Diabolico Tango

 

Pubblico volentieri la prefazione scritta da Giuseppe Langella al primo romanzo “argentino e milanese” della giornalista Bruna Bianchi, Diabolico Tango, di Eclissi editrice, appena uscito fresco fresco.

Diabolico tango ha la classica struttura del romanzo poliziesco: è stato commesso un delitto, bisogna trovare il colpevole. L’autrice, da questo punto di vista, è più che attrezzata, avendo accumulato, in lunghi anni di attività giornalistica in cronaca nera, una notevole esperienza sul campo. Leggere per credere: la macchina narrativa funziona a meraviglia, come un congegno a orologeria, sempre più avvincente via via che gli indizi si accumulano e i nodi, uno a uno, vengono al pettine. Con ciò, sarebbe riduttivo, se non inesatto, costringere questo romanzo nella camicia di forza del ‘giallo’. Segnalo, per cominciare, almeno un paio di anomalie. La prima: la vittima non è né ricca, né potente, né in vista, né giovane, né avvenente, né malvagia, né pettegola, né finita in giri loschi; chi mai può aver avuto motivo di ucciderla? In altri termini, ci troviamo di fronte a un movente non contemplato dalla casistica del genere, a un delitto che non ha nulla da spartire con le cause banalmente utilitarie che stanno per solito alla base di un giallo.

Eppure, le leve profonde che spingono l’omicida a macchiarsi di un crimine orrendo sono terribilmente verisimili, al pari di tanti fatti di cronaca che ci lasciano sgomenti. La rappresentazione del male, in questo libro, tocca gli archetipi dell’atrocità e del dolore. La vicenda narrata ha il respiro della tragedia antica. E forse, per dare un degno antenato al cieco rancore che arma la mano assassina, non sarebbe improprio evocare il precedente biblico di Caino.

A condurre le indagini, in parallelo alla polizia, è un giornalista irlandese. Sarà lui a scoprire la verità, dove l’ispettore fallisce girandole attorno, seguendo piste sbagliate e brancolando sostanzialmente nel buio. Fin qui, nulla di strano: i precedenti si contano a decine. Ma al giovane Tom manca del tutto le physique du rôle: è un personaggio irrisolto, che conduce una vita abbastanza vuota e precaria, con una storia dolorosa alle spalle da cui non riesce a liberarsi: sta qui la seconda anomalia del romanzo rispetto alla letteratura di genere. Peraltro, sarà proprio occupandosi del caso, che egli riuscirà, rimanendo coinvolto in un sottile gioco psicologico di proiezioni e di specchi, a rimarginare la sua ferita non chiusa. In questo senso, si potrebbe perfino parlare, con riguardo al protagonista, di ‘romanzo di formazione’.

Non sembri, anzi, un paradosso: nel profilo in controluce del personaggio, dove la fragilità esistenziale va a sommarsi alla debolezza oggettiva di condurre la sua inchiesta al di fuori di qualsiasi investitura istituzionale, risiede uno dei maggiori punti di forza del romanzo. Tom riesce a guadagnarsi doppiamente la simpatia del lettore, perché, senza essere un uomo eccezionale, interpreta con la massima serietà il suo mestiere di giornalista, consacrandosi totalmente alla ricerca spassionata della verità e tuttavia con sommo rispetto per l’umanità implicata, per quella turpe non meno che per quella buona e benefica: è, insomma, un individuo pulito e coscienzioso, con una sua indiscutibile rettitudine, cui alla fine si vorrebbe almeno tributare l’omaggio di una civica medaglia, se non conferire il titolo di eroe, in tempi che eroici non sono.

Ma dentro lo schema investigativo di Diabolico tango si agita, poi, ben altro: tanti fili che si dipanano, apparentemente lontani, negli anni e nello spazio, e slegati tra loro, e che invece risulteranno mirabilmente intrecciati; tante persone che si portano dentro, da tempo immemorabile, il peso di segreti inconfessati e di sensi di colpa; e sulle loro piaghe purulente, l’incalzare della storia e della sua violenza sanguinaria: dalla seconda guerra mondiale, col bombardamento, in particolare, di Gorla, che seminò molte vittime tra la popolazione civile; alla lotta, senza esclusione di colpi, di infami sevizie, di atti dimostrativi e di squallide vendette, tra milizie fasciste e bande partigiane; alla feroce dittatura militare in Argentina, estrema propaggine, nell’altro emisfero, della vasta tela ordita dalla scrittrice. ‘Romanzo storico’, dunque? Anche, secondo la linea maestra che da Manzoni discende fino alla Morante, nel segno dei grandi eventi collettivi che si abbattono sulla vita di ciascuno. La storia entra nel cuore stesso dei drammi umani che affiorano grazie alle ricerche di Tom; non di rado, anzi, quale causa scatenante del male, e del dolore che ne deriva: immedicabile, se non riesce a imboccare la catarsi del perdono, e implacabilmente assetato di vendetta, finché non trova, anche a distanza di decenni, un capro espiatorio (vittima innocente, senza macchia, secondo la miglior tradizione) su cui sfogarsi.

Se, tuttavia, il movente remoto dell’intreccio va cercato tra le pieghe e nei risentimenti della storia, c’è qualcosa di più torbido e opaco che urge nei personaggi di questo romanzo, un grumo di impulsi, cogenti quanto difficili da razionalizzare, che il titolo emblematicamente racchiude nella grande metafora del tango. Non è per una coincidenza fortuita che le indagini prendono il via da una milonga, dove la vittima è stata notata poche ore prima di essere uccisa: quel locale si rivelerà, al contrario, il crocevia del giallo, frequentato com’è, oltre che dalla povera sventurata, da quasi tutti i principali attori del crimine, assassino e indiziati, e perfino da Tom, il giornalista detective, che vi prende lezioni, anche lui affascinato dal ballo argentino.

Ma soprattutto è l’intensità con la quale l’autrice descrive i movimenti e le figure, l’arte e i rapimenti, del tango, a confermare la valenza altamente simbolica che esso riveste nell’economia complessiva del romanzo: chi s’intende di tango sa, infatti, che in questo ballo la nostalgia di una condizione edenica irrimediabilmente perduta s’incrocia con le due pulsioni primarie del nostro inconscio, l’istinto di vita e l’istinto di morte, in un vortice ambiguo di attrazione e repulsione, di seduzione e dominio, di invito e sfida tra uomo e donna, in cui convergono e fanno ingorgo la mancanza dell’altro e la lotta atavica tra i sessi, il desiderio (platonico e junghiano) della totalità e l’affermazione, di segno opposto, per scissione e contrasto, della propria personalità. Irresistibile e letale, il tango si carica, quindi, di risvolti particolarmente inquietanti (‘diabolici’), trasformandosi in una sorta di danza macabra, dove si balla, senza saperlo, avvinghiati alla morte e ai suoi sicari. Non solo l’incomprensibile omicidio che innesca le indagini, ma tutto l’insieme delle vicende che ne costituiscono il lontano antefatto, tra Italia e Argentina, sono riconducibili al groviglio di forze cieche e spasmodiche evocato e sublimato dal tango.

Il giallo, nel caso specifico, nasce dall’ombra, dal lato oscuro che tutti i personaggi si portano dentro. L’inchiesta, allora, dovrà far luce precisamente su questo pozzo limaccioso, su questo viluppo freudiano di eros e thanatos. Tra le maglie, o meglio, tra le smagliature dei fatti si dipana, perciò, sottotraccia, un ‘romanzo psicanalitico’, di cui il tango è insieme il simbolo, il sintomo e la chiave. E se la posta in palio di tutte le relazioni umane è, da ultimo, per ognuno, la scoperta della propria identità, incompiuta, offesa o negata che sia, allora non è senza significato il sapiente inserimento, nel romanzo, del tema del ‘doppio’, di cui in questa sede si può dire soltanto, per non svelare in anticipo la trama, che rappresenta anzi il cardine nevralgico di tutta la vicenda. Da Carmilla!

(Giusppe Langella è Professore ordinario di Letteratura italiana moderna e contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

 

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