8 libri per l’estate e oltre

8 libri estate 2014

Nel boschetto della mia fantasia ci sono 8 storie che s’incrociano meravigliosamente e altrettanti libri che vorrei consigliare. E’ una specie di percorso di lettura a ostacoli ma anche godereccio. Le Sultane (Elliot edizioni) della scrittrice Marilù Oliva sono tre bolognesi over 70 e si chiamano Wilma, Mafalda e Nunzia. Non ballano la salsa come la Guerrera, protagonista della precedente trilogia noir di Marilù, ma, secondo me, starebbero bene a passeggiare per le Avenidas di Montevideo accanto a José “Pepe” Mújica. L’ex guerrigliero, attuale presidente dell’Uruguay, è raccontato come mai prima da un saggio dei giornalisti Nadia Angelucci e Gianni Tarquini, edito da Nova Delphi. Il Presidente Impossible ha una prefazione di Erri De Luca e lotta gomito a gomito con Juri Di Molfetta…

Cioè con l’autore che ha scritto Oggi tocca a me. Una guerra per bande (Eris Ed.), un romanzo ambientato in Val di Susa e impreziosito dalla prefazione di Luca Abbà (No Tav) e le splendide illustrazioni di Erika Bertoli. Parlando di storie, lotte e narrativa il filo rosso porta all’accecante Sole dell’Avvenire di Valerio Evangelisti (Mondadori), romanzo storico, epico e imprescindibile uscito a fine 2013. In attesa del seguito che sarà in libreria tra qualche mese penso sia valido associare le vicende romagnole di fine ’800 in esso narrate ad alcune lotte odierne, per esempio quella dei facchini a Bologna. Il loro sciopero è al centro di un libro-inchiesta di Fulvio Massarelli, Scarichiamo i Padroni, edito da Agenzia X di Milano e basato sulle voci in presa diretta dei lavoratori e dei militanti del Crash di Bologna oltre che su una serie di “Documenti della lotta nel settore della logistica 2013-2014 a Bologna” riportato in appendice.

E infine Messico. Agenzia X ha da poco pubblicato 20zln. Vent’anni di zapatismo e liberazione, raccolta di testi sinceri e militanti “abajo y a la izquierda”, a cura di Andrea Cegna e Alberto “Abo” di Monte. Ho divorato le sue pagine che ripercorrono la storia recente dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) attraverso lo sguardo dei movimenti e collettivi italiani, messicani e globali che hanno accompagnato negli ultimi 20 anni la lotta zapatista dalla Selva Lacandona del Chiapas fino a Città del Messico e ai vari Sud e Nord della Terra. E’ il primo libro in Italia che racconta a fondo l’esperienza delle Escuelitas Zapatistas del 2013-2014, un esperimento collettivo di trasmissione delle pratiche e dei saperi in territorio zapatista che ha coinvolto oltre 6mila attivisti di tutto il mondo. Ma per capire più a fondo la storia dell’EZLN e degli indigeni del Chiapas è necessario approfondire e senza dubbio il testo migliore per farlo è Siamo Ancora Qui di Alessandro Ammetto, edito da Red Star Press.

E’ “Una storia indigena del Chiapas e dell’EZLN” che spiega a fondo il Messico, la sua politica e la sua storia, e si concentra sugli ultimi trent’anni, anche se fa incursioni doverose sulle epoche  della dominazione spagnola e del Messico indipendente dopo il 1821. Un saggio e un racconto vissuto in prima persona dall’autore, soprattutto nelle parti più attuali che descrivono tutte le fasi e le evoluzioni nella costruzione dell’autonomia zapatista. Dulcis in fundo, resto in Messico, per la precisione a Mahahual, dove Pino Cacucci, reduce dalla Seconda Edizione Festival Cruzando Fronteras sulle spiagge dei Caraibi ci porta più a sud di Tulum e poco a nord del confine col Belize. A un’ora di macchina da Chetumal e dalla splendida laguna Bacalar, Pino ci racconta le storie dei personaggi dimenticati dello Yucatan con Mahahual. Un paraíso no reciclable. Historias, leyendas, anécdotas de Quintana Roo (Mahahual. Un paradiso non riciclabile. Storie, leggende, aneddoti del Quintana Roo, stato occidentale della penisola dello Yucatan, da Cancún a Chetumal e al Belize). Il romanzo è edito in Messico dalla Fundación Mahahual e in Italia da Feltrinelli.

 

#Ataf #Firenze e le multe facili

ataf firenze

Anche quest’anno faccio ritorno all’Italia estiva dal profondo Messico. Come spesso accade, le disavventure e le curiosità di questi che amo chiamare “viaggi di rimpatrio”, oppure “rientri flash al paesello”, finiscono su questo blog e documentano la visione di un italiano all’estero, un po’ straniero e un po’ stranito, sulle vicende dell’(ex?) Bel Paese. Vedi per esempio la questione “bagni pubblici in stazione”, un tormentone lamentoso degli anni addietro. Tra le varie di quest’anno, invece, la vincitrice è senz’altro “l’affaire Ataf – Firenze”, cioè (sottotitolo): le multe facili e l’azienda dei trasporti. Irriducibili.

In pratica: c’hanno fatto la multa. Chiaro è che tale provvedimento di per sé non giustificherebbe un post, anzi. Non mi permetterei di pubblicare “sfoghi personali” in questo spazio, ma la questione è strutturale. Basta vedere articoli e lamentele precedenti nelle cronache di Firenze oppure leggere qualche commento ai fatti di cui si parla. E’ normale che si facciano le multe e che queste si paghino. Certo che se la sanzione viene a colpire persone evidentemente (Cetto La Qualunque direbbe “dimostratamente”) in buona fede, un mamma con la bimba di sei mesi e il suo accompagnatore (il sottoscritto), entrambi carichi di valigie e comunque dotati di documento di viaggio, allora la situazione cambia. Perché mai?

Perché le multe facili e coatte, note popolarmente come “zitto e paga se no ti porto dalla polizia”, dei controllori e certe condotte ostili, tra l’intollerante e il grezzo, non sarebbero gradite da nessuno e nemmeno le beffe. Se una persona sale su un bus fiorentino, striscia due volte una carta prepagata su un sensore elettronico che per due volte (altrettante!) fa proprio un bel BIP e conferma l’avvenuta convalida del “titolo”, cioè del biglietto o della carta prepagata (come in questo caso che racconto), non è certo un delinquente. E’ uno che pensa legittimamente di aver pagato per due persone. E questo vale soprattutto se: (a) non vi sono altre indicazioni sull’uso della Carta sul mezzo o sulla carta stessa e (2) ancora di più vale se sul sito web della compagnia c’è scritto che convalidare così quella Carta è valido.

A questo link c’era l’informazione fino a pochi giorni fa, ma è stata prontamente eliminata non appena sono usciti gli articoli di denuncia e i comunicati stampa della mamma multata e del suo accompagnatore. Le scuse o i chiarimenti a noi, che abbiamo dovuto pagare immediatamente 50 euro di multa restando praticamente senza cash, non sono ancora arrivate. 50 euro così equamente divisi: 40 euro di sanzione e 10 euro (il 25%!) per “spese di procedimento”. Ma che spese di procedimento ci sono se è previsto il pagamento immediato “nelle mani del verificatore” (cosiddetto)? Misteri della burocrazia.

Comunque la storia è paradossale. Come paradossale è sentire per mezz’ora due funzionari multanti o verificatori che ti vogliono spiegare che in Italia e a Firenze le cose sono cambiate, le regole ora si rispettano, che in fondo loro sono quasi dei poliziotti e che la compagnia adesso è privata e via dicendo. Ergo, si deve fare la multa. Come se non avessimo rispettato le regole o non fossimo protagonisti di un chiaro malinteso. Ma tant’è.

Non riporto tutto qui. Ne parlano nei dettagli il portale News Nove Firenze nell’articolo “Ataf, la Carta non segna la corsa, controllori non sentono ragioni” e Firenze Today col pezzo “Ataf, Carta agile non timbra per due, controllori non tollerano l’errore”. E comunque l’Ataf di Firenze non è nuova alle polemiche (Vedi Link). Ecco il comunicato stampa che riassume i fatti:

Viaggio paradossale di una mamma e di un amico che vive in Messico da 12 anni ieri sulla linea del 23 a Firenze. I due adulti, con la piccola di sei mesi della donna, hanno scelto i mezzi pubblici perché meno cari e più sicuri per andare alla stazione, ma sono stati puniti dalla miopia dei controllori ATAF, che per l’ennesima volta si sono mostrati più interessati a riscuotere subito la multa in denaro che di informare i cittadini sui loro diritti, fino a minacciare di portarli alla polizia.

Salgono sul bus carichi di valigie e passeggino, passano la “carta agile” due volte (una per ciascuno) e proseguono il viaggio alla volta della stazione di Santa Maria Novella dove fra poco parte il loro treno per Milano. La carta agile è indicata come carnet: una serie di titoli di viaggio liberamente utilizzabili e non nominativi.

Ma i controllori che salgono poco dopo, mostrando finta comprensione della loro buona fede, li dichiarano colpevoli di aver vidimato un solo biglietto e insistono per il pagamento immediato della sanzione, senza informarli sulle possibilità di contestazioni o accettare il pagamento via SMS per il secondo passeggero. Ma c’è di più: si dichiarano addirittura offesi che uno di loro, abitante di Città del Messico da oltre un decennio, si dichiari sprovvisto di carta di identità italianafino ad arrivare alle minacce di condurli alla polizia ferroviaria. La donna, pressata su ogni fronte e in situazione di oggettiva ansia e difficoltà, sull’orlo del pianto, paga la sanzione. Ma non finisce qui.

Santa Muerte Patrona a 1943 m.s.l.m. (Rifugio Chaligne Aosta)

Rifugio Chaligne

SantaMuertePatrona_copertinamezzaSanta Muerte Patrona dell’Umanità arriva al Rifugio Chaligne (Aosta) e vola a 1943 metri sul livello del mare. Partecipano Fabrizio Lorusso e Simone Scaffidi L. – Un grazie a End Edizioni, al Rifugio Chaligne e all’iniziativa Leggere in vetta (link).

Segnalo anche gli appuntamenti delle settimana con End Edizioni:

- giovedì 17 luglio alle ore 17 presentazione del romanzo “CODA DI RONDINE” di Laura Costa Damarco a COGNE per la rassegna “Vivere la piazza. L’angolo della letteratura”
- venerdì 18 luglio alle ore 17 presentazione di “L’ARTE E’ UN GIOCO. FRANCO BALAN E I BAMBINI” a LA THUILE, piazzetta Planibel

- sempre venerdì 18 alle ore 21 presentazione di “MIGRANDO” di Giulio Gasperini a La Batise Hostel di BIONAZ

sabato 19 luglio siamo al Rifugio Chaligne con “LEGGERE IN VETTA” e facciamo compagnia a Fabrizio Lorusso che presenta “Santa Muerte Patrona dell’Umanità

- domenica 20 luglio dalle ore 10 siamo presenti con “LEGGERE IN VETTA” alla manifestazione “I GIARDINI DI EMERGENCY” al castello Tour de Villa a GRESSAN

 

Pagina Facebook End Edizioni.

Iniziativa Leggere in Vetta. Piccoli editori itineranti.

Rifugio Chaligne Link.

Santa Muerte Patrona a Bologna. Libreria Trame, 12 Luglio Ore 12

SantaMuertePatrona_copertinamezzaQUANDO: Sabato 12 Luglio alle 12

DOVE:
alla libreria Trame in via Goito 3/C a Bologna

COSA
: presentazione + aperitivo del libro di Fabrizio Lorusso “Santa Muerte Patrona dell’Umanità” (Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri, 2013).

CHI:
l’autore ne parlerà con la scrittrice Marilù Oliva.

“Santa Muerte”
è un libro sul Messico e sul culto alla Santa popolare più controversa, amata e perseguitata degli ultimi anni nelle Americhe e nel mondo. La Muerte scheletrica, con la sua falce e il mondo tra le mani, è la vera patrona dell’umanità ed in Messico è già santa, nonostante la Chiesa la combatta strenuamente. Questo libro è  un saggio, un diario di viaggio e un testo di giornalismo narrativo. Ci spiega le origini della devozione, la storia e i significati di quest’icona messicana che è diventata globale nell’ultimo decennio e che ormai ha 10 milioni di fedeli.
OLYMPUS DIGITAL CAMERAFabrizio Lorusso vive a Città del Messico da oltre 12 anni e fa il giornalista free lance per media italiani e messicani, il traduttore e l’insegnante. Ha studiato un master e un dottorato di ricerca in Studi Latino Americani, è redattore della rivista web CarmillaOnLine e autore del libro reportage “Le macerie di Haiti”, scritto con la giornalista Romina Vinci. Attualmente lavora a un nuovo libro: NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga. Ha partecipato con il racconto “Mia” alla collettanea “Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio” a cura di Marilù Oliva. In Messico ha pubblicato una raccolta di poesie in spagnolo che si chiama Memorias del mañana.
Marilù Oliva vive a Bologna e insegna lettere alle superiori. Ha scritto cinque romanzi, di cui tre dedicati al personaggio della Guerrera: “¡Tú la pagarás!” (Elliot, 2011), finalista al Premio Scerbanenco, “Fuego” (Elliot, 2011) e “Mala Suerte” (Elliot, 2012), gli ultimi due vincitori del Premio Karibe Urbano per la diffusione della cultura latino-americana in Italia. L’ultimo romanzo è “Le Sultane”, appena uscito per Elliot. Ha scritto un saggio su Gabriel García Márquez, “Cent’anni di Márquez. Cent’anni di mondo” (CLUEB, 2010). Collabora con diverse riviste letterarie, tra cui Carmilla, Thriller Magazine, L’Unità online.
Blog Santa Muerte Patrona (LINK)
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Santa Muerte Patrona + Fante di Cuori a Milano mercoledì 2 luglio

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Il 2 luglio all’imbrunire nello splendido Campo Sportivo RCS della zona Gallaretese/Bonola a Milano faremo una doppia presentazione dei libri Santa Muerte Patrona dell’Umanità di Fabrizio Lorusso (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2013) e Fante di Cuori di Daniele Pinardi (Robin Ed., 2014). Ringraziamenti dal Messico a Milano per lo staff del Circolo CorSera e gli ospiti che ci accompagneranno: Andrea Nicastro, inviato esteri del Corriere, il regista Paolo Darra e lo scrittore Rino Gualtieri. Prima e dopo la presentazione: menù popular.

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Roberto Saviano: el triple cero del narco neoliberal

[de Fabrizio Lorusso - Jornada Semanal - Nota: en La Jornada Semanal el artículo aparece con una foto, la segunda de arriba hacia abajo, que representa una escrita mural que no es de la Camorra, como se dice en la nota, y no fue escogida por el autor] Cocaína es música. “Cocaine” es un clásico de J.J. Cale, rockero estadunidense fallecido el año pasado. En 1977, Eric Clapton hizo uncover de la canción y la puso en la historia. “La coca no miente/ si quieres caerte en el piso/ cocaína”, decía. Cocaína es literatura. Esta nieve tan codiciada es el tema de Cero cero cero: cómo la cocaína gobierna el mundo, el libro más reciente del periodista italiano Roberto Saviano, autor del bestseller Gomorra en 2006. Su primera novela-reportaje emergió de las entrañas del sur de Italia, revelando negocios y vivencias de la mafia de Nápoles, la camorra. El cineasta Matteo Garrone filmó la película Gomorra en 2008, el libro fue publicado en decenas de países y Saviano obtuvo una fama inesperada. El precio que paga por ella es vivir con escolta por las amenazas de lacamorra puesta al desnudo por el escritor.

En la portada del nuevo libro, sobre un fondo negro, brillan tres líneas de cocaína, el petróleo blanco. El triple cero del título, 000, describe la harina de la mejor calidad para hacer la pasta y, entonces, la coca no sólo es una planta, una droga, música o literatura, sino que ya es “la pasta del mundo”, masa del capitalismo global. “Mira la cocaína: verás polvo. Mira a través de la cocaína: verás el mundo”, dice Saviano.

La coca, hoja verde, va pariendo cocaína, riqueza y plusvalía. Hoy en día, los cárteles del narcotráfico son más parecidos a multinacionales que a las mafias de antaño, idealizadas por películas como CaracortadaBuenos muchachosEl PadrinoCarlito’s WayDonnie Brasco y demás. Los narcomenudistas pueden asimilarse a pequeños comerciantes, exentos de impuestos estatales. Sus jefes se asemejan cada vez más a empresarios que controlan redes locales y eslabones productivos.

La diferencia con otros comercios es esencial: la cocaína es ilegal, son ilícitas su producción, distribución y consumo. La hoja de coca sólo se cultiva en cuatro países del mundo: Colombia, Ecuador, Bolivia y Perú. Ecuador es marginal. Colombia ha perdido su tradicional hegemonía a favor de Perú. Las 53 mil hectáreas de cultivos peruanos, en 2010, daban 325 toneladas de cocaína pura, sesenta más que las 100 mil hectáreas sembradas en Colombia. Para 2012, las hectáreas colombianas disminuyeron el cincuenta por ciento y Perú alcanzó las 60 mil.

La cocaína genera flujos monetarios globales que pocos negocios pueden presumir. Los ingresos producidos por la coca, convertida en estimulante para 300 millones de consumidores, entran al sistema legal y se “lavan” o “reciclan”, como dicen en Italia. Pero en México se centra la narración de 000, misma que pasa también por los Andes, Estados Unidos, Ucrania, Rusia, África, Australia y Asia. Las mafias son mundiales. El valor de la blancala falopaelpolvo, se incrementa exponencialmente a lo largo de la cadena de producción y distribución: entre el campesino de los Andes, la “mula” que ingiere y transporta, el jefe de plaza, el clasemediero parisino y el magnate ruso hay diferencias de precios que explican las plusvalías de la coca en su ruta hacia la nariz.

Cifra blanca, roja y negra

La ilegalidad de la marihuana, la heroína y las anfetaminas, definida por normas prohibicionistas, sumerge los tráficos en la clandestinidad y otorga beneficios extra a los amos del mercado, los más eficientes y violentos. La violencia es implícita en este tipo de negocio, pues no hay estado de derecho ni contratos, sólo hábiles relaciones de confianza, miedo y poder.

Un periquito o escopetazo de un gramo cuesta tres dólares en Cali y seis en Argentina, al menudeo, pero vale hasta treinta dólares en México y 120 en Estados Unidos. Según la Oficina de las Naciones Unidas contra la Droga y el Delito, un gramo cuesta cien dólares en Italia y doce en Brasil. Los países más caros son Nueva Zelanda y Australia, con 311 y 285 dólares, respectivamente. Sin embargo, experimentan un boom en su demanda.

Las reglas del negocio no coinciden con las de la economía formal, pero tienen semejanzas. Precios, cantidades, retribuciones, ventas, negociaciones y logísticas siguen mecanismos de mercado y, asimismo, hay una reinversión productiva de utilidades. Estas prácticas conviven con la violencia, con estrategias mediáticas de terror y la interacción corrupta con el conjunto político-burocrático-policial. Además, hay sinergias con otros negocios ilícitos (armas, trata de personas, secuestros, extorsiones, piratería, robo, lavado, etcétera) que diversifican el negocio.

El mercado europeo de la cocaína está creciendo, procedente sobre todo de Perú y Bolivia; de acuerdo con la ONU, este mercado vale más de 33 mil millones de dólares y contiende por el primer lugar junto al estadunidense. A su vez, éste representa treinta y seis por ciento del total mundial y es surtido en un noventa y cinco por ciento por la exportación colombiana que pasa por intermediarios mexicanos. En este sentido, México ya es el centro del mundo.

La obra de periodismo narrativo de Saviano cuenta sobre narcos mexicanos y colombianos, rusos e italianos. Aunque en México se conocen muchas de esas historias, Saviano las inserta en un contexto más amplio, en un cuadro multinacional y de redes que evoluciona entre generaciones y territorios: de Pablo Escobar y los hermanos Rodríguez Orejuela a Don Neto, Caro Quintero y Totò Riina, del ChapoGuzmán, Amado Carrillo y El Mayo Zambada al Lazcala Reina del Pacífico y Bernardo Provenzano, de Medellín, Palermo, Moscú y Cali a Juárez, Tijuana y Sinaloa.

En México, la narcoguerra que Calderón heredó a Peña Nieto dejó un mapa criminal más fragmentado en el cual, sin embargo, predominan dos grandes grupos delictivos: el cártel de Sinaloa del lado occidental y los zetas en el corredor Guatemala-Golfo-Noreste, pese a las ejecuciones y detenciones de jefes como Heriberto Lazcano, el Z-40 o el Chapo.

En solamente siete años, el aumento de la demanda internacional de drogas, las guerras entre cárteles, el deterioro del tejido social y de la economía del país, así como la ineficiencia del sistema penal y judicial, han abierto espacios para el nacimiento y, en ciertos casos, la rápida extinción de nuevos cártelesJalisco Nueva GeneraciónMata-ZetasIndependiente de AcapulcoFamiliaTemplarios,Mano con ojosLa resistencia o el Pacífico sur, son las siglas del miedo y los representantes temporales de la muerte. El “efecto cucaracha” desatado por la represión calderonista y el continuismo peñista están a la vista.

Estado que abdica, narcoindustria que prospera

Frente a la abdicación del Estado, los pueblos de México toman las armas para integrar grupos de autodefensa y policías comunitarias, sobre todo en los estados más abandonados y conflictivos de la República como Michoacán, Chiapas, Guerrero y Oaxaca. Los más de 100 mil muertos, 25 mil desaparecidos y 200 mil desplazados del calderonismo son las cifras del fracaso. La situación que vive Michoacán, con la irrupción de las autodefensas que han controlado unos cuarenta municipios en la entidad en su lucha contra los Caballeros templarios, es sintomática.

En abril de 2013, el titular de dicha dependencia pintaba un país presuntamente más seguro, con una baja del diecisiete por ciento en los homicidios ligados a la delincuencia organizada y un veinticinco por ciento menos de denuncias de secuestros, pero la realidad es otra. El Consejo Ciudadano para la Seguridad Pública y la Justicia Penal denunció el aumento de los secuestros en 2013, aun sin considerar todos aquellos plagios que no se denuncian y los secuestros de migrantes, que llegan a ser 23 mil al año. La alarma de la ONG es preocupante y está en línea con la denuncia del semanario Zeta que, cruzando datos de fuentes oficiales para contrastar el relato gubernativo, calculó 13 mil 775 ejecuciones vinculadas al crimen organizado en los primeros ocho meses de gobierno. Para diciembre, la cifra rozaría los 17 mil.Con todo ello, aún no hay señales de que la estrategia haya cambiado, más allá de las cortinas de humo levantadas por el gobierno y los medios. Los anuncios, a veces confusos, sobre la creación de la gendarmería, y el arranque de la Agencia de Investigación Criminal de la PGR, no han tenido consecuencias significativas y han primado el silencio y la desinformación. Las fuerzas armadas siguen en sus operativos como en el sexenio anterior y la mayor parte de la prensa se alejó de los temas de (in)seguridad. El gigantismo burocrático y el caos administrativo afectan Gobernación, desde que la dependencia de Osorio Chong absorbió la extinta ssp y sus tareas de seguridad.

En octubre del año pasado, la directora de Seguridad de la OEA, Paulina Duarte, remarcó la “amenaza para la estabilidad y la calidad de las democracias”, representada por el crimen organizado en América Latina, pues “se evidencia lo vulnerable que son las instituciones y la incapacidad del Estado para mitigarlo”. Según Duarte, no es un simple problema de presencia armada, sino económico y político, ya que los cárteles dominan territorios y asumen tareas de autoridad fiscal y policial dentro de una economía ilícita.

En efecto, una hectárea de coca rinde hasta quince veces más que una de café al campesino colombiano promedio. Y más arriba en la cadena los rendimientos se disparan más. En este milenio, los cárteles mexicanos arrebataron la rebanada más sabrosa del pastel a los colombianos, crearon un contra-Estado en sus territorios, siendo ahora intermediarios y distribuidores. Expandieron la producción de lo que se pudo: México ocupa el segundo lugar mundial en el cultivo de amapola, detrás de Afganistán, y el primero del hemisferio en metanfetaminas y drogas sintéticas. La mota mexicana ha surtido el mercado estadunidense desde los años sesenta y la extensión de sus sembradíos se ha mantenido arriba de las diez mil hectáreas.

México y Venezuela, países de tránsito hacia Estados Unidos y Europa, han vivido una escalada de violencia, así como Brasil, país de destino y tránsito a la vez. Sus tasas de homicidio cada 100 mil habitantes son de 23, 56 y 22 respectivamente, las más altas de la región a exclusión de Centroamérica (41) y Colombia (30). El consumo de coca tiene niveles de prevalencia mayores en Argentina o en Chile que en Estados Unidos, y hay más de 7.5 millones personas en Sudamérica que consumen el diecinueve por ciento de la cocaína del mundo. En el Cono Sur están las salidas principales para el otro lado del charco. La cocaína pasa por África vía tierra o circunnavega el continente y llega por el Canal de Suez.

La cruzada antidrogas de Estados Unidos, orientada a la oferta más que a la demanda, tuvo su primer auge en los ochenta con Ronald Rambo Reagan. Revivió en los noventa con Clinton y el Plan Colombia. Siguió con Bush Jr., Obama y el Plan Mérida, y hoy es la excusa central para su injerencia hacia el sur. Los resultados más notorios son que las drogas siguen fluyendo al norte, las víctimas de las guerras quedan al sur del Río Bravo y las prisiones estadunidenses se llenan de presos por crímenes contra la salud, sumando el veinticinco por ciento de la población carcelaria mundial.

Quizá algo se mueva. Los estados de Colorado y Washington, así como Uruguay, legalizaron el uso recreativo de la marihuana, substancia líder en los consumos globales. El cannabis provoca menos daños que el tabaco o el alcohol. Estos experimentos, novedosos en América, son prometedores en el largo camino contra la hipocresía.

Poco se ha hecho contra el corazón económico de los cárteles: faltan esos “controles” patrimoniales, de los que habla Edgardo Buscaglia, contra el lavado de dinero, las relaciones con el sistema financiero estadunidense que, incluso, pudo mantenerse a flote en la crisis de 2008 también gracias a la presencia de capitales de dudosa procedencia, según dice el mismo Saviano. Una operación imponente se instrumentó con la campaña financiera mundial contra Al Qaeda, concertada por Estados Unidos y sus aliados después del 11-S, pero no fue lo mismo con la supuesta “amenaza a la seguridad nacional” y global de las drogas, sus empresas y mafias.

En otros países de América, a las altisonantes declaraciones de guerra y mano dura de los mandatarios no han correspondido resultados aceptables y se abre paso a la opción antiprohibicionista, pues los esfuerzos de inteligencia mermaron; tampoco cambiaron significativamente el lavado de dinero y la violencia. Más bien hubo connivencia, corrupción y laissez faire: un neoliberalismo exacerbado hasta en el ámbito criminal.

#Hackmeeting 2014 a #Bologna #XM24

di Jacopo Anderlini

hackmeeting logo[Questo articolo è stato pubblicato sul numero 119 della rivista Germinal]

Il prossimo 27, 28 e 29 giugno, a Bologna presso lo Spazio Sociale Autogestito XM24, via Fioravanti 24, si terrà la diciassettesima edizione dell’Hackmeeting: una tre giorni che dal 1998 unisce e mette in relazione i vari soggetti che animano il mondo delle controculture digitali. Certo, non basta questa scarna definizione a dare conto della composizione che caratterizza, e ha caratterizzato, l’evento e l’importanza che questo ha significato, e significa, per i movimenti sociali e controculturali. L’Hackmeeting non è solo l’espressione di diverse soggettività ed esperienze, ma ha allo stesso tempo creato e formato una comunità – ibrida, mutevole, molteplice, anche contraddittoria – che ha attraversato e composto – e continua a farlo – tempi e spazi dei movimenti sociali. Una rete di relazioni e interazioni che ha visto nascere progetti fondamentali come Autistici & Inventati (A/I), collettivo che si colloca nell’intersezione tra hacking e attivismo politico fornendo strumenti e conoscenze orientati alla condivisione, alla tutela della privacy e dei diritti digitali, all’autonomia e alla libertà nelle comunicazioni telematiche.

In un motto, che era quello di Primo Moroni e che è stato fatto proprio dal collettivo, “Socializzare saperi, senza fondare poteri”. E in effetti proprio dalle pagine del libro che A/I ha pubblicato sui suoi dieci anni, +kaos, Agenzia X, Milano, 2012, emerge da diverse voci come l’Hackmeeting sia stato il brodo di coltura, il terreno fertile in cui esperienze diverse si sono intrecciate e contaminate confluendo in progetti esistenti o facendone emergere di nuovi.

Le origini – ECN

Per riuscire a restituire il senso e la portata di ciò che è stato ed è Hackmeeting, non solo per la cultura hacker ma anche per i movimenti sociali in Italia, occorre raccontare come è nata questa esperienza e descrivere in quale contesto si è formata. Una delle realtà – o per meglio dire, reti – che ha più contribuito alla nascita di Hackmeeting nel 1998 è sicuramente ECN – European Counter Network.

ECN è una rete di controinformazione che emerge dieci anni prima dall’esigenza di diversi spazi sociali europei di comunicare ed interagire oltre le forme tradizionali. In Italia questo percorso vede la partecipazione di diverse radio di movimento – Radio Ondarossa, Radio Onda d’urto, Radio Blackout, Radio Sherwood e altre -, di centri di documentazione e/o librerie alternative e di spazi sociali di Bologna, Padova, Milano, Firenze, Brescia, Roma, Torino.

L’obiettivo è mettere in relazione le forme di comunicazione “tradizionali” con i nuovi mondi digitali e le possibilità che questi offrono.

Nei primi anni ‘90 ECN dà vita ad una rete BBS di movimento per scambiare informazioni e dati tra i vari nodi sparsi per l’Italia. Le BBS (Bulletin Board System) si possono considerare dei server con forum, divisi per aree tematiche, in cui è possibile discutere ma anche scambiarsi dati e files. Si creano le prime corrispondenze internazionali per via telematica, con altri spazi in Europa ma anche in Sud America. Le radio di movimento utilizzano questo strumento per aggiornamenti in diretta da altre città, approfondimenti e per scambiare contenuti tra loro. La mole di informazioni raccolte e veicolate dalla BBS di ECN dà vita ad un bollettino periodico cartaceo pubblicato dal gruppo di Bologna e diffuso in tutta Italia.

Negli anni successivi ECN si evolve e continua con rinnovato impegno a sviluppare progetti sempre più basati sulla comunicazione digitale e in particolare sulla diffusione – dalla prima metà degli anni ’90 – di Internet e del World Wide Web. In particolare, nel 1996 viene creata Isole nella Rete, la prima esperienza in Italia a fornire spazi web, email e servizi di rete ai centri sociali e alle realtà antagoniste attraverso la gestione diretta di un server di movimento. All’interno dello stesso progetto inoltre viene creato un portale di controinformazione diviso per aree tematiche.

In questo periodo quindi le contaminazioni e le interazioni tra spazi sociali e nuove tecnologie si moltiplicano e si sviluppano inoltre rapporti con i gruppi artistici cyberpunk, attivi soprattutto a Milano. È questo lo scenario che caratterizza la nascita e realizzazione del primo Hackmeeting in Italia.

Il primo Hackmeeting

«Era il 1998. In lista ECN si discuteva di come in Olanda con “Access for all” e in Germania con il “Chaos Computer Club” fossero stati realizzati dei campeggi hacker. Decidemmo allora di coinvolgere Strano Network e di proporre ai compagni dei CPA [storico centro sociale fiorentino] l’organizzazione di un evento analogo. Quello che poi sarebbe diventato l’Hackmeeting.» (Ferry Byte)

L’idea di Hackmeeting nasce così, in una discussione sulla mailing-list di ECN che riuniva i compagni della rete di diverse città. A Firenze, l’idea coglie subito l’entusiasmo di Strano Network, gruppo di comunicazione antagonista che, assieme a ECN, propone l’evento al CPA. All’inizio c’è un po’ di diffidenza da parte dello spazio rispetto alla tematica, ma dopo qualche tempo si decide la realizzazione di Hackmeeting per il giugno del 1998.

Vengono predisposti gli spazi del Centro sociale secondo uno schema che verrà mantenuto – e arricchito – negli anni: un dormitorio, che all’interno del CPA viene predisposto ai piani alti, e diverse sale per seminari, workshop, laboratori. Il CPA viene “connesso ad internet” e si effettua la cablatura di tutti gli spazi all’interno:

«Io e una compagna siamo stati ore solo a smatassare i fili di rame per cablare il centro.» (Ferry Byte)

Con l’avvicinarsi della tre giorni, da parte dell’amministrazione comunale cresce la paura per “attacchi hacker” alla propria rete dal momento che il CPA in quel periodo lotta per evitare lo sgombero e si trova a contrapporsi più volte con il Comune. Il timore è tale che per tutta la durata dell’evento, la rete di server del Comune viene messa offline per precauzione.

Di ben altro tipo, improntati alla socialità e alla condivisione, saranno i rapporti tra Hackmeeting e il quartiere e in generale la città.

Si svolge quindi l’evento il 5, 6 e 7 giugno con una grandissima partecipazione:

«la cosa sorprendente è la quantità di persone che vengono. In qualche modo c’è rappresentato tutto lo spettro, tutte le sfumature, del mondo legato alle nuove tecnologie che emergeva allora.» (Ferry Byte)

Un contesto eterogeneo in cui vengono realizzati molti seminari e laboratori – alcuni ideati durante lo stesso svolgimento dell’Hackmeeting – in particolare sulla crittografia e la sicurezza digitale. Viene presentato kryptonite, un testo fondamentale per la cultura hacker italiana.

Importante anche la presenza di partecipanti internazionali, come gli spagnoli di nodo50,collettivo hacker e di controinformazione attivo ancora oggi, e gli olandesi di Xs4all.

Temi importanti come la sicurezza delle comunicazioni in rete vengono affrontati in maniera diretta come ricorda in un aneddoto Ferry Byte:

«Un compagno di nodo50 si divertiva ad andare in giro a consegnare dei bigliettini agli altri partecipanti con scritta la password della loro email o di altri loro account. Una sorta di “terapia d’urto” per sollecitarli ad avere una maggiore coscienza dei propri dati.»

L’Hackmeeting è anche questo: un modo di affrontare le innovazioni tecnologiche e ciò che esse comportano con puntualità e allo stesso tempo in maniera non convenzionale, inventando continuamente nuove forme di comunicare assieme. Una sperimentazione costante che caratterizza tutta l’iniziativa e che porta alla creazione, tra le altre cose, di una radio e una tv pirata che trasmettono in tutto il quartiere Firenze Sud.

Con questo primo Hackmeeting nasce quindi non solo un incontro annuale che continua a svolgersi ancora oggi, ma si forma una comunità che influenzerà grandemente i movimenti sociali e il loro rapporto con le nuove tecnologie. Da questa esperienza prendono forma gli hacklab, laboratori comunitari di hacking che andranno a diffondersi in tutta Italia, e diversi collettivi come il già ricordato A/I.

Quello che emerge da questo primo Hackmeeting è la volontà di scambiarsi conoscenze a vari livelli di socialità e di contaminazione. Negli anni questo percorso ha visto cambiamenti ed evoluzioni: «A quei tempi c’era molta più voglia di stare sul piano sociale della comunicazione e ora invece mi sembra che ci sia una tendenza a fare le cose in maniera eccessivamente autoreferenziale. Una volta era più presente la prospettiva sociale. Spero che si ritorni un po’ a questo spirito, vedo troppa autoreferenzialità, che politicamente non porta a nulla.» (Ferry Byte)

Ripercorrendo le origini di questa iniziativa, l’obiettivo è stato quello di trasmettere per quanto possibile la complessità delle istanze che la attraversano, cercando di coglierne la continua mescolanza. “Hackmeeting è quello che ci porti”, un momento di incontro reale di comunità virtuali, in cui socializzare saperi.

Ringrazio per questo articolo Vittorio, storico militante del movimento bolognese e tra i fondatori di ECN con cui ho potuto discutere a lungo e il cui contributo è stato fondamentale per ricostruire il periodo e Ferry Byte, militante di ECN e figura importante della scena hacker e controculturale italiana, che ha voluto ricordare assieme a me il primo Hackmeeting. Da CarmillaOnLine

Audio Spot Hackmeeting 2014 – Link

Diffusione Materiali – Link