Video sul #Messico canzone di Calle13 #AccionGlobalporAyotzinapa #20N

ayotzinapa fue el estadoUn video, con la canzone Multiviral del gruppo portoricano Calle 13 e altri spezzoni interessanti, per far conoscere al mondo cosa sta succedendo in Messico dopo la strage degli studenti della scuola normale “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, stato del Guerrero, pianificata e realizzata a Iguala dal blocco narco-poliziesco la sera del 26 settembre scorso: un crimine di stato, viste le omissioni e le azioni delle forze dell’ordine federali, statali e dell’esercito che il 26-27 settembre, nella notte della mattanza, hanno mostrato chiaramente il disfacimento dello stato di diritto, il ritardo (calcolato?) del governo nel reagire e il connubbio indissolubile delle istituzioni a vari livelli coi narcos, esecutori finali di una repressione sociale incessante. Sono arrivate in Italia notizie contraddittorie e poco chiare sul destino dei 43 studenti scomparsi. Restano ufficialmente desaparecidos, nessuna prova scientifica ha potuto per ora provare la loro morte per cui i movimenti sociali organizzati e la società civile, tanto in Messico come nel resto del mondo, chiedono il loro ritrovamento “in vita”. La protesta ha raggiunto il G20 in Australia e non c’è un giorno di tregua: le azioni globali per Ayotzinapa non si fermano, i familiari hanno iniziato una carovana per il Messico (ieri l’incontro con gli zapatisti e decine di manifestazioni da Città del Messico al Chiapas) che si concluderà con la IV Giornata di #AccionGlobalAyotzinapa il 20 novembre, data in cui si ricorda l’inizio della rivoluzione messicana (1910-17) e in cui ci saranno manifestazioni in decine di città #AyotzinapaSomosTodos

Lascio i link ad alcuni articoli per capire cosa sta succedendo in Messico senza mistificazioni. In Italia i “reportage” e le opinioni si moltiplicano e questo può un bene. D’altro canto nel marasma di superficialità e riduzionismi, il rischio di perdersi è molto alto: Narco-Stato, Stato Fallito, Desaparecidos, Repressione Sociale, Interessi Multinazionali, Lotta per le Risorse, Guerriglia, Crimine di Stato sono etichette e concetti che troverete, usati coi loro pieni significati, in pochi articoli. Vale la pena segnalarne alcuni qui (Fabrizio Lorusso da Carmilla)

Radio Onda d’urto (Audio): Andrea Spotti UnoDue – Tre – Contropiano: Andrea Spotti Uno –  Pagina 99: Federico Mastrogiovanni Uno GlobalProject: Luis Hernandez Navarro Uno – Caterina Morbiato Due – Camilla Fratini Tre – Dinamo Press: Riccardo Carraro UnoDue – Carmilla: F.L. UnoDue - Tre

Benvenuti in Messico: desaparecidos e morti di #Ayotzinapa #Fueelestado

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(di Fabrizio Lorusso) Nel Messico della NarcoGuerra il numero di turisti, paradossalmente, cresce senza tregua. Nel 2013 è stata toccata la cifra record di 24 milioni di visitatori. Le meraviglie in terra azteca sono innumerevoli. A Città del Messico la colonia Roma è una zona rinomata e frequentata, un’isola felice che sta su tutte le guide di viaggio. Si trova a ridosso del centro storico e dalla mattina presto brulica di umanità. I suoi caffè si popolano di avventori autoctoni e stranieri, un flusso ininterrotto che continua fino a sera. Le truppe di spazzini comunali epepenadores, meticolosi riciclatori di spazzatura che lavorano in proprio, si lanciano per le strade. Il traffico monta. Non è un quartiere chic ma nemmeno decadente, mantiene un sapore antico e un retrogusto genuino di messicanità e una varietà di locali per tutti i gusti. Ti siedi a fare colazione in un merendero. Sul ciglio della strada, a dieci metri dalla caffetteria, c’è un pezzo di carne sanguinolento, ma non te ne accorgi. Sarà un sacco dell’immondizia.

Allucinazioni?

Sono le 10 del mattino del 6 novembre, le piogge non battono più, splenderà il sole fino a maggio. Le vie Anahuac e Quintana Roo si svegliano al ritmo di clacson e strilloni. Arrivano un piatto fumante di uova con chili e pomodori tagliuzzati accompagnato da un succo d’arancia. Guardi in giro e adesso sì, noti qualcosa di strano. Ti alzi, t’avvicini, sei a pochi metri, e ti accorgi che si tratta di un cadavere. Non è intero, è un mezzo corpo, un torso umano, abbandonato senz’anima. Non capisci se è un uomo o una donna, ma di certo è una vittima, un “effetto collaterale” del conflitto interno e della violenza. Ora è un banchetto per i reporter sensazionalisti e per i ratti che si sporgono dai tombini, intimiditi dall’arrivo delle prime pattuglie e dai periti della procura. Ti resta l’immagine impressa, nessuno nei paraggi ha visto niente. Da dove è venuto quel corpo? Oggi decidi di digiunare, paghi e rimandi la colazione a un’altra vita. Pensi alle fosse comuni del Guerrero, del Tamaulipas, di Veracruz, della frontiera statunitense, del centro, del Nord, del Sud, del Messico tutto. Pensi agli oltre 2000 corpi scoperti sottoterra in pochi mesi, alle 250 fosse clandestine ritrovate in meno di un paio d’anni, e alle migliaia di cadaveri ancora sepolti che non saranno mai identificati. Ai familiari che non avranno mai pace.

DSC_0260 (Small)III Giornata Globale per Ayotzinapa

Il 5 novembre il centro della capitale è invaso da una massa animata e sfidante. Il grido di dolore dei genitori delle vittime della strage di Iguala del 26 settembre e deidesaparecidos entra in risonanza con la rabbia di studenti, professori, collettivi, ONG, sindacati, artisti, cittadini e lavoratori. Sfonda il torpore dei mass media, s’espande in mezzo mondo, mette in dubbio il ronzio fastidioso delle menzogne governative e propaga i suoi slogan, innalza i suoi cartelli, portatori di desolanti verità: #AyotzinapaSomosTodos (“Ayotzinapa siamo tutti”) e #Fueelestado (“La colpa è dello stato”) sono hashtag, scritte sui muri e striscioni che significano solidarietà e denuncia. E in effetti, anche se a fasi alterne e con diverse intensità, le proteste e le iniziative in Messico e in tutto il mondo non smettono di far parlare del “caso Iguala” e degli studenti della scuola normale rurale “Raul Isidro Burgos” di Ayotzianapa, la peggiore mattanza di studenti dopo la notte di piazza Tlatelolco a Città del Messico quando, il 2 ottobre 1968, l’esercito sparò sui manifestanti e fece oltre 300 vittime.

Un centinaio di migliaia di manifestanti marcia per le strade della città, dalla residenza presidenziale de Los Pinos al Zocalo, l’enorme piazza centrale, passando per la Avenida Reforma, per esigere al governo il ritrovamento dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, stato del Guerrero, sequestrati nella notte del 26 settembre dalla polizia di Iguala e del vicino paese di Cocula e poi consegnati ai narcotrafficanti del cartello locale Guerreros Unidos. I dimostranti chiedono un giusto castigo per i responsabili della mattanza di tre studenti e altre tre persone commessa quella stessa notte e il ritrovamento dei desaparecidos. La terza giornata di azione globale per Ayotzinapa ha mosso coscienze da Torino a Padova, da Zacatecas a Londra e Strasburgo.

DSC_0218 (Small)Scioperi e denunce

Il governatore dello stato del Guerrero, Angel Aguirre, ha chiesto un “permesso” di sei mesi che il parlamento locale gli ha accordato il 25 ottobre, ma non s’è formalmente dimesso. Diciamo che ha deciso di autosospendersi per un semestre prima di decadere naturalmente, dato che si terranno le elezioni del nuovo governatore nel 2015, e di lasciare l’incarico a Salvador Rogelio Ortega Martinez, segretario generale dell’ateneo Universidad Autonoma de Guerrero e indicato come vicino ai gruppi guerriglieri della regione. Gran parte delle università del paese vota per lo sciopero: gli studenti decretano la sospensione delle attività per tre giorni, da mercoledì 5 a venerdì 7 novembre, in attesa di nuove mosse.

Il movimento d’occupazione dell’IPN, Instituto Politecnico Nacional, continua. L’ateneo è ancora senza rettore. Le negoziazioni col governo per i nuovi regolamenti e la concessione dell’autonomia all’istituto traballano, si rinviano, ma proseguono. “I cittadini devono cominciare a scendere in piazza e a paralizzare il sistema economico pacificamente, obbligandoli puntualmente a cominciare la pulizia dello stato messicano”, sostiene l’accademico, esperto di narcotraffico e sicurezza internazionale, Edgardo Buscaglia. E ribadisce quanto sia necessaria un’azione di azzeramento e “pulizia totale”, l’imposizione di una nuova agenda dal basso contro la corruzione, i narcos, le istituzioni marce e i loro rappresentanti. “Il nuovo patto per la sicurezza non lo deve fare il governo ma la società ne deve dettare i termini”. Il presidente messicano Peña Nieto ha proposto un patto per la sicurezza molto vago, dopo mesi di negazione del problema.

Ogni giorno che passa senza che nulla di sicuro si sappia del destino dei 43 studenti di Ayotzinapa mette sempre più in imbarazzo le autorità che ormai stanno esaurendo tutte le scuse e i colpi mediatici ad effetto per provare a distrarre l’attenzione dal vero problema che, in fondo, è lo stato stesso, il sistema politico corrotto e la penetrazione delle mafie a tutti i livelli, tanto che è ormai legittimo parlare di “Narco-Stato”. Secondo alcune stime, divulgate da Buscaglia, il 67% dei comuni messicani è infiltrato dai narcos e la situazione, quindi, è sfuggita di mano dal livello locale a quelli statale/regionale, nazionale e federale. 6800 soldati, 900 membri della marina e 1870 poliziotti federali sono impegnati nelle ricerche.

DSC_0159 (Small)Nuovi racconti dei narcos arrestati: li abbiamo bruciati

A sorpresa, nel pomeriggio del 7 novembre, il procuratore generale della repubblica, Jesus Murillo Karam, tiene una conferenza stampa. In mattinata ha incontrato i genitori delle vittime a cui ha comunicato “notizie delicate” i una riunione definita come “tranquilla, dolorosa, molto triste”. Tre membri del cartello Guerreros Unidos hanno confessato di aver ricevuto e giustiziato gli studenti che gli erano stati portati dai poliziotti municipali di Iguala e Cocula il 26 settembre. Patricio Reyes, Jonathan Osorio e Agustín García Reyes, arrestati otto giorni fa, sono i rei confessi. Non è la prima volta che alcuni narcos e poliziotti raccontano i fatti di Iguala dalla prigione. I primi racconti del mese di ottobre sono stati smentiti dai fatti e dalle ricerche per cui anche questi vanno presi con le pinze. Nel paese dei montaggi televisivi e della fabbrica dei colpevoli è saggio aspettare.

Alcuni ragazzi, una quindicina, sarebbero arrivati nelle mani dei narcos già morti, asfissiati. Gli altri, secondo le dichiarazioni, sarebbero stati interrogati e in seguito bruciati nella discarica della spazzatura di Cocula durante 15 ore. Un rogo alimentato a turno dai delinquenti con gomme, legna, benzina e plastica per eliminare tutte le tracce della strage. “Li hanno seppelliti con tutto ciò che avevano, li han bruciati con tutti i vestiti”, riporta Karam. “I periti che hanno analizzato il luogo hanno trovato frammenti di resti umani”, specifica.

DSC_0040 (Small)Il pubblico assiste in silenzio alla conferenza, sbigottito, per l’ennesima volta. I video, le mappe della regione di Iguala, le testimonianze e gli interrogatori passano in sequenza sullo schermo controllato dal procuratore. La sua voce è seria, compunta. Uno dei narcos, noto come il “Terco”, il testardo, avrebbe ordinato di fratturare le ossa già calcinate, di raccoglierle in dei sacchi e scaraventarle giù da un burrone per farle rotolare fino al fiume San Juan. La procura conferma che “sono stati trovati dei sacchetti con resti umani all’interno” che saranno inviati in Austria per realizzare degli studi mitocondriali. Non si sa quando avremo notizie certe, gli studi possono durare giorni, anzi settimane, forse mesi, e sono complicatissimi. Insomma, ufficialmente i 43 normalisti sono ancora desaparecidos.

Queste dichiarazioni potrebbero cambiare il panorama delle indagini e gettano nello sconforto, ma anche nell’incertezza, l’intero paese. Nelle ultime settimane, dopo l’arresto di 36 narco-poliziotti dei comuni di Iguala e Cocula, di 27 narcotrafficanti e dei boss deiGuerreros Unidos, i fratelli Sidronio e Mario Casarrubias, e la rinuncia del governatore, s’è aggiunto anche un altro tassello, senza dubbio importante, ma in fin dei conto poco determinante ai fini delle indagini sugli studenti rapiti dalla polizia. Infatti, il giorno prima della manifestazione, verso le 2 e 30 del mattino del 4 novembre, la polizia federale ha arrestato José Luis Abarca, sindaco di Iguala, e sua moglie María Pineda, presunti autori intellettuali della strage degli studenti di Ayotzinapa e della scomparsa di 43 loro compagni.

L’arresto del sindaco Abarca e di sua moglie

DSC_0130 (Small)Dopo i primi interrogatori la procura generale della repubblica ha confermato l’incarcerazione all’ex primo cittadino, accusato di omicidio e della scomparsa dei 43 normalisti, mentre la sua consorte rimane agli arresti domiciliari. Ma insieme a loro è stata catturata anche una ragazza. Si chiama Noemì Berumen ed è accusata di averli nascosti e protetti nella casa di suo padre, Salvador Berumen, situata nella zona periferica e labirintica di Iztapalapa, in cui la coppia ha vissuto per alcune settimane. Il padre di Noemì è un imprenditore edile, proprietario della Berumen Gruas (“gru”, in spagnolo) e contrattista del comune di Città del Messico e del partito che lo amministra, il PRD (Partido Revolucion Democratica, centro-sinistra). Grazie a questi scandali e al fatto che il sindaco Abarca e l’ex governatore Aguirre sono proprio del PRD, il partito di governo, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), sta cercando di portare acqua al suo mulino, in vista delle elezioni intermedie (parlamentari e di alcuni governi locali) previste a metà del prossimo anno.

Molti sono i mass media allineati che stanno provvedendo a distruggere l’immagine, già deteriorata dalle faide interne, del principale partito che, a fasi alterne, si può considerare d’opposizione. All’estero, invece, quando se ne parla, la tendenza generale sembra essere quella di emettere condanne “soft” contro il Messico per il suo scarso rispetto dei diritti umani e per il massacro di Iguala, anche se poi questo accadimento non viene contestualizzato ed è considerato alla stregua di un conflitto locale, di un episodio circoscritto e risolvibile, come se il paese non fosse immerso in una delle peggiori crisi di governabilità e sicurezza della sua storia, dopo 8 anni di narcoguerra e militarizzazione.

DSC_0050 (Small)Narco-Sindaco e Narco-(Aspirante)-Sindachessa

La loro fuga è durata un mese, una settimana e un giorno. La notte del massacro i coniugi Abarca ballavano in una festa, a Iguala, mentre la polizia bloccava i normalisti e li consegnava ai narcos. Non volevano che, durante un evento tra il mondano e il politico organizzato dalla signora Maria Pineda, si ripetesse la brutta figura che avevano fatto nel luglio 2013, quando gli studenti di Ayotzinapa erano accorsi per protestare per gli omicidi degli attivisti della Unidad Popular, organizzazione osteggiata dal sindaco Abarca. Tanto osteggiata che il narco-sindaco, secondo un testimone oculare, aveva sparato a uno di loro, Arturo Hernandez Cardona, uccidendolo a sangue freddo.

Quella sera, l’ordine di fermare gli studenti è arrivata via radio. José Luis Abarca si faceva chiamare A-5, nome in codice. Sei morti, cioè tre studenti, un autista, un giocatore di calcio e una signora che viaggiava su un taxi, non bastavano. Ci voleva una lezione per i normalisti “rivoltosi”. E la polizia esegue, i narcos eseguono, i narcos sono la polizia che è il sindaco, che è il capo degli sbirri, che poi si chiama Felipe Flores Vazquez ed è latitante, e che è lo stato. Con calma, sabato 27 settembre, mentre probabilmente i corpi degli alunni della normale stavano bruciando in un immondezzaio comunale nella vicina località di Cocula, il sindaco si degna di rispondere alla chiamata delle autorità statali e dice che non sa niente di niente.

Il 30 chiede un permesso e se ne va, fugge con la moglie finché entrambi non vengono scovati in una casa della periferia della capitale, il 4 novembre. La signora Pineda-Abarca operava per conto dei narcos dei Gurreros Unidos e gestiva i fondi comunali per lo “sviluppo sociale”. “Quest’associazione mafiosa riceveva dal sindaco 2-3 milioni di pesos regolarmente”, spiega il procuratore capo, “ogni mese, ogni due mesi, ogni semestre, e di questi soldi almeno 600mila pesos erano destinati al controllo della polizia locale e i delinquenti decidevano anche chi poteva entrare a far parte della polizia”. Maria Pineda voleva fare la sindachessa, stava già preparando la sua candidatura insieme al marito. Quante Maria Pineda ci sono in Messico?

abarca e moglie narcosDistrazione

L’arresto di Abarca e della moglie rischia di diventare un elemento di distrazione, una scusa per non andare a fondo nelle ricerche dei 43 studenti ma soprattutto nello svelamento di quelle reti di connivenza politica delinquenziale che hanno provocato questa e migliaia di altre mattanze negli ultimi anni in Messico. Le decine di cadaveri rinvenute nelle fosse comuni nei dintorni di Iguala e Cocula stanno lì a ricordarci che oltre 100mila morti e 27mila desaparecidos in 7-8 anni non possono venire cancellati dalla martellante propaganda governativa e dallo sforzo diplomatico delle ambasciate messicane nel mondo.

Il giallo della casa in cui sono stati arrestati i coniugi e i loro nessi con la famiglia Bermuden, così come la storia di questo narco-sindaco-pistolero e di sua moglie, sorella di quattro narcotrafficanti, tre assassinati e uno latitante (vedi immagine), e presumibilmente coinvolta negli affari criminosi del marito, costituiscono nuovi tasselli del puzzle, ma oramai il quadro generale è stato rivelato e i nodi vengono al pettine. Le vene aperte del Messico e del caso Iguala/Ayotzinapa non possono confluire semplicemente nello stato del Guerrero ma trasportano il loro sangue fino a tutti gli apparati del sistema della narco-politica e di un narco-stato assuefatto alla violenza come strumento di repressione, controllo e gestione del potere.

E’ stato lo Stato

Tanto le testimonianze degli studenti sfuggiti all’attacco come vari documenti ufficiali, elaborati dalla procura del Guerrero, confermano che alcuni membri dell’esercito, della polizia federale e di quella statale erano presenti quando gli studenti sono stati aggrediti e, prima che venissero rapiti e fatti sparire, non gli hanno prestato aiuto. Anzi, li hanno perquisiti, fotografati, spogliati, ignorati quando chiedevano assistenza medica e accusati di essersela cercata prima di lasciarli in balia dei narcos. Persino i tassisti avevano l’ordine di non aiutare gli studenti. Lo stato c’era, non ha agito e ha addirittura facilitato il lavoro sporco della autorità locali e della criminalità organizzata.

Il direttore per le Americhe di Human Rights Watch (HRW), José Miguel Vivanco ha segnalato in conferenza stampa che gli accadimenti di Iguala sono frutto dell’impunità che regna in Messico da tanti anni e che il presidente ha reagito tardi: “Peña Nieto ha reagito quattro giorni dopo i fatti e l’ha fatto tardi e male perché ha parlato del problema come se si trattasse del Guatemala e invece siamo in Messico. Doveva muovere in quel momento tutti i mezzi e le risorse per impedire quanto successo”. I familiari e le organizzazioni della società civile, insieme ai movimenti sociali, si sono occupate di risvegliare l’attenzione su quanto stava succedendo e di spingere alla ricerca dei desaparecidos e al chiarimento degli eventi. “I diritti umani e la sicurezza pubblica non sono temi prioritari per il governo attuale, infatti sono temi tossici che arrecano un danno all’immagine del paese”, ha spiegato Vivanco.

marcha dall'altoVolti noti, ma non si interviene

Mario Pineda, El MP, e Alberto Pineda Villa, El Borrado, fratelli di María de los Ángeles Pineda Villa da anni sono volti noti. Sono coinvolti nella operazione pulizia, la Operación Limpieza, condotta nel 2008 dal governo federale in quanto pagatori o operatori finanziari del cartello dei Beltran Leyva, incaricati di versare 450mila dollari al mese a funzionari della procura generale della repubblica, secondo quanto dichiarato dal giornalista esperto di narcotraffico José Reveles. Lo scrittore ha parlato di soldi “per le coperture, per essere avvisati di quando c’erano operazioni di polizia, per essere tenuti informati e protetti”. Anche un documento del 29 luglio 2014 li segnala come alleati de “La Barbie”, il boss Edgar Valdez Villarreal.

I due Pineda Villa avrebbero anche dato 150mila dollari al mese al responsabile della sicurezza dello stato del Morelos, Luis Angel Cabeza de Vaca, secondo quanto riportato dalle conclusioni dell’accusa e dalle testimonianze dello stesso Valdez Villareal. “Il crimine organizzato è arrivato a comprare una franchigia chiamata ‘Comune’”, spiega Reveles. Il sindaco Abarca, tra l’altro, ha sostenuto la campagna elettorale del governatore Aguirre e, insieme a sua moglie, ha costruito un piccolo impero di gioiellerie, negozi e un mini-centro commerciale sparsi tra Iguala e la frontiera con gli USA, il che fa pensare a un business funzionale al riciclaggio di denaro sporco.  

Tentativi presidenziali

Il presidente Peña ha presentato l’arresto del sindaco e della moglie come un passo che “contribuirà a chiarire il caso Iguala in modo decisivo” e ha parlato della “cattura dei responsabili”. In realtà non è così. Il caso non è chiuso e le manifestazioni di questi giorni lo dimostrano. Il tassello fondamentale sono i 43 studenti scomparsi che, nonostante le dichiarazioni dei narcos e la conferenza stampa del procuratore, continuano comunque a restare ufficialmente, secondo lo stesso Murillo Karam, “desaparecidos”. Peña ha proposto agli altri partiti e alla società un “patto per la sicurezza”. Lo fa solo ora, dopo aver sottovalutato il problema per quasi due anni, dopo aver tralasciato il tema dell’impunità, del sistema giudiziario viziato e politicizzato e dopo aver nascosto i morti del conflitto interno sotto il tappeto di casa. I familiari hanno incontrato il presidente. Peña li ha ascoltati e ha dialogato. “Gli stessi discorsi di sempre”, “Non ci sono risultati”, hanno detto i genitori deli studenti dopo l’incontro.

DSC_0158 (Small)Alla fine della manifestazione del 5 novembre, durante il comizio finale, i genitori hanno addirittura anticipato l’annuncio del procuratore, annunciando che questi avrebbe presto “risolto il caso” rivelando nuovamente la morte degli studenti e prolungando indefinitamente la raccolta di prove scientifiche che la certificano. “Vogliamo dirvi che non accetteremo che venga fuori il presidente, in una conferenza stampa che sta per annunciare, a dire che nostri figli sono morti”, afferma uno di loro. “Solo vorrei dire al signor Peña Nieto che doveva firmare un accordo per far venire dall’estero dei periti per le ricerche e non l’ha fatto”, dice un altro. E’ un coro di critiche. “In una riunione che abbiamo avuto con il procuratore ci dicono che il sindaco Abarca è innocente perché stava dormendo e non s’è accorto di nulla”, impreca un altro familiare. Una madre conclude: “Facciamo un appello a tutta la cittadinanza affinché non ci lascino soli, rivogliamo vivi i nostri figli, vogliamo giustizia”.

Domande

Di chi sono i 30 cadaveri trovati nelle fosse comuni intorno ad Iguala se, come già dimostrato, non sono quelli degli studenti? Dove sono i responsabili nelle file della polizia che nel 2011 uccisero altri due studenti della normale di Ayotzinapa? Perché, se la procura già nel 2008, nel 2009 e nel 2013 aveva avuto modo di verificare i precedenti criminali di J. L. Abarca e consorte ed era a conoscenza del patto d’impunità in vigore nel Guerrero e a Iguala, non è intervenuta? La strage di Iguala si poteva evitare, così come tante altre. Quanti altri comuni in Messico sono nelle stesse condizioni e nessuno interviene? Quanti sono amministrati dal PRI? Quanti dal PRD o dal PAN (Partido Accion Nacional, di destra)?

DSC_0192 (Small)Perché le autorità, i militari e gli altri corpi della polizia presenti il 26-27 settembre a Iguala hanno lasciato che i narcos e la polizia locale agissero indisturbati? Perché i narcos imprigionati raccontano versioni diverse ogni due settimane su come e dove avrebbero ucciso gli studenti e nascosto i loro resti? Come mai due importanti personaggi del PRD come Angel Aguirre e René Bejarano sapevano delle reti di narco-politica e non hanno impedito la degenerazione della situazione? La risoluzione di un caso didesaparicion forzata si conclude con la scoperta del luogo in cui si trova, viva o morta, la persona scomparsa, con la definizione completa delle responsabilità e il castigo di tutti i responsabili. Può lo stato messicano processare e punire se stesso? Ayotzinapa #FueElEstado. In tanti l’hanno scritto sulle pareti di decine di città messicane e sull’asfalto delle piazze. E il mondo comincia a crederci e ripete il grido: “¡Vivos se los llevaron, vivos los queremos!”.

Da Carmilla

La precursora Doña Sebastiana @JornadaSemanal #SantaMuerte

dona-sebastiana

De Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal - (foto: Original link) Doña Sebastiana da miedo y fascina. Es la muerte santificada, una figura de adoración poco conocida en la historia de México. Tiene analogías con la Santa Muerte, la santa popular que más ha crecido en cuanto a feligresía y presencia mediática en las Américas.

De la Doña sólo quedan el recuerdo, unos cuentos y su nombre. En efecto, su culto se desvaneció y, quizás, revive a su manera en esta época postmoderna con la devoción a la Flaquita.

Sebastiana está en la historia de las regiones abandonadas por Dios y el Estado que, hace más de 150 años, eran parte del norte de México y que le fueron arrebatadas por Estados Unidos.

La devoción hacia esta dama descarnada y huesuda tuvo auge en la era del “salvaje oeste”, especialmente en Arizona y Nuevo México según relata el antropólogo Carlo Severi en un artículo sobre Doña Sebastiana, el Cristo Flechado y sus rituales. La vida de Doña Muerte comienza en la colonia.

Desde el siglo XVI, la corona española en el norte de América trata de controlar muchos territorios despoblados y lejanos del centro del poder ubicado en la gran Ciudad de México, capital de la Nueva España. Sin embargo, los esfuerzos de dominación de los colonizadores, amos de un imperio decadente pero ávido de tierras, no son suficientes. La espada necesita de la cruz.

Las misiones religiosas españolas van conquistando pueblos y almas hacia el norte, abriéndose paso a lo largo del Río Bravo, hasta El Paso y Santa Fe, o bien, siguiendo el Río Colorado rumbo a Arizona.

A finales del siglo XVIII, en San Diego, San Francisco y alrededores, ya hay fortalezas además de las misiones: la espada vuelve a juntarse con la cruz para defender a los pequeños grupos de moradores de los ataques de los pueblos originarios, dueños legítimos de esos territorios.


Doña Sebastiana por Luis Tapia. Foto: http://www.vocesdesantafe.org

Tras la Guerra de Independencia, el Estado mexicano nace débil y con escaso control de su periferia. El aislamiento y la pobreza de los colonos en las zonas lejanas y los conflictos con la población indígena de los apaches y los comanches engendran una situación explosiva.

La zona es descuidada también bajo el punto de vista religioso, tras la progresiva retirada del clero franciscano y por la falta de personal eclesiástico estable. Por tanto, es imposible celebrar los sacramentos y los rituales en las comunidades católicas. Las iglesias están en ruinas y son santuarios de macabros presagios.

Entre 1846 y 1848, México pierde más de la mitad de su territorio y firma el Tratado de Guadalupe Hidalgo, un acontecimiento traumático para el orgullo nacional.

Estados Unidos es una potencia naciente que, movida por las doctrinas de la frontera y del destino manifiesto, agrega los estados de California, Nevada, Utah y partes de los actuales Texas, Colorado, Oklahoma, Kansas, Wyoming, Nuevo México y Arizona. Uno tras otro caen y son gotas de sangre.

Ya desde los años de la lucha independentista mexicana, en aquellos territorios las comunidades reaccionan al desamparo espiritual y al aislamiento material creando la Cofradía de los Hermanos de la Santa Sangre o de los Penitentes que, aún sin volverse una Iglesia autónoma, aporta cambios inquietantes y radicales al culto tradicional.

El verbo y las prácticas de la Cofradía se expanden, siguen la antigua ruta de los misiones, por el Río Bravo y la frontera norte. Proliferan las moradas, iglesias no consagradas que pronto cobijan en su interior un acervo de nuevas imágenes y rituales. Los miembros de la Hermandad se dividen entre Hermanos de la Sangre, “los verdaderos penitentes”, y Hermanos de la Luz, con tareas organizativas y de guías espirituales.

Durante décadas, El Vaticano trata de acercarse a estos pobladores para reconducirlos a los preceptos del catolicismo romano. Fueron esfuerzos vanos. Las comunidades, sobre todo en Nuevo México, se tornan cada vez más fanáticas, aspiran a imitar la vida y la pasión de Cristo y practican la autoflagelación en las procesiones de Semana Santa. Reproducen todas las fases del martirio de Jesús en la Pasión y las ceremonias culminan con la crucifixión simulada de uno de los penitentes.

Pero clavos, azotes, chorros de sangre, gritos y dolores son reales. Lo que preocupa a la Iglesia no es la violencia, ni la creencia en el sacrificio físico como medio de purificación. El problema es otro, se llama Sebastiana. El miedo pasa de boca en boca, llega hasta las sedes del poder eclesiástico.

La gente presencia la aparición, dentro de las moradas y en las capillas, de un bizarro retrato de la muerte. Es una imagen femenina, esquelética, muy común en Europa, en los osarios y criptas de las Cofradías de la Buena Muerte, así como en las iglesias dedicadas a la Parca, en las pinturas de las danzas macabras y lasvanitas.

Sin embargo, está prohibida en las Américas, donde le dicen “Doña Sebastiana”, aunque sigue siendo la Gran Segadora, icono de un culto blasfemo, según la Iglesia.

En la Colonia, los inquisidores de la Nueva España trataron, sin éxito, de destruir todas las representaciones de la muerte que la misma Iglesia había traído del Viejo Continente, para extirpar la “idolatría pagana” hacia estas figuras.

Normalmente, sus devotos eran indios y campesinos, habitantes de los barrios marginales de las ciudades o de algún pueblito provinciano quienes ya usaban el nombre de Santa Muerte al rezar, pedir e, inclusive, al castigar a la imagen de la Gran Segadora en todo México.

La Inquisición fue abolida en España por el Real Decreto del 15 de julio de 1834, sin embargo, la actitud represiva de esa etapa siguió vigente. Doña Sebastiana escandaliza al clero católico que habla de una “herejía”, y espanta también a los campesinos de la región. “Adoran a la muerte como los indios de norteamérica”, “torturan a sus Hermanos con verdaderas crucifixiones”, “excesos en las penitencias, rituales secretos, oraciones no aprobadas por las jerarquías”, denuncian los obispos.

A las alarmas de la Iglesia dan seguimiento los medios estadunidenses que, en las primeras décadas del novecientos, indagan sobre los aspectos más morbosos y sanguinarios de esos rituales y sobre la posibilidad de que exista una devoción autónoma hacia la muerte que ellos denominan Comadre Muerte o “muerte amiga”.

No se realiza ningún estudio serio, sino que, más bien, se multiplica el efecto amarillista de los artículos: algo parecido a lo que vimos, en años recientes, respecto de la Santísima Muerte en la prensa.

Junto a la muerte, también la imagen cruenta de Jesús horadado por los dardos, el Cristo Flechado, está presente en las moradas para avisar del peligro que constituyen las poblaciones “salvajes” de los nativos, los “enemigos” que amenazan la existencia de los Hermanos y sus comunidades.

En la Semana Santa, los penitentes organizan crueles simulacros de la Pasión de Cristo, parecidos a los del barrio de Iztapalapa en Ciudad de México, aunque más sanguinolentos e inhumanos.

El Salvador, seleccionado dentro de la Cofradía, recibe el suplicio de la flagelación y es sujetado a la cruz con clavos y cuerdas mientras los demás se amarran a cactus y plantas espinosas o cargan carretas llenas de piedras con la figura descarnada de Doña Sebastiana.

En la tradición religiosa de estas cofradías, se identifica progresivamente al joven penitente, próximo a la crucifixión, con el Cristo, pero también con la muerte, la Comadre. Se cuenta que, en tiempos de crisis, cuando es fácil fallecer por penurias y frío, los muertos regresan para festejar la Pascua con los vivos en lasmoradas. A estos templos improvisados, llamados asimismo “casas de los muertos”, llegaban los Hermanos del Otro Mundo para ayudar a los habitantes de éste.

Entre la Virgen María y Jesús nunca faltaba la imagen de Doña Sebastiana, la dama esquelética de ojos vítreos o metálicos, armada de arco y flechas, la cual era cargada triunfalmente sobre las carretas de la muerte durante las procesiones.

En el Museo de Nuevo México en Albuquerque, hay una escultura: Muerte sobre su carro, realizada en 1860 por el escultor Nazario López de Córdoba para lamorada de Las Trampas. Es una reelaboración del Triunfo de la muerte, un tema iconográfico medieval en que Doña Sebastiana declara su victoria sobre Jesús y arroja flechas al pecho del Salvador.

Arcos y dardos definen la iconografía tradicional del Cristo flechado en la versión adoptada por los franciscanos que evangelizaron el norte de la Nueva España. Por otro lado, en España, la muerte se retrataba con una guadaña en la mano, no con arco y flechas. Esto sugiere que, al norte del Río Bravo, podría haberse dado una superposición entre la figura del Cristo y la del mártir San Sebastián, representado típicamente con flechas en el costado. El nombre del santo posiblemente sufrió un cambio al femenino y su figura se asoció a la de la muerte con arcos y flechas, dando vida así a la hermosa Doña Sebastiana, precursora o “prima chicana” de la Santa Muerte.

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#Messico #Ayotzinapa: contro il dolore, la rabbia e la speranza (Evento il 6 novembre)

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Approfitto per invitarvi all’incontro su questi temi a Padova il 6 novembre, presso Ca’Sana, in via SS. Fabiano e Sebastiano 13, ore 21). Articolo di Giovanna Gasparello.

L’ondata di proteste contro l’eccidio di 50 giovani studenti universitari perpetrata un mese fa nella città di Iguala, Guerrero, non accenna a fermarsi ma, con il passare dei giorni, cresce sia nelle dimensioni che nella radicalità delle rivendicazioni avanzate. L’esigenza principale è la presentazione con vita dei 43 studenti dell’Universitá per maestri rurali di Ayotzinapa, nello stato del Guerrero, sequestrati e desaparecidos dalla polizia della cittá di Iguala in collusione con il cartello del narcotraffico locale lo scorso 26 settembre, quando sono anche state uccise sei persone (di cui tre sudenti) dalla stessa polizia.

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Dopo la rinuncia del governatore dello stato, Angel Aguirre, e la nomina di Rogelio Ortega al suo posto, i genitori ed i compagni degli studenti sequestrati denunciano che il cambio di facciata a livello politico non cambia minimamente la situazione di stallo delle indagini. Nonostante le proteste popolari e gli appelli diplomatici delle Nazioni Unite, della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, del Parlamento Europeo e degli Stati Uniti, le istituzioni giudiziare hanno dimostrato un’estrema inefficenza ed un cinico disinteresse durante le indagini, lasciando fuggire i mandanti della strage, ostruendo il lavoro dei periti indipendenti, e limitandosi a cercare i corpi nei cimiteri clandestini, mentre sono gli stessi familiari che strenuamente continuano le ricerche capillari e coordinano le attività di centinaia di persone civili, giunte in carovane da molte regioni del Guerrero ed anche da altri stati che percorrono la zona da cima a fondo alla ricerca dei giovani. Durante le ricerche sono state scoperte più di cento fosse clandestine, ricolme di cadaveri smembrati o carbonizzati, nella zona circostante Iguala. Cinicamente, le autorità si sono limitate a dire che i corpi non sarebbero quelli diegli studenti, la qual cosa solleva una domanda ancora più inquietante: e allora, di chi sono? Chi sono tutti quei morti? E comunque, dove sono gli studenti?
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Sembrerebbe che l’ennemsimo, barbaro crimine abbia fatto esplodere la grande pentola a pressione che è diventato il Messico negli ultimi dieci anni. Le recenti dichiarazioni del Procuratore Generale cercano di vincolare gli studenti ai gruppi di narcotrafficanti, con l’intenzione di applicare ancora una volta il perverso meccanismo che trasforma la vittima in criminale rendendola complice del crimine che ha subito, e sollevando così le autorità dall’obbligo morale della ricerca di verità (“alla fin fine, è stato un regolamento di conti, erano tutti criminali, non vale la pena cercare la giustizia”, sarebbe il messaggio). Tali dichiarazioni hanno esasperato l’enormità del dolore dei familiari, dei giovani studenti, e di milioni di persone vissute per anni nella morsa della paura e dell’indifferenza.
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Sembra che la spirale del terrore si sia finalmente interrotta. La paura, poderoso meccanismo di controllo, è stata accompagnata nel corso degli anni da una progressiva normalizzazione della violenza: all’oggi, i ritrovamenti di decine di corpi decapitati, smembrati, torturati, non provocano più l’indignazione pubblica. E dunque si assiste ad un progressivo aumento dell’atrocità della violenza: come un chiaro ed agghiacciante messaggio intimidatorio, uno dei giovani uccisi è stato ritrovato con il viso spellato e senza occhi, barbarie che rimette a quelle perpetrate dai kaibiles (paramilitari) nel Guatemala degli anni ottanta, o alle assurde torture inflitte agli indigeni massacrati ad Acteal, Chiapas, nel 1997.
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Lo stato del Guerrero si trova in una situazione di effervescenza che da decenni non si viveva nel paese. Il palazzo del governo è ridotto in cenere, decine di municipi (l’equivalente dei Comuni italiani), tra cui quello di Acapulco, sono occupati da giorni. Nella giornata del 26 ottobre, ad un mese dai fatti, sono state bloccate la maggior parte delle vie di comunicazione in tutto lo stato. La determinazione delle organizzazioni (sindacati di maestri, movimenti studenteschi, ma anche organizzazioni contadine) ha portato ad un aumento della radicalizzazione nelle proteste e nelle rivendicazioni. Lo sforzo di unificare la lotta è evidente nella costituzione dell’Assemblea Nazionale Popolare, che rivendica la presentazione in vita dei 43 studenti sequestrati, ma anche l’occupazione di tutti i municipi dello stato e annuncia uno sciopero generale nazionale di 72 ore il 29, 30 e 31 ottobre. Molte università, nello stato ed in tutto il Messico, hanno già aderito allo sciopero; altre sono ferme da diversi giorni.
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Il grido di dolore che sta scuotendo il Messico si è alzato lentamente, iniziando come un lamento ed un sussurro di indignazione e crescendo di intensità giorno dopo giorno, alimentandosi delle proteste che non scemano e che spingono a manifestare ogni giorno nuove città, nuove organizzazioni, nuove identità collettive. Piccole e grandi manifestazioni, sit-in, blocchi stradali, costellano quotidianamente la geografia nazionale in grandi città e piccoli paesi. La solidarietà e le mobilitazioni che si susseguono anche all’estero, dagli altrettanto lacerati paesi centroamericani alle capitali europee, dall’Argentina agli Stati Uniti, infondono forza al nascente movimento messicano.
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Dopo anni di dominio politico e culturale costruito sulla base della paura e della violenza di Stato, dopo 150 mila morti e 50 mila persone scomparse –frutto dell’aberrante “lotta al narcotraffico” dichiarata dal governo messicano nel 2006-, dopo migliaia di migranti morti sulle strade, sui binari, nel deserto, nelle periferie, dopo migliaia di persone sfollate ed avvelenate come conseguenza della devastazione ambientale, dopo decenni di una politica sociale ed economica senza scrupoli che si è inginocchiata di fronte ai dettami economici neoliberisti –gli stessi che propugnano l’inevitabilità dei “danni collaterali”- che hanno smembrato e svenduto il paese, asservito ai grandi “business” legali e illegali, il Messico è riuscito a liberare il proprio grido di dolore.
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Negli anni scorsi, iniziative politiche ambiziose avevano cercato di creare movimenti di opinione e mobilitazioni che denunciassero la violenza imposta dallo stato come forma di governo, la sospensione dei diritti civili, e la necessità di un movimento forte a livello nazionale: esempi ne sono la Otra Campaña Zapatista, il Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, il movimiento # Yo Soy 132. Ma finora non si era verificato un movimento spontaneo, cittadino nel senso profondo della parola, così vasto e potenzialmente radicale come quello che sta crescendo in queste settimane.
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Il grido di dolore ed il grido di rabbia, il grido di amore per il proprio paese e per la vita che sembra non avere oramai che un valore irrisorio, si è levato, in modo spontaneo e necessario, proprio da coloro che sono più colpiti dalla violenza vissuta ed imposta, dalla mancanza di speranze per un futuro degno: i giovani, troppo spesso criminalizzati solo per essere tali, nel mirino delle forze di sicurezza perchè sempre “possibili delinquenti”, o dei cartelli del narcotraffico perchè possibili sicari o spacciatori da reclutare, stigmatizzati per la voglia di essere diversi e colpevolizzati della crisi di opportunità che li attanaglia. E così il movimento per Ayotzinapa ha coinvoloto, in prima battuta, centinaia di università in tutto il paese, mobilitando anche le scuole “d’elite” e quelle che erano sempre rimaste al margine di ogni mobilitazione. E’ un’intera generazione, quella dei ventenni, che sta riempiendo le strade e le piazze del Messico, e che sta lottando contro il dolore.
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Mentre vent’anni fa, nel 1994, il “Ya Basta!” degli indigeni zapatisti ha scosso la società reclamando dignità e mostrando il cammino verso un’utopia necessaria, e poi costruendola, il grido che si leva nel 2014 ci riporta tristemente indietro agli anni settanta (“Vivos se los llevaron, vivos los queremos” è lo slogan ricorrente) ma trasmette anche la determinazione di lottare per difendere quella dignità della vita umana insegnata dagli zapatisti, e che ora è violentata sistematicamente. Il grido che scuote il Messico è dunque un grido di dolore, ma è soprattutto un grido di rabbia, contro il dolore e pieno di speranza.

Giovanna Gasparello, antropologa, Universidad Autonoma Metropolitana, Cittá del Messico
http://www.yabasta.it/spip.php?article1890

Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

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La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso - @CarmillaOnLine

Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

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(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso