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  • Colombia, campagna di violenza sul voto

    Colombia, campagna di violenza sul voto
    Coalizione Pacto Histórico a Fusagasuga, Colombia – Ap

    Susanna De Guio e Giacomo Finzi da Il Manifesto

    America Latina. Dal «paro armado» contro l’estradizione negli Usa del narcotrafficante Otoniel alle minacce di morte verso il candidato del Pacto Histórico. In vista delle elezioni che potrebbero sancire la prima vittoria progressista, nel Paese aumenta la tensione.

    A solo due settimane dalle elezioni presidenziali, l’aumento della violenza politica mantiene alta la tensione in Colombia, dopo il paro armado delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia (Agc) realizzato dal 5 all’8 maggio scorsi, come reazione all’estradizione di Dairo Antonio Úsuga David, alias Otoniel, leader dell’organizzazione conosciuta anche come Clan del Golfo.

    Mentre i principali sondaggi confermano in testa Gustavo Petro, candidato progressista del Pacto Histórico, si mantiene attorno alla sua figura un clima di minacce di attentati, in un contesto nazionale dove, dall’inizio di quest’anno, sono stati uccisi 71 leader sociali, 18 ex combattenti e si contano 39 massacri e oltre 70 mila persone sfollate con la forza dai loro territori, secondo i dati dell’Istituto per gli studi sullo sviluppo e la pace, Indepaz.

    CHE COS’È IL PARO ARMADO e perché è stato convocato? In Colombia, il paro armado è un’azione strategica utilizzata dai gruppi guerriglieri e dalle formazioni paramilitari per sfidare la presenza delle istituzioni statali su un territorio, dimostrare la propria potenza di fuoco e il proprio controllo sulla polizia così come su altri attori illegali.

    Il gruppo armato che convoca il paro pattuglia le strade e crea posti di blocco, sostituendo e rimpiazzando le funzioni dello Stato. La popolazione civile è la principale vittima di questo tipo di azione armata, che impone il coprifuoco, limita la mobilità e il transito dei mezzi pubblici, influisce sulla distribuzione di cibo e medicinali, nonché sul funzionamento delle scuole, e costringe in pratica la popolazione civile a chiudersi in casa.

    A scatenare l’azione armata delle Agc è stata l’estradizione di Otoniel negli Stati uniti, dopo la cattura nella regione di Antioquia nell’ottobre 2021 con un operativo che il governo di Iván Duque aveva presentato come il più grande colpo al narcotraffico dai tempi di Pablo Escobar.

    Otoniel, oltre a essere attualmente uno dei più potenti trafficanti di droga e leader del Clan del Golfo, è stato in passato membro del gruppo guerrigliero maoista Ejército Popular de Liberación (Epl). Dopo il fallimento del processo di smobilitazione dell’Epl, si è unito alla formazione paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), responsabile di massacri e sfollamenti forzati nel quadro dell’espansione paramilitare e della strategia contro-insurrezionale degli anni ’90 e 2000.

    Nonostante le dichiarazioni trionfali del governo dopo la sua cattura, le strutture economiche e paramilitari delle Agc sono lontane dall’essere state indebolite: il comando militare è stato decentrato e il loro potere d’azione si è esteso a livello territoriale.

    LA POSSIBILITÀ DI ESTRADIZIONE per Otoniel aveva già suscitato in questi mesi le proteste delle associazioni delle vittime del conflitto armato, soprattutto nei dipartimenti di Antioquia, Chocó e Meta, poiché gli interrogatori al narcotrafficante cominciavano a provare i collegamenti tra l’attività dei gruppi paramilitari, le istituzioni statali e alcuni grandi imprenditori colombiani nei principali massacri degli anni ’90 e 2000.

    Il mese scorso Otoniel ha testimoniato davanti alla Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) e alla Comisión de la Verdad rivelando la complicità e la partecipazione dell’esercito colombiano nel massacro paramilitare di Mapiripán (luglio 1997) – quando Otoniel era leader del Bloque Centauro delle Auc – e confermando la pratica dei falsos positivos, promossa dalle istituzioni e perpetuata dal generale Mario Montoya.

    GUSTAVO PETRO ha sottolineato il suo dissenso all’estradizione di Otoniel in queste settimane pre-elettorali: sembra essere una strategia «per evitare che il capo del Clan del Golfo confessi i suoi rapporti con la politica e il potere, che alla fine avrebbero danneggiato la campagna del candidato del governo». Negli Stati uniti Otoniel sarà incriminato per traffico di droga, mentre non saranno presi in considerazione i crimini contro l’umanità e le violazioni dei diritti umani a suo carico.

    In quattro giorni di paro armado l’azione delle Agc ha coinvolto 10 dipartimenti e 178 comuni situati principalmente nel nord della Colombia, dove il gruppo armato è maggiormente presente, ha causato l’incendio di quasi 200 veicoli, tra cui camion e mezzi di trasporto pubblico, e sono stati denunciati sei morti secondo il ministero della Difesa (3 civili, 2 soldati e un poliziotto), mentre la Jep ha riportato un totale di 24 omicidi di civili. D’altra parte, durante il paro armado non ci sono stati scontri rilevanti con le forze di polizia o con altri attori armati, segnali che dimostrano la coesione territoriale delle Agc.

    Le origini di questo gruppo risalgono al 2005, quando la Legge 975, nota come “Legge di Giustizia e Pace”, ha promosso la smobilitazione parziale dei gruppi paramilitari per facilitarne il reinserimento nel tessuto sociale. Durante i due governi di Alvaro Uribe Vélez (2002-2010) questa politica ha favorito alti tassi di impunità per i leader paramilitari e ha portato a una significativa recidiva dei loro membri, che hanno iniziato a riunirsi in nuove formazioni, eredi del paramilitarismo, dove si trovano anche le origini dell’Agc. La loro espansione territoriale è in parte dovuta al vuoto di potere generato dal ritiro delle Farc-Ep dai loro territori di influenza, stipulata con gli Accordi di Pace dell’Avana del 2016.

    «LA PROMESSA DELLA PACE è un enorme deficit di questo governo, che ha portato avanti una politica più di guerra che di transizione verso la pace», ha dichiarato Camilo González Posso, direttore di Indepaz, in una valutazione dei quattro anni trascorsi di Duque alla presidenza. Il mancato rispetto degli Accordi di Pace con le Farc-Ep e la negligenza dello Stato nell’applicarli hanno creato uno spazio favorevole all’espansione degli altri gruppi armati; tra questi, le Agc sono diventate il gruppo narco-paramilitare più influente, hanno costruito alleanze sia con bande criminali locali che con i cartelli transnazionali per l’esportazione di cocaina negli Stati uniti e in Europa. E ora le tensioni si riverberano sull’andamento della campagna elettorale.

    SE IL PARO ARMADO è un tipo di azione conosciuta in Colombia (nel febbraio 2022 hanno adottato la stessa pratica anche i guerriglieri dell’Ejercito de Liberación Nacional), è la prima volta che si svolge durante una campagna presidenziale. Inoltre, l’incremento della violenza di questa settimana è solo l’ultimo capitolo di una tensione crescente che accompagna i dibattiti verso le elezioni del 29 maggio.

    In particolare, Gustavo Petro e la candidata alla vice presidenza Francia Marquez, espressione di un progetto politico progressista che non è mai riuscito a vincere per via elettorale in Colombia, hanno ricevuto continue minacce fin dall’inizio della loro campagna.

    Il 2 maggio scorso il Pacto Histórico ha dovuto sospendere le manifestazioni politiche nella zona cafetera del Paese (nei dipartimenti di Caldas, Risaralda e Quindío), dove la squadra che si occupa della sicurezza nella coalizione ha scoperto la pianificazione di un attentato a Petro, organizzato dal gruppo paramilitare Cordillera, noto per narcotraffico, estorsioni e omicidi. Inoltre, nel comune di Bello, in Antioquia, è stato rinvenuto un ordigno esplosivo davanti alla sede della campagna elettorale di Petro lo scorso 10 maggio, il giorno dopo la fine ufficiale del paro armado, a indicare una certa continuità della violenza paramilitare nella zona.

    LA CAMPAGNA del Pacto Histórico continua, ma nei giorni scorsi il candidato presidenziale si è presentato a Cúcuta indossando un giubbotto antiproiettile e circondato da scudi di protezione, mentre l’ex presidente Alvaro Uríbe è intervenuto per la prima volta a sostegno di Federico Gutiérrez, il principale avversario di Petro, chiedendo che vengano adottate misure di sicurezza anche per lui.

    La settimana scorsa, la tensione politica è tornata a salire, a seguito della decisione della Procura di sospendere il sindaco di Medellin, Daniel Quintero, per la pubblicazione di un video dove si esprime a favore del candidato Gustavo Petro. La Procuratrice generale Margarita Cabello, figura vicina al governo di Iván Duque e legata a Uribe, ha motivato la necessità di sospendere Quintero dalla sua carica a causa della partecipazione nella campagna elettorale, attività proibita dall’ordinamento colombiano, che impedisce ai funzionari pubblici di esprimere giudizi sui candidati.

    La destituzione di Quintero rappresenta però una chiara ingerenza del potere giudiziario nella vita politica, con una tendenza ideologica. Infatti, la procuratrice non avrebbe agito con la stessa meticolosità alle dichiarazioni del presidente Duque e del Generale Zapateiro contro Gustavo Petro e i candidati del Pacto Histórico nel corso della campagna.

    La Colombia si prepara così alle elezioni del 29 maggio in un clima di forte polarizzazione politica: da una parte la società colombiana sta manifestando con forza un desiderio di cambio, contro la guerra e la violenza, che trova il suo sbocco politico nel Pacto Histórico, determinato a vincere al primo turno. Dall’altra parte, si arrocca il partito della continuità politica che ha governato in Colombia negli ultimi vent’anni, rappresentato da Federico Gutiérrez e accompagnato da un inasprimento dei meccanismi di violenza che il Paese ha già conosciuto durante l’ultimo mandato con Ivan Duque.

  • Cile, se lo Stato volta le spalle ai giornalisti

    Cile, se lo Stato volta le spalle ai giornalisti
    Santiago del Cile, 12 maggio 2022 (Ansa / Alberto Valdés)

    di Susanna De Guio da Il Manifesto

    È morta giovedì scorso a Santiago del Cile Francisca Sandoval, giornalista del canale TV comunitario Señal 3 La Victoria, che aveva ricevuto un proiettile in pieno volto durante la manifestazione del 1 maggio. Fuori dall’ospedale dove era ricoverata in gravi condizioni sono rimasti cartelli, fotografie, candele della lunga veglia che l’ha accompagnata per 12 giorni. “Francisca non se n’è andata, è stata assassinata” scrive il suo collettivo della Señal 3 nel primo comunicato che annuncia il lutto.

    Marcelo Naranjo è stato detenuto come autore del colpo di pistola che ha ferito a morte la giornalista, ma c’erano varie persone armate nel quartiere Meiggs, zona di negozi e commercio ambulante nel centro di Santiago, quando si è prodotto uno scontro al passaggio della manifestazione della Central Clasista de Trabajadores. L’analisi svolta dal periodico CIPER sulle videocamere di sorveglianza, insieme alle foto e i video dei partecipanti al corteo, ha identificato 11 soggetti che sparano, alcuni di loro conversano con i Carabineros nei pressi delle camionette. Anche se in maniera più lieve, oltre a Francisca Sandoval, altre due persone sono state ferite dai proiettili il 1 maggio.

    Il presidente Gabriel Boric ha condannato la naturalizzazione della violenza nel Paese e ha affermato che avrebbe perseguito i responsabili con fermezza, il sottosegretario del ministero dell’interno, Manuel Monsalve, ha chiesto un’indagine interna ai Carabineros, ma non ha dato direttive sugli arresti e la Procura ha determinato la detenzione solo per Naranjo, mentre per le altre due persone arrestate dalla PDI (Policia De Investigaciones) ha chiesto i domiciliari, con sorpresa della giudice a carico, Paulina Moya, e nonostante uno di loro avesse un mandato d’arresto in corso e stesse infrangendo i domiciliari imposti per un’altra causa.

    Queste misure cautelari hanno generato una forte indignazione, soprattutto se comparate con l’uso punitivo che è stato fatto del carcere preventivo durante la protesta sociale partita nell’ottobre 2019, in cui centinaia di ragazzi sono stati detenuti per mesi in attesa di un processo che in alcuni casi non si è ancora svolto, oltre due anni dopo. Altrettanto grave è stata l’apparizione in un programma mattutino del canale Chilevisión di Eduardo Bustamante, una delle persone fotografate nelle vie di Meiggs con un’arma in mano, che invece di essere tra gli indagati si è presentato come un commerciante del quartiere e ha dichiarato in televisione che maneggiava una pistola a salve come deterrente contro il pericolo di attacchi e saccheggi ai negozi da parte dei manifestanti. Solo dopo la morte di Francisca Sandoval, i due arrestati ai domiciliari sono passati al carcere preventivo.

    Non è la prima volta che avvengono aggressioni armate di questo tipo nel quartiere Meiggs, lo scorso 25 marzo durante una manifestazione studentesca, un ragazzo di 16 anni è stato brutalmente picchiato da presunti venditori ambulanti, come quelli che hanno sparato il 1 maggio, sotto gli occhi dei Carabineros. Lo denuncia in un comunicato l’Associazione dei media indipendenti del Cile che richiede al governo “azioni concrete che non permettano l’installarsi dell’impunità” e segnali politici chiari: la riforma strutturale dei Carabineros e la rinuncia del direttore Ricardo Yañez sono parte delle rivendicazioni che hanno attraversato la rivolta cilena, ora dirette a Boric e al suo esecutivo.

    Il 4 maggio il generale Yañez è stato convocato dalla commissione per la sicurezza della Camera dei deputati, dove ha difeso i suoi sottoposti come vittime, ha descritto i fatti accaduti a Meiggs come “uno scontro tra chi voleva proteggere i propri locali commerciali e altri che volevano distruggerli per farci delle barricate” e non ha saputo spiegare perché i soggetti armati dialogavano con Carabineros.

    In Cile non veniva uccisa una giornalista dal 1986, quando venne assassinato José Carrasco, erano gli ultimi anni della dittatura di PInochet. Nella stessa settimana in cui è morta Francisca Sandoval, è stata uccisa anche la giornalista palestinese statunitense di Al Jazeera Shireen Abu Akleh e il suo funerale è stato interrotto da cariche della polizia israeliana. Nello stato di Veracruz, in Messico, sono state assassinate a colpi di pistola Yesenia Mollinedo Falconi, direttrice della pagina El Veraz, e la sua operatrice video, Sheila Johana García Olivera, portando a 11 le vittime della violenza contro la stampa in Messico.

    Mónica González, riconosciuta giornalista cilena, ha segnalato che la morte della Sandoval “segna uno spartiacque, un prima e un dopo, pensavamo che in Cile non si ammazzassero giornalisti, e invece succede, e il peggio è che sono stati dati troppi segnali di impunità perché questo possa succedere” conclude, facendo riferimento alla poca presenza della giustizia di fronte alla violenza, alla corruzione e agli abusi delle forze pubbliche.

  • Boletín sobre desapariciones en Guanajuato (mayo/2022)

    Boletín sobre desapariciones en Guanajuato (mayo/2022)

    El lunes 16 de mayo en México se alcanzó la dramática y simbólica cifra de 100mil personas desaparecidas que deben ser buscadas por las autoridades y que, en los hechos, son buscadas por sus familiares y los colectivos que han creado en estos años. Esto se acompaña con una crisis forense de más de 52,000 cuerpos sin identificar presentes en las morgues, Servicios médicos forenses y panteones, fosas comunes, del país.

    Esta nota tiene la forma de un boletín de investigación y material work in progress que, con base en solicitudes de información vía Plataforma nacional de transparencia (visualízalas aquí), actualiza y cruza datos sobre la desaparición de personas y la situación forense en Guanajuato, México, basándose principalmente en análisis y entrecruzamientos de respuestas a solicitudes de información pública de las autoridades del estado de Guanajuato.


    • Sobre el número de personas desaparecidas en Guanajuato

    El total de personas desaparecidas en Guanajuato, registradas por las autoridades, al corte del 30 de abril de 2022 es de casi 3,000 personas, precisamente de 2,961 personas.

    Es una cifra superior a la reportada por la Comisión nacional de búsqueda (de 2,686 personas), ya que la fuente es la fiscalía estatal y, además, se suman las desapariciones de larga data, que son 154, anteriores al 2012, mismas que la fiscalía estatal no registra.

    Un mes antes, el total de personas desaparecidas en Guanajuato, registradas por las autoridades, al 31 de marzo de 2022 era de 2,932.

    • Sobre la situación de cuerpos de personas fallecidas no identificados y/o no reclamados

    Entre cuerpos de personas fallecidas (a) no identificados en fosas comunes (825), (b) en proceso de identificación (21) y (c) depositados en el Panteón Forense (871), en Guanajuato hay potencialmente hasta 1,717 cadáveres que no han sido reclamados ni identificados.

    Se trata de personas que pudieran estar siendo buscadas por sus familiares, pues las fosas comunes son escenarios de búsqueda de personas desaparecidas previstos por los Protocolos vigentes.

    De estos 1,717 cuerpos, entonces, seguramente cerca la mitad tiene calidad de “no identificada”, pero la cifra es mayor, ya que la mayoría de los cuerpos en los panteones forenses son de personas no identificadas o en proceso, y por falta de información y registros públicos desconocemos el número exacto de los que permanecen sin identificar en el nuevo Panteón Forense.

    Potencialmente, entonces, podrían ser hasta 1,700 o más los cuerpos sin identificar y no reclamados en el estado.

    • Sobre áreas de análisis de contexto en la fiscalía y la comisión de búsqueda local

    La legislación prevé crear Unidades de Análisis de Contexto en las Fiscalías y en Comisiones locales de búsqueda de personas desaparecidas.

    En Guanajuato éstas no están operando: son tareas pendientes desde hace 4 y 2 años respectivamente por parte de la FGE Gto, que no tiene esta área, ni comparte alguna investigación hecha al respecto; y de la CEBP. La Comisión Estatal de Búsqueda de Personas (CEBP) de Guanajuato tiene un área de análisis de contexto formalmente, pero todavía está sin coordinación y sin trabajos propios producidos.

    Urge ya que el análisis de contexto para la investigación ministerial es distinto del que se necesita para la búsqueda y hay cada vez más solicitudes de análisis de micro y macro contextos, de correlación de casos y de investigación histórica, social, política, criminal y económica, entre otras, que ha de procesarse, también en el marco de las Acciones Urgentes en el marco de la Convención para la protección de todas las personas contra las desapariciones forzadas de Naciones Unidas (Consulta aquí las fuentes).

    • Sobre las desapariciones forzadas en el estado

    El 22 de noviembre pasado el CED (Comité ONU contra las Desapariciones Forzadas) visitó México y Guanajuato, dando cuenta de cómo las desapariciones ya son un fenómeno sistemático y más complejo, tanto las cometidas por particulares como las que perpetran funcionarios públicos como militares o policías, entre otros. La naturaleza específica de cada tipo de desaparición es, a veces, complicada de determinar, pues son cada vez más difuminados los límites entre una y otra, entre participación directa o tolerancia, entre colusión y cooperación entre autoridades, crimen y otros poderes fácticos dentro de las redes macrocriminales.

    Un dato destaca, de todos modos, y es aquél relativo a las desapariciones forzadas en la entidad, pues los casos no son mayoría del total, sin embargo, son botón de muestra de la gravedad de la situación, como lo ha denunciado en informes y redes sociales la Plataforma por la Paz y la Justicia en Guanajuato y el colectivo de alertas ciudadanas DesapGto, rebasan el centenar las vinculaciones a proceso: hasta octubre de 2021 el Poder Judicial había dictado sólo 13 sentencias condenatorias y 3 absolutorias por el delito de desaparición forzada, es decir cometida por acción directa u omisión por algún servidor público, pero tenía 117 vinculaciones a proceso (en curso).  

    Por otro lado, la FGE Gto reporta de 2013 al 25/11/2021 la cifra de 22 personas vinculadas a proceso por desaparición forzada, 91 por desaparición cometida por particulares, 53 por trata y 291 por secuestro.


    Por Fabrizio Lorusso

    Investigador de la Universidad Iberoamericana León

    Integrante de la Plataforma por la Paz y la Justicia en Guanajuato


    Bases/Fuentes

    Respuesta a la solicitud de información pública de la Unidad de Transparencia de la Fiscalía General del Estado de Guanajuato con Folio 1120900051222, Oficio 384/2022 del 16 de mayo de 2022; Respuesta a la solicitud con folio 1120900010321, oficio 765/2021, 20 de octubre de 2021; y Respuesta a la solicitud con folio 112093900035522, oficio 274/2022 del 7 de abril de 2022.  

    Link para bajar o visualizar los documentos: https://tinyurl.com/2p8cxvxe.

    Sobre desapariciones forzadas: https://twitter.com/DesapGto/status/1506452051475283971

    Sobre Unidades de análisis de contexto: https://twitter.com/DesapGto/status/1520460387568832513

    PS. Para profundizar.

    Viernes 20 de mayo de 2022. “Mensaje de la ONU y situación de las desapariciones en México y Guanajuato”, texto/audio por Fabrizio Lorusso en el espacio Así las cosas, W Radio en AM 1030 – León-Lagos de Moreno, con la periodista Sofía Negrete.


    Versión escrita:
    https://pulso.iberoleon.mx/desaparici…
    Textos relacionados:
    https://poplab.mx/article/GuanajuatoA…
    https://www.infobae.com/america/mexic…
    https://lamericalatina.net/2022/05/17…
    https://periodicocorreo.com.mx/analis…
    https://zonafranca.mx/politica-socied…

  • Ucraina-Messico

    Ucraina-Messico

    Qualche giorno fa c’è stato un ottimo evento sulla guerra in Ucraina presso l’Università Iberoamericana di León, Messico, che poi è anche l’ateneo in cui lavoro come ricercatore e docente da sei anni. Gli interventi, presentati da tre accademici messicani, esperti di relazioni internazionali, economia, filosofia e storia, si sono concentrati rispettivamente sugli aspetti geopolitici, poi su quelli economici e strategici, e infine sulla questione umanitaria ed etica del conflitto.

    Uso l’aggettivo “ottimo” per descriverlo dato che le posizioni espresse sarebbero state considerate piuttosto eterodosse nel contesto del dibattito italiano ed europeo, che può apparire rarefatto, “preconfezionato” o stirato su posizioni acriticamente atlantiste agli osservatori d’oltreoceano latinoamericani.

    Da una parte, in termini geopolitici ed economici nel panel è prevalsa la denuncia dell’accerchiamento progressivo della Nato nei confronti della Russia e le linee storiche della relazione URSS/Russia-Ucraina che spiegano, almeno in parte, le ragioni dell’attacco russo e la “guerra per procura” che l’Alleanza e gli Stati Uniti stanno conducendo tramite l’invio massiccio di armi, le sanzioni e il sostegno dell’intelligence.

    Sono ragioni che non giustificano l’invasione russa, i crimini di guerra e le gravi violazioni ai diritti umani in corso, ma che devono essere comprese e contestualizzate per aprire vie d’uscita che non siano l’annichilamento totale dell’avversario. Il discorso vale per entrambe le parti ed è preoccupante, in questo senso, la graduale e violenta chiusura al riconoscimento “dell’altro” e dell’alterità in un contesto di crescente polarizzazione Occidente/Oriente, Civiltà/Barbarie. A quasi 3 mesi dallo scoppio del conflitto abbiamo preso atto della sospensione del dialogo tra i belligeranti e la debolezza degli scarsi canali diplomatici, ridottisi a delle chiamate tra i ministri degli esteri USA e russo, ai tour del Segretario Generale ONU e ai tentativi di Macron ed Erdogan.

    Dall’altra, in termini di etica e di crisi umanitaria, l’antimilitarismo, quindi l’idea che si stia foraggiando la guerra “by proxy” più che la autodifesa ucraina con l’invio di armi, e la tendenza pacifista, per cui la ricerca di una mediazione e il riconoscimento dell’interlocutore devono mantenersi come priorità assoluta per un immediato cessate il fuoco, hanno caratterizzato l’ultima relazione presentata nel panel messicano. Una posizione vicina anche a qualle di Papa Francesco e di buona parte del movimento pacifista italiano che ha occupato le strade e le piazze in questi giorni e settimane.

    Tornando al prisma d’osservazione bianco-nero, dicotomico e poco funzionale alla comprensione e all’avvicinamento delle parti, la stigmatizzazione dell’alterità, la rappresentazione colonialista dell’altro, che lo rende “inferiore” o “barbaro”, è una questione particolarmente delicata all’interno del dibattito storico e politico dei paesi latinoamericani, che sono e sono stati oggetto di stereotipi e semplificazioni enormi per secoli. O almeno lo è per quella parte che fa del pensiero decoloniale e critico la sua bussola e che denuncia gli opposti fini espansionistici di Russia e Stati Uniti, ma anche della Cina ed altre potenze, senza appannamenti ideologici.

    Il dibatto tra le mura universitarie ha cercato di uscire dallo schema atlantista tout court, prevalente in generale anche in terra azteca tra i media del mainstream, per esplorare scenari e aprire discussioni non manichee sul ruolo di Putin, della Russia, dell’Oriente e del cosiddetto Occidente, concetti, questi, costruiti, ricostruiti e spesso manipolati e distorti all’occorrenza.

    Sebbene in Messico la guerra non sia trattata come “il tema centrale” dell’agenda politica e mediatica, concentrata sugli affari interni, sui viaggi del presidente messicano Obrador in Centroamerica e Cuba, sui temi migratori e sulla relazione bilaterale con Biden, resta uno dei problemi con presenza fissa e comunque importante, soprattutto per le implicazioni legate all’economia e per la relazioni strette e inevitabili del Paese con il vicino statunitense, tra cooperazione inevitabile e sana distanza.

    Inoltre svariuate migliaia di cittadini ucraini si trovano a Tijuana e in altre città frontaliere e sono aumentate le tensioni in materia di migrazione, altro punto fisso dell’agenda USA-Messico, e in relazione alle masse di migranti non-ucraini, per esempio gli haitiani e i centroamericani, che non hanno accesso alle quote d’ingresso e ai visti americani concessi a chi scappa dalla guerra. L’ambascita ucraina a Città del Messico s’e’ mostrata critica nei confronti del governo locale che non ha imposto sanzioni all’invasore e s’e’ astenuto, insieme ad altri 57 paesi, dal votare l’espulsione della Russia dal Comitato per i Diritti Umani all’ONU.

    Con un certa dose di equilibrismo, ma anche di distanziamento simbolico e politico dall’americanismo atlantista puro, il governo di López Obrador mantiene una posizione basata sulla dottrina Estrada, che fa parte della tradizione diplomatica messicana e privilegia la non ingerenza, l’autodeterminazione dei popoli e la neutralità riguardo i conflitti e gli affari interni degli altri paesi. Può sembrare strumentale o costituire una giustificazione per “smarcarsi”, ma la dottrina fa parte di un bagaglio diplomatico latinoamericano, ereditato dal secolo XX ma vigente, di cui fa parte anche la dottrina Calvo, e permette al Messico un certo margine di manovra, almeno in termini retorici: per esempio il 6 maggio scorso il Messico e la Norvegia hanno elaborato una dichiarazione ufficiale, approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU all’unanimità, quindi anche con il voto della Russia, in cui per la prima volta non si parla di guerra ma di pace e si esprime la preoccupazione per la situazione in Ucraina e l’obbligo di risolvere le dispute internazionali in modo pacifico.

    Di Fabrizio Lorusso dal Blog Río Bravo L’Espresso

  • Il filo comune del narcotrafico

    Il filo comune del narcotrafico

    La Colombia è oggetto di violenza per l’estradizione negli Stati Uniti di Otoniel, uno dei più importanti capo narco. Intanto nel Paese, in piena campagna elettorale per le presidenziali del 29 maggio, viene ucciso il pm paraguaiano Marcelo Pecci per le sue indagini contro il narcotraffico . Ci siamo collegati con Bogotà per parlarne con il professore dell’Università di Los Andes Giacomo Finzi.
    Abbiamo concluso la puntata parlando del paese dove è più rischioso fare il giornalista in tutto il mondo: il Messico che solo quest’anno è arrivato a gli 11 morti. Fra gli ultimi figura Luis Enrique Ramírez, di cui abbiamo trovato una testimonianza di chi lo conosceva personalmente: il collega Mario Osorio Beristain.

  • La (ri)discesa in campo

    La (ri)discesa in campo

    La campagna per le presidenziale in Brasile di ottobre ha come data importante quella del 7 maggio per la candidatura ufficiale dell’ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Intanto, da questo e altri paesi sudamericani sono partiti diversi Foreign Fighters verso la guerra in Ucraina con diversa fortuna. Entrambi i casi sono spiegati da San Paolo dalla giornalista e analista Maria Zuppello.

    Poi conosciamo un gruppo di tango che si esibirà a Cadoneghe (Padova) il prossimo 18 maggio: I Cachivache. A raccontare la band il suo fondatore, il chitarrista Vito Venturino.

  • Colombia, Petro rinuncia alla visita nel distretto “cafetero”: c’è un piano per eliminarlo

    Colombia, Petro rinuncia alla visita nel distretto “cafetero”: c’è un piano per eliminarlo
    Foto: Noticias Caracol

    di Giacomo Finzi da Il Manifesto

    Campagna elettorale rovente Il candidato della coalizione progressista, in testa nei sondaggi in vista drelle presidenziali (primo turno il 29 maggio), finisce nel mirino dei paramilitari del gruppo “Cordillera”

    A meno di un mese dalle elezioni presidenziali in Colombia, il candidato del Pacto Histórico, Gustavo Petro, rinuncia alla visita nel distretto cafetero (la regione di Antioquia, Quindio e Risaralda, 320 km a ovest di Bogotà), prevista per il 3 e 4 maggio, per ragioni di sicurezza. Il gruppo paramilitare “Cordillera” starebbe pianificando un attentato al candidato della coalizione progressista.

    Nel comunicato diffuso ieri a Bogotá, l’equipe della campagna assicura che «ha avuto accesso a fonti altamente affidabili e ad alcuni membri delle istituzioni di polizia», che avrebbero indicato una possibile collaborazione tra il gruppo paramilitare e agenti dello Stato, nella fattispecie la Sijin (Seccional de Investigación Criminal). Da parte sua, la forza pubblica ha negato di essere a conoscenza del piano di attentato nei confronti del leader Gustavo Petro, minimizzando la portata della minaccia.

    Il gruppo “Cordillera” si dedica principalmente all’estorsione e al traffico di stupefacenti nella regione occidentale del paese, ma anche al sicariato e all’omicidio selettivo di leader sociali e difensori del territorio. Uno degli assassini del giovane studente Lucas Villa, ucciso nei pressi della città di Pereira durante la rivolta di aprile del 2021, sarebbe parte della pianificazione dell’attentato. Come altri gruppi paramilitari presenti nel Paese, negli ultimi anni la “Cordillera” ha avuto un’importante espansione territoriale, a seguito della mancata implementazione degli accordi di pace tra lo stato colombiano e le Farc-Ep e l’elezione del governo di estrema destra di Ivan Duque.

    Nel mese di aprile anche le Aguilas Negras e il Bloque Capital, altri gruppi paramilitari, avevano minacciato la candidata alla vicepresidenza, Francia Marquez e altri esponenti del Pacto Historico. Nel frattempo, il governo uscente non avrebbe implementato le misure di sicurezza necessarie per l’integrità fisica dei candidati dell’opposizione.

    Oltre alla crescita delle minacce, negli ultimi giorni la violenza ha interessato nuovamente il Cauca (Sudovest del Paese), dove un’autobomba ha colpito il municipio di Argelia. Sempre nel Cauca, il leader indigeno nasa Yesid Caña è stato assassinato da gruppi armati a Miranda il 30 aprile. In questa stessa regione, Indepaz (Instituto de Estudios para el Desarrollo y la Paz) segnala il 37mo massacro dall’inizio del 2022, dove ad oggi sono già stati assassinati 64 attivisti sociali, ambientali e difensori del territorio.

    Tutto ciò si somma al clima da colpo di Stato che hanno suscitato le recenti dichiarazioni del generale dell’esercito Eduardo Zapateiro. Rompendo il patto di neutralità delle forze armate in campagna elettorale, il maggior esponente dell’ala dura della destra colombiana ha manifestato una certa insofferenza di una fetta rilevante delle gerarchie militari dinanzi a una possibile elezione di Gustavo Petro.

    Nonostante il clima di intimidazioni che sta inasprendo il dibattito politico giunto all’ultimo mese di campagna, Gustavo Petro è in testa nei sondaggi dallo scorso marzo, superando il candidato della destra Federico Gutierrez. L’ultimo studio di Percepción País registra un 36,4% di preferenze a Petro contro il 30,6% per il suo principale avversario. Per il probabile ballottaggio che si realizzerà il 19 di giugno, i dati presentano invece un testa a testa tra i due sfidanti.

  • Dopo le prime mosse

    Dopo le prime mosse

    Il Cile ha fatto un primo bilancio della presidenza Boric con tante contraddizioni. Cosa dobbiamo aspettarci del giovane presidente? Ne abbiamo parlato con la sociologa e giornalista Susanna Di Guio in diretta da Santiago. Il secondo collegamento lo abbiamo fatto con Quito per capire le conseguenze politiche della liberazione dell’ex vice di Rafael Correa, accusato di corruzione. Di questo e di altri argomenti della strettissima attualità ecuadoriana ne abbiamo parlato con il professore Davide Matrone.

  • Il costo di una scelta

    Il costo di una scelta

    La situazione in Argentina dal punto di vista economico e sociale diventa sempre più complicata, dopo il contestato accordo del governo con l’FMI che sposta il problema del pagamento del debito al prossimo governo. Ci colleghiamo con Buenos Aires per parlare con lo storico corrispondente dell’Ansa, Maurizio Salvi. Poi ci spostiamo a Rosario per conoscere meglio la comunità dei veneti presente in questa città argentina. Ne parliamo col neo eletto presidente di questa associazione, Mauro Testa.

  • La carovana neo-zapatista per la difesa dell’acqua

    La carovana neo-zapatista per la difesa dell’acqua

    «L’ACQUA NON SI VENDE, SI AMA E SI DIFENDE». Accolta da feste popolari e pugni chiusi, talvolta anche da forze dell’ordine e bande criminali, una carovana indigena neo-zapatista si aggira per il paese rilanciando le lotte comunitarie a difesa delle risorse idriche


    Attivisti della Carovana per la difesa dell’acqua e la vita, Sierra Libres de Puebla (Messico)
    Attivisti della Carovana per la difesa dell’acqua e la vita, Sierra Libres de Puebla (Messico)

    Di Gianpaolo Contestabile da Il Manifesto

    Una carovana indigena, contadina e popolare si aggira per il Messico. Ad ogni tappa, dagli altipiani alla costa, dalla sierra alle periferie urbane, ad accoglierla ci sono comunità in resistenza che con il pugno in alto la salutano gridando «l’acqua non si vende, si ama e si difende». In alcuni territori ci si ferma a parlare con pochi contadini o operaie che si battono contro una discarica inquinante, un allevamento intensivo o l’avanzata dell’agroindustria, in altre comunità l’accoglienza viene offerta da centinaia di persone organizzate secondo il principio neozapatista del «comandare obbedendo».

    LA CAROVANA PER LA DIFESA dell’acqua e la vita è stata lanciata dagli autodenominati Pueblos Unidos, i popoli uniti della regione Cholulteca dei Vulcani, nello stato di Puebla. L’iniziativa è stata inaugurata lo scorso 22 marzo, in occasione della Giornata mondiale per l’acqua, quando varie organizzazioni indigene e contadine si sono riunite fuori dalla sede dell’impresa imbottigliatrice Bonafont-Danone, del comune di Juan C. Bonilla, e hanno organizzato cerimonie tradizionali, intonato slogan zapatisti e manifestato contro il saccheggio dell’acqua perpetrato dall’impresa francese.

    Corteo per la liberazione dei prigionieri politici, San Juan Morelos, Puebla (Messico)

    La carovana è nata nel contesto della Casa dei Popoli “Altepelmecalli”, l’esperienza dell’occupazione dello stabilimento Bonafont durata più di 6 mesi. Le organizzazioni comunitarie locali avevano interrotto le attività dell’azienda già nel marzo 2021 perché questa, per imbottigliare e vendere l’acqua sul mercato, consumava 641 mila litri al giorno attingendo dalle fonti idriche locali. Nell’agosto 2021 i Pueblos Unidos hanno deciso di occupare la struttura e sviluppare progetti educativi, produttivi, di salute comunitaria e di agricoltura, oltre a permettere che i pozzi del Paese tornassero a riempirsi.

    Il 16 febbraio la polizia locale e la guardia nazionale, il corpo armato creato dall’attuale presidente Lopez Obrador, hanno fatto irruzione dentro l’impresa sgomberando gli occupanti e i progetti sociali che stavano costruendo. Berta, un’integrante di Pueblos Unidos con una lunga storia di resistenza sociale, racconta: «La cosa più grave è che hanno calpestato l’autodeterminazione dei popoli, avevamo già deciso l’occupazione dell’impresa in assemblea e loro sono passati sopra la legge del popolo. Speravano di spaventarci. Invece no, al contrario, hanno ravvivato il nostro coraggio e la nostra indignazione».

    GLI OCCUPANTI hanno deciso di continuare a lottare rilanciando l’idea della carovana e facendo confluire organizzazioni da diverse zone del Paese, e non solo, per accendere i riflettori sui conflitti ambientali negli stati di Puebla, Tlaxcala, Morelos, Veracruz, Guerrero, Città del Messico, Queretaro, Stato del Messico e Oaxaca.

    Sit-in di fronte a un’azienda agroindustriale, Sierra Libres de Puebla (Messico)

    Una delle vertenze principali è sicuramente il Progetto Integrale Morelos (Pim), una centrale termoelettrica il cui gasdotto è stato costruito dall’impresa italiana Bonatti. La grande opera attraversa gli stati di Puebla, Tlaxacala e Morelos e ha esacerbato un conflitto con le comunità che denunciano lo sfruttamento dei corsi d’acqua, la pericolosità della vicinanza del gasdotto ai vulcani attivi e la repressione che è stata implementata contro gli attivisti che si oppongono al mega-progetto. Tra questi è noto il caso di Samir Flores, contadino e voce della radio comunitaria Amiltzingo, freddato davanti alla sua casa nel 2019, dopo che si era nuovamente esposto pubblicamente contro il Pim e il partito di governo Morena che lo promuove.

    Samir Flores e i popoli che hanno organizzato la carovana raccolgono l’eredità storica delle lotte contadine e popolari sorte fin dai tempi della Rivoluzione Messicana quando l’Esercito del Sud di Zapata ridistribuiva le terre in quelle stesse geografie in cui ora si resiste contro le imprese.

    AD ACCOMPAGNARLI ci sono diverse organizzazioni tra cui il popolo Otomì che ha occupato la sede dell’Istituto nazionale dei Popoli indigeni nella capitale, i popoli dell’Istmo di Tehuentepec che lottano contro le imprese eoliche, tra cui Enel Green Power, e la costruzione del gigantesco corridoio interoceanico che attraverserà il Paese da costa a costa, le donne mazatecas che chiedono libertà per i loro familiari prigionieri politici, le attiviste di Lützerath che lottano nella foresta tedesca contro l’espansione della più grande miniera di carbone a cielo aperto d’Europa e molti altri collettivi.

    La carovana è appoggiata dall’Ezkn e dal Consiglio nazionale indigeno e si rifà ai principi del neozapatismo e alla Sesta dichiarazione della Selva Lacandona. Molte delle comunità in cui si ferma a fare tappa stanno costruendo processi di autogoverno e difesa territoriale secondo l’ispirazione dei caracoles zapatisti che continuano a essere un punto di riferimento in Chiapas.

    DALLA REGIONE DEI VULCANI ai canali di Xochimilco la carovana viene accolta da feste comunitarie, cortei, pranzi collettivi, danze, striscioni e laboratori aperti sulle tematiche ambientali. In alcuni casi, ad aspettarla, ci sono anche le forze dell’ordine, vari soggetti armati e veri e propri convogli di fuoristrada dei gruppi criminali locali.

    1.     Corteo di benvenuto alla Carovana, Xochimilco (Città del Messico)

    Nonostante le minacce la resistenza della carovana continua. Israel, giovane militante dei Pueblos Unidos con il volto coperto da un paliacate nero, è uno dei coordinatori della carovana, proviene da una famiglia contadina originaria del territorio danneggiato da Bonafont e ci tiene a precisare: «Noi Pueblos Unidos della regione Cholulteca dei Vulcani stiamo lottando per il territorio, l’autonomia e contro il capitalismo. L’idea della carovana è nata per farci conoscere altre lotte e riconoscerci in quanto popoli con un nemico in comune. L’obiettivo è quello di rafforzarci affinché uniti possiamo affrontare la guerra del capitalismo contro la Madre Terra e i popoli originari». Per Israel è importante costruire alleanze tra lotte e esperienze di resistenza sia a livello nazionale che internazionale affinché ognuno possa «denunciare quello che sta succedendo nel suo paese o regione e costruire insieme una relazione globale di difesa del territorio».

    LA LOTTA È INTERNAZIONALE perché la crisi legata all’acqua è un problema mondiale. Secondo Unicef più di due miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile, l’Unesco calcola che l’80% delle acque di scarico ritornano in circolazione senza essere trattate e un report delle Nazioni unite stima che più di 4 miliardi di persone vivono almeno un mese all’anno in scarsezza d’acqua.

    L’inquinamento delle fonti idriche da parte delle imprese, il consumo sregolato da parte dell’agroindustria, la produzione di gas e anidride carbonica che favorisce il riscaldamento globale e quindi la siccità sono fenomeni che hanno ripercussioni planetarie. In Messico l’acqua è già diventata una fonte di conflitti tra i popoli e le imprese come Danone, Wallmart, Coca cola o la produttrice di birre statunitense Costellation Brands che ha dovuto chiudere nella città di Mexicali dopo le proteste della popolazione.

    Come denunciano i Pueblos Unidos della carovana no es sequía es saqueo, «non è siccità ma saccheggio», perpetrato da parte delle imprese e legittimato dal governo di turno.