#Droga: il #Messico ha capito tutto

Intervista a Roberto Saviano: il narcotraffico dal Messico, che è l’oggi, alla Cina, che è il domani -Fabrizio Lorusso da L’INDRO
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Tra febbraio e marzo abbiamo abbiamo fatto un quadro della  situazione del narcotraffico in Messico e non solo con Roberto Saviano, autore di ‘ZeroZeroZero’, tradotto sul mercato latinoamericano ‘CeroCeroCero’, una storia di mafie globali e traffico internazionale di cocaina. Ripubblichiamo qui l’ intervista che ci ha rilasciato per lo spagnolo ‘Ctxt’

Perché il Messico è diventato il centro del mondo?

Perché i cartelli messicani hanno realizzato una trasformazione, che è poi tipica del meccanismo imprenditoriale-economico degli ultimi decenni, e cioè che il distributore è diventato più importante, sia dal punto di vista economico che politico, del produttore. Allo stesso modo la compagnia che distribuisce petrolio diventa più importante di quella che estrae, oppure oggi Amazon è più importante delle aziende che distribuisce. Quando dico ‘importante’ significa che determina il successo di un prodotto. Allo stesso modo i cartelli messicani, diventando i grandi distributori della cocaina, sono diventati molto più importanti dei produttori.

Da qui anche lo spostamento dell’asse dalla Colombia al Messico. Tutto questo non riguarda semplicemente l’aspetto criminale ma anche quello imprenditoriale: il Messico è sostanzialmente, da un punto di vista economico, uno Stato degli Stati Uniti, ma senza le regole degli USA, senza le sue rigidità, senza, quindi, nemmeno gli aspetti organizzativi, diciamo di tutela, di rispetto dei diritti umani. Mi sono ben chiare le contraddizioni degli Stati Uniti, però voglio dire che il Messico non è semplicemente in questo momento un Paese con un turbo dopato dal narcotraffico. In Messico si sta muovendo, rispetto ad altri Paesi, una spinta economica molteplice. Non è un caso il rapporto tra Carlos Slim e il ‘New York Times‘, è la dimostrazione che i capitali messicani stanno arrivando come avanguardia del capitalismo latino nel cuore del capitalismo occidentale.

A quanto ammonta il business globale del narcotraffico?

Si parla di cifre tra i 200 e i 400 miliardi di dollari, ma sono dati complessi perché l’unica fonte che l’ONU ha per ricavare questa stima sono i dati forniti dalle polizie. Il mio sogno è poter costruire, un giorno, un centro in grado di fare autonomamente delle ricerche, basandosi su osservazioni sul territorio e riferimenti incrociati, e poterle raccontare. Il problema è che le stime sui proventi della droga vengono calcolate tenendo conto, oltre che del prezzo degli stupefacenti nei vari Paesi, della quantità di droga in circolazione, e questo dato è a sua volta una stima calcolata sulla base dei sequestri effettuati. Ma le forze dell’ordine stimano di riuscire a sequestrare solo il 10-15% della cocaina circolante, quindi una percentuale molto bassa, il che fa pensare che i dati che abbiamo sulla droga prodotta siano calcolati per difetto. D’altro canto, però, bisogna anche considerare che può accadere che le cifre dei sequestri siano gonfiate: per esempio quando un carico viene sequestrato nell’Atlantico dalla Polizia americana magari in collaborazione con la Polizia spagnola o francese, può succedere che tutte e tre le polizie segnalino il sequestro di quella stessa cocaina, quindi quei chili saranno conteggiati tre volte.

Quali sono i centri nevralgici del narcotraffico globale (fuori dal Messico)?

Sono molteplici. L’Afghanistan è un centro fondamentale non solo per l’eroina ma anche per hashish e marijuana. Sostanzialmente la guerriglia talebana è sostenuta dal narcotraffico, cioè dalla vendita di queste droghe. Quindi ti direi sicuramente l’Afghanistan, terrei anche l’Albania per la marijuana, il Nord Africa per l’hashish, l’Europa centro-settentrionale (in particolare l’Olanda, ma anche il Belgio e la Polonia) per le droghe sintetiche, e citerei per la cocaina la Bolivia, il Perù e la Colombia, subito dopo il Messico. Con ‘centri nevralgici del narcotraffico’ non bisogna pensare solo ai Paesi produttori, ma anche ai grandi gruppi trafficanti e ai Paesi che fanno da ‘ponte’. Ad esempio la mafia israeliana domina l’industria olandese dell’ecstasy e il suo mercato negli USA; la mafia nigeriana gestisce il trasporto di cocaina dall’Africa all’Europa attraverso i muli (i corrieri ovulatori). Poi ci sono le piattaforme girevoli come l’Africa occidentale (la Guinea Bissau in particolare), dove i carichi di cocaina arrivano dal Sud America e vengono smistati verso l’Europa; in Europa la porta d’entrata è la Spagna. Infine, ci sono i centri nevralgici di consumo, che variano a seconda della droga: ad esempio il Regno Unito, insieme agli USA, è la capitale della cocaina. Ne sto dando troppi, mi rendo conto, di centri nevralgici, perché nell’insieme il sistema nervoso del narcotraffico è davvero vastissimo… Quindi noi abbiamo centri di produzione, distribuzione e di consumo.

Si parla della narco-violenza, dei business criminali e dei cartelli e periodicamente il Messico sale alla ribalta delle cronache. Rispetto a questi temi, che pericoli o sfide affrontano altri paesi dell’America Latina come l’Argentina, la Colombia, la Bolivia, il Perù o il Venezuela?

Ma sai, la Colombia in questo momento sta vivendo una ‘fase di grazia’ rispetto a qualche anno fa, ma per una decisione del narcotraffico stesso. Il Messico negli anni ha preso sempre più potere in Colombia nel senso che, essendo i messicani ormai da tempo i distributori della coca colombiana, hanno cominciato a mettere le mani anche sulla terra e sulla produzione di coca colombiana. Non è un caso che le FARC [Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la più antica guerriglia colombiana] arrivino a un processo di pace nel momento in cui la loro forza di finanziamento primaria, cioè la coca, è diventata per loro problematica da gestire perché i cartelli messicani non accettano più di fare come da sempre hanno fatto i gruppi prima di loro, che accettavano i prezzi che le FARC e le AUC [Autodefensas Unidas de Colombia, paramilitari] stabilivano. Le FARC arrivano al processo di pace perché coi narcotrafficanti messicani non puoi trattare ma con lo Stato sì, quindi comunque cercare una strada di negoziazione con lo Stato è più facile che farlo coi narcos. In fondo il Subcomandante Marcos, che ho trovato un intellettuale di grande intelligenza quando ha affrontato il tema del narcotraffico, ne parlò in un testo moltissimi anni fa, si chiamava ‘La IV Guerra Mondiale è cominciata‘. Lì sosteneva che questa Guerra Mondiale non aveva nulla a che fare col terrorismo, che sarebbe stato certamente il tema principale dei governi, ma la realtà era nel potere del capitalismo criminale. Lo zapatismo non è stato sconfitto dallo Stato. E’ stato messo in crisi dal sistema criminale. E quindi la guerriglia di Marcos poteva avere senso contro uno Stato, per cui deve muoversi in riferimento a una complessità di leggi o infrangere queste leggi, mentre la macchina del narcotraffico avrebbe spazzato in un attimo la resistenza zapatista e forse persino nel silenzio, compromettendone l’immagine. Dunque diciamo che la scelta degli ultimi anni di ‘tregua’ che ha fatto il Subcomandante Marcos è stata lungimirante alla luce della difficoltà di poter convivere con il potere del narcotraffico.

Quindi un’altra volta c’è un scelta zapatista che salva o comunque pone al centro la salvaguardia della comunità. Se Marcos avesse deciso di continuare la guerriglia avrebbe dovuto necessariamente allearsi con i narcos per combattere lo stato. Da sempre le guerriglie hanno fatto questo. Lui no. E questo merito è il meno riconosciuto alla prassi zapatista eppure ha un grande valore. Le FARC hanno un altro tipo di logica. Personalmente ho rispettato l’esperienza zapatista, così come non ho mai avuto nessuna forma di simpatia verso l’esperienza delle FARC, ma queste arrivano alla pace per la pressione coi messicani, cioè in sostanza i messicani che si stanno impossessando anche della loro parte della filiera della coca, come una grande multinazionale, e le FARC non possono reggere più. Andando avanti, l’esperienza boliviana. Vorrei sottolineare la mia delusione riguardo l’esperienza di Evo Morales che io stesso avevo salutato con grande speranza, nel senso che ci avevo davvero creduto quando era stato eletto. E invece stiamo parlando di una figura che si è completamente compromessa con il narcotraffico. La Bolivia vive protetta da un’immagine di simpatia delle sinistre di tutto il mondo, ma basta vedere il documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani, che tra l’altro è stato produttore di ‘¡Viva Zapatero!‘ e uomo di sinistra: il regista ha prodotto ‘Un minuto de silencio’ che racconta le collusioni incredibili del Governo Morales con il narcotraffico. Di questo quando se ne parlerà sarà comunque troppo tardi. Il problema più grande in questa storia è che il Venezuela ha cercato di affiancare alla ‘monocoltura’ del petrolio la monocultura della coca. Non ho mai considerato l’accusa a Diosdado Cabello [ex Presidente del Parlamento venezuelano accusato di vincoli col narcotraffico] un’operazione della CIA, come hanno detto più volte in Italia le sinistre più radicali e hanno più volte raccontato i chavisti. Il Venezuela ha avuto assolutamente un ruolo di compromissione totale con le organizzazioni del narcotraffico. Raccontare questo non significa stare dalla parte degli Stati Uniti che, anzi, sono tra i maggiori responsabili del disastro del narco-capitalismo globale, ma questa è un’altra storia.

Manca l’Argentina.

Ho lasciato fuori l’Argentina che riveste un ruolo complicato e difficile perché da anni, da decenni, rifiuta il concetto culturale di ‘presenza mafiosa’. Ha sempre negato culturalmente la contiguità con problematiche mafiose che invece il paese possiede per via della corruzione e delle alleanze tra cartelli messicani e argentini. L’Argentina, per via della sua posizione geografica, è un Paese ponte per la coca diretta in Europa via mare e per via aerea. Non solo, ma si può considerare ormai un Paese produttore di cocaina, perché nonostante non ci sia la materia prima (la foglia di coca), nei laboratori clandestini argentini si lavora la pasta di coca proveniente principalmente dalla Bolivia e la si trasforma in cloridrato di cocaina, il prodotto finito. Non bisogna dimenticare poi che qui (come in Brasile), vengono prodotti i precursori chimici che servono alla preparazione degli stupefacenti. Per vari motivi quindi, è un Paese allettante per i narcos messicani e sudamericani che stanno riducendo Rosario a loro succursale, e l’impennata vertiginosa degli episodi di violenza in questa città negli ultimi anni lo ha dimostrato. E poi l’Argentina ha un grave problema di consumo di droghe (non solo cocaina, ma anche eroina, marijuana, anfetamine) e soprattutto droghe di bassa qualità, come il paco, uno scarto della lavorazione della coca che crea subito assuefazione. Molti giovanissimi che ne diventano dipendenti poi per procurarselo si mettono al servizio dei narcos per vendere droga: li chiamano i ‘soldaditos’, spesso hanno meno di 16 anni.

Qual è il ruolo del Brasile nel consumo e nel traffico internazionale di stupefacenti? Che organizzazioni dominano quel mercato e che ruolo hanno a livello internazionale?

Il Brasile è una piattaforma oggi importantissima per tre ragioni. La prima è legata alla sua posizione geografica: confinando con tutti e tre i maggiori Paesi produttori di cocaina (Colombia, Perù e Bolivia) e avendo questa lunghissima cosa sull’Atlantico, è diventato un importante punto di transito della cocaina. Metà della coca che entra in Brasile riparte -dalle coste brasiliane parte circa un quarto della coca che arriva in Africa ed Europa- l’altra metà rimane all’interno dei suoi confini per essere consumata. La seconda è che il Brasile è il principale produttore dei precursori chimici usati per la produzione e raffinazione della cocaina, quindi ha anche un ruolo indiretto e prezioso nella produzione di cocaina. La terza è che le organizzazioni, come il PCC [Primeiro Comando da Capital] e altri gruppi criminali brasiliani, sono delle vere organizzazioni mafiose, quindi hanno fatto il “salto di qualità”.

Il Messico, Paese di transito e di produzione, è diventato gradualmente un Paese consumatore. Come avviene l’evoluzione o involuzione in tal senso? Altri Paesi stanno vivendo questo processo?

Da una lato domanda e offerta s’incrociano perfettamente in un equilibrio che nasce da una produzione che è sollecitata dal mercato esterno al Messico, ma dall’altro possono avere una coca di buona qualità a un prezzo relativamente basso che ti apre un mercato interno. Altri Paesi vivono questo processo, per esempio il Brasile, che è il secondo Paese al mondo per numero di consumatori di cocaina dopo gli USA. O l’Albania per l’erba. Internamente la domanda aumenta per la qualità del prodotto e le possibilità di accesso a questo prodotto, e perché è spinto dalla domanda esterna ma a volte c’è anche una sovrapproduzione. Un po’ come il petrolio negli USA: la benzina negli Stati Uniti costa poco, la benzina in Libia non costava nulla, e la coca sta iniziando a costare zero nei posti di maggiore produzione. Quindi questo apre un mercato interno ossia iniziano a consumare anche chi prima non si poteva avvicinare nemmeno lontanamente alla coca. Il grande mercato che tutti stanno aspettando è quello cinese: quando il cinese medio, impiegato o operaio, potrà comprare della cocaina, chi possiederà il grammo cinese governerà il mondo.

In Europa, chi fa entrare gli stupefacenti, li muove, li vende all’ingrosso, al dettaglio e investe nel narco-business? Quali sono le porte d’ingresso della coca in Europa? Vale anche per le altre droghe?

Sono diversi i grandi gruppi che gestiscono la coca. Sicuramente l’invio dal Sudamerica è fatto attraverso grandi broker che lavorano per diverse famiglie o direttamente dalle famiglie. I broker sono italiani, olandesi, sono di varie nazionalità. Darko Šarić, criminale serbo-montenegrino importantissimo, nel 2009 aveva organizzato uno dei carichi di cocaina più grandi della storia dell’umanità dal Sud America all’Europa, 2 tonnellate e mezzo sequestrate dalle forze dell’ordine su uno yacht al largo dell’Uruguay. Oggi le porte europee della cocaina sono la Spagna, la Francia, l’Italia, il Portogallo, ma anche l’Olanda, il Belgio, il Nord della Germania, il Montenegro. Molta della cocaina che arriva dal Sud America via mare passa però attraverso l’Africa prima di arrivare alla destinazione finale europea. I grandi gruppi trafficanti sono quelli italiani, quindi ‘ndrangheta, camorra e Cosa Nostra, poi ci sono le organizzazioni albanesi e kosovare, quelle serbe, le francesi, come la mafia corsa che è organizzatissima e sottovalutata, e poi ci sono le organizzazioni turche, quelle kurde e quelle dell’Est europeo che quasi sempre si confederano, nel senso che georgiani, bielorussi e ucraini si strutturano quasi sempre e agiscono per canali contigui, a differenza dei russi che hanno canali autonomi. Quindi l’Europa è in realtà piena di investitori nell’ambito della coca, ma anche della marijuana, dell’hashish e delle droghe sintetiche (anche se su queste ultime c’è un forte dominio da parte della mafia israeliana).

Che ruolo gioca la corruzione delle autorità in queste diverse fasi? Di quali autorità?

La corruzione ovviamente delle autorità portuali e, più in genere, delle figure di mediazione è fondamentale. Qui serve più l’informazione del poliziotto che è vicino al computer che quella del suo capitano o del capo della polizia che, in realtà, è manipolabile attraverso la politica piuttosto che il denaro. Mi spiego. La politica che preme per non far appesantire una zona di un Paese da indagini è una politica che solleva o protegge un territorio. Per esempio se un capo della polizia decide di non investigare nello stato messicano del Guerrero o di non porre al centro dell’attenzione i movimenti finanziari della Camorra… Ecco queste sono scelte politiche che in qualche modo “tutelano” dalla corruzione, nel senso che non lo fanno per soldi ma per una decisione politica che, però, ha per risultato spesso il fatto di permettere ad alcuni gruppi di svilupparsi e ad altri di estinguersi ed essere repressi. La corruzione oggi è davvero un sistema complesso. Tutti immaginano che porti la valigia di soldi e il poliziotto ti fa passare la coca. Non è così, è tutto più difficile. In alcune indagini ho visto poliziotti farsi corrompere per dei biglietti di un aliscafo o un abbonamento in curva allo stadio. Elementi che sembrano, una volta che leggi l’indagine, di chiara corruzione, ma che in quel momento sono semplicemente un “rapporto di buon vicinato”.

Oggi quali sono le organizzazioni italiane più presenti e solide nei traffici internazionali? Ne sono emerse di nuove rispetto alle ‘4 classiche’?

Le organizzazioni italiane sono sempre le calabresi della ‘ndrangheta, la siciliana Cosa Nostra, la camorra. La Sacra Corona Unita che era quasi scomparsa sta tornando ma con declinazioni molto diverse da quelle originali. La Puglia poi è divisa tra varie mafie locali, come la mafia barese e quella garganica. Quest’ultima è la mafia pugliese più forte che ci sia secondo me. Nel tacco pugliese è presente anche la ‘ndrangheta. Poi ci sono i basilischi in Lucania.

Che connessioni hanno con l’America Latina? Chi sono gli ‘Intermediari’?

Sono fortissimi. Addirittura in molti casi alle mafie italiane non viene nemmeno richiesto “l’ostaggio”. Di solito le organizzazioni colombiane che ti vendono il carico prendono una persona della tua organizzazione come ostaggio a garanzia del pagamento. Quindi tu paghi la metà subito, loro ti inviano l’intera partita e, come garanzia che tu pagherai la seconda metà del carico, ti chiedono un uomo di fiducia o un parente da tenere come ostaggio. Non puoi decidere tu chi, perché magari potresti mandare una figura di cui non t’importa più di tanto. Nel caso della serie TV di Gomorra ho voluto raccontare la figura di “Jenny” che viene spedito dalla madre in Honduras.

Dove o come investono oggi le mafie nostrane?

Oggi investono nei cicli del cemento, nella distribuzione dei generi alimentari, nell’usura, nel mercato immobiliare, nella ristorazione, ma a differenza di qualche anno fa ormai hanno dimenticato gli investimenti nel Sud d’Italia e quindi stanno scappando da un Sud dimenticato. Investono anche nel gioco, nel gioco d’azzardo legale, e nei supermercati. E poi compiono importanti operazioni finanziarie nelle migliori banche americane ed europee.

 

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