“Veniamo a parlarvi dell’impossibile, perché del possibile si è già parlato abbastanza”

marichuy

Articolo e traduzione: Tano; foto: Alonso Sanchéz

Marichuy, al secolo María de Jesus Patricio Martínez, è originaria di Tuxpán, villaggio indigeno di lingua Nahua nello stato messicano di Jalisco. Ha 54 anni ed è la terza di undici figli di una famiglia di mezzadri. Quando era bambina, il padre non voleva che continuasse ad andare a scuola e così, dopo le elementari, frequentò medie e superiori di nascosto. Grazie anche agli insegnamenti del sacerdote Antonio Andrade -un diocesano vicino alla teologia della liberazione-, Marichuy apprese in fretta che “così come fanno i tori, anche noi dobbiamo saltare i recinti”. La sua prima esperienza di lotta fu durante una protesta per esigere un prezzo più giusto ai compratori di mais. In una ventina di persone decisero di bloccare una strada importante, poco a poco si unirono più manifestanti e, quando arrivarono i militari per disperderli, erano già diventati duemila. Il gruppo riuscì a negoziare le proprie condizioni e, anche se di poco, il prezzo del mais migliorò. Per Marichuy fu la prima prova della forza che può nascere dall’organizzazione popolare. 

Nel tempo la sua partecipazione in diverse lotte è andata aumentando. Nel 1996 venne eletta come delegata di Tuxpán al Congreso Nacional Indigena (CNI), mentre nel 2001 la ritroviamo nella “Marcha del Color de la Tierra” che la porterà, insieme alle comandanti dell’EZLN, fino al parlamento per denunciare lo stato messicano per non aver rispettato gli accordi di San Andrés. Erborista e docente di erboristeria all’Università Statale di Guadalajara, a settembre dell’anno passato ha chiesto un permesso di sei mesi per potersi candidare alla presidenza del Messico dopo che, il 27 maggio 2017, 1482 uomini e donne l’hanno eletta come portavoce nell’assemblea del CNI tenutasi a San Cristobal de las Casas. Lei sarà la voce del CIG (Consejo Indigena de Gobierno), un organo formato da 157 persone, un uomo e una donna per ognuna delle comunità che formano il CNI. Sono loro il midollo di questa iniziativa, coloro che elaboreranno le proposte in un futuro governo, rispettando i sette dettami:

  1. Servire e non servirsi (di)
  2. Costruire e non distruggere
  3. Obbedire e non comandare
  4. Proporre e non imporre
  5. Convincere e non vincere
  6. Scendere e non salire
  7. Rappresentare e non soppiantare

Il 14 ottobre del 2017 Marichuy ha iniziato un lungo viaggio attraverso ognuno dei 31 stati che compongono la repubblica messicana; obiettivo: la raccolta di 866.593 firme, la quantità necessaria per potersi candidare alla presidenza. Secondo la legge elettorale messicana, per potersi presentare ogni candidato indipendente deve superare, in almeno 17 stati, l’1% del totale di aventi diritto al voto. Nel momento in cui scriviamo, si sta per concludere il periodo disponibile e, complici anche delle sofisticatissime tecnologie necessarie per la firma elettronica, oltre a problemi di diversa natura incorsi nell’organizzazione della campagna, a meno di un miracolo le firme raccolte non saranno sufficienti, ma il CIG ha già fatto intendere che l’obiettivo non sono i voti e la campagna per un altro Messico continuerà.

Il 20 e 21 dicembre scorsi la candidata è venuta in visita a Valladolid, Chablekal e Maní, tre località dello Yucatán, lo stato in cui vivo. Approfittando dell’occasione, ho deciso di far bagaglio e andare a conoscerla. Arrivato a Valladolid la sera del 19, mi sono imbattuto in un vecchio amico, Jesus, uno dei pochi maestri dello Yucatán ad aderire alla Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE, combattiva corrente sindacale dei maestri). Dopo una rapida cena gli ho chiesto come raggiungere il luogo dell’incontro, l’università contadina U yits ka’an -“rugiada che cade dal cielo”, in maya yucateco. Jesus mi ha dato indicazioni e mi ha raccontato che l’università è gestita dal Grupo Indignación, un’organizzazione con sede a Chablekal, villaggio di 4000 abitanti poco distante dalla città di Merida. A Chablekal è in corso un processo di resistenza contro l’aggressiva urbanizzazione che caratterizza la zona e che ha già assorbito molti altri villaggi dei dintorni. “Lì sì che sono organizzati – mi ha sussurrato il maestro con un sorriso-, stanno lottando contro delle ditte edili che vogliono comprare le terre comunali per costruirci nuovi quartiere residenziali”.

L’indomani, all’incontro di Valladolid, hanno partecipato un’ottantina di persone tra abitanti delle comunità maya, rappresentanti di diverse organizzazioni della zona, e diversi giornalisti. I membri del CNI ci hanno fatto sapere che nel pomeriggio, a Chablekal, ci sarebbe stata una conferenza stampa prima del comizio, in cui avremmo potuto fare domande alla loro candidata. Nel tardo pomeriggio, arrivato a Chablekal insieme a una troupe che sta girando un documentario sulla campagna di Marichuy, siamo stati accolti nella sede del Grupo Indignación e, dopo un’ora di preparativi, la conferenza stampa ha avuto inizio.

Entrevistas en Tuxpan.

Foto Alonso Sánchez

TV Azteca:  Qualche giorno fa AMLO (Andrés Manuel Lopez Obrador), persona di sinistra e candidato di MORENA ha parlato di una possibile amnistia per i boss del narcotraffico. Quale posizione prenderebbe Marichuy rispetto a questo problema?

Marichuy: Innanzitutto vorrei chiarire che non siamo un partito. Non c’è qualcosa di programmato, un programma come quelli a cui voi siete abituati e che ci avete chiesto, la nostra proposta è differente. È una proposta organizzativa, più che arrivare al potere la nostra proposta è, ed è sempre stata, la nostra voce. Qualcosa di diverso rispetto a quello a cui siamo abituati: qualcuno che arriva dall’alto e porta un programma già pronto, solo per farlo approvare o metterlo in atto. La nostra idea è differente, è una costruzione che bisogna fare dal basso, deve sorgere dalle condizioni stesse in cui versano i popoli, e deve essere sempre in costruzione, alimentata, rafforzata con la partecipazione di tutti. Nello specifico che opinione abbiamo? Secondo noi tutto va male, tutto ciò che riguarda i territori e le comunità indigene è pianificato dall’alto, ci sono accordi che arrivano dall’alto e pregiudicano le comunità, non è così? Come l’arrivo dei mega-progetti che vengono a depredare i territori, che contaminano le acque, distruggono gli alberi e le montagne… Pensiamo che la nostra proposta debba essere l’opposto: il potere deve essere costruito dal basso. Perché? Affinché esista un governo ma sia lui ad obbedire al popolo, e sarà così solo quando ci sarà questa organizzazione dal basso. Così come sognare, pensare, disegnare un Messico diverso da quello a cui oggi siamo abituati dove le decisioni si prendono dall’alto e in basso si eseguono. Vogliamo ribaltare un poco la situazione: che il popolo decida e quelli in alto eseguano ciò che decide il popolo.

TV Azteca: Questo vuol dire che il lavoro dei politici si debba far avvicinare nuovamente alle comunità e ai cittadini? Cosa sta succedendo? Cosa manca?

Marichuy: Se non c’è un’organizzazione dal basso, chiunque venga eletto, anche se porta con se buone intenzioni, una volta arrivato al potere queste saranno corrotte perché c’è un disegno a priori. È per questo che noi pensiamo che sono i popoli a dover far qualcosa di nuovo dal basso, qualcosa che parta da tutti i messicani.

TV Azteca: ci può fare qualche esempio concreto di questa auto-organizzazione?

Marichuy: Beh, le comunità indigene per esempio. Per far fronte al pericolo rappresentato dai narcotrafficanti hanno dovuto organizzare una polizia comunitaria, appoggiata e accettata da un’assemblea, e solo quest’ultima può dare il permesso di entrare a far parte della polizia comunitaria e controlla il buon funzionamento di tale corpo. E cosa succede? Che gli abitanti si fidano più dei poliziotti che hanno eletto che di quelli mandati dal governo centrale e dalle autorità statali. Questo è un esempio chiaro di quello che si può fare. E non è un qualcosa di nuovo, è già presente in alcune comunità e in alcune regioni, semplicemente bisogna pensare e vedere come espanderlo ad altri luoghi.

Tano: Come si articola la proposta del CNI con autonomie più esplicite come Cherán, Amilcingo e con altre più implicite come il contadino che qui in Yucatan va a lavorare nella sua milpa, e che forse non ha la stessa visibilità ma costruisce la sua autonomia giorno per giorno?

Marichuy: Ogni comunità possiede la sua forma di manifestare la propria autonomia. La forma di coltivare, per esempio. Qui nel sud molte comunità hanno seminato molti transgenici e altre stanno provando a conservare le sementi native della regione. In questo caso come si costruirà autonomia? Riprendendoci le coltivazioni tradizionali, quelle dei nostri nonni, e non permettendo di seminare organismi geneticamente modificati che si sostituirebbero alle sementi locali. Nella mia regione quando si semina mais “migliorato” questo sparge il polline e finisce col contaminare il campo del vicino, anche se questo non ha voluto seminarlo. Cosa succede? Spariscono le sementi native e vengono sostituite da quelle che non sono della regione. Alcune comunità stanno rafforzando questo controllo sulle loro sementi. È anche una questione di salute, riprendere in mano e rafforzare le pratiche medicinali che si usano nelle comunità indigene, soprattutto quelle tradizionali, presenti da molti anni e che rischiano di essere sostituite. Quelle che le istituzioni hanno cercato di satanizzare per sostituirle con la medicina occidentale. Il rafforzamento di una comunità passa attraverso molti aspetti: salute, agricoltura, educazione, auto-organizzazione. Solo così potrà prendere forma questa organizzazione dal basso.

Tano: Quale relazione avete con le comunità che praticano già un’autonomia di altro tipo, dal basso e fuori dai processi dei partiti politici?

Marichuy: Beh, ci sono comunità che stanno portando avanti delle pratiche secondo le loro modalità e le loro forme, non gli andiamo mica a dire: “sentite, questo non serve”. Io credo che ogni comunità abbia la propria forma di camminare e le loro sofferenze le hanno portate a, o hanno accelerato, il tipo di processo che stanno creando. Non è che ci sia una sola forma, noi non diciamo: “ecco, questa è la verità!”; le forme sono necessariamente diverse, perché diverse sono le comunità.

Giornalista indipendente: Che opinioni hai sul fatto che il candidato a presidente della repubblica del partito ufficiale (PRI, Partido Revolucionario Institucional) durante il suo primo atto di pre-campagna abbia visitato proprio una comunità indigena, San Juan Chamula (in Chiapas, NdT), dove lo hanno vestito con il cappello cerimoniale e gli hanno consegnato il bastone del comando. Tu che rappresenti la parte indigena del paese, cosa ne pensi del gesto del candidato ufficiale?

Marichuy: Ciò che abbiamo sempre detto a tutte le comunità che abbiamo attraversato: che la nostra gente viene usata solo in campagna elettorale. Si ricordano dei popoli indigeni solo quando conviene a loro, una volta eletti se ne dimenticano e dopo sei anni, quando ci sono le elezioni, tornano nei nostri villaggi. Per noi è diventato normale vedere un nuovo politico che arriva e ci usa. Esattamente per queste ragioni cerchiamo di portare il nostro pensiero alle differenti comunità indigene, nostre sorelle. Molte di loro non hanno camminato nel CNI, spazio dove si è pensato di partecipare in questo processo elettorale. Questo è il nostro lavoro, portare la nostra parola e ascoltare la loro, e se sono d’accordo a camminare insieme sarà una decisione che prenderanno loro stessi. So che è difficile, perché le comunità sono invase da questa struttura disegnata dai partiti e si pensa che non ci sia alternativa, si deve passare per forza attraverso uno o l’altro colore politico. Noi siamo qui per dimostrare che esiste un’altra forma di fare le cose.

Giornalista indipendente: Cosa succede quando arrivi nelle comunità che ti potrebbero appoggiare proprio perché lotti per la loro causa e invece sono cooptate dall’ideologia dei partiti ufficiali?

Marichuy: Beh, purtroppo è una realtà, però è esattamente il lavoro che dobbiamo fare, è la nostra parola che dobbiamo portare. Io so che costerà molto lavoro per questo diciamo che tutto questo non finisce nel 2018. La nostra proposta va molto oltre il 2018. È una costruzione, una ricostruzione e a volte costa più ricostruire che costruire, perché tutto ciò che è stato distrutto, disgregato, necessita di più lavoro. Questo è quello che ci siamo proposti di fare, solo così riusciremo a fermare il saccheggio e la distruzione che sta avvenendo in tutto il Messico, quindi, ecco, ci vorrà un po’ di tempo però abbiamo già cominciato a lavorare e non ci fermeremo.

Giornalista indipendente: Perché un messicano non indigeno dovrebbe votare per Marichuy?

Marichuy: Perché questa proposta va molto al di là del Messico. Dato che la nostra proposta è anticapitalista, è contro questo capitalismo che sta distruggendo non solo il Messico ma il mondo. E tutti questi cambiamenti climatici che stanno avvenendo, prima non c’erano, sono una conseguenza del capitalismo, così come questo impoverimento che sta colpendo molti mentre la ricchezza è per pochi. Cosa proponiamo? Che dobbiamo organizzarci, e questa organizzazione dev’essere a livello mondiale. Solamente prendendo nelle nostre mani questo processo di costruzione riusciremo ad andare avanti perché già si sa che il capitale pensa solamente a se stesso, pensa a ciò che genererà più profitti, non gli interessano le vite altrui, né la vita del pianeta stesso.

Tv Azteca: Come procede la raccolta delle firme? Quante sono già state registrate? Si raggiungerà la quantità necessaria? Cosa succederà?

Marichuy: Fino a ieri (19/12/2017) erano 110.031, andiamo lenti, è risultato un po’ difficile ma fa niente, abbiamo deciso di partecipare con gli strumenti che abbiamo.

Tv Azteca: È difficile competere con altri aspiranti che dispongono di strumenti e di un sistema già collaudati?

Marichuy:Per loro è più facile perché i cellulari di cui si ha bisogno costano più di 5000 pesos (circa 250 euro, meno della metà del salario minimo di un messicano NdT.), e nelle comunità è difficile, ci sono posti dove non arriva la rete, dove non c’è l’elettricità e bisogna raccogliere le firme e andare in un luogo dove c’è segnale per poterle inviare. Si può tardare fino a 6 ore per caricarle. È stato un po’ difficile e all’inizio abbiamo faticato a maneggiare questi strumenti però ci impegneremo e impiegheremo tutte le nostre energie fino all’ultimo.

Tv Azteca: Ci sono settori della società che appoggiano Marichuy? Quali sono?

Marichuy: Ci sono gli studenti che hanno manifestato molte volte e si sono riconosciuti in un processo che è anche il loro, anche gli operai e vari sindacati hanno manifestato il loro appoggio, ci sono organizzazioni di donne che si sentono parte di questo processo. Sentiamo che diversi settori della società percepiscono che è anche la loro proposta, che dicono: “Marichuy non è solo la voce dei popoli indigeni, è anche la voce del Messico”.

Tano: Cosa pensa dei governi di Evo Morales, Hugo Chavez, Rafaél Correa e che differenze ci sono tra loro e il processo che porta avanti il CNI?

Marichuy: Beh, quello che stiamo portando avanti è qualcosa di collettivo, è una proposta di molti, è un Consiglio Indigeno di Governo, è qualcosa di diverso. Non è che vogliamo portare una persona al potere ma vogliamo portare il potere nel popolo, lo vogliamo in basso. Pensiamo che solo così possa esserci un cambiamento.

Tv Azteca: Voi dite di essere anticapitalisti, questo vuol dire che siete a favore del marxismo, che siete comunisti, che siete socialisti?

Marichuy: Questo sistema capitalista ha portato morte e distruzione nei nostri territori, siamo contrari alla distruzione che ha portato il capitalismo e questo lo hanno ribadito le comunità: più che benefici hanno visto distruzione, morte, inquinamento, deforestazione.

TV Azteca: L’ EZLN è di sinistra?

Marichuy: Bisognerebbe chiederglielo, tocca a loro rispondere. Stanno nel CNI, ne sono parte, hanno camminato nello spazio del consiglio indigeno da quando si è formato. Quindi se partecipano sono uguali agli altri popoli indigeni, hanno voce in capitolo come gli altri.

Foto

Foto: Alonso Sanchéz

Grupo Indignaciòn: Tu che hai camminato nei villaggi, come funziona questa nuova relazione dei popoli originari con lo stato nazionale? È un fatto storico che per la prima volta esiste un Consiglio Indigeno di Governo dove sono rappresentate le nazionalità di tutti i popoli originari. Qual’è la relazione che avrà con lo stato nazionale dove non troviamo nessun rappresentante dei popoli originari? Per la prima volta avranno un’agenda comune, nazionale e con questa forza potranno relazionarsi con uno stato che li ha sempre invisibilizzati in tutti i processi di auto-determinazione.

Marichuy: Formare il Consiglio non è qualcosa che ci è venuto in mente dal nulla, è una cosa che sta già funzionando in alcune comunità. I consigli sono eletti e avallati da un’assemblea, quando questa giudica che il Consiglio non sta camminando nella direzione giusta lo scioglie dal suo mandato e ne forma un’ altro. È la nostra idea di costruire qualcosa di diverso. Il Consiglio Indigeno di Governo sarebbe proprio questo, un governo vigilato da tutti che cammina e compie i 7 principi sui quali si regge. Se il Consiglio non dovesse rispettarli, l’assemblea lo scioglierà e darà il mandato a un nuovo Consiglio. Questo è quello che già succede in alcune comunità, quando i rappresentanti eletti non compiono il loro mandato l’assemblea stessa li destituisce, perché si suppone che quei rappresentanti debbano prendersi cura della comunità e non stare al servizio di quelli in alto, dei capitalisti. È qualcosa in cui crediamo e pensiamo che si possa costruire a livello nazionale.

José Coyoc Ku, consigliere yucateco: Formare un Consiglio Indigeno di Governo e nominare una portavoce era parte integrante della proposta. Prima di tutto per darci visibilità. Se ci si pensa bene i popoli originari in Messico sono oggetto di molte caratteristiche strutturali dello stato messicano: l’invisibilizzazione ma anche la folklorizzazione. Esistiamo quando si tratta di cultura e turismo ma quando gli indigeni e i popoli originari vivi reclamano i loro diritti allora sorgono i problemi. Quest’anno, qui in Yucatan è successo che durante il processo di autodeterminazione ci cominciassimo a definire maya, e quindi reclamare la sovranità territoriale sui nostri cenotes (tipiche lagune presenti in Yucatan, frutto del carsismo diffuso nella regione, NdT), sulla nostra foresta. Li è quando ci siamo scontrati con le leggi dello stato messicano, perché secondo tali leggi non esistiamo, arrivano al punto di obbligarci a dimostrare che siamo indigeni. Qual’è la logica dello stato messicano? Questo processo di articolazione è proprio un tentativo di unire tutte queste ingiustizie, tutta questa rabbia e soprattutto tutto questo desiderio di partecipazione per costruire un paese migliore; questa proposta dei popoli originari è una proposta che nasce dalla diversità. Anche se siamo tutti popoli originari ci sono molte differenze tra noi, ma lottiamo per le diversità e a partire dalla diversità per un paese migliore dove ci sia più partecipazione, non solo nostra in quanto popoli originari ma di molti altri settori della popolazione. D’altra parte questa proposta è nata anche perché abbiamo visto che nonostante 20 anni camminando come CNI e malgrado molti popoli originari abbiano reclamato i loro diritti riconoscendo lo stato messicano, sembra che non funzioni. Continuano ad incontrare trappole per cose tanto basilari come la nostra sovranità territoriale.

Marichuy: Vorrei aggiungere ancora alcune cose. Tutte le leggi che si stanno modificando, tutte le riforme che si stanno facendo, non sono mai pensate per beneficiare le comunità, sono pensate per danneggiarle, per continuare a perpetrare questo saccheggio. Si creò la Legge Indigena, una proposta che si era già discussa e analizzata e che nasceva dagli accordi di San Andrés, e questa legge fu annientata, negata dai principali partiti che fecero un’altra una legge che tolse diritti già conquistati dalle comunità. Sembra che i conflitti agrari siano eterni, a volte ci sono morti quando si scontrano le comunità, ma sono conflitti generati dal governo stesso, e non ci sono soluzioni perché va a loro vantaggio che le comunità si scontrino mentre loro rimangono liberi di poter saccheggiare. È chiaro che le leggi create per i popoli indigeni non li beneficiano per nulla. Tutte le leggi che si stanno creando non avranno un impatto negativo solo sui popoli indigeni ma su tutti, per questo crediamo che si debba costruire qualcosa di nuovo, solo così diventeremo forti e avremo quell’autorità per poter decidere per noi stessi.

Concejo Indígena de Gobierno

Foto. Alonso Sanchéz

Yamili Chan Dzul, consigliera yucateca: La nostra proposta purtroppo sarà di conflitto: è triste ma è così. È nata la necessità di uscire a camminare villaggio per villaggio, perché stiamo vedendo che le cose non si stanno mettendo bene: per noi, per i villaggi, per le città, e per i quartieri. La nostra proposta è per tutti e per tutte: penso che la relazione continuerà a essere conflittuale, non aspettiamo più che ci vengano riconosciuti i nostri diritti ma li esigiamo, per il semplice motivo che apparteniamo a questa terra, perché questa terra e questo paese sono nostri, ci sono stati strappati e noi torniamo per dire : “Questo è nostro”. In una riunione a porte chiuse che abbiamo avuto questa mattina a Zací (nome Maya della città yucateca di Valladolid NdT) Marichuy ha detto: “dividiamoci i compiti”. Credo che nel prossimo futuro pianificheremo con il Consiglio Indigeno di Governo quale sarà la prossima forma di lotta e chi la continuerà, di fronte alle leggi e alla costituzione. Dobbiamo dividerci i compiti, tutti non possono fare tutto e dobbiamo distribuirci e pensare come connetterci.

Giornalista Indipendente: Mi piacerebbe sapere l’opinione di Marichuy sul concerto che si realizzerà a Chichen Itzá, sul fatto che si usino le zone archeologiche come palchi per i concerti

Marichuy: Eh, questi sono temi privati, che appartengono alle singole comunità e a loro tocca lavorarli. In ogni luogo e in ogni regione, dipende da come si organizzano e se questo è parte del loro processo saranno loro a deciderlo. Però pensiamo che manca molto perché siano ascoltati i popoli, e vogliamo rafforzare questi processi perché a volte prendono cammini non desiderati. Nella mia comunità, per esempio, siamo molto festaioli e questo è ciò che trasmettono i mezzi d’informazione: le feste, il folklore, gli abiti tradizionali. Io dico: “trasmettete i problemi, la mancanza di pioggia, il fatto che ci siano serre che contaminano, fate vedere che c’è un fiume contaminato”. Queste cose non le mostrano. Al governo interessano di più le attrazioni turistiche e cerca la maniera di crearle, come i famosi “spettacoli”. Nella mia comunità le feste hanno un significato che ha a che vedere con la vita, le coltivazioni, tutto. Non si fa una festa del raccolto se non per queste ragioni. Viste da dentro, queste feste significano una cosa, ma viste da fuori acquisiscono nuovi significati, penso che sia un qualcosa che bisogna rafforzare dall’interno delle nostre comunità.

Giornalista Indipendente: Quali sono i vincoli con altri movimenti anticapitalisti della regione americana o del mondo, se li avete, e che eco fuori dal paese creda possa avere il movimento che state sviluppando? E quale il rapporto con i lavoratori delle città? E un’altra domanda, più personale, a lei e ai suoi compagni. Come vi sentite in questo processo, in questo camminare, in questo andare, con questa responsabilità di parlare con le persone? E a voi giovani consiglieri, come vedete questo processo?

Marichuy: Il CIG ha costituito 9 gruppi intorno a temi che abbiamo definito come prioritari, e sui quali potremo camminare con i fratelli della città e delle comunità: “Terra e territorio”, “Autonomia”, “Giustizia”, “Donne”, “Bambini e giovani”, Persone diversamente abili”, “Migranti e profughi”, “Diversità sessuale” e “Lavoro e sfruttamento”. Quest’ultimo sta pensando di convocare tutti i sindacati e lavoratori dal campo alle città, si sta già pensando di organizzare un incontro nazionale (incontro poi realizzato a Città del Messico a fine gennaio, NdT). Anche gli altri gruppi stanno pensando diverse iniziative: un incontro di donne a livello nazionale, un incontro con i migranti e i rifugiati; si organizzerà anche qualcosa sul tema della giustizia, perché ci sono molti morti e desaparecidos, e di come si impartirà la giustizia da parte nostra. È da questo conversare, da questo pensare insieme che ci relazioneremo con gli altri fratelli che stanno nelle città.

Nayeli Moral, consigliera di Jalisco: Per quanto riguarda la prima domanda, mi sento di avere una grande responsabilità e un gran impegno dato che, da un certo punto di vista, siamo la voce della nostra comunità di fronte a tutto il paese e dobbiamo lavorare, non è solo questione di assumerci questa responsabilità ma di metterla in pratica. È molto difficile ma non impossibile, dobbiamo lavorare duro perché è un incarico un po’ complicato e un po’ irresponsabile che ci hanno consegnato le nostre comunità. Dobbiamo conversare e a me è toccato accompagnare la compagna Marichuy nel suo cammino, ci siamo sentite molto vicine perché vediamo le forme di lavorare di altri collettivi e ci da più forza per continuare a camminare sapere che ci sono altre persone, altri organismi, altri collettivi che stanno affrontando questa lotta. Non solo per il 2018 ma più in la, perché è un qualcosa che dobbiamo costruire dalle nostre comunità e dagli spazi dove stiamo. Per quanto riguarda l’ altra domanda: è un lavoro molto difficile perché ci rendiamo conto che in qualche modo noi giovani stiamo cercando l’identità, stiamo cercando da dove veniamo e dobbiamo lavorare molto in questo settore perché molte persone si vergognano di essere indigene al contrario dovremmo sentirci orgogliosi di esserlo perché sono più di 500 anni che stiamo qua, vivevamo in Messico prima che arrivassero coloro che ci colonizzarono e ci tolsero la parte migliore della nostra storia. Dobbiamo lavorare e rafforzare questo aspetto e io credo che nelle comunità sia presente in molte persone, nella mia ci sono giovani molto interessati, manca solo seminare questo seme e questa intenzione di sentirsi inclusi dentro questo movimento.

Giornalista Indipendente: io credo che la vostra proposta come quella di alcuni popoli che ho conosciuto sulle Ande propone un cambiamento di paradigma. In questo senso, la saggezza dei popoli originari cosa apporta a questo cambio paradigmatico e quali speranze offre a livello di politica federale?

Marichuy: Quello che pensiamo noi popoli indigeni è ciò che abbiamo detto. È una organizzazione che urge e ci diamo la mano tra quelli che la stanno attuando e camminiamo insieme, non uno davanti e l’altro dietro, ma insieme, ognuno dal proprio territorio. Lo facciamo insieme, per riuscire a fermare quello che sta succedendo, che sta distruggendo il nostro pianeta e ci riguarda tutti. Quindi credo che non sia solo un compito dei popoli indigeni ma di tutti, se non ci uniamo ora dopo sarà più difficile perché stanno riuscendo a dividerci sempre di più, ci stanno facendo pensare in maniera individualista, ci stanno facendo credere che conta chi ha i soldi. In una comunità qualcuno mi ha detto: “Se vendiamo la terra ci danno denaro però le banconote non si mangiano. Mangiamo quello che ci da la terra”. È la stessa cosa, quelli che stanno pensando come arricchirsi continueranno ad essere un gruppo limitato e la gran parte degli abitanti di questo mondo sarà esclusa. Cosa possiamo fare noi? Bisogna diventare fratelli, bisogna camminare insieme, secondo le possibilità di ognuno, ognuno dalla sua regione però tutti con una sola parola: “Fermiamo la distruzione dei territori”.

TV azteca: Hai già visitato una parte dello Yucatan, con che impressione te ne vai? Cosa hai provato? C’è o non c’è la povertà?

Marichuy: Abbiamo visto le stesse cose che in altri territori, ci hanno detto che sono stati depredati, che ci sono molti giovani che si tolgono la vita perché non trovano un’opportunità, si sentono inferiori per far parte di una comunità indigena, ma abbiamo anche conosciuto persone valorose che si organizzano e lottano. Oggi a Zací c’era una signora che ci stava parlando nella sua lingua, a lei quello che le ha dato forza e perseveranza è stata la sua terra, ha cresciuto i suoi figli con quello che la terra le dava e per lei ha un valore altissimo possedere un pezzo di terra. E la cerimonia che hanno fatto i nostri fratelli di Quintana Roo credo che sia qualcosa che fa parte dei popoli indigeni, anche se noi e loro viviamo agli estremi opposti del paese c’è qualcosa in cui possiamo identificarci, i problemi ma anche le forme di organizzarci che ognuno porta avanti secondo i suoi tempi e le sue forme, con le sue modalità. Questo è quello che mi porto con me dal mio camminare in Yucatàn.

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