L’Argentina a pochi giorni dal G20 e #NiUnaMenos

In questo pezzo vi proponiamo: un articolo dell’amico Alioscia Castronovo, giá uscito su Dinamo Press e che descrive il clima che si sta vivendo nella cittá di Buenos Aires a pochi giorni dal G20; una fotogalleria di uno dei due grandi cortei che hanno attraversato nella giornata di ieri la capitale argentina (quello femminista di NiUnaMenos, l’altra é stata una marcia in risposta all’assassinio, nei giorni scorsi da parte della polizia, dei militanti della Central de Trabajadores de la Economía Popular Rodolfo Orellana e di Marcos Soria); infine, il comunicato che hanno lanciato le donne curde in occasione della giornata contro la violenza sulle donne, e che é stato rilanciao anche dalle compagne argentine.

Proteste, tensioni e forum mondiali: verso il G20 a Buenos Aires

di Alioscia Castronovo

da DinamoPress

Cinque immagini in movimento dalle giornate convulse a Buenos Aires a pochi giorni dall’inizio del G20 che inaugura il mese di dicembre tra proteste sociali e conflitti di piazza. Il Forum Mondiale del pensiero critico di Clacso, il controvertice e le mobilitazioni femministe, l’uccisione da parte della polizia di due lavoratori delle economie popolari ed un fine settimana caotico segnato dalle violenze e dal rinvio della finale di Coppa Libertadores.

La finale del mondo

«Avremo un G20 da gestire, cosa volete che sia una finale di calcio?»: così poche settimane fa aveva dichiarato la ministra della sicurezza Bullrich. Oggi esplodono le polemiche dopo la sospensione della finale tra River Plate e Boca Juniors a causa dell’assalto al pullman della squadra ospite e degli scontri.

Poche settimane fa addirittura il presidente Macri aveva sostenuto la possibilità di far partecipare tifosi ospiti alla finale (in Argentina sono vietate le trasferte ai tifosi, sia in campionato che in coppa) ed il superclasico di ritorno era stato anticipato a sabato 24 novembre per evitare la coincidenza con le giornate del G20.

Foto: La Vaca

Ma questo fine settimana la finale di Libertadores, la prima volta di River e Boca ribattezzata da queste parti del mondo la partita del secolo, non si è giocata.

Due ore prima della partita, l’assalto a colpi di pietre e bottiglie al bus che portava la squadra ospite allo stadio, seguendo un tragitto che stranamente lo ha portato in mezzo a migliaia di tifosi avversari, è finito con diversi giocatori e l’autista del bus feriti all’ospedale. Mentre il Monumental si era già riempito è arrivata la decisione della Comenbol di sospendere la partita per un’ora, poi due, poi per 24 ore e infine rinviarla a data da destinarsi.

Una scena drammatica e una serie di indecisioni grottesche hanno portato alla sospensione della partita tra le polemiche sul dispositivo di controllo fallimentare, le accuse alla polizia e alla prefettura rispetto al tragitto del pullman e ai lacrimogeni lanciati sulla folla che hanno colpito anche i giocatori del Boca Juniors,  le polemiche sulla violenza negli stadi e fuori, con gli scontri che si sono propagati per ore e una forte repressione dei corpi di polizia e prefettura contro gruppi di tifosi da più di sette ore bloccati dentro lo stadio.

La sospensione della finale ed un pomeriggio di delirio nella caldissima primavera argentina anticipano di poche ore il G20 che arriverà con la militarizzazione completa della città.

Il Forum Mondiale del pensiero critico

Ma ben prima dell’inizio del vertice, previsto per il 30 di novembre, sono cominciate le assemblee e gli incontri portati avanti da movimenti sociali, organizzazioni politiche popolari, università e partiti progressisti che si oppongono al G20 e al FMI a tredici anni dalla Cumbre de las Americas che segnava la crisi dell’egemonia neoliberale nella regione.

Di quel memorabile giorno ricordiamo il famoso “Alca, Alca, al carajo” lanciato da Chavez al vertice di Mar del Plata dove fu affossato il Trattato di libero commercio delle Americhe.

Ma era un’altra epoca e oggi all’immagine di Maradona, che davanti a migliaia di manifestanti in piazza contro il neoliberismo annunciava il discorso di Chávez, che assieme a Kirchner, Lula e Vazquez fermava l’avanzata di Bush in America Latina, dobbiamo sostituire un Venezuela in piena crisi, Macri al governo in Argentina e Bolsonaro in Brasile nel pieno di una profonda avanzata reazionaria nel continente.

Alllora erano i movimenti contro il neoliberismo dopo le insurrezioni in Bolivia, Argentina, Venezuela e le lotte contro le privatizzazioni che avevano segnato il ritmo della trasformazione politica. Ma anche oggi, nel pieno di una crisi di civiltà del capitalismo, nuovi movimenti di resistenza e trasformazione stanno nascendo nel continente in questi ultimi anni, aprendo nuovi spazi di conflitto contro il neoliberismo a livello globale, con il protagonismo del femminismo e delle lotte territoriali, indigene ed ambientali, dei lavoratori precarizzati e dei sindacati che resistono allo smantellamento dei diritti e al ricatto del debito.

Tanti e diversi spazi di discussione e mobilitazione contro il neoliberismo e l’intervento del FMI che ha di fatto commissariato la politica economica del paese, su gentile richiesta del governo Macri, si stanno tenendo in queste settimane a Buenos Aires.

Durante le prime giornate di apertura, è stata centrale la presenza di diverse figure di riferimento dei governi progressisti dell’America Latina e di partiti e movimenti della sinistra latinoamericana ma anche spagnola e portoghese, da Cristina Fernandez Kirchner a Dilma Roussef, da Juan Carlos Monedero a Manuela D’Avila, da Alvaro Garcia Linera al candidato progressista colombiano Petro fino al Frente Amplio cileno, ma anche intellettuali e accademici critici ed indipendenti come Rita Segato, Arturo Escobar, Bonaventura da Sousa, Edgardo Lander, Chantal Mouffe, Ignacio Ramonet, Alfredo Molano, Isabel Allende, tra gli altri.

Tra dibattiti sulla fase politica, il neoliberismo e l’avanzata reazionaria, migliaia di persone hanno affollato lo stadio di Ferro nel quartiere di Caballito. Una sorta di social forum latinoamericano con presenze dagli Stati Uniti e dall’Europa, dove lo spazio e i termini del dibattito sono stati fortemente legati alla discussione politica del campo politico popolare e progressista, che ha generato critiche e tensioni sia all’interno dello stesso CLACSO sia nelle università e nei movimenti.

In diversi dibattiti è emersa nel Forum la critica rispetto a questa linea di discussione, che ha ribadito la continuità con i processi, oggi profondamente in crisi, dei governi progressisti, come segnalato da diversi intellettuali e ricercatori.

A partire da critiche radicali al discorso incentrato sul discorso dello sviluppo, che ha caratterizzato (e continua a caratterizzare) queste esperienze di governo, in molti ambiti del Forum sono state messe al centro del dibattito la ricerca di nuove pratiche e prospettive di trasformazione sociale femminista, ecologista e radicalmente anticapitalistica.

Differente è stato infatti la modalità di discussione e anche il tenore dei dibattiti che si sono tenuti nei giorni successivi, estremamente eterogenei, quando settemila espositori hanno partecipato a centinaia di tavoli di lavoro, presentazioni di libri e documentari, dibattiti e panel  organizzati da studenti, ricercatori e dottorandi appartenenti alle centinaia di facoltà di scienze sociali latinoamericane che partecipano del Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali.

Un evento accademico e politico al tempo stesso, dove nella discussione critica hanno avuto spazio militanti, esperienze sociali, migranti, indigeni, una discussione che ha ampiamente trovato spazio nelle università e nei vari centri culturali che per ben tre giorni sono stati affollati da migliaia di dibattiti su diversissime tematiche, tra cui la lotta all’estrattivismo, i movimenti femministi, le economie popolari e le resistenze territoriali, la critica dello sviluppismo e le pratiche indigene, femministe e comunitarie.

Foto di: Nacho Yuchark.

L’educazione non si vende

Mentre si svolgeva il Forum di Clacso,  a Buenos Aires il Municipio veniva assediato da studenti e docenti in protesta contro la votazione in consiglio comunale della UNICABA, la nuova istituzione che pretende riunire in un solo campus le ventisette scuole pedagogiche finalizzate alla formazione di insegnanti della capitale argentina.

Un processo di centralizzazione contestato per mesi da docenti, studenti e sindacati del mondo educativo, che denunciano un attacco diretto alla possibilità di accesso allo studio e di autonomia dei percorsi formativi per gli studenti della capitale.

Al tempo stesso, denunciano interessi immobiliari dietro al progetto del sindaco macrista Larreta rispetto tanto al nuovo campus quanto alla svendita delle attuali sedi degli istituti. Dopo mesi di manifestazioni e proteste, la polizia ha represso duramente docenti e studenti davanti alla legislatura mentre il voto favorevole della maggioranza di Larreta imponeva la contestatissima riforma scolastica della capitale, impedendo l’ingresso al dibattito a rappresentanti sindacali e scolastici.

La protesta nel mondo educativo va avanti da mesi in diversi ambiti e ha portato a scioperi nelle scuole e nelle università per oltre un mese, occupazioni delle facoltà e manifestazioni moltitudinarie. Di certo non finisce qui, visto che i tagli sono stati approvati nella finanziaria votata a forza di idranti e lacrimogeni.

La polizia spara e uccide ancora

A una settimana esatta dall’inizio del G20 a Buenos Aires, la violenza, che permea la vita quotidiana dall’inizio del governo Macri,  con il ritorno del FMI si è pericolosamente innalzata assieme alla povertà, alla disoccupazione e al livello di repressione delle proteste sociali.

Si sta svolgendo proprio in queste ore a Buenos Aires una manifestazione lanciata dai movimenti sociali e dalla Confederazione dell’economia popolare per chiedere giustizia e verità per gli omicidi di Rodolfo Orellana e di Marcos Soria, entrambi affiliati alla CTEP, uccisi a distanza di poche ore dalla polizia a Buenos Aires e a Córdoba, e per chiedere la liberazione dei vari lavoratori e militanti arrestati nei giorni scorsi durante occupazioni di terre e conflitti con venditori ambulanti e comunità indigene nell’ultima settimana.

Lo scorso mercoledì, in un territorio indigeno nel nord del paese, una fortissima repressione poliziesca ha colpito la comunità di Cuenca del Rio a Tilcara, nella provincia di Jujuy, una repressione terminata con sei arresti. Giovedì è stata sgomberata una fabbrica occupata dai lavoratori a Buenos Aires. Sempre giovedì scorso, nell’area metropolitana di Buenos Aires, è stato ucciso Rodolfo Orellana,  di trentasette anni, lavoratore dell’economia popolare dell’organizzazione Libres del Pueblo, esperienza territoriale che è parte della CTEP, il sindacato dell’economia popolare.

All’alba di giovedì è stato colpito alla bocca e alla schiena da due proiettili sparati dalla polizia durante una violenta repressione contro una occupazione di terra alla Matanza, un distretto popolare dell’area metropolitana di Buenos Aires, alla quale stava partecipando assieme alla famiglia e a un centinaio di persone.

Durante la conferenza stampa, i movimenti hanno denunciato che la repressione all’occupazione di terra da parte di un centinaio di famiglie senza tetto è avvenuta senza ordine giudiziario, e che la polizia ha iniziato sparando proiettili di gomma, ma subito dopo sono stati sparati colpi di arma da fuoco, come quelli che hanno colpito a morte Rodolfo.

Il giorno dopo a Córdoba è stato ucciso dalla polizia Marcos Soria, trentaduenne lavoratore di un orto popolare dell’EO (Encuentro de Organizaciones), che secondo le testimonianze è stato fermato e picchiato duramente dalla polizia, assieme a un compagno c tuttora agli arresti e, dopo essere riuscito a sfuggire ai maltrattamenti arbitrari delle forze di polizia, è stato colpito a morte alle spalle. I vicini e i testimoni denunciano di essere stati minacciati dalla polizia e l’organizzazione Correpi, attiva contro le violenze istituzionali, ha denunciato che si tratta di una nuova politica violenta dello Stato che punta a disciplinare e controllare i movimenti e le organizzazioni sociali in tempi di austerità. 

Arriva il G20

In questo clima, con l’economia in caduta libera (meno 5,8%) che inaugura la lunga fase di recessione, si terrà tra pochi giorni il vertice del G20, che vorrebbe segnare simbolicamente un passo in avanti del processo di conquista neocoloniale dell’America Latina da parte del FMI.

In una città blindata, militarizzata (con retate ed arresti di anarchici e cittadini musulmani, con accuse vaghe da stato di emergenza, in piena isteria pre-vertice) e in gran parte bloccata rispetto alla mobilità e all’accessibilità per milioni di abitanti, i 20 presidenti dei paesi che guidano le economie mondali e il saccheggio del pianeta si riuniranno per dirimere controversie commerciali e definire il futuro del capitalismo globale.

Per le giornate del G20 la ministra della sicurezza Bullrich ha invitato gli abitanti  di Buenos Aires a lasciare  la città, stabilendo il 30 novembre, giorno di inizio del vertice, come giorno festivo. Non solo non si lavorerà quel giorno, ma saranno totalmente bloccate, per ben tre giorni, tutte le linee della metropolitana e i treni metropolitani, il porto e il secondo aeroporto cittadino, in una area metropolitana di quasi quindici milioni di abitanti. Una città totalmente bloccata per una intero fine settimana, mentre si svolgeranno attività di protesta, dibattito e mobilitazioni e 22mila poliziotti saranno mobilitati in difesa del vertice.

Movimenti sociali, sindacati e organizzazioni politiche si mobiliteranno in una città blindata, piena di zone rosse e forze di polizia il prossimo venerdì 30 novembre e durante tutta la settimana di azioni contro il G20.

Un evento tra i più importanti sarà il Forum femminista contro il G20, che comincia con la manifestazione femminista contro la violenza delle donne che si terrà oggi pomeriggio, in occasione della giornata mondiale contro la violenza di genere. Durante la settimana , decine di attività nell’ambito di questo incontro internazionalista e femminista contro l’indebitamento e il neoliberismo, organizzate dalla Scuola di economia femminista e delle reti che hanno cominciato a riunirsi e a mobilitarsi fin da ottobre quando si è tenuto in Argentina il W20, foro del G20 dedicato alle donne.

«Vogliamo costruire una narrazione differente che smascheri la dimensione patriarcale e violenta del G20 e del neoliberismo», dicono le organizzatrici, «siamo davanti a una crisi di civiltà e la nostra lotta va molto al di là del G20, andremo avanti per fermare e contrastare l’agenda del FMI e cominciamo da qui a costruire lo sciopero internazionale delle donne del prossimo 8 marzo».

Corteo #NiUnaMenos a Buenos Aires: fotogallery

di Kátia Dias

Foto di Bia Carvalho

Comunicato YPJ International per il #25N e #NiUnaMenos

Palabras de YPJ Internacional (Unidades Femeninas de Protección) para el día de la violencia contra las mujeres e identidades no hegemónicas, 25 de Noviembre.
¡Ahora es el momento!
Hoy 25 de Noviembre, una vez más, mujeres e identidades no hegemónicas de todo el mundo, toman las calles representando con sus diferentes colores y cuerpos, el final de una demasiado larga historia patriarcal. El momento es ahora!
No estamos solo demandando el final inmediato de la guerra global contra las mujeres, sino que estamos preparadas para atacar al corazón del sistema, creando una nueva vida libre.
Desde hace miles de años hemos sido educadas para estar calladas, se nos han enseñado que la única violencia legitima es la que viene desde el estado patriarcal, en todas sus diferentes formas: cuerpos policiales, ejercito, fronteras y prisiones, familia, iglesia, hospitales y psiquiátricos, trabajo, escuelas, etc. Para nosotras está claro que un poder que usa la violencia para oprimir y reprimir al pueblo nunca puede ser legítimo. Reconocemos también haber estado socializadas dentro de un sistema de opresión patriarcal, que todavía persiste dentro de nosotras y nuestras comunidades y que no seremos libres hasta derrotar y erradicar esta mentalidad.
Creemos que ha llegado el momento de destruir este monopolio una vez por todas y retomar lo que siempre nos perteneció: la autodefensa.
Todas las oprimidas llevamos con nosotras una fuerza ancestral lista para salir afuera en defensa de nuestros valores, nuestras tierras y nuestra libertad. Como
Internacionalistas, en memoria de todas las mujeres que lucharon, nuestras abuelas partisanas, nuestras luchadoras hermanas, y para todas aquellas que lucharán en el futuro, tomamos la decisión de unirnos a las Unidades de Defensa de la Mujer – YPJ (Yekineyên Parastina Jin) de la Revolución en Rojava.
Decidimos unirnos a YPJ, reconociendo la importancia de una toma de responsabilidad en cuanto a defendernos de nuestros opresores. Tenemos que defendernos a nosotras mismas porque nadie más puede hacerlo por nosotras. Autodefensa significa luchar por nuestras ideas y actuar contra el poder y su violencia, para proteger lo que es valioso y esencial, nuestra unidad. Esta lucha pertenece a todo ser vivo, a los humanos, animales, incluso las plantas, como las rosas que fabrican sus espinas para defenderse, o los árboles que se reproducen y crecen desde la tierra cerca unos de los otros, protegiéndose y creando bosques.
A lo largo de la historia, con miedo, control social y sistematización de la violencia, nuestros opresores han intentado convencernos en delegarles nuestra defensa. Nos representan como victimas o seres débiles, destrozando nuestras posibilidades de solidaridad y lucha. ¿Pero como nuestro enemigo puede defendernos? Cuando nos rebelamos somos llamadas brujas, locas o histéricas. En la sociedad moderna, los estados abren la posibilidad a las mujeres de formar parte de sus ejércitos nacionales, presentando esto como un éxito en pro de la igualdad de géneros. Pero nosotras nunca seremos
soldados. Nosotras queremos ser mujeres libres en un mundo libre, y esto es una gran diferencia.
En YPJ autodefensa significa mucho mas que la sola practica militar. YPJ considera a cada una de nosotras como un todo, cuerpo, mente y espíritu en constante proceso colectivo de desarrollo y crecimiento. Adentrándonos en la educación ideológica llegamos a entender a un nivel profundo lo que estamos defendiendo y, lo más importante, a vivir y a crecer juntas.
Hemos entendido que las relaciones que creamos y la vida en colectividad que estamos construyendo son más fuertes y necesarias que las armas. La modernidad capitalista intenta dividirnos, pero en YPJ estamos construyendo una autodefensa basada en el apoyo mutuo y la solidaridad.
Estructuras autónomas de mujeres, como YPJ, son el espacio donde podemos encontrarnos a nosotras mismas fuera del sistema capitalista y de su mentalidad, encontrado la fuerza de dar un paso adelante para alcanzar ese nuevo mundo que llevamos en nuestros corazones.
Continuamos nuestra lucha con la memoria de nuestras şehîds: şehîds Abesta Xabur, şehîd Ana
Campbell, şehîd Ivana Hoffman, şehîd Alina Sánchez, ¡y todas esas mujeres que lucharon con valentía,
y que dieron su vida por nuestro futuro en libertad!
Jin, Jiyan, Azadî!
Academia YPJ- Internacional Şehîd Ivana Hoffman, Rojava
25 de Noviembre 2018

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