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Hijas del paro: femminismo popolare in Argentina

INTERVISTA A LUCIA CAVALLERO E MAISA BASCUAS

foto argentinaDi Giulia e Martino

A margine dell’assemblea tenutasi a Bologna il 5 Luglio 2018 con le compagne latinoamericane di Ni Una Menos abbiamo avuto occasione di farci raccontare da due di loro la complessità della lotta femminista in Argentina: dalla campagna per un aborto legale e gratuito alle mobilitazioni contro il femminicidio, dagli scioperi nell’economia popolare alla schiavitù del debito sui corpi al lavoro. Lucìa Cavallero è parte del Collettivo Ni Una Menos e Maisa Bascuas è attivista de La Dignidad-CTEP, sindacato dei lavoratori e lavoratrici dell’economia popolare.

Iniziamo parlando di come è andato crescendo il movimento dal 2015 ad oggi in termini di accumulazione di forza, di crescita degli strumenti organizzativi e di trasversalità

Lucìa: Nel 2015, il primo Ni Una Menos (il 3 giugno) sembra emergere come fenomeno “comunicativo”, come un hashtag di twitter che si viralizza e dà il via ad una mobilitazione massiva. Di fatto, esisteva da molti anni un lavoro sotterraneo di rete del femminismo, che in Argentina consta di due esperienze chiave in termini di organizzazione autonoma e trasversale: gli Encuentros Nacionales de Mujeres e la Campaña por el Derecho al Aborto legal, seguro y gratuito, un’articolazione trasversale nata nell’ambito degli Encuentros. Il salto del 2015 segna una massificazione del movimento a partire da un fenomeno che all’inizio è prevalentemente comunicativo. Quando si pone però il dilemma di come organizzare la manifestazione successiva, nel 2016, avviene una prima spaccatura all’interno del gruppo, tra chi vuole rimanere nell’ambito comunicativo e chi vuole adottare i metodi storici del femminismo, delle assemblee decisionali e dei cortei. Qui potremmo individuare il primo salto organizzativo. Nel 2015-2016, il Ni Una Menos si convoca tramite assemblee. Successivamente, dopo un caso di femminicidio che commuove particolarmente l’opinione pubblica (quello di Lucìa Perez, una ragazza molto giovane), si rafforza l’idea che bisogna uscire dall’indignazione virtuale. Inizia a circolare l’idea di convocare uno sciopero. In ottobre Ni Una Menos chiama un’assemblea nella sede della CTEP (Confederacion de Trabajadores de la Economia Popular) e lì avviene il secondo salto organizzativo: a quest’assemblea iniziano a sentirsi invitate compagne sindacaliste che inizialmente scindevano la loro militanza femminista da quella sindacale.

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Franeleros, la città contemporanea e gli usi popolari dello spazio pubblico

america criticadi Gimmi

da America Critica

Premessa: città in disputa

L’occupazione dello spazio pubblico urbano da parte dei commercianti informali ha da sempre attirato l’attenzione delle autorità locali incaricate della gestione dell’ordine. Come sottolinea John Cross, in uno dei più celebri lavori di studio sulla vendita informale e sul rapporto con le politiche pubbliche, “gli street-vendors vivono in un costante stato di potenziale o concreto conflitto rispetto allo spazio, in un modo che li porta alla ribalta nel dibattito sull’informalità nelle moderne configurazioni urbane” (Cross 1998, 8) (trad. mia). Se da un lato gli street-vendors invocano il proprio diritto costituzionale alla sussistenza per giustificare l’occupazione dello spazio pubblico, le istituzioni cittadine devono affrontare la scelta tra la tolleranza del fenomeno, tentando di regolamentarlo, o l’eliminazione dello stesso dallo spazio tramite l’uso della forza. Il conflitto che si genera tra classi popolari e governi ha reso il commercio informale una delle questioni più urgenti nell’agenda delle governance urbane latinoamericane. L’attacco al fenomeno del commercio informale nelle metropoli latinoamericane non può essere compreso a fondo senza prendere in considerazione le trasformazioni urbane che stanno vivendo le città e le politiche rivolte alla riqualificazione dei centri storici a fini turistici, culturali e commerciali (Delgadillo 2006). In tutto il contesto latinoamericano, infatti, negli ultimi trent’anni soprattutto, si è assistito a una forte implementazione delle politiche rivolte alla conservazione, alla patrimonializzazione e alla museificazione dei centri storici (Jones e Varely 1994; Delgadillo 2012; Janoschka 2016), oltre a una generica mercificazione degli spazi urbani (Smith 2002). Il “riordinamento dell’uso dello spazio fisico dei centri storici delle città latinoamericane” è diventata una costante nelle politiche urbane volte alla promozione del turismo e alla riscoperta del patrimonio storico conservato nelle metropoli (Middleton 2003, 119). Le zone centrali delle città latinoamericane tradizionalmente abitate da settori popolari della popolazione hanno assunto il carattere di ‘spazio disputato’ della metropoli, in cui si scontrano diversi modi di pensare e di praticare l’abitare la città (Duhau e Giglia 2008). Il concetto di abitare, infatti, se compreso come nozione ampia, richiama il concetto di ‘doverci essere nel mondo‘ di Ernesto De Martino1 e va oltre alla semplice presenza localizzata in uno spazio fisico: “definiamo l’abitare come il congiunto di pratiche e rappresentazioni che permettono al soggetto di collocarsi dentro un ordine spazio-temporale, e allo stesso tempo di affermarlo. E’ il processo mediante il quale il soggetto si situa al centro di coordinate spazio-temporali mediante la sua percezione e la sua relazione con il contesto che lo circonda. Abitare la metropoli allude quindi al congiunto di pratiche e rappresentazioni che rendono possibile e articolano la presenza – più o meno stabile, effimera o mobile – dei soggetti nello spazio urbano e la loro relazione con altri soggetti” (Giglia e Duhau 2008, 24) (trad. mia). Diversi modi di abitare la città corrispondono quindi a diversi tipi di esperienze metropolitane che hanno gli attori, intese come differenti configurazioni di pratiche e rappresentazioni dello spazio urbano che permettono di significare e vivere la metropoli da parte di attori collettivi diversi (Giglia e Duhau 2008). Nei centri storici delle maggiori città latinoamericane le esperienze dell’abitare la metropoli appaiono oggi particolarmente differenziate: la diversità delle rappresentazioni che assumono e delle pratiche che sviluppano portano inevitabilmente a concezioni conflittuali dello spazio pubblico. Tale spazio diviene allora disputato, conteso tra diverse esperienze metropolitane che tentano di imporsi una sull’altra per definire quale debba essere l’uso appropriato dello spazio stesso. L’uso dello spazio urbano centrale che ne fanno le classi popolari allora si trova per forza di cose a confliggere con l’idea della città neoliberista di uno spazio disciplinato totalmente asservito agli interessi del turismo, del consumo culturale o della speculazione immobiliare (Delgadillo 2012). L’uso sociale dello spazio urbano più visibile dei settori popolari è senza alcun dubbio quello del commercio informale, e ciò spiega perché le amministrazioni locali si spendano tanto per controllarlo, arginarlo o rimuoverlo. La città disputata, quella delle aree storiche e centrali, vede allora l’articolarsi di politiche di displacement volte ad allontanare od eliminare gli usi dello spazio pubblico che possono ostacolare lo sviluppo turistico e commerciale deciso dall’alto dalla città del neoliberismo contemporaneo: ovviamente il commercio informale è in cima alla lista. Sebbene sia piuttosto complicato ottenere dei dati esatti sulla presenza dello street-vending nelle città contemporanee, i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica messicano stimavano all’inizio degli anni duemila la presenza di circa 200 mila street-vendors nel solo centro di Città del Messico (Middleton, 2003). In tutto il paese si calcola che circa il 57% degli occupati lavori in condizioni di informalità, e tra questi il commercio informale risulta essere la fetta più grossa, costituendo circa il 33% di tutto il settore economico informale (INEGI, 2015; ILO, 2013). Tali dati risultano perfettamente in linea con le stime dell’International Labour Organization, riassunte da Tokman (2001), che calcolano che a partire dagli anni novanta ogni dieci impieghi generati nelle città latinoamericane sei sono nel settore informale; ovvero, più della metà dei lavoratori urbani di tutto il continente è impegnata in attività economiche informali (Tokman 2001).
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