La fame di Haiti, libro di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso

Copertina La fame di Haiti libro vinci lorusso (Small)[Introduzione e Premessa del libro La fame di Haiti di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, END Edizioni, 2015, pp. 120, € 10.20]

Dopo il terremoto, le cui immagini strazianti hanno fatto il giro del mondo, Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, due giovani giornalisti freelance italiani, si recano ad Haiti a più di un anno di distanza l’uno dall’altra. Fabrizio arriva nell’isola caraibica a un mese dal sisma del 12 gennaio 2010, vede e racconta le macerie, la desolazione, la difficile situazione politica e sociale appena   dopo la catastrofe. Nell’ottobre del 2011 Romina giunge ad Haiti e visita ospedali, orfanatrofi, scuole, scorge qua e là i segni della ricostruzione in mezzo alla povertà dilagante, fotografa bambine e bambini, uomini, donne, ragazzi e maiali che grufolano in mezzo alla spazzatura che invade quasi ogni spazio della capitale Port-au-Prince.

Da questi due sguardi nasce un primo libro, un doppio diario, pubblicato in Italia nel 2012, a cui seguono anni di oblio mediatico e Haiti torna ad essere nell’immaginario collettivo niente di più che un segmento dell’isola di Hispaniola, un paese dei Caraibi genericamente e quasi inevitabilmente povero e instabile. La solidarietà internazionale e la conseguente ricostruzione viene data per scontata. Non si parla, se non per poco tempo, della terribile epidemia di colera che ha colpito gli haitiani già vittime del terremoto.

Come spesso accade, tragedie naturali e guerre lontane finiscono per essere dimenticate e nessuno più si preoccupa di “aggiornare i dati”, di provare a comprendere l’intreccio tra gli interessi economici delle potenze mondiali e i sistemi politici locali, tra l’operato delle Ong indipendenti e quello delle “multinazionali della solidarietà”. Speculazioni, vecchie e nuove povertà, derive antidemocratiche, sanguinosi sussulti sociali sono rubricati come no- tizie di scarso interesse, come mali inevitabili di Paesi da sempre “ultimi”.

Non la pensano così Fabrizio Lorusso e Romina Vinci che ritornano sui propri passi a cinque anni dal terremoto di Haiti, rivedono e aggiornano quanto scritto e documentato a suo tempo, risentono Evel Fanfan, un avvocato che si batte con la sua associazione per il rispetto dei diritti umani sull’isola, la cui disponibilità era stata e continua a essere preziosa per i due giornalisti.

Dalla volontà di non dimenticare le tante tragedie di Haiti, passate e presenti, nasce quindi questo nuovo libro che parla di terremoto ma anche e soprattutto di fame, fame reale e fame metaforica, ma non per questo meno importante, di giustizia, di indipendenza, di dignità e di   futuro.

Sono passati cinque anni dal terremoto che ha devastato la capitale di Haiti, Port-au-Prince.  Le immagini televisive della catastrofe hanno fatto il giro del mondo nei primi mesi del 2010, ma poi la tragedia haitiana è caduta nell’oblio.  Furono oltre 250.000 i morti, un milione e mezzo i senza tetto e centinaia le tendopoli allestite dopo il sisma. Alla fine di quell’anno scoppiò anche un’epidemia di colera che fino ad ora ha fatto 9.000 vittime, mentre sono più di 700.000 le persone contagiate. Il virus, che era scomparso nel paese da almeno centocinquant’anni, vi è stato reintrodotto dalle truppe nepalesi in forza alla missione dei Caschi blu dell’Onu, la Minustah (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haiti). La comunità ha stanziato circa undici miliardi di dollari, ma pochi sono stati i risultati concreti per la vita della popolazione. Sono stati vani gli sforzi per la ricostruzione che, ancora oggi, langue ed è diventata una ghiotta occasione per le multinazionali impegnate a gareggiare per gli ap palti. Gli aiuti alimentari dall’estero cannibalizzano la produzione locale e i programmi di cooperazione, malgrado le buone intenzioni, finiscono spesso per creare dipendenza e degenerare nel paternalismo. Per questo le macerie di Haiti restano lì, intatte e dolorose, e a ricordarcele rimane anche questo diario-reportage, che ripercorre gli ultimi cinque anni, dai mesi successivi al sisma all’attuale situazione.

Scavare tra le macerie. Raccontare il terremoto. Descrivere la tragedia. Vivere e scrivere ai tempi del colera. Capire una cultura diversa, che non è del tutto latinoamericana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono. Osservare e ascoltare l’ingiustizia, la speranza, la dignità, la religione, la politica, da dentro e da fuori. Specchiarsi nel riflesso della prima isola scoperta da Colombo, ai margini dell’estremo Occidente, e sentire che Haiti è molto più che una crepa aperta nella terra, più che un bimbo affamato, un soldato mercenario, il passaggio di una crociera per ricconi e più che un mare di povertà e violenza. Superare lo stereotipo, colmare l’abisso dell’indifferenza.

Per tutti questi motivi è nata l’idea di conoscere una realtà così difficile e in seguito di fissare l’esperienza vissuta scrivendo un diario, un testo che raccontasse vicende, personaggi e quartieri visti da occhi attenti e allo stesso tempo straniati, occhi e penne che ricordano in silenzio, a lume di candela, e scrivono la sera prima di coricarsi tra le macerie.

La fame di Haiti QUI LINK – Introduzione del libro LINK – Prologo di Massimo Vaggi LINK – Prossima presentazione del libro – 15 giugno ’15 – Pavia – Volantino Link

NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga, libro in uscita il 1 giugno

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci – Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

Autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Pino Cacucci è un celebre scrittore, sceneggiatore e traduttore. Ha viaggiato molto in America Latina e soprattutto in Messico, dove ha abitato per lunghi periodi. Nel 1992 e nel 1997 ha vinto per ben due volte il prestigioso premio “Pluma de Plata Mexicana” per il miglior reportage straniero sul Messico. È autore di oltre venti romanzi e di molti racconti di viaggio quasi sempre legati al Messico (tra cui Tina, Puerto Escondido, San Isidro Futból, La polvere del Messico, In ogni caso nessun rimorso, Mahahual e l’ultimo uscito Quelli del san Patricio), pubblicati prevalentemente da Feltrinelli.

Articolo Tratto da GlobalProject.Info

Fuga de Cerebros – Jornada Semanal

(De Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal del 10 de mayo de 2015)

Ilustración de Juan Puga

Fabrizio Lorusso

¿Por qué un cerebro huye? ¿Tiene miedo o coraje? No está bien en donde está. Sale de su juicio y acaricia la locura. Se separa de sí mismo y de las materias grises a su alrededor. ¿Qué es un cerebro en fuga? Es un hombre, una mujer, una persona, identificados con su parte razonante, metonímicamente. Su cerebro los define, se proyecta fuera del cráneo y de su ciudad. Es un fruto verde de la mundialización que va madurando en su peregrinaje por la aldea global.

Durante más de una década, en Italia, España, Grecia y Portugal, se ha propalado un mito-realidad: el de la épicafuga de cerebros. Mito, porque el fenómeno se ha idealizado y mistificado. Se han ensalzado presuntos héroes e historias de éxito, se han minimizado y escondido fracasos y precariedades de los nuevos migrantes globalizados. Como si su viaje, muchas veces sin retorno, fuera algo romántico y resolutivo, producto de los genes de Marco Polo y Cristóbal Colón, y no la consecuencia del declive socioeconómico de Europa. Y es una realidad, ya que son millones los individuos que abandonan países supuestamente desarrollados para buscar fortuna, espacios o reconocimiento en otras latitudes.

A veces esto implica perderse y no encontrarse jamás, mentir o fingir, vestir idiomas y costumbres ajenos, como en una pieza teatral improvisada. Es riesgoso; es el cerebro que emigra y cambia de ropa. Y hay sitios, como México y América Latina, en los que parece más fácil hacerlo, ya que el espacio es enorme y la sociedad variada, fragmentada, con huecos que llenar. El extranjero goza de hipervaloraciones, tantas veces ficticias que pueden traducirse en ventajas concretas o, incluso, en una mayor autoestima o presunción personal, según la inclinación de cada quien.

Es decir, hay quienes se creen mucho, saben actuar y venderse bien, aun no teniendo realmente nada especial que mostrar, y quienes se insertan, más humildemente, en estas contradictorias y acogedoras realidades para disfrutar agradecidamente las posibilidades que ofrecen. O para capacitarse más y explotar oportunidades distintas, extraviadas en su país y recuperadas en el nuevo. Y hay quienes mezclan un poco de las dos posturas.

La fuga de cerebros es una metáfora fascinante y dramática que pretende inducir la idea de que los que se van lo hacen conscientemente y tienen éxito gracias a su singular inteligencia. Básicamente, se supone que su país, las instituciones y su familia los educaron, gastaron recursos, les proveyeron de salud, escuelas gratuitas de calidad y becas, formación técnica o finuras culturales, comerciales o empresariales, y ahora los expulsan. Se supone, también, que algo así pasa con muchos mexicanos en Estados Unidos. La realidad es la falta de oportunidades en sus países, tan avanzados como anquilosados, sobre todo después de la crisis de 2008-2009. Entonces, se habla aquí de una huida que casi nunca es una decisión feliz y ligera, sino que con el tiempo se vuelve dolorosa y obligada.

Hoy se van, armados de grados universitarios, quizás con algún apoyo familiar y más recursos que antaño, miles de trabajadores intelectuales y talentosos reinventores de sí mismos, pero también masas de ciudadanos euromediterráneossin tantas perspectivas, sin planes definidos, en conflicto con su propia tierra y pueblo, con sus mentalidades y hasta consigo mismos; es gente en busca de algo distinto que hacer, con o sin capitales y expertise a su disposición.

Más allá del cerebro no se pueden olvidar los brazos. No todos los nuevos migrantes de las crisis europeas en las últimas dos décadas se definirían como “intelectuales”, o al menos presuntos intelectuales; muchos son obreros, técnicos, aprendices, cocineros, comerciantes, artesanos, carpinteros o pequeños empresarios que fundan su actividad en lo manual. Están los que no arriesgan nada, pues cuentan con substanciosos patrimonios y apoyos familiares, y los que están a la merced de una vulnerabilidad que ellos mismos tratan de negar o ignorar. Pero allí están.
Más de 4 millones de italianos viven fuera de su país, según datos de gobierno. Muchos de ellos no están empadronados en el registro de residentes en el exterior y mantienen su domicilio oficial en algún municipio del bel paese; por lo tanto, es posible suponer que los expatriados son más, tal vez unos 6 millones, es decir el diez por ciento de la población. Buena parte de ellos está fuera del sistema. Son cerebros y brazos que los medios nacionales tratan como fenómenos y como motivo de orgullo, inventando programas y columnas ad hoc sobre ellos, presentándolos como herederos de Leonardo da Vinci “que tanto logran hacer en el extranjero”.

El desempleo juvenil en Italia es del cuarenta y cuatro por ciento, por eso la gente se larga. Mientras los medios buscan historias de talentos migrantes, siempre “exitosos y felices”, pese al desarraigo y la vulnerabilidad que muchos padecen, esconden las llagas de un país sin rumbo cuyos jóvenes están forzados a huir y no pueden regresar, aun queriendo, aun siendo más motivados y reconocidos, aun contando con experiencias y planes prometedores.

Pero Italia, España o Portugal no tienen planes para ellos y se han vuelto expulsores netos de población. La cifra de inmigrados, procedentes de África, Sudamérica y Asia, ya no rebasa la de los que salen. La tasa de natalidad sigue a la baja. Es una tendencia común a varios países con economía “madura”, pero en la Europa meridional se agrava por la falta de políticas públicas para revertirla, por la dura embestida de la precariedad laboral, el deterioro de los salarios y las tutelas sociales del welfare state.

El año pasado, cuestionado por una periodista de cnn sobre el desempleo imperante y el “drenaje de cerebros”, el primer ministro Matteo Renzi contestó arlequinescamente: “No sé si sea un gran problema; hay muchísimos italianos afuera, muy inteligentes, capaces y listos, que están cambiando el mundo y no les pido que vuelvan a nuestro país, les pido que me den una mano para llevar a Italia al futuro.” Pero mientras Renzi espera una mano, sigue la sangría de mentes y brazos hacia un futuro de incertidumbres.

Parte l’EuroCarovana per i Desaparecidos di Ayotzinapa e del Messico

EuroCaravana43 AyotzinapaNarcos e stato, conniventi, compenetrati. Una strage. 30mila desaparecidos in un decennio. 100mila morti per la narcoguerra. La repressione sociale legittimata e potenziata dalla guerra alle droghe. Casi irrisolti: il 97%. Il Messico è anche questo. Il 17 aprile parte una carovana per denunciare, ricordare, ottenere giustizia. Dopo un mese negli Stati Uniti, ora tocca all’Europa: 13 paesi in 33 giorni. Eleucadio Ortega, uno dei genitori delle vittime della strage degli studenti di Ayotzinapa, Omar García, sopravvissuto all’attacco del 26 settembre scorso e portavoce del Comitato studentesco della scuola rurale normale di Ayotzinapa, e Román Hernández, del Centro per i Diritti Umani della Montagna Tlachinollan, sono partiti il 15 aprile da Città del Messico alla volta di Oslo, prima tappa di un lungo tour per denunciare la grave crisi dei diritti umani in Messico e chiedere giustizia. Il 28 aprile saranno a Milano e il giorno dopo a Roma.

Il 26 settembre 2014, a Iguala, nel meridionale stato del Guerrero, la carneficina di studenti della scuola rurale di Ayotzinapa e la sparizione forzata, cioè la desaparicion, di 43 di loro ha scosso il paese e il mondo intero. A quasi 7 mesi dai fatti di Iguala non è stata fatta giustizia, la procura messicana ha praticamente chiuso il caso, e allora restano le istanze internazionali. Collettivi e comunità, studenti e lavoratori, organizzazioni civili e sindacali, movimenti sociali e difensori dei diritti umani, media alternativi e indipendenti hanno unito i loro sforzi per realizzare una carovana con le vittime e i portavoce di Ayotzinapa, esigere la presentazione in vita dei desaparecidos e la fine della repressione contro il loro movimento.

La carovana, che si può seguire su Twitter con l’hashtag #EuroCaravana43, ha diversi scopi.

Lo stato messicano deve farsi responsabile dei crimini di lesa umanità e delle violazioni ai diritti umani che i propri apparati incessantemente commettono in una quasi totale impunità: l’esigenza che siano ritrovati vivi i desaparecidos, in questo senso, non è pura retorica, né un grido disperato senza speranza, ma rappresenta la denuncia più forte e tagliente dell’inettitudine statale e della sua complicità nella crisi umanitaria del paese. Per questo: “Vivos se los llevaron, vivos los queremos”, “Vivi li han portati via, vivi li rivogliamo”, perché non è possibile che la procura non abbia potuto dare risposte plausibili e che se la cavi con l’arresto di alcuni narco-poliziotti (forze dell’ordine al soldo dei narcos e di narco-politici).

Dietro alla mattanza di Iguala c’è molto di più: frammenti di narco-stato, volontà politica di annichilamento della dissidenza sociale, difesa di interessi economici locali e transnazionali, militarizzazione dei territori, mantenimento dei patti d’impunità tra le élite politico-economiche.

Si chiede all’Unione Europea di mantenere sotto osservazione internazionale gli atti di repressione contro i movimenti sociali messicani e di fornire un sostegno concreto per costruire vere garanzie di “non-ripetizione” delle violazioni, di rispetto e accesso pieno ai diritti dell’uomo e di riparazione del danno. “Cerchiamo garanzie reali di non-ripetizione e le dobbiamo costruire tra di noi, con i popoli e le comunità, insieme alle organizzazioni sociali e ai collettivi. Queste garanzie non le possiamo chiedere alle stesse istituzioni del governo da cui vengono le violazioni ai diritti umani”, spiega Omar García.

I partecipanti puntano a informare la comunità internazionale sulla lotta dei genitori che continua e sfida le versioni ufficiali degli inquirenti che, invece, danno per chiuso il caso e sostengono che gli studenti sono stati bruciati nella discarica di Cocula da un gruppo di narcotrafficanti. Ciononostante le voci di studiosi ed esperti che, dati alla mano, negano categoricamente questa possibilità sono state ignorate. L’attenzione mondiale non può spegnersi e adeguarsi a mezze verità ufficiali.

Per questo la carovana percorrerà l’Europa, specialmente la Otra, l’Altra Europa, organizzata dal basso: da Londra a Madrid, da Berlino a Helsinki, da Zurigo a Parigi e tante altre città sono previste camminate, manifestazioni, incontri pubblici, atti di denuncia, sit-in fuori da consolati e ambasciate messicane. La brigata di Ayotzinapa condividerà quasi sette mesi di resistenza, lotte e organizzazione.

Gli inquirenti messicani non hanno aperto nessuna indagine sull’Esercito e sulla polizia federale, né hanno previsto di imputare il reato di “sparizione forzata” ai funzionari e in stato d’arresto. Perché? Perché implicherebbe riconoscere le responsabilità dello stato stesso. La brigata chiede a gran voce che le indagini vadano a fondo anche se questo significa investigare il nucleo malato e corrotto delle istituzioni.

Sono tanti i governi e i paesi europei che hanno firmato accordi e trattati con Il Messico che includono capitoli sul rispetto dei diritti umani, ma resta debole la pressione in tal senso. S’implementano più efficacemente, invece, gli accordi sui temi della sicurezza e del commercio, sulla vendita di armi e la formazione di polizia ed esercito, anche se poi parte di queste risorse finisce per essere canalizzata verso la repressione e rifocilla le leve della criminalità organizzata. I genitori di Ayotzinapa denunciano anche queste complicità.

“I nostri interlocutori in Europa in questa occasione sono le organizzazioni sociali, i collettivi, i media liberi, o come si chiamino, la società civile organizzata. Veniamo a ringraziarvi per tutto il vostro sostegno e a insistere sul fatto che è necessario che come comunità e società dal basso continuiamo a organizzarci per trasformare una volta per tutte questo sistema di potere e corruzione fondato sulla spoliazione, il disprezzo, lo sfruttamento e la repressione contro le nostre genti. Dobbiamo farlo insieme, dai nostri luoghi d’origine, coordinati e organizzati, perché così come i potenti hanno globalizzato il saccheggio, noi abbiamo il dovere sacro di globalizzare la resistenza, la degna rabbia e l’allegra ribellione”, chiarisce García. La carovana si concluderà il 20 maggio e la brigata ripartirà per il Messico da Londra. (Fabrizio Lorusso da Carmilla)

Las Mujeres de Casa Xochiquetzal #Mexico #DF

casa-xochiquetzalFabrizio Lorusso – Jornada Semanal – Link

Elia Guadalupe siempre trae puesta una gorrita de beisbol y una sonrisa de señora mayor, alegre, vívida y melancólica a la vez. Se sienta en la cama, a lado de Berta, su compañera de habitación. Después de una cirugía, Berta acaba de salir del hospital y descansa. No obstante, quiere escucharnos, le gusta la compañía. Acerco mi silla. Este cuarto es uno de los más amplios de Casa Xochiquetzal, el único albergue del mundo para sexo-servidoras de la tercera edad que, actualmente, hospeda a más de veinte mujeres que se han dedicado a la prostitución en los barrios de la Merced, Tepito, Loreto, Granaditas y la Soledad. Su nombre viene de la diosa mexica de la belleza, la fertilidad y el placer amoroso.

El refugio está en el Centro Histórico de Ciudad de México, cerca del barrio de Tepito, y para encontrarlo se atraviesa una selva densísima y ruidosa de vendedores ambulantes, puestos y pobladores de tianguis metropolitanos. Sin embargo, una vez que se abre el portón de madera de la casona, en el patio, los ruidos y el caos desaparecen y prima un estado de paz casi surreal. El tiempo se detiene.

Mi anfitriona es amable y platicadora. Las paredes a lado de su cama están vacías, pero en su estante personal hay unos peluches, una radio y dos botecitos de cremas. Eso, y unas pocas prendas de vestir, es todo lo que tiene. Pero los bienes materiales no lo son todo en la vida. “Aquí compartimos muchas cosas, alegrías, tristezas, llanto, y de todas formas nos apoyamos, como ahorita con la compañera enferma, todas la hemos visto, y gracias al Señor, la estamos cuidando”, me dice Elia con su voz aguda.

Después de haber pasado cincuenta y tres años en la calle, viviendo en bancas y adoquines del Centro Histórico, finalmente, hace casi dos años, encontró familia y protección en este lugar tan peculiar.

Las amorosas más bravas

A principios de 2014 salió el primer libro sobre la Casa y sus mujeres, con base en el proyecto “Voces de Casa Xochiquetzal” de la fotógrafa francesa radicada en México, Bénédicte Desrus, y de la periodista mexicana Celia Gómez Ramos.

De hecho, cuando se creó la casa en 2006, la idea de fondo era buscar, mediante el arte y con un enfoque multidisciplinario, cambios en la comunidad y en el conjunto de la sociedad. La obra de Desrus y Gómez va justamente en este sentido y servirá para apoyar las actividades de este hogar. Quizás no sean suficientes 150 páginas de imágenes y textos para contar Casa Xochiquetzal, pero el libro Las amorosas más bravas, de la editorial independiente Los Libros del Sargento, logra condensar de manera inmediata y veraz las vivencias, las historias y la cotidianidad de estas mujeres. Su día a día, tristezas y momentos gratos son retratados por las miradas y las palabras de las autoras, quienes trabajaron durante seis años en este libro. “Si las mujeres trabajadoras sexuales no luchaban por ellas mismas, nadie iba a poder ayudarles: lo hicieron, y existe el albergue”, sentencia la frase de la feminista y artista Jesusa Rodríguez, en la primera hoja del libro.

¿Te has preguntado qué sucede, al envejecer, con las mujeres que dedicaron su vida al trabajo sexual? Esta es la pregunta central que motivó el proyecto y fue estructurando la investigación periodística y visual que lo sustenta. Su obra trasciende el espacio mental y físico de un simple reportaje escrito o fotográfico. Crónica, prosa poética, narración y fotografía se alían para describir a unas mujeres únicas, con sus defectos y virtudes, quienes ahora, además de contar sus relatos de vida, pueden contar con una vejez más digna después de una existencia callejera. Los lenguajes de la cámara y de la pluma se funden para retratar la vida, la muerte, las travesuras y las ternuras de estas “amorosas más bravas”.

Elia lleva más de un año en la casa. Todavía se puede considerar como una de las “recién llegadas”. “Es el hogar que nunca tuve, el calor que nunca tuve, aquí hay mucha comprensión y cariño, es familiar”, cuenta.

La directora de la Casa, Jessica Vargas, y la Asociación Semillas, se encargan de administrarla, atendiendo las exigencias de sus huéspedes con la colaboración de algunas trabajadoras sociales, y son infatigables para conseguir donaciones y recursos, ya que el apoyo de instituciones como el dif o Inmujeres no cubre todos los gastos. “Las señoritas nos apoyan mucho, económicamente y físicamente, bueno, de todas formas nos apoyan, principalmente cuando estamos enfermas”, explica Elia. “Gracias a Dios y a ellas no se fue mi compañera de cuarto, Berta, porque ya estaba a punto de morirse, la llevaron al hospital y luego empezaron a hospedarla aquí en la casa, pues es la última que llegó.”

Antes, durante medio siglo, el hogar de Elia fueron unas calles empedradas “por la Virgen de la Soledad y el Parque de la Soledad” porque el dinero no alcanzaba para nada y  “la prostitución de ahorita no es como antes, nos quieren pagar muy poco y luego los clientes no quieren pagar y no nos alcanza para pagar un cuarto”.

Respeto, para variar

Aquí reina la discreción. El respeto hacia las inquilinas es obligatorio. No hay placas fuera del portón, ni interfonos o buzones para el correo. El oasis está para dejar entrar la luz y no el ruido. La música de los sonideros llega de lejos; alegra, pero no molesta. “Ya hacia 2001 nace la idea de un albergue de este tipo y será Carmen Muñoz, líder de las sexoservidoras de la zona, quien va a lanzar la propuesta junto a algunas militantes feministas y la escritora Elena Poniatowska”, relata Jessica.

“El gobierno del Distrito Federal inauguró el proyecto en 2006 y el plan originario preveía que se diera hospedaje hasta a sesenta y cinco mujeres, a condición de que tuviesen más de cincuenta y cinco años de edad y que no contaran con ninguna red familiar ni hogar fijo; sin embargo, ha sido problemático encontrar los recursos y poner de acuerdo a tantas inquilinas, tan diferentes y acostumbradas a desconfiar o incluso a competir”, cuenta. Por ahora el objetivo sigue siendo obtener recursos suficientes como para atender a unas treinta y cinco mujeres, “aunque no es fácil tampoco, porque a veces la lucha es para que no cerremos, más que para crecer más”.

La calle es una habitación grande y gélida, pero familiar. Frente a la soledad y al miedo se puede crear comunidad, crear un espíritu de grupo, pese a las diferencias y a la competencia que, a veces, es despiadada: “Tenía compañeras con quienes compartíamos las noches, el parque y el lugar donde nos quedábamos; había mucho frío, pero también miedo de que le peguen a una, se burlen de nosotras, o lleguen los polis y nos lleven a la cárcel”, relata Elia, quien también fue víctima de abusos sexuales.

De hecho, después del último episodio violento, fue rescatada en el Parque de la Soledad. Llevaba días sin comer. “A mí me encontraron en el parque, me encontró una señorita porque estaba yo muy golpeada, me golpearon en el jardín, pues no quise dejarme violar y una trabaja-dora social me trajo a esta bendita casa que considero lo máximo, gracias al Señor y a esa chica.”

Aquí las heridas sanan, con paciencia, compañía y medicinas para el alma y el cuerpo. “Me trajo porque estaba yo mucho muy mal moralmente, físicamente, en todo estaba mal, pero aquí estamos, en Casa Xochi…” Elia no puede pronunciar el nombre de la casa, se traba siempre a la mitad y acaba riéndose. “Afuera nunca se han preocupado por mí, ni preguntan, ni nada, y ahora sí que como dicen, que el mundo gire, aquí estoy contenta, tengo mis compañeras, encontré lo que en muchos años no se puede encontrar: el calor de una hermana o de una amiga.”

Elia supo cuidarse de la tira y de los peligros de su profesión. “Gracias a Dios no estuve en la cárcel, no tuve ninguna enfermedad, siempre tuve mucha precaución en eso.” Fue sexoservidora en Ciudad de México desde los trece años de edad y hasta los sesenta y cinco, aunque “antes tenía mi casa y mis hijos, pero pues, no se comportan, no espera uno nada de los hijos, ahora sí que agarran su rumbo.” Elia dio a luz seis veces: “Los primeros los tuve a los veinte años y otros después, tuve seis partos de puro corte de res, de puros hombres porque simplemente en la prostitución nos descuidamos a veces y sale una embarazada. En aquel tiempo a veces tomaba y no sabía el bebé de quién era.”

Elia no tuvo niñez ni adolescencia. Salió de su casa a los trece para dedicarse a la prostitución. Era la única opción de vida para ella, venía de un hogar muy violento. “De verdad mi familia nunca estuvo, no tuve el cariño familiar, nadie me apoyó moralmente, uno quisiera tener muchas veces la comprensión del padre o de la mamá, pero en mi casa sólo había problemas y, entonces, me desesperaba y pronto me salí de la casa, me entregué directamente a la prostitución.”

Una familia otra

Todas las mujeres de Xochiquetzal tienen historias familiares muy complicadas y, normalmente, sus hijos las rechazan por su profesión, por vergüenza o ignorancia. O simplemente se fugan, desaparecen. “Bueno, en mi caso, un hijo se lo llevó su papá, otros se quedaron conmigo pero no en la calle, los dejaba con mi madre que vivía aquí en Zaragoza y se dedicaba a la limpieza de los hogares, y cada quince días, cada mes, yo regresaba a verlos.”

De seis varones, Elia sólo conoce el paradero de dos y tiene contacto nada más con uno, el más joven, J. M., quien vive en el DF. El otro se fue a Acapulco y radica allí hace veinticinco años, se casó y jamás volvió a saber de su madre. En cambio, “el más chiquito está bien contento porque me anduvo buscando, preguntando por dónde estaba en las calles, y le dieron señas de que yo estaba aquí en mi Casa Xochiquetzal, por eso me siento muy contenta.”

La directora y las mujeres están conscientes de los potenciales conflictos, de los problemas de convivencia y adaptación dentro de la vida comunitaria en la Casa, con sus deberes y derechos, con sus satisfacciones y dificultades, por lo cual “se hacen reuniones, iniciativas colectivas, talleres de psicología y hasta cursos sobre higiene, nutrición, el cuidado personal, la no violencia, las cuestiones de género y de equidad, y la autoestima”, especifica Jessica. “El temor principal de muchas personas mayores que se quedan con nosotros es acabar en una fosa común, o ser cremadas en los hornos de la policía sin que nadie las llegue a buscar o les dé una sepultura digna”, explica, “y en cambio aquí sus familiares pueden encontrarlas o al menos saber en dónde está su entierro”.

Antes de despedirme, Jessica me enseña la foto de una mujer anciana, de mirada muy profunda. Las paredes de su oficina están tapizadas de retratos de las mujeres de Casa Xochiquetzal, de las que allí habitan y de las que ya no están. Carmelita, la de la foto, falleció hace tres años, cuando tenía setenta y seis. Crió a sus hijos ejerciendo la prostitución. Después se puso también a vender dulces en la calle, para juntar algún dinero extra, pero un día, mientras trabajaba, un coche la atropelló y le fracturó la cadera. Su primogénito la cuidó durante seis meses, pero cuando le tocó a su hijo menor, éste se alejó, culpando de ello a su esposa quien, según él, había amenazado con dejarlo, y abandonó a su madre en una parada del Metro. Tras haber sobrevivido entre penurias y limosnas durante unas semanas en un paradero de autobuses, Carmelita fue recibida en Casa Xochiquetzal, solamente por un tiempo, antes de morir lejos de su familia pero cerca de las compañeras del refugio.

Decir que la prostitución es el oficio más antiguo del mundo puede convertirse en la repetición de un cliché que justifica prejuicios y generalizaciones de quienes piensan ser portadores de “la moral”, pero olvidan las luchas, los abusos, imposiciones, condiciones y elecciones, muchas veces radicales, que están detrás de las historias personales de cada una de estas mujeres. Hace casi diez años que Casa Xochiquetzal rompe estereotipos y barreras, soledades y exclusiones, representando el lado solidario de la Ciudad Monstruo.

Nota: Para conseguir Las amorosas más bravas, ir al blog: vocesdecasaxochiquetzal.com

Pan del Alma, Vita della Muerte in Messico

Pan del Alma (Pane dell’Anima) non è solo un libro. È il vissuto policromatico di chi è stato incantato dal Messico almeno una volta nella vita, anche da lontano, leggendone o sognandolo, semplicemente. È l’insieme delle anime di chi ha provato a descrivere quelle terre e le sue genti con le immagini, coi disegni, con le parole, con la poesia, attraverso le fotografie, la mente e l’anima, appunto. È il pane dolce, piccante e colorato di un paese contraddittorio, violento e meraviglioso, che gli autori di questo volume, coordinati da Gloria Corica, Simonetta Scala e Pino Cacucci, hanno condensato in un esperimento a base di visioni e distillati di agave. Un omaggio al Messico e al suo Día de Muertos. Gloria ne parla così nella prefazione:

Sono anni che torno dal Messico con l’unica fissazione di volere fermare qualcosa, perché tutto non sparisca così presto, e desiderando che ogni viaggio si trasformi in materia tangibile. La magnifica ossessione che non mi dà pace trova tanti compagni di strada, autori molto diversi fra loro. Siamo numerosi, e con alcuni ho sviluppato un legame che dura nel tempo, ognuno di noi vuole o vorrebbe rendere omaggio al Messico in qualche modo, abbiamo dipinte in volto espressioni di gratitudine e di rimpianto ogni volta che rientriamo a casa, e torniamo sempre più ricchi di quando siamo partiti, mentre le parole muoiono in gola non appena tentiamo di spiegare che cosa ci abbia colpito, a cosa non vorremmo rinunciare, chi o cosa sia stato così speciale. Le parole non bastano, o forse non servono. Ma questo libro è fatto anche di parole, quindi…

pan del alma

Ne Il labirinto della solitudine, lo scrittore messicano, il Nobel per la letteratura Octavio Paz, scrisse: “Il culto per la vita, se è davvero profondo e totale, è anche culto per la morte. Le due sono inseparabili. Una civiltà che rifiuta la morte, finisce per negare la vita”. Pan del Alma si nutre di questa idea e la sviluppa, a partire dalla polvere, anzi dalla cenere, del Messico.

Ho partecipato al progetto con entusiasmo, dato che il filo rosso che lega le allucinazioni, le figure, i testi e gli scatti che compongono l’opera è la morte, un tema che mi affascina e su cui ho lavorato in passato. E la morte, che in Messico è diventata addirittura Santa, da secoli fa parte dell’immaginario e della pratica rituale dei popoli indigeni e dell’intero paese. Tra il 31 di ottobre e il 2 novembre, ogni anno, la Festa del Giorno dei Morti, o Dìa de Muertos, esplode e colora strade, cimiteri, piazze, appartamenti e giardini. Ovunque spuntano altari e teschi, offerte, dolci e tequila a profusione per i cari defunti e per i loro amici e parenti che li ricordano e li aspettano in casa. Un mix sincretico, cattolico e preispanico, riscoperto e rielaborato il secolo scorso, è oggi un patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco e un elemento dell’identità di milioni di messicani.

pan de alma

Pan del Alma nasce un anno fa a Mahahual, piccolo paradiso dei Caraibi in cui molti dei partecipanti si sono conosciuti negli ultimi anni durante il Festival Cruzando Fronteras, un evento culturale che si tiene la prima settimana di marzo. Quest’anno il libro e alcuni degli autori dei vari contributi visuali e testuali sbarcheranno di nuovo a Mahahual, ospiti della terza edizione del Festival, per presentarlo e parlarne con il pubblico e con un centinaio di altri artisti italiani, messicani e di altri paesi. Lascio di nuovo la parola e cito la prefazione:

La festa dei morti è il primo di una possibile serie di argomenti che non pretendiamo di approfondire, men che mai ‘spiegare’, ma che vogliamo fermare – come fa lo scatto della fotografia, o l’attimo di ispirazione di chi disegna o dipinge o scolpisce, o di chi scrive di getto – in parziali e personali punti di vista effimeri eppure, a loro modo, duraturi, perché condivisi. Occorre anche tenere conto che stiamo parlando di un paese straordinariamente ricco di diversità, dove le circa sessanta etnie indigene che ne fanno parte hanno tradizioni differenti rispetto al modo di onorare e ricordare i propri defunti; e qui offriamo l’esempio del popolo rarámuri, o tarahumara, etnia del nord, che si distingue dalla tradizione più diffusa e anziché invitare i defunti a far visita ai vivi una volta all’anno, organizza rituali comunitari per allontanare le anime dei morti, nella convinzione che continuino a essere presenti per un certo periodo, ma poi aspirino a trovare la pace andandosene via definitivamente

pan de alma

Quando la morte si fa sentire, si fa presente nella società, è inevitabile che si parli di Lei e che se le renda omaggio nei modi più disparati. Da una parte, la morte che sfugge al controllo della Chiesa e dello Stato, s’è trasformata in terra azteca in una santa popolare conosciutissima, temuta, amata e poco compresa: la Santa Muerte o Niña Blanca. Dall’altra parte, il giorno dei morti continua a esercitare un enorme interesse, non solo a livello turistico, ma anche antropologico, sociale e culturale. Di questa faccia della morte messicana, floreale e ubriaca, allegra e macabra insieme, si occupa Pan del Alma, uno sforzo corale che va oltre il Día de Muertos e ci porta a brindare con un bicchiere di mezcal insieme a poeti, filosofi, scrittori, pittori e borrachos del Messico dimenticato. Con Gloria, di nuovo, si conclude questa segnalazione:

Si può parlare di morte in modo ironico, irriverente, persino scherzoso e allegro, in un libro pieno di colori, e quindi, di vita? Il Messico ci insegna anche questo, senza mai dimenticare il dolore della perdita, l’assenza incolmabile, l’orrore della violenza, la quotidiana resistenza contro la morte iniqua e assurda, o semplicemente inaccettabile. Ma al tempo stesso, la muerte è compagna di strada, rifiutarla equivale a ‘sopravvivere’ nel costante timore di una minaccia rimandata, perché, come ha scritto qualcuno, “se hai paura della morte muori ogni giorno, se non hai paura, muori una volta sola”.

Design: Lizart comunicazione visiva, Bologna. Book Trailer.

Da Huffington Post Blog

Haití, 5 años después – II (Intervencionismo y hambre)

En abril de 2014, el World Food Program –Programa Mundial Alimentario– lanzó una alerta sobre la crisis de inseguridad alimentaria de la región norte-oeste de Haití. Sin embargo, en lugar de funcionar como denuncia de las causas reales del problema o como estímulo hacia el gobierno y la comunidad internacional para que intervinieran y fomentaran la producción agrícola local, el aviso sirvió como excusa para llamar a mayores esfuerzos en las donaciones desde el exterior. Entonces, se favoreció la llegada de productos importados. Pasó lo mismo en 2010, tras el sismo que dejó 250 mil víctimas en la capital, Puerto Príncipe, así como un millón y medio de personas sin techo. Todavía hoy, 140 mil haitianos viven bajo carpas en los campos de desplazados.
“El país tiene una necesidad desesperada de alimentos y de asistencia para la nutrición”, remarcó en abril Peter de Clercq, representante de la MINUSTAH, la misión militar de Naciones Unidas para la “estabilización de Haití”. Hace décadas que las peticiones lanzadas por alguna agencia internacional legitiman respuestas que raramente persiguen los intereses de la población de los países “asistidos”, sino más bien sirven a los objetivos de las multinacionales de la solidaridad y del comercio, de las potencias económicas y, asimismo, de las asociaciones religiosas foráneas. Pese a las “ayudas”, en los últimos cuatro años el precio del frijol, del arroz y otros alimentos creció cuarenta por ciento y se multiplicaron las protestas populares, sobre todo en el norte, en el distrito de Cabo Haitiano.
For Haiti With Love es un nombre que suena bien, aunque un poco cursi. Es una organización cristiana sin fines de lucro que sabe aprovechar las ocasiones que se abren tras cada crisis alimentaria y los pedidos de ayuda de alguna institución internacional. “Para Haití con Amor” pidió a sus simpatizantes un esfuerzo mayor en estos términos: “Tenemos que rezar verdaderamente para que más gente se interese por Haití y ayude a compartir el fardo de las ayudas allá, pero la ayuda financiera directa es lo que más necesitamos realmente justo ahora.” Así, paliando sufrimientos, tapando alguna falla con alimentos importados y oraciones, la protesta social y la inconformidad de los agricultores locales se va aliviando y los negocios pueden seguir.

El país caribeño tiene una tasa de pobreza del ochenta por ciento de la población, con un salario mínimo de 4.5 dólares al día que muchas empresas no quieren pagar. Veinte por ciento de los niños padece desnutrición, un millón y medio de personas pasa hambre y 6.7 millones tienen dificultades para cubrir su necesidades nutricionales básicas. Los programas asistenciales no han mejorado la situación y, por el contrario, han creado dependencia. La prensa mundial tiende a presentar los problemas de Haití de manera tendenciosa, extrapolándolos de su historia y del contexto neocolonial en que se engendraron, como si la pobreza endémica, la deforestación, el cólera, los daños de las catástrofes naturales y el arrebato de la soberanía hubieran sido producidos por un pueblo inconsciente o por un clima adverso.

En cambio, se minimizan las responsabilidades de gobiernos y agencias extranjeras que se reparten donaciones, programas y prebendas, y de las multinacionales que dominan la economía de la isla. Lo mismo pasa con el papel de la corrupción e ineptitud de la élite política nacional, aliada con la de las potencias más influyentes en la historia haitiana, como Francia, Estados Unidos y Canadá. Poco se habla de los despilfarros y costos logísticos de las más de 10 mil ong presentes en Haití que, en la mayoría de los casos, constituyen más del sesenta por ciento de su presupuesto.
También la militarización de Haití es un hecho incontrovertible y poco mencionado. La comunidad internacional ha preferido invertir en misiones armadas, prácticamente desde principios de la década de los años noventa del siglo pasado, y no en el desarrollo y la democratización; baste recordar que ha habido dos golpes de Estado y miles de asesinatos políticos en los últimos veinte años en Haití. El territorio es ocupado por ejércitos extranjeros cada vez que hay alguna crisis, como sucedió después del terremoto, cuando llegaron más de 20 mil marinesestadunidenses, así como centenares de soldados de otros países. Además, Haití es controlado permanentemente por una fuerza internacional, la MINUSTAH, que desarrolla tareas policíacas y militares, fuera del control del Poder Ejecutivo haitiano, que no cuenta con fuerzas armadas propias.
La injerencia de milicias foráneas se ha justificado con la presunta violencia de las ciudades haitianas y con los conflictos políticos internos que generarían inestabilidad en toda la región. En realidad, el verdadero afectado por las crisis caribeñas es Estados Unidos, donde reside cerca de un millón de haitianos y se vive con miedo la reanudación de flujos migratorios “no deseados”. Además, Haití no es un país violento: su tasa de homicidios es de siete por cada 100 mil habitantes, mientras que el promedio del Caribe es de diecisiete; en México dicho índice llega a veinticuatro y en Honduras alcanza noventa y uno.
Farol de la ONU
En la Asamblea de la ONU, en septiembre del año pasado, el presidente Enrique Peña Nieto anunció la intención de que México participe en las Misiones de Mantenimiento de la Paz de las Naciones Unidas que son aprobadas por el Consejo de Seguridad. Se enviarán contingentes civiles y militares para integrarse a los Cascos Azules, lo cual es una novedad para la política exterior mexicana y su tradición castrense no intervencionista. Ya hay países latinoamericanos, como Uruguay, Brasil, Venezuela, Bolivia y otros nueve, que mandan tropas al extranjero, bajo el control de la ONU y, asimismo, asignan personal civil y grupos de profesionales a las misiones. Como parte de la comunidad internacional, las misiones apuntan a la creación de “cierto estatus” para los países, más allá de las presuntas “responsabilidades” o compromisos “morales” y “democráticos” que se enarbolan para justificarlas.
La estrategia para generar “prestigio” manu militari, aun en el ámbito de Naciones Unidas, y la política de “potencia regional mediana” estaban detrás del anuncio presidencial, junto a la aspiración de contar más en el concierto mundial y en sus instituciones, y quizás ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad. Hay otros países, como Noruega, Suiza o Cuba, que prefieren elevar su “estatus” sin hacer hincapié en las milicias o únicamente en los intereses de los “jugadores globales” dominantes, sino que se ganan respeto con el soft power, el poder blando, es decir negociando acuerdos de paz, intermediando en conflictos armados, ofreciendo recursos, servicios e instituciones en el exterior y generando confianza mediante su imparcialidad o capacidad negociadora. Pero no es el camino que Peña Nieto parece privilegiar.
Entre las diecisiete misiones onu en el mundo, en México se mencionó un caso específico para arrancar: el de Haití y la MINUSTAH, ya que allí la operación es “encabezada por países latinoamericanos” y “México de manera natural tiene un lugar”, según dijo la exembajadora Olga Pellicer. Cabe destacar que la MINUSTAH está bajo el mando de Brasil y hablar, en este caso, de “misión de paz”, es un eufemismo. La Misión en el país caribeño tiene tareas de policía y militares para el control, mejor dicho “la ocupación”, del territorio.
Además de ser responsables de la epidemia de cólera que ha cobrado casi 9 mil víctimas y producido más de 750 mil contagios en cuatro años y medio, los cascos azules brasileños, latinoamericanos y de otras regiones se han manchado con crímenes y abusos a los derechos humanos desde su llegada en 2004 hasta la fecha. Por ejemplo, los perpetrados por las misiones de “pacificación” en el barrio de Cite Soleil a cañonazos, causando la muerte de decenas de inocentes, para buscar a presuntos delincuentes y a seguidores del expresidente Jean Bertrand Aristide, víctima de un golpe y deportado por militares estadunidenses en febrero de 2004. Precisamente su expulsión forzada, orquestada por laCIA y el International Republican Institute de Estados Unidos y otras potencias hegemónicas en la isla, como Francia y Canadá, justificó la entrada del ejército de la ONU en apoyo al régimen antidemocrático (2004-2006) del presidente Alexandre Boniface y su primer ministro Gérard Latortue, en el cual hubo 4 mil asesinatos políticos. Los cascos azules y la ONU tardaron casi tres años en reconocer su responsabilidad frente a la epidemia de cólera, y el plan de erradicación de la enfermedad costará 2.2 billones de dólares.
La MINUSTAH ha tenido tareas positivas de protección de la población tras catástrofes naturales y en momentos de conflictividad política, pero también ha actuado como fuerza extranjera de control social, al margen de las decisiones del gobierno local y al servicio de Estados Unidos, principalmente. Los mecanismos, a veces perversos, de la cooperación internacional y las misiones que desde hace más de veinte años, con nombres diferentes, han sido conducidas por la “comunidad internacional” en Haití, han tenido resultados controvertidos y dudosos, si no es que desastrosos, quitando soberanía al país y provocando constantes protestas de la población. México no ha participado en los asuntos militares y policíacos de Haití, o sea la MINUSTAH, lo cual a todas luces, hasta la fecha, ha sido una ventaja.
La industria del hambre
Las alarmas sobre crisis alimentarias acaban llenando los bolsillos de productores e intermediarios estadunidenses, de agencias gubernamentales e “independientes” que administran el flujo de alimentos y dinero. Haiti Grassroots Watch (HGW) es uno de los pocos medios que informa cabalmente sobre esta cuestión, entre otras. ¿Por qué Haití tiene hambre y este flagelo es más fuerte ahora que en los últimos cincuenta años?, pregunta en un artículo en su página web. Los representantes de la Red Nacional para la Soberanía y Seguridad Alimentaria (RENAHSSA) atribuyen al gobierno el empeoramiento de la situación, pero hace ya mucho tiempo que economistas, agrónomos y expertos diseñan proyectos y ganan licitaciones, contratos y becas para supuestamente encarar el hambre.
Los donantes dan billones de dólares en “ayudas alimentarias”, “para el desarrollo” y la “asistencia humanitaria”, y controlan programas de fomento que no tocan las causas estructurales del hambre, que son al menos seis, según HGW: 1. La pobreza, la precariedad salarial y la privatización de todos los servicios; 2. El régimen de la propiedad de la tierra, la falta de su gestión racional, la inexistencia de un registro y el uso clientelar de la tierra; 3. El neoliberalismo, que impuso aranceles bajísimos sobre los productos importados hace más de veinte años y causó éxodos del campo a las ciudades, sobrepobladas y peligrosas, como también se vio con el sismo de 2010, cuando murieron más personas en los barrios más poblados, pobres y hacinados; 4. El aumento demográfico con producción agrícola estancada, basada en técnicas obsoletas y abandonada por el Estado; 5. El impacto negativo de la “asistencia” internacional que actúa según coyunturas y emergencias, por sus propios intereses, fuera del poder del gobierno local; 6. Las ineficiencias del mercado interno, los oligopolios de los importadores de comida que mantienen altos los precios.
Según HGW, más del cincuenta por ciento de la ayuda alimentar para Haití proviene de programas gubernamentales estadunidenses. Sólo una pequeña parte pasa por el Ejecutivo haitiano, pues la mayoría es administrada por agencias como el World Food Program y contratistas como World Vision, CAREACDI-VOCA y Catholic Relief Service. Estas “importaciones” de bajo costo hacen competencia o dumping a la producción haitiana y generan recursos para las ONG. El gobierno de Estados Unidos compra arroz, trigo, harina, aceites, pollo y frijoles a sus productores, y luego los envía a las organizaciones que pueden revender los alimentos y obtener efectivo para sus propios proyectos. La industria del hambre es un gran negocio para el cual se crean mercados cautivos en los países receptores de la ayuda, ahogando la expansión de la agricultura local. También por ello el hambre es una plaga endémica que se relaciona con los mecanismos de la cooperación internacional y la imposición externa de políticas comerciales depredatorias.
De Jornada Semanal México – link – @FabrizioLorusso

Mary’s Meals Haiti. Foto: Angela Catlin
Fotos: haitigrassrootswatch.squarespace.com