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Il dibattito sulla Bolivia e il ruolo di García Linera nell’impasse del processo di cambiamento

 05/08/2020  Di: 
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Foto: Juan Karita (Brasil 247)

Delle proteste iniziate per dei presunti brogli elettorali sono sfociate a novembre dell’anno passato in un colpo di Stato in Bolivia. Il primo presidente indio nella storia del paese cercava un quarto mandato in virtù di una dubbia sentenza della Corte costituzionale emessa in barba al risultato di un referendum che nel 2016 aveva respinto, sebbene di misura, la possibilità di una nuova rielezione. Nella sinistra latinoamericana non c’è stato accordo sulla qualifica di “golpe” fino a quando non è emersa la natura del governo succeduto alle “dimissioni obbligate” di Evo Morales. Il dibattito è stato infuocato e senza esclusione di colpi. In Italia sono stati pubblicati due ottimi interventi di Enrico Padoan e Alessandro Peregalli.  

Bisogna ammettere in ogni caso che è curioso un golpe nel quale non solo non viene sciolto il parlamento, ma che permette all’ex partito di governo, il MAS, il quale ha riconosciuto quasi sin dall’inizio l’esecutivo illegittimo, di conservare la maggioranza assoluta in entrambe le camere e di usarla per rendere difficile la vita ai golpisti. A cominciare dalla definizione di un nuovo calendario elettorale, il cui percorso accidentato in tempi pandemici, da maggio a settembre e adesso un’altra volta fino ad ottobre, rischia però di essere il preludio di un secondo e stavolta probabilmente meno controverso colpo di Stato. Tutti i sondaggi danno infatti vincente Luis Arce, l’ex super ministro dell’economia del precedente governo. È necessario allora domandarsi perché la scelta di un candidato di ricambio, dopo quattordici anni di presidenza ininterrotta di Evo Morales, non sia avvenuta prima, senza bisogno di forzare le fragili istituzioni democratiche del Paese creando le premesse dell’attuale situazione.   

Qualunque sia la lettura sul “governo dei movimenti sociali”, nonché sui fatti tragici di novembre, è abbastanza verosimile ritenere che i concetti ed i paradigmi teorici ed ideologici che ci trasciniamo dietro dal XX secolo facciano fatica a cogliere fenomeni intricati come il golpe dell’anno passato, il cui assaggio avevamo già avuto in Paraguay nel 2012 e in Brasile nel 2016. Lo sbocco di ottobre è difficilmente imputabile a oscuri complotti imperialisti-oligarchici, di certo non inizialmente, e meno che mai alle posizioni a volte discutibili di alcuni settori e personalità della sinistra critica del MAS durante lo svolgersi degli avvenimenti. Resta da chiedersi quanto i concetti ed i paradigmi teorici ed ideologici che abbiamo ereditato dal XX secolo siano ancora validi per caratterizzare delle esperienze politiche che a sinistra abbiamo sicuramente sovraccaricato di aspettative e, spesso, di ingenue ed (in)utili mistificazioni ed omissioni.

Un caso interessante è la recente uscita in Italia di “Democrazia, stato, rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XXI secolo” (Meltemi, 2020). Si tratta di una raccolta di interventi di Álvaro García Linera, raffinato teorico ed ideologo del processo boliviano, nonché vicepresidente del Paese dagli albori del governo di Evo Morales, con un passato nella militanza radicale indianista dell’altopiano e successivamente un’attività di insegnamento e ricerca alla UMSA di La Paz. Quello che si direbbe un intellettuale organico, per definizione e chissà vocazione oltre che convinzione. L’articolo che abbiamo deciso di pubblicare è invece di un militante della sinistra comunitarista boliviana, estremamente critica delle posizioni e della gestione pubblica di García Linera. Può essere letto come complemento alle interpretazioni più o meno edulcorate ed astratte delle tesi del libro di Carlo Formenti, Paolo Ferrero, Sandro Mezzadra, Sebastiano Usai e Alessandro Visalli. Come sostiene Mauro Alcócer Hurtado è tempo di fare un bilancio di quanto successo in Bolivia. Un bilancio che sia crudo, audace, frontale, incisivo e senza false modestie. Non per distrarsi con dibattiti interminabili tralasciando la lotta contro i golpisti, ma perché se non si impara dagli errori passati, domani inciamperemo di nuovo sullo stesso sasso. [Daniele Benzi]

Il dibattito sulla Bolivia e il ruolo di García Linera nell’impasse del processo di cambiamento

A sei mesi dal sanguinario golpe fascista in Bolivia del 10 novembre 2010 che ha rovesciato il governo di Evo Morales, si è avviato un dibattito sulle cause che hanno portato a questo terribile risultato.

Di Mauro Alcócer Hurtado da Rebelión

Traduzione di Manuela Loi e Daniele Benzi

Alcuni autori boliviani hanno già pubblicato studi preliminari al riguardo: Rafael Bautista (“Bolivia: genesi e natura del golpe”), Jorge Viaña (“Il ciclo statale delle lotte in Bolivia 2006-2019, cronaca di una morte annunciata”) e Hugo Moldiz (“Colpo di stato in Bolivia, la solitudine di Evo Morales”). L’aspetto curioso è che, fino ad ora, nessun dirigente di spicco del precedente governo ha compiuto un’autocritica politica completa. Dobbiamo riconoscere che promuovono campagne internazionali di denuncia contro il governo golpista di Jeanine Añez, ma una cosa non rimpiazza l’altra: denunciare il golpe non sostituisce la necessità di un bilancio dei successi e degli errori.

Il silenzio più evidente su questo argomento è quello di García Linera, che per quasi 14 anni è stato vicepresidente di Evo Morales. Essendo allo stesso tempo ideologo e gestore pubblico, García Linera è stato Presidente dell’Assemblea Legislativa (Congresso nazionale dei deputati e senatori) e membro permanente dei gabinetti di Morales nel potere esecutivo. Non vi è stato argomento (economico, politico, sociale, comunicativo, ambientale, di affari esteri, sicurezza), sul quale non si sia pronunciato, stiamo dunque parlando di un personaggio chiave del processo politico dato che le sue idee influivano in maniera determinante – nel bene o nel male – nelle azioni governative. Stando così le cose, può Álvaro García continuare a eludere il dibattito?

In seguito al colpo di stato, in Bolivia le cose non hanno fatto altro che peggiorare. La repressione militare e della polizia, che ha già lasciato un saldo di almeno 35 morti nelle stragi di Yapacani, Sacaba e Senk’ata, si è intensificata nelle ultime settimane con l’incarcerazione illegale di centinaia di attivisti sociali leader delle proteste, così come cibernauti che esprimono critiche al governo di fatto. L’economia è sprofondata nella recessione e nella disoccupazione, con gravi conseguenze di penuria o rincaro del cibo e delle medicine. I diritti lavorativi sono violati quotidianamente, lasciando i lavoratori in una situazione precaria. Gli abusi razzisti contro i nativi aymara e quechua sono una cosa ormai comune in un paese che, fino a poco tempo fa, si fregiava di essere il più avanzato in America Latina in quanto a inclusione sociale. La crisi dovuta alla pandemia del Covid 19 (le cui reali dimensioni vengono occultate alla popolazione e alla comunità internazionale dal governo Añez) potrebbe lasciare in Bolivia 4000 morti e 48.000 persone contagiate, secondo le proiezioni dell’ex-ministro della sanità, Anibal Cruz, sospeso dall’incarico per essersi negato a manipolare informazioni.

Noi che siamo rimasti in Bolivia a lottare contro i golpisti che hanno avuto l’audacia di bruciare la nostra wiphala[1], abbiamo l’obbligo di analizzare criticamente il “processo di cambiamento”, per non ripetere gli errori che hanno portato alla sua sconfitta. È in questo contesto che interpelliamo García Linera, perché si assuma la responsabilità di essere l’autore intellettuale di due concetti non rivoluzionari che hanno portato a una pratica governativa che ha frenato, dall’interno, il processo di trasformazione durante il governo di Evo Morales. Questi due concetti sono: 1) la proposta del “capitalismo andino” come obiettivo della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, agganciandola alle politiche di moderazione pattata che hanno finito per preservare il capitalismo estrattivista; 2) l’atteggiamento collaborazionista con la borghesia, definita niente meno come “alleata del processo”, secondo la logica per cui i grandi investitori privati sono soggetto economico necessario al capitalismo andino.

Il “capitalismo andino”. A metà del 2005, dopo un percorso politico nell’indianismo[2] nel tentativo di unire l’insurrezione delle comunità aymara con la teoria marxista, cosa che gli è costata svariati anni di carcere, Álvaro García è stato scelto dal Movimento al Socialismo (MAS) per accompagnare Evo Morales alla vicepresidenza. Allora stava già iniziando a suscitare sorpresa il suo tono politicamente discreto, molto distante da qualsiasi radicalismo, che si sforzava di mostrare in un programma televisivo chiamato “Il Pentagono”. Nello stesso 2005, come parte di una riconversione politica e di una negazione di quanto scritto negli anni ‘90, ha esposto la sua idea di “capitalismo andino”, definito inizialmente come segue:

“Il nostro obiettivo non può essere il socialismo, poiché non esistono le condizioni materiali per il suo raggiungimento. Più concretamente propongo un modello di capitalismo adeguato alle caratteristiche del nostro paese, provvisoriamente chiameremo questo modello capitalismo andino amazzonico” [ii].

Le critiche rivoluzionarie a questo approccio conservatore non si sono fatte attendere, ma Álvaro García rispondeva in maniera petulante: “In Bolivia ci osserva questa sinistra cadaverica, quella degli anni ‘50 e ‘70, pseudo marxista, praticamente un fantasma, di fronte alla quale sorge una nuova sinistra indigena di azione collettiva con una struttura, ideologia e simbologia proprie” [iii].

Poiché le critiche da parte dei veri comunitaristi e persino da parte del Movimento al Socialismo non sembravano cessare, il candidato alla vicepresidenza si è visto costretto a cambiare il suo approccio iniziale, cercando di dare ad intendere che non si riferiva tanto a un modello economico che amministrasse solamente il sistema capitalista, quanto a una lunga fase di transizione post-neoliberale. Lo ha esposto in un articolo scritto nel gennaio 2006, nelle cui parti essenziali si poteva leggere quanto segue:

“Il trionfo del MAS apre una possibilità di trasformazione radicale della società e dello Stato, ma non in una prospettiva socialista (almeno sul breve termine), come sostiene una parte della sinistra. Allo stato attuale ci sono due ragioni che non permettono di intravedere la possibilità di un regime socialista nel nostro paese. Da un lato esiste un proletariato demograficamente minoritario e politicamente inesistente; e non si costruisce il socialismo senza il proletariato. Secondo: l’indebolimento del potenziale comunitarista agrario e urbano (…) Il potenziale comunitario che fa scorgere la possibilità di un regime comunitarista socialista passa, ad ogni modo, attraverso il rafforzamento e l’arricchimento delle piccole reti comunitarie che ancora sopravvivono. Questo permetterebbe, tra 20 o 30 anni, di poter pensare a un’utopia socialista (…) Le sfide della sinistra nella gestione di questioni pubbliche si indirizzerebbero fondamentalmente verso l’avvio di un modello economico che ho chiamato, provvisoriamente, capitalismo andino-amazzonico. Ovvero la costruzione di uno Stato forte, capace di regolare l’espansione dell’economia industriale, di estrarre l’eccedente e trasferirlo all’ambito comunitario per rafforzare le forme di auto-organizzazione e uno sviluppo mercantile squisitamente andino e amazzonico” [iv].

In questo argomento è presente una fallacia storica: “non si costruisce il socialismo senza proletariato”. Fortunatamente non si sono fatti guidare da questo assioma i rivoluzionari in Vietnam o a Cuba, dove il proletariato era demograficamente esiguo. Lì hanno perseverato nel realizzare vere e proprie rivoluzioni di orientamento socialista, con le conseguenti misure di trasformazione strutturale.

Ma lasciamo che sia García stesso, non il raffinato gradualista del 2005 ma il ribelle socialista del 1991, a rispondere a questa fallacia:

“Marx ci mostra come le lotte delle masse non capitaliste possano assumere un profondo carattere rivoluzionario adottando il “punto di vista del proletariato”, ovvero, le lotte delle masse lavoratrici non capitaliste contro l’avanzamento borghese possono assumere in determinate condizioni lo stesso carattere progressivo e rivoluzionario di quello che può adottare il proletariato in un momento determinato”. [v]

 “La possibilità di rivoluzionare la società non si basa sulla quantità di queste forze produttive, né nel numero dei proletari, ma sull’esistenza più o meno generalizzata di questi, qualsiasi sia il loro numero, nella lotta radicale del lavoro vivo per autodeterminarsi al di sopra e contro il modo d’essere imposto dalla borghesia”. [vi]

Come si interpreta questa contraddizione così evidente tra ciò che scriveva García negli anni novanta e ciò che ha fatto quando è entrato a far parte del governo 15 anni dopo? Non risponde certamente a una maturazione teorica perché, se così fosse, avrebbe scritto qualche libro riesaminando integralmente i postulati di gioventù che abbiamo potuto leggere nelle opere “Di demoni nascosti e momenti di rivoluzione” (1991) e “Forma valore, forma comunità” (1995). Ma non ce n’è neanche uno. Per questo motivo si può qualificare quanto fatto da Álvaro García come un cambiamento di rotta pragmatico, carente di onestà intellettuale.

Ma questa non è l’unica osservazione alla via gradualista proposta da García nel 2006. All’alba del governo di Morales, il vicepresidente si era posto un obiettivo pratico, che si sarebbe rivelato un tranello negli anni successivi: occorre “cavalcare” il capitalismo post-neoliberale dall’interno, in modo da consolidare lo Stato e fortificare le reti comunitarie, e poter così pensare, in un futuro lontano (20 o 30 anni), a un’utopia socialista.

Quattordici anni fa, agli inizi del governo di Evo Morales, noi comunitaristi abbiamo affermato che, con la sua teoria del cambiamento graduale (prima il “post-neoliberalismo, poi il “post-capitalismo”) formulata in termini così effimeri, Álvaro García avrebbe condannato il processo di trasformazione boliviano a rimanere dentro i confini del capitalismo. Non siamo stati gli unici a mettere in guardia da questo pericolo, ricordiamo ciò che ha scritto il fratello Raul Prada Alcoreza, noto pensatore marxista in Bolivia: “Proporre il capitalismo andino dopo 6 anni di lotta per la sovranità, contro le poliformi strutture coloniali, non significa altro che proporre un nuovo colonialismo interno che continuerà a distruggere le relazioni comunitarie in una decodificazione culturale e una colonizzazione dei corpi in una patria ristretta”.

Opportunamente e con parole simili, noi comunitaristi abbiamo messo in guardia Evo Morales dal fatto che il vicepresidente stesse usando il suo passato politico in maniera opportunistica, presentandosi come un quadro teorico d’avanguardia mentre, di fatto, sarebbe diventato un ostacolo al processo di trasformazioni rivoluzionarie in Bolivia. Oggi, dopo le vicende accadute nel nostro paese, possiamo tristemente dire che la realtà ci ha dato ragione.

Il collaborazionismo con la borghesia. Dalla premessa che bisogna costruire un “capitalismo andino” deriva la conclusione politica ed economica secondo la quale è necessario ottenere la collaborazione della borghesia, che si è iniziato a definire “nazionale e patriottica”.

L’idea di rafforzare una “borghesia nazionale” per un cammino autonomo di sviluppo, si è dimostrata essere una chimera già da tempo e ormai nessuno studioso serio proporrebbe qualcosa di simile. All’interno del dibattito economico [vii] continentale di più di mezzo secolo fa è rimasta plasmata l’idea che non può esistere in America Latina, e tanto meno in Bolivia, una “borghesia nazionale”. Se in un determinato momento si è potuto pensare che potesse nascere, ciò è avvenuto nel periodo posteriore alla grande depressione capitalista iniziata nel 1929, quando si è cercato di applicare in alcuni paesi (Argentina, Messico, Brasile) il modello di industrializzazione sostitutivo delle importazioni. Ma, essendosi questo modello esaurito con la grande espansione economica dopo la seconda guerra mondiale con il predominio del capitalismo statunitense, la cosiddetta “borghesia nazionale”, nella misura in cui si integrava al mercato mondiale, divenne sempre più dipendente dai grandi capitali transnazionali.

Una caratteristica dei progetti che definiscono lo sviluppo all’interno del capitalismo con forte regolamentazione statale, come nel caso della teoria linerista del “capitalismo andino”, è che quanto più passano gli anni tanto più si devono fare concessioni alla grande impresa privata. Questo si deve alla necessità pratica del proprio modello economico che ha bisogno dell’investimento diretto di capitali privati per preservare la stabilità economica e un certo livello di crescita.

In Bolivia tutto ciò è successo con chi ha amministrato il governo per quasi 14 anni, applicando la ricetta gradualista: si è finiti con l’amministrare il capitalismo, per giunta nella sua versione estrattivista, senza riuscire a trasformarlo.

Tuttavia, se facciamo riferimento ai principali dirigenti, bisogna distinguere il caso di Evo Morales da quello di Álvaro García. Nostro fratello Evo Morales si è sempre fatto guidare da un solido legame con la sua base sociale contadina, che subisce l’oppressione causata dalla sussunzione formale del potere economico del capitale sulle comunità. Questo spiega perché Evo non abbia cambiato, durante tutti questi anni, l’identità del Movimento al Socialismo (MAS) come partito politico anticolonialista, antimperialista e anticapitalista.

Il caso di García è diverso. Uomo di classe media senza nessuna base sociale organica che lo controlli, deciso a diventare l’interlocutore ufficiale del settore imprenditoriale, convinto di quello che lui stesso ha definito “concezione patteggiata del potere”, ha iniziato ad agire in termini sempre più funzionali alla sicurezza giuridica richiesta dalle organizzazioni borghesi e dalle imprese multinazionali.

Nel 2007, con la nazionalizzazione degli idrocarburi già avvenuta [viii], il vicepresidente ha dato il via ad una nuova svolta pragmatica: il consolidamento dello Stato (con le nazionalizzazioni) non sarebbe più stato orientato alla costruzione di un modello volto a trasferire l’eccedente verso il settore sociale e comunitario dell’economia [ix]. Il nuovo orientamento prevedeva che lo Stato diventasse la forza trainante dello sviluppo di un “modello economico produttivo” ispirato ad alcune esperienze asiatiche (Corea del Sud, Giappone), nelle quali lo Stato assume il ruolo di regolamentazione interna e ampliamento delle opportunità negli affari e nei mercati di esportazione per gli imprenditori borghesi.

Vediamo ciò che Álvaro García affermava proprio nel 2007 in un’intervista rilasciata a Santa Cruz, città nella quale risiede la borghesia più potente della Bolivia:

“Succede che lo Stato è l’unico che può unire la società, è l’unico che assume la sintesi della volontà generale e che pianifica il quadro strategico ed è il primo vagone della locomotiva. Il secondo è rappresentato dall’investimento privato boliviano; il terzo è l’investimento estero; il quarto la micro-impresa; il quinto l’economia contadina e il sesto l’economia indigena. Questo è l’ordine strategico nel quale deve essere strutturata l’economia del paese”. [x]

Cominciavano così le lusinghe al grande investimento privato nazionale (borghese) e straniero (imprese transnazionali). Dove era rimasto il settore contadino? Al quinto posto. Dove le forme di produzione indigene? Al sesto posto. Dove le imprese operaie autogestite? Non le menziona nemmeno. Che fine hanno fatto le iniziative economiche collettive del settore sociale dell’economia, che non sono pubbliche-statali e neanche private-capitaliste? Non le ha mai prese in considerazione.

Questa era la formula della governabilità patteggiata con la borghesia: stabilità politica per il governo in cambio di certezza giuridica per i capitalisti. Inevitabilmente ciò ha modificato l’impostazione programmatica che il MAS aveva difeso nell’Assemblea Costituente del 2006-2008: il Modello Economico Sociale Comunitario. Questo modello prendeva come punto di partenza il consolidamento dello Stato attraverso nazionalizzazioni sempre più profonde in aree strategiche dell’economia. Ma ha avuto vigenza solo tra il 2006 e il 2008, quando sono state effettuate le nazionalizzazioni più importanti: quella degli idrocarburi, quella della principale impresa di telecomunicazioni, quella della miniera di Huanuni, quella di un’impresa metallurgica a Oruro, quella dell’impresa nazionale di energia elettrica. Fino a questo punto è arrivata la politica governativa, poiché in seguito hanno iniziato ad avere più peso gli interessi degli investitori nazionali e stranieri. Álvaro García lo ha ammesso nel 2010, quando durante una conferenza in Argentina ha affermato che:

 “Il paese sta progressivamente acquisendo le proprie risorse, frutto dei processi di recupero del gas e del petrolio, le telecomunicazioni e l’energia elettrica, cioè le 4 aree che abbiamo proceduto a nazionalizzare: gas, petrolio, energia elettrica, telecomunicazioni e parte dell’industria mineraria. Ci siamo fermati dopo questa prima spinta e sicuramente in seguito dovremo riprendere un nuovo impulso per progredire nelle altre aree che permettano allo Stato capacità di gestione, capacità di amministrazione e di investimento e fondamentalmente di distribuzione della ricchezza”. [xi]

Questo nuovo impulso non è mai arrivato. Gli accordi per una governabilità patteggiata lo hanno ostacolato in virtù di un discorso governativo secondo il quale: “non bisogna mandare segnali negativi all’investimento privato”.

In cambio di questa sicurezza giuridica sulle loro proprietà e investimenti, che avrebbe avuto l’effetto di ingiunzione sul modello economico da applicare negli anni successivi, la borghesia ha abbandonato la cospirazione politica alla fine del 2008 e ha iniziato a coordinare azioni economiche con il governo di Evo Morales. A suo modo, anche la borghesia è stata pragmatica: essendosi resa conto che avrebbe potuto continuare a realizzare buoni affari con un governo che non la rappresentava, ne ha accettato la convivenza. La collaborazione concordata è durata, da parte dei grandi capitalisti, il tempo necessario per evitare una nuova radicalizzazione governativa, preservando e incrementando durante quegli anni il proprio potere economico, fino alla decisione di sostenere, come classe sociale, il golpe fascista del novembre 2019.

Durante il governo di Evo Morales in Bolivia, è stato il suo vicepresidente Álvaro García il promotore più entusiasta e fautore dei patti con la borghesia, presentata niente meno che come “alleata” del processo di trasformazione. Quando si riuniva con i suoi rappresentanti parlava loro di certezza giuridica degli investimenti, del ruolo positivo che assumevano nell’economia nazionale, dell’importanza del loro modello capitalista imprenditoriale e di come il governo stesse appoggiando l’agenda padronale. Per dimostrare quanto detto, esporrò brevemente alcuni avvenimenti significativi:

Nell’ottobre del 2014 il vicepresidente ha partecipato nella città di Santa Cruz alla cerimonia per il 50esimo anniversario della Camera degli Agricoltori e Allevatori dell’Oriente. La CAO è l’organizzazione degli imprenditori agricoli ed allevatori che si dedicano alla monocoltura e all’esportazione di materie prime e che richiedono costantemente sovvenzioni, crediti, più terre e garanzie affinché non vengano espropriati i loro beni. García Linera ha proposto a questi borghesi agiati di estendere la proprietà agraria a un milione di ettari all’anno per favorire il settore agroindustriale, usando queste parole: “Faremo tutto ciò che sarà necessario, con leggi, norme amministrative, crediti. Fateci sapere che cosa vi occorre, vi aiuteremo con tutto ciò di cui avrete bisogno, oggi abbiamo i due terzi del congresso perciò non ci saranno impedimenti per raggiungere questo obiettivo. L’ampliamento delle terre destinate all’agricoltura è una priorità per il paese e voi siete i principali attori di questa strategia”. [xii]

Nel giugno del 2015 ha raggiunto la frontiera con il Cile, nel dipartimento del Potosi, vicino all’enorme miniera di San Cristobal, per dire agli investitori giapponesi della Sumitomo: “In questi ultimi giorni sono arrivate minacce che avrebbero staccato la corrente, che avrebbero occupato San Cristobal, il Governo non lo permetterà…voi fate un buon lavoro, continuate a fare bene il vostro lavoro”. [xiii] La multinazionale Sumitono sfrutta la più grande miniera di concentrati di zinco-argento e piombo-argento in Bolivia. Il suo contributo fiscale è sempre stato infimo in confronto agli utili milionari che ottiene, sia in territorio boliviano sia fuori dal paese, e nonostante ciò ha beneficiato della maggiore protezione da parte del Governo.

Nel marzo 2016, García è stato invitato all’insediamento del nuovo consiglio della Camera di Industria, Commerci e Servizi (CAINCO) presso la città di Santa Cruz. La CAINCO è l’ente borghese più potente della Bolivia. Vediamo il commento sull’insediamento fatto da un giornale boliviano: “Il vicepresidente Álvaro García Linera ha proposto ieri notte un’alleanza tra Stato e settore imprenditoriale per incoraggiare lo sviluppo dell’economia boliviana, in un momento in cui le sorti dell’economia mondiale non sono affatto confortanti. García Linera ha sostenuto che il Governo non sarà rivale né concorrente degli imprenditori, bensì un alleato per lo sviluppo economico.” [xiv]

Torno a ripeterlo: per tutti gli anni (2006-2019) della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, García è stato il principale ideologo della collaborazione con la borghesia per la crescita economica, ha conferito a questo collaborazionismo una forma teorica. L’ex vicepresidente non è un eterodosso, come gli piace definirsi, è un eclettico che si vanta di essere “aggiornato” e che prende in prestito concetti di autori europei come Negri, Bourdieu, Foucault, Harvey, Piketty e altri, adeguandoli ai suoi fini pratici, anche se nel farlo non rispetta la logica interna di questi concetti e li deforma.

Chiaro esempio di questo è la grossolana interpretazione del pensiero del teorico comunista italiano Antonio Gramsci. In occasione della XX riunione annuale del Foro di San Pablo dei partiti politici di sinistra e di centro-sinistra dell’America Latina tenutosi a La Paz, a Álvaro García è toccato pronunciare un discorso. In questa dissertazione, parlando di come si sarebbero dovuti comportare i governi progressisti in relazione ai “gruppi di potere economico”, si è inventato nientemeno che questa perla: “Come si costruisce l’egemonia? Non dimenticate: bisogna sommare Lenin a Gramsci. Occorre sconfiggere l’avversario, e questo è Lenin. E adesso Gramsci: si deve incorporare l’avversario, ma non in quanto avversario organizzato bensì in quanto avversario sconfitto”. [xv]

All’illustre marxista italiano non era mai venuto in mente che la borghesia sarebbe diventata alleata della rivoluzione proletaria. Ci sono numerosi scritti di Gramsci che lo confermano, citiamone uno: “Il criterio metodologico su cui si deve fondare l’esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante rispetto ai gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata; ed è dirigente dei gruppi affini o alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente ancor prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la conquista del potere); in seguito, quando esercita il potere e anche quando lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante, ma deve continuare ad essere anche dirigente”. [xvi]

Come si può notare, Álvaro García utilizzava Gramsci nel modo peggiore, per giustificare la sua visione collaborazionista con la borghesia. Secondo l’italiano, il proletariato organizzato deve cercare di diventare dirigente dei settori sociali affini o alleati, vale a dire i settori contadini e altri settori di lavoratori urbani per poi divenire, attraverso una rivoluzione, dominante rispetto alla borghesia. García l’ha reinterpretato dal punto di vista del suo gradualismo: la borghesia diventava affine e alleata, perciò occorreva integrarla in qualità di avversario sconfitto.

A causa di questo tipo di approccio si spiega la graduale perdita di credibilità di García tra le organizzazioni rivoluzionarie in Bolivia. Così anche tra le organizzazioni sindacali, che lo ricordano come promotore degli interessi padronali. Stessa cosa anche tra le organizzazioni contadine indigene, che lo incolpano degli errori commessi da Evo Morales. Per queste ragioni, il linerismo è oggi scomparso dalla Bolivia.

Non è dunque per la sua attuale importanza nella politica boliviana che mi interessa saldare i conti con l’ex-vicepresidente. In nessun modo. Ma per il ruolo avuto nel processo di cambiamento, Álvaro García Linera con le sue concezioni neocoloniali ha avuto la sua parte di responsabilità nell’impasse della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, che ha finito con l’essere uno dei motivi – certamente non l’unico – che hanno logorato il governo di Evo Morales fino alla sua caduta.

Non sto dicendo che García Linera sia il colpevole della caduta, sarebbe un eccesso inaccettabile e un’ingiustizia, considerato il fatto che ha contribuito anche positivamente. Dico che a causa dell’attuazione della concezione ideologica linerista, il processo boliviano non è andato oltre. É risaputo che nelle dinamiche sociopolitiche, così come nella vita, ciò che non va avanti, perde forza, finisce con l’impantanarsi e infine retrocede. E non è solamente una questione di correlazione tra le forze sociali, dato che anche questa correlazione si costruisce; è una questione di lotta tra concezioni ideologiche rivoluzionarie e non rivoluzionarie che finiscono, come nel caso della Bolivia, per indebolire alcune forze sociali e per preservare e incrementare il potere economico di altre.

É il momento di fare un bilancio di quanto successo in Bolivia. Un bilancio crudo, audace, frontale, incisivo, senza false modestie. Non sto proponendo che ci distraiamo con dibattiti interminabili tralasciando la lotta contro i golpisti, sarebbe assurdo. La resistenza in Bolivia non si fermerà e noi continueremo a correre rischi assieme a un popolo eroico, che si è nuovamente tramutato in quello che i nostri padri chiamavano i guerrieri dell’arcobaleno (wiphala). Non si tratta nemmeno di voltare pagina, come suggerisce qualcuno, se non impariamo dagli errori passati, domani inciamperemo nuovamente sullo stesso sasso.

Note dell’autore:

i Componente del “Colectivo de Estudios Comunitarios Larama” della città di El Alto, Bolivia. Questo articolo è frutto di una collaborazione collettiva.

ii Rivista La Prensa, intervista a Álvaro García, edizione del 30 agosto  2005. La Paz, Bolivia.

iii Dichiarazioni di Álvaro García a BBC.com. Dicembre 2005.

iv García, Álvaro. “El capitalismo andino – amazónico”. In Le Monde Diplomatique, gennaio 2006.

v García, Álvaro. “De demonios escondidos y momentos de revolución”. La Paz, 1991. Página 112.

vi García, Álvaro. “De demonios escondidos y momentos de revolución”. La Paz, 1991. Página 289.

vii Possiamo menzionare molti autori economisti che hanno preso parte al dibattito: André Gunder Frank, Vania Bambirra, Theotonio Dos Santos, Ruy Mauro Marini, Osvaldo Sunkel, Raúl Prebisch.

viii Il 1 maggio 2006, il governo di  Evo Morales ha nazionalizzato per decreto gli idrocarburi pur non espellendo le imprese nazionali che operavano nel paese.

ix  Alcuni tecnocrati che formavano parte del governo del MAS cercano di confondere dicendo che sono stati distribuiti trattori, che si è rafforzato il fondo indigeno e che si è aumentato il budget dei municipi rurali. Nonostante questo sia vero, si possono qualificare queste politiche solo come “fattori di redistribuzione” delle entrate, che non hanno cambiato affatto la matrice capitalista.

x Rivista El Deber, intervista a Álvaro García, edizione del 21 gennaio 2007. Santa Cruz, Bolivia.

xi García, Álvaro. Conferenza “Propiedad privada, propiedad pública y comunidad” presso  Universidad Popular Madres de Plaza de Mayo, Centro de Estudios Económico y Monitoreo de Políticas Públicas. Buenos Aires, 6 octubre 2010. Página 11.

xii Portal del periódico El Deber. Santa Cruz, Bolivia. 28 de octubre de 2014.

xiii Periódico La Razón digital. La Paz, Bolivia. 27 de marzo de 2015.

xiv Periódico Los Tiempos digital. Cochabamba, Bolivia. 18 de marzo de 2016.

xv Partecipazione  di Álvaro García alla XX Riunione del Foro di San Pablo. La Paz, Bolivia. 28 agosto 2014. Archivio video al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=M_GLRjNTzKg

xvi Antonio Gramsci. “El problema de la dirección política en la formación y el desarrollo de la nación y del Estado moderno en Italia”. In Antologia. Selezione, traduzione e note di Manuel Sacristán. Siglo XXI edizioni. Madrid, Spagna. Sedicesima edizione. 2007. [“Il problema della direzione politica nella formazione e lo sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia”. Il Risorgimento, Editori Riuniti, Roma 1996].

[1] Bandiera a sette colori delle popolazioni indigene della regione andina. Nel 2009 venne riconosciuta costituzionalmente come simbolo dello Stato boliviano (N.d.T.).

[2] Corrente politico-ideologica radicale nata in Bolivia nella seconda metà del XX secolo per la liberazione delle popolazioni indigene (N.d.T).

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