Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

washingtonconsensus

La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso – @CarmillaOnLine

Brasil: ¿Dilma Rousseff o el Washinton Consensus?

dilma aecio

(Fabrizio Lorusso – Revista Variopinto al día) Este domingo 26 de octubre poco más de 115 millones de votantes brasileños van a elegir al presidente de su país para los próximos 4 años. La actual mandataria, Dilma Rousseff, postulada por el PT (Partido dos Trabalhadores, de izquierda) busca la reelección frente a Aécio Neves, del centroderechista PSDB (Partido de la Socialdemocracia Brasileña). En la primera vuelta Dilma ganó con el 41.59% de los votos mientras que Aécio obtuvo el 33.55% y espera capitalizar buena parte de los sufragios de la tercera candidata, la evangélica ambientalista Marina Silva, que obtuvo el resultado del 21% con el centrista Partido Socialista Brasileño (PSB). El voto está muy dividido para el balotaje y los sondeos de opinión proyectan un empate técnico, aun si Rousseff va recuperando terreno y se ha puesto en la cima de las preferencias en la última semana.

Se trata de un duelo entre dos modelos socioeconómicos y, sobre todo, entre dos visiones del mundo: el desarrollismo con inclusión social y redistribución de la riqueza del PT, parecido al modelo uruguayo del presidente Mujica, contra el retorno al neoliberalismo más ortodoxo y a la filosofía del Washington Consensus del PSDB.

El “consenso” y sus opositores

 ¿Qué es el Washington Consensus (WC) o “consenso de Washington” en español? Representa el top ten de las medidas de política económica (y social) que se basa en la agenda neoliberal, definida a finales de los años 1970 y formalizada en 1989 con la lista de recomendaciones del economista John Williamson. Se trata de un programa para reducir el papel del Estado en la economía y sanar las cuentas públicas de los países, básicamente a través de privatizaciones, liberalizaciones, apertura a la inversión extranjera, control del gasto público (con recortes al estado social y a los impuestos), la protección de la propiedad privada, entre otras. La implementación global, especialmente evidente en América Latina, de esta agenda ha sido impulsada, a veces forzada, por instituciones como el FMI, el Banco Mundial, el Dep.to del Tesoro y el gobierno de EEUU, el Banco Central Europeo y la Comisión de la Unión Europea y se fundó en la “sabiduría convencional” de la economía neoclásica, del privatismo y de la fe absoluta en el mercado.

En América Latina, en oposición a las soluciones preconcebidas y las sangrías financieras que la región vivió entre 1982 y los primeros años 2000, se han planteado modelos distintos, dentro de la que se ha llamado “ola progresista” de gobiernos de izquierda. En Brasil, con los mandatarios del PT Ignacio Lula da Silva (2002-2010) y Dilma Rousseff (2010-2014), hubo un ejemplo claro de diferenciación, con respecto de otros gobiernos de Latinoamérica, de la vulgata neoliberal imperante y, finalmente, de las experiencias de Brasil en los noventa con Fernando Henrique Cardoso del PSDB, Fernando Collor e Itamar Franco del PRN (Partido Reconstrucción Nacional).

 Medios y elecciones en Brasil

 La cobertura mediática que se dio de estas elecciones ha sido despistante y tendenciosa, marcada por las protestas de 2013 y 2014 y el mundial de futbol, pero poco atenta al rumbo del país en el mediano plazo y a los logros de los 12 años del PT en el gobierno. En este sentido, quisiera destacar algunas cifras y mencionar un ejemplo de la mistificación periodística sobre Brasil.

En el semanario Proceso, inesperadamente, los únicos reportajes de las últimas 3 semanas (ediciones 1978 y 1981) son los de Andrés Carvas quien cita con frecuencia la revista brasileña Veja, entre las más reaccionarias de ese país, luego traza un perfil apologético y acrítico de la ex candidata Marina Silva y, finalmente, no analiza en su conjunto el grave fenómeno de la corrupción sino que hace hincapié sólo en los escándalos más famosos que involucran al PT: la compraventa de votos en el congreso conocida como mensalão y las investigaciones sobre Petrobras, compañía energética nacional.

En otro artículo, totalmente favorable al PSDB, menciona la frase del ex presidente Fernando Henrique Cardoso (del PSDB) según el cual quienes voten para Dilma serían unos ignorantes y de allí pasa a criticar un sistema definido como asistencial, basado en el programa popular de la Bolsa Familia, un subsidio para los hogares más pobres que tuvo mucho éxito en Brasil y, entre muchas otras medidas, ayudó a sacar de la pobreza unas 40 millones de personas (el 20% de la población total). El PT se encargó de ampliar el alcance de este programa pero, quien primero implementó este tipo de apoyo, de hecho, fue Fernando Henrique Cardoso, así que este llamado “asistencialismo” nació antes del primer gobierno de Lula.

 La corrupción y otros problemas

Los datos sobre corrupción y juicios abiertos contra parlamentarios, más allá de los escándalos mediáticos, hablan de un problema ético y penal que involucra a todos los partidos. Para delitos electorales, entre 2000 y 2007, único periodo disponible, el PT se sitúa en el lugar 10 en el ranking mientras que los partidos con más faltas son los DEM (Demócratas), el PMDB (Partido Mov. Demo. Brasileño) y el PSDB.

Para los delitos penales y civiles, incluyendo la corrupción, en septiembre de 2013 la lista de los procesos abiertos para congresistas era la siguiente: PMDB – 11 senadores y 42 diputados enjuiciados; PSDB – 5 y 15; PT – 4 y 26; PR (Partito de la República) – 4 y 14; DEM – 1 y 9.

Los procesos abiertos en total eran 542 en contra de 224 parlamentarios de todos los partidos. La situación es grave, hace falta denunciarla, pero no involucra principal o solamente al partido principal de la coalición que gobernó Brasil recientemente.

La mayoría parlamentaria que apoyaría un nuevo gobierno de Rousseff se mantuvo, tras la primera vuelta, pero resultó más débil y fragmentada. Aun así, existen discretas posibilidades de mantener la gobernabilidad, lo cual no es cierto en caso de victoria de Neves. Poco se habla de los problemas éticos y legales que, en cambio, involucran al candidato derechista quien es investigado por la construcción de un aeropuerto superfluo con dinero público en la ciudad de Claudio, estado de Minas Gerais, que habría sido utilizado básicamente como una aeropista privada. Construido sobre un terreno expropiado al tío del candidato durante el mandato de Aécio como gobernador del estado (2003-2010), este aeropuerto, aún sin permisos oficiales para operar, está en el centro de otro escándalo porque existe la posibilidad, que se está investigando, de que haya sido usado como escala para un helicóptero cargado con 445 Kg de cocaína el 24 de noviembre de 2013.

 Resultados de los últimos gobiernos brasileños

En un seminario organizado en la UNAM hace unas tres semanas, se comentaron y desglosaron datos interesantes (oficiales) para trazar un balance de los últimos 3 gobiernos en Brasil (Lula da Silva, 2002-2006-2010; Dilma Roussef, 2010-14), comparados con los ejecutivos neoliberales de José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democrático Brasileiro (1985-1990), de Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), y especialmente de Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002).

Entre 2002 y 2013 el desempleo urbano bajó del 12,2% al 5,4%, el salario mínimo real creció del 75%, los beneficiarios de la previdencia social pasaron de 18,9 millones a 27 millones y el número neto de personas con contratos formales de trabajo aumento de unos 20 millones. En los 7 años del gobierno Cardoso, en cambio, se crearon 627mil puestos de trabajo al año. El gasto social público, sello de un gobierno más keynesiano en la economía y más redistribuidor de la renta (no necesariamente “asistencial” como algunos han afirmado), creció del 12,7% del PIB al 16,8% y el índice de Gini, medición de la desigualdad, mejoró de 0,59 a 0,53. La pobreza bajó del 34,4% al 15,9%, la extrema pasó del 15% al 5,2%.

EL Producto Interior Bruto (PIB) per cápita pasó de 3,100 a 9,828 dólares, y la economía brasileña pasó del lugar 14 al séptimo por tamaño absoluto en el mundo. Las reservas internacionales se multiplicaron por 10 (de 37 a 375,8 billones de dólares), las inversiones extranjeras directas pasaron de 16,6 a 64 billones de dólares. Aumentó la atención al sistema educativo con la inauguración de programas como ProUni, Pronatec y Ciencia sin fronteras. Cardoso no había creado ninguna universidad federal, ni escuelas técnicas, mientras que en los últimos 12 años se fundaron respectivamente 18 de las primeras y 214 de las segundas. Los estudiantes universitarios crecieron de 583mila a un millón y 87mil. La “muy temida” inflación que Lula y Dilma habrían generado, en realidad, siempre ha estado bajo control, entre el 4% y el 6%, y aumentó en 2014 al 6,6%, una tasa no elevada.

Estos resultados hablan de un enfoque incluyente que ha ampliado el mercado interno y ha tratado de transformar el crecimiento y la coyuntura favorable en desarrollo y, aun considerando que los gobiernospetistas desde luego son criticables y han sido contestados bajo muchos puntos de vista legítimos por los movimientos sociales organizados, no cabe duda, no obstante, de que representan un modelo distinto y una visión de la economía y de la sociedad más inclusivo y exitoso que el neoliberal del Washington Consensus. En el balotaje del domingo los brasileños tendrán que decidir entre dos modelos que, en efecto, ya se han puesto a prueba en el pasado, y entre los resultados que han arrojado.  @FabrizioLorusso

Presentación del libro “Le persone della mia città” di Andrea Alì #Mexico

Le persone della mia città Libro presentazione

Vi invito mercoledì 22 ottobre, alle ore 18, presso l’Aula Magna dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico per la presentazione del romanzo di Andrea Alì “Le persone della mia città”, pubblicato in Italia da Edizioni Il foglio -Narrativa (pp. 249, Piombino (LI), 2014). Introduce l’addetto culturale Gianni Vinciguerra. Io e l’autore presenteremo il romanzo e ne leggeremo alcuni estratti. Fabrizio Lorusso.

“Lorenzo è un giovane operaio. Vive nella provincia di una piccola città. Nel tempo libero legge Rimbaud. Ama il contatto con la natura ma si sente soffocare dal conformismo di provincia. Sulla scia dei sogni che gli ispirano le letture del poeta francese e approfittando delle prime aperture del progetto politico e culturale europeo, decide di partire. Il viaggio è inteso come avventura verso l’ignoto, conoscenza, necessità di mettersi in gioco e crescita. Il viaggio attraverso alcuni paesi del nord Europa finirà in Messico. Il protagonista esplorerà la cultura messicana per certi versi a lui più affine e per altri opposta alla sua conoscenza del mondo; una cultura che, nonostante non ne capisca la logica, lo affascina. Negli anni vissuti in Messico Lorenzo sperimenterà la delusione e la perdita dell’equilibrio, il fascino e l’attrazione per una cultura diversa, l’incapacità di ricominciare a costruirsi una nuova vita e la conoscenza di se stesso, il desiderio di rivincita e la crescita, l’affermazione del sé e la nostalgia”.

Están cordialmente invitados el miércoles 22 de octubre, a las 18 horas, en el Aula Magna del Instituto Italiano de Cultura de la Cd. de México (Francisco Sosa 77, col. Villa Coyoacan) para la presentación de la novela de Andrea Alí  “Le persone della mia città” (Las personas de mi ciudad), pubblicado en Italia por Edizioni Il foglio-Narrativa (pp. 249, Piombino (LI), 2014). Introduce el agregado cultural Gianni Vinciguerra. Yo y el autor vamos a presentar la novela y a leer algunos extractos. Fabrizio Lorusso.

“Lorenzo es un joven obrero. Vive en la provincia de una pequeña ciudad. En el tiempo libre lee a Rimbaud. Ama el contacto con la naturaleza pero se siente ahogar en el conformismo de la provincia. Siguiendo a sus sueños, inspirados por las lecturas del poeta francés, y aprovechando de las primeras aperturas del proyecto político y cultural europeo, decide partir. El viaje es entendido como aventura hacia lo desconocido, conocimiento, necesidad de ponerse en juego y crecimiento. El viaje por algunos países del norte de Europa terminará en México. El protagonista explorará la cultura mexicana, en varios sentidos más afín a él y en otros opuesta a su experiencia del mundo; una cultura que, a pesar de que no entienda su lógica, lo fascina. En los años vividos en México, Lorenzo experimentará la decepción y la pérdida del equilibrio, la fascinación y atracción por una cultura diferente, la incapacidad de volver a empezar a construirse una nueva vida y el conocimiento de sí mismo, el deseo de revancha y el crecimiento, la afirmación de sí y la nostalgia”.

EPER: Miradas sobre el 68 desde el teatro

1. Cartel Eper 2. EPER PORTADA LIBRO

(De Variopinto al día – Fabrizio Lorusso) Ciudad de México.- Todos los miércoles de este mes de octubre se va a presentar la obra teatral Eper, de Tania Campos, en la Ciudad de México, y la cita es en un teatro, centro cultural ubicado en la colonia Condesa (Nuevo León 46, esquina con Parras). Eper, que significa fresa en húngaro, es la primera de una trilogía que, según miradas distintas y heterodoxas, pretende abordar el tema del 68 y del movimiento estudiantil.

La idea es que la obra se ponga en escena durante el mes de octubre de cada año, a partir de la primera temporada en 2012, estrenada en el Centro Cultural Universitario de la UNAM en Tlatelolco, hasta el 2018, cuando se cumplirán 50 años de la matanza de Tlatelolco de 1968. Con la dirección de Alexandro Guerrero y la actuación de Nora Manneck, este monólogo teatral representa la visión de una mujer extranjera, Ilka, quien recuerda su niñez durante la Segunda Guerra Mundial, así como su precario destino e incierta identidad.

Como muchos extranjeros en México, Ilka elige este país para encontrar un sentido de pertenencia y echar nuevas raíces. Su historia personal se va entrelazando con el fervor y los acontecimientos del movimiento estudiantil de 1968 y, en especial, con la existencia del hombre al que ama, quien fue preso y señalado como traidor.

Este año la obra se integra con un libro: el texto completo de la obra, más largo del que se aprecia en las representaciones teatrales, fue ilustrado magistralmente por Luis Pérez Gay, puesto en circulación por laEditorial Revolución y está a la venta, por ahora, durante las funciones para apoyar la producción de la obra. También se consigue directamente con la autora: http://demilagroandamos.blogspot.mx .

Aprovechando la ocasión del arranque de esta nueva temporada y del lanzamiento del libro de Eper, en cuyo reparto se encuentran: Nora Manneck (Ilka), la acordeonista Alexandra Beugnet y, como voz agente, Arturo Beristáin.

A continuación la entrevista con Tania Campos, antropóloga y escritora, para saber más sobre la obra.

¿Qué significa Eper?

“Eper es la historia y el monólogo de una mujer extranjera que se relaciona con uno de los líderes estudiantiles del 68, es la visión de una mujer que no está involucrada políticamente en la política pero sí lo está emocionalmente, su vida está ligada a lo que sucede y sufre persecución también por ser extranjera. La historia de ella no sólo es el 68, sino que empieza desde antes, con la Segunda Guerra Mundial, y con la decisión de venir a México a vivir. Eper quiere decir fresa en húngaro, pues la protagonista de la obra es húngara y se basa sobre la historia de mi madre.”

¿Cuáles son las otras obras de la trilogía?

“La segunda de la trilogía se llama Es una provocación y es un diálogo entre José Revueltas y el representante estudiantil que estuvo en la misma celda que Revueltas. La tercera es una parodia que se llama Revolución se escribe con V que es una crítica parodiada de cómo el 68 ha llegado a convertirse ya en un referente utilizado incluso por el propio gobierno. Hay marcha cada 2 de octubre pero parece que no hay algo más.”

¿Tratas el tema de la migración y la extranjería?

“Más que con el tema de migración tiene que ver con la manera en que México se relaciona con los extranjeros, con los que se quedan a vivir aquí. Porque una cosa son los extranjeros de paso, los turistas o viajeros, con los cuales los mexicanos sabemos ser muy lindos, y todos nos caen bien.

Pero cuando un extranjero decide quedarse en el país ya la cosa cambia, creo que hay algo que les llega a los extranjeros particularmente y que es difícil de comprender para los mexicanos, sobre todo por los que no tienen contacto con los foráneos: es el hecho de que un extranjero en México siempre va a ser extranjero, por más adaptado que esté, por más que lleve 50 años aquí, por más que hable un español impecable y conozca la historia o que esté comprometido con este país, para los mexicanos un extranjero siempre va a ser extranjero. Eso tiene implicaciones no sólo sociales, sino políticas.

En México, cuando hay algún problema político, la culpa es de los extranjeros, o sea, el discurso oficial apunta hacia ellos. Lo puedes ver por ejemplo con los zapatistas, cuando se decía: ‘Y es que vinieron una bola de extranjeros, y es que los están manipulando’, y cosas así. En el 68 la persecución a los extranjeros también fue brutal porque eran los únicos que podían ser una voz fuera de lo que había pasado aquí, no se querían testigos. Hoy también es vigente el tema.”

¿Qué otros temas trata Eper?

“La obra habla de la necesidad de pertenecer a un lugar como primer tema. Habla de lo que es ser extranjero en México en una coyuntura política. Y habla de la historia oficial y no oficial del 68, y es una crítica dura también a la historia no oficial que se volvió parte de la oficial.

La historia que nos enseñan no corresponde con la verdadera. De alguna manera, la historia de esta obra tiene que ver con mi familia y con el movimiento estudiantil del 68. La idea es cuestionar cómo se escribe la historia desde diferentes puntos de vista y eso vale en general, no sólo con el 68.

Lo terrible de este asunto es que esa forma de hacer las cosas es una estrategia de estado y se hace en todos los movimientos, pues se logran infiltrar y, dentro de ellos, a todos los que pudieran tener más carisma, convocatoria o más proyección se les acusa a menudo, desde dentro, de ser traidores o de trabajar por el gobierno y de esa manera es como se anulan a los más radicales de los movimientos.”

¿Por ejemplo?

“Si vemos lo que pasa con la cobertura mediática del caso Ayotzinapa, por ejemplo, allí Televisa, Tv Azteca o Milenio, medios que tradicionalmente se ocupan de tergiversar todo eso, ¿por qué ahora están tan interesados en cubrir una nota que en otros momentos no hubieran cubierto así? Algo hay.

Pienso que el asunto es mucho más complejo y tiene que ver, por ejemplo, con la criminalización de cierto tipo de estudiantes, politizados y organizados como en las Normales Rurales, y ponerlos en los medios de alguna manera tiene dos efectos: por un lado, desde luego, aumentan la rabia y las protestas de la gente, pero por otro lado también tienen la función de amedrentar y mandar un mensaje contra ‘esos estudiantes rijosos’, en un momento en que hay protestas fuertes en el Poli.”

¿Por qué aconsejas ir a ver Eper?

“Volviendo a la obra, diría que es una historia compleja y puede sentirse identificada la gente que vive la cuestión del desarraigo, eso de pertenecer y vivir en un lugar que no es el tuyo. Y asimismo, el tema de la persecución política, el de los extranjeros, de la historia oficial y también, al final, sí hay preguntas y cuestionamientos muy concretos sobre esa historia no oficial que se volvió oficial y lo que ha significado para nosotros.

La protagonista habla de la factura que se le cobra al hijo por el papel que le fue asignado al padre, y así se silencia, al menos en parte, no sólo al padre sino al hijo. Nos vemos, entonces, a las ocho de la noche en “Un Teatro”, frente al parque España, todos los miércoles de este mes.”

La strage degli studenti in Messico: Narco-Stato e Narco-Politica

di Fabrizio Lorusso – CarmillaOnLine

Marcha Ayotzinapa 8 oct 179 (Small)Il Messico si sta trasformando in un’immensa fossa comune. Dal dicembre 2012, mese d’inizio del periodo presidenziale di Enrique Peña Nieto, a oggi ne sono state trovate 246, a cui pochi giorni fa se ne sono aggiunte altre sei. Sono le fosse clandestine della città di Iguala, nello stato meridionale del Guerrero. Tra sabato 4 ottobre e domenica 5 l’esercito, che ha cordonato la zona, ne ha estratto 28 cadaveri: irriconoscibili, bruciati, calcinati, abbandonati. E’ probabile che si tratti dei corpi interrati di decine di studenti della scuola normale di Ayotzinapa, comune che si trova a circa 120 km da Iguala. Infatti, dal fine settimana precedente, 43 normalisti risultano ufficialmente desaparecidos. “Desaparecido” non significa semplicemente scomparso o irreperibile, significa che c’è di mezzo lo stato.

Vuol dire che l’autorità, connivente con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, è coinvolta nel sequestro di persone e nella loro eliminazione. Niente più tracce, i desaparecidos non possono essere dichiarati ufficialmente morti, ma, di fatto, non esistono più. I familiari li cercano, chiedono giustizia alle stesse autorità che li hanno fatti sparire. Oppure si rivolgono ai mass media e a istituzioni che in Messico sono sempre più spesso una farsa, una facciata che nasconde altri interessi e altre logiche, occulte e delinquenziali. E nelle conferenze stampa, senza paura, dicono: “Non è stata la criminalità organizzata, ma lo stato messicano”.

La strage di #Iguala #Ayotzinapa

Marcha Ayotzinapa 8 oct 149 (Small)La sera di venerdì 26 settembre un gruppo di giovani alunni della scuola normale di Ayotzinapa si dirige a Iguala per botear, cioè racimolare soldi. Hanno tutti tra i 17 e i 20 anni. Vogliono raccogliere fondi per partecipare al tradizionale corteo del 2 ottobre a Città del Messico in ricordo della strage  di stato del 1968, quando l’esercito uccise oltre 300 studenti e manifestanti in Plaza Tlatelolco. I normalisti decidono di occupare tre autobus. I conducenti li lasciano fare, ci sono abituati. Sono le sette e mezza, fa buio. Fuori dall’autostazione, però, ad attenderli c’è un commando armato di poliziotti. Fanno fuoco senza preavviso. Sparano per uccidere, non solo per intimidire. Hanno l’uniforme della polizia del comune di Iguala e sono gli uomini del sindaco José Luis Abarca Velázquez e del direttore della polizia locale Felipe Flores, entrambi latitanti da più di una settimana. Ma i pistoleri poliziotti non restano soli a lungo, presto sono raggiunti da un manipolo di altri energumeni in tenuta antisommossa. Il fuoco delle armi cessa per un po’, ma l’attacco è stato brutale, indignante e irrazionale.

La persecuzione continua. Partono altri spari. Muoiono tre studenti, altri 25 restano feriti, uno in stato di morte cerebrale. Per salvarsi bisogna nascondersi, buttarsi sotto gli autobus. Non muoverti, se no gli sbirri ti seccano. Alcuni cercano di scappare, scendono dai bus, il formicaio esplode nell’oscurità. Gli uomini in divisa caricano decine di studenti sulle loro camionette e li portano via. Pare che l’esercito, la polizia federale e quella statale abbiano scelto di non intervenire. Lasciar stare.

Intanto sopraggiungono altri soggetti con armi di alto calibro, narcotrafficanti del cartello dei Guerreros Unidos, una delle tante sigle che descrivono il terrore della narcoguerra e la decomposizione del corpo sociale in molte regioni del paese. Non contenti, i poliziotti, in combutta con i narcos, si spostano fuori città, pattugliano la strada statale che collega Ayotzinapa a Iguala e fermano un pullman di una squadra di calcio locale, los avispones. Assaltano anche quello, pensando che sia il mezzo su cui gli studenti stanno facendo ritorno a casa. Bisogna sparare, bersagliare senza tregua. E ora sono in tanti, narcos e narco-poliziotti, insieme, probabilmente per ordine de “El Chucky”, un boss locale, e del sindaco Abarca.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 234 (Small)Ammazzano un calciatore degli avispones, un ragazzo di quattordici anni che si chiamava David Josué García Evangelista. I proiettili volano ovunque, sono schegge di follia e forano la carrozzeria di un taxi che, sventurato, stava passando di lì. Perdono la vita sia il conducente dell’auto sia una passeggera, la signora Blanca Montiel. Il caso, la mala suerte si fa muerte. Poche ore dopo in città compare il cadavere dello studente Julio Cesar Mondragón, martoriato. Gli hanno scorticato completamente la faccia e gli hanno tolto gli occhi, secondo l’usanza dei narcos. La macabra immagine, anche se repulsiva, diventa virale nelle reti sociali. E si diffondono globalmente anche le testimonianze dirette dell’orrore che stanno rendendo i sopravvissuti.

Le reazioni alla mattanza

Dopo il week end del massacro a Iguala i compagni della normale di Ayotzinapa e i familiari delle vittime e dei desaparecidos si organizzano, reclamano, tornano sul luogo della strage e indicono una manifestazione nazionale per l’8 ottobre a Città del Messico per chiedere le dimissioni del governatore statale, Ángel Aguirre, la “restituzione con vita” dei desaparecidos e giustizia per le vittime della mattanza.

Cresce la pressione mediatica e popolare per ottenere giustizia. Arrivano i primi arresti. 22 poliziotti al soldo delle mafie locali e 8 narcotrafficanti sono imprigionati e la Procura Generale della Repubblica comincia a occuparsi del caso. Alcuni degli arrestati confessano i crimini commessi e parlano di almeno 17 studenti rapiti e giustiziati. Indicano la posizione esatta di tre fosse clandestine in cui sarebbero stati interrati. L’esercito e la gendarmeria commissariano l’intera regione e blindano le fosse comuni che non sono tre, sono sei. La morte si moltiplica. I corpi recuperati sono 28, non 17. I desaparecidos, però, sono 43.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 020 (Small)I numeri non tornano. I familiari non si fidano, chiedono l’invio di medici forensi argentini, specialisti imparziali e qualificati. Ci vorrà tempo per avere certezze, se mai ce ne saranno. I risultati dell’esame dell’ADN tarderanno ad arrivare almeno due settimane. Nel frattempo, il 7 ottobre, seicento agenti delle polizie comunitarie della regione della Costa Chica, appartenenti alla UPOEG (Unione dei Popoli Organizzati dello Stato del Guerrero), hanno fatto il loro ingresso a Iguala per cercare “vivi o morti” e “casa per casa” i 43 studenti scomparsi. Altri gruppi della polizia comunitaria di Tixla, autonoma rispetto alle autorità statali, hanno scritto su twitter: “Con la nostra attività di sicurezza stiamo proteggendo la Normale di #Ayotzinapa“.

Dov’è finito il sindaco del PRD (Partido de la Revolución Democrática, di centro-sinistra) José Luis Abarca? E sua moglie, anche lei irreperibile? E cosa fa il governatore dello stato, il “progressista”, anche lui del PRD, Ángel Aguirre? Pare che lui conoscesse molto bene la situazione già da tempo. Il loro partito ha scelto di espellere il sindaco e sostenere il governatore per non perdere quote di potere in quella regione. Abarca ha chiesto 30 giorni di permesso e poi è sparito. Ora è ricercato dalla giustizia e vituperato dall’opinione pubblica nazionale. Aguirre, che non ha potuto impedire la strage né ha bloccato la concessione permesso richiesto dal sindaco prima di scappare, cerca di difendere l’indifendibile e, per ora, non presenta le sue dimissioni. Anzi, scambia abbracci e si fa la foto con Carlos Navarrete, nuovo segretario generale del PRD eletto domenica 5 ottobre.

Narco-Politica

La gravità della situazione è palese, anche perché è nota da anni e non s’è fatto nulla per denunciarla ed evitare la sua degenerazione violenta. José Luis Abarca, sindaco di Iguala al soldo dei narco-cartelli, ha un passato inquietante alle spalle, ma è riuscito comunque a diventare primo cittadino e a piazzare sua moglie, María Pineda, come capo delle politiche sociali municipali, cioè dell’ufficio del DIF (Desarrollo Integral de la Familia), e prossima candidata sindaco. Il giorno della strage la signora Pineda doveva presentare la relazione dei lavori svolti come funzionaria pubblica e, temendo un’eventuale incursione dei normalisti nell’evento, avrebbe richiesto al marito di “mettere in sicurezza” la zona.

Abarca avrebbe quindi lanciato l’operazione contro gli studenti con la collaborazione piena del capo della polizia municipale, suo cugino Felipe Flores. Costui era già noto per aver “clonato” pattuglie della polizia col fine di realizzare “lavoretti speciali” e per i suoi abusi d’autorità. La moglie del sindaco è sorella di Jorge Alberto e Mario Pineda Villa, noti anche come “El borrado” e “El MP”, due operatori del cartello dei Beltrán Leyva morti assassinati. Salomón Pineda, un altro fratello, sta con i Guerreros Unidos dal giugno 2013. In uno degli stati più poveri del Messico, Abarca e consorte prendono, tra stipendi e compensazioni, 20mila euro al mese che pesano direttamente sulle casse comunali.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 175 (Small)“Mi concederò il piacere di ammazzarti”, avrebbe detto nel 2013 il sindaco Abarca ad Arturo Hernández Cardona, della Unidad Popular di Guerrero, prima di ucciderlo, secondo quanto racconta un testimone di questo delitto per cui Abarca non è stato condannato, ma che è depositato in un fascicolo giudiziale.

Il 30 maggio 2013 otto persone scomparvero a Iguala. Erano attivisti, membri della Unidad Popular, un gruppo politico vicino al PRD. Tre di loro sono stati ritrovati, morti, in fosse comuni. La camionetta su cui viaggiavano venne rinvenuta nel deposito comunale degli autoveicoli di Iguala. Human Rights Watch, Amnisty Internacional e l’Ufficio a Washington per gli Affari Latinoamericani chiesero invano alle autorità federali di chiarire il caso, essendoci il fondato sospetto di un’implicazione delle autorità locali. Cinque attivisti sono tuttora desaparecidos.

I sicari con l’uniforme della polizia e quelli in borghese lavorano per lo stesso cartello, quello dei Guerreros Unidos che è in lotta con Los Rojos per il controllo degli accessi allatierra caliente, la zona calda tra lo costa e la sierra in cui prosperano le coltivazioni di marijuana e fioriscono i papaveri da oppio, che qui si chiamano amapola o adormidera. Le bande rivali sono nate dalla scissione organizzazione dei fratelli Beltrán Leyva, ormai agonizzante. Il 2 ottobre, mentre 50mila persone sfilavano per le strade della capitale per non far sbiadire la memoria di una strage, a Queretaro veniva arrestato l’ultimo dei fratelli latitanti, Hector Beltrán Leyva, alias “El H”, un altro figlio delle montagne dello stato del Sinaloa. “El H” era diventato un imprenditore rispettato. Originario della Corleone messicana, la famigerata Badiraguato, e antico alleato dell’ex jefe de jefes, Joaquín “El Chapo” Guzmán, che sta in prigione dal febbraio scorso, s’era costruito una reputazione rispettabile, onorata. Ma già da tempo il gruppo dei Beltrán s’era diviso in cellule cancerogene e impazzite secondo il cosiddetto effetto cucaracha: scarafaggi in fuga, un esodo di massa per non essere calpestati.

Ed eccoli qui che giustiziano studenti insieme ai poliziotti che, a loro volta, aspirano a posizioni migliori all’interno dell’organizzazione criminale, sempre più confusa con quella statale, e s’occupano della compravendita di protezione e di droga. L’eroina tira di più in questo periodo e Iguala è una porta d’accesso importante, una plaza di snodo. L’eroina bianca del Guerrero è un prodotto che non ha niente da invidiare, per qualità e purezza, a quella proveniente dall’Afghanistan. Anche per questo la regione è la più violenta del Messico da un anno e mezzo a questa parte e ha spodestato in testa alla classifica della morte altri stati in disfacimento come il Michoacan, il Tamaulipas, Sonora, il Sinaloa, Chihuahua, l’Estado de México e Veracruz.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 292 (Small)I responsabili del massacro di Iguala

I poliziotti detenuti accusano Francisco Salgado, uno dei loro capi, finito anche lui in manette, di avere ordinato loro di intercettare gli studenti fuori dalla stazione degli autobus. Invece l’ordine di sequestrarli e assassinarli sarebbe arrivato dal boss mafioso El Chucky. Chucky, come il personaggio del film horror “La bambola assassina” di Tom Holland. Il procuratore di Guerrero, Iñaki Blanco, ritiene che il principale responsabile della mattanza e della desaparición dei 43 normalisti sia il sindaco Abarca che “è venuto meno al suo dovere, oltre ad aver commesso vari illeciti”. Il procuratore parla solo di “omissioni”, promuoverà accuse per “violazioni alle garanzie della popolazione” e la revocazione della sua immunità, ma dal suo discorso non si capisce chi sarebbero tutti i responsabili né come saranno identificati e processati.

Chi ha ordinato ai (narco)poliziotti di fermare i normalisti e di sparare? Com’è possibile che il sindaco e il capo della polizia e delle forze di sicurezza locali, Felipe Flores, siano riusciti a fuggire? Perché i due, ma anche l’esercito e le forze federali, hanno lasciato gli studenti alla mercé della violenza? Perché la polizia prende ordini dai narcos e, anzi, fa parte del cartello dei Guerreros Unidos? Com’è possibile che tutto questo sia tragicamente così normale in Messico? Come mai nessuno l’ha impedito, se già da anni si era a conoscenza della situazione?

Infatti, ci sono prove del fatto che, almeno dal 2013, il governo federale e il PRD hanno chiuso entrambi gli occhi di fronte all’evidenza: José Luis Abarca e sua moglie María Pineda avevano chiari vincoli col narcotraffico e con la morte di un militante come Arturo Hernández Cardona. Ma già dal 2009, quando il presidente era Felipe Calderón, del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), la Procura Generale della Repubblica aveva reso pubbliche la relazioni della signora Pineda e dei suoi fratelli con il cartello dei Beltrán Leyva. La polizia di Iguala era in mano ai narcos e sono tantissime le realtà locali in Messico ove predomina questa situazione.

L’esperto internazionale di sicurezza e narcotraffico, il prof. Edgardo Buscaglia, ha parlato di Peña Nieto e di Calderón come figure simili tra loro, come coordinatori del patto d’impunità e della perdita di controllo politico nazionale: “Sono cambiate le facce, ma hanno lo stesso ruolo”.  Perciò, ha segnalato l’accademico, bisogna cominciare dal presidente per trovare i responsabili. Mentre la comunità internazionale “fa come se non stesse accadendo nulla”, nel paese “il denaro zittisce le coscienze collettive” e, secondo Buscaglia, “il sistema giungerà a una crisi e ci sarà una sollevazione sociale in cui si fermerà il paese e soprattutto il sistema economico”.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 129 (Small)Le scuole normali messicane

Resta il fato che sparuti gruppi di studenti, seppur combattivi, di un’istituzione rurale non sono pericolosi trafficanti né rappresentano minacce sistemiche. Perché annichilarli? Forse la storia ci aiuta a ipotizzare delle risposte. Le scuole normali messicane, nate negli anni ’20 e impulsate dal presidente Lázaro Cárdenas negli anni ’30 come baluardi del progetto di educación socialista per il popolo e le zone rurali del paese, sono considerate oggi dalla classe politica tecnocratica come un pericoloso e anacronistico retaggio del passato. Un’appendice inutile da estirpare per entrare appieno nella globalizzazione.

Di fatto i governi neoliberali, dai presidenti Miguel de la Madrid (1982-1988) e Carlos Salinas (1988-1994) in poi, hanno costantemente attaccato e minacciato la sopravvivenza del sistema scolastico delle normali che, ciononostante, ha saputo resistere. La funzione sociale di questi centri educativi è sempre stata fondamentale perché è consistita nell’istruire le classi sociali più deboli e sfruttate, specialmente i contadini e gli abitanti delle campagne, affinché potessero difendersi dai soprusi dei latifondisti e dei politici locali, secondo un chiaro progetto politico-educativo di emancipazione e ribellione allo status quo. L’alfabetizzazione della popolazione rurale e la formazione di maestri coscienti socialmente sembra essersi trasformata in un’anomalia per tanti settori benpensanti, politici e metropolitani.

Anche per questo gli studenti delle normali, in quanto portatori di modelli di lotta e di formazione antitetici rispetto a quelli delle élite locali e nazionali e dei cacicchi della narco-agricoltura e della narco-politica, sono già stati vittime in passato della barbarie e della repressione. Nel dicembre 2011 la polizia ne uccise due proprio di Ayotzinapa durante lo sgombero di un blocco stradale e di una manifestazione. Una violenza smisurata venne impiegata dalla Polizia Federale nel 2007 per reprimere gli alunni di quella stessa cittadina che avevano bloccato il passaggio in un casello della turistica Autostrada del Sole tra Acapulco e Città del Messico. Nel 2008 i loro compagni della normale di Tiripetío, nel Michoacán, furono trattati come membri di pericolose gang e, in seguito a una giornata di proteste e scontri con la polizia, 133 di loro finirono in manette.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 008 (Small)Tradizione stragista

La criminalizzazione dei normalisti va inquadrata anche nel più esteso processo di criminalizzazione della protesta sociale che incalza con l’approvazione di misure repressive, come la “Ley Bala”, che prevede l’uso delle armi in alcuni casi nei cortei da parte della polizia, con l’inasprimento delle pene per delitti contro la proprietà privata e l’ampliamento surreale delle fattispecie legate ai reati di terrorismo e di attacco alla pace pubblica. Tutti contenitori pronti per fabbricare colpevoli e delitti fast track. Il caso di Mario González, studente attivista arrestato ingiustamente il 2 ottobre 2013 e condannato, senza prove e con un processo ridicolo, a 5 anni e 9 mesi di reclusione, sta lì a ricordarcelo.

Ma la “tradizione stragista” e di omissioni dello stato messicano è purtroppo molto più lunga e persistente. Basti ricordare alcuni nomi e alcune date, solo pochi esempi tra centinaia che si potrebbero menzionare: 2 ottobre 1968, Tlatelolco; 11 giugno 1971, “Los halcones”; anni ’70 e ‘80, guerra sucia; 1995, Aguas Blancas, Guerrero; 1997, Acteal, Chiapas; 2006, Atenco y Oaxaca; 2008 y 2014, Tlatlaya; 2010 e 2011, i due massacri di migranti a San Fernando, Tamaulipas; 2014, caracol zapatista de La Realidad, Chiapas; 2014, Iguala; 2006-2014, NarcoGuerra, 100mila morti, 27mila desaparecidos…

La OAS (Organization of American States), Human Rights Watch, la ONU, la CIDH (Corte Interamericana dei Diritti Umani) si sono unite al coro internazionale di voci critiche contro il governo messicano. La notizia delle fosse comuni e della mattanza di Iguala sta cominciando a circolare nei media di tutto il mondo e si erge a simbolo dell’inettitudine, dell’impunità e della corruzione. In pochi giorni è crollata la propaganda ufficiale che presentava un paese pacificato e sulla via dello sviluppo indefinito.

“Estamos moviendo a México”

Marcha Ayotzinapa 8 oct 225 (Small)Gli spot governativi presentano un Messico che si muove, che sta sconfiggendo i narcos e che, grazie alla panacea delle “riforme strutturali”, in primis quella energetica, ma anche quelle della scuola, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, si starebbe avviando a entrare nel club delle nazioni che contano: una retorica, quella delle riforme necessarie e provvidenziali, che suona molto familiare anche in Europa e in Italia e che, in terra azteca, copia pedantemente quella dei presidenti degli anni ottanta e novanta, in particolare di Carlos Salinas de Gortari. Dopo la firma del NAFTA (Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord) con USA e Canada, Salinas preconizzava l’ingresso del Messico nel cosiddetto primo mondo. Invece alla fine del suo mandato nel 1994 l’insurrezione dell’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) in Chiapas, l’effetto Tequila, la svalutazione, indici di povertà insultanti e la fine dell’egemonia politica del PRI (Partido Revolucionario Institucional, al potere durante 71 anni nel Novecento) attendevano al bivio il nuovo presidente, Ernesto Zedillo (1994-2000).

Oggi Peña Nieto, anche lui del PRI, dopo aver approvato le riforme costituzionali e della legislazione secondaria in fretta e furia, cerca di vendere il paese agli investitori stranieri, mostrando al mondo come pregi gli aspetti più laceranti del sottosviluppo: precarietà e flessibilità del lavoro; salari da fame per una manodopera mediamente qualificata, non sindacalizzata e ricattabile; movimenti sociali anestetizzati; un welfare non universale, discriminante e carente; riforme educative dequalificanti per professori e alunni ma “efficientiste”; stato di diritto “flessibile”, cioè accondiscendente con i forti e spietato coi deboli.

Marcha Ayotzinapa 8 oct 276 (Small)Il presidente annuncia lo sforzo del Messico per consolidare l’Alleanza del Pacifico, un’area commerciale sul modello del NAFTA per i paesi americani affacciati sull’Oceano Pacifico, e la prossima partecipazione di personale militare e civile alle “missioni di pace dell’ONU”come quella ad Haiti, la missione dei caschi blu chiamata MINUSTAH, che pochi onori e tante grane ha portato al paese caraibico e agli eserciti latinoamericani, per esempio il brasiliano, l’uruguaiano e il venezuelano, che vi partecipano attivamente.

Questa politica da “potenza regionale”, però, deve fare i conti con la cruda realtà. L’inserto Semanal del quotidiano La Jornada del 5 ottobre ha pubblicato un box con un piccolo promemoria: dal dicembre 2012 al gennaio 2014 ci sono stati 23.640 morti legati al narco-conflitto interno, 1700 esecuzioni al mese, con Guerrero che registra, da solo, un saldo di 2.457 assassinii, secondo quanto  riferisce la rivista Zeta in base all’analisi dei dati ufficiali. Nel 2011 Fidel López García, consulente dell’ONU intervistato dalla rivista Proceso (28/XI/2011), aveva parlato di un milione e seicentomila persone obbligate a lasciare la loro regione d’origine per via della guerra. Anche per questo il Messico rischia di trasformarsi in un’immensa fossa comune (e impune).

Ayo foto corteo lungoPost Scriptum. Il corteo.

“¿Por qué, por qué, por qué nos asesinan? ¡26 de septiembre, no se olvida!” (“Perché, perché, perché ci assassinano? Il 26 settembre non si dimentica”).  E’ stato il grido di oltre 60 piazze del Messico e decine in tutto il mondo nel pomeriggio dell’8 ottobre 2014.

“Gli studenti sono vittime di omicidi extragiudiziari, si sequestrano e si fanno sparire non solo studenti ma anche attivisti sociali e quelli che vanno contro il governo […] è una presa in giro verso il nostro dolore, non sappiamo perché fanno questo teatrino politico”. Così ha espresso la sua rabbia Omar García, compagno degli studenti uccisi, in conferenza stampa. L’esercito, che nei tartassanti spot governativi viene ritratto come un’istituzione integra, fatta di salvatori della patria e protettori dei più deboli, ha vessato gli studenti di Ayotzinapa che portavano con loro un compagno ferito:

“Ci hanno accusato di essere entrati in case private, gli abbiamo chiesto di aiutare uno dei nostri compagni e i militari han detto che ce l’eravamo cercata. Lo abbiamo portato noi all’ospedale generale ed è stato lì a dissanguarsi per due ore. L’esercito stava a guardare e non ci hanno aiutato”, continua Omar. “Il governo statale sapeva quello che stavamo facendo, non eravamo in attività di protesta ma accademiche ed è dagli anni ’50 che occupiamo gli autobus e la polizia se li viene riprendere, ma non deve aggredirci a mitragliate”.

Il normalista ha infine parlato del governatore Aguirre: “Il nostro governatore ha ammazzato 13 dirigenti di Guerrero e due compagni nostri nel 2011 e per nostra disgrazia questi sono rimasti nell’oblio. La Commissione Nazionale dei Diritti Umani, cha aveva emesso un monito, non ha più seguito la cosa e il caso è rimasto impune, chi ha ucciso è rimasto libero”.

Perseo Quiroz, direttore di Amnisty in Messico, ha spiegato che non serve a nulla che il presidente Peña si rammarichi pubblicamente dei fatti di Iguala perché “questi incubavano tutte le condizioni perché succedessero, non sono fatti isolati […] lo stato messicano colloca la tematica dei diritti umani in terza o quarta posizione e per questa mancanza di azioni accadono come a Iguala”.

Ayo Polizia comunitaria a AyotzinapaAnche il Dottor Mireles, leader del movimento degli autodefensas del Michoacán e incarcerato dal luglio 2014, ha mandato unmessaggio dal carcere solidarizzando con i normalisti di Iguala. Il suo comunicato è importante perché sottolinea il doppio discorso e le ambiguità del governo: da una parte la connivenza narcos-autorità-polizia è la chiave di un massacro di studenti nel Guerrero, per cui i vari livelli del governo sono immischiati e responsabili; dall’altra si mostra una falsa disponibilità al dialogo con gli studenti del politecnico (Istituto Politecnico Nazionale, IPN) che hanno occupato l’università due settimane fa per chiedere la deroga del regolamento, da poco approvato alla chetichella dalle autorità dell’ateneo, che attenta contro i principi dell’educazione pubblica e dell’università. Nonostante le dimissioni della rettrice dell’IPN e l’intimidazione derivata dal caso Ayotzinapa, la protesta studentesca continua, chiede la concessione dell’autonomia all’ateneo (cosa già acquisita da tantissime università del paese) e mette in evidenza la scarsa volontà di dialogo dell’esecutivo.

A San Cristobal de las Casas, nel Chiapas, gli zapatisti hanno proclamato la loro adesione alle iniziative di protesta di questa giornata e in migliaia hanno realizzato con una marcia silenziosa alle cinque del pomeriggio.

L’EPR (Esercito Popolare Rivoluzionario) ha emesso un comunicato in cui ha definito il massacro come un “atto di repressione e di politica criminale di uno stato militare di polizia”.

Il sindacato dissidente degli insegnanti, la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación), era presente alle manifestazioni che sono state convocate in decine di città messicane e presso i consolati messicani in oltre dieci paesi d’Europa e delle Americhe. La Coordinadora ha anche dichiarato lo sciopero indefinito nello stato del Guerrero. Nella capitale dello stato, Chilpancingo, hanno marciato oltre 10mila dimostranti.

A Città del Messico abbiamo assistito a una manifestazione imponente, non solo per il numero dei manifestanti, comunque alto per un giorno lavorativo e stimato tra le 70mila e le 100mila persone, quanto soprattutto per la diversità e il forte coinvolgimento delle persone nel corteo. Hanno risposto alla convocazione dei familiari delle vittime e degli studenti scomparsi centinaia di organizzazioni della società civile, tra cui il Movimento per la Pace e l’FPDT (Frente de los Pueblos en Defensa de la Tierra di Atenco), che sono scese in piazza con lo slogan “Ayotzinapa, Tod@s a las calles” mentre su Twitter e Facebook gli hashtag di riferimento erano  #AyotzinapaSomosTodos e #CompartimosElDolor, condividiamo il dolore.

Ayotzinapa resiste cartelloNel Messico della narcoguerra le mattanze si ripetono ogni settimana, da anni, e così pure si riproducono le dinamiche criminali che distruggono il tessuto sociale e la convivenza civile. Solo che ultimamente non se ne parla quasi più. I mass media internazionali e buona parte di quelli messicani hanno semplicemente smesso d’interessarsi della questione, seguendo le indicazioni dell’Esecutivo.

La strage di Iguala e il caso Ayotzinapa stanno facendo breccia nella cortina di fumo e silenzio alzata dal nuovo governo e dai mezzi di comunicazione perché mostrano in modo contundente, crudele e diretto la collusione della polizia, dei militari e delle autorità politiche a tutti i livelli con la delinquenza organizzata. Sono i sintomi della graduale metamorfosi dello stato in “stato fallito” e “narco-stato”. Disseppelliscono il marciume nascosto nella terra, nelle sue fosse e nelle coscienze, nei palazzi e nelle procure. Smascherano la violenza istituzionale contro il dissenso politico e sociale, aprono le vene della narco-politica ed evidenziano omertà e complicità del potere locale, regionale e nazionale. Per questo Iguala e le sue vittime fanno ancora più male.

[Questo testo fa parte del progetto NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga]

P.S. Mentre stavo per pubblicare quest’articolo, il governo messicano, attaccato da tutti fronti per la strage di Iguala e i desaparecidos di Ayotzinapa, ha annunciato la cattura di Vicente Carrillo, capo del cartello di Juárez. Un altro colpo a effetto al momento giusto per distrarre l’opinione pubblica, ricevere i complimenti della DEA (Drug Enforcement Administration) e provare a smorzare gli effetti dell’indignazione mondiale. A che serve catturare un boss importante se continuano comunque le mattanze come a Iguala e tutto resta come prima?

Galleria fotografica della manifestazione a Città del Messico: LINK

Video Cori e Sequenze del Corteo: LINK

Muere “Baby Doc” Duvalier, ex dictador de Haití

(De Variopinto al día) HAITÍ.- Hay quienes lo llaman (mejor dicho, lo llamaban) “Presidente”, sin embargo, la palabra dictador es la más adecuada para describir su trayectoria. El ex dictador Jean-Claude Duvalier, conocido como Baby Doc e hijo de otro despiadado tirano, Francois Duvalier, alias Papa Doc, gobernó Haití desde 1971, año en que falleció su padre y él cumplió 19 años, convirtiéndose en el jefe de estado más joven de la historia moderna. Su régimen duró hasta 1986, cuando tuvo que salir del país en medio de feroces revueltas populares para “refugiarse” en un exilio dorado en Francia.

El Baby de la dinastía Duvalier murió el sábado pasado por un paro cardíaco en su casa, en un lujoso barrio de Puerto Príncipe, capital de Haití, en donde residía desde el marzo del 2011. Ese año había decidido volver a su tierra natal, devastada por el terremoto del 12 de enero del 2010 que hizo más de 250mil víctimas, para “ayudar al pueblo haitiano”, según declaró en ese entonces.

En realidad, su regreso despertó sospechas y dudas, pues había la posibilidad de que se presentara para competir en las elecciones presidenciales de 2016 con el respaldo de Francia y Estados Unidos, las potencias más interesadas en mantener el estatus quo en la isla, y de los sectores conservadores y nostálgicos de la dictadura a nivel nacional. Su estrategia política y personal se basaba en la impunidad judicial de la que, hasta la fecha, ha gozado en su tierra y en el exterior. De hecho, ya en 2005, Duvalier había tratado de volver a Puerto Príncipe para ser candidato del Partido Unidad Nacional, pero no logró el registro. Dos años después, cínicamente, difundió un mensaje televisivo pidiendo disculpa al pueblo haitiano por las atrocidades cometidas durante su régimen.

En el mismo 2011, otro gobernante, protagonista de la breve temporada democrática del país caribeño en 1991, entre 1995 y 1996 y entre 2000 y 2004, había regresado al país después de 7 años de exilio: el ex presidente Jean Bertrand Aristide. Éste fue víctima de dos golpes de estado, en 1991 y, otra vez, en 2004, cuando fue expulsado y deportado por fuerzas militares estadounidenses en la República Centroafricana, pero su partido, el Fanmi Lavalas, no se ha disuelto y ha mantenido altas las expectativas de su retorno a la vida política haitiana, mismo que, no obstante, no ha sido anunciado ni parece viable.

Después de la defenestración del presidente elegido democráticamente, entre 2004 y 2006 Haití vivió un bienio de régimen autoritario, bajo el mando de Boniface Alexandre y su Primer Ministro, Gerard Latortue, durante el cual hubo más de 4000 asesinatos por motivos políticos. De todos modos, la contraposición Aristide-Duvalier y el casi simultáneo retorno de los dos en Haití ha estado alimentando especulaciones políticas a lo largo de los últimos 3 años.

Posteriormente del regreso de Baby Doc Duvalier la justicia haitiana intentó procesarlo. El ex dictador, después de negarse en varias ocasiones, se presentó por primera vez ante el tribunal solamente hasta el mes de febrero de 2013 y, finalmente, no se han podido resolver los casos en su contra y las denuncias por torturas, detenciones ilegales, exilios forzados contra sus adversarios políticos y por apropiación y malversación de fondo durante los años de su gobierno. Los fiscales haitianos empezaron este año nuevas investigaciones para enjuiciar a Duvalier por crimines contra la humanidad, los cuales no prescriben.

Recientemente, aunque demasiado tarde, también la Corte Interamericana de los Derechos Humanos atrajo el caso para dar respuesta a las demandas de justicia de los grupos organizados de víctimas del dictador que, si bien no quedará impune frente a la historia y a la memoria, logró escapar de la justicia definitivamente y terminar su vida en el lujo y en su propio país, un privilegio que no fue concedido a muchos de sus opositores. @FabrizioLorusso

Las venas abiertas del caso Cassez

(De revista variopinto al día) Sin duda, son muchas las venas abiertas del caso Cassez, es decir, las aristas de un escándalo judiciario, policiaco, político, mediático e internacional que todavía quedan irresueltas. Recientemente se ha vuelto a leer en la prensa acerca de Florence Cassez, detenida en México durante más de 7 años y condenada a 60 años de prisión por secuestro, porque el 30 de septiembre pasado la ciudadana francesa ha presentado ante la Fiscalía de París una denuncia contra “X”, o sea, en contra de alguien (o de más personas) que los investigadores van a identificar como responsable de su detención y su encarcelamiento ilegales en México.

Cassez siempre ha defendido su inocencia desde cuando, a finales del 2005, fue arrestada y, en 2009, condenada en vía definitiva por pertenecer a una banda de secuestradores. Sin embargo, en 2013, la SCJN (Suprema Corte de Justicia de la Nación) ordenó su puesta en libertad, ya que fueron violados sus derechos y el debido proceso.

Asimismo, fue confirmado a todas luces que el video en que la francesa aparecía, junto al presunto jefe de la banda, Israel Vallarta Cisneros, en el rancho “Las Chinitas” y era arrestada por uniformados de la extinta AFI (Agencia Federal de Investigaciones), en ese entonces dirigida por Genaro García Luna y el director de investigación policial Luis Cárdenas Palomino, era un falso, una simulación orquestada por la policía y TeleVisa para poder mostrar los éxitos de la lucha contra la delincuencia en el país y escalar en los ratings. La actuación de la televisora (el programa que transmitió el montaje era el de Carlos Loret de Mola y el reportero era Pablo Reinah) planteó durante años el problema de la ética periodística y la veracidad, entre desmentidas, versiones encontradas y acusaciones entre medios y periodistas.

El caso incluso perturbó las relaciones diplomáticas entre Francia y México, sobre todo bajo el mandato de Felipe Calderón y de su homólogo galo Nicolas Sarkozy, y en 2011 fue cancelado el año de México en Francia. Las cosas cambiaron con la salida de Calderón y de su Secretario de Seguridad Pública, Genaro García Luna, personaje profundamente involucrado en el caso que, probablemente, va a ser uno de los indiciados principales en las investigaciones que seguirán a la denuncia que se acaba de presentar en París. Pero, desde luego, el ex presidente, su delfín en la extinta SSP y los otros mandos policiacos no van a estar solos frente a la justicia francesa. Además de dos presuntos responsables directos, estaría Facundo Rosas Rosas, ex director de Análisis Táctico de la AFI también involucrado en lo de la simulación.

Otras “venas abiertas” son también la situación de Israel Vallarta, presunto jefe de la banda Los Zodiacos, quien, sin embargo, no ha sido condenado y sigue preso, y la de David Orozco, quien muy probablemente se va a morir en la cárcel por un cáncer provocado por las golpizas a las que fue sometido por la policía. Y todo ello para que confesara bajo tortura y declarara en contra de Florence Cassez en 2009: un montaje más.

En 2011 Orozco fue condenado a 68 años de prisión, pero en el febrero de 2014 el Tribunal Unitario del Vigésimo Cuarto Circuito ordenó la cancelación de esa sentencia y la reposición del juicio. ¿Por qué? Faltas al debido proceso, testimonios contradictorios de los policías federales, averiguación de la verdadera situación de su detención y las torturas recibidas: ¿No son estas condiciones las mismas (o parecidas) que afectaron al juicio de Israel Vallarta, quien también protagonizó, además, el famoso montaje del 2005?

Básicamente, las sentencias del Tribunal y de la SCJN abren las puertas a la liberación o a nuevos juicios para varias personas involucradas y detenidas, como pasó en el caso de Orozco y podría pasar en el de Vallarta. O bien, abren las puertas a nuevas investigaciones, que tal vez jamás van a realizarse, para dar con los responsables de manera certera. En este sentido, las venas abiertas son igualmente aquellas de las víctimas que se van a quedar sin una verdad judicial y sin justicia. Si los encarcelados no son culpables, o no se les supo o pudo fincar condena, ¿Qué sigue? ¿Dónde están los verdaderos secuestradores? ¿Dónde están Los Zodiacos y varios otros posibles delincuentes jamás investigados? Si los culpables no fueran los que creíamos, y, más bien, todos o algunos están libres, ¿Quién se hará responsable dentro del estado mexicano? ¿Servirá de algo una investigación abierta en otro país? Las preguntas se multiplican, las respuestas quedan pendientes. @FabrizioLorusso