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  • Ambientalisti sotto tiro

    Ambientalisti sotto tiro

    In Honduras e non solo c’è un gruppo di persone che viene minacciato, incarcerato e a volte persino ucciso. Sono i leader sociali e ambientali. Ne parliamo col giornalista Giorgio Trucchi che vive in Nicaragua. Intanto in Colombia la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha condannato il Paese per la durissima repressione, degli anni 80, contro Unión Patriótica. A commentare la notizia, il dottorando di Bogotà, Carlos Gutiérrez.

  • Recensione | Roberto Burgos Cantor, Lo Amador

    Recensione | Roberto Burgos Cantor, Lo Amador
    (Roma, Le Commari, 2022, 135 pp. ISBN 978-88-946672-1-9)

     
    di Simone Ferrari, da Altre Modernità

    Pubblicata nel 2022 per la collana Hierbas de Azotea de Le Commari edizioni, la traduzione italiana di Lo Amador è il risultato di un complesso esercizio di interpretazione e ricerca tra le concavità della parola letteraria sperimentale di Roberto Burgos Cantor (1948-2018), scrittore colombiano, riconosciuto internazionalmente con il Premio de Narrativa José María Arguedas (2009) e il Premio Nacional de Novela de Colombia (2018).

    È stato un gruppo di lavoro bilingue e composto da sette specialisti –tra cui Alejandro Burgos Bernal, uno dei figli dell’autore[1]– ad assumersi l’incarico di tradurre per la prima volta all’italiano un testo di Borges Cantor. Un’operazione delicata, dove la necessità di “interrogare la lingua per mettere in scena il parlare” (124) segnalata dagli stessi traduttori ha saputo aprirsi abilmente alle peculiari esigenze estetiche di una scrittura sintatticamente anarchica, capace di creare uno spazio di convivenza dialogica tra veraci voci popolari e passaggi ad alta densità di astrazione.

    Pubblicato per la prima volta nel 1981, Lo Amador è l’opera inaugurale dell’ampia produzione letteraria di Burgos Cantor, romanziere, autore di racconti e giornalista, ascrivibile alla fuggevole epoca del post-boom latinoamericano. Lo Amador è anche il nome di un quartiere periferico di Cartagena de Indias, luogo natale dell’autore, che nello spazio sociale dei sobborghi della città caraibica ambienta tutti i sette racconti che compongono l’opera.

    In una narrativa radicalmente immersa nelle geografie culturali e linguistiche della Colombia atlantica, Lo Amador assurge a personaggio centrale del testo: “il vero protagonista dell’intero libro è il quartiere” (11), segnala la poetessa e traduttrice uruguaiana Martha Canfield nell’appassionata prefazione alla versione italiana dell’opera. In effetti, i personaggi che intervengono nei sette racconti –musicisti, reginette, operai, prostitute, pugili, marinai, sindacalisti– sembrano pervasi da una riflessiva rassegnazione al destino comune degli abitanti de Lo Amador: i pochi passi che li separano dai cammini iconici del centro storico sono in realtà una muraglia immaginaria invalicabile, che li costringe a ‘dare le spalle’ ai fasti della Cartagena da cartolina.

    Esclusi da una stratificazione sociale che trasforma Lo Amador in un micromondo macondiano, in cui tutto avviene nelle regole dello spazio e del tempo del quartiere, i personaggi faticano a trovare voci e diritto di esistenza in un non-luogo dove “i bambini muoiono di vermi, le donne di tristezza e gli uomini di paura” (54). Così, non sono le azioni dei protagonisti dei racconti a scandire la narrazione, quanto piuttosto le loro relazioni con luoghi e tempi che accadono: “accadeva quell’alba umida” (71) è l’incipit del quarto racconto, Queste frasi d’amore che si ripetono tanto, dove il protagonista José Raquel, scaricatore di molo, viene incarcerato e poi ucciso per la sua attività sindacale.

    Tuttavia, non è obiettivo dell’opera di Burgos Cantor mettere in scena la miseria: il testo sceglie di cavalcare, liminalmente, i complessi interstizi della non-speranza urbana. Nell’alternarsi delle vicende e dei personaggi –alcuni di essi ricorrenti nei diversi racconti – le radio dei taxi, dei bar e delle residenze sono sempre accese, alternando canzoni popolari a tragiche notizie di cronaca. La musica de Lo Amador sopperisce così alle parole mancate dei personaggi, in bilico tra una negazione esistenziale di sé stessi –“questo non era un quartiere né era niente un desiderio di rimanere vivi” (89)– e l’istinto immaginativo di universi alternativi: “due che si tengono per mano inventando un mondo e che sempre si spezzano il cuore” (78).

    Oltre che dalla musica, l’inquietante silenzio in cui si troncano le conversazioni dei personaggi è colmato da turbolenti monologhi interiori che, liberati dal giogo delle norme sintattiche, arrivano a disegnare interi archi narrativi senza alcun segno di interpunzione, come nel caso di In questo stretto angolo della terra, ultimo dei sette racconti, in cui la punteggiatura è convocata solo nella delicata critica sociale della pagina conclusiva: “Ogni volta che ci sono le elezioni i morti scostano la terra, i vermi, l’oblio e con un fiore marcio e una carta d’identità ammuffita vanno a votare” (121).

    Tra partite di domino, lotterie e cieli da inventare, le staccionate di lamiera di Lo Amador divengono così nido di protesta silente e di ambizioni fulvide, poi ridicolizzate dai dolori del quartiere. I campioni locali di baseball, come “Yuya” Rodríguez, gli autori dei classici del porro, della charanga, del son e delle altre musiche tradizionali caraibiche, pugili afrodiscendenti come Kid Chocolate si trasformano nelle uniche icone viventi de Lo Amador, dove le individualità si costituiscono esclusivamente di ciò che non possiedono. L’amara tragicità dalla dimenticanza diviene così il destino ineluttabile di chi, osservando la vita senza viverla, non permane nei ricordi ma negli oblii, come nel caso di Onissa, la prostituta protagonista del racconto I misteri gaudiosi: “nel quartiere ancora la nominano: strega, puttana o santa, dipende da chi la dimentica” (106).


    [1] Gli altri traduttori dell’edizione italiana di Lo Amador sono: Leonardo Archila, Jineth Ardila Ariza, Simona Donato, Marino Galdiero, Paolo Patti e Maria Corona Squitieri.

  • #Reseña | Martin Alonso Pomare Howard, El clamor de las islas. San Andrés y Providencia bajo el gobierno colombiano

    #Reseña | Martin Alonso Pomare Howard, El clamor de las islas. San Andrés y Providencia bajo el gobierno colombiano
    (Pittsburgh, Instituto Internacional de Literatura Iberoamericana, Universidad de Pittsburgh; Cali, Ofrenda Editorial, 2021, 294 pp. ISBN 978-958-49-3352-2)


     

    Por Simone Ferrari, vía Altre Modernità

    Contextualmente con la publicación en lengua inglesa de Clamor of the Islands. Saint Andrew and Old Providence under Colombian Rule, Juan Duchesne Winter edita en 2021 la versión española de la obra de Martin Alonso Pomare Howard, docente y escritor nativo de la Isla de Providencia.

    Traducido al español por Mónica María del Valle, el texto de Pomare Howard representa un esfuerzo historiográfico y cultural para hacerse cargo de la palabra, o del clamor, de las islas del Archipiélago de San Andrés, Providencia y Santa Catalina[1], situadas en el área caribeña insular de Colombia: una región  geográficamente y culturalmente apartada de la zona continental del país, donde la lengua española choca y se disuelve entre las rocas coralinas y volcánicas para dejarle parcialmente espacio al creole y al inglés, los dos idiomas más hablados entre los raizales.

      En este contexto, el libro El clamor de las islas. San Andrés y Providencia bajo el gobierno colombiano procura romper con los imaginarios dominantes acerca del archipiélago, generalmente figurado como destino turístico paradisiaco, para proporcionar un recuento propio de la historia del “sangriento mar Caribe” (123). Al lado del flujo constante de viajeros y migrantes que se complacen de las bellezas de las islas, ¿Qué pasa con los raizales? ¿De qué forma la cultura propia es afectada por el turismo y por otros procesos de explotación territorial y cultural?

    A partir de una extensa recolección de fuentes, incluyendo un documento gubernamental de 1977 inédito donde se propone una ‘colombianización’ cultural del archipiélago, Martin Pomare elabora su texto por medio de dos ejes de narración en diálogo permanente: una reconstrucción histórica de las etapas de colonización de las islas, y un compendio de memorias locales sobre las resistencias y derrotas de la población frente a las invasiones políticas, lingüísticas y económicas sufridas a lo largo de los últimos dos siglos.

    Las palabras introductorias de Juan Duchesne Winter nos proyectan hacia el sentido último de una obra la cual “nos ofrece una historia vernácula que se eleva por encima de los fríos registros de la historiografía académica para brindar el clamor colectivo de un pueblo” (10), donde se pone en juego “la riqueza de conocimientos” (10) de los isleños, sus memorias y sus puntos de vista en relación con algunos acontecimientos cruciales de la historia reciente del archipiélago.

    Pomare Howard entreteje memorias e historia en busca de una síntesis ‘desde adentro’ del remolino de invasiones sufridas por la población nativa: los choques entre puritanos ingleses y corona española, el papel de bucaneros holandeses, franceses y británicos, las peleas por el control de la isla en la época post- independencias, donde se abrió una larga etapa de disputas entre Colombia y Estados Unidos, entre Colombia y Honduras y, la más duradera y aún actual, entre Colombia y Nicaragua.

    Las constantes tensiones internacionales alrededor de las islas han ido fortaleciendo, a lo largo del siglo XX, un sentimiento de rechazo a la identificación con el estado-nación colombiano por parte de la población local, en larga parte afrodescendiente, protestante y anglófona: al percibir tanto Colombia como todos los países circunstantes (católicos e hispanófonos) como operadores coloniales, no subsisten posibilidades de pertenencia por fuera del arraigo colectivo a la cultura propia. Así, parte crucial de la obra de Pomare es el recuento de creencias como la obeah (brujería local) o de narraciones de los mitos vivos de la población de Providencia, contados bajo la luz de la luna, en un conjunto de saberes y vivires resumible en la epistemología de la Creol Vibration, culturalmente cercana al universo jamaicano y radicalmente alejada de las tradiciones culturales de la Colombia continental.

    Con fluidez narrativa y cierta emoción tonal, particularmente en los pasajes de reproche moral a la débil resistencia local, el libro señala una compleja estratificación discriminatoria sufrida por los isleños: por un lado, los perjuicios de los continentales, quienes no contratan a pobladores locales para sus actividades en la isla, por ‘perezosos’; por otro, la doble exclusión sufrida por Providencia, periferia de la periferia, totalmente abandonada por el Estado colombiano después de haber sido destruida por el huracán Iota en 2020. En el intermedio, un complejo proceso de discriminaciones lingüísticas (escuelas, radios, eventos públicos en español), donde hasta un idioma globalmente dominante como el inglés se convierte en lengua oprimida frente a la racialización de la sociedad del archipiélago. A la marginación lingüística se acompañan explotaciones de los recursos naturales, opresión militar, discriminaciones religiosas, institucionales y económicas, cuyo epicentro histórico es identificado por el autor en la declaración de las islas como puerto libre en 1953.

    En este marco, la obra de Martin Pomare –quien sigue viviendo en Providencia, donde junto con la actividad de escritura y docencia se dedica a las labores tradicionales de la agricultura y de la pesca– representa uno de los primeros intentos por parte de una voz indígena (así se autodenomina Pomare) de denunciar la marginación sufrida por las islas del caribe colombiano a lo largo de cinco siglos de colonia inacabada. Al mismo tiempo, el texto es una valiente denuncia en contra de aquella parte de la población quien contribuyó con pasividad a las invasiones exógenas. Una doble mirada abordada con sabiduría y detallado conocimiento de la historia propia, capaz de tejer enlaces entre tiempos y problemáticas en apariencia muy distantes. En este orden de ideas, la parte de la población local quien a partir de los años Setenta se ha enriquecido transportando drogas en lancha desde la Colombia continental hasta los países del Caribe septentrional se ha “vuelto como los bucaneros del siglo XVI y XVII […] han regresado al mar por más, pero han terminado en la tierra de nadie” (117).

    Pomare absorbe el dolor de un pueblo, el raizal, negado de su lengua y de su dignidad cultural, en ciertos casos hasta ausente de los censos del Estado colombiano. El escritor raizal narra el mundo desde la isla y por medio de sus palabras: los “pañamanes” (113), como se definen en creole a los miles de continentales que llegan a las islas para viajar o para quedarse, no participan en una narración que se constituye de un tejido de voces exclusivamente propias: docentes, músicos, radios locales, revistas, abogados, escritores y activistas locales, alternados con decenas de fotografías de rostros, buques, tradiciones locales.

    En su esfuerzo colectivo, historiográfico y cultural, la voz de Martin Pomare se vuelve referencia imprescindible para los raizales, tal y como las de otros escritores del Archipiélago, como Lenito Robinson-Bent, Adel Christopher, Juan Ramírez Dawkins, Hazel Marie Robinson Abrahams y Jimmy ‘Bull’ Gordon. Su texto es una condena dura y autocrítica, un llamado a la urgencia social de las problemáticas de su pueblo. Una obra densa y dolorosa, permeada de imágenes y metáforas que dejan clara al lector la posición del autor sobre el futuro de las islas: “la nube gris es demasiado espesa como para esperar que no haya un iceberg por delante” (169), y “los indígenas están al borde del río con tigres a sus espaldas y caimanes frente a sí” (184).


    [1] El Archipiélago de San Andrés, Providencia y Catalina corresponde actualmente a uno de los treinta y dos Departamentos de Colombia. Fue declarado Departamento con la proclamación de la nueva Constitución de 1991. Es el único departamento colombiano sin territorios continentales.

  • Il campus occupato del Guatemala libero

    Il campus occupato del Guatemala libero

    Da ben nove mesi l’università San Carlos è presidiata dai collettivi di un movimento studentesco chiamato non per niente Resistenza. Lottano contro il tentativo di smantellare «l’ultima istituzione democratica del paese», in difesa del diritto universale allo studio. E la Terra del Mais è con loro


    Studente della Resistenza

    Di Gianpaolo Contestabile, da IlManifesto

    L’Università San Carlos del Guatemala (USAC), l’unica università pubblica del paese, è occupata da collettivi studenteschi da più di 8 mesi. I muri del viale che porta al campus sono coperti da manifesti e graffiti che denunciano la frode elettorale del rettore “usurpatore” Walter Mazariegos e l’ingerenza dei gruppi mafiosi che hanno cooptato la scuola. Una ragnatela di filo spinato circonda l’ingresso principale dell’USAC circondato da transenne, striscioni e pneumatici. L’entrata dell’Università è presidiata da giovani con il volto coperto dai passamontagna e i cappucci tradizionali delle organizzazioni studentesche. Si fanno chiamare “la Resistenza” e combattono la rigidità del clima invernale discutendo intorno a un falò mentre un elicottero sorvola le facoltà deserte.

    L’edificio che ospita il rettorato

    L’OCCUPAZIONE DELL’USAC è iniziata il 19 maggio 2022 quando, durante le elezioni del nuovo rettore, i rappresentanti elettorali che non appartenevano al gruppo politico di Walter Mazariegos sono stati esclusi con gabole formali, mentre altri sono stati respinti dalle forze di polizia e da gruppi armati. Nelle manifestazioni che hanno preceduto l’occupazione, uno studente di medicina ha ricevuto un proiettile di gomma e un lacrimogeno sulla gamba, non ha potuto camminare per mesi. «La frode – racconta – è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: c’era la possibilità di avere elezioni pulite per la prima volta, e un personaggio che non si era sporcato poteva diventare rettore. Quando ci hanno tolto questa speranza, abbiamo deciso di occupare». Il giovane chiede di restare anonimo, e come lui tutti, studenti e docenti impegnati nell’occupazione, preferiscono non rischiare.
    Le elezioni fraudolente le ha vinte Walter Mazariegos, ex preside della Facoltà di Lettere e Filosofia la cui carriera è iniziata quando il suo predecessore fu assassinato da un commando professionista. L’elezione di Mazariegos è stata appoggiata da funzionari dei servizi segreti e personaggi legati a gruppi del narcotraffico internazionale.

    PER CAPIRE LA SUA IMPORTANZA strategica, basti sapere che l’USAC è costituita da distaccamenti e istituti professionali situati in tutto il paese, molti dei quali sono ad oggi occupati dalla Resistenza. Secondo la costituzione guatemalteca, all’Università San Carlos spetta il 5% del bilancio nazionale, la nomina di un magistrato della Corte costituzionale e di un membro del Consiglio Monetario e la possibilità di proporre nuove leggi al Congresso della Repubblica. Secondo un professore della facoltà di ingegneria «l’università è l’ultimo baluardo che abbiamo di un’istituzione democratica nel Paese. Il resto delle istituzioni è cooptato, pieno di agenti oscuri, di gente legata al crimine organizzato e di élite con un’agenda antidemocratica».

    L’ingresso dell’USAC

    L’USAC è stata una delle più audaci fonti di dissenso nella storia del Guatemala. Durante la rivoluzione del 1944 la lotta del movimento studentesco portò alla caduta della dittatura del generale Jorge Ubico. Durante il Conflitto interno iniziato negli anni ’60, le organizzazioni militanti dell’USAC subirono una repressione brutale che portò alla sparizione forzata, alla tortura e all’omicidio di diversi giovani. I loro nomi e volti sono sparsi in vari luoghi del campus, li chiamano «i nostri martiri».

    Manifesti che denunciano gli omicidi e le sparizioni di giovani perpetrati dallo Stato guatemalteco

    Secondo il professore di ingegneria «stanno continuando lo stesso attacco all’università che negli anni Ottanta si faceva con le pallottole, eliminando le migliori menti dell’università. Ora lo stanno facendo con meccanismi più sottili, hanno iniziato a mettere i loro professori nelle facoltà più importanti, hanno iniziato a occupare le posizioni dirigenziali, vogliono neutralizzare l’Università San Carlos come istituzione democratica. Quello che i giovani stanno facendo è uno dei pochi barlumi di speranza che abbiamo per il nostro paese, se perdiamo l’Università di San Carlos siamo un passo più vicini all’abisso».

    IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, il politico della destra conservatrice Alejandro Giammattei, ha contratto debiti con alcune banche straniere che stanno imponendo al governo guatemalteco una riforma universitaria. Secondo un militante della facoltà di giurisprudenza: «Le banche non indebitano un paese se non in cambio di qualcosa, vogliono che la conoscenza prodotta nell’università si trasformi in una merce utile per la modalità estrattivista di educazione che stanno promuovendo; alla fine, ciò che sta dietro la cooptazione di Mazariegos è la privatizzazione dell’università».

    Se la presa dell’USAC infastidisce la classe politica e imprenditoriale, la solidarietà è arrivata da tutto il territorio di Iximulew, la Terra del Mais, in lingua Maya, che si estende oltre i confini dello stato guatemalteco. Organizzazioni contadine, i popoli originari che abitano e difendono Iximulew, sindacati di base, organizzazioni popolari e consigli indigeni hanno appoggiato la lotta studentesca costruendo una cucina popolare nel campus e sfilando a fianco delle organizzazioni studentesche.

    NEI CORTEI CON LE PRIME LINEE del movimento studentesco sfilano le donne del Municipio Indigeno di Palín impugnando i bastoni tradizionali delle autorità ancestrali. A Palín, le comunità del popolo Poqoman hanno recuperato più di mille ettari di terre comunali che erano state espropriate dallo Stato per cederle ai funzionari dell’USAC. Il Municipio è composto principalmente da donne: «Sono loro che prendono la parola, portando avanti la lotta per il riconoscimento dei nostri diritti collettivi. Ma abbiamo osservato con ammirazione anche il ruolo dei nostri fratelli uomini – spiega Alida, avvocata e autorità tradizionale – che hanno sostenuto la leadership delle abuelas» . La loro esperienza le ha portate a sostenere la lotta dei patojos, come chiamano affettuosamente i giovani. E ad affrontare la polizia antisommossa con autorità e fermezza: «Siamo d’accordo con la lotta dell’Università San Carlos perché siamo convinte che l’educazione debba essere pubblica, autonoma, gratuita e universale per tutte le giovani».

    Gli attacchi alla Resistenza sono continui, gli studenti impegnati nella lotta vengono ricattati dagli insegnanti, espulsi dall’Università, calunniati sui social network, minacciati di morte insieme ai loro familiari. Ci sono quattro studenti sotto processo. La persecuzione giudiziaria genera ansia, depressione, stress post-traumatico.

    Studente della Resistenza

    GLI STUDENTI SI COPRONO IL VOLTO perché ci sono continui tentativi di identificarli. Una studentessa di scienze umane racconta che «una volta si sono presentati un sacco di poliziotti antisommossa, e passano in continuazione macchine e moto senza targa che fotografano i compagni mentre mangiano senza passamontagna». Gli studenti hanno avvistato diversi droni e frequenti sorvoli di elicotteri e aerei leggeri, «fino a 25 volte al giorno».

    La violenza arriva anche dall’interno, gli storici Comitati di Sciopero, simbolo delle prime lotte studentesche, sono stati attaccati e infiltrati fin dai tempi del Conflitto Interno degli anni ’60 e sono stati cooptati quando, con gli accordi di pace degli anni ’90, i gruppi rivoluzionari si sono sciolti per aderire alla burocrazia partitica. Oggi, molti dei Comitati si sono trasformati in gruppi armati con interessi criminali che vengono utilizzati per provocare e frammentare il movimento: «È stato un lavoro sistematico per spezzare la Resistenza dall’interno e dall’esterno», dicono gli studenti. Che aggiungono di non fidarsi neanche dell’Ufficio dei Diritti Umani, «l’unica autorità a cui ci indirizzano», perché «sono collusi con le stesse strutture criminali».

    NONOSTANTE LA PERSECUZIONE politica, il Coordinamento generale degli Studenti, che riunisce le diverse organizzazioni in resistenza, non ha ceduto ai tentativi di corruzione e alle minacce: «Noi non abbiamo l’ obiettivo di diventare “martiri”, vogliamo che la nostra lotta trascenda le generazioni e si moltiplichi, rendendo l’università più grande e più fruttuosa per avere una cultura contro-egemonica che possa provocare una trasformazione sociale in tutto il paese».

  • Incidenti in Perù

    Incidenti in Perù

    Le proteste e la repressione in Perù non si fermano, con l’azione della polizia messa sotto accusa per attacchi ingiustificati contro i manifestanti. Ci colleghiamo in diretta con Lima per parlare col cooperante internazionale Daniele Ingratoci. Intanto a Buenos Aires i presidenti di Brasile e Argentina hanno manifestato la loro idea di una moneta comune fra i due paesi. E’ realistico questo progetto? Lo chiediamo al professore di Economia dell’Integrazione Europea dell’Università di Padova Gabriele Orcalli. E concludiamo con la testimonianza dell’attivista uruguayana per i diritti umani Silvia Bellizzi che ci racconta la breve visita di Lula a Montevideo.

  • IIRSA: entre integración regional y racionalidad logística. Introducción

    IIRSA: entre integración regional y racionalidad logística. Introducción

    Introducción del libro de nuestro redactor Alessandro Peregalli, IIRSA: entre integración regional y racionalidad logística, New York: Peter Lang, 2022.

    Resumen

    La Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA) ha sido el mayor y más ambicioso plan de integración logística intermodal de América del Sur. Inaugurado en el 2000 en la Cumbre de presidentes de América del Sur de Brasilia, este plan se compone de 562 obras de infraestructura para acelerar el flujo de commodities mineras y agro-industirales, energía y telecomunicaciones desde las enclaves extractivas de América del Sur rumbo a los puertos oceánicos y a los mercados globales. Los corredores logísticos de la IIRSA han representado en las últimas dos décadas un sueño capitalista de alcance continental, impulsando la “aniquilación del espacio a través del tiempo” y transformando territorios y biomas enteros, como los Andes o la Amazonia, ricos de pueblos heterogéneos y diversos, de riquezas naturales y biodiversidad, en fuentes de extracción de ganancias para un conjunto muy reducido de empresas multinacionales constructoras o extractivas, bancos, y fondos de inversión. En esta obra, Alessandro Peregalli analiza el gigantesco proyecto de infraestructura de la IIRSA de una manera innovadora, no limitándose a describir las disputas geopolíticas que se han jugado en torno a ella, desde su fundación en el marco del Área de Libre Comercio de las Américas (ALCA) hasta su crecimiento asociado a la Unión de Naciones Sudamericanas (UNASUR), sino que evidenciando en sus lógicas subterráneas el espíritu profundo del actual capitalismo de las supply chains: la racionalidad “logística” del capital.

    Índice

    Lista de tablas
    Lista de ilustraciones
    Agradecimientos
    Lista de Siglas y abreviaciones

    Introducción

    Capítulo I. La logística en el capitalismo contemporáneo
    a) Los llamados Critical Logistics Studies
    b) Genealogías de la logística
    c) La “revolución logística”
    d) Logística y circulación en perspectiva marxista
    e) ¿El poder es logístico?
    f) Logística y producción estratégica del espacio
    g) Logística y capital social total
    h) Logística y luchas de la circulación en la “longue durée”

    Capítulo II. El neoliberalismo en América Latina y los orígenes de la IIRSA
    a) La construcción de la hegemonía neoliberal en el mundo
    b) La construcción de la hegemonía neoliberal
    en América Latina
    c) “Neoextractivismo” y “Consenso de los Commodities”
    d) IIRSA y estrategia militar
    e) 1998: Cumbre de Santiago de Chile
    f) 2000: Cumbre de Brasilia y bautismo de la IIRSA

    Capítulo III. Historia de la IIRSA: del ALCA a la UNASUR
    a) Crisis hegemónica y fracaso del ALCA
    b) La integración contrahegemónica: el ALBA
    c) La integración sudamericana: la UNASUR
    d) El Consejo Sudamericano de Infraestructura e Planeamiento (COSIPLAN)
    e) “Brasil Potencia” y el PAC
    f) Operación Lava Jato y crisis de UNASUR

    Capítulo IV. Una lectura logística de la IIRSA
    a) Extracción, logística y finanzas: infraestructura
    para la exportación de commodities
    b) Infraestructura como “solución espacial”
    c) Infraestructura y Asociaciones Público-​Privadas
    d) Governance corporativa y militarización de los corredores

    Capítulo V. Anatomía de la IIRSA
    a) Planificación, discursos, conflictos
    b) Los Ejes de la IIRSA
    Eje Amazonas
    Eje Andino
    Eje Capricornio
    Eje del Sur
    Eje Escudo Guayanés
    Eje Hidrovía Paraná-​Paraguay
    Eje Interoceánico Central
    Eje Perú-​Bolivia-​Brasil
    Eje MERCOSUR-​Chile
    c) El centro-​norte de Chile como plataforma logística y el túnel de Agua Negra
    Focus 1: El paso Cristo Redentor y el puerto de Valparaíso
    Focus 2: El proyecto del túnel de Agua Negra

    Capítulo VI. El desembarque chino en América Latina
    a) Historia reciente de las relaciones China-​A mérica Latina
    b) Los proyectos IIRSA y el capital chino
    c) IIRSA y Nuevas Rutas de la Seda

    Conclusiones

    Bibliografía

    INTRODUCCIÓN

    Me bombardean con hechos, estadísticas, kilómetros de carreteras, de canales y de vías férreas.
    Yo hablo de millares de hombres sacrificados en el Congo Océan. Hablo de los que, en el momento en que escribo, están cavando a mano el puerto de Abidjan. Hablo de los millares de hombres arrancados de sus dioses, de sus tierras, de sus costumbres, de su vida, de la vida, del baile, de la sapiencia.

    Aimé Césaire, Discurso sobre el colonialismo, 1955

    Los días 31 de agosto y 1 de septiembre de 2000, en Brasilia, invitados por el mandatario brasileño Fernando Henrique Cardoso, los presidentes de los 12 países de América del Sur, y los presidentes del Banco Interamericano de Desarrollo (BID), Enrique Iglesias, y de la Corporación Andina de Fomento (CAF), Enrique García, inauguraron un plan ambicioso, la Iniciativa para la Integración de la Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA).

    Dos décadas después, este mismo plan aún no se ha completado, he tenido altibajos en sus ritmos de ejecución, y abarca un volumen de inversiones estimadas de 199 mil millones de dólares. Su extensión es imponente: el plan interesa, directa o indirectamente, un área equivalente al 97,7 % de la superficie total de Sudamérica, y el 99,8 % de su población, y se articula en 10 ejes intermodales de integración y desarrollo, 47 corredores logísticos o grupos de proyectos, y 562 obras específicas, de las cuales 161 se han concluido, 165 están en fase
    de ejecución y las otras todavía se encuentran en etapa de perfil o preejecución (COSIPLAN 2020). Este plan, además, afecta directamente el modo de vida de 664 comunidades indígenas, 247 comunidades campesinas, 146 comunidades de afrodescendientes y 139 comunidades de poblaciones tradicionales (Porto-​Gonçalves 2011:54), además de un amplio espectro de biomas y ecosistemas con toda su riqueza en términos de biodiversidad.

    Su horizonte temporal es el largo plazo: se trata de un proyecto logístico de gran alcance, que tiene la finalidad de dar una perspectiva de desarrollo e integración a una región profundamente inestable, según los requerimientos del gran capital, desde un punto de vista económico, político y social. Carreteras, hidrovías, líneas de ferrocarril, gasoductos, centrales hidroeléctricas, oleoductos, tendidos eléctricos, cables de telecomunicación, puertos, aeropuertos, puertos secos, pasos fronterizos, puentes, proyectos intermodales, corredores bioceánicos, zonas francas, enclaves extractivos, proyectos nacionales e internacionales, una enorme red de infraestructura logística se viene tendiendo sobre el subcontinente sudamericano, desarticulando y reconstruyendo territorios, favoreciendo la extensión de
    la frontera agrícola, el movimiento de poblaciones, los procesos de urbanización.
    Se trata de una red infraestructural que, en la medida en que vincula los tradicionales rompecabezas de Nuestramérica sobre el progreso y la modernización con los nuevos paradigmas logísticos de la circulación intermodal, avanza sobre los territorios, movida por un irrefrenable hambre de tierra. Su tendencia, al parecer, es abarcadora y totalizante, como totalizantes son las “operaciones del capital” (Mezzadra y Neilson 2019) que la nutren. Pero este movimiento continuo, que se parece un poco al “ángel de la historia” de Walter Benjamin ([1939–​40]2008), que empujado hacia un futuro de progreso se lleva consigo en el abismo toda la humanidad (y la naturaleza también, podríamos agregar), se sitúa, en realidad, en un contexto (geo)político, como el sudamericano, que en las últimas dos décadas tal vez más que otros ha vivido rupturas, discontinuidades y turbulencias.

    América Latina, y el mundo, son hoy muy diferentes que 20 años atrás, y desde 2020 este cambio se ha acelerado aún más, debido al shock planetario causado por la pandemia de covid-​19. A finales de la década de 1990, la euforia de la globalización parecía no tener frenos, los aedos del capital cantaban sus glorias, mientras el pensamiento crítico, que había acogido las novedades y los desafíos abiertos por el movimiento de 1968, no había sabido integrarlas en una práctica revolucionaria, y hasta había dejado por completo de plantearse el problema de la revolución. A pesar de la fuerte inestabilidad financiera, el Producto Interno Bruto (PIB) mundial había recuperado ritmos de crecimiento tras la “década perdida” de 1980, mientras por otro lado el derrumbe de la Unión Soviética y del pacto de Varsovia habían definitivamente puesto fin a la amenaza comunista para el mundo “libre” y habían decretado el “fin de la historia” (Fukuyama 1992). Asimismo, sectores, ámbitos y lógicas económicas como la industria puntocom, la producción en red, el trabajo cognitivo, llevaban a los comentaristas a hablar de fin de la lucha de clases, mientras las descentralizaciones productivas, los flujos de capitales, las nuevas oleadas migratorias enunciaban la obsolescencia de los Estados-​nación. A nivel geopolítico, la perspectiva de un mundo unipolar y de un “nuevo siglo americano” parecían trazar un horizonte de paz.

    América Latina había vivido los años noventa como la década de la vuelta a la democracia tras la etapa dramática de las dictaduras cívico-​militares, los viejos movimientos guerrilleros centroamericanos abandonaban por fin las armas y firmaban tratados de paz, en Nicaragua la experiencia sandinista había sido derrotada, y solo se esperaba que Cuba, agonizante, siguiera el mismo destino. Como y más que en el resto del mundo, la “nueva razón del mundo” (Dardot
    y Laval 2013), representada por el neoliberalismo, se había transformado en el único horizonte de gubernamentalidad posible, pero fue justamente en América Latina donde, antes que en el resto del mundo, la historia empezó a reabrirse. De hecho, el “caracazo” venezolano de 1989 fue el primer estallido de masas contra los planes de ajuste y las políticas neoliberales. Imponentes movilizaciones indígenas proliferaron en la región en 1990 y en ocasión del 500 aniversario del
    “descubrimiento” de América en 1992, mientras el 1° de enero de 1994, en el estado mexicano de Chiapas, el levantamiento zapatista saboteó la fiesta de la entrada en vigor del Tratado de Libre Comercio de América del Norte (TLCAN), firmado por México junto con Estados Unidos y Canadá. En la segunda mitad de la década, las luchas indígenas, campesinas y urbanas se multiplicaron en toda Latinoamérica, llevando en muchos casos a importantes victorias locales de partidos de izquierda, hasta que a finales de 1998, Hugo Chávez resultó ser, en Venezuela, el primer progresista en llegar a la presidencia, y de hecho su firma se encuentra entre aquellas de los presidentes que, un año y medio después, pusieron en marcha la IIRSA.

    Justo a un año de inaugurada la IIRSA, los escenarios mundiales cambia ron profundamente. En Estados Unidos una fuerte crisis especulativa (la burbuja puntocom) y el ataque a las Torres Gemelas inauguraron la fase de la “guerra contra el terrorismo” en el Oriente Medio, donde poco a poco la superpotencia se encontró empantanada. Siete años más tarde, una crisis financiera global evidenció los fuertes límites de las políticas neoliberales y llevó a un periodo de estancamiento económico del cual el mundo todavía no se ha recuperado. Como producto de aquella crisis, en años más recientes nuevas derechas radicales surgieron de la pérdida de credibilidad de los partidos liberales tanto en el Primer como en el Tercer Mundo.

    Al inicio del nuevo siglo, América Latina, y en particular América del Sur, representaron una excepción global desde un punto de vista (geo)político. Como argumenta Perry Anderson (2016), por una década y media, “sin la presión directa de Estados Unidos, fortalecidos por el boom de los commodities, y amparándose en grandes reservas de tradición popular, el continente fue la única parte del mundo en que movimientos sociales rebeldes coexistían con gobiernos heterodoxos”. Este ciclo, que varios comentadores han definido como “progresista”, empezó con un fortalecimiento de las izquierdas, con la creación de una plataforma internacional a partir del Foro Social Mundial de Porto Alegre en el 2001, y una intensa temporada de movilizaciones masivas y hasta de insurrecciones, como las que estallaron en Argentina, Bolivia y Ecuador, que llevaron a victorias electorales de fuerzas populares en casi todos los países. La nueva correlación de fuerzas que se impuso en la región derivó también en un importante cambio
    geopolítico, con un distanciamiento y una mayor autonomía frente a Washington y un acercamiento a otros actores globales, tales como los países del grupo de los BRICS1, sobre todo China y en parte Rusia, un cambio que se materializó de forma contundente durante la Cumbre de las Américas en noviembre de 2005 en la ciudad argentina de Mar del Plata. Aquella ocasión marcó tal vez el momento de mayor fuerza de la parábola ascendente de la izquierda sudamericana, con la decisión por parte de Brasil, Argentina y Venezuela, respaldada también por Uruguay y Paraguay, de tumbar el acuerdo de libre comercio continental ALCA (Área de Libre Comercio de las Américas), que venía siendo insistentemente propuesta desde 1994 por EE. UU. Con la derrota del ALCA se ponía un límite, de hecho, a aquel modelo y concepción de “integración” continental que se había denominado “regionalismo abierto”, y que se basaba en la abolición de las tarifas arancelarias de todas las economías nacionales y la apertura ilimitada de los mercados al movimiento de capitales.

    La IIRSA, junto con el Plan Puebla-​Panamá 2 para México y Centroamérica, había sido proyectada en combinación con el ALCA, como su corolario material. Para retomar la terminología de Milton Santos (2002), si el ALCA, en cuanto constitución formal de la globalización en tierra americana, era un “sistema de normas”3, la IIRSA, como su constitución material, directamente inscrita en el territorio, era un “sistema de objetos”. Lo que puede sorprender, sin embargo, es que mientras los mayores países de América del Sur articulaban una imponente campaña para rechazar el sistema de normas, ellos mismos se volvían los articuladores preferentes del sistema de objetos, que no solo continuó existiendo, sino que fue robustamente fortalecido en los años siguientes por las políticas de todos los gobiernos progresistas4, bajo la égida del Brasil de Luiz Inácio Lula da Silva. Para interrogar y analizar esta supervivencia y adaptación de la IIRSA a nuevas condiciones, se vuelve útil el uso de la categoría de “logística” como racionalidad del capitalismo contemporáneo, que se ajusta y relaciona de manera heterogénea con otras tendencias geopolíticas y espaciales.

    En la primera década y medio del nuevo siglo, mientras el sistema de objetos de la IIRSA se mantenía en pie, sustentado financieramente por el boom de los commodities (aquellos mismos commodities cuya extracción la IIRSA era destinada a impulsar y favorecer), un conjunto de arreglos legales permitía la proliferación en toda la región de leyes de Asociaciones Público-​Privadas (APP), con las cuales los Estados garantizaban las ganancias al capital privado que hubiese querido invertir en la infraestructura logística regional. Asimismo, los nuevos
    gobiernos fueron en búsqueda de nuevas arquitecturas regionales (“sistemas de normas”) que pudiesen sustituir el ALCA y garantizar una inclusión geopolíticamente más autónoma en la globalización neoliberal. El acuerdo fue alcanzado en el 2008, con la creación de la Unión de Naciones Suramericanas (UNASUR), dentro de cuyo marco el año siguiente fue constituido el Consejo Sudamericano de Infraestructura y Planeamiento (COSIPLAN), que asumió las tareas de planificación y gestión de la IIRSA. A pesar de los enormes límites de funcionamiento de la UNASUR y de la mayoría de sus Consejos Sectoriales, la IIRSA/​COSIPLAN en sus primeros años avanzó rápidamente en las labores: bajo el empuje financiero del Banco de Desenvolvimento Econômico e Social brasileño (BNDES) y la política de “campeones nacionales” que fortaleció enormemente a las empresas constructoras, de transporte, química y petroquímica brasileñas,
    fue en ese periodo que la mayoría de los proyectos de la IIRSA fueron efectivamente llevados adelante. El ciclo positivo de los precios de los commodities, de hecho, en un primer momento continuó tras la crisis financiera global de 2007–​2008. A pesar de una pequeña caída momentánea, aunque más profunda para México, América Central y el Caribe debido a su profunda integración en el mercado estadounidense, la crisis que atingió Europa y EE. UU. hizo que los países de América Latina aceleraran su acercamiento económico a la región de Asia Oriental, más específicamente a China, que por aquellos años tenía tasas de crecimiento de 9–​10 % anual, y que necesitaba abastecerse de recursos naturales como suministros de su desarrollo tecnológico-​industrial. La potencia asiática se impuso cada vez más como principal socio comercial de Sudamérica5 y, sobre todo a partir de 2015, cuando la crisis económica en la región hizo que el BNDES y los otros bancos públicos perdieran su capacidad de inversión, como importante financiador externo. En línea y en continuidad con su estrategia del “Going Out” y con su gigantesco proyecto logístico de la Belt and Road Initiative (BRI)6, capitales y empresas chinas empezaron a afluir a América Latina, concentrándose en manera destacada en el financiamiento y la gestión de la infraestructura logística intermodal planificada por la IIRSA.

    Hoy en día, Sudamérica es cada vez más teatro de tensiones geopolíticas de suma importancia, como aquella que desde 2013 está sacudiendo a Venezuela. Estos conflictos tienen origen, principalmente, en la crisis en que empezaron a encontrarse los gobiernos progresistas a partir de 2012–​13. En esos años, de hecho, el crecimiento de la economía china empezó a desacelerar, y eso tuvo como efecto una caída en los precios de los commodities, que hicieron a su vez contraer profundamente las economías de la región.7 Esta caída favoreció la crisis o la derrota de los gobiernos progresistas, que no gozaban más de los recursos suficientes para expandir sus políticas sociales, y el regreso, en algunos casos vía victorias electorales y en otro por medio de los llamados “golpes parlamentarios”8, de los representantes de las viejas oligarquías. Estos últimos han puesto en marcha, a nivel geopolítico, una vuelta atrás hacia la línea de obediencia a Washington. Sin embargo, desde un punto de vista geoeconómico, la relación de dependencia hacia China está lejos de ser revertida, y más bien sigue profundizándose, en la medida en que el gigante asiático ya es el mayor socio comercial de Sudamérica y sigue colocando en la región cuotas cada vez mayores de sus excedentes financieros, muchos de los cuales se dirigen a financiar los proyectos vinculados a la IIRSA.

    Aquí la cuestión de la extrema permeabilidad y flexibilidad de la IIRSA, en su acomodo a los distintos proyectos políticos y geopolíticos que han interesado la región, se vuelve central otra vez. En los últimos tres lustros, la IIRSA ha sido presentada bajo una lectura geopolítica en su sentido tradicional, en la cual ese plan emerge como nada más que una política puramente instrumental respecto a los diferentes actores estatales que disputan la hegemonía sobre la región. Si tomamos por ejemplo el ensayo Territorialidad de la dominación. Integración de la
    Infraestructura Regional Sudamericana (IIRSA), escrito en el 2007 por Ana Esther Ceceña, Paula Aguilar y Carlos Motto, es evidente cómo la IIRSA es analizada exclusivamente a partir de la proyección hegemónica de Estados Unidos, y estrictamente vinculada tanto a los acuerdos de libre comercio impulsados por el hegemón norteamericano como a sus políticas de control militar llevadas adelante a través del Plan Colombia y la multiplicación de bases militares estadounidenses en la región. Por otro lado, si consideramos un libro como Brasil potencia, escrito por Raúl Zibechi (2013) tan solo seis años después, nos encontramos frente a un análisis de tipo completamente opuesto. Este autor uruguayo analiza la IIRSA como parte integrante, y estratégicamente fundamental, de un proyecto “neoimperialista” de Brasil, construido por la alianza entre el Partido de los Trabajadores (PT) y los altos mandos militares, que retomarían de esta forma el viejo proyecto subimperialista de la dictadura militar pero más autónomo frente a, e inclusive competitivo con, la gran potencia del norte. Si bien los argumentos tanto de Ceceña, Aguilar y Motto como de Zibechi presentan elementos de fuerte contundencia, es evidente que la longevidad de la IIRSA y su capacidad de superación y reconversión frente a todo cambio político y geopolítico imponen “complejizar” mayormente el análisis. Sobre todo a la luz de una situación actual en que, tras el fin del llamado “ciclo progresista”, los nuevos gobiernos de derecha han mantenido la centralidad del desarrollo de la infraestructura logística intermodal sin importar particularmente de dónde vengan los capitales y las empresas con las cuales se asocian y que, desde el manejo del Estado y bajo los supuestos de la razón neoliberal, abiertamente favorecen. Esto no significa menospreciar el análisis de las disputas hegemónicas, que en un momento de transición capitalista como el actual necesariamente se hacen más intensas; la cuestión es más bien integrar al análisis geopolítico algunas transformaciones y tendencias que han ocurrido y están ocurriendo en el terreno de las lógicas y racionalidades privilegiadas del capitalismo contemporáneo. Una de estas racionalidades, que tiene mucho que
    ver con la creación y la evolución de la IIRSA, es aquella propia de la logística.

    Hace unos años, Sandro Mezzadra y Brett Neilson han planteado:

    “Muchos análisis se refieren al concepto de neoliberalismo desde un punto de vista genérico como la circulación hegemónica de doctrinas económicas o procesos de des-​regulación y governance sin realmente tomar en consideración las subyacentes transformaciones del capitalismo que nosotros intentamos subrayar enfocándonos sobre extracción, finanzas y logística. Crucial para nuestro análisis es el concepto de operaciones del capital, que lleva la atención tanto hacia los aspectos materiales de la intervención del capital en situaciones específicas como hacia la más amplia articulación dentro de patrones sistémicos. (…) Mientras
    la hegemonía de las doctrinas económicas neoliberales ha sido finalmente cuestionada (y en algunos casos también descartada) por la crisis, las tendencias que nosotros analizamos han sido más bien reforzadas”
    (Mezzadra y Neilson 2015:1).

    En coincidencia con este análisis, la logística, entendida como lógica o racionalidad que se ejerce más allá de un sector económico específico, como puede ser la actividad portuaria o la industria de transporte, puede representar una lente privilegiada para analizar algunas transformaciones que están sacudiendo el capitalismo contemporáneo, y que se reflejan muy bien en un caso como la IIRSA. En los últimos años, de hecho, una serie de estudios e investigaciones han puesto el tema de la logística como racionalidad específica, y han utilizado una “perspectiva logística” para el análisis de un sinnúmero de circunstancias, desde la gestión de los flujos metropolitanos y la llamada “economía de plataforma” a los procedimientos algorítmicos de la industria 4.0, de las nuevas formas del trabajo portuario hasta las nuevas territorialidades estratégicas para la atracción de inversiones y la aceleración de la circulación de mercancías y recursos tales como los distintos tipos de zonas económicas especiales y los corredores logísticos intermodales. En línea con estas sensibilidades, el laboratorio de investigación sobre la logística Into the Black Box (2018) define la logística como “la forma de inteligencia estratégica que coordina la armonización de producción, circulación y consumo en el capitalismo global, vigila su reproducción, y se pone como motor para la aceleración creciente que caracteriza los procesos de circulación –​cada vez más hegemónicos sobre el entero proceso” (Into the Black Box 2018). La emergencia de la logística desde su origen militar vinculado a la organización de los abastecimientos de las tropas hacia su carácter de lógica capitalista privilegiada tiene mucho que ver con el peso que la circulación, sobre todo a partir de la llamada “revolución logística” de los años 60 y la contrarrevolución neoliberal de la década de 1970, ha adquirido en el proceso de acumulación y valorización capitalistas. A partir de lo anterior, es posible por lo tanto suponer que la logística representa un punto de entrada privilegiado para la lectura de la IIRSA, y del desarrollo de la infraestructura de integración sudamericana en general. En un mundo en que la producción se fragmenta en sistemas de ensamblaje y cadenas de abastecimiento a lo largo del globo, la provisión, gestión y mantenimiento de la infraestructura intermodal se vuelve estratégica para garantizar los flujos de mercancías, energía e información, sin fracturas ni interrupciones. Una lectura de la IIRSA
    a partir de la racionalidad logística del capital es hoy en día carente en el debate académico crítico, pero su utilización podría aportar y ampliar los análisis críticos ya presentes sobre aspectos tales como el desarrollo de la infraestructura regional, el sentido de la integración, los efectos de la globalización neoliberal en el contexto regional, los límites de la experiencia histórica de los llamados “gobiernos progresistas”, entre otros.

    En este sentido, cabe destacar que la “producción del espacio” (Lefebvre [1974] 2013) en las últimas dos décadas en América Latina no ha sido determinada solo por proyectos geopolíticos regionales anclados en la política de potencia de uno u otro Estado-​nación, sino también por una lógica diferente y más general, cuyos impulsos vienen de actores capitalistas regionales y globales, que solo parcialmente encuentran su consenso en una forma estatal y en una política
    nacional específica. No significa con ello afirmar que la racionalidad logística se ponga en alternativa radical a los intereses geopolíticos, sino que ambos operan en diferentes planos de abstracción, teniendo entre sí relaciones de yuxtaposición, complementariedad y superposición.
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    Este libro se compone de seis capítulos. En el primero se presenta el marco teórico referente a aquel heterogéneo conjunto de análisis, perspectivas e investigaciones al que se le ha denominado Critical Logistics Studies, que han venido sustrayendo la propia logística del monopolio de los estudios gerenciales y la han transformado en importante herramienta analítica del llamado pensamiento crítico. Son rescatados algunos de estos estudios y se trazan los distintos caminos genealógicos que subyacen a la emergencia de la racionalidad logística en el capi talismo contemporáneo. De hecho la logística, lejos de ser un ámbito reciente, tiene importantes antecedentes en fenómenos históricos en los inicios de la Edad Moderna, tales como la logística militar desarrollada a partir de la dinastía de Orange en Holanda, las actividades político-​comerciales de las antiguas sociedades por acciones imperiales y la trata de los esclavos a través del Atlántico. Se discuten también las implicaciones que tiene la infraestructura logística con las relaciones de poder y los supuestos de la logística en el ámbito del capitalismo como proceso sociohistórico: se analizan, por lo tanto, la relación privilegiada
    entre racionalidad logística y “producción del espacio”, aquella entre logística y la reproducción del “capital total” (Marx [1867] 2011) y el papel de la logística en relación con la situación de “caos sistémico” según las teorías de los ciclos sistémicos de acumulación (Arrighi [1994] 1999).

    El segundo capítulo tendrá como objeto un primer encuadramiento histórico de América Latina y los antecedentes y primeros pasos de la IIRSA de acuerdo con los diseños de integración regional centrados en el llamado “regionalismo abierto”. Se propone aquí un resumen de la historia reciente de Latinoamérica al interior del proyecto global de la hegemonía neoliberal. Se analizan también los antecedentes de la IIRSA y las cumbres que llevaron a su formulación inicial en el marco del ALCA.

    En el tercer capítulo se analizará la historia de la IIRSA a partir de la puesta en discusión y luego en jaque del ALCA, con su cancelación definitiva en la Cumbre de Mar del Plata de 2005 y el relativo “divorcio” de la IIRSA de esa iniciativa regional bajo liderazgo estadounidense. Se propone también un rápido panorama sobre los distintos modelos de integración que se desarrollaron en la primera década del nuevo siglo, tras el cual se analiza la supervivencia y el
    desarrollo de la IIRSA, su inserción en el proyecto de la UNASUR a través del COSIPLAN y su relación estrecha con las políticas expansionistas o subimperialistas de Brasil llevadas adelante por el Partido de los Trabajadores (PT), a través de políticas tales como el fortalecimiento del BNDES, el fomento a los llamados “campeones nacionales” y la puesta en marcha del Programa de Aceleración de Crecimiento (PAC). El capítulo termina con la descripción de la historia más
    reciente de la IIRSA y las tendencias que actualmente envuelven la construcción de infraestructura logística sudamericana en el actual contexto de crisis en la región, una situación que ha generado una situación de particular incertidumbre desde un punto de vista (geo)político. Una crisis económica que se ha expresado de manera intensa tras la baja de los precios internacionales de los commodities en 2012–​13, y una igualmente fuerte crisis político-​social, que se ha manifestado en el agotamiento o derrota de muchos de los llamados gobiernos “progresistas” que habían sido los principales articuladores de la IIRSA, la suspensión (¿o el fin?) de la UNASUR como espacio de governance regional, y la retomada, políticamente
    inestable, por gobiernos de matriz conservadora.

    En el cuarto capítulo se lleva a cabo una caracterización de la IIRSA y una aplicación del enfoque teórico sobre la logística para la realidad concreta de la misma. Hay aquí una relectura de la historia de la IIRSA bajo la perspectiva de una articulación entre operaciones logísticas, extractivas y financieras y un análisis de la funcionalidad de la IIRSA para la exportación de commodities, para dar una “solución espacial” a los excedentes de capitales en búsqueda de realización, y las subsecuentes políticas desempeñadas por los Estados sudamericanos para
    garantizar la inversión de estos excedentes en los proyectos de infraestructura regional.
    En el quinto capítulo se propone un análisis más de cerca de los nueve9 Ejes de Integración y Desarrollo (EID) de la IIRSA, a partir de un estudio de la cartera de proyectos en su última edición disponible. Se describe el metabolismo territorial sobre el cual estos proyectos van a impactar, y las eventuales tensiones que atraviesan la realización de estas obras, en un plano geopolítico, en las contradicciones entre diferentes fracciones e intereses capitalistas, y en la relación del capital con las distintas territorialidades que habitan esos lugares, con la mano de obra empleada en las actividades logísticas o de construcción y con las sociedades civiles nacionales en su conjunto. El capítulo termina con un enfoque sobre el Eje de Infraestructura y Desarrollo MERCOSUR-​Chile, la transformación de las provincias de Santiago, Valparaíso y Coquimbo como plataformas logísticas, y el análisis de una obra de particular importancia: el túnel bioceánico de Agua Negra.

    El sexto y último capítulo aborda la cuestión de las relaciones entre China y América Latina, de acuerdo con la emergencia de la potencia asiática como principal inversor regional, el lanzamiento del proyecto chino de la BRI y la forma con que aquello se relaciona e impacta sobre la construcción de infraestructura logística de la región. El objetivo es poner el acento sobre la naturaleza profundamente “logística” del “capitalismo con características chinas”, y cómo este impacta la región latinoamericana, a pesar, paradójicamente, del reposicionamiento a la derecha y de una línea pro-​EE. UU. de varios gobiernos regionales en múltiples agendas de política internacional.

    A la luz de todo ello, queda abierta la pregunta de si estas transformaciones prefiguran una puesta en discusión de la IIRSA como arquitectura logística regional (como sugeriría el reciente abandono, junto con la UNASUR, de COSIPLAN) o más bien pongan las bases para su transformación o superación bajo algún proyecto diferente; todo esto en una coyuntura global donde el eje propulsor del sistema capitalista se está trasladando desde el océano Atlántico al
    Pacífico, de manera que los objetivos estratégicos históricos de la IIRSA, los cuales son conectar Brasil y los países del MERCOSUR a los mercados asiáticos a partir de la aniquilación espacio-​temporal de los grandes obstáculos geográficos como los Andes y el Amazonas, son hoy más que nunca de importancia estratégica.

    1 Brasil, Rusia, India, China, Sudáfrica.

    2 Hoy en día su nombre ha cambiado en Proyecto Mesoamérica.

    3 El geógrafo brasileño, de hecho, no hablaba directamente de “sistemas de normas”. Él postulaba una relación dialéctica entre un “sistema de objetos”, que serían los elementos fijos, fijados en cada lugar, y un “sistema de acciones”, que determinarían los flujos que atraviesan estos sistemas fijos. Las acciones, sin embargo, serían a su vez determinadas por “normas”, escritas o no, formales o informales (M. Santos 2002:78).

    4 A Venezuela (1998-​actualidad), Brasil (2003–​2016), Argentina (2003–​2015) y Uruguay (2005–​2019) pronto se sumarían, como países con gobiernos progresistas o de izquierda, Bolivia (2006–​2019), Ecuador (2007–​2017) y Paraguay (2008–​2012), en Sudamérica, y Nicaragua (2007-​actualidad), Honduras (2006–​2009), y El Salvador (2009–​2019), en Centroamérica.

    5 Según datos de la CEPAL, en 2018 el 20 % de las exportaciones sudamericanas se dirigía a China, el 16 % a Estados Unidos, y el 15 % a la UE (CEPAL 2018:58); en 2015, el país asiático fue el origen del 20 % del total de las importaciones sudamericanas (COMTRADiE 2017). Si tomamos la región de América Latina y el Caribe en su conjunto, el principal socio comercial sigue siendo EE. UU., que en 2018 recibía el 45 % de las exportaciones de la región, seguido por China (11 %), y la UE (10 %; CEPAL 2018).

    6 Iniciativa del Cinturón y la Ruta.

    7 Como ha señalado Jeffrey Webber, entre 2009 y 2018 la tasa de crecimiento anual de toda América Latina y el Caribe (que obviamente oculta importantes desigualdades entre países y subregiones) fue la siguiente: -​1.8 (2009), 6.2 (2010), 4.5 (2011), 2.8 (2012), 2.9 (2013), 1.2 (2014), -​0.2 (2015), -​1.0 (2016), 1.3 (2017), 0.9 (2018; Smith:2019).

    8 En el caso de Bolivia, el golpe que hizo caer Evo Morales en noviembre de 2019 no fue de tipo parlamentario (es decir a través de un impeachment de las Cámaras) sino fue denominado “cívico-​policial-​militar”.

    9 Los EID de la IIRSA son en realidad diez, pero uno (el Andino del Sur) aún no ha salido en la cartera de proyectos. En realidad, otro eje, el MERCOSUR-​Chile, será tratado en detalle en el capítulo 8.

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  • Il non comunista

    Il non comunista

    II giudice Alexandre de Moraes è una figura chiave nella giustizia brasiliana. Viene attaccato dai rivoltosi Bolsonaristi, ma non ha niente di sinistra. Di questo e dei militari estromessi da Lula parliamo col corrispondente di Domani a Rio, Rocco Cotroneo. Poi ci spostiamo in Colombia, dove il governo di Petro prova a riavviare i dialoghi di pace con lo storico secondo gruppo guerrigliero, l’ELN. Da San José di Apartadò lo racconta per noi Monica Puto, volontaria di Operazione Colomba della Comunità Papa Giovanni XXIII.

  • Cosa significa l’assalto dell’8 gennaio per il futuro della democrazia in Brasile

    Cosa significa l’assalto dell’8 gennaio per il futuro della democrazia in Brasile

    Di Alessandro Peregalli da Valigia Blu

    Il pomeriggio di domenica 8 gennaio, d’improvviso, testate da ogni parte del mondo si sono sintonizzate su Brasilia, dove un’orda di manifestanti vestiti di verdeoro hanno dato l’assalto alla famosa esplanada dei Tre Poteri: il Congresso federale, il palazzo presidenziale del Planalto e la sede della Corte Suprema. I manifestanti hanno distrutto mobili e finestre, rubando una copia della Costituzione federale, danneggiando opere d’arte e facendosi innumerevoli selfie trionfali, divenuti in seguito altrettante prove del crimine.

    Nessuno in Brasile può dire che quello che è successo quel giorno non fosse stato ampiamente annunciato. I quattro anni di governo di Jair Bolsonaro sono stati punteggiati da molteplici minacce agli equilibri istituzionali del paese, tanto che era ormai chiaro, durante la campagna elettorale, che l’unico risultato che il bolsonarismo avrebbe accettato e riconosciuto sarebbe stato quello di una vittoria del presidente uscente. La parola “golpe” aleggia ormai da parecchi anni nella politica brasiliana, e i fatti del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill non hanno fatto che rafforzare l’idea che tali episodi si sarebbero prima o poi replicati, magari in forme diverse, nel paese sudamericano, dove tra l’altro il livello di penetrazione dell’estrema destra tra i settori armati della popolazione, tanto nel caso delle forze militari e di polizia, come tra i frequentatori dei club di tiro (moltiplicatisi negli ultimi anni con le politiche di liberalizzazione delle armi), come anche all’interno di gruppi miliziani di tipo paramilitare, è altissimo. Inoltre, come documenta il Washington Post, dietro gli assalti in Brasile ci sarebbero stati contatti stretti tra la famiglia di Bolsonaro, Bannon e l’ex presidente USA, Donald Trump.

    Secondo Rodrigo Nunes, la principale differenza tra l’assalto di Capitol Hill del 2021 e quello di Brasilia del 2023 è la tempistica. L’invasione avvenuta a Washington aveva un obiettivo strategico chiaro: impedire l’ufficializzazione da parte del Congresso della vittoria elettorale di Joe Biden, ragion per cui avvenne in un momento in cui le camere erano riunite per l’effettivo passaggio di poteri. In Brasile, invece, l’invasione dei palazzi è avvenuta una domenica pomeriggio, momento in cui quegli stessi edifici si trovavano perfettamente vuoti, e dopo che la finestra temporale a disposizione del bolsonarismo per evitare la formazione di un governo da parte di Lula da Silva era ormai scaduta, tanto che lo stesso Lula era ufficialmente entrato in carica esattamente una settimana prima, con la grandiosa cerimonia del 1º gennaio in cui, complice l’assenza di Bolsonaro, un gruppo di cittadini comuni gli aveva posto la fascia presidenziale al collo.

    L’escalation golpista dopo le elezioni

    Non che le frange radicali del bolsonarismo non avessero dimostrato la determinazione, e anche una discreta capacità di mobilitazione, per impedire che questo avvenisse. Fin dall’indomani del secondo turno presidenziale del 30 ottobre, che aveva premiato Lula, seppur con un vantaggio minimo (50,9% dei voti), gruppi di sostenitori di Bolsonaro, guidati in prima linea da alcuni camionisti e finanziati e appoggiati dai settori più agguerriti dell’agribusiness, avevano realizzato più di 300 blocchi autostradali in tutto il paese. L’obiettivo dichiarato era convincere l’Esercito a realizzare un intervento federale, giustificato dal caos sociale in cui versava il paese, e impedendo così il passaggio del potere a Lula. Con il paese paralizzato, e mentre una negligente polizia stradale iniziava a sgomberare controvoglia i blocchi per ordine del ministro del Supremo Tribunale Federale (STF) Alexandre de Moraes, nelle settimane successive gruppi di bolsonaristi hanno promosso una serie di accampamenti fissi di fronti al quartier generale delle Forze Armate in numerose città del Brasile. La richiesta esplicita di un golpe militare era solo saltuariamente accompagnata da motivazioni riguardanti supposti brogli elettorali, tra l’altro smentiti da una serie di inchieste ufficiali, realizzate anche dallo stesso Esercito. 

    Gli accampamenti di fronte alle caserme e alle sedi militari sono durati due interi mesi, finanziati da imprenditori bolsonaristi, messi in rete in gruppi di WhatsApp e partecipati da gruppi consistenti di militanti, spesso loro stessi ex militari o poliziotti fuori servizio. Nemmeno l’attenzione della popolazione per la Coppa del Mondo ha portato a un vero e proprio svuotamento di questi presidi, sebbene la loro forza e ampiezza si siano dimostrati insufficienti a creare le condizioni per un ribaltamento dei rapporti di forza, in un contesto in cui la vittoria di Lula era stata riconosciuta dall’intera comunità internazionale, dalla quasi totalità dei media e dai principali attori politici e istituzionali del Brasile. È così che, con il passare del tempo, questi gruppi radicalizzati di radicali si sono ritrovati sempre più isolati politicamente, abbandonati dagli stessi quadri dirigenti del bolsonarismo – e dallo stesso Bolsonaro, preoccupato ormai unicamente dalle conseguenze penali sulla sua persona e sulla sua famiglia, una volta persa l’immunità di cui godeva come presidente – e mossi dalla disperazione ad alzare la posta delle loro azioni. In un primo momento, il 12 dicembre, hanno messo a ferro e fuoco con un riot il centro di Brasilia durante la cerimonia di formalizzazione della vittoria elettorale di Lula. Poi, alla vigilia di Natale, quando è stato scoperto un esplosivo in un camion diretto all’aeroporto di Brasilia installato da un piccolo imprenditore del Pará intenzionato a creare le condizioni per uno Stato d’eccezione militare. Infine, con il passaggio di consegne istituzionali già consumato, con la grande manifestazione dell’8 gennaio.

    Le complicità istituzionali

    Quel corteo a Brasilia era stato convocato nei gruppi di WhatsApp e Telegram dell’infosfera bolsonarista con i nomi in codice di “festa da Selma”, “viaggio alla spiaggia” e “gruppo di caccia e pesca” ma nonostante questo rudimentale sistema di depistaggio l’obiettivo di invadere i palazzi del potere politico e istituzionale era abbastanza esplicito nei messaggi. L’organizzazione della manifestazione prevedeva l’utilizzo di un centinaio di autobus per trasportare i militanti dai più svariati angoli del Brasile alla capitale federale, spesso e volentieri con l’offerta gratuita del costo del biglietto e dei pasti. Nonostante la piena consapevolezza dei pericoli imminenti da parte del governo federale e dal governo statale del Distretto Federale (DF, lo stato di Brasilia), il dispositivo di contenimento della polizia militare del DF è stato ampiamente insufficiente, come è stato evidente a tutti dalle immagini circolate in mondovisione: un numero di poliziotti mobilitati ridotto a un quarto o un quinto di quello pianificato, i cordoni di polizia che hanno pacificamente permesso alla manifestazione di giungere fin dentro la piazza, gruppi di poliziotti fotografati mentre si assentavano al momento dell’assalto, o che addirittura rimanevano a margine a chiacchierare con i manifestanti. La situazione, come è noto, è stata risolta solamente in serata, dopo che in seguito alla redazione di un decreto di intervento federale da parte di Lula, e con la sostituzione dei vertici della polizia del DF e l’arrivo di contingenti di polizia da altri stati della federazione, si è realizzato lo sgombero dei palazzi occupati e l’arresto, nei successivi due giorni, di 1500 manifestanti. 

    Come responsabili principali della pessima gestione della piazza da parte della polizia sono stati additati il capo della polizia del DF Anderson Torres e il governatore dello stato Ibaneis Rocha. Il primo, già ministro della Giustizia durante l’ultimo anno e mezzo del governo di Bolsonaro, era appena tornato il 2 gennaio a svolgere il suo precedente ruolo di Segretario di Sicurezza della capitale, richiamato dal neo eletto governatore Rocha. Al momento dell’invasione dell’8 gennaio, Torres si trovava in ferie con la sua famiglia a Orlando, in Florida, proprio la città in cui lo stesso Bolsonaro si era recato la sera del 30 dicembre, abbandonando il suo paese poco prima della fine del suo mandato e con l’intenzione di non passare la fascia presidenziale a Lula. Al momento degli attacchi ai palazzi dell’esplanada, Torres ha pubblicato un tweet in cui ha ripudiato l’avvenimento, ma questo non è stato sufficiente a evitare l’esonero immediato da parte del governatore Rocha. Poche ore più tardi, lo stesso Lula con il suo decreto di intervento federale ha commissariato la polizia del DF. L’Avvocatura dello Stato ha poi chiesto alla Corte Suprema l’arresto di Torres per connivenza con le manifestazioni, e il 10 gennaio il giudice Alexandre de Moraes ha disposto le misure cautelari per Torres e la perquisizione della sua abitazione, durante la quale è stato trovato un documento che prevedeva la soppressione del Tribunale Superiore Elettorale (TSE) all’indomani delle elezioni, documento che Torres, allora ministro della Giustizia, aveva forse l’intenzione di firmare con l’intenzione di annullare il processo elettorale appena concluso. Il 14 gennaio, al ritorno dagli USA, Torres è stato immediatamente arrestato dalla polizia federale.

    Rocha è, dal canto suo, un politico del Movimento Democrático Brasileiro (MDB), un partito di centrodestra che fa oggi parte della maggioranza parlamentare del governo di Lula da Silva. Nonostante l’appoggio maggioritario dato dal partito a Lula per il secondo turno delle elezioni, Rocha è rimasto fedele al suo alleato politico Bolsonaro ed è stato lui a richiamare il bolsonarista di ferro Torres a guidare la polizia della capitale. Negli istanti concitati in cui avveniva l’assalto alla piazza dei Tre Poteri, Rocha ha licenziato immediatamente Torres ma questo non gli ha evitato, l’indomani, la sospensione dal governo statale per 90 giorni, decretata da Alexandre de Moraes. 

    Tuttavia, se la connivenza da parte della polizia militare del DF è conclamata, più dubbi sono i ruoli e le responsabilità delle forze di sicurezza federali, e in ultima istanza dello stesso governo Lula. Di fatto, l’ABIN (Agenzia Brasiliana di Intelligence, cioè i servizi segreti), avevano avvisato da giorni del pericolo di un attacco ai palazzi istituzionali. Ma il dispositivo d’emergenza previsto dal ministro della Giustizia Flávio Dino è stato altamente insufficiente, mentre d’altra parte stupisce come il Commando Militare del Planalto, la forza di sicurezza destinata alla protezione del palazzo presidenziale, sia entrata in azione solo dopo, e non prima, dell’invasione. Per spiegare l’apparente insuccesso del governo nel fronteggiare le orde bolsonariste e impedire il saccheggio dei simboli dello Stato, si può considerare il brevissimo tempo intercorso dall’entrata in carica del nuovo governo, i cui ingranaggi e catene di comando sono senz’altro da oliare, oltre che una generale sfiducia da parte del governo verso le forze dell’ordine e i militari, egemonizzati da individui di chiara fede bolsonarista e i cui ufficiali e comandanti erano, fino a una settimana prima, espressione di un’estrema destra nostalgica della dittatura militare. Lo stesso uso delle Forze Armate per fronteggiare e disperdere i manifestanti potrebbe essere stato considerato rischioso da parte del governo, per la possibilità di insubordinazione e disobbedienza agli ordini o, viceversa, per l’eventualità che una loro entrata in azione producesse un saldo di morti e feriti destinato solo a rafforzare politicamente il bolsonarismo e mettere in crisi la legittimità del nuovo presidente. 

    Il governo Lula ne è uscito rafforzato?

    Non è tuttavia improbabile che il mancato intervento da parte del governo sia stato anche il risultato di una scelta ponderata di lasciar fare, consumare l’assalto e la distruzione fino alle sue estreme conseguenze, e ottenere così una legittimità maggiore e consensuale per la repressione su vasta scala al bolsonarismo nei giorni e nelle settimane seguenti. Che si tratti di una scelta consapevole o di uno scherzo del destino, infatti, è indubbio che Lula da Silva esce fortemente rafforzato da questa vicenda. Affermatosi nelle urne con un vantaggio estremamente ridotto, in un paese polarizzato e tremendamente diviso, Lula ha iniziato il suo nuovo governo nel mezzo di conflitti intestini all’interno del suo stesso gabinetto presidenziale, con scontri tra ministri progressisti e conservatori, con una certa sfiducia dei mercati finanziari, un bolsonarismo attivo nelle strade e un esercito sempre sull’orlo dell’insubordinazione. 

    In queste condizioni tutt’altro che rosee, le vicende dello scorso 8 gennaio hanno unificato gran parte del paese e della classe politica intorno al presidente e hanno dato margine all’STF e allo stesso governo di sferrare un attacco repressivo al bolsonarismo che, fino al giorno prima, era impensabile. Secondo un recente sondaggio, infatti, il 93% della popolazione disapprova l’assalto bolsonarista di Brasilia, mentre la marcia collettiva lungo la rampa del Planalto di Lula, della presidente dell’STF Rosa Weber, dei ministri e dei governatori di tutti gli stati della federazione, incluso il bolsonarista governatore di San Paolo Tarcísio Gomes de Freitas, ha cristallizzato un’unione delle istituzioni brasiliane intorno al presidente. 

    Allo stesso tempo, le vicende dell’8 gennaio hanno permesso al Supremo Tribunale Federale e al governo di imporre lo sgombero di tutti gli accampamenti bolsonaristi di fronte alle caserme militari. Non senza, tuttavia, un momento di ulteriore apprensione quando, nella notte dell’8 gennaio, un primo tentativo di sgombero da parte della polizia militare dell’acampada al quartier generale di Brasilia aveva incontrato un’opposizione diretta da parte dell’Esercito, che aveva reclamato per sé il diritto a liberare l’area (in quanto suo territorio di competenza), cosa che tuttavia ha fatto il giorno seguente. 

    L’attacco fascista di Brasilia si è risolto dunque, in un primo momento, con un’indiscutibile vittoria del governo Lula, che esce rafforzato dalla prima grande sfida del suo mandato. Tuttavia, le incognite e i problemi posti alla società brasiliana, ed espressi con chiarezza dagli avvenimenti dell’8 gennaio, lasciano sul campo una serie di incertezze e crisi accese o sul punto di esplodere. Il primo grande problema sarà capire come si muoverà la galassia bolsonarista. Sempre secondo Rodrigo Nunes, il post-elezioni ha significato allo stesso tempo una sconfitta politica e una vittoria sociale del bolsonarismo. 

    Politicamente, il bolsonarismo ha perso peso istituzionale, con l’abbandono delle sue principali figure, che si stanno svincolando dalle base,i visto il costo politico troppo alto di rivendicare e appoggiare le azioni golpiste. A livello sociale, tuttavia, ha dimostrato una notevole forza di attrazione nel generare adesione, organizzazione dei suoi nuclei di base e coinvolgimento costante e per certi aspetti perfino messianico dei suoi attivisti. 

    Se già prima delle elezioni era possibile intravedere l’esistenza di un bolsonarismo oltre Bolsonaro, il processo insurrezionale e “dal basso” del neo-fascismo brasiliano ha acquisito negli ultimi due mesi e mezzo un grado di maturità e organizzazione inediti. E rappresenta un riferimento politico importante per quei settori sociali – frazioni dell’agribusiness, membri di club di tiro, parte delle forze dell’ordine, gruppi miliziani e paramilitari, settori illegali dell’economia estrattiva, pezzi di lavoro autonomo e di piccola e media impresa, evangelici fanatici – che hanno finora rappresentato la base del “capitano” ma che potrebbero in futuro affidarsi a qualcun altro, magari ancora più radicale, se dovessero sorgere nuove condizioni per un loro ritorno alla politica mainstream.

    Se quindi da un lato la principale sfida del nuovo governo sarà far fronte a un neofascismo militante con radicamento popolare, altrettanto importante sarà l’opera di de-bolsonarizzazione delle istituzioni brasiliane, a partire dalle forze dell’ordine e soprattutto dall’Esercito. Nel governo Bolsonaro, la presenza di militari in cariche civili a livello federale è arrivata a quasi 7000 persone, collocate spesso in funzioni strategiche, 11 delle quali addirittura ministri. Ma il potere e l’influenza dei militari nelle istituzioni brasiliane e nella società nel suo insieme vanno molto oltre questi numeri e vanno considerati storicamente. 

    La ricostruzione repubblicana: necessaria ma insufficiente

    Fin dal termine della lunghissima dittatura militare del 1964-85, le Forze Armate hanno mantenuto un discreto controllo sul processo di transizione alla democrazia e si sono garantite un’immunità pressoché completa in relazione ai crimini commessi durante il loro regime. A differenza degli altri paesi del Cono Sud, che hanno avuto l’istituzione di serie commissioni della verità per indagare sulle violazioni dei diritti umani, in Brasile quasi nulla in questo senso è stato fatto, e l’instaurazione tardiva di una commissione da parte di Dilma Rousseff nei primi anni 10 ha avuto vita breve ed è stata chiusa anzitempo per pressione degli stessi vertici militari. Durante i governi Lula (2003-10) e Dilma (2011-16), lo stesso Partito dei Lavoratori ha contribuito enormemente ad accrescere la forza e l’influenza dell’esercito nella gestione di popolazioni vulnerabili, prima mandando un contingente militare ad Haiti a direzione di una missione ONU, poi formando le Unità di Polizia Pacificatrice (UPP) per mettere sotto controllo la delinquenza organizzata nelle favelas di Rio de Janeiro. 

    Molti dei generali formatisi con tali missioni hanno poi assunto ruoli di rilievo nel governo Bolsonaro. A inizio 2018, con la minaccia del generale Villas Boas all’STF perché confermasse la prigione preventiva di Lula da Silva e gli impedisse di partecipare alle elezioni poi vinte da Bolsonaro, è stato chiaro a tutti che l’esercito era tornato in maniera diretta sulla scena politica brasiliana. Durante tutto il periodo di governo di Bolsonaro, ci sono state minacce e allusioni da parte di militari emeriti circa un possibile golpe militare nel caso in cui altri poteri fossero stati troppo d’intralcio ai loro progetti. 

    Sebbene non manchino simpatie esplicite per l’ex presidente da parte di vertici militari, è chiaro che la carta Bolsonaro rappresentava per questi più un cavallo vincente in termini elettorali per portare avanti agende proprie, piuttosto che un leader indiscusso. Ciò rende possibile una certa relazione pragmatica con il nuovo governo Lula, tuttavia impone anche limiti strettissimi e pressoché invalicabili a qualunque tipo di democratizzazione delle Forze Armate da parte della politica. 

    Oltre all’esercito, un’altra istituzione che in questi ultimi anni ha assunto ruoli sempre più forti sul piano politico, prevaricando spesso e volentieri aree di competenza che non le appartenevano, è stata la magistratura. Già nel 2018, il pool dell’operazione Lava Jato guidato dal giudice conservatore Sergio Moro aveva avuto un ruolo determinante nel condannare senza prove Lula e favorire l’elezione di Bolsonaro. Sotto quest’ultimo, gli indirizzi della Corte Suprema si sono spostati verso un contrasto esplicito ai tentativi autoritari del presidente e sono stati necessari a frenare minacce golpiste. Tuttavia, come argomenta il filosofo Pablo Ortellado, le inchieste del giudice Alexandre de Moraes, oltre a essere state condotte in maniera non convenzionale, hanno concentrato uno straordinario potere nelle mani di un’unica persona. Un esempio è l’autorizzazione da parte di Alexandre de Moraes lo scorso 12 dicembre di disporre di intercettazioni e accedere ai dati non solo di otto persone indagate, ma anche tutti coloro che comunicavano con loro. 

    Anche il commissariamento immediato decretato per ordine di un unico giudice di un governatore democraticamente eletto come Rocha è un fatto politico eccezionale che dimostra il grado di discrezionalità, potere e autonomia acquisiti dalla magistratura brasiliana. Se in un contesto come quello attuale questi fatti possono essere giustificati o anche celebrati in nome del pericolo fascista, è facile immaginare quali siano i rischi posti da un uso futuro di questi espedienti contro organizzazioni di lavoratori e movimenti sociali di sinistra. Il coro unanime che si alza in questi giorni per la promulgazione di una legge che rafforzi la già dura normativa antiterrorismo promossa da Dilma Rousseff nel 2016 per contrastare la rivolta sociale scoppiata tre anni prima, sta lì a dimostrare i limiti insiti al delegare al potere giudiziario l’instaurazione di uno stato d’eccezione permanente. 

    Combattere la minaccia bolsonarista con misure dure che responsabilizzino chi ha commesso crimini e disincentivino azioni del genere nel prossimo futuro è oggi necessario. Ma la passività dimostrata dai movimenti sociali e dai partiti di sinistra di affidare il contrasto al fascismo all’azione della magistratura o al solo processo elettorale, con la speranza di mantenere di nuovo e indefinitamente il PT al potere, è un’illusione. 

    Come hanno dimostrato i pochi ma significativi casi di liberazione dei blocchi stradali bolsonaristi da parte di ultras organizzati o abitanti di piccole comunità di provincia, è quanto mai urgente che in Brasile i movimenti si dotino di strumenti di antifascismo militante e dal basso, per non rimanere succubi e politicamente ricattabili dai politici “progressisti” e dalle istituzioni “liberali”. Inoltre, è evidente anche che il neofascismo in Brasile non verrà sconfitto se non si affronteranno le cause profonde che l’hanno fatto emergere: le tremende disuguaglianze di razza, genere e classe che attraversano la società, la crisi economica, sociale ed ecologica in corso e il profondo risentimento ed egoismo sociale del tutti contro tutti di cui si alimenta l’estrema destra. Per tutto ciò, la tradizionale politica conciliatrice di Lula e l’obiettivo di ricostruzione delle fondamenta repubblicane che si propone oggi il PT appaiono obiettivi insufficienti e quasi contradditori. In fin dei conti, è stato próprio dai limiti e dalle contraddizioni di una democrazia incompiuta e di una politica di inclusione sociale limitata a politiche assistenziali e priva di riforme strutturali che aggredissero le fondamenta della disuguaglianza sociale, che è emerso il bolsonarismo. Per dirla con Thiago Cannettieri, ricostruire non significherebbe infatti, a rigore, rimettere in piedi le condizioni della catastrofe in corso?

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