Note di Diego Lucifreddi. Olio di gomito in guanto di velluto

Di tutte le cose che abbiamo portato dal Messico, una in particolare una stata una bella scelta. Siamo andati a scavare le macerie e i guanti di carnaza pagati 50 pesos sono risultati preziosi per non rovinare la nostre manine bianche.

Il metre Evel Fanfan, avvocato che ha lasciato la carriera per seguire l’associazione per i diritti umani, ha in progetto di rimettere in piedi il centro medico della zona, ma prima bisogna sgombrare e pulire il luogo destinato – in realtà andrebbe bonificato ma adesso sembra troppo complicato – e quindi ci siamo armati di pale e siamo andati a iniziare l’opera.

Arrivati sul posto nella peggiore ora per i lavori di fatica in un paese tropicale, il nostro ospite raduna gli abitanti del quartiere e gli spiega il suo progetto.

Memore della lezione che un pompatissimo giornalista del Corriere della Sera gli aveva rifilato alcune sere prima, Evel spiega che bisogna prendere in mano il proprio destino, che se aspettano che qualcuno faccia qualcosa per loro stanno freschi e che lui è pronto a dirigere le operazioni per rimettere in moto il centro medico in virtù del fatto che ha contatti per ricevere medicinali, oltre a quelli che gli abbiamo portato noi, che non sono molti ma almeno per iniziare vanno bene.

Devo anche aggiungere che le ultime cose che ho scritto potrebbero non essere vere, perché intendo a malapena il francese, mentre il creolo non so nemmeno dov’è di casa, però l’entusiasmo era quello e certe cose non c’è bisogno di capirle alla lettera.

La gente della comunità tira fuori gli strumenti e le cariole, qualcuno si tappa la bocca con uno straccio e fanno incetta degli eleganti guanti (gli eleguanti) scamosciati gialli, a qualcuno un destro al compagno il sinistro, chi rimane senza avrà i guantini da chirurgo, poco efficaci, ma meglio di niente.

Maneggiare la pala è difficile se non lo si sa fare, quindi preferiamo raccogliere le pietre più grandi e lanciarle alla nostra destra, dove si accumuleranno un’altra volta, ma almeno sarà un po’ più in là, e non sarà più qua.

Il surrogato di cemento si sgretola facilmente mentre si scava, salta all’occhio che la casa costruita con quel materiale non avrebbe potuto resistere neanche al soffio del lupo cattivo, figuriamoci a più d’un minuto di shaker terrestre.

Almeno una decina di persone lavorano, compresi due bambini che non si risparmiano affatto, tra gli sguardi dei passanti. Un paio di ragazzi si avvicinano a noi, les blanc, pensando che magari siamo agenti dell’Onu e americani generici e ci chiedono se abbiamo del lavoro da offrirgli.

A parte che ne il personale Onu, ne i marines americani stanno per la strada a farsi il culo in un ora proibitiva per farselo, io gli dico che al massimo possono scavare con noi, ma gratis, d’altronde come tutti stanno facendo. Uno dei due ci casca, inizia un po’, poi capisce che la sua aspirazione nella vita era un’altra, e se ne va.

In tre ore abbiamo finito, l’ultima ramazzata al cemento e tutto sembra pulito – il concetto di pulito va esteso all’infinito, così come quello di igiene – e il mio timore di trovare qualcosa che prima era vivo e ora non più sotto le macerie si è rivelato infondato. In cambio abbiamo quasi ricostruito un mazzo di carte, qualche scarpa, un paio di secchi, un’insegna su legno intagliato che riporta la scritta “famille” e basta.

La seconda parte della giornata sarà dedicata alla ricerca dei famosi teloni da costruzione per coprire dalle intemperie la hall del nuovo centro.

A proposito dei teloni, l’ambasciatore americano sul posto, a spiegato che non si stanno distribuendo le tende, perché poi magari alla gente piace vivere lì dentro e non si muovono più, potrebbero scambiarlo per un campeggio – come è successo in Abruzzo – e ritardare i lavori per una pronta ricostruzione. Quindi – parole dell’ambasciatore – si distribuiscono solo tapis, ma noi manco quelli abbiamo visto.

Qui sembra di stare come nella seconda guerra mondiale, e infatti gli americani hanno mandato i soldati.

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