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Via Cinque Stelle


Undicesimo appuntamento con il podcast in lingua spagnola curato dal giornalista argentino Federico Larsen che oggi ci accompagna alla scoperta del Movimento Cinque Stelle
Via Cinque Stelle
Un cómico, un gurú del marketing, y un pueblo indignado. En este episodio de La Via contamos la historia que une a estos tres grandes protagonistas para crear un movimiento que abrió una nueva era en la política italiana: el Movimiento Cinco Estrellas. Hoy, sigue siendo el partido con el mayor número de legisladores en el parlamento, y desde 2018 es la principal fuerza de gobierno en Italia. Pero sus orígenes están muy lejos de los palacios del poder…
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“Identidad y bachata en la cultura dominicana”. Conversatorio entre Raúl Zecca Castel y Roldán Marmol
Publicamos la grabación en vídeo del Coloquio Global “Identidad y bachata en la cultura dominicana” organizado por la Editorial Funglode que se realizó el pasado 23 de septiembre. La actividad fue moderada por el editor de la revista Global, Frank Báez, y tuvo como base la entrevista realizada por el antropólogo italiano Raúl Zecca Castel al musico y sociólogo Roldán Mármol, publicada en el número 89 de Global.
En el texto a seguir, proponemos un resumen del conversatorio, publicado por la Fundación Funglode en su pagina web.
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Cile- La prima protesta di ottobre 2020


Foto da Primera Linea- Prensa, Santiago del Cile, 3 ottobre 2020 Di Alessandra Cristina, Piöla Vaguita
Venerdì 2 ottobre il Popolo cileno è tornato a protestare. A quasi un anno dallo scoppio delle proteste e a poche settimane dal referendum per il cambio della costituzione, le cilene e i cileni sono tornati in strada a manifestare il loro malcontento nei confronti di un sistema basato sulle privatizzazioni e contro la violenza statale che reprime il proprio popolo.
Durante gli scontri con le forze statali, Anthony Araya, uno studente di 16 anni, è stato buttato giù da un ponte nelle prossimità di Plaza Dignidad a Santiago da un agente di Carabineros de Chile. Il ragazzo è stato soccorso dai volontari della salute e attualmente si trova in condizioni stabili. Carabineros de Chile smentisce che il poliziotto lo abbia toccato nonostante numerosi video che lo testimoniano.
Questo video è stato realizzato da Piöla Vaguita.
https://www.facebook.com/piolavaguita
https://www.instagram.com/piolavaguita/
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Ruido #6 – Camila Falcão, uno sguardo non binario sul corpo


Lucy, 2017, da Abaixa que é tiro (Camila Falcão)
Per il sesto numero di Ruido abbiamo intervistato Camila Falcão, una fotografa brasiliana specializzata nel ritratto. Con i suoi ultimi progetti Abaixa que é tiro, Onyka e Across, in between and behind si é focalizzata sulla rappresentazione delle donne trans, travestite e delle persone non binarie nella società brasiliana dove il machismo, la transfobia e la violenza di genere sono in continuo aumento.
Di Gianpaolo Contestabile
Com’è nata l’idea del tuo progetto Abaixa que é tiro [1 ]?
Stavo lavorando come volontaria per una Ong che si occupa di prestare assistenza a persone trans e travestite e stavo documentando un intervento di distribuzione di preservativi alle donne che lavorano in strada. Durante quell’esperienza ho iniziato a prendere coscienza della grande varietà di possibilità con cui il femminile puó essere performato e di cui non ne ero a conoscenza. Ho avuto modo di conoscere le tante sfumature del femminile e una gran diversitá di donne. Come gran parte delle persone cis, anche io avevo già delle idee precostituite rispetto alle donne trans e travestite ma queste idee sono state totalmente decostruite durante le prime uscite in strada. Sono rimasta subito incantata dalla loro bellezza, dai loro corpi, dalle loro personalità e in quel momento è iniziato il mio progetto Abaixa que é tiro durante il quale ho fotografato piú di 60 donne trans e travestite.

Terra, 2017 (Camila Falcão) Perchè hai scelto di fotografare tutti i tuoi soggetti in spazi interni?
Una cosa che avevo chiara in mente fin da subito era che volevo focalizzarmi soprattutto sui corpi senza chirurgia plastica e volevo fotografarle in un ambiente domestico e con la luce naturale del sole, in modo da cercare di cambiare gli stereotipi diffusi in Brasile, dove soprattutto le persone travestite sono associate con la vita notturna. Adoro questo tipo di luce che entra dalla finestra perchè permette di raffigurare le persone in tutta la loro bellezza. Sono stata influenzata dai pittori olandesi del 17esimo secolo e ho deciso di utilizzare sempre lo stesso tipo di luce perchè volevo che le donne ritratte apparissero tutte molto belle.

Bibi & Ian, 2017, Across, in between and behind (Camila Falcão) I corpi delle donne che hai fotografato, oltre a mettere in discussione lo sguardo binario dominante rispetto all’identitá sessuale e di genere, sembrano andare oltre agli standard normativi imposti dai mass media. É stata una scelta deliberata?
Prima di tutto dobbiamo domandarci cos’è normale, perchè secondo me tutte le donne che ho raffigurato sono perfettamente normali e affascinanti, sia le persone non binarie che quelle trans e travestite. Quello che non è normale sono i corpi che vediamo normalmente sulle riviste con la pelle ritoccata con photoshop. Essere normali significa avere un corpo con il quale tu ti senti bene e non cercare di adattarsi al capitalismo e al patriarcato che vogliono farci trasformare in oggetti di consumo, soprattutto a noi donne cis e trans. Per me questi corpi sono perfettamente normali, forse siamo noi che non siamo abituati a vedere questi modelli nei mezzi di comunicazione. Io non uso mai photoshop, uso solo lightroom per gestire la luce e solo leggermente i colori che però cerco di lasciare più neutrali possibile. Soprattutto non uso photoshop per rendere più magre le persone o aggiungere dettagli ai loro corpi.

Priscila & Micaela, 2020, Across, in betweeen and behind, (Camila Falcão) Com’è nata la tua serie fotografica Onyka?
Onyka é il nome della donna che ho ritratto in diverse pose e con diversi look per realizzare questo progetto. L’ho conosciuta quando stavo realizzando il mio progetto Abaixa que é tiro, mentre ero a un evento di poesia con microfono aperto in una piazza del centro di Rio de Jainero. Mi trovavo lí perchè avevo un appuntamento con un’altra donna che volevo fotografare e durante quell’incontro ho visto Onyka in mezzo al pubblico. Ne ero rimasta affascinata e mi avvicinai per chiederle se le sarebbe piaciuto posare per me. Le spiegai che ero un’artista e che stavo fotografando donne trans e travestite. Lei accettò il mio invito ed è diventata la seconda persona che ho fotografato per Abaixa que é tiro. Ci demmo appuntamento per la settimana successiva e la sessione fu ottima. Sentivo che a lei le piaceva molto posare e durante lo shooting conversammo molto, passammo tutto il pomeriggio a parlare e mi raccontò della sua vita e della sua transizione. Lo ricordo come un momento molto piacevole e quando vidi i risultati di quella sessione ne rimasi positivamente stupita e le inviai le foto. Gli scatti le piacquero molto così le dissi che mi sarebbe piaciuto fotografarla durante un lasso di tempo più lungo, e lei accettò. Cosí abbiamo portato avanti questo progetto insieme per circa due anni.

Onyka (Camila Falcão) Pensi che l’arte e la cultura, in questo caso la fotografia, possano contribuire ai processi di cambiamento sociale e di liberazione dalle oppressioni?
Credo di sì, anzi ne sono certa. In Brasile stiamo vivendo un periodo molto difficile, il nostro presidente è un perfetto idiota, un omofobo, transfobico, razzista e ora la nostra società è molto divisa, assomigliamo sempre di più agli Stati Uniti. Credo che questa che stiamo vivendo sia l’ultima ondata del patriarcato, del machismo e della misoginia, e si stanno rendendo conto che stanno per perdere questa battaglia e che noi donne, persone lgbtqi* e afrodiscendenti presto o tardi vinceremo. Credo inoltre che l’arte possa essere d’aiuto e contribuire durante questo processo soprattutto grazie al lavoro delle donne, delle persone trans, travestite e delle donne nere. Dobbiamo stare molto attente alle loro opere, ascoltare le loro voci, dargli importanza e visibilitá. Credo che stiamo facendo la nostra parte, e io come artista posso mostrare questi corpi, queste persone, queste bellezze e questa diversitá perchè penso che possano avere un impatto molto potente.

Lune & Havenna, 2020, Across, in between and behiind, (Camila Falcão) Dove nasce l’esigenza di focalizzarsi principalmente sui corpi delle donne trans e travestite che non hanno ricorso alla chirurgia estetica? Questa prospettiva ricorda il discorso di Linn Da Quebrada, un’artista trans e non binaria brasiliana che rivendica il suo essere donna senza il bisogno di sottoporsi a trattamenti ormonali o operazioni chirurgiche per esprimere la sua identitá.
Sì la adoro, il mio sogno è fotografare Linn e Jup do Barrio, le amo! Quando ho iniziato a passare più tempo con persone trans, travestite e non binarie mi sono resa conto che non c’era per forza bisogno della chirurgia per essere donne, o essere trattate e rispettate come tali. I loro corpi senza chirurgia meritano lo stesso rispetto del mio corpo di donna cis. Nel momento in cui dicono di essere donne non hanno bisogno di nient’altro, i loro corpi sono già perfetti, è la società che le vede attraverso delle costruzioni sociali per cui una donna dovrebbe apparire in un determinato modo. Io voglio mostrare che loro sono perfette così come sono, i loro corpi sono perfetti con un pene o senza seno. Se vogliono sottoporsi alla chirurgia non c’è problema ma non ne hanno bisogno. In alcune foto hanno voluto mettersi dei seni, pero in generale ho cercato di mostrare questi corpi senza chirurgia perchè in Brasile (non solo, peró io posso parlare solo per quella che è stata la mia esperienza qui) esiste uno stereotipo molto forte per cui si pensa che le donne travestite debbano avere seni di silicone enormi, e volevo mostrare altre possibilità e altri corpi femminili. Ho cercato di fotografare donne nere, grasse, magre e non focalizzarmi solo su quelle donne con un alto livello di passing [2 ] , volevo fotografare tutti i corpi femminili possibili.

Rafaelly, 2018, Abaixa que é tiro, (Camila Falcão) C’è qualcos’altro che vuoi aggiungere o che ti sembra importante specificare?
Sí penso sia importante ricordare che il Brasile è il Paese dove si ammazzano piú persone trans al mondo e quest’anno c’è stato un netto aumento degli omicidi transfobici rispetto all’anno scorso. Il Brasile è anche il Paese che piú di tutti consuma materiale pornografico con persone trans a livello mondiale. Questi dati dimostrano la malignità della nostra società.

Onika, 2017 (Camila Falcão) [1 ] Abaixa que é tiro è un’esclamazione diffusa nella comunità LGBTQI* brasiliana per commentare qualcosa di fantastico e favoloso che ti ha colpito. Il titolo di questo progetto nasce proprio dalle parole utilizzate dalle donne che hanno partecipato al progetto nel vedere i loro ritratti pubblicati sui social.
[2 ] Il passing è la capacità di essere percepite dalla società come appartenenti a un determinato gruppo sociale, nel caso delle donne trans significa riuscire a passare l’esame dello sguardo transfobico ed essere percepite come donne cis.
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Latinoamericando: omaggio a Quino e memoria per Ayotzinapa


Questa settimana Latinoamericando apre la trasmissione ricordando Joaquin Lavado, meglio noto come Quino, autore argentino della irresistibile Mafalda, conosciuta in tutto il mondo. Gustavo Claros ne ricostruisce il ritratto dialogando con il ricercatore Alessio Surian.
Nella seconda parte della puntata il collegamento con il docente e giornalista Fabrizio Lorusso ricorda i 6 anni dalla scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa e analizza la situazione del Messico attuale, uno dei paesi più colpiti dalla Pandemia in tutta l’America Latina.
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Logistica, Infrastrutture, Zone Economiche Speciali: nuove spazialità globali


Presentazione congiunta di “Logistica e America Latina” e “La Grande Illusione”.
Martedì 13 ottobre 2020 @Ex Centrale, Bologna, via di Corticella 129
Il volume collettaneo Logistica e America Latina, recentemente uscito per la collana digitale I Quaderni di Into the Black Box pubblicata con il Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna, è il frutto di un lavoro di approfondimento collettivo attorno al ruolo produttivo della logistica in America Latina.
Detto altrimenti, il subcontinente sudamericano è assunto come un laboratorio analitico per lo studio della capacità della logistica di generare processi di valorizzazione, territori e soggettività.
La logistica si presenta allo stesso tempo come oggetto di studio – una delle operazioni del capitale – e come metodo di studio. Il libro contiene gli scritti di Maura Brighenti, Karina Bidaseca, Camilla De Ambroggi, Federico De Stavola, Alessandro Peregalli, Gianmarco Peterlongo, Alberto Valz Gris e la postfazione di Sandro Mezzadra.
Discuteremo questo volume insieme a La grande illusione, ricerca dell’associazione Re:Common che fa inchieste e campagne contro la distruzione dei territori in Italia, in Europa e nel mondo e che in questo testo indaga il modello di sviluppo sotteso alla logica dei corridoi logistici di infrastruttura e delle zone economiche speciali.
Introduce la discussione: Into the Black Box.
Saranno presenti come autori/ici: Camilla de Ambroggi, Gianmarco Peterlongo e Federico De Stavola (Logistica e America Latina), Elena Gerebizza e Filippo Taglieri (Re:Common).
Discute i volumi: Giorgio Grappi
Sarà garantita anche una diretta Zoom dell’iniziativa per chiunque volesse seguirla e interagire da remoto. -
C’è chi dice NO [Plaza Dignidad – Lettere dal Cile]
![C’è chi dice NO [Plaza Dignidad – Lettere dal Cile] C’è chi dice NO [Plaza Dignidad – Lettere dal Cile]](https://i0.wp.com/cdn.substack.com/image/fetch/w_1456%2Cc_limit%2Cf_auto%2Cq_auto%3Agood%2Cfl_progressive%3Asteep/https%3A%2F%2Fbucketeer-e05bbc84-baa3-437e-9518-adb32be77984.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd5ce0364-4136-4a63-aa4a-7f8df02ece49_507x344.png?resize=566%2C384&ssl=1)
Nuovo capitolo della newsletter di Federico Nastasi “Plaza Dignidad – La newsletter sul referendum costituzionale che può cambiare il Cile”.
27 settembre 2020 – 4 settimane al voto
I finanziamenti della campagna per il No alla nuova costituzione sono sette volte quelli per il Sì. Chi c’è dietro? Conservatori, gruppi religiosi, nostalgici di Pinochet, impauriti dal comunismo, famiglie importanti e povera gente. Oggi a Plaza Dignidad si parla di loro.
Benché tutti i sondaggi indichino una netta vittoria del Sì al referendum costituzionale del prossimo 25 ottobre, i sostenitori del No non si danno per vinti (per chi segue da poco la newsletter, qui si racconta qual è la posta in gioco del voto). Guidati dalla prof.ssa Maria Rosaria Stabili, Ordinario di Storia dell’America Latina a Roma Tre e grande esperta di Cile, ci inoltriamo nella galassia del No.
“La destra che siede in Parlamento e che attualmente governa il paese è la parte più moderata e, soprattutto, visibile di una molteplicità di gruppi e movimenti che, nell’indifferenza quasi assoluta dell’opinione pubblica, si sono organizzati, sono cresciuti e si sono collegati con i loro omologhi di altri paesi. A quasi nessuno è venuta la curiosità di capire, per esempio, che fine abbia fatto e cosa pensi, politicamente, la grande massa di cileni che nel 2006 aveva reso omaggio alla salma di Augusto Pinochet, quando nonostante le incriminazioni per le violazioni dei diritti umani, le frodi e ruberie perpetrate durante il suo regime, al suo funerale si presentarono migliaia di cileni, per dare l’ultimo saluto alla salma del dittatore” spiega la prof.ssa Stabili.
Chi vota No? “In primis il Partido Republicano, di estrema destra con nostalgie pinochettiste il cui leader è José Antonio Kast. All’interno della coalizione di governo di destra Chile Vamos schierati per il NO sono la Unión Demócrata Independiente (UDI) e alcuni settori ed esponenti dei Partiti Renovación Nacional (RN) ed Evópoli che hanno dato libertà di voto ai loro iscritti. Ci sono poi altri due piccoli partiti, Nuevo Tiempo e il Partido Nacional Ciudadano, insieme all’arcipelago di gruppi extraparlamentari di estrema destra che voteranno compattamente NO. C’è da sottolineare l’efficacia comunicativa del Comando che coordina partiti, gruppi e singole personalità contrarie a una nuova Costituzione e che si muove in modo compatto” spiega Stabili.
La croce e la spada.
Per capire i conservatori cileni del 2020, è utile guardare alle origini della loro tradizione. A inizio ‘800 le élite locali, dovendo organizzare il giovane Stato indipendente dalla Spagna, si ispirarono alla croce e alla spada: una società organizzata sui precetti della religione Cattolica e un ordine sociale rigido, la cui stabilità doveva difendersi con l’uso della forza, se necessario. La politica era un’attività degna solo dei pochi che avevano le capacità per accedere a verità di fondo che regolavano il mondo. Di croce e spada è fatta la controrivoluzione di Pinochet, che mise la democrazia sotto tutela delle forze armate, “salvandola” dalle sbandate popolari per la sinistra, e impose la costituzione del 1980, per sostituire ‘lo stato liberale classico, ingenuo e inerme, con uno impegnato nella libertà e a difesa dei valori della cilenità’. È proprio sull’eredità della dittatura su cui si consuma una frattura dentro la destra cilena spiega la prof.ssa Stabili.
L’ombra di Pinochet.
Evolución Política (Evópoli) è “la novità nella destra parlamentare. Nata nel 2015, cura differenziarsi dai partiti UDI e RN nati negli seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso” quando nella transizione verso un regime rappresentativo, Pinochet autorizzò la ricostituzione dei partiti politici, ad eccezione di quelli marxisti. “RN e UDI si ponevano allora, con accenti diversi, come i custodi dei valori e dell’architettura istituzionale disegnata dal regime militare. Evópoli invece, ne prende le distanze. Sostenitore della difesa delle libertà civili oltre che della libertà economica, rappresenta la nuova generazione della destra liberal moderata, fatta da quarantenni, molti dei quali con titoli di studio conseguiti all’estero. Interessante è il riconoscimento dell’importanza del rispetto dei diritti umani, il loro rifiuto delle discriminazioni e la loro convinta difesa delle libertà civili, il riconoscimento della famiglia nelle sue diverse forme, il rispetto delle diverse identità di genere. La legge che riconosce e protegge il diritto all’identità di genere e permette il cambio di sesso fu approvata in parlamento nel novembre del 2018 grazie ai voti non soltanto delle opposizioni di centro-sinistra e sinistra ma anche a quelli di Evópoli, vicenda che crea il putiferio nella coalizione di governo di cui esso fa parte” ricorda la prof.ssa Stabili.
Braccia tese al funerale di Pinochet, Santiago, dicembre 2006.
“All’estremo opposto dell’arco della destra c’è José Antonio Kast Rist, ammiratore del generale Augusto Pinochet e con l’obiettivo di ripristinare una continuità forte con il regime militare” segnala Stabili. Kast sorprende tutti nella campagna elettorale per le presidenziali del 2017, caratterizzate dalla scomparsa della Democrazia cristiana che, “dalla data della sua costituzione (1964) in poi, era stato il partito di maggior peso e capacità orientativa nel sistema. Kast da indipendente di destra raccoglie il 7.93% grazie all’appoggio di gruppi di estrema destra e del piccolo partito Unidos en la Fe. Avvocato, ex-militante della UDI, deputato dal 2002 in diverse legislature, cattolico praticante, appartiene a una grande famiglia che amministra molti interessi economici e finanziari. Nel suo programma di governo si concentra sui temi della sicurezza contro criminalità e immigrazione e invoca lo strumento dello Stato di eccezione per combattere le mobilitazioni sociali. Pensa di rispondere alle rivendicazioni sui costi della salute, delle pensioni, dell’istruzione spingendo l’acceleratore sulla crescita economica attraverso misure ancora più liberiste di quelle vigenti. Anima la campagna elettorale, alquanto scialba, con slogan molto inquietanti del tipo «se Pinochet fosse vivo mi voterebbe» e fa apparire Piñera, candidato vincente della coalizione di destra, come un rassicurante signore moderato”. Dopo il voto del 2017, lavora al consolidamento del risultato, “costituendo, in collaborazione con intellettuali e studiosi di estrema destra, il centro di ricerca Ideas Republicanas e nel giugno del 2019, registra presso il Servizio elettorale, una nuova formazione, il Partido Republicano”, oggi capofila del NO al referendum del 25 ottobre.
La destra di Dio.
Kast è anche il rappresentante in Cile di una rete politica conservatrice estesa in tutta l’America, da nord a sud, promossa dai gruppi evangelici più conservatori, in particolare i neo pentecostali. L’organizzazione internazionale poggia su tre gambe: i pastori, gli accademici e i politici. Politici di primo piano dialogano con questa organizzazione, come Jair Bolsonaro – che recentemente si è fatto ribattezzare nel fiume Giordano in Israele- o Mike Pompeo, segretario di Stato di Trump. Questa internazionale della fede promuove la propria agenda attraverso attività di lobby. E ha il suo braccio politico nel Congresso Emisferico dei Parlamentari, composto da 670 parlamentari di 18 paesi latinoamericani, che osteggiano nei rispettivi paesi l’avanzata di libertà individuali in temi quali aborto, educazione sessuale, matrimonio omosessuale, uguaglianza di genere. L’iniziativa latinoamericana ha il suo centro negli Stati Uniti con la ADF, Alliance Defending Freedom.
Una manifestazione della ADF negli USA.
La ADF secondo i risultati dell’inchiesta giornalistica Transancional de la Fe della Columbia Journalism Investigation, ha contribuito all’elezione di Trump, al boom elettorale degli evangelici brasiliani – caposaldo nella vittoria e nell’azione di governo di Bolsonaro – e alla vittoria del No all’accordo di pace con le FARC in Colombia. Oggi l’America Latina è terreno di disputa tra le comunità cristiane, il papato di Francesco ha tra i suoi obiettivi recuperare il terreno perduto tra i fedeli convertiti ai culti protestanti. Inoltre, i gruppi più conservatori delle chiese evangeliche si scontrano con i poderosi movimenti femministi della regione. State certi che in futuro ne sentirete parlare ancora, è una delle grandi divisioni dentro il mondo cristiano e ha impatto diretto nella vita quotidiana di molti paesi.
Per oggi da Plaza Dignidad è tutto, a domenica prossima!
PS Grazie alla prof.ssa Maria Rosaria Stabili per la consueta disponibilità nel condividere le sue conoscenze sul Cile e l’America Latina.
Per approfondire:
Latin American Constitutionalism, 1810-2010: The Engine Room of the Constitution, Roberto Gargarella
Il sentimento aristocratico. Elites cilene allo specchio. (1860-1960)., Congedo editore, Galatina (Le) 1996, Maria Rosaria Stabili.
Nuovo evangelismo politico, Nueva Sociedad, 280/2019
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Latinoamericando: Venezuela, Colombia, Messico sul filo delle violazioni


Bogotà, 9 settembre 2020, EFE Gustavo Claros inizia la ricca puntata di Latinoamericando con un’intervista alla giornalista venezuelana Maria Fernanda Zambra sull’accusa dell’Onu al governo di Maduro per crimini di lesa umanità. In collegamento da Bogotà con l’analista politico Dario Ghilarducci analizza poi la dura repressione della polizia colombiana alle manifestazioni dello scorso 10 settembre, e infine dialoga con la critica cinematografica Blanca Rodríguez, parlando del film messicano “Nuevo Orden” del regista Michele Franco, vincitore del Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia.
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La mia ultima battaglia. In ricordo di Guillermo Almeyra (1928-2019)

di Guillermo Almeyra da La Jornada
Traduzione di Alice Fanti e Manuela Loi. Commento di Daniele Benzi
Il 22 settembre dello scorso anno, a 91 anni d’età, Guillermo Almeyra ci ha lasciati. Militante critico è il titolo della sua bella autobiografia. Ma anche cane sciolto. Marxista laico. Leninista democratico. Trotskista non settario. Ecosocialista. E naturalmente antistalinista e antiautoritario. Una vita di lotte senza concessioni, il sottotitolo. Ovunque. A fianco dei lavoratori senza mai dubitare della loro capacità di organizzazione e autogestione. Uomo integro. Libero. Che ha attraversato il ‘900 tutto d’un pezzo.
Chi lo ha conosciuto ne ricorda l’umiltà. Ma era un raffinato intellettuale. Io, che non ho avuto questo piacere, sono sempre stato affascinato da una scrittura capace di svelare con semplicità e senza narcisismo la conoscenza viva e vissuta delle cose di cui scriveva. Lo spessore umano. L’acutezza politica e lo spirito polemico. Coi compagni più intimi, il Subcomandante Marcos o Fidel Castro. Senza sconti a nessuno. Neanche a sé stesso. E guardando sempre dritto negli occhi.
Perché Guillermo Almeyra sapeva un sacco di cose e aveva vissuto in un sacco di posti. Fra cui l’Italia. I militanti più anziani se lo ricordano. Nella sua autobiografia racconta anche questa esperienza. Certo, sarebbe bello se qualche casa editrice coraggiosa decidesse di tradurla. Una testimonianza d’eccezione sul ‘900 latinoamericano e sull’internazionalismo rivoluzionario scritta per le nuove generazioni da un testimone veramente eccezionale.
Su l’America latina oggi lo ricordiamo pubblicando l’ultimo articolo uscito su La Jornada, quando le sue condizioni di salute erano già estremamente delicate. Un bilancio lucido e asciutto. Ottimista come solo gli imbecilli e i veri rivoluzionari di questi tempi possono esserlo. Sereno come solo gli esseri liberi lo sono davanti alla morte. Guillermo ci lascia un messaggio di speranza. E la memoria di una vita esemplare che, forse, ci aiuterà a non perderla. [Daniele Benzi]

Guillermo Almeyra con il fotografo Emilio Thibaut. Foto Cuartoscuro / Archivo Mercoledì scorso sono caduto e mi sono rotto la testa del femore della gamba destra. I medici hanno da subito paventato la possibilità di operarmi e di mettermi una protesi artificiale. Purtroppo, mi è venuta una crisi respiratoria che li ha fatti desistere, dal momento che avrei potuto morire sotto i ferri.
I dottori della rianimazione dell’ospedale di Marsiglia, il Timone, hanno rianalizzato la mia situazione complessiva e hanno valutato che probabilmente non arriverò alla fine di questa settimana e che, se anche dovesse accadere questo miracolo, solo dopo potrebbero considerare l’ipotesi di un’operazione. In una riunione di famiglia con la mia compagna da 60 anni, che è stata con me in tutte le situazioni rischiose, e con mio figlio, un giovane ecologista e anticapitalista, molto lucido nelle idee e nelle scelte, abbiamo deciso di basarci sulle stime dei medici. Superare il fine settimana e aspettare un miglioramento dei miei polmoni: questa potrebbe essere, di conseguenza, la mia ultima battaglia.
Nel 1943 ho iniziato la militanza socialista, nonostante frequentassi un liceo militare. Rifarei tutto quello che ho fatto e ripeterei tutto quello che ho detto da allora – a parte alcune stupidaggini che ho commesso tra il 1962 e il 1974, anni della mia espulsione dal trotskismo “posadista”[1] per divergenze politiche che condividevo anche con la mia compagna.
Ho lottato in quattro continenti, militato in partiti e creato riviste e giornali politici in sei nazioni; sono stato espulso da vari paesi a causa della mia attività rivoluzionaria. Quando sono tornato legalmente in Messico, da dove ero stato espulso durante la presidenza di Gustavo Díaz Ordaz, ho lavorato nel dipartimento di studi postlaurea della Facoltà di Scienze Politiche e Sociali della UNAM, ricoprendo il ruolo di coordinatore del corso in studi latinoamericani e ho collaborato con il giornale Uno Más Uno, diretto allora da Manuel Becerra Acosta. Quando Carlos Payán Velver e Carmen Lira Saade, tra gli altri, hanno creato La Jornada, ho lavorato in questa redazione e nel corso postlaurea in sviluppo rurale integrato della UAM Xochimilco.
Nello stesso periodo, ho fondato, insieme ad altri, alcuni master in scienze sociali all’Università Nazionale Autonoma del Guerrero e, sempre con altri, ho strutturato il corso di storia e sociologia per la UACM. Ho scritto o collaborato alla stesura di una cinquantina di libri. Ho avuto un figlio e ho piantato alberi in Messico e Nicaragua. Ho avuto l’onore di lasciare un minuscolo segno nei movimenti operai di Argentina, Brasile, Perù, Italia, Messico e nella Repubblica Socialista Araba dello Yemen del Sud.
I miei articoli de La Jornada sono riprodotti da diversi media europei e latinoamericani. Sin dall’adolescenza, difendo i lavoratori e il popolo, le risorse naturali, la relazione civile e pacifica tra le nazioni e la lotta per la democrazia, che implica affrontare lo Stato burocratico del capitalismo di Stato o del grande capitale finanziario e industriale. Di rivoluzionari ce ne sono tanti, ma pochi si propongono l’eliminazione del sistema di sfruttamento; nonostante nei partititi comunisti, soprattutto nei decenni ‘30 e ‘40, abbiano militato persone abnegate e di enorme valore, le linee politiche e il funzionamento delle loro direzioni hanno perpetuato il sistema capitalista, sia su scala nazionale che mondiale. Ho criticato quelle direzioni e quelle politiche staliniste che sono sopravvissute in governi e partiti che non erano stalinisti.
Discuto con franchezza e non ho paura di finire in minoranza, ma allo stesso tempo cerco di riunire i rivoluzionari anticapitalisti di tutte le tendenze con quelli della mia corrente e con i marxisti ecosocialisti rivoluzionari.
Come ho detto in alcuni dei miei libri, sono copernicano, newtoniano, darwinista, marxista, leninista, trotskista, ma in modo laico e senza abbandonare la critica agli errori dei maestri.
Nonostante tutto ciò e nonostante il terribile pericolo che stiamo vivendo su scala mondiale di una distruzione ecologica delle basi della civiltà e di una guerra nucleare che farebbe tornare il mondo all’età della pietra, sono convinto che l’umanità avrà un futuro migliore e che ci sia la possibilità di assicurare a tutti lavoro, educazione, salute, un ambiente sano, cibo e acqua di qualità, diritti democratici, sicurezza e rispetto per le donne e la fine di tutte le discriminazioni.
Se non dovessi vincere questa difficile battaglia che sto conducendo, che questi testimoni passino a chi mi segue nella corsa. Viva i lavoratori messicani! Viva l’internazionalismo proletario! Uniamoci tutti e costruiamo un’alternativa al capitalismo!
[1] Corrente di pensiero che prende il nome da J. Posadas (Argentina 1912 – Roma 1981), all’anagrafe Homero Rómulo Cristali Frasnelli, leggendario dirigente trotskista argentino e della IV Internazionale in America Latina, noto per le sue idee eccentriche e la visione ideologica detta appunto posadismo. [NdT]
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Hacer memoria a partir del quiebre del tiempo: un año en búsqueda de Armando Isaac


En busca de Armando Isaac, desaparecido en León, México, el 18 de septiembre de 2019 A las personas que tienen un desaparecido
les digo que no están solas,
que no dejen de buscarlos,
que no pierdan la esperanza.
Armando, papá de Armando Isaac Rodríguez García
Es buscarlo hasta encontrarlo,
es muy desesperante no saber nada,
pero vamos a seguir buscándolo,
estamos en eso y no nos vamos a cansar.
Silvia, mamá de Armando Isaac
El 18 de septiembre de 2019, como todos los días, me lanzo a trabajar a la universidad. León despierta primero, el resto de Guanajuato le sigue al ritmo de la provincia. Como siempre, prendo mi moto, rodeo el Nou Camp, tomo el bulevar López Mateos y doy la vuelta a la izquierda en Francisco Villa, rumbo al norte. La mirada cae sobre las portadas de periódicos violentos, testigos de papel de esta época guanajuatense desbordada.
La zona se considera céntrica. Pareciera razonablemente segura, con sus banquetas arregladas, la luminaria eficaz y los negocios que abren uno tras otro, en serie, de ambos lados de la avenida y sin discontinuidad. La lluvia nocturna de fin de temporada deja espacio al sol septembrino mientras mi moto rebasa semáforos verdes y rojos. No me doy cuenta de nada.
Isaac es un chico lleno de ilusiones, que le gustan mucho las motos, que tenía muchas ganas de viajar, con muchas ganas de tener su negocio, de darle lo mejor a su hijo. Es su ilusión. Se divertían mucho y su hijo lo extraña. [Armando, su papá]
Armando Isaac llega al trabajo en su motoneta, parecida a la mía. Como todos los días, va abriendo la compuerta de su local, su especialidad son las mascotas, sus accesorios, alimentos y bienestar. Las llaves todavía las tiene metidas en la chapa del vehículo. De los negocios vecinos se asoman: “Buenos días, ¿cómo estás?”. Pasan unos segundos y la calle se inunda de ruido, corre la oruga impaciente, chillan los cláxones, y bajan infames sujetos de una camioneta.
Isaac es un muchacho muy inteligente, muy pensativo, él quería terminar su carrera, es un muchacho que tenía dos carreras, truncas, pero tenía sus dos carreras: comercio internacional y psicología. Y tenía muchas ganas de terminarlas e irse, viajar. Se detenía mucho por su hijo, que lo adora. Pero es un muchacho, es un tipazo, es muy lindo. Bueno soy su madre, verdad, ¿yo qué puedo decir? Pero es un muchacho muy lindo, muy educado. [Silvia, su mamá]

Armando y Silvia, padres de Armando Isaac, en marcha hacia la fiscalía (León, 18/02/2020) La tienda queda cerrada, desde entonces. Armando Isaac fue desaparecido ese día, mientras yo llegaba a la Ibero y saludaba a los guardias. Ya nadie conoce su paradero, aunque hubo testimonios de cuando se lo llevaron y finalmente el vehículo de los perpetradores fue hallado, demasiado tiempo después.
“Él cumple un año”. “Mi hija tiene tres años y medio”. “¿Su marido? Ya van a ser dos meses”. Así, como un doloroso aniversario, una suerte de cumpleaños al revés, muchas familias de las y los desaparecidos hacen memoria, a partir del quiebre del tiempo, desde que se impone una ausencia forzada dentro de sus vidas. ¿Qué hace la desaparición?
Nos ha cambiado totalmente, es muy triste despertarte y pensar si él también tiene la oportunidad de despertar. Cuando comes, pensar si él también tiene la oportunidad de comer, de ser querido, de que alguien le diga algo bonito, pues es muy triste y te cambia porque piensas todo el santo día en ellos, piensas: ¿Qué pasó, y por qué le pasó a él? [Silvia, mamá de Isaac]
Vivo con una tristeza, con una incertidumbre de no saber cómo está o en dónde está, vivo con miedo y, a la vez, con mucho coraje por todo lo que pasa. [Armando, papá de Isaac].
Van contando los días, los meses y los años desde el momento en que ya no supieron nada de él o de ella. Desde allí la vida toma otro curso, la cronología empieza desde cero, de nuevo, como si se hubiera abierto una línea temporal paralela marcada por el dolor, la incredulidad, la búsqueda y la esperanza del encuentro. Se habla del tiempo suspendido, y lo mismo se dice del duelo, pues no se puede cerrar hasta encontrarles. Dos mil cuatrocientos treinta y cinco. Son nuestros desaparecidos de Guanajuato. Más de setenta y cinco mil en todo México.
Quienes creen estar en otro mundo, en donde la desaparición no ocurre, no se ve o no les puede afectar porque – dicen – “es algo que pasa a quienes andan en malos pasos”, no lo pueden ni quieren entender ese dolor. Tampoco lo entendemos, o no del todo, quienes no somos víctimas, aunque ejerzamos la empatía y percibamos el sufrimiento. Acercarse es difícil pero necesario, porque las desapariciones son de todos y todas, desgarran a la sociedad entera, sin excepciones. A la pandemia de esta violencia no se escapa con milagros, ni mirando para el otro lado, agachando la cabeza, o repitiendo frases convenientes y creyendo que sólo les pasa a otros. ¿Qué hacer?
Recomiendo que en cuanto vean que no saben nada de su ser querido, luego luego levantar una denuncia, luego luego en las redes sociales, cosa que a nosotros nos dijeron que no, que nos esperáramos, que después nos iban a chantajear y no sé qué tanto. Yo opino que hay que difundir luego luego en las redes sociales en todos lados, porque sabemos que todo esto muy mal, no te dan respuestas, las cámaras no sirven. Entonces, nadie sabe nada. Tiene uno que estarle viendo la cara a la gente que tiene cámaras para saber si pasó por allí, si nos prestan las grabaciones, entonces hay que hacer mucho ruido, es lo único que yo puedo decirles. Y que no están solos, hay que gente que está preocupada también y estamos con los brazos abiertos en varios colectivos que nos ayudan, y que ayudamos. [Silvia, mamá de Isaac]
Para mí la búsqueda es hacer hasta lo imposible por encontrarlo, saber de Isaac, realizando búsqueda en vida. Es hacer todo por Isaac y por otras personas que viven y están en la misma situación. Es solidarizar con familiares, es estar en una familia que siente y te entiende lo que vives, es levantar la voz para ser escuchado. [Armando, papá de Isaac].
Conocí a Armando Isaac un par de semanas después de su desaparición, ya era octubre. En una feria de artesanías nos vimos la primera vez a través de las palabras susurradas de su tía, amiga quien trabajó un tiempo conmigo. Ya no estás, pero sí estás. La memoria vence la ausencia, y allí fue cuando platicamos sobre el inminente nacimiento de un colectivo en Irapuato. Cada vez más gente sentía el mismo dolor y quería hacer algo: unirse, compartirlo, transformarlo, no dejarle ganar el partido así no más.
El papá y la mamá de Armando Isaac, Armando Rodríguez y Silvia García, fueron el 8 de noviembre a la primera reunión de ese colectivo y a las siguientes, cuando era posible. Mientras tanto, no dejaron de buscar, investigar, presionar a los que deberían hacerlo, juntar evidencias, testimonios, recorrer oficinas y calles, encontrar a ministerios públicos, así como a otras familias en la misma situación. Hermanas del dolor, se dicen. Y no han dejado, junto con esta comunidad y con quienes se le han acercado para prestar apoyo, de participar en lo que hoy es el movimiento de familiares de personas desaparecidas en Guanajuato.
En los colectivos yo creo que somos una familia, nos comprendemos, sabemos del dolor y de lo que sentimos, porque muchas veces no lo sentimos con la familia. Es vernos a los ojos sin saber lo triste que estamos y que las comprendo y que me comprenden. ¿Sí? Yo creo que a veces se llora más con ellos que hasta con la familia. Y al no estar con ellos, a lo mejor te hacen menos caso las autoridades, y así ya en familia, en grupo, muchos, tenemos que alzar la voz, sí, para gritar, para que todos nos escuchen, nos entiendan y sepan que está pasando algo muy grave y muy triste. [Silvia, buscadora de Isaac y todx lxs desaparecidxs].
Con reuniones y pancartas, entrevistas y marchas, árboles de esperanza, diálogos y valor, han logrado, todos y todas juntas, que el drama social de la desaparición, causado por la violencia estructural, institucional, criminal, económica y simbólica que azota el estado y el país, fuera visibilizado y reconocido por las autoridades que lo negaban y criminalizaban a las víctimas.
Algo, todavía poco quizás, va cambiando. Y ojalá sea para bien. Aun así, reinan todavía la impunidad, los retrasos institucionales, la administración del dolor de las víctimas por parte de las autoridades.
La relación con las autoridades es buena, nos han dado buena atención, nunca han sido groseros, pero lo que nosotros queremos son resultados, los avances de las investigaciones son pocos y los resultados son lentos [Armando, quien busca a su hijo, Armando Isaac].
La esperanza no abdica en los ojos y las palabras de Silvia y Armando, esperando que Armando Isaac vuelva a su casa. Este amigo tan especial que no he podido tener. El hijo y padre, aspirante a viajero y motociclista, el psicólogo y comerciante del que me han hablado mucho, y que espero conocer en persona lo más pronto posible.
Porque cuando se lo llevaron, nos quitaron a todos y todas un pedazo de vida y de futuro. El futuro son los niños y las niñas que buscarán y encontrarán a sus papás, mamás, hermanos y hermanas. Son quienes podrán cambiar la memoria de esta noche terrible en que coincidimos a partir de un futuro posible más pacífico. Por ahora, tenemos el deber de no seguir heredándoles este presente.
Isaac tiene un hijo de 8 años. Él está muy triste y está esperando a su papi. De Navidad, de cumpleaños, su deseo es éste: que llegue su papá, que llegue en su moto y que toque la puerta para abrazarlo. Sí dejó un niño, y ese niño le extraña mucho. [Silvia, abuela del hijo de Isaac, mamá de Isaac, buscadora]

Armando Isaac y una de sus pasiones (foto cortesía de la familia)

