¡Hasta siempre, siglo xx! – Parte 3 #DiarioCubano #Cuba #FidelCastro

Terza puntata del diario in presa diretta di Perez Gallo, Gimmi e Nino Buenaventura da Cuba, seguendo il cammino delle spoglie di Fidel Castro. Leggi qui la prima parte del diario-reportage da Cuba: LINK   E poi la seconda qui. Continua…

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Eccoci qua, su un camion merci riadattato al trasporto umano, sgangherato, cigolante, e con una scritta molto elegante “salida de emergencia” su una solidissima porta di acciaio. Siamo in viaggio per raggiungere Bayamo, e da lì Playa las Coloradas, dove il Granma attraccò rovinosamente portando i rivoluzionari sull’isola.

Ma ci stiamo perdendo, questo sarebbe il giorno quarto, ma noi dobbiamo ancora raccontarvi il terzo. Quindi respiriamo e andiamo con ordine:

Giorno 3 Mercoledì 30 novembre.

La sveglia è violenta e repentina, quasi militare: la padrona della casa particular in cui siamo alloggiati ci scaraventa giù dal letto alle nove del mattino perché altri clienti hanno prenotato le nostre stanze. Abbiamo dormito cinque ore scarse, il ritardo di sonno si fa importante e ci regala una meravigliosa mattina da zombie. Voi credete che siamo stati a fare bella vita? In effetti sì, abbiamo passato buona parte della notte all’hotel Habana Libre: ma dimenticatevi rum a fiumi, salsa, Miguel e lei che ballava nuda sulle casse di nitroglicerina. Siamo andati in cerca del Wi-Fi bevendo mezcal oaxqueño e cercando di portare avanti questo diario. A proposito di mezcal, la nostra bevuta è stata clandestina: dal giorno della morte di Fidel e fino al prossimo 4 dicembre in tutta l’isola vige la Ley seca, ossia la proibizione di bere, festeggiare o ascoltare musica per strada. Cercando di consolare i più festaioli di noi dicendo che abbiamo avuto la possibilità di conoscere una Habana inedita, tranquilla e vuota, effettivamente, che il comandante ci perdoni, a quell’ora senza un goccio di mezcal non avremmo potuto scrivere nemmeno un tuit.

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Oltre all’insopportabile sveglia, il secondo inconveniente della giornata è scoprire che il caricatore di Perez si è inceppato (quello del computer, ovviamente). Motivo per cui stiamo scrivendo con gran fatica da un telefonino. Ma la soluzione la troveremo sicuramente in fretta, d’altronde a Cuba su ripara tutto, compresi gli accendini. I cubani, oltre a essere dotati di ottime capacità creative e resilienti, bravissimi riparatori tuttofare e campioni mondiali dell’arte di arrangiarsi – embargo docet – sono anche un popolo bellissimo: uomini e donne, giovani e anziani sono oggettivamente ed esteticamente degli strafighi.

Con tutta questa bellezza negli occhi, cerchiamo di raggiungere la uaua (nel dialetto locale autobus) per andare a Playa del Este e farci un pomeriggio di mare per saggiare i famosi Caraibi.

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Nel viaggio di ritorno i discorsi si susseguono: la storia cubana, il suo modello economico, le contraddizioni e i limiti del modello politico, oltre che i meriti più che evidenti, di un sistema che ha avuto per più di 50 anni al vertice la stessa persona. E ci chiediamo cosa pensino i giovani cubani, non solo quelli che non hanno vissuto la Rivoluzione e i suoi effetti più immediati, ma che nemmeno hanno conosciuto Fidel Castro vigoroso e in forma (ricordiamo che per motivi di salute nel 2006 il comandante ha lasciato il posto di guida del partito al fratello minore Raùl).

questa-dove-vuoi

Un po’ di indizi ci arrivano in serata, che passiamo piacevolmente con Raydel, ventunenne bici-tassista conosciuto da Gimmi in un suo precedente viaggio nell’isola. Nonostante l’isolamento economico e culturale di Cuba, e nonostante una propaganda di governo stonato con lo spirito del tempo del mondo capitalista, Raydel è un ragazzo dinamico, dalle aspirazioni e dagli interessi molto simili ai ventenni messicani o italiani con cui condivide anche una certa apatia e disinteresse per le questioni politiche. Dai suoi racconti emerge una Cuba generazionalmente divisa, per non dire spaccata. Da un lato la generazione che tuttora ricorda le migliorie apportate dalla rivoluzione, che continua ad essere molto legata alla tradizione rivoluzionaria; nel mezzo quella che ha vissuto in carne propria un periodo di scarsità gravissimo come il periodo especial, causato dall’embargo degli Stati Uniti, e coincidente con il crollo dell’Unione Sovietica, e che tuttora dimostra una certa affezione al governo cubano che è riuscito, nonostante i tentativi da parte dei nordamericani di far scoppiare una rivolta attraverso l’affamamento della popolazione, a garantire la sopravvivenza di tutti attraverso un razionamento scientifico delle calorie a disposizione nel paese; dall’altro lato, una generazione cresciuta nel mezzo del turismo, che sogna di potersi realizzare individualmente e che si sente scollegata dai problemi dell’isola, abbagliata dai riflettori dell’ingombrante vicino, individua nell’eccessiva burocrazia e nella poca libertà economica i più immediati problemi personali.

Dal discorso di Raydel emerge un quadro di giovani che da un lato non hanno un particolare trasporto per le retoriche e per le simbologie della Rivoluzione, che d’altro canto non sono nemmeno disposti a mettere in discussione il regime rivoluzionario. Di fronte a un regime ottusamente chiuso rispetto a domande elementali quali i limiti alla burocrazia e la pianificazione eccessiva che strozzano mestieri popolari (per esempio uno come il suo), preferiscono proiettare le proprie aspirazioni in direzione individuale piuttosto che aderire al progetto politico del paese. A volte questi sentimenti si manifestano come desiderio di fuga dal paese, ma Raydel ci racconta anche come la maggior parte dei suoi coetanei, dopo un periodo negli States, vogliano tornare a casa: forse perché si rendono conto che il capitalismo non è quello che vedono in televisione o nelle pellicole hollywoodiane, ma sa molto più di sfruttamento, disuguaglianza e razzismo. A parte tutto negli occhi dei cubani si vede chiaramente una gran voglia di conoscere il mondo, senza che per tanti di loro gli USA costituiscano la prima meta desiderata. Quello dell’impossibilità di viaggiare è un leitmotiv comune tra chi suole parlare male della “dittatura” cubana. Al di là di alcune paranoie oggettive e alcune storture burocratiche reali (come la famosa carta de invitación), bisognerebbe con onestà ammettere che viaggiare è il più delle volte un privilegio di classe, e che purtroppo nel sud del mondo, tanto più se si è su un’isola, questo privilegio lo hanno in pochi.

quando-si-parla-di-cuba

Le chiacchiere procedono interminabili sul malecón de L’Avana il cui panorama notturno è davvero mozzafiato. Al di là della sua bellezza, la scelta di questa location ha anche un’altra ragione certamente più “imbarazzante”: il nostro amico preferisce parlare di certi temi in un posto isolato, non si sente sicuro di criticare anche velatamente il governo non tanto per la possibile presenza di qualche poliziotto, quanto per la tendenza abbastanza diffusa tra i cubani di fare pettegolezzi. Tra i vari aneddoti raccontati da Raydel vale la pena menzionare un particolare triste, curioso e disgustoso allo stesso tempo: durante il periodo especial si usavano i preservativi tagliuzzati fini e sciolti sulla pizza per simulare il formaggio. Da ancor di più l’idea di cosa un popolo ha dovuto subire per l’arroganza della politica estera dei gringos. Continuando con altri aneddoti sulla vita quotidiana decisamente più allegri ci avviamo alla porta della casa particular, regaliamo a Raydel una bottiglietta di mezcal e ci diamo appuntamento al 6 di dicembre quando potremo festeggiare con lui e altri amici la fine della Ley seca.

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