I tre italiani desaparecidos in Messico, la guerra civile e la criminalizzazione delle vittime

desaparecidos_notas__2016.jpg_1718483347[Da Rio Bravo Blog l’Espresso] “Stavamo mettendo la benzina, ci ha fermato la polizia. Due moto e un’auto, ci hanno detto di seguirli. Stiamo andando, abbiamo due moto davanti e un’auto alle spalle”. L’ultimo messaggio vocale inviato da Antonio Russo e Vincenzo Cimmino il 31 gennaio ai propri cari, prima che si perdessero le loro tracce, è stato riportato dai media italiani lo scorso week-end. Stavano cercando a Tecalitlán, nello stato del Jalisco, Raffaele Russo, padre di Antonio, che non rispondeva più al telefono ed è anche lui desaparecido. La notizia della loro sparizione ha fatto il giro del mondo, partendo dall’Italia e dalla nota diffusa da Ansa-Brasile sabato 17 febbraio, vari giorni dopo i fatti. Sabato sera e domenica la notizia è stata ripresa anche qui in Messico. Prima non era stato pubblicato praticamente nulla, c’era traccia della denuncia dei familiari delle vittime solo su una pagina Facebook e su un blog, come spesso accade nelle decine di casi di desapariciones che si registrano ogni settimana in tutto il paese e che quasi non vengono diffusi. Alcune stime mostrano che in Messico spariscono, per differenti motivi, sei persone al giorno. Solo nel Jalisco sono quasi 3000 i desaparecidos. 

Secondo gli ultimi dati ufficiali del 31 dicembre 2017 ci sono in totale 34.794 persone scomparse (di cui 364 straniere), che possono essere considerate come non localizzate oppure desaparecidos. Nel primo caso parliamo di persone di cui si sono perse le tracce o che non danno più loro notizie per i motivi più disparati. Nel secondo caso, invece, si suppone che sia stato commesso un crimine per cui la persona viene privata illegalmente della libertà e viene occultata, non se ne sa più niente e non viene chiesto nessun riscatto, come invece succede in caso di rapimento. In genere questa situazione viene confermata da testimoni oculari, da registrazioni audio e video, da messaggi inviati dalla vittima stessa o da altri tipi di indizi ed evidenze. Se tutte le informazioni diffuse finora verranno confermate, potrebbe essere questo il caso dei tre italiani a Tecalitlán.

In dieci anni, con la militarizzazione massiccia dei territori e l’uso delle forze armate per funzioni di sicurezza interna e di polizia nell’ambito della cosiddetta “guerra alle droghe”, si è passati da alcune centinaia di casi a 35.000 desaparecidos, per cui è ragionevole pensare che in gran parte si tratti di sparizioni forzate, in cui i responsabili sono funzionari pubblici e autorità statali, come la polizia, la marina o l’esercito, oppure di sparizioni commesse da privati, come per esempio i membri di gruppi criminali. Ma le cifre ufficiali sono “ottimiste”, perché numerosissimi casi non vengono denunciati, specialmente se si tratta di migranti centro e sudamericani, e molti altri non sono classificati come desapariciones perché è interesse del governo e delle procure non far crescere troppo queste cifre.

E poi le zone grigie sono tantissime: tra una sparizione forzata messa in atto da un gruppo di marines che pattugliano un’autostrada o un incrocio cittadino e quella commessa da membri del crimine organizzato, appostati magari a poche centinaia di metri da un posto di blocco dell’esercito o della polizia federale, c’è poca differenza, nel senso che si parla comunque di sparizioni forzate anche quando c’è l’annuenza, la tolleranza o la complicità indiretta delle autorità. Cioè non c’è bisogno che queste partecipino direttamente al sequestro e occultamento della persona. Anche l’inazione o il consenso tacito prefigurano una responsabilità dei funzionari pubblici nelle sparizioni. La polizia municipale di Tecalitlán per telefono pare abbia dapprima ammesso e poi negato che Antonio Russo e Vincenzo Cimmino siano stati prelevati da alcuni agenti e portati presso l’autorità competente (link all’appello video e all’intervista con i familiari degli scomparsi). In questi casi è molto comune che la polizia fornisca risposte contraddittorie, incoerenti o del tutto mendaci oppure che non vengano correttamente registrati o che vengano deliberatamente cancellati i registri d’ingresso e uscita degli arrestati.

Il modo in cui vari TG e articoli hanno riportato la notizia in Italia riflette un fenomeno molto comune anche in Messico: le vittime di un delitto gravissimo come la desaparición, il femminicidio o l’omicidio tendono ad essere stigmatizzate e criminalizzate. A volte gli viene addirittura data la colpa: “Se la sono cercata” o “sicuramente facevano qualcosa di brutto”, ripete la litania mediatica. In altri casi si fanno allusioni più sottili ad eventuali “deviazioni”, “stranezze” o addirittura ai precedenti penali della vittima, come se questi giustificassero l’accaduto, cioè una possibile sparizione forzata, delitto permanente e imprescrittibile e violazione grave ai diritti umani. In realtà l’effetto è quello di far pensare alla gente che “queste cose” succedano solo a “chi si mette in mezzo” o a chi s’immischia in certi, indefiniti, affari. Così in fondo, specialmente in Messico, le gente pensa che nonostante tutto “no pasa nada”, non c’è niente da temere, la guerra non esiste.

Spesso qui sentiamo ripetere cinicamente da autorità e mezzi di comunicazione che ci sono molti più omicidi perché “i delinquenti si stanno ammazzando tra di loro”, “si sparano tra poveracci” o addirittura, paradossalmente, “perché il governo sta vincendo la guerra” e ci sono semplicemente “dei danni collaterali” temporanei. Credere e sperare che la violenza non ci raggiungerà mai perché siamo “cittadini per bene” o magari perché non usciamo la sera o perché siamo “classe media” è uno dei miti del conflitto messicano. I media si concentrano quindi sulla fedina della vittima, sulla sua estrazione sociale, su possibili nessi anche morbosi con qualcosa di (eventualmente) sospetto e si costruiscono così dei presunti o immaginari motivi di un omicidio, un arresto arbitrario, un’esecuzione extragiudiziaria o una sparizione. A volte sono presentati come piste per le indagini ma i servizi TV in sé restano tendenziosi e mirano a “creare un caso misterioso”. A me sinceramente non importa  perché erano lì o cosa stavano facendo esattamente tre persone quando sono state sequestrate e portate via, salvo che questo non serva strettamente a chiarire la situazione. Se sono state prese dalla polizia e/o da gruppi della delinquenza organizzata (o da entrambi) si tratta di una desaparicion. Il centro dell’attenzione potrebbero essere le autorità messicane, quelle italiane, le indagini e i depistaggi messi in atto dalla polizia, e soprattutto la preoccupante situazione dei diritti umani in Messico che dovrebbe essere motivo di sospensione dei trattati con la Unione Europea, per esempio.

Fino a pochi anni fa si parlava solo dell’aumento esponenziale dei morti per omicidio doloso, dato che in Messico dal 2007 al 2011 i tassi di omicidio per 100mila abitanti si sono triplicati (da 8 a 24) e poi sono rimasti strutturalmente alti. Da allora ci sono stati oltre 230.000 morti e l’anno scorso è stato il peggiore della storia recente con oltre 29.000 omicidi dolosi. Si parla di oltre 350.000 rifugiati interni, persone che con la loro famiglia hanno dovuto lasciare tutto per la violenza fuori controllo in molte regioni. Non solo i numeri ma anche la configurazione e gli attori del conflitto interno messicano hanno spinto non pochi accademici a dichiarare valida in Messico la categoria di “guerra civile economica”, che si differenzia da una guerra civile tradizionale, politica o ideologica, principalmente per le ragioni che conducono alla guerra, cioè la spartizione di ricchezze, territori e business, legali e non, ma non per le dinamiche che la governano. Tra liberalizzazioni varie, compressione dei diritti del lavoro e dei salari, apertura del settore energetico, sfruttamento minerario esentasse, megaprogetti dalla dubbia utilità sociale, attrazione a qualunque costo di investimenti stranieri, svendita di risorse naturali, disuguaglianze estreme e crescenti e la spoliazione di comunità rurali e indigene, in Messico di affari per imprese e potentati locali e internazionali ce ne sono a bizzeffe. Il riciclaggio di denaro fa parte di queste opportunità.

In questo contesto la militarizzazione dei territori, sancita e legittimata nel 2017 da una legge di sicurezza interna che dà mano libera ai militari per svolgere funzioni di polizia e reprimere le proteste popolari, funziona pure da guardia armata pubblica delle multinazionali e serve a mantenere un ordine sociale sempre instabile, visti gli oltre 250 conflitti sociali aperti nel paese e la scarsa sensibilità istituzionale verso la negoziazione e un apertura democratica reale. La guerra sporca degli anni ’70 contro i movimenti sociali e politici, che utilizzò le sparizioni forzate come strategia contro-insurrezionale, continua oggi sotto mentite spoglie, ma con metodi in parte simili, come “guerra alla droga” e repressione al servizio di interessi e poteri forti. Vuoti di stato e patti d’impunità nell’élite fanno da corollario a una quasi-dittatura dell’economia in mano a pochi.

WhatsApp-Image-2018-02-17-at-4.37.16-PM (1)Prima dell’implementazione della strategia militare adottata dal presidente Felipe Calderón la violenza era ai minimi storici. Oggi è ai massimi, le droghe sono più economiche e diffuse, sia qui che negli USA, e la delinquenza organizzata ha aumentato notevolmente il suo potere di fuoco. Tra gli attori del conflitto interno, oltre a gruppi armati di autodifesa, alcuni gruppi guerriglieri armati e paramilitari al soldo di imprese e gruppi politici, ci sono dunque numerose organizzazioni criminali con presenza locale, nazionale o globale che, dal canto loro, lottano per interessi economici e politici definiti, costituendosi come potere de facto capace d’influenzare elezioni, corrompere e uccidere candidati impunemente. Le sparizioni perpetrate da polizie, militari, trafficanti e delinquenza organizzata hanno visto una diversificazione delle loro modalità e motivazioni, ma continuano a diffondere il terrore.

Anche per questo chiaramente nessun governo messicano potrà e vorrà utilizzare pubblicamente la categoria “guerra civile” o affrontare seriamente le responsabilità dirette e indirette nelle desapariciones. Il presidente potrà dichiarare, come è stato fatto, la sua narcoguerra (o guerra alle droghe e ai narcos), ma non può parlare di una guerra civile in corso alla frontiera con la prima potenza militare ed economica mondiale. A livello internazionale si passerebbe, inoltre, ad un altro regime e ad un diverso livello di osservazione sugli affari interni e sulle costanti violazioni ai diritti umani in terra azteca. Tra le altre cose il turismo probabilmente crollerebbe e gli interessi delle multinazionali straniere, fino ad ora protette, baciate e coccolate da tutti i governanti, sarebbero fortemente compromessi. Anche per questo non se ne parla abbastanza e gli affari, specialmente dopo la liberalizzazione del settore energetico del 2013, devono continuare.

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