Inicio

  • I medici cubani all’estero: apparenza e realtà

    I medici cubani all’estero: apparenza e realtà

    di Samuel Farber da Sin Permiso

    Traduzione di Manuela Loi e Alice Fanti. Commento di Daniele Benzi.

    Foto Claudio Furlan/LaPresse 22 Marzo 2020 Varese (Italia) cronaca Arrivo della delegazione di medici cubani che verranno impiegati nell’ospedale da campo allestito all’ospedale di Crema Photo Claudio Furlan/LaPresse 22 March 2020 Varese (Italy) news Arrival of the delegation of Cuban doctors who will be employed in the field hospital set up at the Crema hospital

    All’inizio del XXI secolo, è ancora necessario difendere Cuba dall’imperialismo statunitense. Non è scontato però che si debba difendere il socialismo cubano. Un progetto che l’anno scorso ha compiuto sessant’anni e che, come tutti i grandi progetti di emancipazione del XX secolo, presenta un panorama complesso e contraddittorio di luci e ombre. Ma anche di normalità, spesso tanto grigia e asfissiante quanto l’oppressione che voleva sconfiggere forgiando l’Uomo nuovo e la Società senza classi. Hasta la victoria…      

    L’internazionalismo medico è un buon esempio delle luci e delle ombre del socialismo cubano. Dell’imperialismo che vuole soffocare Cuba. Ma anche dell’asfissiante normalità dopo sessant’anni di progetto socialista. Ed è un buon esempio della manipolazione dei simboli per eccellenza dell’utopia socialista del XX secolo: l’Uomo nuovo e la Società senza classi.

    Sebbene sia l’argomento più usato dalle sinistre latinoamericane ed europee per difendere l’esperienza di Cuba, o quantomeno alcuni suoi aspetti positivi, raffigurare il medico cubano di oggi come il fratello minore dell’Uomo nuovo, un po’ rassomigliante al Che Guevara, e il sistema sanitario cubano come l’anticamera della società senza classi, è un’operazione di manipolazione ideologica il cui fine prioritario è la sopravvivenza del governo socialista. Legittima o meno che sia, tale operazione distorce grossolanamente la realtà dei fatti e la serietà del dibattito sulla sinistra possibile per il XXI secolo.

    L’articolo di Samuel Farber che presentiamo oggi è stato pubblicato qualche mese fa in inglese su New Politics e in spagnolo sul portale Sin Permiso. Ci offre un panorama più ampio e complesso rispetto all’immagine superficiale del sistema di cooperazione cubano che è circolata anche in Italia a seguito degli aiuti che il governo socialista ha inviato per far fronte all’emergenza sanitaria da COVID-19. Autore di libri importanti su Cuba e il socialismo, Farber mette in luce alcuni retroscena poco noti o sconosciuti al pubblico anche di sinistra.    

    Intendiamoci. L’internazionalismo medico cubano ha tanto di cui vantarsi se paragonato a un sistema moralmente impresentabile, operativamente incapace e politicamente corrotto nel complesso quale è la cooperazione internazionale allo sviluppo. Anche il sistema sanitario cubano è in buone condizioni rispetto a quello di molti altri paesi a basso reddito, nei quali tra l’altro la dittatura genocida della medicina privata è più la norma che l’eccezione. Quindi siano più che benvenuti i medici cubani in Italia e in Europa! Che vinca il premio Nobel per la Pace la Brigada cubana Henry Reeve! (magari con Laura Pausini come testimonial d’eccezione…). Ma non dimentichiamoci che insieme alle luci ci sono anche le ombre, persino più sgradevoli di quelle raccontate da Farber. E c’è la normalità, spesso asfissiante come il caldo dei tropici, di un progetto socialista che l’anno scorso ha compiuto sessant’anni. La sinistra radicale ci dovrà fare i conti, prima o poi, forse, al di là dei miti e delle nostalgie, per non correre il rischio di affrontare il XXI secolo con gli slogan e le utopie di quello appena passato. [Daniele Benzi]      

    È ovviamente positivo che il governo cubano stia inviando i suoi medici all’estero per prestare aiuto nell’attuale crisi sanitaria da COVID-19. Per coloro che li ricevono, si tratta senza dubbio di un regalo prezioso che salva vite. Per molte persone, è un’ulteriore espressione del carattere progressista dello stato cubano. Tuttavia, è importante mettere in evidenza aspetti meno conosciuti di questo programma di medici cubani all’estero, compresi i vantaggi economici ottenuti dal governo e le condizioni alle quali i medici lavorano nell’isola e all’estero, che rivelano il carattere antidemocratico dello stato cubano e l’impatto che questo ha sulla popolazione.

    Stando al governo cubano, questi servizi medici sono pagati dai clienti esteri secondo una scala variabile che dipende dalle possibilità economiche di ciascun paese, mentre in determinati casi Cuba garantisce i servizi sanitari dei suoi medici gratuitamente. Tuttavia, non tutti sanno che l’esportazione di servizi medici da parte del governo cubano è, di fatto, il più grande business e fonte di reddito dello stato. Nel 2018, lo stato cubano ha guadagnato 6,2 miliardi di dollari dall’esportazione di servizi medici, che rappresentano la più grande fonte di valuta straniera (The Guardian, 6 maggio 2020), cioè il doppio delle entrate provenienti dalle rimesse dei cubani all’estero, e la seconda fonte di entrate per importanza, persino maggiori di quelle generate dal turismo, che rappresenta la terza fonte di entrate in valuta estera. Un anno dopo, nel 2019, i servizi medici rappresentavano il 46% delle esportazioni cubane e il 6% del PIL dell’isola.

    Verso la fine del 2018, le operazioni sanitarie cubane all’estero hanno comportato l’esportazione di 28.000 medici e altro personale medico in 67 paesi, un numero ridotto rispetto all’apice dei 50.000 del 2015, prima che i medici cubani venissero espulsi da paesi come Brasile, Bolivia, El Salvador e Ecuador quando i rispettivi governi si sono spostati a destra, o ad estrema destra, come nel caso di Jair Bolsonaro in Brasile.

    I medici cubani ricevono all’incirca il 25% circa del compenso che i governi stranieri pagano alle autorità cubane per i loro servizi (la maggior parte dei paesi ospiti fornisce alloggio gratuito ai medici cubani, sebbene di qualità variabile). I medici non hanno modo di negoziare il loro stipendio con le autorità cubane, poiché non sono autorizzati a organizzarsi in sindacati indipendenti per rivendicare i propri diritti. I sindacati a Cuba sono controllati dallo stato e fungono da mere cinghie di trasmissione di politiche e decisioni del Partito Comunista cubano.

    I medici all’estero, quindi, sono soggetti a una serie di regole governative che cercano di limitarne la mobilità ed evitare la possibilità di diserzione, come per esempio trattenere il loro compenso, o parte di esso, a Cuba per conto dello stato, e dover lasciare i propri coniugi e/figli sull’isola. Inoltre, i medici cubani devono consegnare il loro passaporto ai supervisori non appena arrivati nel paese straniero dove eserciteranno. La diserzione è punita severamente, con il divieto per i disertori di visitare Cuba per otto anni, nonostante siano cittadini cubani.

    I medici cubani sono tuttavia più che disposti a esercitare all’estero sotto il patrocinio del governo. Oltre ai sentimenti umanitari che potrebbero motivarli, l’esiguo 25% della somma ricevuta per i loro servizi all’estero è molto di più di ciò che guadagnerebbero normalmente a Cuba. Come ha messo in evidenza Ernesto Londoño in un articolo del New York Times del 29 settembre 2017 sui medici cubani in Brasile, fino ad allora 18.000 mila medici cubani avevano prestato servizio in quel paese. L’accordo tra le autorità cubane e brasiliane nel 2013 permetteva che ogni medico cubano ricevesse, dopo che il governo ne avesse trattenuto la maggior parte, 2.900 reales al mese, 1400 dollari nel 2013 e 908 dollari nel 2017, una quantità veramente straordinaria se paragonata ai 1500 pesos o 60 dollari al mese (al cambio abituale di circa 25 pesos nazionali cubani o CUP per dollaro) che avrebbero guadagnato a casa loro, dopo il grande aumento salariale  nel marzo  del 2014 (Havana Times, 21 marzo 2014). Una questione che Londoño non menziona è che, oltre a guadagnare molti più soldi che in patria, i medici cubani in Brasile e in molti altri paesi dove hanno lavorato, hanno anche ottenuto accesso a una vasta gamma di beni di consumo non disponibili a Cuba e che possono portare con sé al loro ritorno a casa. Questo è un altro esempio di persone che si sottomettono volontariamente a condizioni di sfruttamento per mancanza di alternative.

    Il governo cubano e i suoi difensori all’estero spesso giustificano la detrazione del 75% del compenso per il lavoro dei medici all’estero come un modo equo di ripagare lo stato per aver sostenuto le spese per l’istruzione gratuita dei medici. In realtà, secondo i calcoli dello stesso governo, i medici cubani hanno già “pagato” la loro istruzione gratuita con il “servizio sociale”, mettendo a disposizione le conoscenze acquisite subito dopo la laurea per un periodo di due anni (tre anni per gli uomini che lo combinano con il servizio militare), a tempo pieno, in una località assegnata dal governo (un programma analogo di un anno esiste da più di ottant’anni in Messico, dove l’educazione medica è gratuita). Solo dopo aver finito il servizio sociale, i medici possono fare domanda per posti vacanti nelle località desiderate e/o secondo ciò che considerano, in termini relativi, condizioni di lavoro più favorevoli. Tuttavia, dal momento in cui prestano il servizio sociale, sono considerati impiegati statali (la pratica privata è illegale) e sono soggetti alle regole e alle condizioni dettate unilateralmente dallo stato cubano. Perciò questo sistema va definito medicina statale e non medicina socializzata. Quest’ultima permetterebbe ai medici, in un sistema democratico e socialista, di scegliere di lavorare per organizzazioni sociali non statali – come sindacati indipendenti, comitati cittadini, consigli dei lavoratori, amministrazioni municipali – o per lo stato, come parte di un sistema universale pubblico di salute, finanziato totalmente con i fondi pubblici.

    Non sorprende che molti medici cubani scelgano di disertare quando prestano servizio all’estero, nonostante ciò implichi difficoltà e ostacoli. Organizzare sindacati indipendenti per opporsi al sistema del partito unico a Cuba è molto rischioso. La maggior parte delle persone nell’isola, compresi i medici, probabilmente non lo prende in considerazione o non crede che si tratti di un’opzione praticabile. Molti di loro sono disertori e hanno ottenuto asilo negli Stati Uniti grazie al Programma di Tutela dei Professionisti Medici Cubani, introdotto da George W. Bush nel 2006. Questo programma ha permesso ai medici cubani di stanza in altri paesi di ottenere la residenza permanente negli Stati Uniti e di agevolare le pratiche legali una volta arrivati negli USA.

    Quando Obama abolì il programma alla fine del suo mandato nel gennaio 2017, circa 7000 medici cubani ne avevano beneficiato. Inutile dire che, come nel caso del criminaleembargo economico statunitense ai danni di Cuba dal 1960, il programma non è stato creato per promuovere il benessere del popolo cubano o per ristabilire la “democrazia” nell’isola, bensì per attaccare l’economia cubana, in questo caso incoraggiando la “fuga dei cervelli” dall’isola, per punire un regime che non ubbidisce alle regole del gioco di Washington.

    Vale anche la pena segnalare che, nonostante Trump abbia eliminato molte delle misure prese da Obama per alleggerire l’embargo, non ha fatto nulla per ristabilire il programma medico di Bush, a testimonianza del fatto che i suoi sentimenti e le sue politiche anti migratorie sono molto più forti del suo anticomunismo. In assenza della scappatoia fornita dal Programma di Tutela di Professionisti Medici Cubani patrocinato dagli Stati Uniti, almeno 150 medici cubani in Brasile hanno presentato le proprie rivendicazioni davanti ai tribunali di questo paese prima che Bolsonaro entrasse in carica, sfidando l’accordo Cuba-Brasile ed esigendo di essere trattati come contrattisti indipendenti con il diritto di guadagnare stipendi completi, e non come impiegati dello stato cubano. I procedimenti legali sono decaduti quando Bolsonaro è arrivato al potere e Cuba ha ritirato il suo personale medico (circa 8000 persone) dal paese. Nel giugno del 2019, molti medici cubani mandati a lavorare in Brasile si sono rifiutati di fare ritorno a Cuba.

    Sono rimasti in Brasile in un limbo, svolgendo qualsiasi tipo di lavoro per sopravvivere, poiché non possono esercitare la professione medica a meno di non superare un esame di riconvalida che non viene convocato dal 2017. Tuttavia, recentemente, il governo brasiliano ha assunto 157 medici cubani e li ha autorizzati a prestare aiuto durante la crisi da Coronavirus scoppiata nel paese, aggravata dalle politiche criminalmente negligenti del governo di Bolsonaro (Al Jazeera, 19 maggio 2020).

    Intanto la popolazione cubana ha pagato il suo prezzo per l’esportazione dei medici. In uno studio sull’economia cubana tra il 2007 e il 2017 (“Bienestar social y reforma estructural en Cuba, 2006-17”, Cuba en transición, vol 27, 2017), l’illustre economista cubano Carmelo Mesa-Lago ha osservato che, se da un lato il sistema sanitario universale e gratuito di Cuba ha ottenuto notevoli miglioramenti- come un’ulteriore diminuzione della mortalità infantile, la riduzione del numero di abitanti per ogni dentista [che, sebbene importante, rappresenta solo una parte dei gravi problemi delle cure dentistiche a Cuba] e un aumento delle vaccinazioni che ha portato all’eliminazione o riduzione della maggior parte delle malattie trasmissibili -, dall’altro, però, è aumentata la mortalità materna, è diminuita la quantità dei policlinici e degli ospedali, compresi gli ospedali rurali e i centri di salute rurali/urbani chiusi nel 2001, i cui pazienti sono stati trasferiti negli ospedali regionali, con conseguente aumento dei tempi e dei costi di trasporto, nonché maggiori rischi in caso di emergenza. Ha inoltre scoperto che erano stati ridotti i letti ospedalieri disponibili e i costosi procedimenti di diagnosi e test, mentre le strutture fisiche e le apparecchiature continuavano a deteriorarsi. Oltre a una grave penuria di medicinali, Mesa-Lago segnala che i pazienti ricoverati dovevano anche provvedere alla fornitura di lenzuola, cuscini e articoli affini.

    In merito all’invio del personale medico cubano all’estero, le ricerche di Mesa-Lago indicano che, sebbene il numero dei medici sia aumentato del 21% nel periodo 2007-2017- raggiungendo un nuovo record nel 2016 con 90.161 nuovi medici -, una volta sottratti i 40.000 medici all’estero nel 2017, il numero dei medici rimasti sull’isola si riduce drasticamente a un medico ogni 224 abitanti, quasi al livello del 1993, l’anno più nero della crisi economica seguita al collasso del blocco sovietico. La riduzione peggiore riguarda gli specialisti, gran parte dei quali sono stati mandati all’estero. (L’autore conosce personalmente il caso di un’amica la cui colonscopia è stata compromessa da un tecnico che ha sostituito uno specialista inviato all’estero). Mesa Lago aggiunge che l’esportazione di medici ha avuto un effetto particolarmente negativo sul programma dei medici di famiglia, un programma di grande successo creato dal governo negli anni ‘80, e che è stato notevolmente ridotto, del 59% circa, nel periodo 2007-2017.

    Come se non bastassero i gravi problemi che hanno colpito il sistema sanitario cubano a causa del calo del numero dei medici rimasti a Cuba, a peggiorare la situazione si è aggiunta una riduzione del 22% del personale medico appartenente ad altre categorie come tecnici e infermiere (non necessariamente dovuto al programma di esportazione), secondo quanto riportato da Mesa Lago nel medesimo studio.

    Recentemente Cuba è stata colpita dal Covid-19, come è successo praticamente in tutto il mondo.  Secondo Granma, organo ufficiale del Partito Comunista, sarebbero state contagiate 1.963 persone (Granma, 26 maggio) e 79 sarebbero decedute (Granma, 19 maggio). Fino al 25 maggio, risultavano 434 pazienti ricoverati (Granma, 26 maggio) e 3281 sotto osservazione presso i centri di salute (Granma, 19 maggio) mentre, sorprendentemente, solo una settimana dopo risultano solo 434 (Granma, 26 maggio), mentre 1823 pazienti si trovavano in isolamento domiciliare. (Granma, 26 maggio). Sebbene il governo cubano abbia adottato misure drastiche per contenere il contagio, per esempio chiudere il paese ai turisti e sospendere il trasporto pubblico, è ancora troppo presto per capire se queste siano state efficaci, data la scarsa informazione indipendente disponibile sulla gestione dei pazienti COVID-19 da parte del sistema sanitario cubano e dell’esattezza delle statiche precedentemente menzionate.

    Molti, da sinistra, attribuiscono i gravi problemi che colpiscono il sistema sanitario cubano, compresi quelli causati specificamente dall’esportazione dei medici, all’embargoeconomico degli Stati Uniti. É innegabile che, da quando è stato introdotto negli anni ’60, l’embargoha avuto un impatto significativo sull’economia cubana. Sebbene sia stato attenuato da Obama durante il suo secondo mandato, Trump ha messo fine alla maggior parte dei cambiamenti positivi: ha nuovamente imposto restrizioni sui viaggi dagli Stati Uniti a Cuba, ha ostacolato le rimesse, riaffermato la chiusura dei mercati statunitensi ai prodotti cubani e proibito gli investimenti statunitensi a Cuba. In realtà, questa proibizione è stata rafforzata da Trump, che ha congelato i nuovi investimenti stranieri a Cuba applicando per la prima volta il Titolo III della Legge Helms-Burton del 1996, che proibisce qualsiasi trattato economico riguardante terreni o strutture confiscate dal governo cubano alle imprese statunitensi all’inizio del 1960. E ha rincarato le sanzioni alle banche internazionali che realizzano operazioni con Cuba. Anche se la Legge sulle sanzioni commerciali e aumento delle esportazioni degli Stati Uniti del 2000, ancora intatta, autorizza la vendita di alimenti e la maggior parte dei medicinali a Cuba, crea anche molte difficoltà alle transazioni commerciali implicate nella vendita di questi prodotti all’isola, come esigere pagamenti anticipati in contanti (non si accettano crediti bancari) e richiedere tante licenze al punto da sovvertire il presunto proposito liberalizzatore della Legge.

    Tuttavia, bisogna tenere presente che gli Usa sono gli unici ad aver applicato l’embargo verso Cuba e che molti altri paesi capitalisti, specialmente il Canada, la Spagna (persino la Spagna di Franco) e altri paesi che si sono aggiunti all’Unione Europea hanno sempre mantenuto relazioni economiche con l’isola, offrendo una vasta gamma di opportunità economiche dall’inizio dell’embargo. Pertanto, l’embargo degli Stati Uniti spiega i problemi di Cuba solo fino a un certo punto. Ha svolto un ruolo molto più importante l’economia politica burocratica cubana, non democratica, portata avanti dal partito unico di stato.

    Cuba è, in tutti i suoi aspetti essenziali, una riproduzione del modello socio-economico e politico sovietico, in cui una classe di burocrati gestiva l’economia senza nessuna partecipazione istituzionale o limiti da parte di sindacati indipendenti o altre organizzazioni popolari. Solamente su internet – al quale solo una minoranza ha accesso, soprattutto per il suo prezzo molto elevato in relazione agli stipendi attuali, e di cui il governo non ha ancora ottenuto il completo controllo -, si possono trovare molte voci cubane critiche, comprese quelle delle nascenti associazioni indipendenti della società civile che sono completamente escluse dai mezzi di comunicazione controllati dallo stato (giornali, emittenti televisive e radio). Pertanto, non esiste trasparenza né una discussione aperta e pubblica sui problemi di Cuba, siano essi politici, sociali o economici, a meno che il regime decida di diffonderli per i propri fini e sempre sotto il suo controllo. L’informazione sull’economia è sistematicamente distorta e la trasmissione di segnali chiari necessari al suo buon funzionamento dell’economia è continuamente ostacolato: feedback autentici, l’informazione corretta e le iniziative indipendenti dal basso sono sistematicamente scoraggiate per evitare che il partito unico statale perda il controllo sull’economia. In mancanza di una vita pubblica aperta e democratica, i cittadini non dispongono del potere necessario per esigere una rendicontazione agli amministratori. La mancanza di una stampa aperta e di qualsiasi altro mezzo di comunicazione di massa indipendente, ha favorito l’occultamento, la corruzione e l’inefficienza di tutto il sistema. La mancanza di democrazia, inoltre, promuove l’apatia e il cinismo tra i lavoratori che non prendono iniziative indipendenti significative e tanto meno hanno il controllo di ciò che succede sul loro posto di lavoro.

    L’inefficienza e la corruzione si riflettono in tutti i settori della società cubana, compreso il settore sanitario. L’uruguayano Fernando Ravesberg, giornalista critico per nulla ostile al governo cubano, dieci anni fa scriveva delle condizioni degli ospedali cubani, criticando lo spreco di costose apparecchiature oftalmologiche abbandonate, inutilizzate, in diversi magazzini; lo spreco della nuova unità ustionati del famoso ospedale Calixto Garcia, vicino al campus principale dell’Università dell’Avana, mai utilizzato dalla sua inaugurazione due anni prima. Ravsberg avvertiva che le strutture erano inservibili: il tetto aveva ceduto in diverse occasioni e le costosissime vasche da bagno per gli ustionati non potevano essere utilizzate a causa della bassa pressione dell’acqua. La nuova e all’avanguardia sala operatoria nello stesso ospedale era ugualmente inutilizzabile, a causa delle grandi perdite nelle tubature dell’acqua e un tetto che gocciolava ogni volta che pioveva. Le mattonelle si staccavano continuamente dai muri, a causa della mancanza di cemento, probabilmente sottratto durante la costruzione, come già era successo nell’ospedale Almejeiras, nel centro dell’Avana (“Los Recursos de Salud”, Cartas desde Cuba, 29 aprile, 2010).

    Pur riconoscendo che il regime cubano è antidemocratico, economicamente inefficiente e “talvolta” repressivo, molta gente di sinistra, oltre a opporsi all’intervento statunitense contro Cuba, considera il regime cubano progressista e meritevole di sostegno per essersi posto come obiettivo la lotta alla povertà attraverso un sistema educativo e di formazione professionale pubblico e un sistema sanitario universale. Questa posizione implica un calcolo matematico di costi e benefici, in cui i costi per il benessere sociale compensano di gran lunga la perdita di democrazia e di libertà politica. Tuttavia, il benessere di un popolo è intrinsecamente connesso alla presenza o assenza di democrazia. Ciò che è successo con il sistema sanitario ne è un esempio. L’impatto che ha avuto l’esportazione di medici, aggravando i problemi esistenti in questo settore, ne è una testimonianza concreta.

    C’è una perdita che non può essere tollerata quando si tratta di stabilire se un  determinato regime deve essere sostenuto politicamente: la perdita di autonomia politica di classe, di gruppo (sia esso definito in termini di razza, genere o orientamento sessuale) e individuale e la perdita di libertà di organizzarsi in modo indipendente per difendere gli interessi di classe e di altri gruppi, così come le libertà civili e politiche associate per rendere possibile e praticabile questa indipendenza organizzativa.

    Samuel Farber

    nato a Marianao, Cuba, è professore emerito di Scienze politiche presso il Brooklin College di New York. Tra tanti altri libri, recentemente ha pubblicato “The politics of Che Guevara” (Haymarket Books, 2016) e una nuova edizione del fondamentale libro (Before Stalinism. The rise and Fall of Soviet Democracy).

  • Incendiare il passato per porre fine al razzismo (e ricostruire il mondo)

    Incendiare il passato per porre fine al razzismo (e ricostruire il mondo)

    Il fotografo messicano Antonio Turok cattura l’abbattimento della statua di un generale coloniale spagnolo nel sud del Messico, un’azione portata avanti da quelli che pochi anni più tardi si presenteranno al mondo come Zapatisti.


    di Gerardo Rayo, qui la versione originale in spagnolo

    traduzione di Gianpaolo Contestabile

    La base bianca della statua. Due uomini sopra di essa. Uno dei due spinge l’altro. L’uomo che spinge indossa una camicia bianca, leggermente malandata, di sicuro per il lavoro nelle campagne. Nella mano sinistra impugna una mazza sulla quale ora fa leva. La sua pelle è scura, morena, porta un cappello e la sua mano destra è totalmente distesa in un gesto di disprezzo e orgoglio nei confronti dell’altro uomo che sta spingendo. L’uomo che spinge è indio [1]. Intorno a lui molti altri indios guardano ciò che sta accadendo, la rabbia contro l’uomo che viene spinto proviene anche da tutti coloro che stanno assistendo alla scena. È giorno, il cielo è limpido. L’uomo che viene spinto è bianco, ha una barba prominente, indossa un’armatura di ferro, logorata dal tempo, conserva ancora il suo elmo e uno sguardo da cane orgoglioso. L’uomo bianco è ignaro del suo epilogo, sta per essere scagliato nel vuoto dagli indios, gli stessi che ha accusato di essere incivili ed eretici, con lingue e costumi che non erano e non sono opera di dio, perché per lui, dio è bianco. Quegli stessi indios, che ieri come oggi vivono nella miseria, sanno che su di lui ricadono molte responsabilità rispetto alla loro situazione attuale. La spinta dell’indio sulla base bianca rovescia finalmente quell’uomo bianco, al quale è stato reso omaggio come fosse un fatto tragico ma necessario.

    L’indio, prima di spingere, ricorda tutti i torti che ha dovuto sopportare durante la sua vita. A cui si aggiungono i torti subiti dai suoi genitori, e dai genitori dei suoi genitori. Per questo non tentenna né mai si pentirà di questo istante. Concentra tutte le sue forze nella mano destra e getta l’uomo bianco nel vuoto. Sposta lo sguardo leggermente verso il basso e sul suo volto si disegna un sorriso.

    II

    Per gli europei il 12 ottobre del 1492 venne “scoperta” l’America. Questa ricostruzione continua a essere ripetuta anche oggi, perché è la base di un progetto civilizzatore costruito sull’oppressione, la violenza, il saccheggio e il razzismo, nonostante non abbia nessun fondamento storiografico. Lo storico Edmundo O’Gorman mette in evidenzia che non si scopre ciò che già esiste, ed è curioso che Colombo sia morto pensando di essere arrivato in India e non di aver “scoperto” un altro continente; in compenso però, dopo la sua morte, venne creata un’identità americana che fu attribuita a tutti quelli che avrebbero abitato quelle terre.[2]

    Nonostante ciò, il 12 ottobre è ancora occasione di festa nello Stato Spagnolo. Si celebra l’“incontro dei due mondi”, un eufemismo utilizzato anche dagli storici latinoamericani che rimpiangono la monarchia e difendono l’Ispanità come un baluardo del “progresso”. Quest’incontro, in realtà, è ed è sempre stato l’imposizione violenta di un progetto civilizzatore, quello della modernità capitalista. La colonizzazione, il saccheggio dei popoli originari, le uccisioni, l’imposizione della religione cattolica e della lingua spagnola sono parte di questo processo.

    Malgrado tutto ciò, fino a pochi anni fa, in Messico si continuava a celebrare il “giorno della razza”, un modo per ringraziare l’Impero Spagnolo per averci liberato dalla barbarie e migliorato per sempre la nostra vita, anche se durante questo processo alcuni indios vennero sterminati.

    In fin dei conti, questo è il “costo della civilizzazione”.

    Se ancora oggi si mantiene in vigore questa interpretazione rispetto alla conquista e alla colonizzazione del Mesomerica le ragioni vanno ricercate nel periodo successivo all’Indipendenza del Messico nel 1821, e durante il XIX e XX secolo, quando trionfò il modello di una nazione creola, del quale si sono nutrite le élite politiche ed economiche fino al giorno d’oggi.

    Sono i discendenti delle famiglie creole quelli che oggi occupano spazio nella politica, che parlano in televisione, che recitano nei film, che producono intellettuali mediocri e volgari, che si esprimono sui quotidiani. Questo modello di nazione creola comprende due principi fondamentali: lo sviluppo capitalista (impossibile in un paese dipendente come il Messico) e il meticciato della popolazione.[3] 

    Né il primo né il secondo elemento si sono realizzati. Per il liberalismo messicano era ed è necessario eliminare i popoli indigeni, perché ai suoi occhi rappresentavano le caratteristiche di una società pre-capitalista, e quindi non direttamente sfruttabile a favore del capitale. Da lì viene la festa del 12 d’ottobre come celebrazione dell’élite e del suo progetto di nazione. 

    Questa celebrazione venne messa in discussione nel 1992 quando gli indigeni (zapatisti) marciarono e abbatterono la statua di Diego de Mazariegos, militare incaricato della conquista dell’attuale Messico meridionale. Nell’occasione dei 500 anni dalla “scoperta dell’America” gli indigeni rovesciarono un simbolo che continuava e continua a vivere tutt’oggi: quello del razzismo e della conquista. Il fotografo Antonio Turok riuscì a catturare il momento esatto in cui abbatterono la statua di fronte all’ex-Convento di Santo Domingo a San Cristobal de las Casas.

    Il contesto: un decennio di apertura delle dogane al capitale multinazionale, privatizzazioni di imprese statali e para-statali, e a un anno dalla firma del Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord (TLCAN), l’abbandono definitivo delle campagne messicane e le riforme giuridiche per privatizzare la terra. L’entrata in vigore del TLCAN avvenne il 1° di gennaio del 1994, data in cui la notte si illuminò con l’insurrezione armata dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. 

    III

    La violenza poliziesca applicata contro l’afroamericano George Floyd ha innescato un’ondata di proteste contro il razzismo negli Stati Uniti. Quest’omicidio ampiamente documentato, invece che intimidire i manifestanti, ha generato mobilitazioni sempre più grandi, visibilizzando un razzismo che ha conseguenze estremamente violente.

    Quest’omicidio, però, è tutt’altro che un’eccezione, al contrario rappresenta la norma. Sia per gli afroamericani che per le persone latine e migranti provenienti da paesi poveri che vivono negli Stati Uniti. Agli occhi dei loro concittadini bianchi e razzisti non fanno parte dello stesso paese a causa del colore della loro pelle, della loro cultura o della loro lingua materna.

    Uniti ai fascisti del Ku Klux Klan e ai discorsi fascistoidi di Trump, questi immaginari riguardanti i migranti fanno sì che i pregiudizi influenzino la percezione della popolazione e funzionino come una pratica politica di discriminazione e violenza fisica e simbolica verso gli “altri”, quelli non bianchi, o bianchi ma non anglo-parlanti.

    L’abbattimento delle statue, il loro oltraggio tramite vernice e oggetti collocati sopra di esse ironicamente, dimostrano che il razzismo, nelle nostre società colonizzate (al loro interno così come all’esterno) possiede delle radici storiche molto profonde.

    L’ira scatenata dall’assassinio di una sola persona indica due cose. La prima è che la vita di qualsiasi essere umano è importante, e che il colore della pelle, lo stigma e il razzismo verso un determinato colore della pelle, oggigiorno non può continuare ad essere tollerato in nessun settore della società e in nessuna delle sue espressioni. Il razzismo, anche se sotto forma di scherzo, comporta delle conseguenze catastrofiche perché contribuisce a riprodurre le relazioni sociali dominanti di produzione.

    In secondo luogo, dimostra che il riconoscimento dei diritti civili per gli statunitensi afroamericani, ottenuti attraverso le mobilitazioni nel corso del XX secolo, è ben lontano dall’aver disattivato le multiple sfaccettature del razzismo. Il riconoscimento di questi diritti rimane una conquista formale, ogni volta che non viene accompagnata da una trasformazione sostanziale del sistema economico che lo genera.

    Il capitalismo e il razzismo, per noi, persone dalla pelle scura, sono la stessa cosa. Di conseguenza le misure e pratiche antirazziste sono urgenti, e rappresentano un lavoro di sensibilizzazione e denuncia imponente. Devono però essere intese anche come misure di transizione verso la trasformazione radicale del mondo capitalista. Senza questa prospettiva, si corre il rischio che intravedeva Fanon: l’oppresso ambisce ad occupare il posto dell’oppressore. 

    IV

    Le statue, così come altri documenti, ci restituiscono una visione del mondo mediante un’interpretazione di classe. Quelli che le erigono lo fanno con la consapevolezza dell’uso politico che di esse se ne può fare. Quelli che le abbattono lo fanno con la piena coscienza di non voler perpetuare il lascito di ciò che venne trasformato in bronzo. Abbattere una statua o incendiare il passato non rappresentano un tentativo di rimuovere la storia, quanto invece uno sforzo per porre fine una volta e per sempre all’elogio di un progetto politico-economico che segrega, sottomette e lega mani e piedi agli oppressi. Soprattutto, mostra una riflessione critica sul passato e la consapevolezza che tale processo storico non può continuare a esistere così come lo ha fatto finora.

    In questo senso è necessario eliminare tutti quei monumenti che venerano la nostra dominazione, che la riproducono in modo simbolico e ci obbligano a pensare che sia stato, e continua a essere, l’unico scenario possibile.

    Fino a quando rimarrà in piedi un solo monumento a Leopoldo II di Belgio, a Hernán Cortés o alla monarchia ispanica, ovvero l’erede della monarchia del XVI secolo, sapremo che le cose per noi non sono cambiate più di tanto.

    Così come dobbiamo porre fine a questi simboli di dominazione, dobbiamo anche attaccare l’attuale sistema di dominio, perché i dominatori del passato mantengono una stretta relazione con quelli di oggi. Allo stesso modo, gli oppressi di ieri mantengono una stretta relazione con noi. In questo modo, porre fine alla civilizzazione capitalista implica una resa dei conti con tutti quelli che hanno beneficiato dello sfruttamento del lavoro: i capitalisti.

    V

    In Messico, il progetto del liberalismo del diciannovesimo secolo, secondo cui bisognava costruire una nazione industriale “moderna” e capitalista, continua a essere vigente, ne sono una prova le grandi opere (il Tren Maya, il Corridoio Interoceanico del Istmo di Tehuantepec e il Progetto Integrale di Morelos) promosse negli ultimi decenni e che hanno trovato modo di concretizzarsi con l’attuale governo di Andrés Manuel López Obrador.

    Questa trasformazione ha a che fare con il liberalismo e il suo modo di omologare la popolazione, che nel caso del Messico è avvenuto con la “leggenda del meticciato” che viene descritta e corroborata in modo esemplare da Federico Navarrete.[4]

    L’ideologia del meticciato, come una combinazione fenotipica di vari e differenti colori della pelle, ha dato vita a una nazione di meticci, che parlano spagnolo e sono credenti cattolici, ovvero, sono messicani. Questa posizione è profondamente razzista perché non riconosce la diversità culturale e etnica delle comunità indigene, africane e asiatiche che sono parte del paese[5].

    La tragedia del liberalismo è che dietro la sua manciata di idee apparentemente universali come l’uguaglianza e la libertà – che sono operanti solo per i proprietari – si nasconde un volto profondamente conservatore e perverso: la sottomissione della popolazione al dominio del capitale.

    Per questo Lopez Obrador ha ragione quando empatizza con i liberali del XIX secolo, perché nel suo pensiero non trovano posto né i diversi né le forme di vita altre.

    In questo contesto, dirigere il nostro sguardo verso il passato – che è presente ed è ancora qui – è un’esigenza per gli oppressi nella misura in cui cerchiamo e costruiamo alternative al mondo in cui viviamo. Incendiare il passato fa parte dell’affermazione della memoria, della tradizione di lotta, e del nuovo potenziale ordine degli oppressi.


    [1] Nota di traduzione: Indio è una parola utilizzata per riferirsi alla popolazione originaria dell’ America Latina/Abya Yala in termini denigratori o comunque da un prospettiva coloniale che fa riferimento al periodo della conquista del continente da parte dell’Impero spagnolo e omologa tutte le popolazioni indigene sotto un’unica categoria entica/razziale. In questo testo il termine viene utilizzato consapevolmente dall’autore e rivendicato in quanto persona che vive sul proprio corpo lo stigma etnico/razziale.

    [2] Edmundo O’Gorman, La invención de América. Investigación acerca de la estructura histórica del nuevo mundo y del sentido de su devenir, 3ª. ed., México, Fondo de Cultura Económica, 2006, p.193 .

    [3] “Il meticciato non è mai stato in grado di indianizzare i bianchi, però è riuscito a bianchizzare gli indios, la sua definizione culturale non ha mai preteso che le èlites nazionali apprendessero le culture indigene, afro-messicane e altre, ma ha invece insegnato e imposto la cultura occidentale, che consideravano senza alcun dubbio superiore”, Federico Navarrete, México racista. Una denuncia, México, Grijalbo, 2016, pp. 112-113.

    [4] “Secondo quello che ci hanno raccontato e continuano a raccontarci i nostri genitori, i nostri professori e troppi storici e intellettuali, siamo tutti meticci perchè discendiamo da una padre spagnolo conquistador, ovvero dall’implacabile e temuto Hernán Cortés, e da una madre indigena conquistata, la Malinche in persona, la sua bella però traditrice interprete nativa […] La leggenda dice che, successivamente, da questa difficile unione nacquero i meticci, una nuova categoria di esseri umani che possiederanno i migliori attributi delle due razze che li costituiscono”. Navarrete argomenta che le idee fondamentali sulle quali si fonda il “meticciato” non stanno assolutamente in piedi: non fu un processo biologico tra due “razze”, né culturale, né si realizzò solamente tra uomini bianchi e donne indias, né in Messico hanno convissuto unicamente indigeni e spagnoli, viene infatti così negata la presenza di persone provenienti dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente. Inoltre, questo “meticciato” non cominciò con la conquista, ma solo a partire della seconda metà del XIX secolo. “Di fatti, i messicani chiamati meticci, non divennero la maggioranza della popolazione nazionale fino alla fine del XIX secolo nel Messico indipendente, invece che durante il periodo coloniale”. Si veda: Capitolo 5 “La leyenda del mestizaje” y Cap. 6 “Cinco tesis contra el mestizaje” en Federico Navarrete, México racista. Una denuncia, México, Grijalbo, 2016, p.189.

    [5] “Quello che chiamiamo erroneamente meticciato non è stata la culminazione naturale di un processo lungo 300 anni, quanto invece un fenomeno radicalmente nuovo prodotto dalla modernizzazione capitalista e dalla consolidazione statale, che implicò il cambio della lingua, della cultura e dell’ideologia politica della maggioranza della popolazione, così come la definizione di una nuova identità nazionale. Fu un processo di confluenza politica, sociale, economica e culturale, però non razziale, una storia molto differente da quella che ci hanno raccontato” Ibid., p. 123.

  • Prigionieri politici mapuche in sciopero della fame e della sete al punto critico

    Prigionieri politici mapuche in sciopero della fame e della sete al punto critico
    Julio Parra, 2020

    di Susanna De Guio

    La lotta dei prigionieri politici mapuche continua in condizioni sempre più estreme, dopo la firma del machi Celestino Córdova di un accordo con il governo lo scorso 18 agosto, che gli ha permesso di lasciare lo sciopero della fame dopo 107 giorni. Gli altri 26 detenuti hanno continuato lo sciopero, e dal carcere di Angol hanno portato avanti una chiara rivendicazione, sostenuta da quelli delle carceri di Lebu e Temuco: l’applicazione della Convenzione 169 dell’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che contempla i diritti delle popoli indigeni e tribali, e che il Cile ha ratificato nel 2008 dopo anni di lotta politica. Questo trattato internazionale, già firmato e regolamentato in molti paesi dell’America Latina ben prima che in Cile, prende in considerazione gli usi e costumi dei popoli originari e definisce che, in caso di sanzioni penali, “devono essere prese in considerazione le loro caratteristiche economiche, sociali, economiche e culturali” e “la preferenza deve essere data a tipi di sanzione diversi dalla reclusione” (art. 10).

    I prigionieri di Angol hanno iniziato lo sciopero della sete, che si somma ai quasi quattro mesi di sciopero della fame, lo scorso 24 agosto, allo scadere senza risposte dei 12 giorni fissati dal ministro della Giustizia Hernán Larraín per risolvere le loro richieste. Gradualmente si sono uniti allo sciopero della sete anche diversi prigionieri del carcere di Lebu, e molti di loro oggi si trovano in condizioni di salute critiche: da giovedì 27 sono ricoverati in ospedale tutti gli otto scioperanti di Angol e tre del carcere di Lebu.

     “Quello che rivendicano principalmente è che si rispetti l’applicazione della Convenzione 169 per i prigionieri politici. Questo non viene esplicitato nell’accordo firmato dal machi Córdova” chiarisce Juan Pichún Collonao, lonko della comunità di Temulemu e portavoce dei prigionieri politici di Temuco, la terza delle carceri dell’Araucanía che hanno aderito allo sciopero in solidarietà con il machi Celestino Córdova. Come spiega il lonko Pichún, dopo l’accordo firmato dal machi tre dei detenuti di Temuco hanno potuto richiedere e ottenere un cambio di misura cautelare dalla detenzione preventiva a domiciliare, che è stata concessa a un terzo della popolazione carceraria dall’inizio della pandemia, ma finora a nessun detenuto mapuche.

    D’altra parte, il tavolo di dialogo svoltosi mercoledì 26 agosto tra il ministro Larraín e i portavoce dei prigionieri politici mapuche non ha fatto molti progressi. Rodrigo Curipan, werken dei prigionieri del carcere di Angol, ha spiegato alla stampa che “sono stati fatti progressi nella volontà di creare un tavolo politico di alto livello per regolamentare la Convenzione 169, ma non si è potuto lasciare lo sciopero”. Perché questo accada sarebbe necessario modificare le misure cautelari dei prigionieri, sia quelli che si trovano in carcere preventivo sia quelli che sono condannati, in modo che possano accedere ai Centri di istruzione e lavoro, come risolto negli 8 punti del documento firmato dal machi Celestino Córdova e come sarebbe contemplato nel quadro della Convenzione 169. A questo proposito, il ministro Larraín ha definito intransigenti i prigionieri di Angol, ha dichiarato che le loro richieste “vanno oltre le norme legali esistenti”, mentre invitava i prigionieri a porre fine allo sciopero di fame, sostenendo che “nessuna vita può essere messa a rischio per richieste indebite”. Il 30 agosto i Carabineros cileni hanno fatto irruzione nel carcere di Lebu per portare gli ultimi prigionieri politici mapuche lì detenuti all’ospedale con l’obiettivo di imporgli l’alimentazione forzata.

    Se da un lato il governo gioca con il tempo e con la vita degli scioperanti, seminando l’angoscia nelle loro famiglie e comunità e rinviando ancora una volta la possibilità di un accordo in un contesto estremamente delicato, dall’altro lato il tratto con i camionisti, in sciopero a tempo indeterminato da giovedì 27 agosto, è permissivo e conciliante. Il reclamo del sindacato CNTC (Confederación Nacional de Transporte de Carga de Chile) – che non è supportato dai due maggiori sindacati di camionisti, il CNDC e il Chile Transportes – chiede una maggiore sicurezza per i proprietari dei camion che stanno subendo l’incendio dei loro veicoli nella Regione dell’Araucanía. Le pretese del sindacato dei camionisti si estendono fino all’approvazione di 13 leggi già presentate nel Congresso, tra le quali vi è la controversa “legge anti-incappucciati” redatta durante i mesi della rivolta in Cile, il rafforzamento di tutte le forze di polizia e dell’intelligence e pene più severe per i crimini contro la proprietà o relativi al traffico di droga o terroristici. Il sindacato dei camionisti ha ottenuto una grande presenza mediatica nelle ultime settimane, diversi incontri alla Moneda e l’impegno pubblico di Piñera, che il 13 agosto ha presentato un disegno di legge volto a inasprire le pene per chi commette attacchi incendiari contro veicoli a motore.

    Di fronte allo sciopero, che minaccia di lasciare senza rifornimenti il Cile nel mezzo della pandemia, il nuovo ministro dell’interno Víctor Pérez ha escluso l’utilizzo della legge di Sicurezza dello Stato e sminuito la responsabilità della CNTC, sostenendo che i blocchi stradali sono stati finora intermittenti e non hanno interrotto la circolazione. Víctor Pérez è lo stesso ministro che si è recato in Araucanía pochi giorni dopo il suo insediamento a fine luglio, promettendo la mano dura per risolvere i conflitti nella regione e affermando che “non ci sono prigionieri politici in Cile”. Dopo questa dichiarazione provocatoria, gruppi di estrema destra hanno organizzato la repressione dei comuneros mapuche che stavano occupando cinque comuni dell’Aracuania per rendere visibile la lotta dei prigionieri politici in sciopero della fame. “Sono andati a reprimere, e la polizia presente ha permesso e avallato che la nostra gente fosse aggredita” spiega il lonko Pichún, “ed è successo il giorno dopo la visita di Victor Pérez Varela. Quest’uomo – che era molto vicino a Pinochet, a Paul Schäfer – ha approvato la violazione dei diritti umani durante la dittatura, ha approvato lo stupro di bambini e donne e ha permesso la tortura a Colonia Dignidad. Oggi assume il ministero e porta con sé un intero schieramento politico, abbiamo ancora persone di estrema destra nel Wallmapu, che sono pinochetisti e che si sentono rappresentati da questo governo – perché oggi Piñera ha perso il governo, lo guida l’estrema destra – ed ecco come questi gruppi si rivitalizzano di nuovo”.

    Dopo gli atti di violenza razzista contro il popolo mapuche di inizio di agosto, anche le manifestazioni di solidarietà si sono moltiplicate sia nella regione che a livello internazionale. “I latifondisti cominciavano a restare isolati, e i camionisti sono intervenuti a sostenerli per pareggiare la bilancia e porre sullo stesso piano la destra fascista e il popolo nazione mapuche. Porci sullo stesso livello serviva al governo per appoggiare la repressione, accusando i mapuche di violenti, terroristi ecc.” continua il lonko Pichún. “Inoltre, i proprietari terrieri sono stati quelli che hanno generato la situazione, quelli che finanziano: chi è andato ad attaccare la nostra gente sono stati i peoni dei latifondisti, i lavoratori delle aziende forestali. Il razzismo nella regione può esplodere, è una questione molto complicata e rischiosa, e questo purtroppo è responsabilità del governo. L’attuale governo, in particolare, ha investito molto in tecnologia all’avanguardia per reprimere il popolo mapuche, con droni, aerei, armamenti, e il territorio oggi è pieno di militari, quindi per noi è un’epoca di dittatura, anche se non viene dichiarato lo stato d’assedio, siamo sotto assedio, ma ne siamo consapevoli e non abbasseremo la guardia, lottiamo per un diritto territoriale contro le imprese forestali, contro le centrali idroelettriche, che sono i nostri principali nemici”.

    Di fronte alla domanda su quale sia la proposta del popolo mapuche per arrivare a una soluzione al conflitto, il lonko Pichún conclude: “noi proponiamo che il territorio usurpato dalle forestali e dai latifondisti ci venga restituito, cerchiamo un’autonomia sufficiente per prendere le nostre decisioni su quale vita vogliamo, che non siano imposte dal modello neoliberista, in cui è inserito il Cile, le cui politiche sono basate sul mercato. Il problema è che Stati e governi hanno sempre voluto imporsi su tutti i popoli originari dell’America Latina. Quello che vogliamo è che ci sia permesso di essere liberi nei nostri territori, lì rafforziamo la nostra identità, il nostro feyentun, la nostra medicina e sviluppiamo la nostra vita. Per questo lottiamo per la terra e il territorio, contro lo sfruttamento dell’ambiente e per il diritto di accesso all’acqua”.

  • Vent’anni di IIRSA in Sudamerica: chi festeggia ora? + Documentario “IIRSA, Infraestructura de la Devastación” (sottotitoli in italiano e legendas em português)

    Questi 31 agosto e 1 settembre c’è stato il 20° anniversario della creazione dell’“Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana” (IIRSA). A prima vista sembra una storia del passato. Un’iniziativa che, dopo la sua creazione e gli “anni d’oro” che seguirono, sembra essere “invecchiata male” nell’attuale scenario di crisi politica in America del Sud. Tuttavia, l’indebolimento del coordinamento regionale alla base dei progetti del masterplan IIRSA non ha significato necessariamente una battuta d’arresto nello sviluppo dell’infrastruttura in Sudamerica. Un esempio di ciò è che oggi diversi governi hanno indicato le grandi infrastrutture come una delle possibilità di “riattivazione economica” dopo le conseguenze della pandemia. È necessario approfittare della data per ripensare alla storia di questi 20 anni dall’emergere dell’IIRSA, per vedere cosa è cambiato e cosa è stato mantenuto [Alessandro Peregalli, Alexander Pánez, Diana Aguiar].

    Origine e storia dell’IIRSA

    L’idea dell’IIRSA nacque nell’aprile 1998, durante il vertice dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) a Santiago del Cile, come necessità di creare un piano di riorganizzazione territoriale che fosse funzionale all’Area di libero scambio delle Americhe (FTAA, per la sua sigla in inglese, o ALCA, per la sua sigla in spagnolo). L’ALCA era il piano degli Stati Uniti per trasformare l’intero emisfero occidentale in un’immensa area di libero mercato, modellata sull’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA). In quell’occasione i capi di Stato decisero di affidare alla Banca Interamericana di Sviluppo (IDB) la formulazione di un progetto, che fu poi presentato in un nuovo vertice di presidenti, questa volta solamente sudamericano, realizzatosi a Brasilia in seguito a un invito dell’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso il 31 agosto 2000. Nei piani dei governi partecipanti e dei manager dell’IDB e dell’Andean Development Corporation, l’integrazione delle infrastrutture doveva servire a facilitare, grazie a una maggiore connessione materiale, l’impulso commerciale transnazionale, permettendo di abbassare i costi di trasporto delle materie prime esportate dalla regione verso i mercati del nord.

    Nei cinque anni successivi, lo scacchiere geopolitico sudamericano fu colpito da forti terremoti. In Bolivia, un grande ciclo di mobilitazioni indigene e popolari si concluse con il rovesciamento dei governi neoliberisti e l’elezione di Evo Morales alla presidenza. In Argentina, la crisi del debito e la rivolta dei piqueteros del 2001 posero fine a un decennio di saccheggi e privatizzazioni. Anche in Ecuador ci furono mobilitazioni popolari che arrivarono a deporre il presidente Lucio Gutiérrez, mentre in Venezuela le masse plebee di Caracas sconfissero il colpo di stato contro Hugo Chávez. In quegli anni, in molti paesi sudamericani, arrivarono al governo forze politiche di sinistra e di centro sinistra, come nel caso dell’elezione di Lula da Silva in Brasile nel 2002 e Nestor Kirchner in Argentina nel 2003. Questi eventi indebolirono l’iniziativa statunitense in Sudamerica e determinarono la l’annullamento dell’ALCA al Vertice delle Americhe a Mar del Plata, nel novembre 2005.

    Nonostante questi cambiamenti, i disegni del progetto IIRSA non sono stati toccati, né il loro ambito è stato ridotto. Al contrario, il decennio dal 2005 al 2015 è stato piuttosto il periodo di maggior sviluppo dell’iniziativa, che ha visto un aumento di quasi il 100% del numero dei suoi progetti, passati da 335 a 562 (di cui ad oggi 160), e che nel 2009 è stata inclusa nel Consiglio sudamericano per le infrastrutture e la pianificazione (COSIPLAN) dell’UNASUR, il nuovo blocco regionale che si è costituito sotto la guida del Brasile di Lula da Silva. Tuttavia, al di là della retorica neo-evolutiva e dell’integrazione sovrana ad essa associata, poco o nulla è cambiato negli scopi dei corridoi IIRSA, che hanno continuato a riprodurre logiche di esportazione di minerali, idrocarburi e commodities agroalimentari, spingendo le economie regionali verso una dipendenza sempre più problematica, non solo verso i paesi del nord ma soprattutto verso la Cina.

    Durante questo periodo, il ruolo del Brasile è stato fondamentale nel garantire la realizzazione di molti progetti legati al piano. Questa leadership è stata data grazie ad una politica di forte impulso finanziario attraverso la sua banca di sviluppo BNDES, un nuovo portafoglio di opere nazionali (il cosiddetto Programa de Aceleração do Crescimento – PAC, creato nel 2007) e una politica di internazionalizzazione delle sue maggiori imprese di costruzioni (Odebrecht, Camargo Correa, Andrade Gutiérrez, ecc.). Contemporaneamente, il Brasile ha centralizzato i finanziamenti dei progetti, bloccando allo stesso tempo diverse proposte di formazione di una Nuova Architettura Finanziaria Regionale – guidata dai paesi dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) -, che mirava a ridurre la dipendenza della regione dal dollaro e costruire un Banco del Sud per finanziare i progetti attraverso una banca regionale. Questa banca in effetti è stata fondata ma non è mai stata messa in funzione.

    I cantieri dell’IIRSA si articolano intorno a 10 assi di integrazione o sviluppo, che attraversano tutto il Sud America da nord a sud e dall’Atlantico al Pacifico. Facendo un bilancio generale dei suoi impatti territoriali, uno studio del Laboratório de Estudos de Movimentos Sociais e Territorialidades dell’Università Federale Fluminense, ha rivelato che l’IIRSA colpisce direttamente lo stile di vita di 664 comunità indigene, 247 comunità contadine, 146 comunità di afro-discendenti e 139 comunità di popolazioni tradizionali, oltre a un ampio spettro di ecosistemi di grande biodiversità. Ci sono stati molti casi di aperti conflitti contro le opere dell’IIRSA, come la mobilitazione indigena in difesa del parco naturale TIPNIS in Bolivia, lo sciopero dei lavoratori edili alla diga di Jirau nell’Amazzonia brasiliana, o il rifiuto che ha generato la super-fatturazione fatta da Odebrecht in Ecuador.

    Riassetti geopolitici e incertezze regionali

    Dal 2015 l’IIRSA si trova in una situazione di incertezza crescente. Il drammatico calo dei prezzi delle materie prime ha ridotto la capacità delle banche regionali o nazionali di finanziare la costruzione di infrastrutture, portando ad una maggiore apertura della governance dell’iniziativa ad attori extra-regionali e soprattutto al Chinese Development Bank. D’altra parte, lo spostamento di molti governi a destra ha annullato il quadro istituzionale dell’UNASUR, indebolendo il coordinamento regionale e distruggendo qualsiasi intenzione di integrazione, anche moderata. Sebbene tutti i governi abbiano mostrato di dare importanza alla costruzione di infrastrutture come possibilità di attrarre investimenti, le loro politiche negli ultimi anni si sono limitate alla privatizzazione dei beni esistenti. Infine, l’indagine giudiziaria Lava Jato in Brasile ha fortemente colpito le aziende che maggiormente stavano realizzando la costruzione della cosiddetta “integrazione regionale”.

    Oggi c’è molta incertezza sulla futuro e sulla direzione dell’IIRSA. Il suo sito web ufficiale non ha aggiornamenti dal 2017 e COSIPLAN ha cessato di funzionare come consiglio nel 2019. Tuttavia, al di là delle controversie politiche regionali, ci sembra chiaro che lo stato di salute dei progetti dell’iniziativa dipende e dipenderà dall’esistenza di capitali disposti a finanziarli. Comprendendo questo, ci sembra che la fine di COSIPLAN non equivalga alla morte delle opere dell’IIRSA. Ne è prova il fatto che importanti progetti del masterplan dell’iniziatica permangono ancora come grandi opere prioritarie dei vari stati nazionali, come il tunnel transandino di Agua Negra, tra la provincia argentina di San Juan e quella cilena di Coquimbo o l’autostrada BR-163 tra Sinop-MT e Itaituba-PA, in Brasile.

    Siamo in un momento di crisi e di riassetto delle forze geopolitiche. Nonostante la rinnovata alleanza di molti paesi della regione con gli Stati Uniti, è probabile che sia la Cina ad avere la maggior capacità e interesse di investire nelle infrastrutture logistiche della regione. Di fatto, imprese cinesi si sono già aggiudicate concessioni autostradali, portuali e ferroviarie in corridoi strategici dell’IIRSA, come l’autostrada Riberalta-Rurrenabaque in Bolivia, e hanno manifestato interesse ad accedere alle aste annunciate di altri progetti, come la Ferrovía di Integración Oeste-Leste (Fiol) in Brasile. Gli investimenti esteri diretti del gigante asiatico nel subcontinente sono in costante aumento, mentre paesi come Uruguay, Ecuador, Venezuela, Cile, Bolivia e Perù hanno già aderito al nuovo programma logistico della Nuova Via della Seta (Belt and Road Initiative – BRI). Lo stesso Brasile, che ha rifiutato di aderire al programma e dove Jair Bolsonaro è stato eletto con un discorso sinofobico, sembra essere aperto a un approccio pragmatico: all’ultimo vertice dei BRICS a Brasilia, nel novembre 2019, il presidente brasiliano e il suo omologo cinese (Xi Jinping) hanno annunciato l’intenzione di “allineare” la BRI con il programma di partnership di investimento – PPI del Brasile. Di fronte a ciò, uno scenario possibile è che l’IIRSA stessa venga sussunta dai tentacoli di questo gigantesco piano cinese.

    Oggi, di fronte alla pandemia del Covid-19, le discussioni sulla riattivazione economica in America Latina includono già grandi opere di infrastruttura. Un esempio di ciò è il piano di “ripresa economica” annunciato dal governo Piñera in Cile, che ha organizzato un investimento pubblico extra di 2,89 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali. Oppure Pro Brasil, iniziativa dell’ala militare del governo brasiliano che mira a iniettare nuovo denaro pubblico nelle infrastrutture e che, nonostante i dogmatismi di austerità fiscale del ministro Paulo Guedes, ha appena assicurato 6,5 miliardi di reais di bilancio pubblico in grandi opere.

    Come in altre occasioni di profonda crisi economica, le infrastrutture sono viste come soluzione salvifica, flusso di denaro in movimento, ritorni lenti ma sicuri (a patto che lo Stato si assuma i rischi degli investitori, cioè i rischi sono pubblici e i benefici sono per pochi). La giustificazione di “risollevare” l’economia e di creare posti di lavoro cercherà di essere un consenso assoluto, che generi sostegno trasversale nelle forze politiche dell’establishment. Tuttavia, dopo 20 anni dalla creazione di IIRSA, vale la pena chiedersi a cosa interessano questi megaprogetti e cosa significhi esattamente il “progresso” che affermano di portare. In questi due decenni di forte priorità data alla costruzione di infrastrutture, in proporzione poco denaro è stato investito per il miglioramento dei servizi di base e universali (trasporti urbani, strade tra comunità, scuole, centri sanitari pubblici e infrastrutture minori) e nulla è stato fatto aumentare la complementarità produttiva della regione, che ridurrebbe la dipendenza dall’esportazione di materie prime. Nel frattempo, molti soldi pubblici sono stati investiti per collegare enclave, porti e zone franche, oltre a creare rotte per facilitare l’espansione della frontiera mineraria e dell’agribusiness, lasciandosi alle spalle grandi crateri, foreste bruciate e chilometri di cemento.

    Di Redazione.

    Per l’occasione abbiamo inserito i sottotitoli in italiano di questo bel documentario realizzato nel 2016 dalle compagne e dai compagni chileni di Coordinadora Antiirsa. Buona visione!

    IIRSA, L’infrastruttura della devastazione

    IIRSA, L’infrastruttura della devastazione – SUB italiano
    
    
    
    
    

    IIRSA, A infraestrutura da devastação

    Neste dia 31 de agosto, faz 20 anos da criação da Iniciativa para a Integração da Infraestrutura Regional Sul-Americana (IIRSA). À primeira vista, parece uma história do passado. Uma iniciativa que, após sua criação e os “anos dourados” que se seguiram, parece ter “envelhecido mal” no atual cenário de crise política da região. No entanto, o enfraquecimento da coordenação regional por trás dos projetos da carteira da IIRSA não é sinônimo de perda de força no avanço da agenda de infraestrutura na América do Sul. Um exemplo disso é que atualmente vários governos têm apontado as grandes infraestruturas como uma das possibilidades de “reativação econômica” após as consequências da pandemia. Por ocasião do aniversário, faz sentido aproveitar a data para relembrar a história desses 20 anos do surgimento da IIRSA, analisando o que mudou e o que permanece. [Alessandro Peregalli, Alexander Pánez, Diana Aguiar]

    Aproveitando dessa ocasão, temos realizado as legenda em português desse documentário feito em 2016 pelas caompanheiras e companheiros chilenos da Coordinadora Antiirsa. Boa visão!

    IIRSA, a infraestrutura da devastação – legendas em português
  • via Elezioni

    via Elezioni


    Nono episodio dell’Italia raccontata in spagnolo dal giornalidta argentino Federico Larsen, evitando gli stereotipi e scavando nelle tradizioni culturali e culinarie e nelle pieghe oscure della storia e della politica del Belpaese. Alle porte del referendum, Larsen ci racconta il ruolo dei votanti all’estero e spiega la struttura del sistema politico italiano.


    Muchos y muchas oyentes de La Via deben haber recibido en estos días un sobre del consulado para votar en un referéndum constitucional. Aquí estamos para explicar de qué se trata. Y de paso, explicar bien cómo funciona el sistema político italiano, y qué rol tienen los y las italianos e italianas que viven en el extranjero en su funcionamiento (que es mucho más importante de lo que se tiende a pensar).

     

  • 20 años de IIRSA en América del Sur: ¿quién celebra ahora?

    20 años de IIRSA en América del Sur: ¿quién celebra ahora?

    Por Alessandro Peregalli, Alexander Panez y Diana Aguiar (*), desde Nodal

    Aquí o artigo em português.

    Este 31 de agosto se cumplen 20 años de la creación de la “Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana” (IIRSA). A simple vista parece una historia del pasado. Una iniciativa que luego de su creación y los “años dorados” que le siguieron, parece haber “envejecido mal” en el escenario actual de crisis política en América del Sur. Sin embargo, el debilitamiento en la coordinación regional detrás de los proyectos de la cartera IIRSA no ha sido sinónimo de una pérdida de fuerza en el avance de la agenda de infraestructuras en América del Sur. Ejemplo de esto, es que en la actualidad varios gobiernos han señalado las grandes infraestructuras como una de las posibilidades de “reactivación económica” luego de las consecuencias de la pandemia. Es preciso aprovechar la fecha para repensar la historia de estos 20 años desde el surgimiento de la IIRSA, para ver qué ha cambiado y qué se ha mantenido.

    Origen e historia de la IIRSA

    La idea de la IIRSA nació temprano, en abril de 1998, durante la cumbre de la Organización de Estados Americanos (OEA) de Santiago de Chile, como necesidad de creación de un plan de reordenamiento territorial que fuera funcional al Área de Libre Comercio de las Américas (ALCA). El ALCA era el plan estadounidense para transformar todo el hemisferio occidental en una inmensa zona de libre mercado, bajo el modelo del Tratado de Libre Comercio de América del Norte (TLCAN). En aquella ocasión, los jefes de Estado decidieron encomendar al Banco Interamericano de Desarrollo (BID) la formulación de un proyecto, que fue por fin presentado en ocasión de una nueva cumbre de presidentes, esta vez sólo de América del Sur, invitados a Brasilia por el ex mandatario brasileño Fernando Henrique Cardoso el 31 de agosto del año 2000. En los planes de los gobiernos participantes, y de los propios gerentes del BID y de la Corporación Andina de Fomento, la integración de la infraestructura serviría como facilitadora, en un plano material, del impulso comercial transnacional, permitiendo de abaratar los costos de transporte de las materias primas a ser exportadas desde la región hacia los mercados del norte.

    En los siguientes cinco años, el tablero de América del Sur fue atravesado por fuertes sismos. En Bolivia, un gran ciclo de movilizaciones indígenas y populares terminó con el derrocamiento de los gobiernos neoliberales y la elección de Evo Morales a la presidencia. En Argentina, la crisis de la deuda y la revuelta piquetera del 2001 pusieron fin a una década de saqueo y privatizaciones. En Ecuador, también hubo movilizaciones populares que depusieron al presidente Lucio Gutiérrez, mientras en Venezuela las masas plebeyas de Caracas revirtieron un golpe de Estado contra Hugo Chávez. En aquellos años, en muchos países de América del Sur llegaron al gobierno fuerzas políticas de izquierda y centro-izquierda, como la elección de Lula da Silva en Brasil en el 2002 y Nestor Kirchner en Argentina en el 2003. Estos acontecimientos terminaron debilitando la iniciativa norteamericana hacia América del Sur y posibilitaron la cancelación del ALCA en la Cumbre de las Américas en Mar del Plata, en el noviembre de 2005.

    Sin embargo, los diseños de los proyectos de la IIRSA no fueron tocados, ni su amplitud reducida. Por lo contrario, la década de 2005 a 2015 fue más bien el periodo de mayor desarrollo de la iniciativa, que vio un aumento de casi 100% en el número de sus proyectos, que pasaron de 335 a 562 (de los cuales a la fecha 160 han sido concluidos), y que en 2009 fue incluida en el Consejo Sudamericano de Infraestructura y Planeamiento (COSIPLAN) de la UNASUR, el nuevo bloque regional que vino a constituirse bajo el liderazgo del Brasil de Lula da Silva. No obstante, más allá de una retórica neo-desarrollista y de integración soberana que le fue asociada, poco o nada cambió en las finalidades de los corredores de la IIRSA, que siguieron reproduciendo lógicas exportadoras de minerales, hidrocarburos y commodities agro-alimentares, llevando a una cada vez más problemática dependencia de las economías regionales, ya no sólo hacia los países del norte sino sobre todo hacia China.

    En este periodo fue clave el papel de Brasil, que permitió la realización de muchos proyectos vinculados al plan. Dicho protagonismo se dio gracias a una política de fuerte impulso financiero a través de su banco de fomento BNDES, una nueva cartera de obras nacionales (el llamado Programa de Aceleración del Crecimiento – PAC, creado en el 2007) y una política de internacionalización de sus mayores empresas de construcción (Odebrecht, Camargo Correa, Andrade Gutiérrez, etc.). Al mismo tiempo que centralizó la viabilización financiera de los proyectos, Brasil bloqueó distintas propuestas para la conformación de una Nueva Arquitectura Financiera Regional – lideradas por los países de la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (ALBA) -, que tenían como objetivo disminuir la dependencia de la región en relación al dólar y constituir el Banco del Sur para financiar los proyectos por medio de un banco regional. El banco fue creado y jamás consolidado en sus funciones.

    Las obras IIRSA son articuladas alrededor de 10 ejes de integración o desarrollo, que cruzan toda Sudamérica de norte a sur y de Atlántico a Pacífico. Haciendo un balance general de sus impactos territoriales, un estudio del Laboratório de Estudos de Movimentos Sociais e Territorialidades de la Universidade Federal Fluminense, daba cuenta que el IIRSA afecta directamente el modo de vida de 664 comunidades indígenas, 247 comunidades campesinas, 146 comunidades de afrodescendientes y 139 comunidades de poblaciones tradicionales, además de un amplio espectro de ecosistemas de gran biodiversidad. Muchos son los casos de conflictos abiertos contra obras de la IIRSA, como la movilización indígena en defensa del parque natural del TIPNIS en Bolivia, la huelga de trabajadores de la construcción en la represa de Jirau en la Amazonía brasileña, o el rechazo que ha generado los sobrecostos cobrados por Odebrecht en Ecuador.

    Reacomodos geopolíticos e incertidumbres regionales

    Desde 2015, la IIRSA se encuentra en una situación de cada vez mayor incertidumbre. La dramática caída en los precios de las materias primas ha reducido la capacidad de los bancos regionales o nacionales de financiar la construcción de la infraestructura, llevando a una mayor apertura de la gobernanza de la iniciativa a actores extra-regionales y sobre todo al Banco de Desarrollo Chino. Por otro lado, la virada de muchos gobiernos hacia la derecha ha deshecho el marco institucional de la UNASUR, debilitando la coordinación regional y destruyendo cualquier intención de integración – por más limitada que fuera. Si bien todos los gobiernos han dado muestra de importancia a la infraestructura como posibilidad de atracción de inversiones, sus políticas en los últimos años se han limitado a la privatización de los activos ya existentes. En fin, la investigación Lava Jato en Brasil también ha afectado enormemente las empresas que más estaban llevando a cabo la construcción de la llamada “integración regional”.

    Hoy en día, es mucha la incertidumbre sobre la permanencia y el rumbo de la IIRSA. Su página web oficial no tiene actualizaciones desde el año 2017 y COSIPLAN dejó de funcionar en tanto consejo el año 2019. Sin embargo, y más allá de las disputas políticas regionales, nos parece claro que el estado de salud de los proyectos de la iniciativa va a depender de la existencia de capitales que puedan financiarlos. Entendiendo esto, nos parece que el fin de COSIPLAN no equivale a la muerte de las obras de la IIRSA. Muestra de esto es la vigencia en las agendas nacionales de importantes proyectos de su cartera, tales como el Túnel transandino Agua Negra, entre la provincia argentina de San Juan y la de Coquimbo, en Chile, o la carretera BR-163 entre Sinop-MT e Itaituba-PA, en Brasil.

    Estamos en un momento de crisis y reacomodo de fuerzas geopolíticas. A pesar de la renovada alianza de muchos países de la región con Estados Unidos, es probable que sea China quien tenga la capacidad y el interés de invertir en la infraestructura logística de la región. De hecho, empresas de este país ya se han adjudicado concesiones carreteras, portuarias y ferroviarias en tramos estratégicos de la IIRSA, como la carretera Riberalta–Rurrenabaque en Bolivia, y han señalado interés de acceder a las anunciadas subastas de otros proyectos, como la Ferrovía de Integración Oeste-Leste (Fiol) en Brasil. La Inversión Extranjera Directa desde el gigante asiático hacia el subcontinente va en constante aumento, mientras países como Uruguay, Ecuador, Venezuela, Chile, Bolivia y Perú, ya han adherido al nuevo programa logístico de la Nueva Ruta de la Seda (Belt and Road Initiative – BRI). El propio Brasil, que ha rechazado adherir al programa y donde Jair Bolsonaro fue elegido con discurso sinófobo, parece estar abierto al acercamiento pragmático: en la última Cumbre de los BRICS en Brasilia, en noviembre de 2019, el presidente brasileño y su contraparte chino (Xi Jinping) anunciaron intención de “alinear” la BRI con el Programa de Parceria de Inversiones – PPI de Brasil. Frente a esto, un posible escenario es que la propia IIRSA sea subsumida por los tentáculos de este gigantesco plan chino.

    Hoy en día, ante la pandemia del Covid-19, las discusiones sobre la reactivación económica en América Latina ya contemplan grandes proyectos de construcción de infraestructura. Una muestra de ello es el plan de “recuperación económica” anunciado por el gobierno Piñera en Chile, que ha dispuesto una inversión pública extra de US$ 2.89 mil millones hacia proyectos de infraestructura. O el Pro Brasil, iniciativa del ala militar del gobierno brasileño que tiene el objetivo de inyectar nuevo dinero público en la infraestructura y que, pese a los dogmatismos de austeridad fiscal del ministro Paulo Guedes, acaba de asegurar 6.5 mil millones de reales para obras en el presupuesto público.

    Como en otras ocasiones de crisis económicas profundas, la infraestructura es vista como la salvación, flujo de dinero en movimiento, rendimientos lentos pero seguros (esto mientras el Estado asuma los riesgos de los inversionistas, es decir, los riesgos son públicos y los beneficios son para pocos). La justificación de “levantar” la economía y crear empleos buscará ser un consenso absoluto, que genera un apoyo transversal en las fuerzas políticas del establishment. No obstante, luego de 20 años desde la creación de la IIRSA, cabe preguntarnos a cuáles intereses estos mega-proyectos responden y qué significa exáctamente el “progreso” que dicen conllevar. En estas dos décadas de fuerte impulso a la infraestructura, proporcionalmente es poco lo que se ha destinado al mejoramiento de los servicios básicos y universales (transporte urbano, caminos entre comunidades, escuelas, centros públicos de salud e infraestructuras menores) y nada se ha hecho para aumentar la complementariedad productiva de la región, lo que reduciría la dependencia de la exportación de commodities. Mientras mucho dinero público se ha invertido para conectar enclaves, puertos y zonas francas, además de crear rutas para facilitar la expansión de la frontera minera y del agronegocio, dejando atrás saqueo, selvas quemadas y tierra arrasada.

    Documental “IIRSA, La Infraestructura de la Devastación”, de Coordinadora Anriirsa.

    (*) Alessandro Peregalli, doctorando en Estudios Latinoamericanos en la Universidad Nacional Autónoma de México.

    Alexander Panez, doctor en Geografía por la Universidad Federal Fluminense, investigador en la Universidad del Bío-Bío, Chile

    Diana Aguiar, doctora en Planificación Urbana y Regional por la Universidad Federal de Río de Janeiro.

  • L’omicidio politico di Mario Paciolla

    L’omicidio politico di Mario Paciolla
    da Napoliconruotolo

    La morte del cooperante italiano in Colombia, fatta passare per suicidio, sembra l’ennesima repressione di chi difende i diritti umani. Per avere giustizia non basta identificare gli esecutori ma anche le responsabilità politiche


    Di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi, da Jacobin Italia

    Il 15 luglio Mario Paciolla, osservatore internazionale che lavorava per la Missione di Verifica dell’Onu in Colombia è stato ritrovato impiccato nella sua casa di San Vicente del Caguán, nella regione amazzonica del Caquetá. Sul suo corpo sono state rinvenute lacerazioni e ferite da arma da taglio e la polizia colombiana in un primo momento ha ipotizzato si trattasse di suicidio. Alle 18.00, ora italiana, la famiglia è stata informata da una persona che si è presentata come un’avvocata dell’Onu. 

    Fin da subito le persone vicine a Mario hanno escluso l’ipotesi del suicidio e le dichiarazioni di Anna Motta, madre di Mario, sono state inequivocabili. Il giorno successivo alla morte del figlio ha dichiarato a Repubblica: «Non è fondata da nessun punto di vista la scena di questo suicidio», «Questa ricostruzione è farlocca», «Vogliamo la verità». Fornendo la prima chiave di lettura alternativa: «Mio figlio era terrorizzato: negli ultimi sei giorni non faceva che mostrare la sua preoccupazione e inquietudine per qualcosa che aveva visto, capito, intuito». Mario aveva un volo di rientro per l’Italia il 20 luglio, appena cinque giorni dopo la sua morte, aveva fretta di tornare perché aveva confidato alla madre di essersi messo in «un pasticcio», di «sentirsi sporco» e di volersi per questo bagnare «nelle acque di Napoli».

    Qualche giorno dopo Julieta Claudia Duque giornalista, attivista per i diritti umani e amica di Mario conferma le parole di Anna Motta con una lettera pubblicata su El Espectador nella quale sostiene l’infondatezza della tesi del suicidio dando alcuni elementi che arricchiscono il quadro fornito dalla madre. Ribadisce il clima di paura in cui ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita Mario: «Avevi sbloccato il lucchetto che assicurava la recinzione del tetto che dava sulla terrazza del piccolo edificio dove vivevi, in ottica preventiva, nel caso ‘che qualcuno’ venisse a cercarti»; mette in risalto i dissapori tra Mario e la Missione Onu: «So che ti dava fastidio la leggerezza dei toni dei rapporti dell’Onu, la complessa relazione di alcuni membri della Missione con l’esercito e la polizia, la contrattazione di civili che avevano lavorato per le forze militarila passività di questa organizzazione di fronte ai bombardamenti contro i civili nel sud del Meta»; e le sottolinea le discussioni avute con colleghi e superiori: «In una riunione informale una collega ti ha accusato di essere una spia».

    La famiglia intanto dichiara che «l’Onu non mostra di essere minimamente collaborativa. Dall’inizio di questa tragica vicenda, dalla prima telefonata non è emerso alcun sentimento di vicinanza, umanitá, dolore, nei confronti di genitori che aspettavano un figlio da riabbracciare». Claudia Julieta Duque denuncia con un altro articolo la «discrezione» e il silenzio dell’Onu che invita i suoi collaboratori a non rilasciare interviste, come previsto dal proprio contratto di lavoro. E intanto in Colombia la polizia di San Vicente del Caguán viene indagata per aver permesso ai funzionari della Missione di Verifica dell’Onu di entrare nella casa di Mario Paciolla e alterare il luogo del delitto, raccogliendo i suoi effetti personali e compromettendo le indagini. L’Onu rompe quindi il silenzio il 3 agosto, diciannove giorni dopo la morte di Mario, attraverso il portavoce del Segretario Generale António Guterres, che comunica l’assoluta collaborazione e disponibilitá alle indagini ma ribadendo la linea del silenzio e della discrezione.

    Mario si trovava a San Vicente del Caguán come osservatore per verificare che gli Accordi di Pace firmati a l’Avana nel 2016, tra il governo colombiano e il gruppo guerrigliero Farc-Ep, venissero rispettati. A San Vicente si trova uno dei 24 Spazi Territoriali di Formazione e Reincorporazione (Etcr), anteriormente chiamati Zone di Transizione e Normalizzazione (Zvtn), sanciti dall’Accordo di Pace per garantire il disarmo e il reintegro degli ex-combattenti nella società colombiana. 

    Aveva inoltre lavorato per due anni con Pbi-Brigadas de Paz Internacionales accompagnando attivisti e attiviste fortemente minacciati per il loro lavoro di difesa dei diritti umani e dei propri territori. Conosceva dunque la Colombia e il delicato processo che sta attraversando. Gli ex combattenti dello Spazio Territoriale di Miravalle lo hanno ricordato con affetto per il suo impegno nel progetto «Remare per la Pace« attraverso il quale una squadra di rafting locale, composta da cinque ex membri delle Farc, è riuscita a competere ai mondiali tenutosi in Australia nel 2019. Mario non era quindi un sognatore ingenuo, la sua esperienza sul campo in diverse zone di conflitto internazionali lo rendevano un professionista della cooperazione internazionale, nonostante il suo contratto lo inquadrasse come volontario. Le sue analisi delle dinamiche socio-politiche del Paese pubblicate sotto pseudonimo per importanti riviste di geopolitica dimostrano anche le sue fini capacità analitiche. Persone che studiano e partecipano da anni nei processi sociali della regione del Caquetà, e che preferiscono rimanere anonime per evitare eventuali ripercussioni, credono che le cause della morte di Mario vadano ricercate proprio nei temi di cui scriveva e nelle questioni che stava cercando di denunciare. 

    A maggio del 2018, con il nome di fantasia Astolfo Bergman, Mario scrive su Limes un’attenta descrizione del processo di pace alla vigilia delle elezioni nazionali. Individua nella terra e nel paramilitarismo «i due gangli da sviscerare per garantire l’effettiva estirpazione delle radici del conflitto». Il punto numero uno degli Accordi di Pace del 2016 è infatti l’accesso alla terra e una riforma rurale agraria che avrebbe dovuto garantire l’assegnazione di 3 milioni di ettari ai contadini senza terra. Il punto 2 dell’Accordo riguarda invece la partecipazione politica, ovvero la trasformazione delle Farc da gruppo armato a partito ufficiale denominato Fuerzas Alternativas Revolucionarias del Comùn e la promozione di politiche per l’inclusione delle donne nella leadership degli spazi pubblici e istituzionali. Il punto 3 invece regolarizza il disarmo dei gruppi armati presenti sui territori afflitti dal conflitto. 

    Dato il numero estremamente elevato di ex combattenti e leader sociali che vengono assassinati, sembra che il processo di smobilitazione non abbia interessato tutti i gruppi armati, soprattutto quelli para-militari, che stanno impedendo di fatto sia la partecipazione politica che il vero cessate il fuoco del conflitto. Nel frattempo la riforma rurale agraria non è mai stata implementata, al contrario sono state promosse politiche di «sviluppo» che favoriscono i processi estrattivi e danneggiano le comunità contadine e indigene che difendono i loro territori. Queste gravi inadempienze minano le fondamenta degli stessi Accordi, non a caso ostacolati apertamente dall’attuale presidente di estrema destra Duque, e favoriscono le cellule dissidenti delle Farc che non hanno mai consegnato le armi. 

    Mario Paciolla alias Astolfo Bergman scriveva che «la Colombia non è per nulla un paese in pace» e evocava lo «spettro della Uniòn Patriottica», il partito nato dalla smobilitazione di alcuni gruppi guerriglieri in seguito agli Accordi di Pace del 1985, i cui membri vennero massacrati sistematicamente durante il periodo del presunto armistizio. Mario era cosciente della storia di tradimenti e massacri che ha avvolto i diversi tentativi di pacificazione del conflitto e il clima di violenza che tuttora attraversa la Colombia e in particolare il municipio di San Vincente. Dal giorno della firma degli accordi in Colombia, infatti, sono stati uccisi 971 leader sociali e 219 ex-combattenti, di cui 20 nella regione del Caquetà, statistiche che non descrivono una situazione da «post-conflitto». Sempre secondo Claudia Julieta, Mario era indignato per la poca attenzione che l’Onu aveva prestato allo scandalo dell’operazione militare eseguita durante l’estate del 2019, durante la quale l’esercito colombiano bombardò e fucilò presunti appartenenti a un campo delle dissidenze guerrigliere, tra cui c’erano almeno 8 (testimoni dicono 18) minori disarmati e costò la carriera all’allora ministro della difesa. 

    Il massacro si è consumato proprio nei pressi del municipio di San Vincente, un territorio storicamente in conflitto con le autorità statali dove durante il corso del XX secolo la lotta per la terra ha portato alla costituzione delle Autodefensas Campesinas e successivamente delle cellule guerrigliere delle Farc. A San Vicente del Caguán si sono svolti anche gli accordi di pace del 1999-2002, altro tentativo dissoltosi con l’inasprimento del conflitto e con la repressione militare da parte dello Stato colombiano. Ricostruire la rete di interessi che investe la zona del Caguán non è semplice. Durante l’incontro virtuale organizzato dall’Università dell’Amazzonia per ricordare Mario Paciolla si è parlato di «neo-conflitto» per spiegare la complessità degli attori coinvolti nelle lotte territoriali. Nelle zone lasciate libere dalle Farc sono presto confluiti gli interessi dei gruppi guerriglieri che non hanno preso parte ai negoziati di pace, le cosiddette dissidenze, le cui fila sono andate ingrossandosi in seguito alle esecuzioni mirate ai danni degli ex combattenti e alle mancate riforme accordate nel trattato di pace. 

    Si aggiungono poi i gruppi criminali messicani, come il Cartello di Sinaloa e il Cartello di Jalisco Nueva Generación, che stanno riversando capitali nella zona per acquistare terreni utili alla speculazione finanziaria, seguendo l’esempio della borghesia colombiana, e implementano la coltivazione di coca per alimentare i loro traffici commerciali. Negli Accordi di Pace il governo colombiano si è impegnato nell’implementazione del cosiddetto Penis (Programa Nacional de Sustitución de Cultivos de uso Ilícito), un programma di aiuti per i contadini che decidono di abbandonare la coltivazione della coca. Gli aiuti economici però non sono arrivati con costanza rendendo difficile la conversione delle colture e il presidente Duque ha espresso la volontà di ritornare alla più economica strategia delle fumigazioni tramite glifosato, dannose sia per la terra che per la salute di chi ci vive.

    A completare il quadro di una zona strategica che sorge alle porte dell’Amazzonia e al centro di importanti vie di comunicazione con altre regioni del Paese, ci sono le risorse naturali. Nella regione del Caquetá sono state assegnate ben 44 license petrolifere e la metà di esse si trovano a San Vicente. Le imprese che estraggono petrolio contrattano contingenti delle Forze Militari per garantire la sicurezza delle loro attività estrattive che avvengono sotto la supervisione dei soldati dei battaglioni Energetico e Minerario creati nel 2018. A fare gola alle imprese ci sono inoltre importanti risorse idriche adatte alla costruzione di centrali idroelettriche, l’estrazione di oro nei pressi del fiume Caquetá e le sabbie bituminose, una delle fonti di combustibile più sporche del pianeta. L’Amazzonia stessa è diventata di per sè l’obiettivo dei gruppi economici che promuovono la deforestazione per impiantare coltivazioni di palma africana e, nel caso dell’economia informale, della coca. Con la sentenza della Corte Suprema numero 4360 del 2018, l’Amazzonia colombiana è diventata una risorsa da difendere e ricostruire, così molte zone abitate dalle comunità contadine si sono trasformate in parchi nazionali creando un clima di confusione burocratica che permette alle forze dell’ordine di reprimere in maniera arbitraria gli abitanti locali. Questi attori che vogliono arricchirsi ai danni del territorio, o usandolo come spauracchio ecologista, hanno tutto l’interesse nel vedere militarizzata la zona e disgregare il tessuto sociale delle comunità che si battono contro i progetti estrattivi. 

    Nell’ultimo report di GlobalWitness, la Colombia figura al primo posto nella triste statistica degli assassinati di difensori ambientali a livello mondiale. Le vittime del conflitto tra cellule dissidenti, il gruppo guerrigliero Eln, imprenditori del narcotraffico, gruppi para-militari e lo stesso esercito continuano a essere i civili. Mario era cosciente che con la vittoria elettorale dell’attuale presidente Ivan Duque, che definisce «uno dei più fermi oppositori di quanto pattuito a L’Avana», la violenza in Colombia sarebbe aumentata. Duque  viene infatti considerato un fantoccio manovrato dall’ex-presidente Alvaro Uribe, finito di recente agli arresti domiciliari per aver cercato di corrompere i testimoni del processo che lo vede imputato come fondatore di un gruppo para-militare di estrema destra. 

    Uribe figura anche nella lista dei maggiori narco-trafficanti colombiani stilata dalla Cia nel 1991. Secondo la ricostruzione della serie documentaria El Matarife, la famiglia Uribe sarebbe infatti storicamente legata sia al Cartello di Medellin che a al Cartello di Sinaloa. Questo intreccio di legami criminali e para-militari è una buona rappresentazione del sistema di potere che governa in Colombia e che è stato fomentato negli anni in ottica contro-rivoluzionaria dagli Stati uniti. Uribe viene anche responsabilizzato del fenomeno dei falsos positivos, esecuzioni di civili da parte dell’esercito camuffate da azioni contro-insorgenti, generatosi durante il suo mandato presidenziale che ha imposto la linea dura contro la dissidenza politica. Il suo delfino Ivan Duque, leader del Centro Democratico fondato proprio da Uribe, da poco finito sotto inchiesta anche lui per finanziamento illecito durante la sua campagna elettorale, sta cercando di mantenere una politica dal pugno duro nonostante le rivolte popolari del passato autunno e le nuove inchieste della magistratura stiano facendo vacillare il suo sistema di potere. In questo senso la crisi sanitaria del Covid-19 ha dato nuovo respiro al governo limitando le mobilitazioni di massa che stavano chiedendo le sue dimissioni senza però ridurre gli omicidi di attivisti che continuano a ingrossare le statistiche. Dall’inizio della quarantena, in Colombia sono stati uccisi 95 difensori e leader sociali, la maggior parte dei quali nella zona del Cauca, storica regione di resistenza indigena. 

    Alla luce di questi dati, e del momento storico che si sta vivendo in Colombia, la morte di Mario Paciolla può essere interpretata come l’ennesimo atto di repressione ai danni di chi lavora a favore della pace e della giustizia sociale, in un Paese dove questo impegno può risultare fatale. Fare luce sull’uccisione di Mario significa confrontarsi con i tentativi di depistaggio a cui abbiamo assistito, con la corruzione delle autorità colombiane, con il silenzio delle Nazioni unite e con l’ipocrisia di un governo che si definisce in pace mentre continua a reprimere i suoi oppositori. 

    «Non c’è pace senza giustizia» è un famoso slogan che ha dato voce alle proteste per i diritti civili della popolazione Nera negli Stati uniti, una frase che diventa calzante per il popolo colombiano che sta vivendo il conflitto armato interno più duraturo del continente e che non avrà fine fino a quando non si riuscirà a garantire giustizia per le vittime della violenza. Per rendere giustizia a Mario non basterà identificare gli esecutori materiali del suo assassinio ma bisognerà scoperchiare la rete di responsabilità che ha permesso quest’ennesimo crimine contro attivisti e attiviste che difendono i diritti umani. Come nel caso di Giulio Regeni, guardare all’omicidio di Mario Paciolla attraverso le lenti delle veritá giudiziarie puó confondere le acque e restituire uno sguardo appannato della realtá. È importante invece mettere a fuoco la vicenda, affermando il carattere politico di questo omicidio e fin da subito trattarlo come tale. La verità che la famiglia di Mario, il comitato di persone a lui vicine, gli accademici di tutta Europa e alcune figure politiche italiane stanno chiedendo può contribuire al processo di pace e giustizia per cui migliaia di attivisti e attiviste lottano quotidianamente in Colombia rischiando ogni giorno la propria vita.

  • Violencias en Guanajuato: la resistencia

    Violencias en Guanajuato: la resistencia
    Murale “Resistencia”, Messico (Fabrizio Lorusso, 2020)

    De Fabrizio Lorusso

    Desde La Jornada

    Ante el aumento repentino de distintas formas de violencia en Guanajuato (shar.es/abqBxs), una parte de la población no se ha quedado de brazos cruzados y ha desafiado las barreras del miedo, de la soledad individualista y de la estigmatización que rodeaban a las víctimas. Si no se hubiesen rebelado colectivamente al status quo de negación y criminalización de las desapariciones por parte de las autoridades, empeñadas en desmentir la presencia de fosas clandestinas, en dificultar la participación ciudadana en temas legislativos, de búsqueda y de atención a víctimas, en ocultar cifras o restringir el acceso a los semefos, los familiares de las y los desaparecidos no habrían conseguido avanzar en su búsqueda. Pero sí lo hicieron.

    Maricela Peralta, quien busca a su hermano Jorge Ismael, desaparecido en Celaya en 2018, el 16 de enero pasado, en Irapuato, expresó a la prensa lo que se vive en el estado: “esto que ven, esto es el Guanajuato que no le gusta al gobierno. Éste es el tejido social que se está resistiendo a terminar quebrantado porque estamos hablando de familias que están destrozadas, que se han quedado sin padres, sin proveedores, sin hijos, sin salud… hablamos de un Guanajuato empoderado económicamente, pero en desapariciones, pues allí la llevamos también a de la primera, ¿no?” Detrás de ella, las compañeras del colectivo A Tu Encuentro formaban un manto protector con las fotos de sus seres queridos.

    Pocas palabras claras: tejido social, dolor y resistencia ante las desapariciones. El mensaje era dirigido a las autoridades, ya que el colectivo acababa de reunirse con el gobernador Diego Sinhue, pero también a una sociedad que padece de extremos desgarramientos e indiferencia hacia las víctimas. El compromiso, tomado en esa ocasión, de abrir mesas de trabajo formales con metodología, fechas establecidas, escrutinio público y participación de colectivos con funcionarios estatales todavía no se ha cumplido.

    En Guanajuato hay dos colectivos históricos. El colectivo Cazadores reúne a las familias de ocho cazadores de León que fueron desaparecidos por policías municipales de Joaquín Amaro, Zacatecas, el 4 de diciembre de 2010. Desde entonces buscan justicia y la verdad.

    Justicia y Esperanza agrupa las familias de 22 migrantes de San Luis de la Paz, desaparecidos el 7 de marzo de 2011 en camino hacia Estados Unidos: tomaron el autobús y ya no se supo de ellos. Lo acompaña la Fundación para la Justicia y el Estado Democrático de Derecho y es parte del Movimiento por Nuestros Desaparecidos en México.

    En 2012 el Movimiento por la Paz, encabezado por Javier Sicilia, en su paso por León, cobijó también a familias de Guanajuato. Desde el año anterior algunas víctimas del estado se habían unido a Fundec-Fundem, Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Coahuila y México, luego formaron la región centro del movimiento. Asimismo, el colectivo Búscame-Buscando Desaparecidos México tiene presencia en Irapuato y sus representantes, Yolanda Morán, quien busca a su hijo Dan Jeremeel Fernández Morán, y Grace Fernández, hermana de Dan y consejera ciudadana del Sistema Nacional de Búsqueda, han apoyado a familias en campo y a activistas en distintos foros y actos.

    Estas experiencias, ejemplo de perseverancia, aún no se habían articulado en un movimiento estatal más amplio hasta hace pocos meses, cuando la conciencia del dolor común y la explosión de la problemática en la entidad detonaron la unión de cinco familias que, en noviembre de 2019, fundaron en Irapuato el colectivo A Tu Encuentro. Así, se fueron sumando energías de más víctimas de la violencia reciente, de académicos y defensores de derechos humanos, de unos colectivos prexistentes y organizaciones nacionales que propiciaron el crecimiento del grupo y su posibilidad de incidencia. Sin embargo, el diálogo, los apoyos y las negociaciones con el gobierno tuvieron que convivir con amenazas, tergiversaciones y, más recientemente, con detenciones y represión policiaca ( shar.es/abqVuH).

    Guanajuato vive una crisis de desapariciones cada vez más compleja, pero la fiscalía no ha entregado a la Federación información actualizada: la Comisión Nacional de Búsqueda señala 840 casos, pero datos obtenidos de la Unidad de Transparencia en octubre y diciembre de 2019 arrojan un mínimo de mil 40 y un máximo de 2 mil 104 personas desa-parecidas. La Ley de Búsqueda y la Ley de Víctimas fueron promulgadas en junio, con tres y siete años de retraso respecto de las correspondientes leyes generales. La Comisión Estatal de Búsqueda se acaba de instalar, mas el proceso fue contestado porque no hubo transparencia ni participación de las familias.

    Ya surgieron nuevos colectivos como Buscadoras Guanajuato, que integra 11 familias de León desde marzo pasado, y Mariposas Destellando-Buscando Corazones y Justicia, presente en cuatro estados desde 2018, que tiene representación en Salvatierra y acompaña a 26 familias guanajuatenses. El 15 de julio, junto con Justicia y Esperanza y el grupo Cazadores, los cuatro grupos formaron el Frente para la Búsqueda de Personas Desaparecidas en Guanajuato (shar.es/abqPPM), que lucha para ejercer su derecho a participar e incidir en búsquedas, investigaciones, atención a víctimas y políticas públicas. Hasta encontrarles.

    * Periodista italiano y colaborador de La Jornada Semanal

  • Logistica e America Latina: Introduzione

    Logistica e America Latina: Introduzione

    Introduzione dell’ebook Logistica e America Latina, a cura di Into the Black Box e edito dal Dipartimento delle Arti dell’Università di Bologna.

    Di Camilla De Ambroggi, Federico De Stavola, Alessandro Peregalli e Gianmarco Peterlongo

    Negli ultimi anni diversi studiosi hanno condotto ricerche e prodotto analisi che mettono l’accento sulla dimensione logistica del capitalismo contemporaneo. Tali approcci considerano la logistica non tanto e non solo come uno specifico settore economico, quanto come una vera e propria lente per analizzare le recenti trasformazioni e accelerazioni dell’organizzazione della produzione e della circolazione globale e l’impatto che queste hanno sui territori, in termini di ridefinizione della spazialità geopolitica, di intensificazione del comando del capitale sul lavoro e di produzione di soggettività. Da questa angolatura, risulta evidente come la logistica, intesa come intelligenza indispensabile al capitale per dettare i ritmi di produzione, circolazione e consumo, si intersechi a condizioni e ambiti molto eterogenei del presente globale: da quello della scienza militare, campo nel quale la logistica è nata, a quello più strettamente geopolitico, nel quale la logistica, attraverso la produzione di una molteplicità di corridoi, enclave, “zone speciali” e forme inedite di governance ad esse connesse, mette in tensione le logiche consolidate della politica interstatale; dall’organizzazione delle metropoli a partire dalle necessità di governare i flussi, come nel caso delle cosiddette logistics cities sul modello di Dubai, alla creazione di supply chains sempre più globali lungo le quali riorganizzare interi cicli produttivi in base a condizioni eterogenee a livello territoriale, culturale, infrastrutturale e di disponibilità della forza lavoro; dalla cosiddetta Rivoluzione Industriale 4.0, che ha dato vita alla gig economy e ai sofisticatissimi meccanismi di gestione algoritmica del lavoro, della produzione e del mercato,alle nuove “fabbriche” della distribuzione globale come Wallmart e Amazon, fino alle nuove accelerazioni del commercio globaleche hanno imposto la costruzione e modernizzazione dei terminal portuali in tutto il mondo, e che hanno portato l’industria navale sull’orlo di una colossale bolla speculativa.

    In questo lavoro collettivo abbiamo provato a mettere in luce il rapporto tra logistica e territorialità, il modo cioè secondo cui la logistica “produce” spazi e territori eterogenei. Il mondo logistico, di fatto, viene presentato come una superficie liscia e omogenea, dove la compressione dello spazio e del tempo giunge
    al suo apice: eppure, se osservato in profondità, quello stesso spazio risulta poroso e irregolare, fatto di margini, interstizi e smagliature che la logistica impone di livellare e nascondere. Ciò che spesso risalta è la tensione tra l’asse “intensivo” del capitale, che si espande costantemente ridefinendo qualsiasi rapporto e relazione sociale che cada sotto il proprio dominio, e l’asse “estensivo” tramite cui il capitalismo si presenta sempre come orizzonte globale all’interno del mercato mondiale. Riprendendo la prospettiva teorica di Sandro Mezzadra e Brett Neilson,
    crediamo che le operazioni logistiche, al pari di quelle estrattive e finanziare e in relazione con esse, assumano oggi una posizione centrale nell’articolare le dimensioni intensive ed estensive del capitalismo globale, e i modi in cui attraverso di esse il capitale tenti continuamente di espandere le proprie “frontiere”.

    Se la produzione logistica dello spazio ricorre in questi testi come bussola teorica, abbiamo però indirizzato le nostre analisi verso un macro-spazio geograficamente definito: l’America Latina. Da sempre laboratorio tanto delle politiche più predatorie del capitale quanto delle resistenze e alternative ad esso, l’America Latina diventa nella nostra analisi un terreno privilegiato da cui osservare sia le modalità attraverso cui la “razionalità logistica” si sta imponendo come una logica capace di incidere sulle nuove forme di sovranità e governamentalità politico-territoriali, producendo profonde trasformazioni nei territori, nelle forme del
    lavoro e nella produzione di soggettività, sia il modo in cui questo processo sta creando nuovi spazi intersezionali che danno vita a nuove forme di resistenza. Una regione che, mentre rafforza sempre più alcuni aspetti tradizionali della “dipendenza” come la vocazione esportatrice di materie prime e la ri-primarizzazione dell’economia, assiste allo stesso tempo a trasformazioni che
    vedono l’affermarsi di logiche sempre più brutali di “annichilimento del tempo con lo spazio”, e l’emergere e il moltiplicarsi di “zone” privilegiate per il flusso di merci e capitali globali, come le enclave informatiche, i porti e le stesse città globali, con articolazioni inedite tra nuove e vecchie forme di precarietà, di informalità e di “capitalismo di piattaforma”. Tutto ciò, mentre una riconfigurazione degli assetti geopolitici e della stessa lotta di classe incide, si articola e in molti casi resiste
    all’imporsi di questa “razionalità logistica”.

    Il contesto latino-americano offre una posizione epistemologica privilegiata anche per osservare come il dispiegamento del neoliberismo si traduce in un campo di battaglia, come dimostrano i turbolenti mesi finali del 2019, caratterizzati da
    ondate insurrezionali disperse in tutto il subcontinente contro l’estrema intensità della violenza economica e strutturale prodotta dall’egemonia neoliberale. Dopo più di un decennio di democratizzazione politica, maggior inclusione sociale, maggior
    indipendenza da Washington e relativa prosperità e stabilità economica, portate avanti da una serie di governi considerati “progressisti” in vari paesi della regione (dal Venezuela al Brasile, dall’Argentina all’Uruguay, dalla Bolivia all’Ecuador fino a Nicaragua, El Salvador e, per un breve periodo, Honduras e Paraguay) ma ancorate di fatto al boom dei prezzi delle materie prime, negli ultimi anni la regione è tornata scenario di accese dispute e rivolgimenti di ogni tipo. I governi progressisti furono
    capaci di imprimere importanti, sebbene superficiali, azioni ridistributive (a livello sociale, simbolico e materiale) a favore delle fasce popolari, delle minoranze etniche e delle persone che versavano in condizioni di povertà estrema, ma non riuscirono ad intaccare minimamente la struttura socio-economica della regione, né a sfidare le condizioni dettate dalle catene globali del valore. Infatti, proprio quando l’onda lunga della crisi economica del 2008 ha portato all’abbassamento dei prezzi delle materie prime, dagli idrocarburi ai minerali, e dei prodotti agroindustriali, i governi progressisti hanno iniziato ad essere attraversati da fratture e tensioni e a perdere consenso. Ed è proprio attorno a queste fratture che l’egemonia neoliberale nella
    regione è andata rafforzandosi.

    A partire dal 2013, con il moltitudinario movimento brasiliano contro le spese per le grandi opere previste per il mondiale di calcio del 2014 e i Giochi Olimpici del 2016 e i loro effetti sociali, si è iniziato ad avere la percezione che quello che è stato definito “ciclo progressista” stava attraversando una crisi di egemonia. In un contesto in cui il malcontento sociale (contro la devastazione dei territori, l’iper-indebitamento delle famiglie, l’autoritarismo e la corruzione dei governi progressisti) non trovava sponde in una sinistra politica ormai diventata “partito dell’ordine”, questo è stato sempre più catturato da una nuova destra conservatrice,
    ultra-religiosa (vincolata soprattutto alle chiese evangeliche e neo-pentecostali emergenti) e portatrice di una martellante retorica anti-corruzione. A fine 2015 la risicata vittoria presidenziale di Mauricio Macri in Argentina metteva fine a 12
    anni di governi peronisti a guida di Nestor e Cristina Kirchner, mentre la vittoria parlamentare dell’opposizione di destra in Venezuela dava vita a un periodo di profondissima crisi istituzionale in quel paese. Questi eventi furono seguiti, nell’anno successivo, dalla sconfitta di Evo Morales in un referendum in cui
    chiedeva la possibilità di ri-elezione indefinita alla presidenza della Bolivia e dal cosiddetto “golpe istituzionale” con cui il parlamento brasiliano esautorava la presidentessa eletta Dilma Rousseff del Partito dei Lavoratori (PT) e la sostituiva con il suo vice neoliberale Michel Temer. Infine, proprio in Brasile la
    vittoria presidenziale dell’outsider di estrema destra Jair Bolsonaro, nell’ottobre del 2018, con un programma economico iper-liberista e di privatizzazioni, sanciva apparentemente il trionfo del nuovo momento reazionario.

    Tuttavia, sebbene questi eventi sembrino a prima vista descriverci una situazione di semplice transizione egemonica da un ciclo politico progressista a uno conservatore e con preoccupanti accenti fascisti, altri importanti episodi sembrano mettere in crisi interpretazioni troppo lineari. In primo luogo, nel luglio del 2018, il trionfo elettorale in Messico di Andrés Manuel López Obrador, che dopo diversi tentativi andati a vuoto a causa di conclamati brogli elettorali, ha dato per la prima volta al paese una guida progressista dopo 36 anni di governi neoliberisti guidati dai partiti
    PRI (Partido Revolucionario Institucional) e PAN (Partido de Acción Nacional). Tale vittoria è stata da poco imitata dal candidato peronista argentino Alberto Fernández, che si è imposto nelle elezioni dello scorso ottobre su Macri. Infine, o
    meglio soprattutto, la nuova egemonia neoliberale e conservatrice è stata messa tremendamente in crisi nei mesi scorsi in Ecuador, Honduras, Haiti, Cile e Colombia, paesi attraversati da una serie di insurrezioni popolari che hanno fatto traballare i rispettivi governi. Il caso cileno è di particolare rilevanza, in quanto è proprio in quel paese andino che il modello neoliberale – nella sua versione elaborata a Chicago dai teorici della scuola neoliberista americana – basato su politiche macro-economiche
    monetariste, privatizzazione di asset pubblici e aperture commerciali ai mercati di capitali, era stato sperimentato per la prima volta dopo il colpo di Stato contro Salvador Allende nel 1973, e aveva trasformato il Cile, secondo gli analisti mainstream di scuola neoclassica, in un riferimento di indiscutibile successo
    economico e sociale e in un modello da imitare in tutta l’America Latina.

    Quest’ondata di rivolte anti-neoliberali, che hanno in qualche misura replicato il ciclo di lotte di inizio anni ‘00 in Bolivia (2000 e 2003), Argentina (2001) ed Ecuador (2005) , è stata tuttavia accompagnata da altri movimenti e tumulti che hanno attraversato paesi ancora retti da governi progressisti: è il caso del Nicaragua e soprattutto del Venezuela, colpiti negli ultimi anni da crisi economiche e sociali enormi, emigrazioni di massa e un conflitto geopolitico estremo che ha portato, nel caso venezuelano, a un tentativo di colpo di Stato appoggiato dagli Stati Uniti; ed è il recente caso della Bolivia, dove lo scorso novembre Evo Morales è stato costretto ad abbandonare il paese dopo che l’opposizione, appoggiata dalle forze armate, l’aveva accusato di aver vinto le elezioni politiche in maniera illegittima
    e con il sospetto di brogli elettorali.

    Di fronte a un panorama politico, sociale e geopolitico così complesso, e che testimonia una situazione di forte e profonda crisi di governabilità in tutta la regione, è forse bene indagare cosa si muove al di sotto di questi repentini cambiamenti e tensioni, ai movimenti carsici che si sono diffusi e generalizzati nel
    subcontinente in maniera certamente più sotterranea e impercettibile rispetto ai semplici cambiamento di colore di un governo o di un altro. Ancora una volta, riprendiamo una proposta di Mezzadra e Neilson:

    ‹‹Many analyses that make reference to the concept of neoliberalism in
    a generic sense point to the hegemonic circulation of economic
    doctrines or processes of deregulation and governance without really
    taking stock of the underlying transformations of capitalism that we try
    to highlight by focusing on extraction, finance, and logistics. Crucial to
    our analysis is the concept of operations of capital, which draws
    attention to both the material aspects of capital’s intervention in specific
    situations and their wider articulation into systemic patterns. (…) While
    the hegemony of neoliberal economic doctrines has definitely been
    questioned (and in some cases even shattered) by the turbulent pace of
    the crisis, the trends we analyze have only been entrenched››.

    In America Latina è ormai comune l’idea che l’estrattivismo,ovvero la pratica capitalista di appropriazione di valore economico a partire dalla rimozione forzata di materie prime e di commodities dal suolo, dal sottosuolo e dalla biosfera e della loro esportazione, sia sempre più la logica organizzativa dell’economia regionale, l’asse indiscusso su cui i paesi della regione puntano per attrarre investimenti, rafforzare le proprie bilance commerciali e finanziare politiche sociali. Questo assunto è diventato centrale a partire da quando si è reso evidente che gli
    stessi partiti progressisti, in molti casi arrivati al governo grazie ad alleanze con movimenti sociali rurali, comunitari e indigeni, avevano sacrificato le loro buone intenzioni di inseguire un modello di sviluppo basato sul buen vivir e sul rispetto della natura e degli ecosistemi, rompendo di conseguenza l’alleanza
    con questi settori sociali, non solo accettando ma, inebriati dagli alti prezzi delle materie prime nei mercati finanziari, anche radicalizzando le loro politiche estrattive, con l’intenzione di utilizzare una quota dell’eccedente prodotto da queste per finanziare politiche sociali di riduzione della povertà. Si tratta di
    un modello che il sociologo uruguayano Eduardo Gudynas ha chiamato “neo-estrattivismo progressista” e che la sociologa argentina Maristella Svampa ha definito “Consenso delle Commodities”, indicando nella politica comune di depredazione delle risorse naturali un nuovo consenso regionale che avrebbe
    preso il posto del Consenso di Washington, messo in crisi con la bocciatura del trattato di libero commercio delle Americhe (ALCA) nel 2005. Rispetto a quest’ultimo, il Consenso delle Commodities risulterebbe più multipolare, non vincolato esclusivamente agli Stati Uniti ma geopoliticamente aperto a
    investitori, multinazionali e acquirenti di altri paesi, soprattutto della Cina.

    Da una prospettiva della longue durée, possiamo intendere quest’incremento delle politiche estrattive non solo come una scelta politica di una serie di governi, ma come la conseguenza di fenomeni più profondi, condizionati sì da scelte politiche molto precise ma anche risultanti dalle complesse articolazioni storiche del mercato mondiale e della divisione internazionale del lavoro. Da questo punto di vista, dinamiche complesse e di lunga durata come la riorganizzazione capitalista in senso neoliberale a partire dagli anni ‘70, i processi di finanziarizzazione dell’economia, le
    delocalizzazioni produttive, l’ascesa della Cina e dell’Asia orientale come nuovi importanti zone industriali, l’affermarsi di nuovi modelli tecnologici e di nuovi regimi di accumulazione intorno alle industrie elettronica e informatica, i fenomeni
    dell’iper-urbanizzione, i processi di autonomizzazione del lavoro su scala globale e la smisurata crescita della cosiddetta surplus population in ampie zone del globo, sono tutte dinamiche che hanno contribuito a ridisegnare la configurazione storicoterritoriale e produttiva del subcontinente latinoamericano nello scenario della globalizzazione neoliberale.

    Seppure la profonda eterogeneità di questi fenomeni ha avuto conseguenze di grande impatto nell’aumento delle attività estrattive nella regione, l’importanza che è stata data a quest’ultimo aspetto ha in qualche modo offuscato altre trasformazioni: in primo luogo perché, come hanno proposto Mezzadra e Neilson, ma anche una teorica argentina come Verónica Gago, l’estrazione si può intendere non solo come mera attività o settore economico relativo all’appropriazione di valore da oggetti inanimati, ma anche come estrazione di valore nel lavoro e nell’attività sociale nel suo insieme (si pensi per esempio all’attività di data mining in seno alle piattaforme digitali), portando quindi il concetto di estrazione a leggersi non come alter ego, ma come complementare con, e articolato a, quello dello sfruttamento; in secondo luogo, perché un’attenzione agli aspetti dell’estrattivismo ha impedito di riconoscere altre logiche che guidano i processi di trasformazione, riconfigurazione e “produzione” dei territori in America Latina. Una di queste
    logiche è rappresentata dalla logistica.

    I diversi contributi che compongono questo libro, pertanto, dialogano tra loro a partire dall’analisi degli effetti che l’affermarsi della razionalità logistica produce sugli spazi geopolitici, sui territori, sul lavoro e sulle soggettività. In ognuno di essi viene descritto il modo eterogeneo in cui le operazioni logistiche globali toccano il suolo e la realtà sociale latinoamericana (“hit the ground”). Si guarda alla pianificazione di giganteschi corridoi logistici transnazionali, ai territori indigeni
    che rappresentano la frontiera privilegiata di vecchi e nuovi processi di colonialismo ed estrattivismo, alla rilevanza dei mercati pubblici metropolitani nei processi di accumulazione, alla trasformazione rapida e profonda delle megalopoli
    latinoamericane attorno alla promozione di grandi eventi, alle nuove frontiere del lavoro urbano digitale e alle sue nuove soggettività in lotta.

    Maura Brighenti e Karina Bidaseca analizzano la politica dei grandi eventi – in questo caso i Giochi della Gioventù 2018 a Buenos Aires – come vettori di trasformazione urbana che condensano le principali operazioni del capitale: logistica, finanza ed estrattivismo.

    Il contributo di Camilla De Ambroggi si focalizza sugli effetti generati dalla governamentalità logistica sul governo del MAS di Evo Morales e sull’organizzazione politica e sociale delle comunità guaranì boliviane. In particolare, partendo dall’analisi del progetto idroelettrico “Rositas” che si sta sviluppando in un territorio guaranì nel sud-est boliviano, dimostra come la
    trasformazione delle frontiere del capitale operata dal piano IIRSA ha portato con sé una ridefinizione delle soggettività, degli spazi, delle relazioni sociali di potere e delle forme di resistenza all’interno del territorio indigeno. L’analisi etnografica di queste trasformazioni fa emergere la dialettica che si produce tra l’affermarsi delle infrastrutture logistiche nei territori indigeni e i processi di resistenza ad esse.

    Federico De Stavola situa il suo contributo sul confine tra centro e periferia che i processi di espulsione, sussunzione e innovazione su scala mondiale rendono sempre più poroso. Le piattaforme digitali, tanto di food delivery come di altro tipo, dimostrano una grande capacità di adattarsi a contesti metropolitani e modi di
    accumulazione estremamente diversificati. Precariato-impiego tradizionale, sfruttamento-supersfruttamento, subordinazioneautonomia, informalità-contrattualità, ecc: sono dicotomie messe in crisi nella metropoli latino-americane dalle piattaforme, le quali si installano in zone d’ombra risignificandole. Le lotte e la
    nascita di organizzazioni di repartidores gettano luce sugli interstizi neoliberali che le app mettono a valore. Osservando il caso di Città del Messico e di Buenos Aires De Stavola offre una riflessione sul lavoro e sulle resistenze nella piattaforma
    colombiana Rappi, intesa come un modello estrattivo e logistico, mostrando come il work-on-demand via app permette di ripensare il lavoro e il sindacalismo.

    Il capitolo di Alessandro Peregalli si propone di analizzare l’articolazione tra la dimensione dell’estrazione con quelle della finanza e della logistica nell’Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Suramericana (IIRSA). Questa
    prospettiva gli permette di riscattare i contributi teorici e le resistenze anticapitaliste sorte negli ultimi anni intorno al concetto di “neo-estrattivismo” in una chiave più complessa e globale, dove la logica fondamentale dell’estrazione si connette con quelle della finanza e della logistica. In questo modo, seguendo le evoluzioni storiche che hanno attraversato l’IIRSA a partire dall’ascesa e poi crisi dei cosiddetti governi progressisti, mette in evidenza come la “politica dei corridoi” risulti sempre più resiliente rispetto ai cicli e controcicli delle politiche degli
    Stati.

    Gianmarco Peterlongo prende invece in considerazione le conseguenze della razionalità logistica nello spazio urbano di Città del Messico; partendo dalla storia dei mercati e dei flussi di merci nella capitale messicana fin dall’epoca preispanica, entra poi nel vivo della quotidianità del più grande mercato della città, La Merced, osservando la materialità dell’organizzazione della logistica del mercato grazie a due figure di lavoratori informali: i parcheggiatori (franeleros) e i facchini (diableros). L’economia informale, che in Messico impiega più della metà del totale dei lavoratori, diventa territorio privilegiato per osservare fenomeni che stanno alle frontiere del capitale, e che esprimono un tipo di pratiche economiche che mescolano logica del profitto e solidarietà comunitaria, che la sociologa argentina Veronica Gago chiama ‘Economie Barocche’.

    Alberto Valz Gris utilizza la logistica come punto di connessione fra i processi di urbanizzazione planetaria e la commodity chain analysis. L’analisi dell’estrazione del litio nella regione Puna de Atacama tra Cile e Argentina diventa il caso di studio per
    ricostruire una filiera produttiva globale e, al contempo, per sottolineare l’impatto che queste dinamiche estrattiviste hanno sulla sopravvivenza delle popolazioni locali.

    Bibliografia

    Benvegnù, Carlotta; Cuppini, Niccolò; Frapporti, Mattia; Milesi, Floriano; Pirone, Maurilio. Spring 2019. “Logistical Gazes: spaces, labour and struggles in global capitalism”, Work Organisation, Labour & Globalisation (WOLG), Vol. 13, No. 1,
    Pluto Journals.

    Bologna, Sergio. 2011. Le multinazionali del mare: Letture sul sistema marittimo-portuale, Milano: Egea. Bologna, Sergio. 2013. Banche e crisi. Dal petrolio al container, Roma: DeriveApprodi.

    Bologna, Sergio. 2017. Tempesta perfetta sui mari. Il crack della finanza navale, Roma: DeriveApprodi.

    Cowen, Deborah. 2014. The Deadly Life of Logistics: Mapping Violence in the Global Trade, Minneapolis: University of Minnesota Press.

    Gago, Verónica. 2014. La razón neoliberal. Economías barrocas y pragmática popular, Buenos Aires: Tinta y Limón.

    Gago, Verónica; Mezzadra, Sandro. 2015. “Para una crítica de las operaciones extractivas del capital. Patrón de acumulación y luchas sociales en el tiempo de la financiarización”, Nueva Sociedad, 255, Buenos Aires, pp. 38–52.

    Gaudichaud, Franck. 2015. “¿Fin de ciclo en América del Sur? Los movimientos populares, la crisis de los ʻprogresismosʼ gubernamentales y las alternativas ecosocialistas”, en América Latina. Emancipaciones en construcción. Santiago: Tiempo Robado Editoras/América en movimiento. En https://www.globalresearch.ca/fin-de-ciclo-en-america-del-surlos-movimientos-populares-la-crisis-de-los-progresismosgubernamentales-y-las-alternativas-ecosocialistas/5488539

    Grappi, Giorgio. 2016. Logistica, Roma: Ediesse.

    Gudynas, Eduardo. 2009. “Diez tesis urgentes sobre el nuevo extractivismo. Contextos y demandas bajo el progresismo sudamericano actual”, en AAVV, Extractivismo, política y sociedad, Quito: Centro Andino de Acción Popular y Centro Latino Americano de Ecología Social. En
    http://www.gudynas.com/publicaciones/GudynasNuevoExtracti
    vismo10Tesis09x2.pdf.

    Lefebvre, Henri. 2018 (1974). La produzione dello spazio, Milano: Pgreco.

    Mezzadra, Sandro; Neilson, Brett. 2013. Confini e frontiere. La
    moltiplicazione del lavoro nel mondo globale
    , Bologna: Il
    Mulino.

    Mezzadra, Sandro; Neilson, Brett. 2015. “Operations of capital”, in The South Atlantic Quarterly, Durham and London: Duke University Press, 114:1–9.

    Mezzadra, Sandro; Neilson, Brett. 2019. The Politics of Operations. Excavating Contemporary Capitalism, Durham and London: Duke University Press.

    Modonesi, Massimo. 18 de octubre de 2015. “Fin de la hegemonía progresista y giro regresivo en América Latina. Una contribución gramsciana al debate sobre el fin del ciclo”, en Memoria: revista de crítica militante, Ciudad de México.

    Neilson, Brett. 2012. “Five theses on understanding logistics as power”, Distinktion: Scandinavian Journal of Social Theory, 13 (3), pp. 322–39.

    Sassen, Saskia. 2015. Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna: Il Mulino.

    Svampa, Maristella. 2012. “Consenso de los Commodities, Giro Ecoterritorial y Pensamiento crítico en América Latina”, en OSAL, Movimientos socioambientales en América Latina, Buenos Aires, CLACSO, 2012, pp.15-38.

    Yashar, Deborah. 2005. Contesting citizenship in Latin America. The Rise of Indigenous Movements and the Postliberal challenges. Cambridge: Cambridge University Press.

    Zibechi, Raúl. 1 September 2015. “Hora de hacer balance del progresismo en América Latina”, Open Democracy, London. En https://www.opendemocracy.net/es/hora-de-hacer-balance-delprogresismo-en-america-latina/

  • “Ci unisce lo stesso dolore”. Memoria e ricerca di vita nel collettivo Madri di Iguala in Cerca dei Desaparecidos

    “Ci unisce lo stesso dolore”. Memoria e ricerca di vita nel collettivo Madri di Iguala in Cerca dei Desaparecidos
    Murale dedicato ai desaparecidos, Iguala, Messico (Fabrizio Lorusso, 2019)

    Foto e interviste di Fabrizio Lorusso, traduzione di Manuela Loi

    [Pubblicato originariamente il 24 gennaio 2019 in spagnolo sui siti A dónde van los desaparecidos, l‘America Latina e Desinformémonos; testimonianze audiovisuali alla fine del testo]

    Introduzione

    Al 22 agosto 2020 i dati ufficiali del governo messicano mostravano la cifra di 74, 914 persone scomparse, vittime di sparizioni forzate commesse da autorità statali o da gruppi della criminalità organizzata. Negli ultimi dieci anni il Messico ha sperimentato una grave crisi di violenza e scomposizione del tessuto sociale nel contesto di una “guerra al narcotraffico” che dal 2006 in realtà rappresenta una forma di conflitto armato interno e di militarizzazione della sicurezza pubblica per favorire l’estrazione di risorse e il modello economico neoliberale e non una lotta del governo contro “i cartelli della droga”. Decine di collettivi di resistenza e lotta per la verità, la giustizia e la ricerca dei desaparecidos sono sorti in tutto il paese, soprattutto per iniziativa delle donne, madri, mogli, sorelle e solidali unite dallo stesso dolore e dalla ricerca in vita di persone scomparse, ma anche, in molti casi, semplicemente dei loro corpi o le loro ossa, e delle fosse clandestine in cui potrebbero trovarli. In questa realtà distopica, nell’inerzia delle autorità e di parte della società, pochi frammenti ossei e resti umani diventano tesori d’inestimabile valore per le famiglie distrutte dall’assenza.

    Il collettivo Madres igualtecas en Busca de sus Desaparecidos (Madri di Iguala alla ricerca dei desaparecidos) è un gruppo formato nell’aprile 2018 a Iguala, Guerrero, composto da novantanove donne e quattro uomini che cercano i propri cari scomparsi. Il testo consiste in brevi interviste ai membri del gruppo su questioni come la ricerca e il ritrovamento, la memoria, un pensiero che è loro desiderio condividere, e il collettivo. Per questo reportage, concepito nell’ambito di un progetto di ricerca di storia orale patrocinato dalla Universidad Iberoamericana León (Messico), sedici persone hanno scavato nella loro memoria e portato la loro testimonianza. Piano piano, la loro lotta è riuscita a trasformare un dolore comune in un anelito collettivo di ricerca e in coscienza dei diritti che sono stati loro negati. Il dolore e la ricerca delle madri di Iguala e del Messico irrompono nello spazio pubblico e così facendo trascendono, vanno oltre il caso individuale, le cifre ufficiali e la solitudine, per diventare un patrimonio morale di tutta la società contro la paura e l’ingiustizia.

    Ispirazioni

    Questo lavoro si ispira a due progetti artistici e letterari che recentemente hanno contribuito a rendere visibili le storie delle vittime del conflitto armato in Messico, dando voce e parola a quelli/quelle senza voce in questo momento di nebbie e notti terribili.

    Il primo è una mostra di scarpe sulle cui suole vengono incisi messaggi sui temi della “ricerca e il ritrovamento” e che diventano veicoli del pensiero e la memoria dei familiari che cercano i e le desaparecidas. Sono le loro scarpe che recano frasi di dolore, speranza e ricerca, consumate dai chilometri percorsi in manifestazioni, proteste, uffici, strade, deserti e infiniti corridoi burocratici. Ogni testo è riprodotto anche su un foglio con sfondo verde speranza e rappresenta senza mediazioni la volontà dei familiari. Si tratta di un progetto itinerante e collettivo chiamata Huellas de la memoria (Orme della memoria) e che, nelle sue vicissitudini attraverso vari continenti per tre anni, è diventato megafono e cassa di risonanza della lotta all’interno della una Campaña Internacional contra la Desaparición Forzada (Campagna Internazionale contro la Sparizione Forzata).

    L’altra fonte d’ispirazione è il progetto Memorias de un Corazón Ausente (Memorie di un cuore assente), un libro di storie di vita dove alcune donne costruiscono la memoria dell’assenza dei propri cari di cui sono alla ricerca. Al di là della sparizione e del loro caso specifico, intessono narrazioni sulla vita, le passioni, i gusti, i ricordi e, infine, la presenza dei propri familiari. Nell’introduzione, Jorge Verástegui González, uno dei fondatori di Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Cohauila (Forze Unite per le Nostre Persone Scompare in Cohauila), descrive un concetto importante: quello della ricerca di vita, che aiuta a capire la comunità del dolore e della speranza che spinge alla lotta molti collettivi. Chi non c’è più ed è cercato, cioè, potrebbe essere o non essere in vita, ma in fin dei conti quello che motiva la ricerca è la vita in sé, sia nel suo significato materiale che spirituale. Ciò che si cerca è la vita e il ricongiungimento, in qualunque modo avvenga, per chiudere un “lutto sospeso”, un ciclo di dolore che ferisce profondamente non solo le vittime, ma tutta la società. La costruzione di narrazioni e significati alternativi da quelli generati dalle strutture dello Stato e dai mezzi di comunicazione di consumo immediato, con la loro inclinazione ufficialista, sensazionalista e spesso rivittimizzante, è uno dei compiti chiave del giornalismo di inchiesta, della storia orale e della storia del presente, approcci che guidano queste interviste.

    ___________________________________________________________________________________________

    Testimonianze

    Sandra

    Sandra Luz Román Jaimes ha 55 anni ed è di Iguala. Lotta contro un cancro e per ritrovare la figlia Ivette Melissa Flores Román, che ha oggi 25 anni ed è scomparsa il 24 ottobre 2012. Sandra accompagna nel cammino il nuovo collettivo costituito a Iguala lo scorso 15 aprile e che si chiama “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.

    Ricerca. Per me significa soddisfazione, lotta, ricerca della giustizia e della verità. Quando la cerco, per esempio nelle carovane di ricerca in vita, mi sento bene con me stessa perché non smetto mai di cercarla. Per me è un privilegio avere un’associazione che mi invita a cercare i desaparecidos. Non solamente cerco mia figlia ma anche altri mille desaparecidos perché posso ritrovare lei così come i figli delle mie compagne. Se non la cercassi, mi sentirei incompleta, come se non stessi facendo niente per scoprire la verità.

    Quando usciamo a fare le ricerche per i campi o nelle fosse o nelle cliniche o all’ospedale o al Semefo (Servizio medico forense), uno sente il timore, la paura che dentro quelle fosse possa esserci lei. O che si trovi in qualche manicomio o che stia vagando per le strade di qualche città. Sì, sentiamo una tristezza infinita. Non solo io ma tutti quanti ci sentiamo tristi e incompleti, però allo stesso tempo sentiamo soddisfazione pensando che in futuro i nostri nipoti o i figli dei nostri cari desaparecidos potranno dire: “Quando qui nessuno cercava i desaparecidos  ed è scomparsa  mia mamma o una zia, la mia nonnina ha fatto parte di quel periodo nel quale hanno fondato il primo gruppo di “Los otros desaparecidos” e da lì, dalla sparizione forzata dei 43 studenti, la gente ha iniziato a cercare i proprio figli”.

    Diventerà quasi una leggenda e rimarrà impressa per molti anni. Probabilmente io non sarò qui per vederlo ma diventerà qualcosa di molto simbolico. Simbolico persino in un senso “cattivo”, perché “chi avrebbe voluto che in quel periodo tutti i nostri figli sparissero?

    E così nel 2012 sono state fatte sparire solo donne, mia figlia è di quel periodo nel quale si portavano via solo le ragazzine. O trovavano i ragazzi per strada per portarseli via senza meta. Adesso siamo nel 2018 e ancora non so dove si trovi mia figlia. Rimarrà impresso quel 26 settembre 2014, storico. Si sono formati molti collettivi. È la data chiave in cui la gente “ha perso la paura”. Per modo di dire, perché continua a esserci gente che ha paura, ma mi piace pensare che è stato allora che abbiamo perso la paura e abbiamo pensato che se i genitori dei 43 stavano portando avanti la loro lotta, allora anche noi dovevamo intraprendere la lotta e cercare i nostri figli.

    Memoria. Mi ricordo di lei che mi diceva sempre: “Io non mi sposerò, sarò sempre single, e non ti mancherà mai niente, ti darò tutto io e non ti succederà niente”. Era mia figlia ad aiutarmi, mi ha incoraggiata ad andare avanti insieme, lavoravamo tutte e tre ecco. Ha preso il tesserino per studiare criminalistica, voleva diventare dottoressa in criminalistica. E manteneva sua figlia perché ha una bambina che adesso ha otto anni, ha un carattere forte. Vivo con lei. A causa della scomparsa di mia figlia mi sono ammalata di cancro al seno, è stato ormonale e benigno, anche se la Commissione Esecutiva per l’Attenzione alle Vittime dice che non esiste relazione con il fatto vittimizzante, in realtà lo è perché sei anni fa il cancro non ce l’avevo. Mi è toccato passare per la fase delle chemio e credo che la cosa sia arrivata alle orecchie del suocero di mia figlia e la bambina è venuta a cercarmi. Adesso è appena da settembre che convivo con la bambina e ho sempre paura perché la porto, la accompagno, e può darsi che stia rischiando molto, perché potrei anche non ritornare.

    Pensiero. Dico a mia figlia che, ovunque sia, la ricorderò sempre con tanto affetto e, se è viva, le dico di andare avanti per la sua strada, di studiare, di non rovinarsi la vita facendo stupidaggini e di percorrere la strada del bene. Di chiedere aiuto a qualche associazione civile per poter uscire da dove si trova. E se non vive più, allora la porterò sempre nei miei ricordi, la sua vita e la sua immagine. E chiederò sempre giustizia per ciò che è successo.

    Collettivo: Ci unisce lo stesso dolore, perché tutte andiamo nella stessa direzione, qui nessuno può camminare in un sentiero d’argento, una in quello d’oro e l’atra in quello di rame, cioè tutte seguiamo la stessa direzione e il dolore ci tiene unite. Adesso abbiamo un nuovo collettivo, trovo unione tra tutti i compagni e come collettivo l’idea è cercare verità e giustizia. Se tu cammini solo, non le troverai mai, invece come collettivo abbiamo il vantaggio di potere fare richieste al governo, perfino di chiudere un’istituzione o protestare quando non siamo d’accordo con iniziative che hanno preso per noi.

    Trovo che le strade e gli ostacoli che ho incontrato sono serviti perché adesso gli altri del collettivo non devono passare per le stesse cose. Si impara gli uni dagli altri. Nel mio caso, ho imparato da sola prima della sparizione dei 43 studenti. Quando per esempio le istituzioni sono arrivate alla chiesa di San Gerardo, che è dove è stato fondato “Los otros desaparecidos de Iguala” (gli altri desaparecidos di Iguala”), io le conoscevo già e sapevo quali proposte avrebbero fatto come PGR (Procura Generale della Repubblica) o CEAV (Commissione Esecutiva di Assistenza alle Vittime), per esempio. Grazie alle operazioni con CEAV sono appena riuscita ad ottenere un appello a livello nazionale per negligenza del governo, perché non hanno mai cercato mia figlia né lo faranno, e allora saremo noi a doverli trovare.  La Commissione con il suo sostegno economico permette che continuiamo a muoverci in carovane, e anche grazie a questo ho potuto ottenere l’appello e il caso di mia figlia guadagna un gradino in più verso le istanze internazionali. Abbiamo vinto perché il giudice fa indagini nella delegazione Guerrero e controlla su quante persone ha fatto ricerche e quanti procedimenti ha aperto su di me: il risultato è che non ce n’é nessuno.  Neanche presso la Fiscalia de Busqueda de Desaparecidos (Procura per la Ricerca dei desaparecidos) della PGR di Città del Messico hanno trovato procedimenti.

    Hanno trovato qualcosina, molto poco, alla SEIDO (Procura Specializzata in Delinquenza Organizzata). Allora, visto che non hanno indagato su nessuno e non mi hanno mandata a chiamare, le ho provate tutte in Messico e adesso mi rivolgo a istanze internazionali come l’ONU, che ha dichiarato il caso di mia figlia come “molto delicato”. E qui hanno ignorato la cosa, non mi hanno dato nemmeno un pulsante antipanico o protezione nel caso qualcuno volesse farmi del male. É molto delicato perché qualche tempo fa, lo scorso 31 ottobre, c’è stato uno scontro tra alcune persone ed è stata uccisa una persona che ha privato mio figlio della sua libertà. Dopo si sono sfogati e sono andati a uccidere un’intera famiglia e con questo spiego perché il caso di mia figlia non è un caso qualunque. All’inizio eravamo 15 e adesso ci sono 103 persone che fanno parte di “Los otros desaparecidos de Iguala”. Inoltre ci sono cinque nuove compagne che stanno per entrare ma ancora non hanno ancora fatto denunce. Per la maggior parte sono donne, è composto da 99 donne e 4 uomini: don Norberto, don Sirenio, don Rogelio e don Margarito. Lo scopo del gruppo è continuare la ricerca principalmente nelle fosse comuni. Però certo, anche la ricerca di persone in vita.

    Tutte hanno una denuncia federale, dato che quando abbiamo fondato “Los otros desaparecidos” c’è stato molto lavoro in quelle denunce. Stiamo chiedendo al governatore che ci aiuti con l’affitto, mobilio o che trovi uno spazio per avere una sede, perché riunirsi nelle case o per strada non è l’ideale. Sembra che ci aiutino. Presto chiederemo una riunione per vedere i progressi. Abbiamo chiesto anche alla CEAV. Dovremo vedere anche con il Municipio. Abbiamo appena iniziato, siamo come bambini, un passo alla volta! Stiamo pensando di iniziare le ricerche, avevamo fissato una data per il 30 novembre, ma la PGR non l’ha confermata, forse perché finisce il sessennio e ci saranno cambiamenti. Dal 19 gennaio al primo febbraio parteciperemo alla IV Brigada Nacional de Busqueda de Personas Desaparecidas (Brigata Nazionale per la Ricerca di Persone Scomparse), come quelle che hanno fatto negli ultimi due anni in Veracruz o in Sinaloa. Noi Madri Igualteche parteciperemo, e questo serve per fare pressione e per dimostrare l’urgenza delle ricerche.  É uno sforzo congiunto di vari collettivi dello stato e del paese. Inizieremo a Huitzuco con Mario Vergara e il suo gruppo “Los otros buscadores”, dopodiché andremo a Taxco, Cocula, Chilpancingo, Teloloapan e altri paesi di tutto lo stato di Guerrero.

    Prisca

    Prisca Arellano Rocha ha 63 anni, è originaria di Iguala e cerca i suoi nipoti, figli di una delle sorelle. Si tratta di Omar Basilio Arellano e Isidro Vázquez Arellano, scomparsi il 6 gennaio 2013 e il 16 febbraio 2013.

    Ricerca. Per me significa una cosa molto importante perché sono i miei nipoti, ma è come se fossero i miei figli, ed è molto importante per me partecipare alle ricerche perché voglio avere loro notizie. Fino ad ora non ho saputo niente e vorrei che qualcosa succedesse al più presto, che li troviamo, comunque vada vogliamo loro notizie. Per noi è molto doloroso non sapere niente, viviamo ancora pensando a loro.

    Memoria. Ciò che ricordo di più è che durante i giorni di dicembre, capodanno, passavamo molto tempo insieme e adesso non sono più con noi e ci fa tanto male. Come vorremmo che tornassero per stare insieme come facevamo prima! Erano brave persone, gente buona, molto intelligenti e grandi lavoratori, perché non vivevano con i soldi di altri, lavoravano molto bene e vivevano di questo.

    Pensiero. Vorrei dire loro che gli voglio molto bene e che mi mancano tanto. Chiedo a Dio che possiamo di nuovo vederci presto, se Dio vuole. Speriamo in Dio che presto ci sia un ritrovamento, in qualunque modo, perché è ciò che speriamo.

    Incontro. Sarebbe molto bello. Allo stesso tempo bello e triste perché se li ritroviamo vivi, bene! Magari Dio volesse così. Ma se le incontriamo senza vita, allora sarà triste per noi e il dolore non ci lascerà mai, il dolore resterà lì per sempre.

    Collettivo. Per me è come una famiglia, perché sentiamo lo stesso dolore.

    Margarito

    Margarito Soriano Esusebio ha 81 anni, è di Atenango del Rio e risiede a Iguala da 60 anni. Cercava suo figlio, Mario Soriano Giles, da quando è stato vittima di sparizione forzata nel 2010. Lo ha trovato senza vita e il corpo gli è stato restituito nel luglio 2018 a Taxco, ma don Margarito continua le ricerche accompagnando il collettivo delle madri igualteche.

    Ricerca.  Mi sentivo afflitto, triste, non ero contento. Mi preoccupavo molto. Mi ha addolorato molto la faccenda di mio figlio. L’ho cercato tanto. Camminavo per i monti. Sono andato nei campi per due anni, un po’ più di due anni. Ho smesso di andarci quando l’abbiamo trovato. Adesso faccio parte di un altro collettivo, mi invitano ad unirmi alle ricerche, sempre le stesse cose. Di defunti che non sono stati trovati, di desaparecidos, per vedere se si ottiene qualcosa.

    Memoria. Lavorava con me, tutti e due facevamo i falegnami. Quando è scomparso, sono stato male, mi sono un po’ ammalato. Poi sono guarito. Mio figlio era un falegname come me. Parlavamo dei lavori che dovevamo fare, ci dicevamo prima come si doveva fare e lo realizzavamo solo quando lo avevamo bene in mente. Mio figlio era molto portato, forse più di me perché lui era giovane, era pieno di entusiasmo e riusciva a fare bene qualsiasi lavoro. Addirittura alcuni mi dicevano: “lo mandi a Città del Messico così impara di più”. Aveva 36 anni.

    Pensiero. Allora, voglio solo dire che Dio lo abbia in gloria e a me conceda la rassegnazione per andare avanti con la mia vita.

    Ritrovamento. A dire il vero ho sentito qualcosa che mi calmava perché ritrovarlo così non è lo stesso, certamente fa piacere, uno si sente contento, ma non è la stessa cosa, non è un vero e proprio piacere. Perché io l’avrei voluto vivo e non morto.

    Collettivo. Allora, così come io sento io o sentivo che mio figlio non sarebbe tornato, così credo che anche gli altri si sentano allo stesso modo. É questo che mi unisce a loro, alla gente, così posso continuare a cercare insieme a loro, in loro compagnia.

    Antonia

    Antonia Torres Ortiz ha 53 anni e viene da Teloloapan. Cerca suo figlio Francesco Ocampo Torres. Erano tre le persone che cercava, ma due gliele hanno restituite morte: suo marito Francisco Ocampo Figueroa e Eric Ocampo Torres. Adesso chiedo che mi aiutino a ritrovare mio figlio Francisco.

    Ricerca. Partecipare alle ricerche è qualcosa che mi nasce spontaneo. Se non mi muovo sento che non sto facendo niente per mio figlio. Così sto bene, anche se a volte sono triste, ma vi chiedo di aiutarmi trovarlo perché ha lasciato le sue tre bimbe. Ve lo chiedo perché mi avevano detto di averlo visto dalle parti di Cuernavaca. L’ho riferito al dott. Rivero della PGR, ha detto che sarebbe venuto da me ma non mi ha chiamata. Credo che ormai si sia dimenticato.

    Memoria. Ricordo tante cose belle di mio figlio, così belle che se gliele racconto mi metto a piangere. Era un figlio molto bravo con me. Anche se si è sposato non si è mai allontanato da me. Ogni volta che andava a lavorare, anche quella mattina, è passato da me e mi ha detto: “Mamma esco, vado a lavorare”. Ed è stato l’ultimo giorno in cui l’ho visto perché nel pomeriggio sono venuti a Iguala e lui non è mai tornato. Vi chiedo di aiutarmi perché mi ha fatto molto male la perdita dei miei figli e di mio marito. Sono scomparsi insieme. Tornavano da Teloloapan a Iguala alle sette e mezza di sera. Mio figlio era ferito. Non abbiamo mai saputo chi è stato o cosa è successo.

    Pensiero. Voglio dire che se mio figlio è vivo, che ritorni da me. Non gli chiederò niente di ciò che è successo. Se mi vedesse un giorno, che ritorni da me. Non gli chiederò mai niente, se è stato male per ciò che è successo a suo padre e a suo fratello. Ciò che voglio è che torni.

    Collettivo. Ci unisce il fatto che qui tra tutte riusciamo a scacciare la tristezza, e così si superano poco a poco le cose. Ho dovuto abbandonare un altro collettivo e mi sono sentita triste, e avevo la speranza che un giorno ne nascesse un altro e così è stato. Sono tornata e adesso sto bene. Vengo anche se devo fare i salti mortali, a volte non ho neanche i soldi per l’autobus, io lavoro per il mio bambino e la mia bambina, perché ho anche un figlio di 15 anni e una figlia di 12. Quando mi chiamano qui, esserci è una necessità perché sento che avrò notizie di mio figlio.

    Esperanza

    Esperanza Rosales Segura ha 53 anni, è di Iguala e cerca suo figlio, Alejandro Moreno Rosales, e suo cugino, Marco Antonio Rosales Castrejón, dal 13 novembre 2009.

    Ricerca. Per me vuol dire trovare mio figlio. Vorrei trovarlo, come si dice, “come Dio vuole”, cioè vivi o morti. Non sappiamo se sono morti, sono passati 9 anni e non sappiamo niente di loro. É la stessa cosa per il figlio di doña Tere, erano insieme. Sono scomparsi tutti e tre, erano amici.

    Memoria. Andavano d’accordo, lavoravano, uscivano. Di mio figlio sinceramente ricordo quanto bene voleva a me e ai suoi fratelli. Era il sostegno della casa. Mio marito non c’è più perché è scappato con un’altra donna e siamo rimasti soli. Ho un bel ricordo perché voleva che non mancasse niente ai sui fratelli.

    Pensiero. Vorrei dirgli che lo voglio trovare, che deve venire a trovarmi dovunque sia, ho bisogno di vederlo.

    Ritrovamento. Sarebbe una grande gioia, poterlo rivedere.

    Collettivo. Ci unisce il dolore. Siamo la stessa cosa. Ciò che io sento lo sentono le mie compagne. Ciò che fa male a me, fa male a loro. É questo ciò che ci unisce. Continuerò a cercare.

    Teresa

    Teresa Rendón González,45 anni, è di Chilapa, risede a Iguala da 30 anni e cerca suo figlio, Pedro Chavarrieta, scomparso il 13 novembre 2009.

    Ricerca. È fede, la speranza di ritrovarlo, come Dio me lo restituirà. Sua sarà l’ultima parola su come lo ritroverò. Voglio continuare a cercare finché avrò forza. Lo hanno portato via dal quartiere dove vivo e non ho più saputo niente, nessuno mi ha detto niente.

    Memoria. Andavamo al lavoro assieme, lavoravamo nei campi, stava sempre con me. Non si era mai allontanato da me. Quando usciva e poi tornava a casa, mi abbracciava e mi dava un bacio. Diceva sempre che io ero la sua capa. Mi diceva:” capa ti voglio molto bene”, e che non mi avrebbe mai lasciata. Era molto legato a me, è cresciuto solo con me. Aveva 19 anni.

    Pensiero. Gli voglio molto bene e continuerò a cercarlo. Tutta la famiglia lo aspetta a braccia aperte. Se Dio vuole che torni sulle sue gambe perché ormai è passato molto tempo.

    Collettivo. Più che altro il dolore che tutte sentiamo, tutti siamo coinvolti nella ricerca. E a volte ci diciamo delle cose tra di noi perché ci fidiamo le une delle altre. Siamo unite, viviamo le stesse cose. Lo cercherò fino ad incontrarlo, che Dio mi dia la forza.

    Sirenio e Ernestina

    Sirenio Ocampo de Jesus, di 68 anni, ed Ernestina Marino Luciano, 67, sono originari di Ocosingo e Copalillo, risiedono a Iguala e cercano il loro figlio Adelfo Ocampo Marino dal 13 luglio 2014

    Ricerca
    Ernestina. È perché gli voglio bene, non voglio fermarmi. Se lo vedeste da qualche parte, vi sarei molto grata se me lo diceste. Ho bisogno di rivederlo perché c’è qui sua moglie e le sue figlie che ormai sono delle signorine.

    Sirenio. Significa trovarlo, sapere dove si trova. Vogliamo sapere dove l’hanno lasciato, se l’hanno sepolto. Non cerchiamo i “cattivi”, cerchiamo mio figlio. Dov’è? Ci pensiamo giorno e notte, preoccupati, al fatto che lo vogliamo trovare. Se qualcuno dovesse vederlo, ce lo faccia sapere.

    Memoria.
    Sirenio. Quando lavoravo con lui a volte mi diceva: “Vecchio, dai vieni, non vuoi qualcosa da bere?” Ricordo i momenti in cui chiacchieravo con lui, quando si sentiva triste e gli chiedevo perché. Gli dicevo: “Non ti preoccupare, è normale, non bisogna tenersi dentro cose passate”. Mi rendo conto che adesso non ho nessuno con cui vado d’accordo, qualcuno a cui raccontare la mia storia, che mi dica ciò che sente. Siamo diventati amici quando è cresciuto. Lavorava ed è triste pensarci adesso. A volte dormo un po’, mi sveglio e, ecco, vorrei vederlo. Quando era qui, andavamo a trovarlo a casa sua, se non venivano lui e mia nuora. Dopo tutto ciò che è successo quelle visite sono finite. Mia nuora non viene più. Invece di parlarne con noi, si è arrabbiata. Anche le mie nipotine. Però niente, gli voglio bene perché sono le mie nipoti.

    Ernestina. Mi diceva:” A Natale vengo a prenderti”, e ci mandava a prendere. “voglio che passiamo il Natale qui, voglio che stiate con me”, diceva. Mi siedo qui fuori e penso che vorrei vederlo arrivare per passare un altro Natale insieme.

    Pensiero

    Ernestina. Ti voglio bene figlio mio, nessuno mi capisce, solo tu mi capivi, ti voglio molto bene. Come ti comportavi con me, mi abbracciavi, nessuno mi abbracciava come te, figlio mio. Ti voglio bene.
    Sirenio. Se lui si trova lì fuori, e ci sta ascoltando. Vorrei che ci dicesse che sta bene. Vogliamo solo sapere, io vorrei che stesse bene, felice. Se è vivo, che ci chiami. Se è vivo o no lo sa solo lui. Se è lì fuori, che si metta in contatto con noi. Questo è tutto ciò che voglio dire.

    Sofía y Evarista

    Sofia Sanchez Salgado, 51 anni, e Evarista Salgado Olivares, sua madre di 73, sono di Iguala e cercano un fratello e un figlio di Sofia, dal 25 gennaio 2010. Suo fratello si chiama Luis Fidel Sanchez Salgado e suo figlio Santiago Velázquez Sanchez. Sono andati a fare benzina qui a Iguala, vicino alla scuola, all’Istituto Tecnico, e lì sono scomparsi.

    Ricerca

    Evarista. Che mio figlio torni e rimanga con me. Se sta lavorando, se c’è qulacuno che lo conosce, allora che me lo dica, che si mettano in contatto con noi, anche per mezzo della televisione. Voglio che torni. Io non posso vivere senza di lui ed è per questo che lo cerco. É già passato molto tempo, sono molti anni che non vedo né lui né mio nipote. Non mi dimentico di mio figlio. Quando uscivo a cercarlo sentivo che lo avrei trovato lì, o che mi avrebbero detto “Guardi, qui c’è suo figlio”.

    Sofia. Che il governo ci aiuti a trovarli, ovunque si trovino. Perché veda quanti corpi hanno già trovato e di loro non si sa niente. A cosa serve fare la prova del DNA alle famiglie? Qualsiasi informazione abbiano, ce la diano. Abbiamo cercato molto in gruppo, percorrendo monti, nonostante la paura e la tristezza che sentiamo.

    Memoria

    Evarista.  A mio figlio piacevano molto i chilaquiles, con una salsina di peperoncino e uova. E i fagioli. A mio nipote piacevano le enchiladas, le chalupitas, tutte queste cose qua, le tortillas fatte a mano.

    Sofia. Mio figlio era tranquillo, gli piaceva giocare a calcio. Lavorava sodo. L’ultima volta, quando è scomparso mi ha chiesto di preparargli delle enchiladas e di aspettarlo, mi ha detto che andava a fare benzina con lo zio. Gliele ho preparate, ma non è più tornato. Mio fratello lavorava, era appena stato dalla sua fidanzata, poi sono andati via e non sono più tornati.

    Pensiero

    Evarista. Direi loro di tornare, che li stiamo cercando. A volte non riesco a dormire perché penso a come stanno, dove sono, se hanno mangiato o no. É ciò che vorrei dirgli.

    Sofia. Che tornino, che ci dicano che stanno bene. Noi continuiamo ad aspettarli, ci mancate. Tornate a casa.

    Ritrovamento

    Evarista. Ho la sensazione che mi diranno che hanno trovato mio figlio. Che lo riporteranno. A volte ho la sensazione che potrò riposare, ma dopo un po’ questa sensazione non c’è più.

    Collettivo

    Sofia. Ci si sente più tranquille con il sostegno di tutte le compagne.

    Leonor

    Leonor Contreras. Ha 39 anni, è di Iguala ed è alla ricerca di Antonio Ivan Contreras, suo fratello, vittima di sparizione forzata il 13 ottobre 2012, quando aveva 28 anni.

    Ricerca. Bè, riuscire a trovarlo un giorno, almeno avere un posto dove portargli i fiori, o almeno sapere dove si trova.  Sono stati mio padre, Guadalupe, e i miei fratelli che lo hanno cercato. Mio padre è andato a Veracruz ad aiutare il collettivo Solecito. Io mi sono unita alle Madres Igualtecas. Mia cognata, moglie di mio fratello, è rimasta nel collettivo Los otros desaparecidos.

    Memoria. Sono molti i ricordi e i dettagli. Lui con me era molto affettuoso, perché comunque io sono la sorella maggiore, mi prendevo cura di loro da quando erano piccoli. Quando tornava a casa si sedeva sempre sulle mie gambe, mi parlava come se fossi la mamma, mi diceva sempre che mi voleva molto bene. Mi dimostrava il suo affetto, sempre sempre.

    Pensiero. Voglio che sappia che gli voglio molto bene. Sarà nel mio cuore per sempre e spero di trovarlo un giorno, comunque sia. Continuerò a cercarlo.

    Collettivo. Il dolore è ciò che ci unisce. Il dolore. Ma anche sapere che come collettivo possiamo continuare le ricerche e magari non troveremo il nostro familiare ma possiamo trovarne altri che non hanno ancora trovato. É solidarietà


    Alfonsa

    Alfonsa Cecilio Agapito 63 anni, originaria di San Miguel Tecuisiapan, risiede a Iguala e cerca suo figlio, Alfonso Cardoso Cecilio, 31 anni, scomparso il 30 aprile 2013.

    Ricerca. Partecipo alle ricerche perché non sono soddisfatta, perché per me è molto stressante non sapere in quale posto sia finito. É molto importante perché si tratta di mio figlio. Sono andata a fare molte ricerche per i monti. Quando partecipo alle ricerche ho la speranza di ritrovare il suo corpo, di potergli dare una sepoltura come si deve. Mi sento bene quando lo cerco perché c’è una speranza, magari è sepolto lì da qualche parte. Le autorità ci ignorano. Sono già andata alla PGR di Città del Messico e ho riferito qualcosa più o meno, gli ho detto di contattarmi e gli ho dato degli indizi. Loro pretendono che uno si metta a indagare e questo non va bene perché ci si espone al pericolo. Allora ho chiesto di fare delle indagini, ma niente. Vado lì un’altra volta e mi dicono che non hanno indagato che però lo faranno, Si immagini, sono già cinque anni che non so nulla di mio figlio. Nessun risultato per me.

    Memoria. Voglio far sapere che mio figlio, che era il più piccolo, era molto buono e affettuoso. Passavo molto tempo con lui. Ci sentivamo bene quando andavo a trovarlo o lui veniva da me. La verità è che mi fa molto male non sapere che ne è stato di lui. Vorrei che qualcuno mi dicesse come è successo. Anche se io ho detto al Dott. Rivera della PGR chi è stato a portarlo via, continuano a dire no, no, no”. Non so se sono in combutta con loro, chi lo sa. Mio figlio era una persona molto bella quando passavamo del tempo insieme, mi conforta ricordarmene.

    Pensiero. Gli voglio dire che lo aspetto con ansia, se Dio vuole. Io l’ho messo nelle mani di Dio e lui saprà cosa fare. Speriamo. Se è vivo, benissimo, per sarà una gioia infinita. Perché mio figlio ha lasciato una bimba, aveva 6 anni quando me l’ha lasciata e adesso ne ha 12. Gli vogliamo molto bene, lo aspettiamo. Se torna saremo felici. E se no, che Dio me lo riporti così com’è ma ciò che più gli chiedo è che me lo riporti vivo.

    Collettivo. Ho fatto parte di un gruppo da quando sono nati “Los otros desaparecidos”, in seguito alla scomparsa dei 43, quando ci riunivamo nella chiesa di San Gerardo. Ci unisce il fatto che sentiamo lo stesso dolore, noi che siamo qui come “Madres Igualtecas” siamo parte della stessa “sorellanza” per il dolore che sentiamo per la scomparsa dei nostri figli. Sento che ci aiutiamo come una famiglia, perché così come io soffro, soffrono anche loro.

    Cleotilde

    Cleotilde Juarez Adame, 53 anni, originaria di Paraíso, nello stato di Guerrero, vive a Iguala da 35 anni e cerca suo figlio, Julio Alberto Salgado Juarez, dal 2011, scomparso quando aveva 26 anni.

    Ricerca. Significa molto. Troverò mio figlio. Mi fa stare bene cercarlo, è un modo per sentirmi vicina a lui.

    Memoria. Ricordo quando mi invitava a pranzo fuori, andavamo ad Acapulco. Ci portava lui. Tante cose, ho molti ricordi. A volte andavamo anche alle feste.

    Pensiero. Voglio dirgli che gli voglio molto bene, lo amo e mi auguro di cuore di ritrovarlo, baciarlo e dirgli che lo aspettiamo a braccia aperte.

    Collettivo. Trovo che noi madri e mogli siamo unite dallo stesso dolore. Siamo unite, ci incoraggiamo a vicenda e continuiamo a cercare i nostri familiari. Non ci sentiamo più così sole, così abbandonate.  

    Berta

    Berta Moreno Garcia ha 51 anni, è di Iguala e cerca José Manuel Cruz Moreno, suo figlio, scomparso il 2 gennaio 2009, all’età di 22 anni.

    Ricerca. Significa tanto perché lo stiamo cercando, lo cerchiamo per i monti, o dove ci dicono di andare, con l’illusione di trovarlo dovunque si trovi. Il mio figlio più piccolo adesso ha 12 anni, ma quando abbiamo partecipato alle altre ricerche ne aveva 8 e veniva sempre con noi.

    Memoria. Ricordo tutto. Quanto amava stare con la sua bambina e con tutti noi, ma poi non è più stato possibile. La bimba adesso ha 8 anni. Mio figlio ha un carattere calmo, non si arrabbia facilmente, è affettuoso ed è una brava persona. Gli piace quando ci abbracciamo, giocare a calcio con i suoi fratelli. 

    Pensiero. Voglio dirgli che lo aspettiamo. Che lo stiamo cercando e che la sua famiglia ha bisogno di lui. Vogliamo che torni a casa, vogliamo trovarlo. Finché avremo vita continueremo a cercarlo e se dovessi venire a mancare io, allora continueranno i miei figli.

    Collettivo. Sentiamo lo stesso dolore, siamo uguali, e siamo in poche che facciamo le ricerche sul campo. Mi sembra che siamo più unite perché andiamo a fare le ricerche, attraversiamo monti o e altri posti. E non temiamo nessun pericolo, nessuno, non ci importa più niente, perché ci accompagna la speranza che forse possiamo trovarlo dentro qualche grotta, no? Non importa se non è mio figlio, se è il figlio di un’altra compagna è lo stesso, noi saremo lì.

    Rogelio

    Rogelio Mastache Villalobos, 60 anni, è di Iguala e cercava suo figlio, Aldo Mastache Gonzaga, che aveva 28 anni quando è stato vittima di sparizione forzata, il 23 settembre2014. É stato trovato e sepolto il 3 agosto 2001. Rogelio parla e al suo fianco c’è un bambino, l’altro figlio. É entrato a far parte del collettivo Los otros desaparecidos de Iguala all’inizio del dicembre 2014., quando si era appena formato, e adesso fa parte del gruppo Madres Igualtecas en busca de sus Desaparecidos.

    Ricerca. Partecipavospesso alle ricerche con gli altri compagni, ci riunivamo, pianificavamo le ricerche e andavamo verso i campi. Significava molto, significava cercare mio figlio e trovarlo. Lo abbiamo trovato qui a Iguala in un terreno pianeggiante di 10 ettari coltivato, nella parte bassa della montagna chiamata Cerro Gordo. In questo terreno ci sono appezzamenti con diversi nomi, in quello che si chiama “La Parota” abbiamo trovato mio figlio. Aveva 18 anni quando è scomparso.

    Ritrovamento. Ho provato una brutta sensazione perché io lo volevo trovare vivo, volevo che riapparisse vivo. Ad ogni modo ringrazio Dio che me lo ha riportato, anche se è morto. Per me significa comunque tanto avere il suo corpo e potergli dare sepoltura, riaverlo qui con me. Anche se è sepolto in un cimitero, ma so che è lì e posso portargli fiori quando voglio perché so dove si trova. Posso riposare mentalmente perché è una vera angoscia pensare continuamente se tuo figlio è vivo o morto. Ritrovarlo ha significato tanto per me.

    Pensiero. Gli direi “Figlio mio, mi dispiace tanto per ciò che ti è successo, non so cosa tu abbia fatto, ma spero che adesso tu sia con Dio”. Mio figlio non ha mai avuto cattive frequentazioni, è stata una vittima tra le tante, esseri innocenti che sono stati uccisi.  Mi sono fatto un’idea, dopo alcune ricerche, di quello che è successo. Se abbiamo capito come sono andate le cose, lo hanno portato via con la forza. Sono state tre o quattro persone a portarlo via con violenza. Molta gente lo ha visto e ci sono molti testimoni che hanno visto quando lo hanno caricato e portato via in un furgone. È stata la mafia, in quel momento governava quel disgraziato di Jose Luis Abarca. Era la mafia che operava in quel momento e aveva il patrocinio, il sostegno del governo municipale.

    Memoria. Era un ragazzo responsabile con la sua fidanzata, per me era un bravo figlio che cercava di farsi strada nella vita con il suo lavoro. Aveva un bambino e un’altra bambina, i suoi figli. Uno, da padre, cerca di aiutare i figli. Gli piaceva molto giocare a biliardo. È uno sport sano, sempre che non si beva, e anche a me piace molto. I nostri gusti erano simili e anche io ero mentalmente simile a lui.

    Collettivo. La cosa più importante che ci unisce è andare alla ricerca dei nostri cari. Soprattutto ci sono molti compagni che ancora non hanno trovato il loro familiare. Allora l’obiettivo è continuare a cercare. Io l’ho trovato ma ci sono ancora tutti gli altri. Un’ altra cosa importante è lottare per i nostri diritti. Grazie a Dio il governo ha emanato varie leggi che ci proteggono come vittime, come la General de Victimas (Legge Generale delle Vittime, in vigore dal 2013) e quella di Desaparición Forzada y por Particulares (Sparizione Forzata e Commessa da Privati, previste dalla Legge Generale messicana sulla materia)e in questo senso il governo ci sta dando una mano. Abbiamo perso un familiare e perciò la sua famiglia, sua moglie e le sue figlie, si ritrova senza il suo aiuto. Grazie a queste leggi riceviamo un aiuto alimentare o per l’affitto, questi sono i nostri diritti.

    Norberto

    Norberto Jimenez Roman, 58 anni, fa il contadino ed è originario di Tlaltizapan, Morelos, residente a Mezcala, nello stato di Guerrero, da quando aveva un anno, ed è alla ricerca di suo figlio, Norberto Jiminez Heredia, vittima di sparizione forzata il 13 gennaio 2010, quando aveva 20 anni.

    Ricerca. L’ho sempre cercato per tutto questo tempo. La ricerca è qualcosa che ti dà coraggio, sul serio. Perché al contempo stai lottando e puoi trovare il tesoro che più cerchi, ecco. Per me significa tanto.

    Memoria. Ricordo quando studiava a Cuernavca ed è venuto a trovarmi a Mezcala, per una festa. Veniva ogni anno, ma quella volta erano già due anni che non riusciva a venire e poi è arrivato. Io ero nel recinto dei tori a abbiamo cenato assieme.  É rimasto tutto il giorno, un lunedì mi sembra. Il giorno dopo è andato a fare un giro a Chilpancingo e dopo è tornato qui a Iguala e gliene sono capitate di brutte. Possiamo dire che è venuto proprio per farsi portare via, non era neppure a Mezcala. Studiava meccanica, doveva farsi 3 anni di studio. Non era una testa calda, più o meno tranquillo il mio ragazzo. Non andava in giro a cercare guai. Gli ho sempre detto che uno deve essere sempre tranquillo e rispettare gli alti se vuole essere rispettato.

    Pensiero. Se sta bene, ovunque lo tengano, se ha commesso qualche errore o lo hanno messo a lavorare, voglio solo che si prendano cura di lui. Cos’altro posso dirgli? Che si ricordino che hanno anche loro una famiglia e se un giorno toccherà a loro, credo che sentiranno le stesse cose. Se Dio vuole, finché avrò vita e forze continuerò a cercarlo.

    Collettivo. Sono l’amicizia e il dolore che tutti sentiamo. La mia vita è cambiata. Per me è come se qui avessi trovato dei fratelli perché ci unisce lo stesso dolore.

    _____________________________________________________________________

    Testimonianze audiovisuali:

    Video con alcune testimonianze dei familiari di Madres Igualtecas:

    Video con interviste e documentazione di una ricerca in fosse clandestine del collettivo Madres Igualtecas della regione di Guerrero, città di Huitzuco

    Leggi anche: Fabrizio Lorusso, “Nos une el mismo dolor.” Narrative, lutto e ricerca di vita nel collettivo de “Los otros desaparecidos de Iguala”, Letterature d’America (La Sapienza, Università di Roma), n. 173, anno XXXIX, 2019 (Bulzoni Editore, ISSN 1125-1743), pp. 85-103 (volume della rivista dedicato a «La Morte nella letteratura e cultura in Messico» link