ex-commerciante di Nave Mayor, e ambulante a seguito
    dell’incendio del 2013. 25 novembre 2016.

    33 Intervista a M., capo-squadra dei franeleros della Candelaria. 26 dicembre
    2016.

    34 V. GAGO, La Razón Neoliberal. Economìas Barrocas y Pragmática Popular

    35 S. SASSEN, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale. Bologna, Il Mulino, 2015.

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    Segretarìa del Desarollo Econòmico de la Ciudad de México (2014) Distrito Merced: 100 visiones para La Merced. Città del Messico: SEDECO.

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  • I lunghi silenzi sul caso Paciolla

    I lunghi silenzi sul caso Paciolla

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    di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi

    Sono passati due mesi dalla morte di Mario Paciolla, il cooperante italiano impegnato nella Missione Onu di Verifica degli Accordi di Pace a San Vicente del Caguán in Colombia. I risultati ancora parziali dell’autopsia parlano di una messa in scena orchestrata dagli esecutori che hanno cercato di far passare per un suicidio l’omicidio di Mario. La ricostruzione della polizia colombiana fa acqua da tutte le parti: mancano alcuni degli oggetti chiave dalla scena del crimine, il solco sul collo che ha provocato l’asfissia non sembra compatibile con il cappio del lenzuolo con cui è stato trovato impiccato e le tracce di sangue nella stanza non corrispondo con i tagli ritrovati sulle braccia.

    Il silenzio delle istituzioni politiche colombiane continua nonostante l’inchiesta della giornalista e amica di Mario Paciolla Claudia Duque, che ha occupato le prime pagine del principale quotidiano nazionale, El Espectador, e ha collegato l’omicidio dell’osservatore Onu con lo scandalo riguardante le dimissioni dell’ex ministro della difesa del governo di Ivan Duque. L’Onu continua a mantenere la linea della discrezione e del silenzio anche al riguardo delle connessioni tra la Missione di Verifica e l’apparato militare colombiano. In Italia dopo le promesse delle prime settimane il governo non è ancora riuscito ad ottenere risposte concrete né dalle autoritá diplomatiche colombiane né da quelle delle Nazioni Unite.

    Se il silenzio istituzionale non aiuta a sbloccare le indagini l’impegno della famiglia e la solidarietà dal basso provano invece con i mezzi a disposizione a mantenere alta l’attenzione sul caso e a esigere giustizia da entrambi i lati dell’oceano. L’organizzazione Pueblos en Caminos, una rete che connette diverse lotte per l’autonomia e la difesa del territorio in Colombia e in altre zone del continente, è stata una delle prime realtà a esprimere il proprio dolore e a scartare l’ipotesi del suicidio di Mario. Il 2 settembre hanno pubblicato un nuovo comunicato in cui scrivono “Viva Mario… Mario Vive! Le verità scomode germogliano” dedicandogli i versi della poeta Mapuche Elicura Chihuailaf contenuti nel  poema “La chiave che nessuno ha perso”.

    S. é una ricercatrice impegnata nella difesa del territorio del Caquetá, la regione dove si trova il municipio di San Vicente, e ricorda Mario con queste parole:  “Era uno dei nostri migliori referenti, era molto dedito al suo lavoro, era già al suo secondo periodo con la Missione di Verifica e possedeva dei forti valori che facevano sí che si impegnasse totalmente nel suo lavoro”. S. ha raccolto commenti positivi sulla Missione e sui report compilati dagli operatori dell’Onu, tra cui appunto Mario Paciolla, ma le indiscrezioni sul profilo professionale del responsabile della sicurezza Christian Thompson,ex militare e agente di sicurezza per il settore energetico, la hanno messa in guardia: “Ci si augura che l’Onu contratti persone e imprese che non presentano ambiguità ma questo non puó essere garantito nel momento in cui vengono assunte persone che si dedicano alla sicurezza delle imprese petrolifere e minerarie”.

    Simone Ferrari, ricercatore italiano che è stato recentemente a San Vicente, racconta che la sede dell’Onu è ancora in funzione anche se quando si è presentato per chiedere di parlare con i membri della Missione il vigilante dell’ufficio lo ha informato “che erano in riunione o con la polizia o con l’esercito”, Ferrari ha dunque raggiunto la sede della polizia dove ha verificato che non si trovavano lì e ha quindi dedotto che fossero riuniti presso il “battaglione militare”.

    J. è un attivista di San Vicente che si occupa di difendere i diritti dei contadini, delle donne e dei bambini del territorio. Secondo J. l’Onu è stato il referente principale delle organizzazioni per i diritti umani nella regione, formando leader sociali, proteggendo le vittime di violenza e garantendo protezione agli attivisti, ma ammette che “dopo l’omicidio di Mario Paciolla sono sorti nuovi dubbi rispetto a quello che succede dentro l’Onu, perché dopo un delitto del genere è normale che sorgano delle perplessitá”. J. parla anche della presenza di basi militari dell’esercito statunitense che commettono abusi ai danni della popolazione godendo di totale impunità.

    L’influenza degli Stati Uniti sulla politica colombiana e la presenza militare dentro i confini dello stato nazionale  è una realtà storica ineludibile. Nel 1999 con l’entrata in vigore del Piano Colombia viene sancita la collaborazione tra le forze militari colombiane e quelle statunitensi per garantire lo sviluppo economico del Paese e reprimere il narcotraffico e i movimenti guerriglieri. Dopo due decenni di guerra che hanno generato migliaia di morti tra i civili, hanno permesso il radicamento di nuove organizzazioni criminali e durante i quali sono state scoperchiate le connessioni esistenti tra lo Stato colombiano e i gruppi paramilitari e narcotrafficanti, il presidente Duque ha annunciato il 18 agosto il nuovo piano Colombia Cresce, con il quale gli Stati Uniti rinnovano il loro impegno nella guerra alle organizzazioni criminali sul suolo colombiano.

    Oltre ai militari nordamericani a San Vicente è presente anche la  USAID, l’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale, per cui lavorava Thompson, che insieme ad altre ong si occupa della gestione territoriale e della conservazione ambientale. San Vicente infatti si trova alle porte della foresta Amazzonica e molti territori sono stati trasformati in parchi naturali dove le comunità si trovano ora a vivere uno stato di precarietà giuridica che favorisce i soprusi e la repressione da parte dalle forze dell’ordine. Nel municipio di San Vicente è situato anche l’unico pozzo petrolifero funzionante della regione e altri 21 che non sono ancora attivi. Dietro alle definizioni di sviluppo, cooperazione, promozione della pace e dell’ecología si celano diversi attori che si stanno contendendo il controllo di una zona con forti interessi economici lasciando sempre meno spazio all’autodeterminazione delle comunità locali che rivendicano la terra.

    Cristina Batista è un’attivista colombiana che ha dovuto abbandonare il suo Paese a causa delle minacce e si trova ora esiliata in Italia. Insieme ad altri esuli colombiani in Europa e persone solidali con la loro causa hanno deciso di organizzare una conferenza virtuale per mercoledí 7 ottobre con l’obiettivo di creare una piattaforma in grado di mettere pressione alle istituzioni europee affinché garantiscano un’inchiesta trasparente e indipendente. Nel loro comunicato scrivono: “Chiediamo alla Comunità Internazionale, alla società Europea, all’Alto Commissariato per iDiritti Umani dell’Onu a Ginevra, al Parlamento europeo e al Parlamento italiano che richiedano al governo colombiano di portare avanti le inchieste giudiziarie e che vengano identificati i colpevoli non solo dell’omicidio del cooperante Mario Paciolla ma anche i responsabili intellettuali e materiali delle decine di uccisioni di difensori dei diritti umani in Colombia”.

    Queste parole fanno eco a quelle del medico e attivista colombiano Manuel Rozental che afferma: “Basterá scoprire chi ha ucciso Mario Paciolla? Basterá scoprire perché lo hanno ucciso e come? No. Questo sará solo l’inizio. Bisogna far luce su quello che è stato pianificato nel Caquetá con la firma degli Accordi di Pace. Bisogna conoscere gli interessi che si muovono in quel territorio e come i diversi attori competono per accaparrarsi  i profitti, i territori, le rotte commerciali, la vita e la morte delle persone.”

  • L’ombra del militarismo sull’omicidio di Mario Paciolla

    L’ombra del militarismo sull’omicidio di Mario Paciolla
    VB-Mario-Credit-Sanacore

    di Gianpaolo Contestabile e Iris Rastello da Il Manifesto

    Ancora silenzio da parte dell’Onu dopo più di un mese e mezzo dall’omicidio di Mario Paciolla. Se non fosse stato per i familiari di Mario, per la sua amica e giornalista Claudia Duque, per i ricercatori, le attiviste e le inchieste indipendenti che sono state portate avanti in queste settimane il caso sarebbe rimasto archiviato come suicidio. Le verità che sono emerse dallo sforzo collettivo per fare luce sul delitto hanno demolito la tesi della polizia colombiana, fin da subito accolta dalle Nazioni unite che hanno sbrigativamente comunicato alla famiglia che Mario si era tolto la vita.

    Gli agenti della polizia criminale che sono accorsi sulla scena del crimine sono finiti sotto inchiesta per aver permesso ai funzionari dell’Onu di far ripulire la stanza di Mario e confiscare dei dispositivi elettronici che gli erano stati dati in dotazione.

    Mentre i poliziotti sono finiti sotto processo, la magistratura colombiana ha insistito per ricevere il via libera per poter interrogare i membri dello staff della Missione di Verifica delle Nazioni unite che godono dell’immunità funzionale. L’ambasciatrice italiana all’Onu Mariangela Zappia, intervistata dal quotidiano Il Mattino, ha lamentato la mancata collaborazione delle Nazioni unite dichiarando che i suoi funzionari «ancora non si sono resi disponibili a essere interrogati».

    Nel frattempo aumentano le ombre intorno alla figura del responsabile della sicurezza della Missione, Christian Thompson,che, secondo la ricostruzione di Claudia Duque, era in comunicazione con Mario poco prima della sua morte ed è stato il primo a presentarsi sulla scena del crimine compromettendola gravemente. Thompson è un sottufficiale dell’esercito colombiano con una formazione di prim’ordine nell’ambito della gestione della sicurezza privata e della diplomazia militare.

    Occorre ricordare che la Missione dell’Onu a San Vicente del Caguán, in Colombia, dove stava lavorando ed è stato ucciso Mario Paciolla, si occupa di verificare la messa in vigore degli Accordi di pace tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero delle Farc, ormai diventato un partito legale dopo aver consegnato le armi nel 2016.

    Le forze armate colombiane sono state l’attore principale coinvolto nella guerra contro le Farc durante la quale hanno implementato una violenza sistematica contro i gruppi guerriglieri e spesso anche nei confronti della popolazione civile e degli attivisti che difendono diritti umani.

    Il fatto che a un sottufficiale dell’esercito venga affidata la responsabilità della sicurezza della Missione che si occupa di verificare il reintegro pacifico degli ex guerriglieri nella società colombiana può far sollevare dei dubbi sull’imparzialità e neutralità di tale processo di verificazione. Contraddizioni, che come riportato da Claudia Duque, venivano sollevate anche da Mario Paciolla.

    Prima di lavorare con le Nazioni unite, Thompson si occupava di sicurezza per un progetto dell’Usaid, l’Agenzia degli Stati uniti per lo Sviluppo internazionale in Colombia, un’organizzazione che si occupa di promuovere la politica estera statunitense attraverso interventi umanitari. Usaid è considerata un attore che favorisce l’espansione dell’ingerenza statunitense in America latina e che non a caso è stata coinvolta in scandali legati allo spionaggio di alcuni governi latinoamericani.

    Nel suo profilo professionale compaiono anche altri incarichi nella gestione della sicurezza legati a imprese private tra cui la Fidelity Security Company con cui Thompson garantiva ai clienti del settore minerario ed energetico la risoluzione di problemi logistici, tra cui le opposizioni ai progetti da parte delle comunità locali.

    Questa commistione tra militari ed estrattivismo non è una novità in Colombia dove nel 2018 sono stati creati dei battaglioni armati che si occupano di proteggere il settore energetico e minerario e che garantiscono l’estrazione di materie prime alle multinazionali che depredano i territori.

    Proprio a San Vicente del Caguán sono state assegnate 22 licenze petrolifere che permettono alle imprese di estrarre barili di greggio sotto la protezione dell’esercito. La militarizzazione della zona sembra inoltre favorire gli interessi di gruppi imprenditoriali legali e illegali per la vasta quantità di risorse idriche, minerarie e per l’accesso alla regione amazzonica dove è in corso una pesante deforestazione per impiantare monocolture e coltivazioni illecite.

    Mentre le ambiguità continuano a sommarsi, il silenzio dell’Onu diventa sempre più pesante e viene da chiedersi come sia possibile che un militare con una preparazione di alto livello e un’esperienza internazionale come Thompson abbia potuto commettere un errore così grossolano compromettendo la scena del crimine ed entrando in possesso del computer e del cellulare utilizzati da Mario Paciolla. Secondo Anna Motta, le ragioni della preoccupazione di suo figlio Mario nei giorni antecedenti alla morte andrebbero ricercate proprio negli hard disk di quei dispositivi elettronici di cui ancora non si conosce il contenuto.

  • Il conflitto sociale in Colombia continua a provocare stragi

    Il conflitto sociale in Colombia continua a provocare stragi

    Di Alessandra Cristina, Lemur Mausan, Miguel Ratonovich, Radiobemba_Ira

    Il conflitto sociale, politico e armato che dura da più di 60 anni in Colombia, continua a provocare stragi. In seguito alla condanna agli arresti domiciliari dell’ex presidente e ex senatore Álvaro Uribe Vélez, nel solo mese di agosto sono stati registrati 19 massacri nelle regioni di Antioquia, Nariño e Cauca.

    Questo video-minuto che ne spiega brevemente le cause, è stato realizzato da:

    https://www.instagram.com/lemur_mausan/

    https://www.instagram.com/miguelratonovich/

    Radio Bemba Ira

  • «Paciolla lavorò al rapporto che portò alle dimissioni del ministro della Difesa colombiano»

    «Paciolla lavorò al rapporto che portò alle dimissioni del ministro della Difesa colombiano»

    Colombia: italiano morto; amici, temiamo nuovo caso Regeni
    Lo striscione posto sulla facciata del Comune di Napoli per chiedere giustizia per Mario Paciolla, il volontario Onu napoletano morto in Colombia, 18 luglio 2020. ANSA / CIRO FUSCO

    di Gianpaolo Contestabile e Iris Rastello da Il Manifesto

    Sulla prima pagina del quotidiano nazionale colombiano El Espectador, è apparsa l’ultima parte dell’inchiesta della giornalista investigativa Claudia Duque che aggiunge nuovi dettagli rispetto al caso di Mario Paciolla e ricostruisce alcune dinamiche interne alla Missione di Verifica delle Nazioni Unite che lo avrebbero messo in pericolo nei mesi precedenti alla sua morte.

    Sulla scena del crimine secondo la Procura è stato ritrovato il mouse del computer di Mario impregnato di sangue e secondo le informazioni raccolte dalla giornalista lo stesso mouse è stato ripulito e prelevato dall’Onu per poi ricomparire nella sede centrale delle Nazioni Unite a Bogotá.

    Questa nuova incongruenza si aggiunge alle già tante ambiguità che sono state segnalate dai familiari e dalle inchieste che si stanno occupando del caso. Seguendo il filo dell’articolo di Claudia Duque, le ragioni che hanno esposto Mario si intrecciano con le trame della politica colombiana e in particolare con uno scandalo che ha sancito l’inizio di una crisi di governo che continua a protrarsi tutt’oggi.

    Il 29 agosto 2019, alle 23.03, i caccia delle Forze Aeree colombiane bombardano l’accampamento di Rogelio Bolivár Córdova, conosciuto come el Cucho, nei pressi di Aguas Claras alle soglie del municipio di San Vicente del Caguán. El Cucho era un comandante delle cellule dissidenti delle Farc, i gruppi armati che non hanno accettato il disarmo sancito dagli Accordi di pace del 2016.

    Nell’accampamento si trovavano per lo più minorenni tra i 12 e i 17 anni, alcuni dei quali reclutati contro la loro volontà. In un primo momento la notizia del massacro di adolescenti è stata mantenuta segreta, la Dijin, la polizia criminale, ha compilato un inventario di cadaveri e di resti di corpi umani senza specificare l’età delle vittime. Si parla di almeno 17 morti.

    L’operazione portata avanti dai piloti dell’esercito è stata classificata come «beta», aveva cioè avuto bisogno dell’autorizzazione delle più alte autorità del governo colombiano ed è stata definita dal presidente della repubblica Ivan Duque un’operazione «meticolosa» e «impeccabile».

    Il 5 novembre 2019, il senatore del Partito sociale di Unità nazionale Roy Barreras chiede spiegazioni all’allora ministro della Difesa Guillermo Botero sull’uccisione dei minori e sul perché tale informazione di interesse nazionale non fosse stata comunicata al popolo colombiano.

    Scoppia lo scandalo e il ministro è costretto a dimettersi, un evento cruciale per la democrazia colombiana dove la cupola del potere militare è abituata all’impunità. Qualche settimana più tardi, il 21 novembre, il malcontento della popolazione verso il presidente Ivan Duque e gli scandali che continuano a travolgere il suo governo portano allo sciopero nazionale indetto da decine di sigle sindacali a cui hanno aderito anche organizzazioni studentesche, indigene, ambientaliste, femministe e Lgbtqi.

    Un movimento trasversale composto da milioni di giovani ha riempito le strade chiedendo pace e diritti e subendo per settimane la repressione delle forze di polizia e dell’esercito schierato durante il coprifuoco indetto in diverse città del paese.

    Un’ondata di proteste che continua tutt’oggi con i cacerolazos che accompagnano le inchieste e gli scandali giudiziari che continuano a indebolire la leadership di Duque e che hanno portato agli arresti domiciliari il suo padrino politico ed ex-presidente Alvaro Uribe Veléz.

    Secondo la ricostruzione di Claudia Duque il senatore Barreras ha ottenuto le informazioni riguardanti il bombardamento e le vittime minorenni da un report delle Nazioni Unite filtrato proprio dalla Missione di Verifica di San Vicente del Caguán dove lavorava Mario Paciolla.

    Secondo le fonti anonime consultate dalla giornalista, Mario aveva partecipato in prima persona nella costruzione del report che ha poi portato alle dimissioni del ministro della Difesa. Il passaggio di queste informazioni riservate che hanno esposto i lavoratori delle Nazioni Unite, tra cui appunto Mario Paciolla, sembra sia avvenuto nel contesto di una lotta di potere interna all’Onu.

    Sempre secondo le rivelazioni pubblicate sul El Espectador, a favore della diffusione delle informazioni c’erano i funzionari coordinati da Raúl Rosende, direttore dell’area di Verificazione della Missione Onu in Colombia. Rosende avrebbe avallato la diffusione delle informazioni riguardanti il bombardamento bypassando l’autorizzazione del suo superiore Carlos Rúiz Massieu, capo della Missione in Colombia perché sembrerebbe vicino all’attuale governo Duque, una pratica che a quanto pare non era nuova e che aveva già permesso altre fughe di notizie riguardanti altri scandali legati alle operazioni militari.

    Nel quadro ricostruito da Claudia Duque si aggiunge un’altra figura ambigua della Missione Onu, il capitano della Marina in pensione e consulente della Missione in Colombia dal 2016 Ómar Cortés Reyes. Secondo le fonti anonime interpellate, Reyes viene individuato come il denominatore comune di tutte le fughe di notizie.

    Secondo un ex lavoratore della Missione in Colombia la gestione irresponsabile di informazioni sensibili, che Reyes ha condiviso con le alte cariche militari con la scusa di generare un clima di fiducia, ha messo a rischio la vita degli osservatori Onu con il solo scopo di consolidare la loro rete di intelligence.

    Il ruolo controverso di Reyes si aggiunge a quello dell’ex-sottufficiale dell’esercito colombiano Christian Thompson, il responsabile della sicurezza della Missione di Verifica a San Vicente del Caguán che era in comunicazione con Mario Paciolla prima della sua morte e che è stato il primo ad arrivare sulla scena del crimine permettendo la manomissione della stessa.

    Rimangono aperti molteplici dubbi sull’omicidio di Mario Paciolla ma una pista sembra consolidarsi con le nuove rivelazioni che confermano il ruolo controverso dei militari coinvolti nella Missione di Verifica delle Nazioni Unite e le lotte intestine dentro l’organizzazione che potrebbero aver compromesso la sicurezza di Mario Paciolla che ha confidato di essersi sentito «tradito», «usato» e «sporco».

    Claudia Duque aggiunge che all’indomani delle dimissioni del ministro della Difesa, Mario e i suoi colleghi avevano subito attacchi informatici che lo avevano portato a cancellare la maggior parte dei suoi account sulle reti sociali, eliminare foto di parenti e amici e fare una copia di backup del suo computer.

    Già a gennaio del 2020 Mario aveva richiesto di essere trasferito e aveva affermato di volersi dimenticare per sempre della Colombia: «Non è più un posto sicuro per me. Non voglio più mettere piede in questo paese né all’Onu. Non fa per me. Ho fatto richiesta di cambio già da un po’ e non me lo hanno concesso. Voglio una vita nuova, lontano da tutto».

  • La Newsletter Plaza Dignidad – Lettere dal Cile

    La Newsletter Plaza Dignidad – Lettere dal Cile

    Riportiamo un estratto dalla newsletter “Plaza Dignidad – Lettere dal Cile. La newsletter sul referendum costituzionale che può cambiare il Cile” di Federico Nastasi, in futuro pubblicheremo altri estratti di questa newsletter che vi suggeriamo di seguire.


    A cura di Federico Nastasi, 11 settembre 2020, – 6 settimane al voto

    Oggi è quel giorno là, quarantasette anni fa il golpe cileno. Muore Allende e cala l’oscurità della dittatura sul Cile democratico. Durerà diciassette anni. Perché sforzare la memoria? Tra le tante ragioni, una è che la storia d’Italia cambiò quel giorno. E questa è Plaza Dignidad – Lettere dal Cile.

    11 settembre 1973, era un martedì. Il presidente del Consiglio era Rumor, Peppino Di Capri aveva vinto San Remo, Puglia e Campania vivevano la paura del colera. I giornali riportarono la notizia del golpe cileno il giorno dopo.

    Tra chi legge questa newsletter, qualcuno ricorderà l’emozione di quei giorni, altri avranno ascoltato una canzone degli Inti Illimani, altri ancora avranno incrociato uno dei cileni esuli in Italia, come racconta il film Santiago-Italia. La nostra ambasciata a Santiago si trasformò per qualche mese in campo profughi, comune autogestita, enclave protetta dal diritto diplomatico dall’orrore che correva lungo le strade del paese. Centinaia di cileni, soprattutto di discendenza ligure, vi entrano per chiedere asilo politico. Piero De Masi e Enrico Calamai, i nostri diplomatici, domandano istruzioni al Ministero degli Esteri. Da Roma solo silenzio, De Masi decide da solo e compra 43 biglietti Alitalia “soltanto dopo ho avvertito il ministero che stavano per arrivare”. Comincia così l’evacuazione di oltre 600 cileni dalla nostra ambasciata. In Italia ricevettero accoglienza, sostegno, alcuni anche un lavoro. La solidarietà italiana è una pagina di cui possiamo andare orgogliosi. In quell’occasione, i nostri partiti, PCI e PSI in testa, diedero il meglio di sé. Una targa nel cimitero della Recoleta, vicino alla tomba di Allende, ricorda Craxi per l’aiuto dato agli esuli.

    A parte i ricordi personali, c’è un fatto più grande per cui il golpe cileno ci interessa: cambiò per sempre la storia del nostro paese. Il compromesso storico di Berlinguer, il tentativo di alleanza tra democristiani e comunisti, nasce dopo le bombe sulla Moneda. La storia non si fa con i se, ma qui possiamo chiederci: cosa sarebbe stato di Aldo Moro senza il golpe cileno? Le conseguenze dell’evento arrivarono anche tramite le persecuzioni degli esuli. Il 6 ottobre 1975, in via Aurelia a Roma, i neofascisti italiani di Stefano Delle Chiaie tentarono, per conto di Pinochet, di ammazzare il politico democristiano Bernardo Leighton e sua moglie Anita, esiliati con il sostegno della DC italiana.

    Di recente, grazie al processo Condor, svoltosi nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, sono stati individuati alcuni dei responsabili di torture e sparizioni delle dittature latinoamericane, come racconta brillantemente Alessandro Leogrande nel suo podcast. Le responsabilità politiche sono chiare.

    E la memoria è viva. E la memoria è viva. Se vi capita di passare da Santiago, visitate il Museo della Memoria. È gratis. Ed è una coltellata nello stomaco. C’è una grande parete con le fotografie di alcune delle trentamila vittime di Pinochet. Oggi voglio raccontarvi la storia di uno di loro, morto nel quinto giorno di dittatura, a causa del lavoro che faceva: era poeta.

    Victor Jara

    Victor Jara nacque nel 1932 in mezzo al fango e alle galline, nella regione agricola del Bio-Bio. Figlio di un contadino analfabeta, crebbe in un fondo agricolo dove i contadini vivevano una sottomissione feudale al padrone. Victor era il più piccolo di sei fratelli, nessuno dei quali doveva studiare secondo le intenzioni del padre, per aiutarlo nel lavoro. La mamma, che invece un poco sapeva leggere, insistette perché i figli studiassero almeno l’alfabeto. Lei era cantora, suonava alle feste e ai funerali. E si portava dietro Victor. Dopo qualche anno, madre e figli si trasferiscono nella capitale, vivono di stenti, ma Santiago apre nuove opportunità. Victor ha dieci anni, comincia a suonare, recita e scrive poesie, “era bello, con i capelli ricci e un sorriso da attore” ricorda un amico dell’epoca. È il 1947, la madre muore e Victor si sente smarrito, solo nella grande città. Si rifugia nella religione e finisce in seminario, pensa di farsi prete. Le strade di Dio sono infinite: in sagrestia comincia a frequentare corsi di teatro e di canto. Con il gruppo di teatro si trova a uno spettacolo, la ballerina sul palco lo colpisce. È bionda, alta e con gli occhi azzurri. È inglese, si chiama Joan Turner. E diventerà sua moglie.

    Victor decide di dedicarsi alla carriera teatrale e alla ricerca musicale. Comincia a trascrivere i canti della tradizione popolare cilena, coinvolge gli amici del teatro, usa i fine settimana per andare nelle campagne a incontrare i contadini e, tra una chitarra e un vino, lavora alle sue ricerche. È la metà degli anni ’50, Pablo Neruda sostiene la necessità di ricostruire l’identità culturale cilena cancellata dalle mode straniere. Ci si buttano in molti in quell’impresa: nasce la Nuova canzone Cilena. La madre è Violeta Parra, la quale ha un influsso fortissimo su Victor.

    Victor decide di dedicarsi alla carriera teatrale e alla ricerca musicale. Comincia a trascrivere i canti della tradizione popolare cilena, coinvolge gli amici del teatro, usa i fine settimana per andare nelle campagne a incontrare i contadini e, tra una chitarra e un vino, lavora alle sue ricerche. È la metà degli anni ’50, Pablo Neruda sostiene la necessità di ricostruire l’identità culturale cilena cancellata dalle mode straniere. Ci si buttano in molti in quell’impresa: nasce la Nuova canzone Cilena.

    Musicisti, poeti, attori della Nuova Canzone Cilena sostengono il candidato Salvador Allende nel 1964 e poi nella vittoria del 1970. Allende e gli artisti hanno obiettivi comuni: la lotta anti imperialista, la democratizzazione del paese, la giustizia sociale. Victor arriva “al popolo attraverso i sindacati, le feste contadine, i gruppi di minatori. Anche se sono analfabeti, capiscono, si emozionano, mi confidano i loro problemi. La loro fede mi lusinga e mi spinge ad andare avanti”. In una delle mille iniziative in giro per il paese, Victor conosce cinque studenti universitari che sperimentano nuovi suoni con il flauto indigeno e il charango, una chitarra ricavata dal guscio di armadillo. Sono gli Inti Illimani.

    Per continuare a leggere l’articolo completo: https://plazadignidad.substack.com/p/morte-di-un-poeta?token=eyJ1c2VyX2lkIjoxNTYwMDE1NywicG9zdF9pZCI6OTc1MDMzLCJfIjoiOEcrcHciLCJpYXQiOjE2MDAxNzIxODAsImV4cCI6MTYwMDE3NTc4MCwiaXNzIjoicHViLTc0OTg1Iiwic3ViIjoicG9zdC1yZWFjdGlvbiJ9.1SZIUe9xVGBE_08PKI9CUsdwpq_NKjDZaDNIHtyStgU

    Per iscriversi: https://plazadignidad.substack.com/

  • Due mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia

    Due mesi senza Mario Paciolla e senza giustizia

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    di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi da Il Manifesto

    Sono passati due mesi dall’omicidio di Mario Paciolla, l’osservatore internazionale che lavorava con la Missione di Verifica dell’Onu in Colombia. Vorremmo non essere costretti a specificare in ogni nuovo articolo chi era Mario Paciolla perché pensiamo che il suo caso dovrebbe essere già di dominio pubblico, per lo meno in Italia, ma il silenzio mediatico e istituzionale – da entrambi i lati dell’oceano – che ha contraddistinto questi due mesi – con rare ma significative eccezioni – obbliga a ripetersi, riprendere le fila del discorso e continuare a parlarne.

    All’indomani delle dichiarazioni di Anna Motta, che ha rifiutato fin da subito la versione della polizia colombiana secondo la quale suo figlio si era tolto la vita, abbiamo ritenuto importante tradurre in italiano la lettera di Claudia Duque, giornalista colombiana e amica di Mario, e parallelamente contestualizzare l’omicidio di Mario Paciolla ed evidenziarne il carattere politico. Comprendere la violenza e i conflitti che attraversano la società colombiana ci aiuta a capire le ragioni che alimentano la repressione e le rappresaglie contro chi si oppone al variegato groviglio di interessi politici, economici e militari delle élite del paese che si intrecciano con il narcotraffico, lo sfruttamento indiscriminato dei territori e il paramilitarismo.

    IL PARAGONE TRA MARIO PACIOLLA e le centinaia di attiviste e attivisti sociali uccisi in Colombia all’indomani degli Accordi di Pace del 2016 serve dunque ad evidenziare la violenza  strutturale che condiziona la vita della popolazione e si contrappone alla retorica istituzionale della Pace con la “p” maiuscola. Queste contraddizioni generano zone d’ombre che vengono strumentalizzate per uccidere, criminalizzare e diffamare chi lotta ogni giorno per la propria dignità, ma anche, in alcuni sporadici casi come quello di Mario, chi cerca di accompagnare con trasparenza e dignità tali processi sociali.

    La vicinanza alla famiglia e l’impegno per la verità e la giustizia espresso dalle istituzioni italiane – nelle persone del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, del presidente della Camera  Roberto Fico, del Sindaco di Napoli Luigi de Magistris e del senatore Sandro Ruotolo – in occasione della commemorazione pubblica di Mario Paciolla a Napoli sono state un segnale positivo che però ad oggi non ha portato a risultati visibili, ci auguriamo che le istituzioni stiano continuando a lavorare in questa direzione facendo pressione sulle autorità competenti e sull’Onu affinché si portino avanti indagini effettive e trasparenti.

    In un secondo articolo Claudia Duque segnalava le ambiguità e le contraddizioni della Missione di Verifica dell’Onu in Colombia mentre la famiglia lamentava la scarsa empatia nella gestione della vicenda da parte dell’Onu e il portavoce del Segretario Generale delle Nazioni Unite assicurava piena collaborazione alle indagini ribadendo però la linea del silenzio e della discrezione. Nel terzo capitolo dell’inchiesta la giornalista colombiana conferma i dubbi sull’operato della Missione Onu informando dell’indagine avviata contro quattro agenti della polizia di San Vicente per aver permesso ai funzionari dell’Onu di alterare la scena del delitto.

    Tra gli scandali che vedono coinvolti il senatore ed ex Presidente della Repubblica Álvaro Uribe Vélez e l’attuale Presidente Iván Duque – il primo agli arresti domiciliari per corruzione e frode per i suoi legami con gruppi paramilitari, il secondo indagato per finanziamento illecito in relazione alla campagna elettorale del 2018 – abbiamo segnalato la capacità di analisi critica del contesto colombiano che Mario Paciolla esprimeva anche attraverso articoli minuziosi su riviste di geopolitica come Limes e Eastwest. Sottolineando la sua esperienza, che non deve essere confusa con l’inquadramento formale di “Volontario delle Nazioni Unite” e la sua professionalità. Mario scriveva con lo pseudonimo “Astolfo Bergman” sulla situazione politica e sociale colombiana e rappresentava una fonte importante in lingua italiana per comprendere il conflittuale processo di Pace colombiano.

    A UN MESE E MEZZO DALLA MORTE i risultati dell’autopsia non erano ancora stati resi pubblici e le ambiguità intorno ad alcune figure della Missione di Verifica in Colombia, le quali, oltre ad essere sospettate di aver alterato la scena del delitto, pare abbiano giocato un ruolo nella divulgazione di alcune informazioni confidenziali, sono diventate sempre più forti. Secondo la ricostruzione di Claudia Duque, sarebbe stato Christian Thompson, responsabile della sicurezza della Missione delle Nazioni unite a San Vicente che era in comunicazione con Mario poco prima della sua morte, uno dei primi a trovare il cadavere di Mario Paciolla, a far ripulire la stanza con candeggina e a occultare i computer e i telefoni dati in dotazione dall’Onu all’osservatore. Thompson è un ex-sottoufficiale dell’esercito colombiano che prima di lavorare con le Nazioni unite si occupava di sicurezza per un progetto dell’Usaid in Colombia, l’Agenzia degli Stati uniti per lo Sviluppo internazionale, un’organizzazione che si occupa di promuovere la politica estera statunitense attraverso interventi umanitari, e che non a caso  è stata coinvolta in scandali legati allo spionaggio di alcuni governi latinoamericani.

    L’inchiesta di Claudia Duque non si è fermata e in un nuovo articolo la giornalista ha confermato che alcune dinamiche interne alla Missione delle Nazioni Unite potrebbero aver messo in pericolo Mario Paciolla facendo i nomi di Raúl Rosende, direttore dell’area di Verificazione della Missione Onu in Colombia, e di Ómar Cortés Reyes, capitano della Marina in pensione e consulente della Missione dal 2016. Rosende, Reyes ed altri funzionari della Missione avrebbero permesso la diffusione di informazioni confidenziali relative al bombardamento di un accampamento di una cellula dissidente delle Farc compiuto delle forze armate colombiane. L’operazione militare è avvenuta il 29 agosto 2019 nei pressi di San Vicente e ha  provocato la morte di almeno 17 persone, la maggior parte delle quali minorenni. Secondo Claudia Duque, Mario Paciolla ha contribuito in maniera importante alla stesura di un report della Missione Onu riguardante il caso e tali informazioni sono filtrate dalla Missione al senatore Roy Barreras che ha chiesto spiegazioni al governo provocando le dimissioni del Ministro della Difesa Botero.

    L’indignazione della popolazione generata dall’ennesimo scandalo che ha coinvolto il governo e l’apparato militare si è sommata alla rabbia di studenti, sindacati, collettivi e organizzazioni indigene nei confronti delle riforme neoliberali e della continua violenza che colpisce i leader sociali e gli ex-combattenti e ha portato alle grandi mobilitazioni del passato novembre. Milioni di persone si sono riversate in strada fronteggiando le squadre speciali della polizia antisommossa e resistendo alla militarizzazione e al coprifuoco indetto in diverse città. La già debole leadership di Ivan Duque è stata inoltre travolta dalle recenti inchieste giudiziarie e dalla nuova ondata di proteste contro la violenza della polizia. Durante questo periodo di instabilità politica i massacri sono andati aumentando così come gli omicidi di attiviste e leader sociali. Secondo la ricostruzione di Claudia Duque l’omicidio di Mario Paciolla si inserisce in questo contesto, come “il prezzo da pagare per la caduta di un ministro”.

    RESTA DA CAPIRE cosa sia successo esattamente tra il 10 e il 15 luglio, ovvero tra l’inizio delle telefonate di Mario alla sua famiglia, a cui manifestava la sua apprensione, e il giorno della sua morte. Perché se è vero che Mario si sentiva in pericolo già da diversi mesi, tanto da chiedere il trasferimento già a gennaio 2020, qualcosa negli ultimi giorni lo aveva sconvolto a tal punto da anticipare il suo ritorno a casa a poche settimane dalla fine della sua Missione. Qualcosa di grave potrebbe essere successo durante una delle ultime riunioni con i suoi colleghi dell’Onu ma il silenzio pubblico delle Nazioni Unite ad oggi non permette ricostruire gli ultimi giorni di Mario Paciolla.

  • Via Dante Alighieri

    Via Dante Alighieri

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    Decimo appuntamento con il giornalista argentino Federico Larsen che ci racconta in spagnolo il “sommo poeta” Dante Alighieri e la trasformazione e la storia della lingua e dei dialetti italiani.


    Via Dante Alighieri

    El italiano es el cuarto idioma más estudiado en el mundo. Su musicalidad y su belleza son admirados por doquier, pero muy poco se sabe en el planeta acerca de su historia y las enormes diferencias regionales que encierra. En este capítulo hacemos un recorrido político y social del italiano, desde Dante Alighieri, hasta la actualidad.

  • Who killed Mario Paciolla?

    Who killed Mario Paciolla?

    written by Gianpaolo Contestabile, Simone Scaffidi from Il Manifesto Global

    More than a month has passed since the death of Mario Paciolla, a UN volunteer, in San Vincente del Caguán, Colombia, and the results of the autopsy carried out by the Colombian authorities and by the Italian forensic specialists are not yet known.

    “Mario did not commit suicide — he was murdered,” insist his parents, who were the first to raise the prospect that he was murdered and to demand new investigations.

    The case is now under the responsibility of the carabinieri of the Special Operations Group (ROS), who deal with transnational crimes, which seems to confirm the hypothesis supported from the beginning in the pages of this newspaper as well — that he was executed.

    According to the details revealed in La Repubblica on Aug. 28, neither the cuts on his wrists nor the marks on his neck seem to have caused his death. These are more details to add to the long series of inconsistencies found during the reconstruction attempted by the Colombian police, described July 21 by Maria Pirro in an article in Il Mattino. She reported the absence of any cutting instruments that could have produced the wrist wounds among the objects found at the crime scene.

    Mario had already planned and bought tickets for the return flight to Italy, which would mark the end of his mission in Colombia: he was supposed to leave for the capital, Bogota, a few hours after he last accessed WhatsApp, and from there he was supposed to board a flight to Italy on July 20.

    According to his mother, he was worried about something “dirty” with which he had come into contact, and he’d had a disagreement with his superiors at the UN.

    Claudia Duque, a journalist and a friend, has also described the tension that could be felt in the last weeks of Mario’s life, the disagreements with his superiors, the escape route he had prepared that went through the terrace of his home and the call he had made to the head of security of the United Nations mission in San Vicente, Christian Thompson. According to Duque, “such a call is worrying, because it involves the activation of alert protocols that are not common in normal situations.”

    Thompson was the one who discovered Mario Paciolla’s body; afterwards, he apparently had the room cleaned with bleach and disposed of computers and phones belonging to the UN in a landfill.

    The four Colombian investigative police officers who allowed Thompson to disturb the crime scene are now themselves under investigation by the Prosecutor’s Office. The UN—after a first few weeks of silence and several emails sent to its employees reminding them of their obligation of confidentiality and instructing them not to give interviews—has announced it would offer full cooperation, but without giving further details and with the same line of keeping confidentiality. From the start, Mario’s parents have described the behavior of the United Nations as “secretive.”

    A letter addressed directly to the Colombian President Ivan Duque was signed by mayors and councilors from several European municipalities, including Naples, Trento, Padua and a number of Belgian, Spanish and Catalan municipalities, asking for an independent and transparent investigation to ensure that justice will be done in Mario Paciolla’s case.

    On July 23, the Colombian government gave assurance, through the Chancellery of the Foreign Ministry, that “everything necessary” would be done “to ensure that justice is served and there is no impunity.” Then there was nothing but silence.

    After Bolsonaro’s Brazil, Colombia is second among the countries on the continent most affected by Covid-19. The virus, in addition to highlighting the structural deficiencies of the state, has exacerbated institutional and paramilitary violence by limiting the protection network of human rights activists, who have found themselves isolated in a twofold confinement. In the last month alone, there have been 10 massacres in which more than forty young people have died, and no one has yet been found responsible for any of these crimes.

    The climate of impunity, violence and corruption in Colombia will not make the search for the truth about Mario Paciolla’s death any easier. All the more so in a context in which the ruling party is being hit daily with judicial investigations for illicit financing, corruption of witnesses, paramilitarism, links with drug trafficking and massacres of civilians.

    It is therefore necessary to increase international pressure to ensure that the authorities of Colombia, Italy and the UN will guarantee an independent investigation to shed light on Mario’s death and break the guilty silence in which dozens of young people continue to be murdered.

  • Qualcosa di «sporco» ha ucciso Mario Paciolla

    Qualcosa di «sporco» ha ucciso Mario Paciolla

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    di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi da Il Manifesto

    È passato più di un mese dalla morte del cooperante Mario Paciolla a San Vincente del Caguán in Colombia e non si conoscono ancora i risultati dell’autopsia effettuata dalle autorità colombiane né di quella eseguita dai medici legali italiani. «Mario non si è suicidato: è stato ucciso» ribadiscono i genitori che sono stati i primi a parlare di omicidio e a chiedere che venissero aperte nuove indagini.

    IL CASO È ORA sotto la responsabilità dei carabinieri del Ros, che si occupano di crimini su scala transnazionale e ciò sembra confermare l’ipotesi avvalorata fin dall’inizio anche su queste colonne, di un’esecuzione. Secondo quanto rivelava La Repubblica il 28 agosto, né i tagli sui polsi né i segni sul collo sembrano aver provocato il decesso. Nuovi dettagli da aggiungere alla serie di incongruenze riscontrate nella ricostruzione della polizia colombiana già descritte il 21 luglio da Maria Pirro su Il Mattino, come l’assenza di lame in grado di produrre le ferite ai polsi tra gli oggetti registrati sulla scena del crimine.

    Mario aveva anticipato l’acquisto del volo di ritorno in Italia e quindi la fine della sua missione in Colombia: sarebbe dovuto partire per la capitale Bogotà poche ore dopo il suo ultimo accesso su whatsapp e da lì il 20 luglio si sarebbe dovuto imbarcare per tornare in Italia.

    Secondo la madre era preoccupato per qualcosa di «sporco» con cui era entrato in contatto e aveva avuto un diverbio con i superiori dell’Onu.

    ANCHE L’AMICA E GIORNALISTA Claudia Duque ha descritto la tensione nelle ultime settimane di vita di Mario, gli screzi con i suoi superiori, la via di fuga che si era preparato attraverso la terrazza della sua abitazione e la chiamata fatta al responsabile della sicurezza della Missione delle Nazioni unite a San Vicente, Christian Thompson; secondo la giornalista «una chiamata di questo genere è preoccupante, in quanto comporta l’attivazione di protocolli di allerta inconsueti in situazioni normali».

    È STATO PROPRIO THOMPSON il primo a trovare il cadavere di Mario Paciolla e poi a far ripulire la stanza con candeggina, gettando al tempo stesso computer e telefoni appartenenti all’Onu in una discarica.

    I quattro agenti della polizia investigativa colombiana che hanno permesso a Thompson di alterare la scena del crimine sono finiti sotto inchiesta da parte della Procura. Dopo le prime settimane di silenzio, e diverse mail inviate ai suoi dipendente ricordando l’obbligo di riservatezza e di non rilasciare interviste, l’Onu ha annunciato piena collaborazione ma senza fornire ulteriori dettagli e mantenendo la linea della discrezione. I genitori di Mario da subito hanno descritto il comportamento delle Nazioni unite come «reticente»

    Una lettera sottoscritta da sindaci e assessori di diversi comuni d’Europa, tra cui Napoli, Trento, Padova e diversi municipi belgi, spagnoli e catalani, si rivolge direttamente al presidente colombiano Ivan Duque chiedendo un’indagine indipendente e trasparente che garantisca giustizia per il caso di Mario Paciolla.

    Il 23 luglio il governo colombiano assicurava attraverso la cancelleria del ministero degli Esteri che sarebbe stato fatto «tutto il necessario affinché venga fatta giustizia e non vi sia impunità». Poi silenzio.

    LA COLOMBIA, DOPO IL BRASILE di Bolsonaro, è il Paese del continente più colpito dal Covid-19. Il virus oltre a mostrare le carenze strutturali dello Stato ha esacerbato la violenza istituzionale e paramilitare limitando la rete di protezione di attivisti e attiviste per i diritti umani, che si sono trovati isolati in un doppio confinamento. Nell’ultimo mese sono stati compiuti dieci massacri in cui sono morte più di quaranta giovani e per nessuno di questi crimini è stato individuato un responsabile.

    IL CLIMA DI IMPUNITÀ, violenza e corruzione che vige in Colombia non faciliterà la ricerca della verità sulla morte di Mario Paciolla. A maggior ragione in un contesto in cui il partito di governo è quotidianamente travolto da inchieste giudiziarie per finanziamenti illeciti, corruzione di testimoni, paramilitarismo, legami con il narcotraffico e massacri di civili.

    Occorre quindi aumentare la pressione internazionale per far sì che le autorità di Colombia, Italia e Onu garantiscano un’inchiesta indipendente per fare luce sulla morte di Mario e rompere il silenzio omertoso nel quale decine di giovani continuano a essere assassinati.