Una Vampira s’aggira per l’Europa @CarmillaOnLine al Caffè Letterario Primo Piano di #Brescia

Manifesto Carmilla Brescia 27 feb 2016

 

 

Su #Radio @cittadelcapo @liberaradio Arresto #ChapoGuzman, nuovo capitolo della #NarcoGuerra

[Audio dell’intervista di Federico Lacche per Libera Radio – Radio Città del Capo a Fabrizio Lorusso – Trasmessa il 13 gennaio 2016 – Qui link originale]

chapo1A sei mesi dalla sua rocambolesca evasione dal carcere, è stato ricatturato il latitante Joaquín Guzman Loera, meglio noto come el Chapo, il re del narcotraffico messicano. Capo del cartello di Sinaloa, uno dei più sanguinari del Paese, el Chapo era scappato da un carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso dal febbraio del 2014, grazie a un tunnel scavato da alcuni complici. Il narcotrafficante è stato catturato in un hotel nei pressi di Los Mochis, località vicina alla costa nello Stato di Sinaloa (nord-ovest del Messico), la sua regione natale. Dopo l’arresto, Guzman è stato portato all’aeroporto di Città del Messico e imbarcato su un elicottero militare. “Per il presidente del Messico, Enrique Peña Nieto, è un momento di rivincita e festeggiamenti, mentre le voci critiche parlano di una finzione compiuta, alludendo alle incoerenze nelle narrazioni che si susseguono ora dopo ora, alle filtrazioni premeditate di informazioni e dettagli, secondo un copione occulto, e infine alla pomposità dello spettacolo presidenziale riprodotto dalle Tv. Tra l’altro la ricattura del boss arrivava proprio in un momento delicatissimo, con un timing e una precisione impressionanti. Il 2 gennaio, infatti, veniva uccisa Gisela Mota, neosindaca di Temixco, vicino a Cuernavaca, nella regione del Morelos, da un commando armato di presunti narcos del gruppo dei Los Rojos. Questi, come i tristemente famosi Guerreros Unidos, sono una cellula scissionista dell’ex potente cartello dei fratelli Beltrán Leyva, a loro volta fuoriusciti da quello di Sinaloa nel 2009. La notizia del crudele assassinio, perpetrato nella casa della giovane funzionaria nel secondo giorno del suo mandato di fronte ai suoi familiari, ha fatto il giro del mondo, mettendo nei guai il governo e il presidente, giusto nel mese in cui si preparava la sfilata nella vetrina del World Economic Forum. In terra azteca sono un centinaio i presidenti municipali, come sono chiamati i sindaci nei comuni, ammazzati negli ultimi dieci anni. Gisela non s’era piegata ai dettami della delinquenza organizzata della zona, sempre più confusa e infiltrata nelle polizie locali e statali“. Così sul suo sito scrive Fabrizio Lorusso, scrittore e docente universitario che vive da 13 anni a Città del Messico. A lui, autore anche di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, edito da Odoya nel 2015, abbiamo chiesto di offrirci una lettura di quello che appare come un ulteriore e significativo episodio della Narcoguerra che insanguina il paese dal 2006.

L’ultimo narcos: epopea e segreti del Chapo Guzmán

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

chapo pensoso[La narrazione viaggia su cinque capitoli, intervallati da alcuni video e foto. Si può pure saltare da uno all’altro in caso di necessità. Indice: 1. Il Cartello  2. Ayotzinapa  3. La terza cattura  4. Estradizione?  5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán]

“A cosa starà pensando El Chapo?” Questa semplice domanda, contenuta in un tweet del giornalista messicano Diego Enrique Osorno diventa virale la sera dell’8 gennaio. Sono passate poche ore dalla cattura, la terza, del narcotrafficante più ricercato al mondo, Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, capo dell’organizzazione criminale di Sinaloa. Più conosciuto ormai per il suo alias, “El Chapo”, ossia il tozzo o tarchiato, il capo rinchiuso è diventato un numero: prigioniero 3870 del penitenziario di massima sicurezza El Altiplano, prima La Palma. Nel tweet di Osorno è incorporata una delle foto diffuse dalla stampa dopo l’arresto. Guzmán sta seduto al suo posto vicino al finestrino, in canotta, con lo sguardo perso nel vuoto e la testa reclinata sul vetro. Pensoso, con un suo scagnozzo affianco, e provato dopo un risveglio di sparatorie e fuggifuggi. Il cartello di Sinaloa, conosciuto anche come del Pacifico o Federazione, è l’organizzazione criminale più potente del continente americano e probabilmente del mondo. Muove la gran parte dell’eroina, della cocaina, della marijuana e delle droghe sintetiche negli Stati Uniti e ha espanso le sue attività illegali nel pregiato mercato europeo, in Asia e in Oceania, dove i prezzi degli stupefacenti crescono ancora promettendo lauti guadagni. Il cartello di Sinaloa la fa da padrone nella spartizione di una torta globale psicotropica stimata tra i 300 e i 400 miliardi di dollari. E’ forte a New York come a Buenos Aires ed è presente in ogni grande città tra queste due. Al di là del tradizionale business delle droghe, i cartelli messicani hanno diversificato le loro attività delinquenziali orizzontalmente, cioè si dedicano al contrabbando di metalli preziosi e petrolio, al commercio di armi e alla tratta di persone, al traffico di migranti, all’estorsione, al sequestro di persona, al riciclaggio, e a un’altra dozzina di tipologie criminali.

Capitolo 1. Il Cartello

winslow cartelLe aree degli affari mafiosi non dipendono da una sola persona ma da reti, franchigie, gruppi, bande, strutture, organizzazioni, connivenze e associazioni che tendono a persistere: morto un Papa, cioè un boss, o smantellato uno degli anelli della catena, se ne fanno altri o altri già ne esistono, mentre i flussi globali di merci e servizi seguono il loro corso. In seguito all’arresto di un capo o allo smantellamento del grosso delle sue reti, possono avvenire scissioni o ristrutturazioni all’interno dell’organizzazione. Alcuni gruppi, clan o famiglie provano a “lavorare in proprio” o si specializzano in uno o più business criminali su cui avevano acquisito un vantaggio competitivo.

Circolano queste ipotesi circa le possibili future evoluzioni del cartello di Sinaloa che, sia ora sia nel precedente periodo di incarceramento del Chapo (febbraio 2014-luglio 2015), ha continuato a funzionare “normalmente” vista la solidità dei suoi affari e delle sue ramificazioni. E grazie anche ad altre leadership consolidate: c’è Ismael “El Mayo” Zambada, suo figlio “El Vicentillo”, attualmente neutralizzato e in carcere negli USA, i figli di Joaquín Guzmán o vecchie glorie come Rafael Caro Quintero che, nel silenzio, potrebbe essere tornato in attività dopo la sua liberazione nel 2013. E infine c’è anche “El Azul”, Juan José Esparragoza Moreno, capo storico dato per morto nel giugno 2014 ma che pare possa essere redivivo secondo varie fonti.

Infine, come sostiene lo scrittore noir americano Don Winslow, autore dei bellissimi Il potere del cane (2005) e Il cartello (2015), c’è e lì resta il Cartello, inteso non solo come l’organizzazione criminale, ma anche come tutto quello che ci sta intorno e la fa funzionare, ossia gli apparati dello stato, le polizie e i politici implicati nel contrabbando di stupefacenti o nella protezione di tali illeciti commerci (ascolta qui un’interessante intervista del giornalista di RSI Daniel Bilenko allo scrittore).

Missione compiuta? E Gisela Mota, la sindaca ammazzata?

gisela mota“Missione compiuta: ce l’abbiamo. Voglio informare i messicani che Joaquín Guzmán Loera è stato arrestato”. Arriva alle 12:19 PM – 8 Jan 2016 il cinguettio di @EPN, account twitter del presidente del Messico Enrique Peña Nieto. Per lui e il suo esecutivo è un momento di rivincita e festeggiamenti, mentre le voci critiche parlano di una “finzione compiuta”, alludendo alle incoerenze nelle narrazioni che si susseguono ora dopo ora, alle filtrazioni premeditate di informazioni e dettagli, secondo un copione occulto, e infine alla pomposità dello spettacolo presidenziale riprodotto dalle TV.

Tra l’altro la ricattura del boss arrivava proprio in un momento delicatissimo, con un timing e una precisione impressionanti. Il 2 gennaio, infatti, veniva uccisa Gisela Mota, neosindaca di Temixco, vicino a Cuernavaca, nella regione del Morelos, da un commando armato di presunti narcos del gruppo dei Los Rojos. Questi, come i tristemente famosi Guerreros Unidos, sono una cellula scissionista dell’ex potente cartello dei fratelli Beltrán Leyva, a loro volta fuoriusciti da quello di Sinaloa nel 2009.

La notizia del crudele assassinio, perpetrato nella casa della giovane funzionaria nel secondo giorno del suo mandato di fronte ai suoi familiari, ha fatto il giro del mondo, mettendo nei guai il governo e il presidente, giusto nel mese in cui si preparava la sfilata nella vetrina del World Economic Forum. In terra azteca sono un centinaio i presidenti municipali, come sono chiamati i sindaci nei comuni, ammazzati negli ultimi dieci anni. Gisela non s’era piegata ai dettami della delinquenza organizzata della zona, sempre più confusa e infiltrata nelle polizie locali e statali. Graco Ramírez, governatore del Morelos, ha approfittato del femminicidio mafioso per assumere pieni poteri sulle polizie dei comuni, il che di per sé non risolve le gravi disfunzioni di questi corpi corrotti, putrefatti. Di fatto gli osservatori più attenti, tra cui il poeta attivista Javier Sicilia, attribuiscono proprio all’incapacità e ai contuberni del governo statale la deriva violenta degli ultimi cinque anni. Si protegge il crimine organizzato, i suoi affari e i loro complici nella funzione pubblica, ma non si tutelano gli amministratori e i politici onesti che sono minacciati.

Quando in Italia e in Colombia la violenza crebbe sproporzionatamente fino a toccare il cuore del mondo politico e dell’élite, lo scossone cominciò a smuovere l’opinione di coloro che vivevano nel e del sistema politico-mafioso e della classe dirigente nel suo complesso. Il dilemma era diventato: o noi, o loro. E quindi arrivarono misure d’emergenza e maxiprocessi. E’ la spiegazione del paradosso che hanno vissuto questi paesi a detta dell’accademico Edgardo Buscaglia. In Messico, invece, gli assassini politici a tutti i livelli non hanno provocato nessuna reazione complessiva e decisa del sistema e nel sistema, per cui la violenza pare inarrestabile.

chapo entrevistaEcco che allora prendere il Chapo diventa strategico, vitale, di fronte all’opinione pubblica mondiale. Le critiche per l’insicurezza e l’indignazione per l’ennesimo crimine di stampo mafioso vengono smorzate e, almeno momentaneamente, dimenticate dinnanzi allo show del jefe de jefes che viene scortato nell’aeroporto Benito Juárez della capitale. L’intervista dell’attore Sean Penn al Chapo, che esce sulla rivista Rolling Stone il 9 gennaio, e la persecuzione contro lo stesso Penn e l’intermediaria dell’incontro, Kate del Castillo, fungeranno da distrazione massiva per tutto gennaio e oltre, mentre la memoria di Gisela Mota e delle altre vittime della narcoviolenza e del narco-stato solo viene difesa da parenti, movimenti sociali e media indipendenti.

Il 22 febbraio del 2014 il capo sinaloense era stato imprigionato, ma il 12 luglio di un anno dopo era riuscito a fuggire clamorosamente dal carcere di “massima sicurezza” El Altiplano, nei pressi della capitale, grazie a un tunnel di un chilometro e mezzo scavato sotto la prigione. Fu uno sberleffo per i responsabili della sicurezza e specialmente per il governo che dal momento del suo insediamento, nel dicembre 2012, ha provato a costruire di fronte al mondo l’immagine di un Paese sicuro e moderno, pronto ad accogliere investimenti e capitali offrendo le garanzie di un vero stato di diritto e d’una economia dinamica. Che poi in soldoni non si traduce in sicurezza sul lavoro, diritti, certezza della legge e responsabilità sociale, come il discorso ufficiale ambiguamente prova a comunicare, ma in una forza lavoro sottopagata, ricattabile e “ben disciplinata”, in vantaggi fiscali enormi per le multinazionali, nella privatizzazione di educazione, salute e beni comuni e infine nell’apertura allo sfruttamento delle risorse naturali, in primis quelle minerarie ed energetiche.

Capitolo 2. Ayotzinapa

Di lì a poco, il 26 settembre, la “notte di Iguala” avrebbe nuovamente e definitivamente stravolto i sogni di gloria dell’esecutivo, rivelando le trame della narco-politica e della narco-polizia, così come la volontà di governo e procura di sotterrare il caso, occultare responsabilità e adulterare le indagini. Ma ormai non si poteva più lasciare all’oscuro il grosso dell’opinione pubblica nazionale e internazionale e i genitori dei 43 ragazzi, sostenuti da un solido e indignato movimento di protesta, sono diventati subito una spina nel fianco, ancor più di quanto non lo fosse stata la fuga del boss più ricercato e ricco del mondo (leggi qui gli articoli su Iguala-Ayotzinapa).

Tanto in là s’è spinta la brama di manipolare, prima, e chiudere, poi, il caso, oltreché di zittire le proteste e le voci discordanti, che è stata creata una confusa “verità storica”, sbandierata messianicamente come “buona e giusta” dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam. Era invece fallace e menzognera, un insulto. L’effetto boomerang è stato dirompente e il movimento di sostegno ai genitori di Ayotzinapa e alle vittime di sparizione forzata, tra cui si contano migliaia di centroamericani, oltre che 30mila messicani, s’è internazionalizzato e rinforzato, malgrado le continue denigrazioni mediatiche e la repressione fisica di attivisti e giornalisti.

Gli studenti restano desaparecidos, cioè in un limbo burocratico e ontologico tra la vita e la morte, introvabili, per cui campeggiano i loro volti e i loro nomi, giganti di dignità e lotta, per le strade e le piazze, come a simboleggiare e denunciare le infinite impotenze e corruzioni strutturali dei diversi apparati statali coinvolti nei delitti commessi contro di loro. Il rischio che venga riconosciuto internazionalmente il crimine di lesa umanità per il caso Iguala-Ayotzinapa è alto e concreto e il presidente, che è capo supremo delle forze armate, ne dovrebbe rispondere direttamente. I pochi “punti d’immagine” che gli restano sarebbero immediatamente seppelliti in una delle tante fosse comuni dell’oblio, colme di ossa e segreti di stato, di cui per lungo tempo s’è voluta negare financo l’esistenza. Ma prima di tornare al Chapo…

Ayotzi 2016Breve aggiornamento

Il 26 gennaio 2015, a 16 mesi dalla sparizione dei loro figli, i genitori di Ayotzinapa e i movimenti solidali hanno marciato per le strade di Città del Messico e hanno chiamato i collettivi all’estero a realizzare una giornata globale di protesta. La rivista Proceso ha pubblicato un reportage che mostra come vi sia del materiale audiovisuale importantissimo per il caso che è estato lasciato fuori dalle indagini ufficiali e come nella notte del 26 settembre 2014 il C4 (Centro di Controllo, Comando, Comunicazione e Computer) di Iguala fosse controllato da militari. Stiamo parlando del più importante snodo per il commercio di oppiacei ed eroina del continente americano. Iguala e i vertici del “pentagono dell’oppio” messicano nello stato del Guerrero sono vigilati da distaccamenti militari, ben informati circa i flussi che vi transitano. Le forze armate sono state protette dal governo durante le indagini e sono blindatissime per cui non è possibile interrogare nessuno dei militari che erano presenti durante i massacri e le desapariciones della notte di Iguala. Nel video occultato dalle autorità si nota chiaramente il passaggio di un convoglio composto da varie auto della polizia e, tra queste, vi sono altri veicoli che potrebbero essere “ufficiali” e avere a bordo funzionari pubblici. Viene quindi confermata la natura organizzata e complessa dell’operazione contro gli studenti sopravvissuti, le vittime e i desaparecidos di Ayotzinapa.

 

Capitolo 3. La terza cattura

chapo capturado“Burla e sfida”, furono le parole usate da Peña dopo la fuga di luglio. La sua credibilità cadde in picchiata, il mito del narcos Guzmán si consolidava. Invece la sera di venerdì 8, in attesa di una risalita negli indici di gradimento, il presidente appare raggiante di fronte alle telecamere. Declama sorridente la riacquisita solidità di quelle stesse istituzioni che, pochi mesi prima, s’erano mostrate porose e corrotte nel custodire e lasciar scappare il jefe de jefes. Certo, adesso i complimenti veri vanno alla Marina, probabilmente l’apparato meno corrotto e più efficiente nel Messico della narcoguerra, ma vengono profusi altresì elogi e complimenti a tutte le istituzioni e in generale a presunti miglioramenti nello stato di diritto.

Peña s’è vantato dei 98 arresti compiuti dei 122 “obiettivi criminali” prioritari nel Paese. L’opinione pubblica invece si chiede come mai i mercati delle droghe illecite siano fiorenti come mai prima e la violenza di omicidi, sparizioni forzate e sequestri di persona non dia cenni di cedimento. La guerra alle droghe, così com’è stata concepita sin dai tempi di Nixon negli anni ’70, è una sfida persa in partenza. Ciononostante il trionfalismo di Osorio Chong, il ministro degli interni, è imperturbabile: “Oggi il cartello di Sinaloa è totalmente un altro”. “Gli Zetas e il Jalisco Nueva Generación sono polverizzati”, ha chiosato al quotidiano La Jornada provando a ridisegnare a modo suo la mappa del crimine organizzato in Messico. Nel 2015 gli omicidi dolosi hanno superato la cifra di 18mila, in crescita rispetto ai due anni precedenti in cui c’era stato un calo. I desaparecidos sono ufficialmente quasi 27mila, ma Ong e associazioni della società civile ne contano oltre 30mila. L’Ufficio delle Dogane e il Controllo di Frontiera statunitense (CBP, in inglese) in un rapporto del 2010 spiegava che la cattura dei narco-boss non colpisce la dinamica del narcotraffico che, al contrario, vive e si rinnova anche grazie al ricambio dei vertici.

La procuratrice generale della repubblica, Arely Gómez, ha annunciato il ritorno di Guzmán nello stesso reclusorio in cui si trovava prima della fuga, El Altiplano. Ci resterà almeno un anno, mentre s’attendono i risultati dei processi di estradizione negli USA e i vari ricorsi che i suoi avvocati stanno già inoltrando a ripetizione. L’operazione di cattura della Marina messicana è durata alcune ore e il bilancio finale è di un militare ferito, cinque presunti delinquenti uccisi e sei arresti. El Chapo, raggiunto dai marines in una delle sue case-nascondiglio (casa de seguridad, in spagnolo) a Los Mochis, città costiera dello stato del Sinaloa, s’è inizialmente addentrato nei condotti delle fognature per poi riemergere da un tombino nel bel mezzo di un viale e rubare un’automobile. Non era un copione nuovo. Lo accompagnava Orso Iván Gastélum Cruz, alias “El Cholo”, sicario al suo servizio. Con il mezzo sono riusciti ad allontanarsi prima di essere fermati dalla polizia federale. Dapprima i due hanno cercato di corrompere i poliziotti, senza successo. Poi, una volta ammanettati, sono stati condotti in un motel dove i marines li hanno chiusi in una stanza e fotografati in attesa dei rinforzi.

Anche El Cholo è un personaggio interessante, di certo non un novellino: era già stato preso il marzo scorso a Guamúchil, in Sinaloa, e nel 2008 era evaso dal carcere di Culiacán. Il 24 novembre 2012 la reginetta di bellezza Miss Sinaloa venne crivellata durante uno scontro a fuoco tra i pistoleri di Gastélum e l’esercito. Restano ignote le ragioni per cui, dopo l’arresto solo pochi mesi fa, già si trovasse di nuovo in libertà e operativo affianco al suo mentore. La città de Los Mochis, una delle più prospere del Nordovest messicano, vive dal 2009 l’incubo della violenza scatenata dalla scissione tra il cartello di Sinaloa e quello dei fratelli Beltrán Leyva, ormai decadente a livello nazionale ma forte e presente in città. La cattura del Chapo minaccia di far esplodere reazioni a catena che rischiano di mettere a ferro e fuoco l’intera zona.

Trofeo e narco-capitali

MLOS MOCHIS, SINALOA, 08ENERO2016.- En un operetivo realizado por la Marina Armada de México durante la madrugada, fue recaptrado Joaquín "El Chapo" Guzman Lorea. FOTO: ESPECIAL /CUARTOSCURO.COM
Foto: Cuartoscuro

Gli USA vogliono El Chapo e ne hanno chiesto l’estradizione il 25 giugno scorso, poco prima della sua fuga. Non se lo sono portati via subito dopo l’arresto per via dello zelo e prontezza dei suoi avvocati che si sono dati da fare sin da prima della cattura. E’ ricercato in sei corti statunitensi per reati di crimine organizzato, traffico di droga, riciclaggio e omicidio, tra gli altri.

Guzmán e Zambada, quest’ultimo ancora a piede libero, sono accusati di 21 reati e le procure sperano di recuperare capitali stimati tra i 4 e i 14 miliardi di dollari, in buona parte ricavati dal traffico di una quantità di cocaina che va da 127 a 465 tonnellate tra il 1999 e il 2014. In Messico un altro grande interrogativo riguarda proprio i patrimoni dei capi estradati. Il rischio di perderli è altissimo, dato che non vengono sequestrati a tempo debito, e dunque la beffa per una società violentata dalla narcoguerra e poi espropriata dei proventi del traffico illecito diventa doppia. La rivista Forbes stimava il patrimonio del Chapo in un miliardo di dollari, chi, o quale governo, riuscirà mai a recuperarne anche solo una quota?

Molti capitali sono già nei circuiti legali, ma non vengono né tracciati né, in caso, sequestrati. Men che meno si riutilizzano socialmente in beneficio delle comunità colpite dalla violenza. E’ il paradiso dell’impunità imprenditorial-criminale, finanziaria e del riciclaggio. Decine di imprese legalmente costituite, anche se legate all’organizzazione criminale, funzionano coll’annuenza o le sovvenzioni dello stato e non sono sottoposte a auditing tributario. L’esperto Edgardo Buscaglia, autore di un libro sul riciclaggio del denaro sporco, sostiene che “non si mette mano al patrimonio del cartello di Sinaloa perché la stessa classe politica ha paura di farlo visto che ci sarebbero ripercussioni sul finanziamento delle campagne elettorali”. Inoltre, sul tema dell’estradizione, Buscaglia ritiene che sarebbe l’ammissione del collasso dello stato messicano e che “se succede, nel processo giudiziario il PM americano si concentrerà sui delitti commessi negli USA e non coinvolgerà la classe politica messicana […] cioè coinvolgerà alcuni imprenditori messicani e statunitensi ma non la classe politica nel suo insieme”.

chapo sierra esconditeContro la brama statunitense di mettere le mani sul loro cliente gli avvocati del boss difendono coi cosiddetti “amparos”, strumenti legali del diritto messicano che bloccano temporaneamente i processi per tutelare i diritti dell’accusato. Dunque ci potrebbero volere mesi o anni, sempre che la volontà politica del capo dell’esecutivo si orienti per l’estradizione. La PGR, Procura Generale della Repubblica, vi s’era opposta nel 2014, ma ora ha cambiato opinione, così come l’esecutivo di Peña che comunica posizioni possibiliste. E d’altronde è una scelta quasi obbligata, dopo quanto è successo. “Non ci sono prigioni adatte al Chapo in Messico”, ha sentenziato a ragione il giornalista e specialista di criminalità organizzata Ricardo Ravelo. “La notizia dell’arresto è stata una sorpresa all’inizio perché nessuno credeva che lo stessero cercando dopo la sua fuga che, a detta di molti dentro e fuori dal Messico, era stata quasi pattuita”, ha spiegato a caldo dopo l’arresto al sito Aristegui Noticias. “Più che un colpo della Marina, sembra che ci sia stato un errore di logistica del team di Guzmán”, ha aggiunto.

Tra burocrazie e ritardi, oltre ai dovuti passaggi legali, El Chapo avrà il tempo per provare a fuggire di nuovo trovando spiragli nelle maglie del sistema penale e carcerario. Oppure per negoziare con calma un accordo con gli Stati Uniti da un posizione di forza, magari in seguito a una ammissione di colpa e al pagamento di una multa milionaria. Ci sta lavorando su la sua squadra di difensori: erano ben sette nel 2014, ma ora ne sono stati ratificati solo due. D’altronde un’estradizione fast track violerebbe i diritti del boss e sarebbe l’ammissione dell’impotenza di una lunga serie di istituzioni messicane, ossia il contrario di quanto ha cercato d’affermare il governo dopo la sua cattura.

A cosa starà pensando El Chapo? Era la domanda iniziale. Di certo l’elaborazione di un nuovo piano di fuga è un’ipotesi plausibile, nonostante i notevoli mezzi messi in campo per la sicurezza della cella e dell’intero penitenziario: un centinaio di federali all’esterno e trentacinque custodi all’interno, cinque filtri di controllo e due elicotteri all’esterno e persino un mastino (con la museruola) all’interno. Il boss sinaloense, almeno per il momento, non gode più delle prerogative che aveva in prigione nel 2014, cioè le visite intime di sua moglie, la ventiseienne Emma Coronel, la televisione con casse acustiche e non con le cuffie e incontri più lunghi del normale coi suoi avvocati-messaggeri. In alcune occasioni aveva anche ricevuto visite di una deputata dello stato del Sinaloa, Lucero Guadalupe Sánchez, del partito conservatore Acción Nacional, la quale s’era introdotta con documenti falsi e, secondo le versioni giornalistiche dei fatti, aveva una relazione sentimentale con El Chapo.

Capitolo 4. Estradizione?

chapo pena nietoCi sono motivi validi contro l’estradizione. Da una parte il governo cerca di difendere almeno una qualche parvenza di autonomia e sovranità nella sua relazione col Paese vicino, dall’altra esiste il rischio concreto che un capo storico come Guzmán possa trasformarsi in collaboratore di giustizia negli USA e rivelare le complicità nel mondo politico e imprenditoriale che gli hanno permesso di evadere due volte e di creare un’organizzazione criminale tra le più potenti del mondo, presente in 59 paesi. In questo caso si scoperchierebbe un vaso di Pandora che potrebbe provocare un collasso del sistema politico messicano, oppure, vista la capacità di persistenza dell’élite al potere, solo qualche rimpasto e giustificazione da sotterrare col sostegno dei mass media “amici” alla prima occasione. El Chapo potrebbe testimoniare addirittura contro alcuni membri della sua stessa organizzazione, ormai usciti dalle sue grazie, in cambio di sconti di pena e altri benefici. Si vedrà, ma intanto c’è ancora tempo prima che la giustizia americana e la messicana seguano il loro corso. C’è tempo anche per digerire la massa di opinioni e dichiarazioni che nei cinque continenti cercano di spiegare questo arresto e le complesse evoluzioni della “guerra alle droghe”.

La fuga del trafficante sinaloense nel luglio 2015 aveva provocato un problema di stato, comparabile solo alla crisi di legittimità provocata dal caso dei 43 studenti di Ayotzinapa e dalla conseguente emersione delle trame della narco-politica. Quindi, così come era successo con la “versione storica” delle autorità sui 43, la cattura del Chapo viene ora esibita come un successo, un trofeo, ma potrebbe trasformarsi in un nuovo incubo per l’intera classe politica e generare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Inoltre per l’evasione dell’anno scorso sono sotto processo solo pesci piccoli dell’amministrazione del carcere e quel gravissimo scandalo sta rientrando senza grossi scossoni.

ESTRADIZIONE BOSS MESSICOLa logica e gli argomenti del governo messicano in tema di estradizione dei baroni della droga sono state storicamente erratiche e poco incomprensibili: il leader del cartello del Golfo è stato inviato negli USA, ma un suo successore, Eduardo Costilla “El Coss”, è rimasto in Messico; quando era possibile farlo, Guzmán Loera non è stato estradato, mentre il figlio e il fratello de “El Mayo” Zambada sì (vedi infografica di Insight Crime). Un caso clamoroso è quello del ex capo del cartello di Guadalajara Rafael Caro Quintero, coinvolto nell’omicidio dell’agente americano della DEA (Drug Enforcement Administration) Enrique Camarena nel 1985, poi condannato e imprigionato, il quale è stato liberato “per motivi tecnici” da una corte messicana nel 2013. Ora è latitante. Lo stupore e l’indignazione statunitensi raggiunsero l’apice dopo la sua scarcerazione. Ad ogni modo la decisione sull’estradizione resta squisitamente politica, tecnicamente nelle mani del Ministero degli Esteri, e per adesso El Chapo è considerato “estradabile”.

Bio e un po’ di storia

Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, comunità La Tuna, città di Badiraguato, stato di Sinaloa, 4 aprile 1957. Figlio di Consuelo ed Emilio, copia di contadini, genitori di undici figli, otto maschi e tre femmine, cresciuti in povertà e senza possibilità di studiare oltre le scuole elementari in una casa dal tetto di lamiera. Una storia abbastanza comune nel Messico rurale.

Dopo anni d’esperienze come coltivatore di amapola o papavero da oppio durante l’adolescenza, il “padrino” del mitico cartello di Guadalajara degli anni ottanta, Miguel Ángel Félix Gallardo, prende il giovane Guzmán Loera al suo servizio e questi si fa le ossa nella principale organizzazione per il contrabbando di stupefacenti nel Paese. Tra il 1985 e il 1989 i principali capi dell’organizzazione vengono arrestati e comincia la lotta per la successione.

Chapo Guzman FUGAS infografica TeleSurIl Padrino stabilisce dalla prigione una spartizione dei territorio tra le varie famiglie e gruppi, anche se poi gli equilibri non reggono. Guzmán si allea con Ismael “El Mayo” Zambada e nasce il Cártel de Sinaloa o Pacífico. I fratelli Arellano Félix fondano l’organizzazione di Tijuana e Amado Carrillo si stabilisce a Ciudad Juárez. Carrillo decide di modificare i suoi tratti somatici e si reca in una clinica privata di Città del Messico. E’ il 1997. I medici “sbagliano” la dose di anestetici e lo uccidono. La pagheranno cara e moriranno tutti ammazzati. Negli anni Novanta Amado Carrillo era riuscito a dominare la scena del narcotraffico ed era noto come “Il Signore dei Cieli”. In Messico l’omonima serie di successo è arrivata alla quarta stagione. Nel 1993, durante una sparatoria tra sicari del Chapo Guzmán e pistoleri degli Arellano Félix, viene ucciso il cardinale Juan Jesús Posadas Ocampo a Guadalajara. Guzmán è accusato dell’omicidio e viene arrestato in Guatemala prima di essere spedito in Messico, nelle prigioni di Almoloya e Puente Grande, in Jalisco. Qui, paradossalmente, riesce a rafforzare i suoi affari e nel 2001 evade nascondendosi in un carrello della lavanderia.

I dettagli di questa evasione sono ormai un cocktail di storia e leggenda, ma il fatto certo è che da quell’anno Sinaloa inizia la scalata al potere criminale globale. Tra il 30% e il 50% della coca in entrata negli USA passa dalle sue mani. I colombiani, dopo l’intensificazione dei blocchi navali statunitensi nei Caraibi negli anni ’80, la morte del capo del cartello di Medellín, Pablo Escobar, nel 1993 e l’avvio del Plan Colombia, a direzione statunitense, nel 2002, sono progressivamente soppiantati dai messicani. Nel 2000 in Messico vince il PAN, partito di destra che promette grossi cambiamenti, dopo oltre settant’anni di egemonia del populista PRI. Il fiammante presidente Vicente Fox s’insedia nel dicembre di quell’anno. Il suo successore, Felipe Calderón, anche lui del PAN, governa dal 2006 al 2012 e lancia un’offensiva militare contro i baroni della droga conosciuta come “narcoguerra”. Almeno 100.000 morti in sei anni e decine di migliaia di desaparecidos sono le eredità di quella strategia che, però, non è stata modificata sostanzialente fino ad oggi.

Nel frattempo le droghe sperimentano un boom nei mercati “sviluppati” ed “emergenti”, la globalizzazione e l’impennata del commercio interessa anche loro. El Chapo entra nella classifica di Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo, con un patrimonio stimato di un miliardo di dollari. Gli anni del PAN sono gli anni in cui Sinaloa diventa “il Cartello”, grazie alle connivenze e alla partecipazione delle istituzioni a tutti i livelli. Nel 2012 il PRI torna al potere e il presidente Peña mantiene i soldati per le strade, continua a ricevere i fondi USA dell’Iniziativa Merida, in diminuzione e criticati ormai anche dal congresso americano, e solo cambia il suo discorso, improntato alla modernizzazione e alle riforme. Le armi made in USA inondano e invadono il Paese. I giornalisti e gli attivisti vengono perseguitati senza tregua, il numero dei desaparecidos cresce a dismisura, la società viene limitata nelle sue possibilità d’espressione, nell’esercizio delle libertà e della democrazia ed è preda della morsa tra autorità inefficienti o corrotte e criminalità organizzata. Due facce della stessa medaglia, frequentemente confuse tra loro o indistinguibili.

Capitolo 5. Triangolo: Kate del Castillo, Sean Penn e “El Chapo” Guzmán

Chapo-Guzmán-y-Sean-Penn1A poche ore dall’arresto di Guzmán la procuratrice Arely Gómez ha dichiarato che l’intenzione del capo di girare un film autobiografico e proprio i suoi contatti con attori e produttori avevano permesso alle autorità di trovarlo, anche se le indagini duravano comunque da sei mesi. Su tutta la vicenda ad oggi restano più domande che risposte.

Il 2 ottobre 2015 l’attore Sean Penn e l’attrice Kate del Castillo, che ha stabilito il contatto tramite gli avvocati del capo, hanno fatto visita a Joaquín Guzmán Loera in una delle sue proprietà sperdute nella sierra tra il Durango e il Sinaloa e hanno passato la serata con lui, con le sue guardie del corpo e i suoi figli. Tequila e tacos a volontà. E anche qualche chiacchiera, giustamente.

Nel gennaio 2012 del Castillo pubblicò un tweet che diventò virale e polemico perché l’attrice affermava, provocatoriamente, di avere più fiducia nel Chapo Guzmán che nel governo messicano. Pare che il boss, che presumibilmente ha avuto diciotto figli con sette mogli e amanti diverse, sia avvezzo ai messaggini di testo e alle donne, quando è in libertà e quando è recluso. Inoltre l’idea del film lo stimolava. Kate del Castillo comunicava con lui servendosi del sistema di messaggeria BBM Black Berry e di lettere manoscritte. Solo a lei, come persona ritenuta di fiducia, El Chapo avrebbe rivelato e concesso i diritti sulla sceneggiatura. Anche per questo è stata fissata una visita in un luogo segreto e alcuni produttori di Hollywood, informati da del Castillo, hanno deciso di contattare Sean Penn che ha accettato di accompagnare la messicana nel viaggio nella sierra occidentale e ha proposto al narcos di realizzare un’intervista.

Però il video di 17 minuti spedito dal Chapo a Kate del Castillo non è stato registrato quella sera ma nelle settimane seguenti. Si tratta di un documento interessante anche se rappresenta più che altro una confessione, un messaggio di Guzmán al mondo, e non una vera e propria intervista in cui il giornalista ha la possibilità di controbattere. D’altronde, per come è stata fatta, non ce n’era il modo. Il testo finale è dovuto passare dall’approvazione del Chapo prima della pubblicazione. In questo senso sono piovute critiche a Rolling Stone e all’autore, accusato di aver costruito l’apologia di un delinquente responsabile di migliaia di morti. Penn ha definito El Chapo “prima di tutto un business man, che ricorre alla violenza quando lo considera vantaggioso per se stesso o i suoi interessi commerciali”.

Una visione forse romantica, anche se un po’ di verità c’è. Stiamo parlando di un impresario e commerciante, ma anche di un capo mafioso corresponsabile di mattanze e atrocità, malgrado l’affabilità e semplicità teatrali che ha sfoggiato nel video e durante la visita degli attori. Grazie ad essi ha potuto lanciare al mondo messaggi importanti, comunicare il suo potere come trafficante e burlarsi in diretta delle “solide istituzioni” propagandate da Peña Nieto. Il tempismo è stato eccellente: il giorno dopo l’arresto è uscita l’intervista, come a voler dare una sberla al governo e a comunicare che il capo resta il capo anche in prigione.

Sean Penn ha accusato le autorità messicane di mettere in pericolo la sua vita. Infatti, la procura ha sostenuto che l’intervista è stata un elemento decisivo per poterlo riacciuffare. Comunque la sua intenzione era quella d’accendere i riflettori su una giusta causa, cioè la denuncia dell’ipocrisia della guerra alle droghe, per cui i morti restano a sud mentre gli stupefacenti e i narco-capitali e le sostanze vanno a nord, e sul ruolo che gli Stati Uniti hanno in essa. In qualche modo c’è riuscito, nonostante le critiche e le speculazioni che immediatamente hanno ricoperto lui e Kate del Castillo. La strategia dei mass media s’è concentrata dunque sui personaggi, sulle frasi dei governanti, sull’etica giornalistica, sui messaggini tra Kate e Guzmán e i suoi legali e su vari dettagli morbosi, ma non sul nucleo del problema e sulle responsabilità a monte dell’ondata di violenza e corruzione che sta distruggendo la società e l’economia messicana.

Rivelazioni, film e depistaggi

chapo kate del castilloEl Chapo voleva eternizzarsi con un film, prodotto da Kate del Castillo e soci, che raccontasse la sua vita e che potesse offrire una visione diversa da quella cristallizzata nei libri, nelle inchieste, negli articoli, nei miti e nelle cronache. Per questo motivo aveva contattato tramite i suoi legali l’attrice messicana, di recente naturalizzata statunitense, che era nota al capo e al grande pubblico per il ruolo da protagonista nella serie La Reina del Sur (La Regina del Sud). Del resto da anni i suoi avvocati fanno da intermediari anche con vari potenziali ghost writer per far scrivere la sua biografia che dovrebbe intitolarsi “El Ahijado”, il figlioccio.

Nella video-intervista El Chapo ha senza dubbio rotto una tradizione, quella dei capi-mafia che mai dichiarano d’essere dei trafficanti, ma si definiscono invece imprenditori o semplici lavoratori e negano ogni vincolo con la delinquenza fino alla fine. “Traffico più eroina, metanfetamine, cocaina e marijuana di chiunque altro al mondo, ho una flotta di sottomarini, aerei, camion e autobotti”, ha dichiarato invece il sinaloense. E poi ha aggiunto, perentorio: “Il giorno in cui io non ci sarò più, non cambierà niente [nei traffici]”. Infine ha ammesso: “Son più di vent’anni che non consumo droghe” e “le droghe distruggono”.

chapo triangulo doradoIl reportage dell’attore, intitolato “El Chapo parla”, ha fatto sorgere dubbi sostanziali sul governo messicano dato che vi si descrive il momento in cui le auto su cui viaggiavano Penn e Kate del Catillo vengono fermate da un posto di blocco dell’esercito. Alcuni soldati riconoscono Alfredo, uno dei figli del Chapo, e lo lasciano passare non senza nascondere un certo imbarazzo. Il testo su Rolling Stone narra di come gli aeroplani del cartello di Sinaloa, a disposizione del gruppo, riescono a rendersi invisibili ai radar di terra e, inoltre, conferma che l’organizzazione criminale è puntualmente informata quando l’esercito esegue perlustrazioni aeree a grandi altezze che possono scoprire i loro movimenti.

Non si tratta di informazioni nuove, ma l’impatto sull’immagine dell’esecutivo è stato dirompente e imbarazzante, così come lo è stato il fatto stesso che un incontro di questo genere si sia potuto realizzare. In qualche modo le affermazioni di diversi funzionari subito dopo l’intervista hanno preannunciato la “vendetta”, cioè il ciclone mediatico e accusatorio contro Sean Penn e, in particolare, contro la sua compagna di viaggio nel ranch del Chapo.

L’attrice è oggetto di continui attacchi che mettono in pericolo persino la sua vita. La procura ha fatto in modo che venissero alla luce informazioni e comunicazioni provate contro di lei secondo un piano-montaggio orchestrato per sviare l’attenzione e colpevolizzare l’attrice. La giornalista Lydia Cacho su Proceso ha parlato di una “persecuzione di stato” che fa sospettare vi siano molti altri segreti inenarrabili dietro a tutta la vicenda e che la “logica della comunicazione politica istituzionale non solo si focalizza sulla spettacolarizzazione del caso, ma anche sulla violazione della legge”. E conclude: “L’impero di Guzmán non esisterebbe senza la connivenza delle autorità federali”. Altro che messaggini e chat. Tutti si chiedono piuttosto dove sono i soldi del Chapo e chi se li intascherà.

La polemica delle alte autorità messicane, gli inviti a comparire delle procure messicane e americane per Penn e del Castillo e l’attacco mediatico contro di loro risponde alla volontà di voler sotterrare i particolari vergognosi di questa storia per lo stato messicano: la prima fuga del narcos grazie alla corruzione di funzionari e politici, la rete intoccata delle imprese legate al cartello, la corruzione nelle forze armate, le menzogne raccontate per tappare la cloaca della narco-politica, l’omicidio di una giovane sindachessa in un territorio fuori controllo e l’impossibilità di offrire spiegazioni per il crimine di stato di Iguala contro gli studenti di Ayotzinapa e per gli altri 26mila desaparecidos. Ecco le vere questioni aperte.

Don Ciotti dal #Messico: “Ho incontrato i genitori di Gisela, sindaca uccisa dai #narcos”

Nell’ambito dell’iniziativa “Messico per la pace-Pace per il Messico” un’intervista con Luigi Ciotti il fondatore di “Libera contro le mafie”

Luigi Ciotti Sicilia Seis Punto Zero

(Articolo tratto da NarcoMafie – Fabrizio Lorusso) Incontro Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), in una mattinata di fine gennaio a Città del Messico. L’appuntamento è nella sede di Cauce Ciudadano (Alveo Cittadino), associazione partner di Libera che lavora coi giovani dei quartieri marginali. E’ uno dei pochi momenti disponibili nell’agenda di Don Ciotti che ha in programma una lunga serie di incontri con organizzazioni della società civile e vittime della criminalità nel quadro dell’iniziativa “Messico per la Pace”. Questa campagna ha l’obiettivo di far conoscere in Italia la difficile situazione messicana e sostenere le realtà che in loco lottano per la sua trasformazione. [Nella foto: Luigi Ciotti e il poeta attivista messicano Javier Sicilia]

Qual è l’importanza del Messico per Libera?
Sono venuto tante volte in Messico. Proprio in questi giorni degli amici mi hanno consegnato dei libri che abbiamo co-editato insieme sul tema della droga. Come Gruppo Abele avevamo portato anche il tema delle dipendenze dalle droghe con dei contatti in Messico per fare progetti insieme, condividere esperienze e darci una mano reciprocamente. Credo che si debbano condividere le esperienze che si fanno e poi ognuno deve calarle nel proprio contesto e territori, nella propria cultura e nel percorso della gente. Questo ha permesso di conoscerci: dire droga vuol dire anche mafia. Il traffico delle sostanze stupefacenti è in mano nella sua quasi totalità alle organizzazioni criminali e specialmente a quelle criminali mafiose. Quindi, come in Italia, Libera nasce un po’ dalla storia del Gruppo Abele, che era impegnato contro la varie forme di dipendenza e non solo. Anche le forme di sfruttamento, prostituzione, la tratta, la corruzione o l’illegalità.

E’ stato più facile qui sentire il bisogno di creare una collaborazione. E così è nata, perché il problema del narcotraffico è un problema che ci tocca tutti, no? Sono stato anche in altre nazioni dell’America Latina proprio per questa ragione. Ecco che questo rapporto nasce perché ci uniscono gli stessi interessi e le stesse problematiche, pur se in regioni e contesti diverse. Il narcotraffico ha dimensioni criminali non indifferenti. Perché penso alle oltre 26mila persone scomparse, penso che la prima causa di morte nel mondo giovanile qui è l’omicidio, mentre in altri paesi sono gli incidenti stradali in quella fascia d’età. Penso alle oltre 180mila vittime accertate della guerra di mafia in questo territorio, quindi sono numeri grandi, però, con numeri molto più piccoli, abbiamo vissuto parte di questa storia anche nel nostro paese perché quanti morti ha fatto e continua a fare anche in Italia, pur con numeri completamente diversi, la violenza criminale?

Cosa possono avere in comune le esperienze dell’Italia e del Messico? Cosa può apportare Libera dall’Italia al Messico?
E’ uno scambio che ci arricchisce reciprocamente. Ogni volta che vengo qui imparo. Conosco esperienze, coraggio, creatività, fantasia. E il lavoro nelle periferie, dentro i barrios e i territori difficili. Ho toccato con mano il coraggio di reagire da parte di molti, cresciuti dentro queste organizzazioni magari sin da piccoli, che poi si fanno promotori di un percorso alternativo per uscire da questi circuiti criminali. Carlos Cruz dell’associazione Cauce Ciudadano è una di queste storie. Quindi c’è una reciprocità perché ci si arricchisce e ognuno è chiamato a dare il proprio apporto e contributo senza calarlo dall’alto. E questo avviene in tutti i territori. Qui stiamo costruendo insieme dei percorsi: ALAS, la rete di Libera in America Latina, parte dalla stima, dall’attenzione, dalla riconoscenza, dal rispetto e dalla valorizzazione per cui proviamo gratitudine per le realtà che qui sono impegnate.

E allo stesso modo abbiamo fatto in modo che l’esperienza maturata nel nostro paese potesse diventare un punto di riferimento. Credo che sia in Italia che qui abbiamo colto questo grande bisogno che c’è: io lo chiamo grido di libertà. In che senso libertà? Chi è povero non è libero, chi è schiacciato dalla violenza criminale non lo è, chi è ricattato non è libero, le ragazze sfruttate non sono libere. E’ quindi questo grido di libertà che ci unisce, pur in contesti diversi. Oltre che il più prezioso dei beni la libertà è la più esigente delle responsabilità. Abbiamo la responsabilità di impegnare un po’ della nostra libertà per aiutare chi libero non è. Abbiamo deciso di farlo mettendo insieme tante associazioni e realtà di mondi e contesti completamente diversi perché troverai movimenti cattolici e più laici, giovani e anziani, eccetera.

In che modo?
Attraverso tre strumenti molto importanti che cerchiamo di condividere. Primo, quello culturale. Perché la cultura risveglia le coscienze, il lavoro nelle scuole, con le università. Abbiamo appena fatto qui con Cauce Ciudadano un in incontro e s’è lavorato sui linguaggi che devono tenere conto della ricchezza dei contenuti e devono essere accessibili. Non dimentichiamo che l’unità di misura dei rapporti umani è la relazione e questa ha bisogno di un linguaggio che sia accessibile a tutte le persone in forme e livelli diversi. Abbiamo condiviso questa esigenza.

La seconda cosa che ci unisce è la memoria che deve trasformarsi in impegno per non diventare celebrazione, evento. Spesso c’è questo grosso rischio, ma la memoria io l’ho sempre inquadrata con un’espressione: trasformare la memoria in un’etica dell’impegno. Ecco in Italia abbiam cercato di fare questo, di non lasciar soli i familiari, di tutelarli ma anche di fare una battaglia politica affinché abbiano una serie di garanzie. Devo dire che le vittime innocenti accertate della criminalità mafiosa hanno già dei riconoscimenti nel nostro paese ma non per tutti. Ad esempio quelli che son stati uccisi prima del 1961 non sono riconosciuti e non capisco perché… Pare sia sempre l’economia che determina l’attenzione che, invece, dovrebbe rivolgersi maggiormente alla storia delle persone. Abbiamo cercato di stanarli, di essergli vicini, di sentire la responsabilità della memoria, il dovere di trasmettere una memoria, ma soprattutto di creare le condizioni per cui nessuno si dimentichi che il miglior modo di fare memoria è quello d’impegnarci veramente di più tutti. Non solo un giorno all’anno.

Abbiamo scelto il primo giorno di primavera per ricordare tutte le vittime. Il 21 di marzo ogni anno in una città. Quest’anno sarà fatto in tutta Italia alla stessa ora dello stesso giorno la lettura di questa lista interminabile di nomi: è un segnale evidentemente però guai se ci dimentichiamo che la memoria va bene ma per essere vera deve essere un impegno. Abbiamo dato una mano a molti familiari a trasformare il loro dolore, la loro sofferenza e fatica in impegno e testimonianza. A non rinchiudersi nel loro dolore, nelle loro paure e nell’ansia, ma a trovare punti di riferimento per diventare anche loro una forza. Non una categoria, come si dice “voi siete i familiari”, ma cittadini che si assumono responsabilità e tocca a noi non lasciarli soli.

Il terzo punto è stato quello che ci ha creato più problemi anche se adesso tutti capiscono l’importanza della confisca dei beni ai mafiosi. Quando è nata Libera abbiamo condiviso il sogno di Pio Latorre. Siciliano, deputato e sindacalista, aveva intuito che bisognava inserire nel codice penale i reati di stampo mafioso. Poi la legge venne fatta, ma lui non la vide perché fu ucciso prima. L’altra sua grande intuizione è stata quella per cui bisogna sottrarre ai mafiosi i patrimoni perché cos’è che più disturba i mafiosi e i grandi boss? Il loro obiettivo è il potere, il denaro, la forza e allora li disturba il fatto che tu gli togli questo potere e la loro immagine, oltre a quei patrimoni che ha realizzato spesso con la morte, il sangue e la violenza. Latorre l’aveva intuito ed è stato ammazzato quattro mesi prima di vedere approvata la legge. Quando nasce Libera pensiamo che il suo sogno deve realizzarsi. La legge che era passata non era completa, non prevedeva adeguatamente l’aspetto della confisca dei beni. E per questo abbiamo raccolto un milione di firme per stimolare i cittadini a prendere posizione, a unire le forze per chiedere al parlamento e alla politica del nostro paese una legge per la confisca dei beni dei mafiosi. Per migliorarla s’è aggiunto anche l’uso sociale di quei beni quando possibile.

E oggi sono centinaia le realtà che hanno accesso a questo attraverso bandi pubblici. Abbiamo aperto un po’ questa strada facendo le prime cooperative su terreni agricoli però con la creazione dei consorzi dei comuni. I beni confiscati restano dello Stato che li affida ai comuni. Questi secondo la legge possono destinarli ad usi per il bene comune o anche dare loro un uso sociale in favore delle cooperative o associazioni. Lo Stato non dà i soldi alle cooperative ma al consorzio dei comuni, essendo loro i gestori. Abbiamo cercato di creare cooperative di tipo agricolo sui beni confiscati col progetto Libera Terra e la scelta del biologico. Questo vuol dire dare lavoro. Era difficile fino a 20 anni fa immaginare nel nostro paese che le ricchezze delle mafie potessero trasformarsi in opportunità di lavoro, in luoghi di stimolo alla partecipazione civile e in strumenti di cambiamento.

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[Nella foto: Don Luigi Ciotti e Paolo Pagliai all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico]

Dicevi, nella tua conferenza presso l’Istituto Italiano di Cultura, che corruzione e mafia sono due facce della stessa medaglia. Sarebbe applicabile una politica di questo tipo anche in Messico, malgrado suoi alti livelli di violenza e la connivenza degli apparati di stato con la criminalità?
Direi di sì. Qui, ma anche nel nostro paese, i livelli di corruzione sono eccezionali. Allora vorrei dire che l’economia mafiosa oggi è per molti versi legata all’economia legale, al sistema che governa il libero mercato. La finanza, gli scambi e la corruzione chiamano in causa l’etica privata e pubblica. Allora in questo senso la lotta alle mafie e alla corruzione non sono solo un dovere etico ma anche una priorità economica perché ci impoverisce tutti. E’ questo il forte potere in mano ai mafiosi. Il problema non sono quindi solo i poteri legali, né solo quelli mafiosi il cui scopo è il denaro, la forza e fare soldi, in sostanza. Il vero problema sono anche i poteri legali che si muovono illegalmente. Le mafie sono dei parassiti di un sistema che distrugge il lavoro, la dignità e la speranza. Per raggiungere il loro obiettivo s’avvalgono di questo o quel potere che gli permette di sopravvivere e le protegge. E sono segmenti del potere politico. Più che mai oggi sono anche i poteri economici, imprenditoriali e finanziari. Questo è chiaro, tant’è vero che testualmente la Banca d’Italia anni addietro parlò di “corrotti che siedono regolarmente nei consigli d’amministrazione di enti pubblici”. Allora dico, insomma, siccome lo denunciate seriamente, si crei rapidamente un sistema per farli venir fuori, per cacciarli. Magari dei passi si stanno facendo, ma credo che resti fondamentale il problema della corruzione che è l’incubatrice del potere mafioso. Ma c’è di più. L’altro elemento da affrontare è la mafiosità diffusa.

E’ un concetto simile a quello “messicano” di narcocultura?
Esatto. E’ il vero patrimonio delle mafie prima ancora di quello economico. I mafiosi riescono a fare questo perché c’è proprio una mentalità mafiosa che ci circonda. La vediamo nel nostro paese, anche se certe cose sono cambiate. Noi e altri abbiamo lavorato molto nelle scuole, nelle università, con la magistratura e condotto una battaglia culturale. Dei passi in avanti sono stati fatti e credo che abbiamo una tra le migliori leggi per il contrasto alle mafie. Certo poi bisogna anche tradurla in pratica. Quello che manca ad esempio in un paese come il Messico è una commissione antimafia, la politica deve attrezzarsi. E’ uno strumento politico fondamentale. Il nostro ruolo è un altro, riguarda la società civile, l’educazione, la dimensione culturale, l’impegno sociale perché abbiamo troppi cittadini a intermittenza in giro, a seconda delle emozioni e dei momenti, e abbiamo bisogno di cittadini più responsabili.

Anche qui c’è la percezione che i movimenti di protesta come quello per la Pace del 2011 e quello nato intorno ai genitori dei 43 desaparecidos de Ayotzinapa abbiano funzionato come ondate che poi rientrano e non sempre si concretizzano in cambiamenti.
E’ vero. Dico sempre che la strada per tutti è in salita. Ma tre parole per me diventano fondamentali. La continuità nel fare le cose, anche se è dura e difficile. La seconda parola è la condivisione, non è opera di navigatori solitari. Credo nell’unione di energie e pensieri. Ecco allora la nostra esperienza mi ha portato qui 5 anni fa, chiamato dalla conferenza episcopale messicana a parlare a tutti i vescovi perché l’esempio che s’era costruito un po’ in Italia interessava a questo episcopato. Si chiedevano come è stato possibile mettere insieme tanti movimenti e realtà così diverse tra di loro. E’ stata una scommessa evidentemente. Credo che in ogni nazione, pur con caratteristiche diverse e anche se per esempio qui il ceto medio è più ridotto ed è una terra di estremi, la strada del “Noi”, di unire forze ed energie con corresponsabilità diventi importante. Allora c’è la continuità, la condivisione, il noi, e la corresponsabilità. Corresponsabilità vuol dire che noi sentiamo che dobbiamo cercare di collaborare con le istituzioni quando fanno la loro parte, ma di essere anche una spina nel fianco quando non vengono affermati i diritti, l’uguaglianza e la dignità delle persone.

Nel contesto messicano, ma anche in certa misura in quello italiano, c’è da considerare che attivisti, giornalisti, difensori dei diritti umani e tutte le categorie che rappresentano comunità o gruppi sociali sono tra due fuochi: la criminalità organizzata e apparati dello stato a vari livelli che remano contro di loro. A volte questo avviene mediante legislazioni che penalizzano o criminalizzano le proteste e le domande sociali. Spesso queste vengono interpretate dai media e da un’opinione pubblica piuttosto conservatrice come “delinquenziali” e paragonate alla criminalità organizzata. Che ne pensi?
Sono molto consapevole di questo, di questi elementi, perché a forza di venire qui e ascoltare vedo che da una parte c’è questa situazione ma dall’altra anche il coraggio. E ce ne vuole veramente tanto, la dignità, il non venire meno. Ho visto gruppi di ragazzi, le associazioni l’altro giorno a Cuernavaca, e abbiamo fatto un incontro di grande valore.

Questa è una grande battaglia politica che va portata avanti, affidata però al popolo, alla nazione, per quella che è la sua parte. Mi fa piacere che ci siano anche delle collaborazioni con la magistratura italiana, alcuni sono venuti qui, ma è da anni che ci sono collaborazioni per cercare dei sistemi. Bisogna fare in modo che non diventino solo di facciata e che si concretizzino perché questa è la strada. La corruzione, che si trova a diversi livelli, ci impoverisce tutti e, devo dire che è così anche da noi: il fango, le manovre, il destabilizzare. Dobbiamo avere più coraggio tutti. Credo anche che la prima grande riforma da fare, guardando più all’Europa evidentemente, sia un’autoriforma delle nostre coscienze, di risveglio delle nostre coscienze. Certo qui c’è una parte della popolazione che culturalmente fa più fatica o ha meno strumenti, ma anche da noi in Italia ora ci sono 8 milioni di persone in povertà relativa e 4 in povertà assoluta. Siamo agli ultimi posti in Europa, nonostante i miglioramenti negli ultimi tempi, per la dispersione scolastica. Milioni di italiani sono analfabeti o hanno forme di analfabetismo di ritorno. E allora, lotta alle mafie…

Come vedi un contesto come il messicano in cui c’è sempre manovalanza criminale disponibile per via della povertà e la mancanza di opportunità?

Sì è vero, ma anche da noi adesso tutti i vuoti creati, per il grande lavoro degli arresti dei latitanti, vengono subito riempiti da nuove leve: la mancanza di lavoro, e molti che si perdono per strada nella scuola, favorisce tutto questo. Dico sempre che le mafie non sono figlie della povertà e dell’arretratezza, ma è indubbio che povertà, disuguaglianze e marginalità sono i serbatoi che favoriscono la loro espansione per cui bisogna affrontare il problema delle pratiche sociali vere, reali. Lotta alla mafia nel nostro paese vuol dire lavoro, cultura, scuola. Certo, anche il lavoro dei magistrati e delle forze dell’ordine, ma c’è anche una risposta di politiche sociali che diventa importante. Va chiarito che la mafia non è figlia della povertà, ma quelle disuguaglianze la favoriscono moltissimo. Perché poi i grandi capi o per esempio il capo di Cosa Nostra a Corleone era un medico, cioè non si tratta solo di povera gente che reagisce in un certo modo. Oggi dietro c’è la grande finanza, quella sporca in giro per il mondo, quell’economia che Papa Francesco ha chiamato “economia assassina”.

C’è dunque una responsabilità dei poteri pubblici in un tipo di politica economica e nella perdita di interi territori che in Messico è molto forte?
Ma certo, è quello che dicevo prima. Le mafie sono forti quando la politica è debole, quando la democrazia è pallida. Per esempio non è possibile che in Italia crescano l’evasione fiscale e la corruzione. Adesso tutti fanno i codici etici e io sono preoccupato perché il primo codice etico è la tua coscienza. Perché non basta scrivere e fare “un protocollo”. No, sono i tuoi comportamenti, i tuoi linguaggi, le tue scelte, le tue frequentazioni. Oggi l’etica è una parola che è sulla bocca di tutti, invece chiama in causa di più le nostre coscienze, comportamenti, linguaggi.

Qual è la posizione di Libera o tua nel dibattito, molto acceso in Messico, sulla legalizzazione delle droghe?
E’ un dibattito che va avanti da sempre.

Come la pensate? Sottrarre quei mercati alle mafie può essere una strategia utile?
Io sono perché ci si metta tutti intorno a un tavolo, spogliandosi da pregiudizi e moralismi, per chiederci, non dimenticando mai la dignità delle persone che è l’obiettivo centrale, che cosa si può fare sulla faccia di questa Terra dove già ci sono tantissime ipocrisie. Un’ipocrisia che tocco con mano è quando prendo un pacchetto di sigarette, monopolio dello Stato, con scritto “Nuoce gravemente alla salute”. Credo sia un’ipocrisia perché le vendi e ci metti sopra anche l’immagine della morte…Allora che si affronti il discorso complessivo, con vera volontà politica di affrontare questo nodo, si aprano gli armadi che sono blindati a Vienna dove tanti studiosi hanno fatto ricerche eccezionali. Lì c’è il centro dell’Onu sulle dipendenze. Molti ricercatori di tutto il mondo hanno lavorato per questo organismo per capire i meccanismi, i governi, i traffici. Sono sotto giuramento.

Molti che abbiamo incontrato, anche italiani molti bravi, ci dicono di fare qualcosa da anni perché, dicono, “quei documenti negli armadi, le molte ricerche per cui abbiamo lavorato anni e abbiamo dimostrato cosa stava dietro a tutto questo mondo e al giro delle droghe, non sono poi resi pubblici”. Perché quando toccano i governi…I governi hanno diritto di voto e quindi se il rapporto che tu mi fai, il lavoro che ti avevo commissionato, poi contiene denunce, allora molti son bloccati perché vengono fuori delle cose per cui la politica, il governo, dice che quel rapporto non dev’essere pubblicato. Studi sui traffici e le coperture, su cosa si nasconde dietro. Ecco quando dico allora, per piacere, facciamo una riflessione seria a carte scoperte su qual è la soluzione perché sono falliti tutti gli altri tipi di percorso. La lotta alla droga l’abbiamo persa tutti.

Cosa pensi della strategia di mano dura e militarizzazione dei territori partita a fine 2006 con la cosiddetta “guerra alle droghe” in Messico?
Mi pare che la droga continui a essere alla grande in giro per tutta questa Terra. Io non ho le competenze, la professionalità, opero nel sociale, ma vedo la disperazione della gente. Vedo che le politiche, anche nel nostro paese, nel nome della crisi economica si sono fortemente ridotte, la prevenzione è stata stroncata del 50%. Sempre perché è il dato economico quello che penalizza tutto. Dipende come investi poi i soldi… Ma la droga continua ad esserci. Ce n’è tanta, sempre di più. Io devo lavorare per fare in modo che la gente non arrivi a drogarsi, però dobbiamo anche chiederci come fare per sconfiggere un mercato in mano a questi criminali, ma che ha anche delle coperture. E’ per questo che gli armadi di Vienna devono aprirsi.

Ma in questo senso c’è un doppio ostacolo alla legalizzazione: una falsa morale nell’opinione pubblica e poi lo scoglio politico.
Non ti so dire se è bene, se è male, eccetera. Dico solo che bisogna trovare veramente la volontà, liberi. La riflessione deve essere fatta, sempre a partire dalla dignità della persona, ma che venga fatta su tutte le forme di dipendenza perché ci si accanisce in una direzione e si dimenticano le altre dipendenze. E’ una riflessione molto seria partendo per esempio dal gioco d’azzardo. Gruppo Abele pubblicò un libro denunciando queste forme di dipendenze e ci risero in faccia, mentre adesso tutti ne parlano. Anoressia e bulimia: chi l’avrebbe detto quando anni fa l’anticipò il Gruppo Abele. E’ un’altra sofferenza, un’altra forma di dipendenza, oltre al fumo, l’alcol. Abbiamo bisogno di una grande riflessione e non solo leggere in una direzione. Ci vuole che la politica affronti realmente questo problema. Io non ho la formuletta in tasca, credo che, però, la “lotta alla droga” l’abbiamo veramente persa tutti nell’arco di questi anni. Nel nostro paese, l’Italia, anni fa faceva notizia se un ragazzo moriva di overdose. Adesso sono riprese le morti, nonostante la presenza di farmaci e altro, ma non fa più notizia. Si dà quasi per scontato, è venuta meno quell’indignazione vera che scuote le coscienze e ci fa mettere in gioco.

Beh, qui il grande scossone è stato sicuramente il crimine contro i 43 studenti di Ayotzinapa.
Me lo ricordo bene perché mi arrivò una lettera quando stavamo facendo Contro-Mafie in Italia, un evento biennale cui partecipano più di tremila persone e lavorano in gruppi. All’assemblea conclusiva a Roma era arrivata una lettera di alcuni ragazzi messicani. Il loro grido dal Messico era: “Fate qualcosa, ditelo al mondo”. Davanti a tutte quelle persone e ai media ho dato la denuncia. Ho letto quella lettera perché mi hanno scritto un testo pesante e drammatico chiedendo di non essere abbandonati “davanti ai criminali e ai politici mafiosi che usano polizie ed esercito per sequestrare”. E alla fine si sono mossi di più. Allo stesso modo non vanno dimenticati gli altri ventiseimila.

Il problema di molti casi qui in Messico, tra cui la “notte di Iguala” e la persecuzione contro gli studenti di Ayotzinapa, è che viene riscontrata dall’inizio la partecipazione della polizia e di organi statali a vari livelli all’interno di operazioni complesse.
Non basta solo indignarci e commuoverci al riguardo, dobbiamo muoverci di più tutti. Attenzione che qui c’è un livello di corruzione… Non devo spiegarlo io a voi. Ma lo stesso elemento che ha visto degli apparati dello stato coinvolti c’è anche in Italia, c’è un processo Stato-mafia in atto nel nostro paese che ha visto la complicità degli uomini degli apparati dello Stato. I mafiosi sono nessuno. Nessuno. Riescono a realizzare i loro obiettivi perché trovano alleanze e compromissioni con segmenti della politica e della finanza, dell’economia. Trovano professionisti che si mettono al loro servizio.

Qual è secondo te il peggior nemico della mafia?
Beh, direi che siamo noi. La grande rivolta deve partire dal basso, è la rivolta delle persone che dal basso sentono dentro di loro che il cambiamento ha bisogno di ognuno di noi. Noi dobbiamo essere un cambiamento. Queste realtà che ho incontrato sono un segno di speranza: visti male da molte istituzioni e ostacolati, sono un segno che dimostra che la strada è questa. Cittadini più responsabili e gruppi che agiscono, però la politica dovrebbe creare le condizioni.

Il problema messicano è che più che “creare condizioni” si creano ostacoli alla libertà di stampa e all’organizzazione e la protesta popolari che di solito vengono smantellate.
La presenza di Libera e la rete ALAS, che promuove l’antimafia sociale, serve a fare in modo per prima cosa di non lasciarli soli, di dare loro un respiro più internazionale con cui arricchirsi reciprocamente e creare visibilità.

Com’è stato il tuo incontro in Messico coi genitori di Gisela Mota, la sindachessa di Temixco assassinata da presunti narcotrafficanti di fronte all’inizio di gennaio?
Coi familiari delle vittime ci lavoro da anni e non è un lavoro, è un incontro e ti cambia la vita. Senti più prepotente dentro di te il desiderio d’impegnarti, di fare qualcosa, anche se ti senti piccolo o fragile, perché ci sentiamo tutti piccoli e fragili. Però la convinzione è che non dobbiamo fermarci, dobbiamo avere più coraggio e far emergere le cose positive che ci sono per stimarle, valorizzarle e non lasciare sole queste persone. E’ stato un incontro che porterò profondamente nel cuore. E’ uno dei tanti incontri che ho vissuto con familiari in questi anni per il mondo di fronte ai quali non ci sono parole. Abbiamo parlato anche con tanti silenzi, ma ho trovato in loro una grande dignità. L’incontro, per la loro e la nostra sicurezza, l’abbiamo dovuto fare in un luogo che non fosse casa loro.

Quando ci siamo lasciati mi han detto una cosa che mi ha molto colpito. Mi han detto: “Speriamo che sia andato tutto bene”, ma non parlavano di noi e della visita. Il nostro è un incontro che proseguirà per non lasciarli soli e perché Gisela deve vivere attraverso l’impegno di tutti. E perché quei proiettili che hanno ucciso questa ragazza… O sentiamo che hanno colpito anche noi oppure diventa una memoria di incontri molto retorici. La loro preoccupazione era nei nostri riguardi, speravano che non ci avessero seguiti e visti. Loro han cercato di fare un incontro perché temono ritorsioni. Il papà e il fratello hanno rincorso i criminali dopo la sparatoria contro Gisela. C’è stato poi uno scontro con la polizia, alcuni dei delinquenti sono morti. Quindi ci siamo visti lontano da casa. La mamma mi ha detto che la gente le chiede di candidarsi al posto di sua figlia. Ne abbiamo parlato un po’ e non so se lo farà o no. So solo che ho ricevuto ancora una volta una lezione perché penso a cosa vuol dire per un papà, una mamma o un figlio vedersi uccidere le persone care davanti agli occhi. Io lo vivo profondamente dentro e ti senti impotente, ma senti ancora di più la voglia di dire “uniamo le nostre forze, con umiltà, ma uniamo le nostre energie perché non è possibile”.

Conosci il poeta Javier Sicilia, fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità nel 2011 che è stato per molti mesi il riferimento del movimento delle vittime della narcoguerra messicana?
Sì, abbiamo passato del tempo insieme. Ieri a Cuernavaca abbiamo parlato molto, abbiamo fatto un dibattito e un incontro bellissimo. E’ venuto anche lui coi genitori di Gisela. Abbiamo fatto un dibattito anche su quello che stanno facendo loro, per me molto arricchente. Abbiamo parlato di un po’ di tutto perché le ferite delle persone non si chiudono mai dentro.

Dopo l’arresto del Chapo Guzmán, capo del cartello di Sinaloa, il presidente del Messico ha approfittato per ribadire la “solidità delle istituzioni” e ricordare le varie catture di boss realizzate. Basta questo? Cosa cambia nella guerra alle droghe?
Ne ho parlato proprio in un’intervista con la giornalista Carmen Aristegui alla CNN. Ho paura di questi miti perché c’è il rischio che tutta l’immagine e l’attenzione siano focalizzate lì e poi ci si distragga da altro. Preso un capo, viene subito sostituito da altri, quindi attenzione a non farne dei miti.

Twitter @FabrizioLorusso

El Chapo, Sean Penn e narco-scenari messicani. Intervista a Roberto Saviano @HuffPostItalia

Sean Penn Chapo Kate

[Di Fabrizio Lorusso – Huffington Post] Sul letto di uno dei covi del narcotrafficante Joaquín El Chapo Guzmán Loera, capo del cartello di Sinaloa arrestato lo scorso 8 gennaio dai marines messicani, è stata ritrovata anche una copia dell’edizione americana del tuo libro Zero zero zero. Che significa secondo te? Cosa leggono i boss? Perché?
El Chapo, come tanti messicani di potere, conosce l’inglese, ma quando poi deve raccontare del suo potere usa la lingua in cui si sente più comodo. E’ una cosa molto latina, anche italiana. I boss in realtà leggono da sempre. Per esempio c’era Gomorra nei bunker di Zagaria e di Barbato. Insomma credo che nelle carceri napoletane sia il libro più richiesto in prestito. Alla fine i boss leggono perché approfondiscono, adorano leggere le storie che riguardano loro stessi, i loro temi e i loro business. Anche per migliorare, per capire cosa si dice, per deridere in alcuni casi le cattive interpretazioni, per farsi avanti e capire dove sta andando l’analisi. Oggi la maggior parte dei boss latitanti passa la vita sul web a cercare notizie su di sé, a capire come funziona la comunicazione. Stiamo parlando di persone ormai colte e spesso più intelligenti di chi ha il compito di attaccarli.

Che idea ti sei fatto sulla vicenda Kate del Castillo-Sean Penn?
Non è ancora del tutto chiara, bisogna capire bene. L’opinione che ho, semplicemente, è che su Kate del Castillo non sappiamo ancora bene quale sia il rapporto. Diciamo che se sono veri gli scambi con l’avvocato di Guzmán, sono terribili, parlerebbero proprio di una complicità totale. Se invece sono artati, allora non ho idea. Allo stesso tempo Sean Penn è del tutto inadeguato a questa intervista, non perché l’ha fatta, ma perché non s’è preparato, non si è formato. E’ andato lì a diventare megafono. Tu, o conosci benissimo la storia o ti devi sottrarre a essere interlocutore. E’ come andare impreparati a incontrare, che ne so, Al Baghdadi… A quel punto non sai nulla, non puoi ribattere, non puoi nulla, puoi soltanto ascoltare. Quindi diventi ufficio stampa e semmai hai un po’ di visibilità tu per la curiosità dell’incontro, ma quello diventa una selfie, non un’intervista.

In particolare sulla parte del racconto in cui Penn spiega come hanno passato un blocco dell’esercito messicano con alla guida Alfredo, figlio di Guzmán.
Non credo sia una novità. Ormai è chiaro che un pezzo d’esercito, soprattutto all’interno dello stato del Sinaloa, è pagato dalla famiglia Guzmán. Di questo non c’è da stupirsi.

Cosa voleva comunicare El Chapo?
Vuole comunicare che è ancora lui il capo, ma non lo è più o quantomeno è in crisi. Cioè si sta svuotando. E quindi del resto il cambio di comunicazione che lui ha costruito, cioè dichiarare di essere un “narcos”, beh ha qualcosa di epocale. Pablo Escobar dichiarava di essere imprenditore, uguale John Gotti, tutti i capi sino alla sfacciataggine. Eppure El Chapo l’ha fatto.

Perché il boss voleva fare un film?
Si potrebbe dire banalmente per narcisismo. In realtà nei film i boss possono far drenare un po’ di complessità. Dici, ma sono così intellettuali da voler questo? Sì, cioè non vogliono far passare l’unica dimensione terribile in cui finisce il capo nelle cronache dei giornali. Non vogliono l’altrettanto terribile apologia che gli fanno coloro che li temono o chi li adora in cambio di soldi. Quindi c’è il piacere, insomma, di vedere raccontato se stesso. Sicuramente c’è l’obiettivo epico. Magari avrà visto la serie Narcos, si sarà resi conto che è molto al di sotto del racconto della verità e poi è il passato remoto del narcotraffico. Sai, in narcos manca completamente il racconto della corruzione politica e poliziesca, cioè è tutto schiacciato su una postura, anche se è girato molto bene.

Rappresenta una “burla” per lo stato messicano? Guzmán ha sbagliato?

Sì, non so se è proprio una burla, ma posso dire che El Chapo ha sbagliato tutto, e sta sbagliando da tempo. Sbaglia completamente nel suo modo nuovo di essere al centro dell’attenzione. Anche un’evasione che in quanto tale non poteva non attirare una grande attenzione mediatica, anche se in passato boss brasiliani, peruviani o messicani sono evasi con meno rumore, ma nel suo caso era diventato troppo famoso. E invece di cercare di silenziare la cosa, operazione tra l’altro non facile, ha cavalcato la situazione e questa è stata la sua condanna.

Dopo la terza cattura Peña Nieto ha parlato di una “Missione Compiuta”, mentre i critici parlano di una “Finzione Compiuta”, alludendo ai tanti montaggi mediatici della storia recente. Che opinione ti sei fatto al riguardo?
Beh, Peña Nieto è un presidente inadeguato. Ha cavalcato l’arresto del Chapo come avrebbe fatto, diciamo, qualsiasi capo di governo e sta nascondendo da troppo tempo i drammi che stanno accadendo in Messico, dalla notte di Iguala all’assassinio della sindachessa Gisela Mota.

Può esistere un timing per le catture in base, anche ma non solo, alla congiuntura politica?
Secondo me il timing può esistere. Cioè Peña dopo l’assassinio della sindachessa ha intuito che, dopo che la notizia era emersa, bisognava accelerare la cattura. Questa è la mia congettura, però ecco questo si può. Certo non il resto perché si andrebbe nella fantapolitica, però ha accelerato la cattura. Era molto importante che questo avvenisse.

Che scenari si aprono in caso di estradizione del capo negli USA? Che cosa sa e cosa può rivelare Joaquín Guzmán?
Quando un capo-mafia diventa famoso ottiene il vantaggio di poter in qualche modo negoziare con lo Stato se decide di collaborare. Se decide di non collaborare, non ha alcun vantaggio dalla fama in rapporto allo Stato. Anzi, Peña Nieto è stato praticamente costretto, così come la Colombia non poteva non eliminare Escobar. Mentre per esempio la Colombia è riuscita a gestire benissimo Salvatore Mancuso El Mono, capo delle autodefensas, narcotrafficante incredibile, potentissimo, ma riuscito a tenersi in qualche modo conosciuto solo agli addetti ai lavori, ai giornalisti, a qualche esperto.
Se non viene estradato El Chapo, non ha alcun senso quest’arresto e già solo il fatto che si debba aspettare un anno, significa vedere quanto sono capaci i cartelli dei narcotrafficanti a inserirsi dentro le difficoltà delle maglie della burocrazia.

Cosa avverrà al “cartello di Sinaloa”? C’è già una successione generazionale pronta, oltre alla leadership de El Mayo Zambada o di altri boss storici?
Quello che sta succedendo secondo me non è l’arrivo di una nuova generazione. Questo era già accaduto, cioè che El Mayo Zambada si fosse alleato con la “parte migliore”, in qualche modo, della nuova generazione di Sinaloa. Se ricordi c’era stato un passaggio su questo aspetto in cui aveva detto più o meno ‘o gli diamo il potere o se lo prendono’. Ne avevo parlato anch’io e poi El Cóndor, guardia del corpo de El Chapo, Carlos Hoo Ramírez, aveva confermato questa cosa pochi giorni dopo. Secondo me c’è un ritorno al passato, cioè i vertici tornano nella mani dei capi storici tra cui secondo me ci sono ancora Caro Quintero, Zambada, El Azul, cioè quelli che erano presenti quando ancora non c’era stata la divisione dei territori dei cartelli fatta dal Padrino [il boss Miguel Ángel Félix Gallardo].
Questa cosa li rende molto autorevoli, molto capaci di mantenere la forza dell’organizzazione. Hanno un metodo diverso, non sono come i figli de El Chapo, totalmente inaffidabili, totalmente anche tonti nel gestire gli affari. Non sono come, per esempio, El Vicentillo [Jesús Vicente Zambada], il figlio di El Mayo Zambada che ha avuto un ruolo importante nel business. I figli del Chapo sono in qualche modo ‘spacconi’ che non sono riusciti a diventare come lui sperava. Poi uno è il capo militare e uno è il capo economico, ma in realtà godono i vantaggi del carisma e del potere del padre ma null’altro.

Il CJNG (Cártel Jalisco Nueva Generación) sta catturando l’attenzione mediatica e cresce nel business delle metanfetamine. Che evoluzioni vedi in tal senso? Può il loro boss, Nemesio Oceguera, sostituire il Chapo nel narcotraffico messicano?

Non credo che siano ancora in grado di prendere il posto del Chapo e di Sinaloa in questo momento. Piuttosto sono tra i microgruppi, come Los Rojos o Guerreros Unidos e tutta questa marea di microgruppi, l’unico che può diventare un vero cartello. Già lo è, ma ecco, dico un cartello serio.

Il Messico o anche solo parti del suo territorio possono configurarsi come “Stato-fallito”?
Difficile dire che il Messico è uno stato fallito, non me la sentirei di dirlo. Se fosse così, sarebbe molto più facile.

El Chapo se equivocó en todo: #Saviano #Entrevista @LaJornada @lajornadaonline

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El Chapo se equivocó en todo: Saviano
Peña, presidente inadecuado, explota la detención del capo, pero solapa desde hace tiempo los dramas que vive México, afirma

@LibrosMalaletra: el libro electrónico contra los prejuicios @jornadasemanal

Por Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal. Una página web directa y placentera, ediciones y diseños simples y elegantes, atención a los autores y cura de los textos, manejo de redes sociales y una opción preferente por la buena literatura, el cruce entre géneros, la experimentación y los nuevos talentos. Libros Malaletra, editorial independiente, publica libros sólo en formato digital (eBook), algo atrevido e insólito en México. Difícilmente las editoriales independientes, y más aún las que trabajan en soporte virtual, tienen acceso a los medios de comunicación nacionales. Los “malaletros” Jasso, Ordóñez y Santangelo, ofrecen una interesante panorámica de su propuesta y de los retos que, a partir de una labor del todo idéntica a la que se desarrolla para publicaciones de papel, tienen que enfrentar como pioneros del libro digital y exploradores de esta frontera tecnológica y literaria todavía víctima de recelo en México.
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