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  • Il Brasile di oggi, tra nuovo ciclo progressista e l’onda del bolsonarismo

    Il Brasile di oggi, tra nuovo ciclo progressista e l’onda del bolsonarismo

    Report del dibattito con Federico Nastasi e Alessandro Peregalli tenutosi a Radio Sherwood

    Di Martina Lepore da Global Project

    Il 10 novembre si è tenuto a Radio Sherwood dell’anno il dibattito “Fora Bolsonaro? Un talk sulle elezioni brasiliane” che ha visto come ospiti Federico Nastasi, ricercatore e collaboratore di diverse testate giornalistiche italiane e spagnole e Alessandro Peregalli, ricercatore indipendente di Studi Latinoamericani e redattore del blog lamericalatina.net.

    Il dibattito è stato moderato e introdotto da Rossella Puca, che ha fatto una panoramica introduttiva delle elezioni del 30 ottobre 2022 che hanno visto come vincitore Luiz Inacio Lula da Silva, leader del partito dei lavoratori con il 50,9% dei voti, contro il 49,1% dei voti per Jair Bolsonaro, il leader uscente dell’estrema destra. Lula è già celebre per essere stato l’unico presidente eletto nel 2003 proveniente da una classe operaia in un paese come il Brasile, classista e ricco di disuguaglianze. Il Brasile si trova diviso in due fazioni: chi considera Lula come un eroe che ha fatto uscire milioni di persone dalla povertà e che ha dato loro l’opportunità di una vita migliore rispetto a quella dei propri genitori, e chi invece lo considera come il capo di una “banda di ladri” che ha sottratto soldi pubblici dalla compagnia petrolifera statale Petrobas che gli sono costati diciannove mesi di carcere, nonostante poi le condanne per corruzione siano state annullate o archiviate.

    Bolsonaro, nonostante abbia perso, si ritrova comunque con una grande fetta di elettorato che non può essere ignorato. Il suo governo viene ricordato per aver adempiuto azioni a dir poco controverse come l’incremento della deforestazione amazzonica e la minimizzazione dei rischi del covid. Inoltre, negli ultimi mesi, in piena campagna elettorale, ha promesso di ampliare ulteriormente le norme per l’accesso alle armi ed ha strumentalizzato la religione per legittimare politiche ultraconservatrici.

    Il primo a entrare nel merito delle tante questioni aperte è Federico Nastasi, che ha visto con i propri occhi le manifestazioni pro-Bolsonaro che negano la vittoria di Lula nonostante non ci sia nessuna prova per contestare il risultato: «molti continuano a vivere in una realtà alternativa che vede il nuovo presidente come un ladro e addirittura un diavolo». Il risultato del voto vede un paese polarizzato. «Vediamo un Bolsonaro soddisfatto per aver liberalizzato il mercato delle armi, causando milioni di pistole in giro per il paese. Ci sono stati casi in cui bolsonaristi hanno ucciso militanti in sostegno di Lula. La giovane democrazia cerca di andare avanti, ma dal punto di vista sociale ci sono ancora delle fratture difficili da sanare».

    Alessandro Peregalli ha vissuto il momento elettorale e post elettorale una città a sud est del Brasile, che si trova a nord di Rio De Janeiro. Non ha mai visto delle elezioni con così tanto fermento, nonostante abbia vissuto anche quelle del 2018 che si conclusero con la vittoria di Bolsonaro. Descrive il clima di queste elezioni come apocalittico, come se stesse per finire il mondo. «In Brasile tutti mostrano la propria posizione, a partire dall’adesivo sulla macchina alle magliette con il volto di Bolsonaro o Lula. È stata un’elezione tra due Brasili diversi, sintesi di un processo storico che viene dalla fine di una dittatura, ma con la voglia di riscattare il volere di un paese democratico». Il Brasile di Bolsonaro punta a distruggere la democrazia – per una questione culturale, politica ed economica – a differenza del Brasile “popolare” di Lula.

    Dopo questo giro introduttive di risposte viene posta una seconda questione che mira ad approfondire l’analisi del voto: «chi è l’elettore di Bolsonaro e chi invece lo è di Lula, e cosa significa per il Brasile il “Bolsonarismo”?».

    Alessandro Peregalli afferma che Lula e Bolsonaro sono le più grandi figure popolari della storia degli ultimi 30 anni. Questo perché, oltre al fatto di essere delle figure molto carismatiche che riescono a coinvolgere una larga fetta di militanti, entrambi sono outsider rispetto alla politica tradizionale. Lula è il primo presidente in Brasile che viene da una famiglia povera, diventa operaio metalmeccanico (perdendo un dito mentre era a lavoro, diventando il simbolo del Brasile operaio) e diventa nel 1983 il leader del nuovo sindacalismo CUT (Central Única dos Trabalhadores). Vari campi popolari hanno cercato di eleggere Lula, riuscendoci nel 2002, quando il processo di trasformazione politico era stato già compiuto ed era in continuità con i social-liberali.

    Dall’altra parte abbiamo Bolsonaro che viene da una piccola famiglia borghese di provincia nella periferia di San Paolo, con il padre che si vantava di essere un dentista, quando in realtà era solamente un assistente che faceva protesi dentali. Persegue una carriera militare di basso livello dove viene espulso per le sue ideologie da sindacalista ribelle e reazionario. Impersonifica un nuovo modello di fascismo, che ha avuto l’appoggio principalmente da parte del settore agro-capitalista, mentre Lula ha raccolto consensi sul settore del “capitalismo verde”, in particolare sul grande tema della riqualificazione dell’Amazzonia. Quest’ultimo è stato supportato molto dalla Cina, da altri Paesi dell’America Latina e gli Stati Uniti. I proletari, e i settori pubblici sono quelli che hanno permesso la vittoria di Lula. L’elettorato di Bolsonaro vede invece il consenso tra borghesi, ma soprattutto tra le chiese evangeliche e pentecostali. Il nord est del Brasile ha appoggiato Lula, in quanto più povero e già parteggiante per i governi petisti che hanno permesso alle famiglie di uscire da una situazione di fame. Il resto del Brasile ha votato Bolsonaro perché è più ricco e più favorevole all’agrobusiness, ma nonostante questo ha avuto meno voti rispetto a quattro anni fa.

    Il “Bolsonarismo”, spiega Alessandro, è un fenomeno divergente rispetto ad altre forme di “populismo reazionario” che si sono sviluppate in Occidente. Bolsonaro in passato aveva vinto nelle grandi città e perso nelle zone rurali. Oggi questa cosa si è capovolta perché il blocco sociale di Lula fa fatica a intercettare il consenso tra i nuovi proletari, gli autonomi e i lavoratori delle piattaforme. Ad esempio, c’è molta precarietà tra i riders che faticano ad entrare in un orizzonte di pensieri con valori improntati a sinistra. Il Bolsonarismo è molto forte in alcuni settori operai per via delle chiese evangeliche. Inoltre, bisogna analizzare la storia del Brasile, che vede un’unificazione tra il blocco agrario e la nuova aristocrazia rurale, dove è in corso un percorso di deindustrializzazione che fa si che molte fabbriche chiudano (come la Ford, ad esempio), dando più spazio e importanza all’esportazione della soia. Il settore dell’agro business è sempre più forte, quindi favorevole a Bolsonaro in quanto ha esplicitamente detto di voler togliere tutte le procedure burocratiche per ampliarne il mercato. Si assiste, quindi, ad una grande contraddizione: Bolsonaro gode ampio favore tra le classi medie poiché queste odiano Lula per aver promosso un’inclusione sociale dei poveri che sono stati visti come una minaccia negli anni del petismo, ma allo stesso tempo prende voti dal nuovo proletariato, disilluso nella fase del governo petista, caratterizzata da un forte indebitamento privato.

    L’aspetto ideologico del Bolsonarismo fa leva sulle chiese evangeliche, sul ritorno all’ordine e disciplina e al non utilizzo di droghe. Energizza la nazione, che viene vista come corrotta, con la corruzione dei costumi che “manda in malora” la società brasiliana. In questo voler ritornare all’ordine, un aspetto rilevante lo assume la liberalizzazione delle armi.

    Federico Nastasi interviene su questo punto raccontando un aneddoto. Appena arrivato a settembre in Brasile ha partecipato a una manifestazione pro- Lula e ad un certo punto ha iniziato a piovere. Mentre correva ai ripari ha ascoltato una signora che sperava nel ritardo dell’arrivo di Lula, così da non bagnarsi e non raffreddarsi. Racconta questo aneddoto per farci comprendere che Lula è proprio un simbolo, l’unico che effettivamente può sconfiggere Bolsonaro e la sua “eredità”.

    Il presidente di estrema destra ha utilizzato tutti i mezzi per arrivare al 49%, ma che comunque non sono bastati. La campagna di Lula ha visto la coalizione più grande di sempre, avendo dalla sua parte lavoratori, movimenti sociali, gruppi più moderati che storicamente erano a destra, ma che poi si sono staccati per schierarsi dalla parte di Lula. Questo ha vinto nelle metropoli, è stato votato dai cattolici. Bolsonaro, invece si presenta come un outsider, ma sta in parlamento da sempre ed ha colonizzato per primo i social network. Un altro elemento importante sono sicuramente le chiese evangeliche. Il Brasile era uno dei paesi più cattolici del mondo, fin quando agli inizi degli anni 2000 le chiese evangeliche iniziano ad aumentare, sostituendosi alle istituzioni che mancavano nelle zone periferiche, con una forte presenza di afrodiscendenti.  

    Inizialmente gli evangelisti venivano visti come delle sette da parte dei cattolici, ma Bolsonaro, capendo che potevano essere una grande fetta di elettori, diventa il loro portavoce. È riuscito a trasformare la destra brasiliana, che fino al 2014 era moderata, in una destra radicale. Nonostante Bolsonaro sia stato sconfitto, il bolsonarismo ha ancora molta energia.

    La terza domanda riguarda come invece siano state gestite le campagne elettorali dal punto di vista comunicativo dai due leader, in quando sembra che questa si sia trasformata in una vera è propria guerra, che ha utilizzato ogni mezzo per distruggere la reputazione del competitor. Inoltre, è stato chiesto agli ospiti di analizzare la questione dell’utilizzo della disinformazione e delle bugie diffuse sui social network e di come queste abbiamo avuto un peso sulla campagna elettorale.

    Federico Nastasi afferma di aver imparato da quando è in Brasile cosa sia una guerra culturale. Bolsonaro passa da 100000 voti a 450000, triplicandone il risultato dal 2014. Ha colonizzato lo spazio comunicativo. Gli evangelici non avevano uno spazio sotto questo punto di vista, nonostante stessero aumentando. Come già detto prima, Bolsonaro diventa quindi il loro portavoce, guadagnando così molti voti. In televisione non veniva più invitato in quanto scherniva gli altri ospiti; quindi, comprese che i social network potevano diventare un’ottima strategia come mezzo comunicativo. Whatsapp, ad esempio è fondamentale come strumento per poter fare una campagna elettorale in Brasile. È qui che girano messaggi di fake news, come quella che diceva il vaccino anticovid trasformava in alligatori. Bolsonaro diventa un vero e proprio influencer. Per quanto riguarda invece la sinistra, c’è un dibattito in corso in quanto una parte afferma di voler contrastare il nemico con le stesse armi, mentre invece l’altra non vuole avallare la modalità di utilizzo delle fake news.

    L’ultima domanda amplia lo spettro della discussione. «Le maggiori economie dell’America Latina sono guidate da governi di sinistra “progressisti” con Fernandez in Argentina, Petro in Colombia, Boric in Cile e Lopez Obrador in Messico. Un gruppo piuttosto eterogeneo che per quanto simili differiscono su alcuni aspetti, come ad esempio la posizione di Lula per quanto riguardo la tematica dell’estrattivismo e sulla transizione energetica. Cosa c’è da aspettarsi dalla presidenza di Lula per i prossimi quattro anni e quali sono le principali sfide da affrontare?».

    Alessandro Peregalli risponde che la vittoria di Lula è l’ultimo tassello su una mappa che va da nord a sud, in un momento di grande egemonia progressista, che vede l’inizio di un secondo ciclo. Non si può dimenticare il governo di Lula del 2010, con il suo ciclo progressista che spingeva fortemente all’estrattivismo. Il Brasile era una terra sacrificata, in nome del progresso sociale. Considerando il governo precedente di Lula, possiamo immaginarci come sarà il prossimo. I primi due modelli erano caratterizzati da un modello will win, dove vincono tutti: i ricchi si arricchiscono ancora di più e i poveri riescono a riemergere. Dietro questo tema di fondo abbiamo un altro movimento, quello che vede l’inclusione sociale e il voler salvare la gente dalla fame (come diceva di voler fare nel 2002). Vuole promuovere un’inclusione finanziaria, con associazioni sia pubbliche che private a garantire dei servizi.

    La critica che si muove alla sinistra è che ormai non si presenta più come rottura dell’ordine, ma come una gestora del capitalismo per poter gestire tutti. Non è stata fatta nessuna riforma strutturale, c’è un contesto più caotico oggi che non agevola la situazione rispetto al 2002. C’è una polarizzazione che ha favorito l’onda bolsonarista. I salari sono più bassi. Questi sono elementi che impediscono una riforma progressista oggi. La stessa sinistra oggi è più interessata ad avere un posto statale, piuttosto che avere delle riforme lavorative.

    La destra ha una propria narrazione degli avvenimenti, è più militante in casa, per strada e a lavoro. Fa lotte economiche come quelle che abbiamo visto tra i riders, camionisti e autisti di Über. Il bolsonarismo è una forza molto presente. Lula è capace di mantenere il consenso, ma la questione è più difficile e caotica rispetto al 2002.

  • La lotta politica e musicale

    La lotta politica e musicale

    Il 20 novembre è scomparsa in Argentina Hebe de Bonafini, storica leader di uno dei due gruppi delle Madres de Plaza de Mayo. I suoi resti sono stati lasciati nella piazza che l’ha vista protagonista di tante lotte. Ci colleghiamo con Buenos Aires per farci raccontare la sua incredibile storia da Maurizio Salvi, corrispondente dell’agenzia Ansa nella capitale argentina. La seconda pagina è dedicata ad una figura centrale, anch’essa scomparsa in questi giorni, della musica latinoamericana: il cubano Pablo Milanés, autore di “Yolanda”. Racconta la sua storia, anche politica, l’esperto Alessio Surian

  • Reseña – Miguel Rocha Vivas, “Mingas de la palabra”

    Reseña – Miguel Rocha Vivas, “Mingas de la palabra”

    por Simone Ferrari, vía Altre Modernitá

    Publicado por primera vez en 2016 y galardonado en el mismo año con el Premio Casa de las Américas de Estudios sobre las Culturas Originarias de América, el texto Mingas de la palabra de Miguel Rocha Vivas se presenta como una profunda y detallada orientación hacia las últimas décadas de producción (ora)literaria indígena en América Latina, con un enfoque específico en el espacio colombiano. De la Sierra Nevada del Cocuy al Valle del Sibundoy, de la frontera panameña a la venezolana, sin pasar por alto las redes continentales con los territorios mapuches de Chile y con el Perú quechua (entre otros), el mapa geográfico y conceptual tejido por el autor se mueve a partir de una epistemología fundamentalmente decolonial. Una perspectiva que se basa en dos ejes analíticos –las textualidades oralitegráficas y las visiones de cabeza– reveladores, en su dimensión horizontal y dialógica, de la potencia expresiva de un corpus artístico plural y heterogéneo. En total afinidad con el carácter comunitario y dialéctico implicado en el significado de minga, el acercamiento a los autores analizados a lo largo del texto no se plantea como una agrupación antológica de estudios específicos, sino como una elaborada investigación en busca de aquellos espacios interseccionales capaces de deconstruir ciertas visiones dominantes de conceptos como los de autoría, sujeto poético, género literario, alfabetización. A partir de dichos espacios surgen las mingas de la palabra como proyectos artísticos, políticos y sociales que se manifiestan, en su ramificado conjunto, como eficaces detonadores del largo recorrido hacia la dignificación cultural de la indigeneidad que se puso en marcha en Colombia y en el continente americano. En tal sentido, el arco temporal escogido en la selección del corpus –las dos décadas que siguen la reforma constitucional de 1991, donde por primera vez se reconoce el carácter pluriétnico de la nación colombiana– nos ubica en una etapa extremadamente significativa para las culturas nativas de América, cuyas luchas se visibilizan gracias a acontecimientos históricos cruciales, como el Premio Nobel de la Paz asignado a Rigoberta Menchú (1992) o las movilizaciones zapatistas en Chiapas (1994). Precisamente en esta época las literaturas indígenas de Colombia asumen voces y nombres propios, a partir de epicentros comunitarios distintos –Wayuu, Camëntsa, U’wa, Yanakuna, Gunadule, entre otros– cuyas producciones, en los derroteros exegéticos recorridos por Rocha Vivas, se entretejen en los marcos de análisis de las textualidades oralitegráficas y de las visiones de cabeza, de la palabra percibida como envisionamiento del pensamiento, de una interculturalidad que “se concreta en interacciones particulares entre textos” (21). Epistemologías de sentido que encuentran su representación emblemática en la primera expresión artística examinada a lo largo del texto: el Mapa de la Minga Nacional de Educación Superior de Pueblos Indígenas, una propuesta cartográfica alternativa del territorio colombiano, construida mediante diferentes escrituras ideo-pictográficas indígenas, que ejemplifica la pluralidad comunicativa, la valoración de lenguajes no alfabéticos, la conexión entre función artística y pedagógica en el mensaje icónico de las culturas nativas. A partir del Mapa de la Minga Nacional comienza el recorrido del autor por las voces más representativas de las 101 nacionalidades indígenas de Colombia, conectadas continentalmente, en sus palabras, por medio de una Abya Yala entendida aquí como “tierra sangre, tierra que sangra, tierra que pare, tierra que ha parido” (57). Territorios y cuerpos se tejen en una urdimbre que evoca la Pachamama en la pluralidad de sus dimensiones y construye la esencia del proyecto oraliterario, presentado por Rocha Vivas desde el espacio del suroccidente colombiano a través de las figuras de Fredy Chikangana/Wiñay Mallki, yanacuna del Macizo caucano, y de Hugo Jamioy, camëntsa del Putumayo: dos autores que otorgan un espacio central a Colombia en el mapa de la oralitura continental, cuyo epicentro fundacional, hecho símbolo por el fogón –cuna de la voz ancestral mapuche– se coloca en el Chile del oralitor Elicura Chihuailaf, y en los contenidos de su Recado confidencial a los chilenos (1999): Los lectores ideales de Recado son convocados al fogón, o espacio tradicional de la palabra mapuche. El fogón se torna en el axis mundo de la oralitura por su conexión con la oralidad y la infancia del oralitor: “A orillas del fogón escuché cantar a mi tía Jacinta y escuché los relatos y adivinanzas de mi gente” (Chihuailaf, 1999: 24). El fogón “es el símbolo que arde en medio de este soliloquio, compilación, o como desee usted llamarlo. Tal vez, recado confidenzial” (85). Alrededor del fogón se ubica figurativamente el lector de la obra oraliteraria, como oyente y observador de un proceso que tiene una “voluntad abiertamente pedagógica y sugestivamente política” (110), la cual se mueve desde la recuperación del idioma nativo hacia la dignificación cultural de lo indígena a través de la rearticulación, en la oralitura, del pensamiento ancestral. Un proyecto intercultural, un sueño panandino que recurre los Andes hasta llegar a Colombia, asumiendo sentido de resistencia, de reinvención de lo comunicado y de lo comunicable, no solamente por medio de la palabra. Es el caso de las realizaciones poéticas del oralitor caucano Fredy Chikangana/Wiñay Mallki, en las cuales se sintetizan, en términos oralitegráficos, múltiples dimensiones del lenguaje. En Samay pisccok pponccopi mushcoypa/Espíritu de pájaro en pozos del ensueño (2010) la disposición de la palabra en la presentación de los poemas resulta fundamental para su exégesis, como evidencian las alusiones formales al imaginario del tejido y a la figura de la tejedora como creadora de textualidades, o las deconstrucciones estructurales de textos que invocan la enajenación y el vacío del cuerpo colonizado: una búsqueda de la máxima potencialidad expresiva del contenido presentada como necesaria y no como experimental, concretada en una formalización pluridimensional que se define en el texto con la conceptualización de poegrama. En el proceso artístico del oralitor, nos dice Rocha Vivas, la palabra escrita adquiere un sentido de acompañante, de parte de una totalidad comunicativa prismática: una palabra que, al conllevar una enorme carga telúrica y corporal/maternal en su semántica, dignifica la operación oraliteraria como obra de labor manual o de siembra: “De maíz son mis versos/y de agua mi esencia” (118), donde el oralitor se presenta como transmisor y artesano de la palabra original preservada y defendida por los mayores: “los ancianos sabedores de las comunidades son los verdaderos poetas y cantores” (101). Así mismo, al presentarnos el texto Bínÿbe oboyejuanyëng/Danzantes del viento de Hugo Jamioy, Rocha Vivas nos da cuenta de otra voz de la oralitura que se propone como “mensajero y puente entre culturas” (133), dentro de una práctica de textualidad oralitégrafica donde lo poético se produce en conexión con lo oral (palabra de los mayores) y lo gráfico (máscaras, pinturas, fotografías, ideografías, tejidos). La palabra se hace cargo del ritual de reencuentro de Jamioy con su espacio nativo, y a lo largo del texto no se desarrolla: se “desenrolla” como un chumbe, faja tradicional de la comunidad camëntsa (entre otras) cuyo tejido, a través de un lenguaje textil, se construye según signos y significados que permiten la lectura de historias ancestrales; un código comunicativo no-alfabético, simbólicamente guardado en el canasto, que Rocha Vivas –en una de las múltiples miradas diacrónicas planteadas en la obra– indaga desde su surgimiento en las culturas preincaicas. En la segunda parte de Mingas de la palabra el autor dirige su interés hacia los movimientos desarticuladores-rearticuladores impulsados desde la palabra indígena, interpretados a través de la categoría de aproximación de las “visiones de cabeza”, o decapitaciones simbólicas (170) de ciertas formas culturales y representacionales dominantes. Una imagen, la del corte/cambio de cabeza, que surge como grito de denuncia contra el colonialismo en la palabra de José María Arguedas, precursor y referencia continental para la literatura quechua contemporánea. Ante los intentos de inclusión, captura, debilitamiento de la indigeneidad, la palabra comunitaria responde con un llamado a la recuperación y a la reivindicación de culturas e imaginarios, de luchas y resistencias que se fijen como objetivo la restitución simbólica de las “cabezas decapitadas” por la violencia colonial, a partir de la reconstitución de cuerpos y de la reconexión con territorios, asumiendo perspectivas que implican una mirada hacia el otro desde “una cabeza que busca rearticularse” (192). Dichos actos rearticuladores se dinamizan por medio de respuestas complejas, no necesariamente ubicadas por fuera del espacio urbano. Lo que Rocha Vivas nos presenta en el recorrido propuesto en esta sección es una producción artística variada, plural en su ejercicio de recentramiento identitario y, en algunos casos, de retorno a lo comunitario. La ciudad y las insidias del regreso a la espacialidad nativa construyen, por ejemplo, el radical lugar de enunciación de la escritora u’wa Berichá, que en su texto autobiográfico Tengo los pies en la cabeza, presenta su estatus de doble marginación – tanto en la sociedad colombiana, a causa de su identidad indígena, como en su misma comunidad, por haber nacido sin pies. Una dúplice condena a partir de la cual se fundamenta la construcción de una voz de desobediencia en la investigación que Berichá realiza acerca de las tradiciones u’wa, desde una perspectiva corporal “sin pies, con pies en la cabeza o incluso con cabeza en vez de pies” (190), en busca de una rearticulación que, en este caso, finalmente no se obtendrá. En este orden de ideas, a lo largo del texto se alumbran otros planteamientos desensambladores de los imaginarios culturales radicados en la sociedad dominante: particular relieve asumen, en este sentido, las problematizaciones del alfabetocentrismo y de la consecuente presunción de asumir como inferiores las culturas orales “por su supuesta falta de abstracción y pensamiento crítico” (197). Las visiones de cabeza que nos ilustra Rocha Vivas abarcan las criticidades de la cuestión a partir de su teorización, como revela el investigador comunitario gunadule Abadio Green/Manibinigdiginya, al señalar que “la textualidad no se produce al graficar, ni está ligada necesariamente al registro escrito” (200). En el reto a un repensamiento de la centralización del lenguaje alfabético encuentra su espacio el oralitor Hugo Jamioy, quien interpela a la sociedad colombiana en su Ndosertanëng/Analfabetas: “A quién llaman analfabetas,/¿A los que no saben leer los libros o la naturaleza?” (212). ¿Quién es el verdadero analfabeto? ¿Qué se esconde en el espacio social detrás de la ciudad letrada, o ciudad alfabética? Otras deconstrucciones simbólicas en este sentido surgen desde la voz de dos escritoras wayuu: Estercilia Simanca Pushaina, quien en su cuento Manifiesta no saber firmar. Nacido: 31 diciembre (2006) denuncia, a través de una narrativa urgente y directa, las fronteras creadas por el proceso colonizador escondido en la burocracia grafocéntrica del Estado (230); Vicenta Siosi, y su Esa horrible costumbre de alejarme de ti (1995), narración de los choques psicológicos, de las dinámicas de inclusión-exclusión, de la desnaturalización cultural en los niños wayuu adoptados como servidumbre doméstica en la ciudad letrada. En un derrotero que cruza las conceptualizaciones de espacio y tiempo, los cuestionamientos de las estructuras explotadoras de cuerpos y territorios, las nuevas formas de intercambio e interculturalidad dentro de los sistemas de pervivencia comunitaria, hasta llegar a las problematicidades de las dinámicas del turismo étnico – indagadas en la obra del escritor wayuu Vito Apushana– la profunda propuesta de Rocha Vivas densifica y entreteje voces en apariencia lejanas, conectadas por la misma perspectiva “de cabeza”, y por las complejas ataduras entre los distintos lenguajes presentados, que oscilan de lo audiovisual –se citan, entre otros, los documentales de denuncia producidos por los indígenas Nasa– a lo iconográfico, de lo textual a lo textil. En fin, Mingas de la palabra de Miguel Rocha Vivas, en su vocación colectiva, en su reflexión dialógica y no antológica, logra una extraordinaria operación de dignificación de la palabra bonita, guardada en el canasto, en su valor pluridimensional y comunitario.

  • Amazzonia, non tutto è perduto

    Amazzonia, non tutto è perduto

    Il presidente eletto del Brasile, Lula Da Silva diventa il centro della Cop27 con un discorso che marca una rottura con la politica sull’Amazzonia e il mancato piano ecologista di Bolsonaro. Lo racconta da Sharm el-Sheik la giornalista di Avvenire e co-autrice di “Frontiera Amazzonia. Viaggio nel cuore della terra ferita” (EMI, 2019), Lucia Capuzzi.

    Poi dedichiamo uno spazio musicale a Gal Costa, scomparsa il 10 novembre. E concludiamo con un collegamento in diretta con Bogotà per fare un primissimo e provvisorio bilancio del governo di Gustavo Petro, a 100 giorni del suo insediamento. Dalla capitale colombiana il professore Giacomo Finzi.

  • RESEÑA. Vilma Almendra, Entre la emancipación y la captura: Memorias y caminos desde la lucha Nasa en Colombia

    RESEÑA. Vilma Almendra, Entre la emancipación y la captura: Memorias y caminos desde la lucha Nasa en Colombia

    (Ecuador, Abya Yala, 2018, 360 pp. ISBN 994-209-513-6)

    por Simone Ferrari, vía Altre Modernità

    “La palabra sin acción es vacía. La acción sin la palabra es ciega. La palabra y la acción por fuera del espíritu de la comunidad: son la muerte.” El imponente legado espiritual de la sabiduría ancestral nasa encuentra en esta cita una de las expresiones más representativas de la indisoluble conexión entre palabra y acción en el resistir territorial del Cauca indígena. Un sólido entretejido comunitario que ha permitido la constitución de teorías y prácticas seculares de lucha desarmada contra el invasor, en una trayectoria condicionada por etapas cíclicas de violencias, explotaciones y despojo. Vilma Almendra, escritora indígena de etnia nasa (y misak), en su obra Entre la emancipación y la captura. Memorias y caminos desde la lucha Nasa en Colombia (2018) alumbra los derroteros de resistencia hacia la autonomía -y de autonomía para la resistencia- recorridos por su pueblo en las últimas décadas. El texto de Almendra es publicado en su segunda edición por la editorial ecuatoriana Abya Yala, referente absoluto para las voces amerindias contemporáneas; y de voces, pluralizadas y heterogéneas, tenemos que hablar al referirnos a la autoría de Entre la emancipación y la captura: voces comunitarias que Almendra se encarga de tejer en su lúcida deconstrucción de la historia contemporánea indígena del Norte del Cauca.

    En su valiente apuesta discursiva la escritora desdibuja, desmitifica, problematiza los discursos dominantes acerca de la milenaria resistencia nasa. Su enfoque se dirige a las fracturas y a las debilidades de un proceso de lucha que necesita restablecer con claridad sus fronteras, y redefinirse a partir de una oposición firme a todos los centros de poder que tengan como objetivo la inclusión forzada, el silenciamiento y la muerte de la comunidad. Actores impulsadores de proyectos de conquista que en la obra se identifican tanto en los gobiernos colombianos que se sucedieron en estas décadas como en las fuerzas paraestatales, las élites de terratenientes y otras estructuras de captura, también internas al espacio comunitario. Ante el miedo producido por el progresivo absorbimiento privatizador de cuerpos, territorios e imaginarios por parte de los dueños de la tierra (y de la guerra), el tejido de resistencia propuesto por Almendra no se limita a un ejercicio textual poderoso y colectivo. La trayectoria que el texto teoriza y recorre, como parte de un pueblo en camino, es una experiencia discursiva que se constituye en la textura palabra-acción, es decir, el “palabrandar”: la capacidad de caminar la palabra para que esta se vuelva acto transformativo del entorno, herramienta para desenmascarar los proyectos de muerte camuflados, agazapados, escondidos detrás de una semántica en apariencia inclusiva.

    Desde un lugar enunciativo incómodo y fronterizo, en tanto mujer, indígena y caucana, Almendra hila palabras que se convierten en chumbes, mingas, asambleas: espacios comunicativos nativos, propios y realmente representativos de las urgencias de la indigeneidad contemporánea. En la exegesis de la condición social y política de un pueblo asfixiado entre ataduras y rebeldías, las reflexiones de la escritora dialogan con el ‘afuera’, en una modalidad no canónica de asamblea comunitaria: la interpretación de los neocolonialismos territoriales se convoca a partir de un intercambio de lecturas y enfoque tanto locales como translocales. Resultan clave, en este sentido, las referencias a pensadores no caucanos, pero capaces de producir reflexiones de inmenso impacto descolonizador a partir de prácticas y experiencias vividas en el Cauca: Emmanuel Rozental, en primer lugar, pero también los curas italianos Antonio Bonanomi y Ezio Roattino. De la misma forma, en la asamblea imaginada y practicada en la obra, intervienen los discursos de figuras fundamentales de la cuestión andina contemporánea, como Arturo Escobar, Catherine Walsh, Silvia Rivera y Raúl Zibechi. Palabras cuyas perspectivas se interconectan con los gritos de denuncia de las mingas, de las organizaciones (ACIN, CRIC) y de las iniciativas (Pueblos en Camino) locales, en un marco de análisis en constante disputa.

    Sin embargo, no obstante una mirada permanente hacia saberes producidos desde espacios otros, el libro no deja atrás el valor de los mitos, el legado de la ancestralidad, la herencia de figuras que alumbraron el camino de la resistencia nasa a lo largo de los siglos: de la Cacica Gaitana a Álvaro Ulcué Chocué, pasando por Juan Tama de la Estrella, Manuel de Quilo y Ciclos y Manuel Quintín Lame, Almendra en la primera parte del texto revive las grandes etapas de la lucha de su pueblo, atravesándola en sus ciclicidades y atreviéndose a releerla por medio de categorías temporales no lineales, ancestrales, telúricas: epistemologías propias. Desde su sólida perspectiva teórica, a lo largo del texto Almendra enfrenta cuestiones definitivamente urgentes: la mirada hacia lo indígena y hacia la otredad, las dinámicas de diálogo entre comunidades y Estado, la construcción de imaginarios colectivos que permitan la realización de planes de vida verdaderamente resistentes, autónomos y liberadores. Un texto militante y revitalizante, que sabe poner en práctica -por medio de una lengua descolonizada y transformadora- sus propias propuestas de innovación de los paradigmas de la lucha caucana. Un texto que surge de la tierra sagrada (y sangrante) ancestral, de los tejidos de las mujeres nasa, de los cuerpos asesinados y silenciados por los dueños de la guerra. Y que ahí retorna, a las entrañas del espacio del imaginario comunitario, para rememorar, para autonomizar, para convocar a nuevos horizontes de liberación

  • Il censimento della discordia

    Il censimento della discordia

    La Bolivia sta passando una crisi sia all’interno del MAS, al governo, e anche per la decisione della data di avvio di un censimento politicamente molto importante. Ci colleghiamo col paese andino per parlare col professore Juan Mirko Rodríguez Franco. Poi dedichiamo uno spazio per ricordare l’influenza musicale di Gal Costa, una grande della musica brasiliana, scomparsa mercoledì. Ascoltiamo per questo il musicologo esperto in musica latinoamericana Alessio Surian. E concludiamo la puntata parlando di un documentario che racconta le milonghe, che verrà proiettato questa domenica a Padova durante l’evento Tango Spritz. Al microfono l’organizzatrice Elena Rocco e uno dei protagonisti del filmato Gabriel Sodini.

  • Cammino in salita

    Cammino in salita

    Dopo la vittoria di Lula, il panorama si complica per il futuro presidente, che ha governatori e parlamento contro. Vediamo le ultime proteste dovute all’esito elettorale e cosa potrebbe succedere fino all’insediamento del 1 gennaio 2023. Raccontiamo anche il caso di Rio de Janeiro, centro delle proteste bolsonariste, città dalla quale ci colleghiamo per parlare con la docente d’italiano Anna Basevi. In apertura però ascoltiamo l’analisi in diretta da Minas Gerais del ricercatore Alessandro Peregalli.

  • Brasile, la vittoria mutilata di Lula in un paese lacerato

    Brasile, la vittoria mutilata di Lula in un paese lacerato

    Di Alessandro Peregalli da Valigia Blu

    Nell’elezione più combattuta della storia del Brasile, il candidato del Partito dei Lavoratori (PT) Luiz Inácio Lula da Silva, già presidente del paese tra il 2003 e il 2010, si è imposto per pochissimo contro il governante in carica Jair Bolsonaro. La differenza di voti è stata la più bassa di sempre, 50,9% contro 49,1%, con poco più di due milioni di voti di scarto. Nel primo turno del 2 ottobre, il vantaggio di Lula su Bolsonaro era stato maggiore, con oltre cinque punti percentuali di differenza e sei milioni di voti in più. Nella giornata di ieri ci sono stati anche i ballottaggi per i governi di 12 stati della federazione, il più importante dei quali è quello di San Paolo, il più ricco e popoloso del Brasile, dove il candidato bolsonarista Tarcísio Gomes de Freitas si è imposto con un 55,27% sul candidato del PT Fernando Haddad. Il centro-sinistra porta a casa il governo dello Stato di Bahia, Espírito Santo e Paraíba, la destra bolsonarista si afferma, oltre che a San Paolo, anche nel piccolo stato di Santa Catarina, mentre i governi di Alagoas, Amazonas, Mato Grosso do Sul, Pernambuco, Rio Grande do Sul, Rondônia e Sergipe vanno a esponenti del centro e centro-destra non bolsonarista. 

    Mai fino ad ora il presidente candidato alla rielezione era stato sconfitto nelle urne. Questo a riprova del potere immenso che hanno i governi in carica di utilizzare la macchina statale e l’elargizione di benefici sociali in periodo elettorale, strumenti ai quali Bolsonaro ha attinto senza limiti nel corso degli ultimi mesi, prolungando fino a fine anno lo Stato di calamità decretato per il Covid per poter garantire qualche mese in più di Auxílio Emergencial (che era già stato interrotto) e ritardando artificialmente l’aumento del prezzo sulla benzina fino a dopo il voto. L’uso della macchina statale a fini elettorali da parte di Bolsonaro è stato senza limiti e ha raggiunto il suo apice nella giornata di ieri, quando la polizia stradale federale (PRF) ha effettuato centinaia di blitz in varie zone del paese e soprattutto nel nordest, regione povera in cui la sinistra gode di un vantaggio ampio su Bolsonaro, per impedire agli elettori di Lula di raggiungere le sezioni di voto. Le intimidazioni della polizia nel giorno del voto si sono unite a quelle di molti padroncini e datori di lavoro, che hanno minacciato i propri dipendenti di licenziamento nel caso di vittoria di Lula o hanno promesso giornate di ferie se avesse vinto Bolsonaro. Questi episodi possono spiegare in parte la riduzione del vantaggio di Lula, che i sondaggi della vigilia davano vincente con oltre il 52% dei voti.

    Bolsonaro non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche al termine dell’elezione, ma ha riconosciuto la sconfitta in una conversazione con il presidente del Tribunale Supremo Elettorale (TSE), Alexandre de Moraes, fatto che fa sperare che possano non esserci i tentativi di golpe temuti alla vigilia, sull’esempio di quanto compiuto dal suo alleato Donald Trump in seguito alle elezioni americane del 2020.

    L’elezione di ieri è stata la più importante della storia recente del Brasile, almeno dalla ridemocratizzazione sancita con la Costituzione del 1988. L’“elezione della fine del mondo”, come l’ha definita il filosofo Paulo Arantes, descrivendola come un’alternativa tra uno scenario di fortissima accelerazione delle tendenze distruttrici della società brasiliana, che implicherebbero tra l’altro la distruzione definitiva del più grande bacino di biodiversità e di ossigeno del pianeta, la Foresta Amazzonica, e la scommessa, disperata e potenzialmente fallace, che la democrazia potesse superare la sua stessa degradazione.

    La vittoria di Lula da un respiro di sollievo al sistema democratico brasiliano, che non sappiamo se sarebbe sopravvissuto a un secondo mandato del “capitano”. Se tuttavia da un punto di vista elettorale i vincitori sono Lula e il PT, è anche chiaro che il bolsonarismo esce vittorioso su un piano politico più generale. 

    Prima di tutto, perché nonostante i 700.000 morti per la pandemia, la conclamata devastazione ambientale, il prepotente ritorno del Brasile nella mappa della fame, l’inflazione galoppante e i salari decrescenti, e nonostante un indice di ripudio sempre superiore, negli ultimi mesi, al 50% della popolazione e una differenza consistente nei sondaggi di oltre 10 punti sotto il suo avversario, Bolsonaro è riuscito, contro ogni pronostico, ad arrivare in maniera competitiva al voto, raccogliendo il 43.2% dei voti il 2 ottobre e il 49.1% ieri. 

    In secondo luogo, perché il bolsonarismo si è affermato nelle elezioni locali del primo turno, ottenendo l’elezione di otto governatori statali, contro quattro sostenuti da Lula. A essi si è aggiunto, nel voto di ieri, anche Tarcísio de Freitas a San Paolo, facendo si che tutti e tre gli Stati più ricchi e importanti del Brasile, San Paolo, Minas Gerais e Rio de Janeiro, siano governati da alleati di Bolsonaro. La coalizione bolsonarista ha anche eletto, nel primo turno del 2 ottobre, 194 deputati su 513 alla Camera, che se sommati ai deputati di altri partiti di destra compongono una maggioranza di 273 parlamentari, oltre ad aver aumentato enormemente il suo peso anche al Senato. Lo stesso partito di Bolsonaro, il Partito Liberale (PL), è la prima forza in entrambe le camere. L’onda bolsonarista in Parlamento ha accelerato una tendenza già in corso nell’ultimo decennio, cioè il rafforzamento delle bancate delle tre “b”: boi (bue), che simbolizza gli interessi dell’agri-business; bala (pallottola), delle forze dell’ordine; e bíblia, delle chiese evangeliche. Ma una rapida analisi del profilo di questi eletti dimostra come sia in corso anche un cambiamento qualitativo al loro interno: la maggior parte di questi parlamentari non sono più semplici poliziotti in difesa di interessi corporativi o rappresentanti pragmatici delle diverse chiese neo-pentecostali ma digital influencers allineati al bolsonarismo radicale e alle milizie paramilitari o pastori protestanti con un discorso messianico che descrive Bolsonaro come eletto da Dio e Lula come l’Anticristo. 

    Il bolsonarismo ha dimostrato di godere di un consenso ampio, strisciante e radicato nella società brasiliana di oggi, ma anche militante e organizzato, qualcosa che non si era mai visto in una forza di destra in Brasile, nemmeno ai tempi della dittatura militare. Un blocco sociale che unisce la borghesia latifondista e la classe media conservatrice con ampi settori di sottoproletariato tanto urbano come rurale adepto alle nuove chiese evangeliche e all’etica neoliberista della Teologia della Prosperità. Un blocco che si organizza in una miriade di spazi fisici e virtuali e che ha dimostrato capacità di attivazione durante tutto il mandato di Bolsonaro, dalle passarelle in macchina o in moto per contrastare le politiche di chiusura decretate dagli enti locali durante la pandemia al tentativo di assalto del Tribunale Supremo Federale (TSF) il 7 settembre 2021 a Brasilia. Nonostante la vittoria di Lula, queste elezioni hanno evidenziato che esiste già, in Brasile, un bolsonarismo oltre Bolsonaro, un movimento politico che si pone come obiettivo una profonda trasformazione della società brasiliana, seppur in un senso che potremmo definire “necropolitico”, che non verrà fermato da una sconfitta elettorale e che promette di rendere i prossimi quattro anni estremamente tumultuosi.

    D’altra parte, alcune avvisaglie del caos generalizzato che potrebbero imporre le orde bolsonariste ci sono state già nel corso di questa campagna elettorale, che si è rivelata la più sporca, sleale e violenta che si ricordi, con numerosi casi di omicidio tra cittadini di fazioni opposte, la maggior parte ai danni di elettori di sinistra. Il culmine della tensione è stato raggiunto nelle ultime settimane. Il 17 ottobre, nella favela di Paraisópolis a San Paolo, durante una sparatoria nei pressi della sede di una ONG in cui era presente Tarcísio de Freitas, è morto un giovane di 28 anni. La campagna di Tarcísio ha subito denunciato l’accaduto come tentativo di attentato nei confronti del candidato da parte della criminalità organizzata, ma quattro testimoni hanno rivelato che a commettere l’assassinio sarebbe stata proprio una guardia di sicurezza di Tarcísio, mentre un altro uomo della scorta ha intimato a un giornalista del portale Jovem Pan di cancellare un video da questi realizzato sull’accaduto. La domenica successiva, il 23 ottobre, a una settimana esatta dal secondo turno, il bolsonarista radicale Roberto Jefferson, già agli arresti domiciliari in un’inchiesta sulle cosiddette “milizie digitali” (organizzazioni criminali che secondo l’accusa si sarebbero formate per attentare contro le istituzioni democratiche e che sarebbero state finanziate da denaro pubblico), ha risposto a un mandato d’arresto del TSF per violazione delle misure cautelari con una mitragliata di 60 tiri ad alta precisione e tre granate contro la polizia federale (PF), ferendo due poliziotte. È possibile che l’obiettivo, suicida, fosse quello di spingere la PF a reagire e regalare un martire a Bolsonaro per poter tentare il sorpasso finale su Lula, una specie di riedizione della pugnalata che lo stesso Bolsonaro subì nel 2018 e che lo spinse poi alla fino alla presidenza. L’ultimo, impressionante episodio, è avvenuto il 29 ottobre alla vigilia delle elezioni: la deputata Carla Zambelli, persona vicinissima a Bolsonaro, si trovava con la sua scorta nel quartiere agiato di Jardins, a San Paolo, quando è stata presa a insulti e sfottò da un giovane elettore nero di Lula. Per tutta risposta, la deputata ha estratto una pistola e ha inseguito il giovane fin dentro un bar, intimandogli di inginocchiarsi per terra mentre un uomo della scorta sparava un colpo in aria.

    Questi episodi dimostrano il grado di spregiudicatezza della campagna di Bolsonaro, e lo stesso vale per la quantità impressionante di fake news disseminate dai profili social bolsonaristi. In esse, Lula è accusato di voler liberalizzare le droghe, chiudere le chiese e limitare la libertà religiosa, imporre bagni unisex nei luoghi pubblici, criminalizzare oppositori politici e censurare i media e i social networks dei brasiliani; oltre ad essere stato associato al gruppo narcotrafficante Primo Comando della Capitale (PCC). La disseminazione di notizie false, oltre all’organizzazione capillare della militanza sui social, era stata tra le chiavi della vittoria del 2018. Stavolta, tuttavia, qualcosa di nuovo e in qualche modo speculare, è emerso nel campo progressista. Divenuto celebre per una campagna virtuale a favore dell’erogazione del sussidio emergenziale durante la crisi pandemica, il deputato federale André Janones ha preso il comando della campagna social di Lula durante il secondo turno e ha adottato una classica politica “occhio per occhio dente per dente” per contrastare la macchina del fango bolsonarista. Rispolverando alcune immagini di una vecchia visita di Bolsonaro in una loggia massonica, Janones ha associato il presidente al satanismo, in linea con le idee più complottiste delle religioni evangeliche. Ha poi accusato Bolsonaro di cannibalismo per aver detto, in un vecchio video, di essere disposto a mangiare carne indigena, e di pedofilia, per una frase ambigua pronunciata dal presidente raccontando un incontro con giovani adolescenti venezuelane. L’attivismo di Janones, che si è rivelato utilissimo a creare caos nel campo avversario e a spezzare l’egemonia mediatica bolsonarista, ha però anche interrogato tanti, a sinistra, sulla legittimità dell’uso spregiudicato di fatti non veri o decontestualizzati e sulla possibile normalizzazione di una modalità di comunicazione di questo tipo. D’altra parte, come dice la vecchia massima, “in guerra la prima vittima è la verità”.

    In uno contesto come questo, la vittoria di Lula apre ora scenari imprevedibili. In termini concreti e immediati, la prima sfida sarà capire come e se si arriverà alla sua investitura il prossimo 1 gennaio al palazzo di Planalto, a Brasilia. In numerose occasioni negli ultimi mesi Bolsonaro ha avvertito che non avrebbe accettato un’eventuale sconfitta elettorale. Il suo argomento di bandiera, a tal rispetto, è stato tradizionalmente la sua avversione all’attuale sistema di voto elettronico, che lui considera manipolabile anche se non ha mai apportato prove al riguardo. Negli ultimi giorni, il presidente ha addirittura proposto di rimandare il secondo turno dell’elezione perché, a dire della sua equipe di campagna, alcune radio del Nordest non avrebbero pubblicato alcune sue pubblicità elettorali nei tempi previsti, altro tema su cui non ha però addotto nessun tipo di prova.

    In generale, questi episodi si inseriscono in un contesto in cui Bolsonaro ha provato a più riprese durante tutto il suo mandato a sfidare la divisione dei poteri, con numerosi bracci di ferro con i governatori e la Camera dei Deputati in relazione alla gestione della pandemia, e soprattutto con un conflitto di lungo corso con i giudici dell’STF, nato in seguito all’inizio delle indagini condotte dalla corte suprema riguardanti le cosiddette milizie digitali e una dozzina di deputati bolsonaristi accusati di aver messo in piedi un sistema di diffusione di Fake News durante le elezioni del 2018.

    Visto il contesto, non è irreale immaginare che Bolsonaro possa provare una strategia in qualche modo simile a quella tentata da Trump con il famoso assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021. D’altra parte, in Brasile da tempo c’è scarsa fiducia per le istituzioni, fin da quando nel 2014 il candidato di centro-destra Aecio Neves aveva accusato, senza fondamento, di brogli elettorali Dilma Rousseff, che un anno e mezzo dopo era stata allontanata dal potere con un impeachment che molti hanno definito vero e proprio golpe parlamentare. Come Trump nel 2021, Bolsonaro gode di un ampio consenso, militante e anche armato, soprattutto in seguito all’ampia liberalizzazione della vendita di armi occorsa durante il suo mandato; e forse ancor più di Trump, di una base enorme nelle forze dell’ordine e nei bassi livelli dell’esercito. Tuttavia, nonostante i vertici delle Forze Armate siano allineati politicamente al bolsonarismo e abbiano assunto rilevanti ruoli di potere nell’ultimo governo, sembra difficile che possano essere disposti ad accollarsi una forzatura istituzionale di questo tipo, soprattutto se, come Biden ha a più riprese chiarito, l’operazione riceverebbe una dura condanna da parte degli Stati Uniti. Allo stesso tempo, mancherebbero solide alleanze nella regione per un’azione come questa, dal momento che oggi la grande maggioranza dei paesi latinoamericani sono oggi governati da governi progressisti o di sinistra. Se quindi un rispetto del risultato elettorale è lo scenario ad oggi più prevedibile, non è dato sapere quali momenti di violenza e di crisi dovrà vivere il Brasile nei prossimi mesi, tanto prima quanto dopo l’investitura. Ma più in generale sono immense le incognite e i rischi che si profilano dinnazi a questo terzo governo di Lula da Silva. 

    Ex sindacalista metalmeccanico della regione metropolitana di San Paolo, Lula è diventato celebre nel 1979 in occasione di un’ondata di scioperi che hanno messo in crisi la dittatura militare che governava all’epoca. In seguito, durante il processo di ridemocratizzazione degli anni ‘80, Lula ha fondato il Partito dei Lavoratori, con il quale è arrivato secondo alle elezioni presidenziali del 1989, 1994 e 1998. Nel 2002, finalmente, dopo aver moderato in maniera sostanziale il proprio programma politico e costruito un’alleanza con importanti settori della classe padronale, è arrivato al governo, venendo poi rieletto nel 2006. Gli otto anni di governo Lula sono stati all’insegna di un grande accordo tra capitale e lavoro. Favorito da un boom dei prezzi delle materie prime, che ha garantito al Brasile una bilancia commerciale estremamente positiva, Lula ha da un lato favorito alcune imprese privati in settori strategici, dall’industria delle costruzioni a quella mineraria e agro-alimentare; dall’altro, seppur senza mettere in piedi vere e proprie riforme strutturali di redistribuzione della ricchezza, ha permesso di miglioramento delle condizioni delle classi popolari, attraverso un aumento costante del salario minimo e una serie di programmi sociali volti a contrastare la povertà e stimolare il consumo dei settori meno abbienti. Questo modello win-win è poi entrato in crisi durante i governi di Dilma Rousseff, quando la caduta dei prezzi delle materie prime e l’abbattimento dei margini di lucro delle imprese hanno riportato sulla scena il conflitto sociale e le pulsioni autoritarie dell’oligarchia brasiliana.

    Oggi Lula torna al governo del Brasile in uno scenario meno favorevole rispetto a quello degli anni Duemila. Il contesto internazionale è infatti dominato da fortissime dispute geopolitiche e da una crisi economica globale che potrebbe avere nuovi picchi nei prossimi anni, mentre a livello interno la società brasiliana è oggi estremamente più violenta e politicamente divisa che 20 anni fa. Oltretutto, il Brasile vive ormai da decenni un forte processo di deindustrializzazione del proprio tessuto produttivo, occorso anche durante i governi del PT ma acceleratosi moltissimo durante il governo Bolsonaro. La perdita di 1,4 milioni di posti di lavoro e la chiusura di 28.700 industrie in sei anni ha prodotto un aumento del precariato urbano, un abbassamento dei salari e un dirottamento degli investimenti produtti verso le monocolture di soia e cereali, un settore la cui espansione sta minacciando pericolosamente l’Amazzonia. D’altra parte, non è un segreto che l’ampio e deciso sostegno dei latifondisti brasiliani a Bolsonaro deriva anche dalla sua politica di distruzione degli organi di tutela ambientale e di difesa dei popoli indigeni. Questo settore impiega una forza lavoro scarsa e ha un’enorme fame di terra, e sembra avere poco interesse nell’antico modello di concertazione del PT.

    Per vincere le elezioni, Lula ha costruito un’alleanza politico-elettorale enorme, che va dal Partito Socialismo e Libertà (PSOL) a sinistra, che in passato si era mantenuto all’opposizione dei governi del PT, fino a includere una quantità di figure politiche che erano stati tradizionali avversari della sinistra, dall’ex presidente Fernando Henrique Cardoso all’ex leader del partito di centro-destra PSDB (Partito Social Democratico Brasiliano) Geraldo Alkmin, che nel 2006 era stato avversario diretto di Lula alle presidenziali e che oggi è il suo vice-presidente. All’indomani del secondo turno, anche la terza classificata Simone Tebet, del partito di centro-destra Movimento Democratico Brasiliano (MDB) ha dichiarato appoggio a Lula e lo ha accompagnato in numerosi eventi elettorali. Una coalizione di questo tipo ha avuto l’effetto di far apparire Lula come candidato dell’establishment di fronte a un Bolsonaro “anti-sistema”. E in effetti, non è un mistero che la maggior parte dei media tradizionali, la magistratura e alcuni settori imprenditoriali abbiano in qualche modo appoggiato l’ex sindacalista, dopo aver contribuito a far cadere il governo di Rousseff nel 2016 e aver appoggiato l’ex capitano nel 2018. A essi si aggiungono le pressioni internazionali degli USA, dei principali paesi UE, dei vicini latinomericani e anche della Cina che per motivi diversi hanno mostrato una maggiore simpatia per la candidatura di Lula. Ma l’alleanza enorme costruita intorno alla sua figura ha anche avuto l’effetto collaterale di rendere impossibile qualunque proposta seria e dettagliata a livello programmatico, limitandosi a promettere un Brasile “nuovamente felice”, in cui i poveri potranno di nuovo mangiare carne di qualità nelle grigliate domenicali. 

    Nei prossimi anni, PT si troverà a dover fare i conti con governi statali in maggioranza di segno politico avverso e in un parlamento a trazione conservatrice, dove i partiti di sinistra e centro-sinistra avranno solo 138 deputati. È vero che il PT ha governato il Brasile per 14 anni senza aver mai goduto di una maggioranza propria al Congresso, e che lo stesso Lula nei suoi otto anni di governo ha dato prova di grandi capacità di articolazione e negoziato parlamentare. Ma è vero anche che oggi il bolsonarismo ha portato nelle istituzioni una pattuglia di eletti agguerrita, violenta e ideologicamente coesa come non era mai avvenuto nella destra brasiliana. 

    In questo contesto, è facile prevedere anni difficili, con un governo potenzialmente immobile e costantemente minacciato da una destra violenta e fascista. I movimenti popolari si troveranno probabilmente a doversi mobilitare per permettere al presidente di governare, con il rischio di diventare ancor più subalterni al PT di quanto non lo siano ora. Se invece opteranno per qualche forma di opposizione sociale, magari di fronte a scelte governative di austerità fiscale o di devastazione ambientale, saranno facilmente accusabili di servire gli interessi della destra golpista, così come già avvenuto in occasione della rivolta del 2013.

    Sul fronte internazionale, tuttavia, la vittoria di Lula potrebbe completare quella che molti definiscono come “seconda onda progressista”, il che garantirebbe senz’altro un certo sollievo e capacità di azione in ambito internazionale al nuovo governo. Il termine rimanda al periodo in cui, all’inizio di questo secolo, erano arrivati al governo Hugo Chávez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador, Néstor e Cristina Kirchner in Argentina e lo stesso Lula in Brasile. Dopo un periodo di egemonia conservatrice e di destra tra 2015 e 2020, in effetti, stiamo assistendo nella regione a una nuova onda progressista, geograficamente più estesa della precedente giacché arriva a toccare anche paesi come Messico, Colombia, Perù e Cile. Tuttavia, sebbene anche l’anteriore ciclo progressista non fosse privo di enormi contraddizioni, soprattutto per via dell’adozione di un modello economico neo-estrattivista con enormi conseguenze ambientali, i governi progressisti di oggi sono estremamente fragili, moderati nell’azione sociale e con enormi indici di rifiuto e disapprovazione popolare, come nel caso di Gabriel Boric in Cile, Pedro Castillo in Perù e Alberto Fernández in Argentina. Nel contesto caotico della nuova crisi globale, sembra che questi governi non riescano a formulare un vero progetto di superamento delle numerose crisi che attraversano le loro società, dalla riprimarizzazione della matrice produttiva all’aumento della disuguaglianza e della criminalità fino alla crescita di nuove figure di destra reazionaria con capacità di attrazione popolare, come nel caso di José Antonio Kast, Keiko Fujimori o Javier Milei.

    Ieri si è consumata un’elezione di importanza cruciale. Il Brasie è una nazione divisa in due, con famiglie intere distrutte dall’odio intestino, amicizie andate in fumo, legami sfaldati. Per pochi voti, quello che è forse il leader popolare più importante della storia del paese si è affermato sul rappresentante della destra più oscurantista e violenta che si ricordi. Ma è una vittoria insufficiente, monca, senza un vero progetto di trasformazione, più conservatrice che progressista, una vittoria che permette al limite di rallentare un movimento di degradazione sociale che sembra in questo momento irreversibile.

  • In Colombia nuovi parchi eolici minacciano le terre dei Wayúu

    In Colombia nuovi parchi eolici minacciano le terre dei Wayúu

    Gianpaolo Contestabile 

    Nella regione di Guajira soffiano venti potenti e costanti, ma i progetti degli impianti non tengono conto degli impatti ambientali e le società costruttrici alimentano le tensioni tra le comunità locali. Il ruolo di Enel Green Power

    Tratto da Altreconomia 251 — Settembre 2022

    Un parco eolico visto dal cimitero ancestrale della comunità di Kasioulin nella regione colombiana della Guajira. Qui più della metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Inoltre la percentuale di morti infantili per malnutrizione è sei volte quella nazionale © Gianpaolo Contestabile

    Nella regione colombiana di Guajira vivono diverse comunità afrodiscendenti e indigene tra cui la popolazione originaria più numerosa del Paese, il popolo Wayúu. Grazie alla ricchezza delle sue risorse naturali, il territorio guajiro occupa un ruolo chiave nella “transizione energetica” del Paese. Si prevede che nei prossimi anni diventerà un importante centro di produzione di idrogeno “verde”; si trova al primo posto a livello nazionale per quanto riguarda le radiazioni solari e sulle sue pianure soffiano venti costanti e potenti quasi tutto l’anno. 

    Secondo uno studio dell’Istituto per la pace e lo sviluppo (Indepaz) è prevista nei prossimi anni la costruzione sulle terre Wayúu di 65 parchi eolici da parte di 19 imprese, colombiane e straniere. Tra queste spicca l’italiana Enel Green Power (Egp) che promette di costruirne almeno tre, tra cui quello di Windpeshi, che viene presentato come il parco eolico più all’avanguardia del Paese. Vengono installate torri di misurazione del vento seguendo una narrazione che concepisce la Guajira come un territorio deserto in cui concentrare la produzione di energia “pulita”. Ma i grandi appezzamenti di territorio considerati “disabitati” fanno parte di una complessa rete sociale e produttiva che permette la distribuzione delle terre secondo la tradizione ancestrale Wayúu e quindi la possibilità di far pascolare le greggi di capre che sono la principale fonte di sussistenza. Nonostante il paesaggio arido e il clima secco, l’ecosistema locale è ricco di arbusti, fondamentali per la sopravvivenza dell’allevamento caprino.

    L’ideologia del “deserto” potrebbe diventare però una profezia che si autoavvera: i probabili danni ambientali causati dai parchi eolici rischiano infatti di accelerare la desertificazione. Nel caso di Windpeshi, gli studi di impatto ambientale valutano come gravi i danni all’ecosistema causati dalla costruzione di centinaia di aerogeneratori, strade, linee di trasmissione ad alto voltaggio e sottostazioni elettriche. I parchi eolici, inoltre, sorgeranno in corrispondenza dei tragitti migratori di alcuni uccelli e il cambiamento di pressione generato dalle pale eoliche andrà a danneggiare gravemente i pipistrelli che sono responsabili dell’impollinazione degli arbusti che rappresentano l’unica vegetazione della Guajira. Le polveri sollevate dalle turbine e dai camion che trasportano materiali rischiano di inquinare le pochissime fonti di acqua della regione. Le linee di trasmissione ad alta velocità limitano inoltre il pascolo delle capre. 

    Nonostante la varietà e quantità di fonti di energia, la Guajira è la regione colombiana con uno dei più alti tassi di povertà del Paese. Per questo, secondo Limbano Diaz, giovane avvocato e attivista locale, l’assenza di risorse economiche e di infrastrutture fa sì che l’arrivo delle imprese generi conflitti tra le comunità per intercettare le compensazioni promesse in caso di costruzione dei progetti. Emblematico in questo senso è il caso del parco eolico di Topia, promosso da Enel. Nel giugno 2021 nei pressi dell’impianto si è acceso uno scontro armato tra due comunità che ha causato diversi feriti e una vittima. 

    Secondo l’Ong locale Naciòn Wayúu il conflitto era nato proprio a causa del progetto eolico: “L’arrivo di Enel Green Power ha diviso le due famiglie. L’impresa si è limitata a negoziare solo con una parte escludendo i proprietari legittimi del territorio”. I progetti eolici sono localizzati prevalentemente nelle zone di resguardo indigeno Wayúu: aree che godono di una giurisdizione specifica che ne proibisce, tra le altre cose, la vendita. Per questo le imprese non possono né acquistare né affittare i terreni delle comunità ma solo siglare degli accordi di usufrutto in cambio di compensazioni. 

    Secondo la convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, firmata dal governo colombiano, le popolazioni indigene hanno diritto di scegliere se cedere o meno le proprie terre e l’insediamento di progetti estrattivi e logistici. Questo si concretizza nell’obbligo di consultazioni preliminari che devono essere libere e informate. Secondo Enel, nella Guajira l’azienda italiana cerca di individuare le soluzioni migliori per ogni territorio e ciò “prevede un percorso basato sulla condivisione con le comunità locali e l’ascolto costante delle esigenze degli stakeholder rilevanti, come anche previsto dagli impegni assunti dal Gruppo con la policy sui diritti umani”. Nonostante ciò, le comunità segnalano diverse criticità nello svolgimento delle consultazioni. Prima tra tutte la mancanza di un referente esterno e imparziale, che aiuti gli abitanti a capire e a negoziare i termini economici degli accordi e gli studi di impatto ambientale. 

    Per raggiungere i resguardos dove sorgerà il parco eolico Windpeshi di Enel, ci si deve fermare più volte a causa di diversi blocchi stradali: è una forma di protesta delle comunità Wayúu che non vuole far passare i mezzi delle imprese. La maggior parte delle autorità delle comunità locali si dicono pentite di aver aderito al progetto. Si lamentano perché le compensazioni previste verranno distribuite sotto forma di workshop, progetti sociali, posti di lavoro non qualificati e precari e ristrutturazioni rudimentali. “Vogliamo i contanti. Non vogliamo partecipare ai corsi organizzati dalle imprese”, spiega Genoveva, leader della comunità Flor de la Frontera. Chiede inoltre che i soldi delle compensazioni forniti da Enel vengano dati direttamente alla comunità.

    Enel ci tiene però a rimarcare il suo impegno per la promozione sociale nella Guajira: “Al di là dell’obbligo che l’azienda ha acquisito negli accordi di consulta preliminare, Enel ha realizzato su base volontaria diversi altri progetti a valore condiviso, che arrivano a consolidare il rapporto con il territorio”. Uno di questi riguarda l’accesso all’acqua: Enel ha investito nella costruzione di cisterne per le 12 comunità coinvolte nel progetto, di un pozzo di estrazione e di una centrale di purificazione. Il progetto, che fa parte del programma “Guajira azul”, è cofinanziato dal governo e dai Comuni locali ma ha già smesso di funzionare per mancanza di fondi per la manutenzione.

    Un gruppo di donne leader comunitarie della zona in cui è prevista la realizzazione del parco eolico Windpeshi, di Enel Green Power. Per protestare contro il progetto le comunità Wayùu hanno organizzato dei blocchi stradali per non far passare i mezzi delle imprese impegnate nella costruzione dell’impianto © Gianpaolo Contestabile

    Secondo le testimonianze raccolte a Windpeshi, Enel insiste per organizzare incontri con un numero di partecipanti limitato, con le sole autorità tradizionali o con un gruppo ristretto. Per Beatriz, della comunità di Uktapu, questo favorisce sia la corruzione sia il malcontento di chi resta escluso, per questa ragione insiste affinché gli incontri si tengano davanti a tutti i membri della comunità in modo che il processo sia trasparente. Secondo l’attivista Wayúu Angèlica Ortiz queste modalità di negoziazione favoriscono una logica patriarcale dentro e tra le comunità. Se le imprese vogliono rivolgersi solo alle autorità, prevalentemente maschili, finiscono per invisibilizzare il lavoro politico delle donne Wayúu nelle comunità e screditare la loro leadership nelle assemblee.

    Esiste inoltre una preoccupazione per il pericolo della futura militarizzazione della Guajira. In base a quanto previsto dalla legge sulla “Transizione energetica”, promulgata nel 2020 dall’ex presidente Iván Duque, “le attività di produzione, utilizzo, immagazzinamento, amministrazione, operazione e mantenimento delle fonti non convenzionali di energia, principalmente quelle rinnovabili” vengono definite come una questione di pubblica utilità e di convivenza nazionale. I progetti eolici potrebbero, quindi, essere portati avanti con una prova di forza militare a prescindere dell’opposizione delle comunità indigene. Il governatore della Guajira ha proposto la creazione di un battaglione speciale dell’esercito per la salvaguardia degli investimenti economici delle imprese eoliche. E i soldati sono già stati schierati per l’inaugurazione del parco eolico “Guajira 1”. Riguardo alla tutela della sicurezza dei suoi lavoratori, Enel dichiara che “la gestione di tali attività è coordinata con l’esercito nazionale colombiano”. Viene da chiedersi se la produzione di energia verde possa giustificare i danni ambientali che verranno recati nella Guajira, la compromissione del tessuto sociale indigeno e la militarizzazione del suo territorio. L’energia prodotta sul territorio Wayúu -dove non vengono garantiti né la corrente elettrica né il sistema idrico- genereranno grandi introiti per le imprese che esporteranno una buona parte dell’energia all’estero e solo l’1% verrà reinvestito sul territorio. Il dio dei venti Wayúu, Jepiresh, è una figura ambigua: il suo soffio può spazzare via le nubi e limitare le piogge sempre più scarse. L’eolico, nella Guajira, sembra condannato allo stesso destino, più che rappresentare una svolta ecologica sta riproducendo la storia di saccheggi delle risorse indigene, aumentando la desertificazione e l’impatto del cambiamento climatico. 

  • Una esperanza in più e una meno

    Una esperanza in più e una meno

    Poco prima delle assai importanti elezioni in Brasile, ci siamo collegati con Sao Paolo per farci raccontare dal giornalista Paolo Manzo le possibilità di vittoria di Lula e di Bolsonaro e qual è il ruolo degli evangelisti in questo ballottaggio che potrebbe cambiare le sorti anche del resto della regione.
    La seconda pagina l’ abbiamo dedicata alla richiesta da parte della Procura di Roma di archiviare il caso di Mario Paciolla, trovato morto in Colombia a luglio 2020, abbonando la tesi del suicidio. Di questa possibilità di gettare la spugna ne ha parlato il giornalista Gianpaolo Contestabile, che segue il caso dall’inizio