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  • Radio Cooperativa Padova: conversazione sul Messico di AMLO, tren maya e pandemia

    Radio Cooperativa Padova: conversazione sul Messico di AMLO, tren maya e pandemia
    Foto da ©Depositphotos

    Nella puntata del 4 giugno 2020 Gustavo Claros, conduttore dello storico programma latinoamericanista “Latinoamericando”, in onda su Radio Cooperativa Padova, dialoga con Fabrizio Lorusso, accademico e giornalista della Universidad Iberoamericana León (Messico) sulla situazione del Paese tra pandemia, megaprogetti e “modelli di sviluppo” a dibattito.  

    In America Latina c’è un Paese che si dibatte tra grandi opere ed estrattivismo “classico”, da una parte, in parziale continuità con il neoliberalismo, e le problematiche legate alla fase alta della pandemia del coronavirus, dall’altra. Non ci riferiamo al Brasile bensì al Messico, dove il governo di AMLO (Andrés Manuel López Obrador, il presidente) prosegue nella costruzione in Yucatan e Chiapas del controverso “Tren Maya”, mentre la curva del covid19 raggiunge picchi e ondate inattese in varie zone fuori dalla capitale. Ascolta il podcast della puntata:

    Visita: LatinoAmericando

    Download: Scarica sul tuo dispositivo la puntata / il podcast 

  • #viaggiaredacasa in Repubblica Dominicana con Raúl Zecca Castel

    #viaggiaredacasa in Repubblica Dominicana con Raúl Zecca Castel

    Ventitreesima puntata di #viaggiadacasa, il format di videointerviste a cura di Frontiere per conoscere il mondo e le sue sfumature un paese alla volta attraverso i racconti di narratori d’eccezione. Le interviste sono a cura di Joshua Evangelista e Luca La Gamma, regia di Valerio Evangelista.

    In questa puntata, il documentarista e antropologo Raúl Zecca Castel ci ha raccontato la Repubblica Dominicana. Dopo un aggiornamento sulla situazione Covid-19 nel paese, si è parlato di Cristoforo Colombo, delle piantagioni da zucchero e della vera storia della bachata!

    Originale su Frontiere News: link qui

  • Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Le strategie dei popoli indigeni

    Come reagisce l’America Latina al Covid-19? Le strategie dei popoli indigeni

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    Graffiti di Feone Sem Crise, São Paulo, 2008, (Dubdem)

    Analizzare le strategie adottate in America Latina di fronte all’emergenzia rappresentata dalla pandemia significa cercare di comprendere gli scenari politico-sociali che si possono delineare nel futuro prossimo. L’abbiamo fatto con degli approfondimenti per zone geografiche cominciando dal Cono Sur, abbiamo raccontato le realtà nazionali di Messico, Guatemala ed Ecuador e infine ci siamo occupati di Bolivia, Perù e Colombia. Ma lo sguardo orientato alle specificità nazionali è solo uno dei possibili angoli di osservazione del complesso panorama che il pianeta sta affrontando. In America Latina vivono più di 800 popoli originari, circa 45 milioni di persone che corrispondono a poco meno del 10%  del totale nella regione, la zona con la più alta densità demografica indigena del pianeta. Ciascuna di queste comunità vive una realtà specifica in termini demografici, culturali, territoriali, però la gran parte condivide condizioni di estrema vulnerabilità, con alti tassi di povertà, denutrizione, inaccessibilità ai servizi di salute o all’acqua potabile, tutti problemi che con l’attuale crisi pandemica si acuiscono. Allo stesso tempo, condivise sono anche le strategie di risposta di questi popoli al rischio epidemiologico, e alcuni aspetti centrali della relazione tra l’uomo e la natura presenti nelle diverse cosmovisioni diffuse tra il Centro e il Sudamerica.

    di Susanna de Guio e Gianpaolo Contestabile  da Il Manifesto

    I popoli originari latinoamericani resistono da secoli alle minacce per la loro sopravvivenza; la loro memoria storica delle epidemie risale alle guerre coloniali di cinque secoli fa, quando le patologie importate come il morbillo e il vaiolo furono alleate fondamentali dei conquistadores europei nel decimare le popolazioni native e occuparne i territori. La costruzione degli stati moderni e indipendenti in America Latina ha significato in molti casi un altro tentativo di genocidio, e oggi la diffusione della pandemia si somma nuovamente alla violenza neo-coloniale, che usurpa e saccheggia le terre native. Davanti all’emergenza del Covid-19 le comunità indigene hanno risposto rapidamente, con pratiche chiare e determinate, anticipando spesso le decisioni dei governi nazionali, e con strategie simili tra loro, rivendicando l’autonomia sui propri territori e condividendo le strategie tra diverse comunità.

    In Messico, mentre il presidente Lopez Obrador sminuiva il rischio del contagio mostrando in diretta nazionale le icone religiose che lo avrebbero protetto, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale comunicava che l’accesso alle sue comunità veniva momentaneamente sospeso e allo stesso tempo invitava a mantenere l’impegno politico e la solidarietà anche a distanza. In Honduras, l’organizzazione COPINH, di cui faceva parte Berta Caceres, ha denunciato l’attacco di polizia e militari volto a smantellare le barriere di bio-sicurezza autogestite dalle comunità indigene per limitare il flusso di persone da, e verso, i propri territori, e anche le comunità Mapuche sono state represse dalla polizia cilena mentre cercavano di controllare l’ingresso alle zone dove risiedono nell’Araucania, una delle aree più colpite dal virus nel Cono Sud. Il cosiddetto “isolamento volontario” è stata una strategia riprodotta lungo tutto il continente: per esempio dalle popolazioni Aymara e Quechua in Bolivia, dal popolo Gunas a Panama, Ingas y Kamëntsas in Colombia, assieme a molti altri, mentre in alcuni casi è stato possibile il dialogo con i governi locali per applicare l’isolamento, come per i popoli Wampís e Asháninka in Perù o per i Rapa Nui nell’isola di Pasqua. Nel dipartimento del Quiché, in Guatemala, dove il presidente ha dichiarato il coprifuoco e implementato pesanti misure repressive, le popolazioni Maya hanno chiuso l’ingresso di 48 centri abitati e allo stesso tempo si sono attivate per dare sostegno e solidarietà alle fasce più bisognose e ai richiedenti asilo rimasti bloccati lungo la rotta migratoria che attraversa il continente.

    L’autodeterminazione dei popoli indigeni infatti non si limita alla protezione dei confini comunitari, ma si accompagna in molti casi all’attivazione di reti agro ecologiche, di autoproduzione e raccolta di viveri da far arrivare alle città. Per esempio, la guardia indigena (CRIC) della zona del Cauca in Colombia, oltre a fornire informazioni quotidiane sullo stato dell’epidemia, ha iniziato a promuovere mercati del trueque (baratto) e ha organizzato la Minga de la Comida, un evento tradizionale in cui sono stati distribuiti alimenti alle persone indigene della regione del Popayàn, che versa in condizioni critiche. Le organizzazioni indigene e popolari della zona del Alto in Bolivia, stigmatizzate dal governo golpista di Añez come incapaci di rispettare le norme di sicurezza, hanno fatto arrivare camion di provviste ai centri urbani colpiti dalla pandemia, sfidando le azioni repressive delle forze dell’ordine e lo stesso è accaduto con diversi popoli indigeni della sierra ecuadoregna che hanno fornito cibo alla zona costiera, fortemente colpita dal virus.

    Un’altra strategia diffusa di fronte all’estendersi del Covid-19 è stata la prevenzione, per cui diverse organizzazioni indigene si sono impegnate ad auto-produrre i dispositivi di sicurezza e il gel antibatterico e hanno diffuso le norme igieniche nelle lingue originarie, come ha fatto la CONAIE in Ecuador e l’Organización Regional de Pueblos Indígenas de Oriente (ORPIO) in Perú. Nel caso degli zapatisti è stato fin da subito rinforzato il sistema di cliniche popolari costruito in 25 anni di autogestione dalle comunità indigene del Chiapas.

    Spesso le comunità si trovano a molti chilometri di distanza dai centri di salute o dagli ospedali urbani, per questo la medicina tradizionale, con l’uso di piante e metodi di guarigione propri, è un altro tassello fondamentale nelle scelte di autodeterminazione. Diverse culture indigene in America Latina condividono un’epistemologia in cui la salute individuale e collettiva sono indivisibili e non si possono guarire separatamente; la malattia non si limita ai sintomi corporei e contempla l’armonia con l’ambiente e con gli altri. Nel popolo Wayuú, che vive tra Colombia e Venezuela, si dice che senza terra non c’è vita, e che la madre terra dev’essere sana affinchè anche i suoi figli stiano bene. Le depositarie delle conoscenze relative alle piante, all’armonia con il cosmo e alle pratiche di cura, che vengono tramandate tra le generazioni, sono spesso donne, che stanno giocando un ruolo fondamentale nell’attuale contesto pandemico dentro le comunità così come nelle reti internazionali di femminismo comunitario.

    Purtroppo i governi latinoamericani, in linea generale, non hanno adottato misure specifiche per affrontare l’emergenza sanitaria in dialogo con le autorità indigene, nonostante siano parte della popolazione più a rischio, in un contesto regionale dove diversi stati faticano a garantire attenzione medica di base anche nei centri urbani. La popolazione indigena che vive nelle città sta affrontando situazioni di grave difficoltà dovuta alla mancanza di politiche pubbliche, soprattutto nelle aree periferiche, che si aggiunge alla discriminazione economica e linguistica di cui soffre costantemente nel contesto urbano.

    Molte organizzazioni indigene hanno dunque preso parola pubblicamente per esigere maggiore presenza dello stato sociale, come nel caso della CONAIE, la Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Ecuador che ha guidato le recenti rivolte antigovernative dello scorso ottobre, e che chiede al governo di irrobustire il sistema sanitario e fare i tamponi nelle comunità invece che usare le risorse economiche per pagare il debito con il FMI. L’Organizzazione Indigena Cavineña (OICA), della zona amazzonica boliviana, ha denunciato la mancanza di medicinali nei centri di salute della regione del Beni, dove “non c’è nemmeno un paracetamolo”.

    La mancanza di pianificazione e protocolli per l’intervento durante la pandemia ha favorito inoltre i settori estrattivi che stanno approfittando dell’emergenza per ottenere rapidamente concessioni e licenze ambientali. L’Osservatorio sui Conflitti Minerari in America Latina (OCMAL) segnala con preoccupazione che l’attività mineraria è stata considerata da diversi paesi come attività essenziale, nonostante l’estrazione di minerali abbia un impatto diretto sull’inquinamento dell’acqua e sull’ecosistema; d’altro canto non si è nemmeno considerato il rischio di contagio per i minatori che hanno le condizioni minime di bio-sicurezza nei territori dove vivono, spesso sprovvisti anche dei servizi basici di salute.

    Allo stesso modo non si sono fermati i conflitti ambientali e negli ultimi mesi sono stati registrati nuovi omicidi di leader indigeni difensori del territorio in diversi paesi latinoamericani, mentre si acutizzano i conflitti già aperti. Per esempio, in Colombia, le misure emergenziali non hanno fatto altro che inasprire le vessazioni e rendere più facili i bersagli, e diversi leader sociali sono stati uccisi direttamente nelle loro case. Le denunce di difensori del territorio indigeni uccisi dall’inizio della pandemia arrivano anche da diverse comunità in Messico, Brasile, Perù, mentre nel Wallmapu proseguono le aggressioni nei territori che le comunità hanno recuperato negli ultimi anni.

    Altrettanto preoccupanti sono le agende governative che, adducendo la necessità di muovere l’economia durante la crisi, avallano nuovi progetti estrattivi e di devastazione territoriale. È il caso del Messico, dove sta avanzando a grandi passi la costruzione del Tren Maya, duramente contrastata da organizzazioni e comunità indigene, o del Brasile dove si è costituito in febbraio un Consejo Nacional de la Amazonia, dopo gli incendi dell’anno scorso, ma l’organo è coordinato da militari e senza partecipazione indigena, e la deforestazione nel 2019 è cresciuta dell’85,3%.

    Riprendendo le parole della portavoce del Consiglio dei Popoli Maya Ki’che’, Lolita Chavez, è evidente che il coronavirus è il sintomo di un’altra malattia chiamata diseguaglianza, una patologia del capitalismo coloniale che si fonda sull’oppressione della maggioranza delle popolazioni a vantaggio di pochi. Quel che i popoli originari latinoamericani stanno mostrando, ancora una volta, è che il modello neoliberale globalizzato, oggi alle prese con la pandemia del coronavirus, non è sostenibile e minaccia i limiti della vita umana e naturale. Per superare l’emergenza sarà allora necessario mettere in discussione le economie basate sull’estrattivismo e l’esportazione delle commodities e ripensare l’intero modello della società capitalista globale che oggi evidenzia la sua profonda crisi.

  • Arresti arbitrari e privazione di libertà nelle manifestazioni a Guadalajara, Messico

    Arresti arbitrari e privazione di libertà nelle manifestazioni a Guadalajara, Messico

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    Da giovedì le proteste per la morte di Giovanni López per mano della polizia incendiano lo stato messicano di Jalisco. Almeno cento manifestanti sono stati arrestati in maniera arbitraria, per ore di vari di loro non si è saputo più nulla.

    di Caterina Morbiato – Galleria fotografica di Carolina Jiménez Morales

    Giovanni López aveva 30 anni e faceva il muratore. Viveva a Ixtlahuacán de los Membrillos, un comune di Guadalajara, la seconda città più popolosa del Messico e capitale dello stato di Jalisco. Quando una decina di poliziotti municipali l’hanno arrestato, a quanto pare per non indossare la mascherina, suo fratello Christian ha filmato la scena con il cellulare.

    Nel video si sente una donna rassicurare il ragazzo —“Vanni, stai tranquillo”— mentre gli agenti lo immobilizzano e lo costringono a salire sulla pattuglia. “Se lo uccidete sappiamo che siete stati voi”, ripete Christian.  

    Era la notte di lunedì 4 maggio. Il giorno dopo Giovanni era morto.

    Per la sua famiglia hanno avuto inizio le bugie e i depistaggi: quel carosello macabro tipico di tante uccisioni commesse dalle forze dell’ordine e molto simile in tanti paesi del mondo. Lo racconta Christian in una video-intervista rilasciata al quotidiano Reforma, in cui spiega che la polizia aveva detto che suo fratello dovevano cercarlo all’ospedale perché il suo stato di salute era grave.

    Giovanni però era già morto per un trauma cranico-encefalico. Il suo corpo, inoltre, presentava segni di tortura e un colpo d’arma da fuoco gli attraversava una gamba.

    Sono iniziate anche le minacce: il video della detenzione non doveva essere diffuso, pena la morte. Quella video-testimonianza —l’unico strumento di difesa che i suoi familiari avevano al momento dell’arresto e che speravano servisse da deterrente per ulteriori violenze— é stato finalmente condiviso mercoledì scorso. Dopo un mese dalla morte di Giovanni, le autorità locali non avevano ancora aperto nessuna indagine né licenziato nessun poliziotto coinvolto nel caso.

    La notizia, diventata subito virale, ha generato un’ondata di rabbia e indignazione che é esplosa anche grazie alle proteste per l’omicidio di George Floyd che da giorni attraversavano varie città degli Stati Uniti. A Guadalajara centinaia di persone hanno deciso di manifestare per esigere giustizia per Giovanni López e denunciare gli abusi delle forze armate.

    Per l’omicidio del giovane i manifestanti accusano anche Enrique Alfaro, governatore di Jalisco. Le rigide misure sanitarie imposte nello stato per contenere i contagi di Covid-19 prevedono sanzioni e l’utilizzo delle forze dell’ordine per il loro compimento. In un contesto in cui la brutalità della polizia é una pratica tanto consolidata come impune, una disposizione di questo genere può trasformarsi in una licenza di morte.   

    Come racconta un reportage molto dettagliato pubblicato a inizio maggio dal portale informativo Pie de Página, Jalisco é segnato da una lunga tradizione di tortura documentata, tra gli altri, dal Centro de Justicia para la Paz y el Desarrollo nel dossier “La impunidad interminable: la tortura en Jalisco 2010-2016”.

    Dalle manifestazioni avvenute il 28 maggio 2004 contro il terzo vertice dei capi di Stato dell’Unione Europea, dell’America latina e dei Caraibi, ad oggi, le vessazioni fisiche, sessuali, psichiche inflitte dai diversi corpi di polizia di Jalisco ai cittadini si sono mantenute intatte nel tempo e fanno dello stato un tra i più torturatori del paese.

    Le proteste, iniziate giovedì, sono state dure: varie auto-pattuglie sono state bruciate, il portone del Municipio é stato abbattuto, un agente é stato dato alle fiamme, i manifestanti sono stati attaccati con gas lacrimogeno. A Città del Messico un gruppo di manifestanti ha protestato venerdì davanti alla sede del governo di Jalisco. Durante una delle cariche, una ragazza minorenne è stata travolta da vari agenti antisommossa che si sono poi accaniti su di lei provocandole una contusione cranica. É stata fortunatamente dimessa dall’ospedale la sera del sabato.

    A Guadalajara la manifestazioni sono continuate fino a ieri con un alto numero di manifestanti arrestati arbitrariamente sia prima che durante le azioni di protesta e la denuncia di persone infiltrate per provocare danni ai manifestanti; i media locali hanno documentato arresti fatti da presunte forze dell’ordine in borghese che caricavano i manifestanti su pick-up prive di targa. 

    Molti arrestati hanno denunciato maltrattamenti, privazione di oggetti personali —come il telefono— e di essere state rilasciate in zone periferiche della città senza la possibilità di comunicare. Tra giovedì e venerdì si sono perse le tracce di molte delle persone arrestate e dalle reti sociali é iniziata una campagna spontanea e autogestita per cercare di localizzarle. 

    La paura di una nuova Ayotzinapa

    Durante le prime ore di sabato mancavano ancora all’appello una trentina di manifestanti. La loro condizione di desaparecidos —di persona scomparsa, di cui i familiari e le persone care non sanno dove si trovi, come sta, se é o meno in vita— ha provocato paura. 

    Secondo il dossier sul ritrovamento di fosse comuni clandestine e sparizioni in Messico (Informe sobre Localización de Fosas Clandestinas y Desapariciones en México) presentato dal Ministero dell’Interno a gennaio, nel paese ci sono 61,637 persone desaparecidas. 

    Sempre d’accordo ai dati ufficiali, lo stato di Jalisco é quello che a livello nazionale ha riportato la maggior quantità di persone desaparecidas durante il 2019: 2,100. Nello stesso anno 275 donne e 212 bambini e bambine sono sparite in Jalisco. Di nuovo: il maggior numero di casi in tutto il Messico.

    É anche per questo che nei social, così come nelle conversazioni tra amici, si é diffuso l’allarme e il nome di Ayotzinapa ha iniziato a prendere corpo. Cosí tante persone fatte sparire nel nulla, per così tante ore e dopo essersi scontrate con le forze di polizia porta inevitabilmente a creare un nesso con quello che successe la notte del 26 e 27 settembre del 2014 nella cittadina di Iguala, nello stato meridionale di Guerrero. 

    Quella notte 43 studenti della Escuela Normal Rural “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa vennero fatti sparire grazie alla complicità delle autorità politiche, della polizia, dell’esercito e di gruppi criminali che operano in Guerrero. Il caso rimane ancora aperto e, nonostante le implacabili manifestazioni dei genitori dei giovani studenti, anche durante l’attuale governo di Andrés Manuel López Obrador le indagini non sembrano avanzare in maniera efficace.

    A consolidare la paura sono state però le dichiarazioni fatte ieri da Enrique Alfaro in un messaggio diffuso via Twitter in cui afferma di non aver dato l’ordine di arrestare i manifestanti e che sarebbero stati gruppi del crimine organizzato ad attaccare, prelevare e far sparire i giovani. Nello stato di Jalisco opera il Cártel Jalisco Nueva Generación (CJNG), uno dei gruppi più influenti del crimine organizzato messicano. 

    Lentamente durante la giornata di sabato i manifestanti desaparecidos hanno iniziato ad apparire, anche se per molti non si è ancora confermata la scarcerazione. Secondo la lista di monitoraggio che si è attivata per tracciare le persone scomparse, ancora di tre non si hanno notizie.

    Al momento per la morte di Giovanni López sono stati arrestati tre poliziotti di Ixtlahuacán de los Membrillos, la cittadina che fino a poco più di un mese fa era la sua casa. 

  • Il fascismo in Brasile/2

    Il fascismo in Brasile/2
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    DIARIO ALLA VIGILIA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO

    Di Alessandro Peregalli (seconda parte, qui la prima parte) – Galleria fotografica di Tuane Fernandes.

    Il partito militare

    La formazione di un partito attorno al nucleo delle milizie, e il progetto fascista ad essa connesso, non è l’unica strategia oggi in campo in Brasile per portare a una rottura degli ultimi deboli presidi della democrazia formale. Un’altra linea reazionaria ha preso forza negli ultimi anni, una linea culturalmente diversa dal bolsonarismo, anche se con elementi di affinità, e che non si propone la creazione di un regime strettamente fascista, ma che negozia con il bolsonarismo la definizione di un nuovo ordine autoritario. Questa strategia risponde all’esercito e ha come modello la dittatura militare (1964-1985). L’estraneità della strategia delle Forze Armate al fascismo è definita dal fatto che queste ultime non portano avanti un’ideologia egemonica e mobilitante, ma puntano piuttosto alla pacificazione sociale. Oltretutto, non vedono di buon occhio la crescita delle milizie, che in qualche modo riducono il loro monopolio della violenza sulla società.

    Il ritorno dell’esercito al centro della politica brasiliana, dopo tre decenni di democratizzazione del sistema politico, è una tendenza in corso da anni. Quando nel 2002 Lula da Silva, ex leader sindacale operaio, fu eletto presidente, il Brasile visse l’illusione che il processo di ritorno alla democrazia dopo la lunga parentesi di governo militare fosse giunto a compimento. Lungi dal contrastare il peso delle Forze Armate, il governo Lula intrattenne sempre buone relazioni con la cupola militare, sviluppò e finanziò la struttura militare, e mise in campo una politica sub-imperialista regionale del Brasile ben vista dai quadri dell’esercito, e che ebbe come momento culminante la leadership brasiliana della missione di pace ad Haiti iniziata nel 2004 e finita ingloriosamente nel 2017. Oltretutto, Lula non cercò in alcun modo di infastidire l’esercito con commissioni d’inchiesta sui crimini commessi dalla giunta militare in passato, i cui membri mantennero una condizione di sostanziale impunità. Le cose cominciarono a cambiare con Rousseff a partire dal 2011: già mal vista dall’esercito in quanto donna ed ex guerrigliera imprigionata e torturata ai tempi della dittatura, Dilma decise di seguire l’esempio di Argentina e Cile e di creare una “Commissione della Verità”, oltre subordinare le principali nomine militari al ministero della Difesa. Parallelamente, però, mentre Dilma con una mano cercava di limitare il potere politico dell’esercito, con l’altra indirettamente lo rafforzava, prima con la formulazione di una normativa anti-terrorismo fortemente liberticida in risposta alle proteste di giugno 2013 e poi, nel 2014, con l’intervento federale per la pacificazione delle favelas di Rio, in cui operarono quadri militari che si erano formati ad Haiti.

    I dissidi con la cupola militare, tuttavia, spinsero quest’ultima a contrastare, in maniera sempre più esplicita, il PT, e ad avallare le manovre golpiste che portarono alla caduta di Dilma nel 2016, in un processo che toccò il suo apice quando, alla vigilia della decisione dell’STF sull’Habeas Corpus di Lula (la possibilità di evitare il carcere preventivo per i delitti di corruzione per cui era incriminato), il generale Villas Boas ammonì che nel caso in cui il tribunale avesse dato l’impunità all’ex presidente le Forze Armate avrebbero dovuto intervenire. Altre minacce si sono susseguite nei mesi successivi di fronte all’eventualità che la magistratura permettesse a Lula di candidarsi alle elezioni.

    In campagna elettorale Bolsonaro, che a sua volta, prima di diventare politico, aveva fatto una breve e fallimentare carriera nell’esercito, decise di candidare come vice presidente l’ex generale Hamilton Mourão, sancendo in questo modo un sodalizio tra il suo partito fascista in formazione e un pezzo del partito militare; un sodalizio che si è ri-celebrato simbolicamente il 31 marzo del 2019 e del 2020, anniversari del golpe militare del 1964 che sono stati solennemente festeggiati dal governo brasiliano. Oggi in Brasile ci sono circa 2500 funzionari del governo federale che provengono dalle fila delle Forze Armate e ben otto ministri su 22 sono militari, l’ultimo dei quali, il segretario della Casa Civil (una sorta di sottosegretario alla presidenza) Walter Braga Netto, è stato nominato nel pieno della crisi pandemica dando adito a teorie del complotto, circolate anche in Italia, che vedevano una destituzione di fatto del presidente da parte dell’ala militare. In realtà, le cose sono più complicate.

    E’ noto che nel governo brasiliano ci sono fondamentalmente tre componenti: l’ala cosiddetta ideologica, ossia il vero e proprio partito bolsonarista, rappresentato soprattutto dal presidente, e dai titolari di Esteri, Istruzione, Ambiente, Donna, Famiglia e Diritti Umani e, a partire dalle dimissioni di Sérgio Moro, Giustizia; l’ala neoliberista ortodossa, rappresentata dal ministro dell’economia Guedes; e l’ala militare. Quest’ultima, sebbene condivida il culto dell’ordine e l’anticomunismo viscerale del bolsonarismo, oltre che l’allineamento geopolitico agli USA, adotta posizioni più flessibili, moderate e pragmatiche delle altre due; in questi 19 mesi di governo, i militari hanno cercato di ammorbidire alcuni eccessi ideologici e di portare avanti una linea di maggior real politik che potesse evitare lo scoppio tanto di problemi internazionali come di crisi sociali interne e rallentare il processo di periferizzazione economica e di marginalizzazione geopolitica del paese. In questo senso, per esempio, come ha osservato Gabriel Merino, i ministri militari, e soprattutto Mourão, hanno tentato di preservare il MERCOSUR dalle spinte distruttrici del bolsonarismo, hanno mantenuto una stretta relazione con la Cina edulcorando le sparate da Guerra Fredda del ministro degli Esteri e del primogenito di Bolsonaro, Eduardo, e hanno posto un freno alle pulsioni belliche del bolsonarismo contro il Venezuela, facendo capire a Washington che il Brasile non avrebbe pagato il costo di sangue di cui Trump ha bisogno per detronizzare Maduro. Da un punto di vista geopolitico, dunque, i militari sembrano meno propensi a una servilismo totale nei confronti degli USA, ma piuttosto a una subalternità negoziata. Anche da un punto di vista economico i militari sono più pragmatici e meno legati al semplice laissez-faire, e sono loro di fatto ad aver imposto a Guedes un piano di investimenti pubblici in infrastruttura per contrastare gli effetti economici della pandemia.

    Tuttavia, come ha segnalato un articolo della fondazione Tricontinental, la posizione economica dei militari da tempo non è più nazionalista e “sviluppista”, come era ai tempi della dittatura, ed è molto più incline a programmi di privatizzazione, incluso dei settori strategici. Le differenze con il bolsonarismo “duro” sono più retoriche che qualitative. Sono quindi piuttosto affrettate le teorie per cui il partito militare starebbe cospirando contro Bolsonaro o strizzerebbe l’occhio alle proposte parlamentari di impeachment del presidente. Sebbene idealmente persegua un orizzonte politico di “bolsonarismo moderato” o di “bolsonarismo senza Bolsonaro”, sa bene che la fusione della propria corporazione con l’apparato statale è un processo di non ritorno. Ed è anche consapevole che il basso clero dell’esercito è particolarmente simpatetico al presidente.

    Il “momento Matteotti”

    Lo scoppio della pandemia da Coronavirus rappresenta, a mio modo di vedere, un possibile “momento Matteotti” nel processo di escalation autoritaria in Brasile, quel momento cioè in cui a partire da fatti politici eclatanti chi sta cercando di rompere l’ordine costituzionale non dissimula più fedeltà alle istituzioni e alle procedure democratiche ma sembra sempre più disposto a violarle apertamente, e ad assumersene le conseguenze. Intendiamoci: non considero affatto che il destino della crisi attuale sia segnato. Oggi più che mai la dinamica storica è aperta, soprattutto in una regione in cui il vento della ribellione ha ricominciato a soffiare forte a partire dagli ultimi mesi del 2019.

    I segnali che siamo arrivati a un punto di svolta si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Come sostiene Freixo, “può benissimo darsi che alla fine non si realizzi, ma mai una dittatura era stata annunciata come ora in Brasile”. Oggi l’AI5, l’Atto Istituzionale con cui il governo militare nel 1968 cassò il mandato dei parlamentari contrari alla giunta, autorizzò interventi federali in municipi e stati e legalizzò di fatto la tortura, è un tema all’ordine del giorno; è stato minacciato prima da Eduardo Bolsonaro, poi dal ministro Guedes e infine dallo stesso Presidente della Repubblica, e viene richiesto a gran voce dalle manifestazioni fasciste. I media lo condannano, ma ne parlano sempre più come di una possibilità concreta. Con una puntualità sorprendente, l’AI5 è inoltre evocato ogni volta che le indagini sul caso Marielle si avvicinano alla famiglia Bolsonaro.

    Dopo che in ottobre è stata approvata dal Congresso la riforma delle pensioni, principale richiesta dell’élite economica, i rapporti di questa con il governo Bolsonaro si sono via via complicati. Negli ultimi mesi del 2019 e nei primi del 2020 un lungo braccio di ferro tra governo e parlamento sulla gestione di una parte del bilancio pubblico ha visto la vittoria di quest’ultimo e, come risposta, la convocazione di manifestazioni filo-governative che chiedevano esplicitamente la chiusura del Congresso. La prima di esse è stata il 15 marzo, momento incipiente della diffusione di casi di Covid-19 in Brasile, quando Bolsonaro, dato da molti come possibile infetto da Coronavirus dopo una sua visita negli Stati Uniti, aveva partecipato direttamente, senza maschera e dispensando abbracci. Poco dopo è iniziata la lunga telenovela sul suo tampone, il cui risultato non è stato reso pubblico. In quell’occasione sono state depositate presso il Congresso le prime richieste di impeachment per crimini contro la salute pubblica.

    I fatti dei mesi successivi sono abbastanza noti anche al pubblico internazionale: il Brasile ha fatto costantemente notizia per via della politica scellerata del governo, contrario all’isolamento sociale, insultante nel suo disprezzo delle vittime e favorevole, contro ogni evidenza scientifica, all’uso dell’hydroxiclorochina come farmaco miracoloso. In questo delirio, ben due ministri della Sanità, Luis Henrique Mandetta e Nelson Teich, si sono dimessi in meno di un mese. In un braccio di ferro infinito, potere esecutivo, legislativo e giudiziario si sono scontrati su tutto, dai magrissimi sussidi di emergenza per i settori popolari alla gestione del bilancio federale alla possibilità o meno di sospendere per un tempo indefinito i contratti di lavoro. Conflitti nei quali il governo ha sempre cercato di restringere gli aiuti e boicottare le normative, nel costante tentativo di difendere gli interessi delle imprese e privilegiare la tenuta economica sulla vita dei lavoratori. A questi conflitti tra poteri si sono aggiunti quelli del governo con stati e municipi, molti dei quali favorevoli a certi livelli di distanziamento sociale; l’effetto è stato una governance del territorio nazionale completamente schizofrenica e a macchia di leopardo.

    In questo contesto, le dimissioni di Sérgio Moro il 24 aprile determinano un salto di qualità nella crisi. Si danno come risposta all’ingerenza di Bolsonaro nel suo ministero per sostituire il capo della PF Polizia Federale (PF) Maurício Valeixo, uomo di fiducia del ministro, colpevole secondo il presidente di non aver bloccato le indagini della PF di Rio de Janeiro, relative tra le altre cose all’omicidio di Marielle Franco. Al momento di dimettersi, Moro accusa Bolsonaro di aver disposto la sostituzione di Valeixo con la finalità di “proteggere la sua famiglia” dalle inchieste. Oltre al caso Marielle, nel mirino del presidente ci sono le misure prese dalla PF su una dozzina di deputati bolsonaristi indagati dall’STF per aver diffuso fake news in campagna elettorale. Quella sulle fake news, di fatto, è un’altra indagine che, se portata fino in fondo, potrebbe arrivare ad estromettere Bolsonaro dall’incarico. Come risposta alle accuse di Moro, Bolsonaro immediatamente nega l’interferenza nella PF, ma rivendica di voler avere uomini di fiducia in quell’istituzione per via di alcune inchieste che riguardano la sua famiglia. Il 28 aprile Bolsonaro nomina Alexandre Ramagem a direttore della PF e Mendonça come ministro di Giustizia. Il giorno successivo un giudice dell’STF nega la nomina di Ramagem per essere amico di famiglia di Bolsonaro; questi, irritato, accetta, nomina Rolando Alexandre ma minaccia che era a un passo dal disobbedire alla decisione della corte. Il 2 maggio Moro testimonia alla PF di Curitiba e rivela che le prove dell’interferenza di Bolsonaro per aiutare la sua famiglia si trovano nel video della riunione del Consiglio dei Ministri del 22 aprile. L’STF dispone la requisizione del video, ma il governo resiste per settimane, indicando che ci sono frasi sensibili in questioni di politica estera.

    Nel frattempo, il 14 maggio, Mourão pubblica un editoriale per il giornale Estadão, in cui descrive la crisi istituzionale che vive il paese e la riassume in quattro problemi: la polarizzazione della società sulle misure da adottarsi per sconfiggere la pandemia, con un eccessivo accanimento dei media contro l’esecutivo; il non rispetto da parte di governatori, magistrati e legislatori del carattere federale, e non confederale, della nazione; l’usurpazione delle prerogative del potere esecutivo da parte degli altri poteri; l’accanimento contro il governo su temi sensibili come l’Amazzonia. L’editoriale si chiude prefigurando una situazione grave, ma non insuperabile, ammesso che emerga una maggiore “sensibilità delle più alte autorità del Paese”. Otto giorni dopo il generale Augusto Heleno, capo di gabinetto della Sicurezza Istituzionale del Presidente della Repubblica, minaccia esplicitamente un golpe nel caso in cui la magistratura disponga il sequestro del cellulare di Bolsonaro per indagini relative all’inchiesta sulle fake news. Di fronte allo scandalo sollevato dal suo comunicato, 90 ex ufficiali scendono in difesa di Heleno e parlano di guerra civile.

    Il giorno stesso, 22 maggio, l’STF rende pubblico il video della riunione ministeriale del 22 aprile, in cui Bolsonaro sostiene che “non aspetterò che tutta la mia famiglia, i miei amici, si fottano, perché non posso cambiare qualcuno delle forze dell’ordine”, dando prova del suo tentativo di ingerenza nella PF. Il presidente afferma anche che intende armare “il popolo” per evitare che qualche “figlio di puttana” impianti una dittatura. Nello stesso video, emergono altre frasi compromettenti come quella del ministro dell’Istruzione Abraham Weintraub che, oltre a negare l’esistenza di “popoli indigeni” in Brasile, sostiene che invece che dialogare con l’STF si dovrebbe “mandare tutti quei vagabondi in galera”; o del ministro dell’Ambiente Ricardo Salles, che sottolinea “l’opportunità che abbiamo che la stampa ci sta dando un po’ di respiro” per far passare “riforme infra-legali di de-regolamentazione e semplificazione in ambito ambientale”, agendo “senza coinvolgere il Congresso, perché tutto ciò che passa dal Congresso non lo riusciamo ad approvare”. L’obiettivo, neanche a dirlo, è accelerare la devastazione dell’Amazzonia, mentre tutto il mondo ha gli occhi puntati sul Covid.

    Lo scorso 28 maggio, infine, una nuova minaccia di golpe viene data dallo stesso Bolsonaro: in seguito all’ordine di sequestro, da parte di un giudice costituzionale, di PC, tablet e cellulari di 29 persone del suo entourage, per indagare sullo scandalo fake news, il presidente avverte: “ieri è stato l’ultimo giorno. Chiedo a Dio che illumini le poche persone che osano considerarsi migliori e più potenti di altre che rimangano al loro posto”. Poco dopo, diffonde sui social l’opinione di un avvocato che, contro il parere di ogni costituzionalista, considera legittimo l’“intervento puntuale” delle Forze Armate come “potere moderatore” nel conflitto tra altre istituzioni. Eduardo Bolsonaro rimarca: “le Forze Armate arrivano, mettono un panno caldo, azzerano il gioco e dopo torna il gioco democratico.”

    Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso

    Da mesi, in Brasile ci si chiede con sempre maggior insistenza: Bolsonaro cadrà o reggerà? Ci sarà un impeachment o un colpo di Stato militare? Arriveremo a svolgere le elezioni municipali di quest’anno e quelle politiche del 2022? A queste domande se ne aggiungono altre: quando si raggiungerà il picco della pandemia che sembra non arrivare mai? Quanto sarà il costo di sangue del genocidio di Bolsonaro? Quali conseguenze genererà una gestione economica che si configura sempre più come guerra aperta contro le classi popolari? Domande strettamente connesse l’una con l’altra.

    Nel primo anno di governo di Bolsonaro la crescita economica è stata intorno all’1% del PIL, al di sotto delle aspettative e con indici in discesa già a inizio 2020. Di fatto, il Brasile non si è mai ripreso dalla depressione economica dovuta alla caduta dei prezzi delle materie prime nel 2015, e l’ulteriore crollo del crudo in tempo di Coronavirus non promette niente di meglio. Le principali società finanziarie e di consulenza indicano la caduta del PIL per quest’anno in un -6 o -7%, con forti rischi a che si possa arrivare in doppia cifra, mentre la disoccupazione dovrebbe arrivare al 14%, indice più alto dell’America Latina. Le favelas e le comunità periferiche e rurali sono state lasciate da sole di fronte alla pandemia, e già si sono verificate rivolte nelle carceri. La pace sociale, sostengono tutti, non durerà ancora per molto, anzi forse è già finita. Secondo il leader del Movimento dos Trabalhadores Sem Teto (MTST) Gulherme Boulos, il governo Bolsonaro è pronto a sfruttare un eventuale caos sociale, con manifestazioni diffuse e saccheggi nei supermercati, per giustificare misure più autoritarie per il mantenimento dell’ordine. L’arrivo del vento insurrezionale che spira dal resto dell’America Latina potrebbe rappresentare quello che per Perry Anderson è l’anello mancante per poter parlare di fascismo in Brasile: la risposta reazionaria a una minaccia di rivolta sociale. Secondo Boulos, la reticenza e il ritardo del governo per concedere i miseri 600 reais mensili (intorno ai 100 euro secondo il cambio attuale, fortemente ribassato dalla crisi) per tre mesi a poveri e disoccupati avrebbe come fine proprio quello di esacerbare il malessere sociale e portare alla giustificazione politica per la rottura dell’ordine democratico. Un altro interrogativo è quale forma potrebbe assumere questa rottura.

    Secondo un altro articolo della Tricontinental, ci sono in realtà quattro forme di Stato d’eccezione previste formalmente dalla Costituzione: la prima, la Garantia da Lei e da Ordem (GLO) prevede il semplice intervento dell’esercito negli stati per questioni di ordine pubblico con funzioni di coordinamento delle forze di polizia, formalmente senza alterare i diritti individuali ma di fatto imponendo un coprifuoco per un tempo indefinito. Se quest’ipotesi è la più soft e non richiede l’approvazione del Congresso, le altre tre sono: l’Intervento Federale, già sperimentato a Rio nel 2014 e 2018, può arrivare a sottoporre al governo federale l’intero comando di uno stato, dandogli facoltà di cambiare il governatore e controllare tutte le aree (sicurezza, sanità, economia e finanze); lo Stato di Difesa, che per ristabilire “l’ordine pubblico o la pace sociale minacciati da grave e imminente instabilità istituzionale” arriva a restringere il diritto di riunione e generalizzare pratiche di controllo dei cittadini generalmente previsti solo in caso di indagini giudiziarie; lo Stato d’Assedio, che radicalizza le misure precedenti con obblighi di dimora, limiti alla libertà di stampa, invasioni di domicilio. Una rottura a tempo indefinito dell’ordine democratico a partire da uno di questi strumenti potrebbe seguire le orme dell’autogolpe che fece Alberto Fujimori in Perù nel 1992: anche in quel caso, la svolta autoritaria era stata prodotta da un’intesa tra un outsider populista e ultraliberale e il partito delle Forze Armate. Il problema, in questo caso, è che Bolsonaro non dispone di maggioranza al Congresso, anche se nelle ultime settimane ha raggiunto accordi con una serie di piccoli partiti di destra che, in cambio di nuove prebende e incarichi pubblici, gli garantiscono un numero di deputati sufficiente a sbarrare la strada a richieste di impeachment. Se però lo scontro tra poteri dovesse radicalizzarsi, queste misure d’eccezione previste dalla stessa Costituzione potrebbero non essere più sufficienti.

    In questo contesto caotico, molte cose devono ancora definirsi: quali equilibri si determineranno nel “caos sistemico” globale che ci lascia il Coronavirus; quanto sarà effettiva l’accumulazione di forze del bolsonarismo; se le classi dominanti, che hanno criticato Bolsonaro sulla gestione della pandemia, aumenteranno la loro distanza dal governo o si faranno sedurre da una soluzione autoritaria nel momento in cui scoppiasse una crisi sociale; infine, e soprattutto se si dovesse verificare un’importante reazione popolare. Se partiti e movimenti democratici si limiteranno a strategie elettorali, procedimenti legali e negoziati parlamentari con i partiti liberali (tutte cose, in una certa misura, comunque utili) il loro destino sarà segnato; a maggior ragione se per paura di un golpe cercheranno, come fecero nel 2013, di frenare e contenere la rabbia popolare. Solo un movimento di massa, che non si riduca alla difesa di un’idea feticista di democrazia, che in Brasile è sempre stata patrimonio di una minoranza, ma si connetta con il dramma sociale delle classi popolari, potrà forse inceppare gli ingranaggi dell’autoritarismo di Stato, come hanno dimostrato le recenti esperienze in Cile, Ecuador, Colombia e, proprio in questi giorni, negli USA. Nell’ultima settimana abbiamo avuto indizi in questa direzione, con manifestazioni sempre più grandi nelle principali città, lanciate dai gruppi ultras antifascisti, che hanno impedito i consueti ritrovi fascisti. Domenica 7 giugno si attende un’importante giornata di lotta.

    Galleria fotografica di Tuane Fernandes

  • Il fascismo in Brasile/1

    Il fascismo in Brasile/1

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    DIARIO ALLA VIGILIA DI UN POSSIBILE COLPO DI STATO

    Di Alessandro Peregalli (diario in due parti, leggi qui la seconda)

    Mentre il Brasile è già il secondo paese per numero di contagi di Covid-19, nonostante mantenga l’indice più basso di tamponi del Sudamerica (0.62 ogni 1000 abitanti), e veleggia ormai spedito verso il secondo posto anche per numero di morti, una crisi politica sempre più acuta si innesta, e si potenzia vicendevolmente, con la crisi epidemica. Non si tratta di una semplice crisi “di governo”, è la crisi della democrazia liberale brasiliana.

    Da alcuni anni, con la crescita esponenziale dell’estrema destra in tutto il mondo, si sprecano i paragoni tra il presente momento storico e quella che Eric Hobsbawm ha chiamato “Era della Catastrofe” (1914-45), e sulla possibilità o meno di parlare di fascismo contemporaneo. Il problema si pone a partire da due domande. La prima: le diverse espressioni della nuova destra, dal trumpismo negli USA al lepenismo in Francia, da Lega e FdI in Italia a Vox in Spagna, da Jair Bolsonaro in Brasile a Narenda Modi in India, da Viktor Orbán in Ungheria a Rodrigo Duterte nelle Filippine, da Tayyip Erdogan in Turchia al governo golpista ucraino, si possono tutte definire alla luce dell’espressione “neofascismo”? La seconda: laddove questi personaggi e forze politiche sono giunti al governo, hanno portato alla creazione di regimi politici fascisti?

    E’ difficile dare risposte univoche a queste domande. E’ però evidente che esistono alcuni elementi comuni al di là delle specificità dei singoli contesti, considerando che anche i fascismi storici furono esperienze ben più eterogenee tra loro di quanto l’adozione di modelli “classici” faccia sembrare. E che, tanto nel caso dei fascismi storici come in quello delle nuove destre, si tratta di fenomeni che appaiono in momenti di turbolenza globale e di profonda crisi di riproduzione sociale del capitalismo. E’ anche certo che queste forze politiche, dove giungono al governo, aumentano fortemente i caratteri autoritari e dello Stato, ma questa è una tendenza che nell’attuale epoca di crisi è seguita in qualche misura anche da forze liberali. In paesi come Turchia o Ungheria ci sono state delle vere e proprie rotture istituzionali, mentre in altri paesi europei o negli Stati Uniti le forze di estrema destra sembrano collocarsi (ancora?) nel marco dello Stato di diritto. Nei paesi del cosiddetto Sud Globale, in cui la democrazia liberale si è sostenuta sempre su basi materiali fragili e socialmente escludenti, ci troviamo di fronte a situazioni ancora indecifrabili. Uno di questi casi è proprio il Brasile di Bolsonaro.

    L’ascesa di Bolsonaro

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    Bolsonaro ha vinto le elezioni il 28 ottobre 2018 (proprio nell’anniversario della Marcia su Roma) capitalizzando il fallimento del lungo ciclo di governo del Partido dos Trabalhadores (PT). Come spesso avviene: dopo una sinistra vacillante viene una destra determinata. Il PT, lungi dal portare avanti una politica di contrasto al neoliberismo per la quale era stato eletto, aveva finito per curarne gli effetti rafforzandone le cause. Approfittando del boom dei prezzi delle materie prime, che gli permisero livelli alti e duraturi di crescita e una bilancia commerciale favorevole, nei suoi 13 anni di governo il PT creò politiche sociali di sostegno al reddito, accesso all’università e ai servizi pubblici che permisero a 36 milioni di persone di uscire dalla soglia della povertà, senza dover restringere i margini di profitto di banche e imprese. Tuttavia, il carattere assistenzialista di queste politiche (che in realtà spesso rispondevano a logiche di sussidiarietà e di partecipazione pubblico-privata), e le modalità di inclusione attraverso consumo e credito individuali e non tramite l’accesso a diritti universali, portarono sempre più persone a riconoscersi non come nuova classe lavoratrice con migliori condizioni ma come “nuova classe media” e ad assumerne i principali tratti soggettivi, come la competizione e l’individualismo. Oltretutto, una politica di cooptazione dei sindacati e dei movimenti sociali nell’apparato statale riduceva la capacità di questi ultimi di lottare per riforme più progressiste.

    Le illusioni petiste di aver costruito un Brasile felice e prospero e di aver realizzato una rivoluzione senza conflitto sociale si ruppero, dopo i tumulti del 2013, con la crisi economica seguita al drastico crollo dei prezzi delle commodities. In un contesto di depressione economica e di aumento della disoccupazione i ceti medi iniziarono a distanziarsi sempre più dal PT, e ad abbracciare valori politici conservatori, aumentando il proprio risentimento verso le minoranze di genere e razziali, maggiormente favorite da politiche di inclusione (come nel caso delle quote di accesso all’università). In tutto questo, le pratiche di gestione del PT, con schemi di corruzione nelle relazioni con alleati conservatori di governo, banca pubblica e grandi imprese nazionali, sono servite a generalizzare una forte opposizione nella società e sono state al momento giusto ampiamente sfruttate dai monopoli mediatici e dall’inchiesta giudiziaria Lava Jato, che hanno messo in campo una strategia che ha condotto al golpe parlamentare contro Dilma Rousseff nel 2016.

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    Sfruttando la rabbia nei confronti della “vecchia politica” e del PT, il malcontento della classe media e un senso sempre più forte di insicurezza, causato dall’aumento della delinquenza per via della crisi, Bolsonaro si è affermato in campagna elettorale come favorito dopo l’ex presidente petista Lula, a cui però era stato accuratamente impedito di partecipare alle elezioni mediante una prigione preventiva illegittima da aprile del 2018. Negli ultimi mesi di campagna, come è noto, il vantaggio di Bolsonaro è cresciuto grazie a un utilizzo sempre più spregiudicato dei social media, accompagnato dall’uso massivo di fake news via Whatsapp, contando sulla collaborazione di Steve Bannon, articolatore dell’“Internazionale Nera”, ex consulente di Trump ed ex ideologo dell’impresa Cambridge Analytica. La spinta definitiva è arrivata in seguito al fallito attentato ricevuto a un mese dal voto. In quel contesto, mentre il candidato preferito dal gran capitale Geraldo Alckmin, del partito di centrodestra PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) non decollava, il grosso della borghesia brasiliana riversava le sue preferenze su Bolsonaro, nel tentativo di sbarrare la strada al ritorno del PT per realizzare le misure di austerità che considerava necessarie nel paese.  Nonostante il secondo governo di Dilma Roussef avesse dimostrato di essere disposto a portare avanti questo tipo di politiche, l’origine e il radicamento popolare del PT lo rendevano un corpo estraneo alla borghesia, che oltretutto si era spinta fino a ordire un golpe parlamentare e non era disposta a tornare sui suoi passi. L’idea originaria delle classi dominanti, fedelmente riflesso dal timido appoggio dato a Bolsonaro da imprenditori, politici di carriera e principali mezzi di comunicazione, e certificata dai rialzi in borsa in risposta alla sua vittoria nel primo turno, era quella di controllare facilmente un presidente da loro ampiamente sottovalutato e imporgli un’agenda di privatizzazioni e la riforma del sistema pensionistico in senso contributivo. La scelta di Bolsonaro, che non era mai stato fan del liberismo economico, di nominare ministro dell’Economia il Chicago Boy Paulo Guedes e ministro della Giustizia Sérgio Moro, il giudice che aveva fatto arrestare Lula, erano la garanzia del suo “disciplinamento”. Tuttavia, la spregiudicatezza della sua personalità e il rafforzamento del bolsonarismo come movimento politico autonomo sarebbero presto sfuggiti dal loro controllo. Prima di considerare come si sta dando quest’escalation reazionaria, consideriamo la pertinenza del termine fascismo per il caso brasiliano.

    In Brasile c’è fascismo?

    Secondo Atilio Borón, marxista argentino di tendenze ortodosse, l’attuale governo di Bolsonaro non può essere considerato fascista perché non segue il modello del fascismo “storico” in tre aspetti che giudica centrali: in primo luogo, è al servizio del capitale finanziario internazionale, invece di costituirsi intorno a un blocco di potere egemonizzato da borghesie nazionali; in secondo luogo, si inserisce nella tradizione storica di governi latinoamericani servili nei confronti dell’imperialismo statunitense, invece di portare avanti politiche imperialiste proprie; infine, adotta una politica economica ultra-liberale e non, come i fascismi storici, di forte intervento pubblico.

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    Il politologo brasiliano Armando Boito, seguendo una linea teorica che si rifà al marxista greco Nicos Poulantzas, ha obiettato che in una stessa forma di Stato, come può essere quella democratico-liberale, di dittatura militare o di dittatura fascista, sono possibili blocchi al potere diversi e, di conseguenza, che esistano approcci divergenti in politica economica o politica estera. In effetti, strategie militariste aggressive sono state frequenti anche nella storia di paesi formalmente democratici. Allo stesso tempo, secondo Boito il fascismo non si misura di fatto a partire dagli interessi specifici che in ultima istanza difende (se quelli della borghesia monopolista nazionale o quelli del capitale finanziario internazionale), ma piuttosto da quelli che punta a rappresentare e mobilitare come movimento di massa, cioè la piccola borghesia. Il fascismo emergerebbe in questo modo come un movimento ingannevole, che cresce e si mobilita a partire dalle classi medie ma che in realtà finisce col difendere il dominio dell’élite. Nelle parole del politologo brasiliano, fascismo e neofascismo “sono spinti da un discorso superficialmente critico e allo stesso tempo profondamente conservatore riguardo l’economia capitalista e la democrazia borghese: critica al grande capitale e difesa del capitalismo; critica alla corruzione e alla ‘vecchia politica’ combinate con la difesa di un ordine autoritario.” In quest’ottica, quindi, i fascismi crescono nel seno dei ceti medi, soprattutto nei momenti storici in cui questi tendono a impoverirsi e a vedere come minaccia la possibile concorrenza delle classi popolari, che vengono perciò sempre più percepite con tinte razziali, di genere, etniche o religiose “inferiori”. In questo senso, i fascismi sono sempre inscindibili da un forte acuirsi del razzismo e del sessismo, sebbene razzismo e sessismo si esprimano ampiamente anche nelle ideologie politiche non fasciste. Tuttavia, se è vero che la base sociale e militante fascista è di classe media, arrivando a includere alcuni settori proletari, normalmente la piena trasformazione di un progetto fascista in uno Stato propriamente fascista si da nel momento in cui questo progetto si sposa con gli obiettivi delle classi dominanti.

    Di fatto, un movimento e un’ideologia fascista sono perfettamente compatibili con il difendere gli interessi del capitale internazionale e il servilismo geopolitico quasi caricaturale che il bolsonarismo esprime nei confronti degli USA. Nemmeno la differenza tra il dirigismo economico del fascismo storico e l’ultra-liberismo di Bolsonaro è centrale, dal momento che il fascismo non ha mai avuto in realtà un pensiero economico proprio, e si è invece inserito nel marco di compatibilità via via dominante: non è un caso infatti che il fascismo in Italia avesse adottato un set di politiche economiche fondamentalmente liberiste fino alla crisi del ‘29, e rafforzò aspetti populisti, in misura molto più retorica che reale, solo verso la seconda metà degli anni ‘30, quando il liberismo economico era stato messo da parte in tutto il mondo. Oggi il neofascismo, e lo vediamo bene in Europa o negli USA, non è affatto un’alternativa al neoliberismo, ma la sua variante radicale, la sua “macchina da guerra”, anche se nascosta dietro a slogan “popolari” come il protezionismo o l’anti-europeismo. In questo senso, non desta scalpore che anche il bolsonarismo segua una politica liberista, oscillando tra la sua versione soft portata avanti dai ministri dell’ala militare (Casa Civile, Infrastrutture, Miniere ed Energia) e quella estremista di Guedes.

    Ma se il carattere fascista del bolsonarismo non viene da questi fattori, da cosa si definisce? Come già argomentato in un’altra occasione, l’elemento fascista del bolsonarismo è determinato dal suo carattere “egemonico” e “mobilitante”. In primo luogo, la presenza di un fascismo con caratteri “egemonici” —nel senso attribuito da Gramsci alla somma di elementi di dominazione pura e di consenso sociale— è un fenomeno relativamente “atipico” in America Latina, e ha come precedenti solamente l’Integralismo brasiliano, movimento nato come risposta a un tentativo di insurrezione comunista nel 1935, e frange minoritarie nello stesso periodo in Argentina. A ben vedere, né le esperienze populiste di Juan Domingo Perón in Argentina e di Getulio Vargas in Brasile tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50 possono essere definite realmente fasciste, in quanto avevano un’impronta anticoloniale e una matrice popolare troppo esplicita, né le dittature militari nate negli anni ‘70 nell’ambito del Piano Condor, che si erano dovute imporre in forma antidemocratica attraverso colpi di Stato e che si erano sostenute su dosi massicce di repressione. Da un certo punto di vista, potremmo  evidenziare maggiori affinità tra il bolsonarismo e i governi di Fujimori in Perù e Uribe in Colombia. Tuttavia queste esperienze, che coniugarono dosi diverse di militarismo, paramilitarismo, autoritarismo, anticomunismo e la presentazione del leader come outsider rispetto alla “vecchia politica”, non arrivarono a definizioni ideologiche “mature” come accade ora con Bolsonaro.

    Oltre ad attingere a piene mani riferimenti dei fascismi “originali” (celebre è stata la ripresa letterale di un discorso di Goebbels da parte di un segretario alla Cultura), quest’ultimo si rifà alle teorie di Olavo de Carvalho, filosofo brasiliano residente negli USA e vicino all’alt right statunitense, che ha contribuito a popolarizzare idee complottiste come quella che vede nel “Nuovo Ordine Mondiale” un progetto del cosiddetto “marxismo culturale”. Di impostazione conservatrice, anti-illuminista e anti-modernista, centrali nel suo pensiero sono il negazionismo del riscaldamento globale e dell’AIDS, il “terrapiattismo” e, nel pieno della crisi del Coronavirus, l’idea che la pandemia sia “la più grande manipolazione dell’opinione pubblica mai avvenuta nella storia umana”. Riaffermando quindi che non esiste un modello “classico” di fascismo, possiamo considerare il bolsonarismo come un fenomeno ideologico originale, che ha ripreso una dottrina pseudo-fascista quale l’“olavismo” e lo ha saldato e sintonizzato culturalmente e socialmente con la storia del Brasile, l’ultima nazione in cui è stata abolita la schiavitù. In questo senso il nazionalismo in Bolsonaro non riguarda il ruolo, sempre più convintamente marginale, del Brasile nel contesto globale ma, come sostiene Vladimir Safatle, è l’idea di una rinascita della nazione nella sua forma paranoica, schiavista e bianca, come ultimo rifugio di ciò che le classi dominante e medie considerano come proprio, come figura allargata di una loro proprietà. Una rivendicazione proprietaria che nella crisi del Coronavirus è arrivata a veri e propri “rituali di autosacrificio e di violenza, con persone che ballano in strada senza maschera, suonano il clacson di fronte agli ospedali e deridono apertamente il dolore di migliaia di persone contagiate.

    Il secondo elemento che ha prodotto l’eccezione di un’ascesa fascista in America Latina è il carattere estremamente mobilitante, di massa, del fenomeno Bolsonaro. Il fascismo, di fatto, si distingue dalla destra liberale o conservatrice in quanto unico movimento politico reazionario che non si limita alla costruzione di un consenso passivo o alla chiamata “produzione di soggettività”, ma che produce mobilitazione politica, militante e dal basso. Si può quindi affermare, come fa Boito, che in questo momento in Brasile siamo in presenza di un’ideologia neofascista, un movimento neofascista e un governo dominato da neofascisti, ma non ancora di un regime politico fascista. Perché ci si possa arrivare, bisogna capire se il bolsonarismo riuscirà ad ottenere un certo tipo di accordo stabile con le classi dominanti ma, soprattutto, se riuscirà a imprimere un salto di qualità al proprio processo di crescita organizzativa e ideologica, se riuscirà cioè a farsi partito. Come ha argomentato Jeffery Webber, latinoamericanista della York University, il nucleo duro di questo partito fascista in costruzione esiste già ed è costituito dalle milizie, gruppi paramilitari cresciuti nelle favelas di Rio de Janeiro, città nella quale Bolsonaro è stato eletto a deputato federale per 30 anni consecutivi.

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    Il Partito di Bolsonaro

    Il deputato del partito di sinistra PSOL (Partido Socialismo e Liberdade) Marcelo Freixo, di Rio de Janeiro, sostiene che la genesi del bolsonarismo è da cercare “nella fogna della malavita carioca sostenuta dalla triade politica, polizia e crimine organizzato”. Negli anni ‘90 apparvero sulla scena di Rio le milizie, squadracce formate da poliziotti ed ex poliziotti corrotti che si legittimavano agli occhi di certi settori della società per la loro lotta al narcotraffico e alla delinquenza popolare, e che venivano tollerate dallo Stato per fare, in qualche modo, il “lavoro sporco” e perché effettivamente erano composte dallo stesso personale che integra le forze dell’ordine statali. Ben presto però, nei territori poveri dove si installarono, finirono per adottare pratiche di dominio militare, sfruttamento economico (pizzo, estorsioni e in breve lo stesso traffico di droga) e potere politico attraverso il terrore e il clientelismo. Da subito Bolsonaro, da deputato, diventò il principale riferimento politico delle milizie, anche se secondo Webber oggi sarebbero almeno un terzo i consiglieri municipali di Rio legati ad esse.

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    Secondo Freixo, l’uomo chiave della relazione tra Bolsonaro e le milizie è l’ex poliziotto Fabrício Queiroz, oggi al centro di uno scandalo di corruzione che coinvolge anche il figlio di Bolsonaro e consigliere di Rio, Flávio. Fu Queiroz a favorire l’avvicinamento alla famiglia Bolsonaro di Adriano da Nóbrega, assassino seriale che è stato recentemente ucciso in un conflitto a fuoco dalla polizia statale di Bahia. A testimoniare i legami con la famiglia del persidente c’è, per esempio, il premio onorifico che Flavio Bolsonaro assegnò a Adriano nel 2005 mentre si trovava in carcere. Adriano era il capo della milizia Escritório do Crime, gruppo criminale che, secondo le inchieste della magistratura, sarebbe artefice dell’assassinio della consigliera comunale del PSOL Marielle Franco il 14 marzo del 2018.  La polizia federale ha individuato come esecutore materiale di quell’omicidio Ronnie Lessa, ex poliziotto ma anche ex vicino di casa della famiglia Bolsonaro, e la cui figlia ebbe in passato una relazione proprio con Flávio. Oggi le indagini sull’omicidio di Marielle si stanno sempre più avvicinando alla famiglia Bolsonaro, e questo è un fatto che, come vedremo, sta avendo una certa importanza nell’accelerazione della torsione autoritaria del governo. Fatto sta che il clan Bolsonaro non perde occasione per attaccare la figura di Marielle, che rappresenta tutto quello che il bolsonarismo disprezza: donna, nera, bisessuale, di origini popolari e di sinistra.

    Secondo Webber, da quando Bolsonaro è diventato presidente, è probabile che uno dei suoi obiettivi principali sia stato e sia l’espansione in senso nazionale delle milizie, fino ad ora relegate a Rio de Janeiro. A questo si deve la politica di liberalizzazione del porto d’armi portata avanti, non senza battute d’arresto nel Congresso, dal governo federale.  Non ci sono attualmente dati concreti sulla reale espansione delle milizie in Brasile, ma possiamo leggere come dei passi in questa direzione tanto l’insubordinazione armata di un pezzo della polizia militare dello stato del Ceará questo febbraio, quanto la presenza di un nucleo di miliziani armati nell’accampamento fisso che dallo scoppio della crisi da Coronavirus si ritrova a Brasilia nella piazza dei Tre Poteri per chiedere la chiusura manu militari di parlamento e Corte Suprema. Sebbene Bolsonaro sia stato eletto con la sigla del PSL (Partido Social Liberal, un partito quasi sconosciuto fino al boom del 2018, ed oggi già lacerato da scandali di corruzione, abbandonato dallo stesso presidente e profondamente diviso tra bolsonaristi e anti-bolsonaristi) il suo vero partito, il vero core del movimento fascista che punta alla conquista dello Stato, sono le milizie. In questo non sarebbe del tutto impreciso un paragone con le SS e le SA del nazismo ma forse, come ha fatto notare Webber, il modello più immediato di Bolsonaro è la stretta relazione tra l’ex presidente colombiano Álvaro Uribe e i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia. Anche Uribe era partito dalla costruzione di un feudo paramilitare nella provincia di Antioquia, per poi favorire la diffusione del paramilitarismo su scala nazionale, garantendogli ogni tipo di immunità giuridica, e in una certa misura saldandolo all’apparato statale e al proprio esercito. Quello che bisognerà capire è se Bolsonaro tenterà o no, grazie alla forza militare e ideologica delle milizie, di dare il colpo di grazia alle istituzioni democratiche, o se si manterrà nei limiti del quadro costituzionale.

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    Se quindi le milizie sono il nucleo duro del partito di Bolsonaro in formazione, quest’ultimo è più ampio e, nonostante un lento declino dell’indice dei consensi nei confronti del presidente, si rafforza e si radicalizza. In Brasile negli ultimi anni è diventato un luogo comune l’idea delle tre “B”: Bala, Biblia e Boi (pallottola, Bibbia e bue), che stanno ad indicare rispettivamente l’industria delle armi (in senso ampio, dai fabbricanti all’Esercito, dalle milizie alla polizia, dai fazenderos ai piccoli proprietari a favore della “legittima difesa”), le chiese evangeliche e neo-pentecostali e i latifondisti dell’agribusiness. Questi tre settori di fatto raccolgono una rappresentatività sempre più grande in parlamento, e gli ultimi due sono cresciuti enormemente in passato in alleanza con il PT, prima di salire sul carro di Bolsonaro. L’appoggio dei grandi possidenti terrieri e dei gruppi di tagliatori di legna illegali che stanno portando avanti la distruzione dell’Amazzonia rappresenta il lato più ferocemente reazionario del bolsonarismo, che ha offerto a questi settori la bandiera ideologica del negazionismo del cambiamento climatico, l’anticomunismo con cui contrasta il Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST) e lo smantellamento della normativa in difesa dei diritti degli indigeni. D’altro canto, la relazione preferenziale del bolsonarismo con la maggior parte degli ambienti evangelici, fondato sulla comune crociata contro i diritti delle donne e della diversità sessuale, ha fornito al fascismo brasiliano un coinvolgimento militante (ma anche un controllo clientelare) di pezzi consistenti di proletariato, sfruttando la presenza capillare di queste chiese in quartieri periferici e favelas.

    Dall’inizio della crisi da Coronavirus, la politica di negazione o totale sottovalutazione della pandemia da parte del governo ha avuto, come noto, conseguenze drammatiche in termini di vite umane. Ciò ha portato a una crescita del dissenso, con più del 70% della popolazione favorevole alla quarantena e un 50-60% ormai apertamente contrario al governo Bolsonaro in quanto tale. Ma a fronte di questi dati, e a una posizione sempre più anti-governativa da parte dei media mainstream, gli indici di approvazione del governo scendono lentissimamente, e risulta che quasi il 30% della popolazione abbia ancora fiducia nel presidente. Quella che si è registrata è però una leggera tendenza del governo a perdere consenso nelle classi medio alte, che lo votarono in massa alla elezioni, e a compensarlo con pezzi di piccola borghesia o di settori popolari che vivono dell’economia informale che, in un clima politico in cui le proposte di redistribuzione della ricchezza e di reddito di quarantena sono sempre più invisibilizzate, vengono attirate dalla narrativa bolsonarista del mantenere tutto aperto e del “è peggio morire di fame che di Covid”. La classe dominante si trova in questo momento divisa, ma i grandi marchi sembrano propendere per accettare la quarantena, sapendo bene che potranno rifarsi delle perdite di oggi con maggiori quote di mercato domani a scapito dei concorrenti minori, molti dei quali falliranno. Dal canto loro, le sinistre non hanno saputo costruire un discorso autonomo, e sono andate a rimorchio delle politiche messe in campo dai governatori conservatori, come gli ex alleati di Bolsonaro João Doria, di San Paolo, e Wilson Witzel, di Rio, che hanno portato avanti una difesa aproblematica dell’isolamento sociale. La scelta, comprensibile, dei movimenti sociali, di “restare a casa”, ha però di fatto lasciato campo libero all’azione diretta dei militanti bolsonaristi, che da metà marzo scendono in strada tutte le settimane nelle capitali del paese per contrastare le politiche di sanità pubblica di sindaci e governatori e per chiedere l’apertura generalizzata. In questo contesto di rafforzamento del bolsonarismo “dal basso”, una serie di episodi critici hanno portato all’inasprirsi dei rapporti tra il governo e gli altri due poteri della Repubblica, il parlamento e l’STF (Supremo Tribunal Federal).

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  • Appunti dalla brigata cubana Henry Reeve a Torino

    Appunti dalla brigata cubana Henry Reeve a Torino

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    Toda la gloria del mundo cabe en un grano de maìz” – Il contingente medico cubano alle OGR. Torino, 2020, (Gianmarco Peterlongo)

    Di Gianmarco Peterlongo

    Il 14 aprile, a poco meno di un mese dallo sbarco del primo contingente della Henry Reeve in Lombardia, la solidarietà del popolo cubano giunge a Torino per operare nel nuovo ospedale da campo installato presso le Officine Grandi Riparazioni, un imponente ex-complesso industriale di fine ‘800. Le OGR, come sono conosciute in terra sabauda, rappresentano per tanti torinesi un luogo di socialità e di musica, uno dei tanti poli del divertimento, ma anche uno spazio spesso prestato al racconto della cultura e della storia della città. Oggi, a differenza di pochi mesi fa, la storia della città si compie direttamente tra quelle mura. Perché, è bene ricordarlo, l’emergenza Covid porta per la prima volta nella storia una missione volontaria di medici e paramedici cubani in Europa, in paesi silenziosamente complici del bloqueo statunitense.

    20200513_104202-1024x768La brigata Henry Reeve, o meglio il Contingente Internazionale di Medici Specializzati in Situazioni di Catastrofi e Gravi Epidemie Henry Reeve, nasce ufficialmente nel 2005 sotto spinta dello stesso Fidel Castro: l’uragano Katrina ha appena devastato diversi stati della Costa del Golfo degli USA quando la vicina e odiata Cuba offre il proprio supporto medico alle popolazioni colpite. Il governo statunitense con l’allora presidente George Bush rifiuta gli aiuti e impedisce al contingente di recarsi nel proprio paese. Quella che potrebbe sembrare una sconfitta in partenza è in realtà il momento che sancisce il valore e il successo del progetto cubano. La solidarietà internazionalista cubana è il nemico più fastidioso e insolente dell’impero capitalista.

    La Henry Reeve si muove ogni qual volta venga richiesto aiuto, come mi spiega uno degli epidemiologi della brigata, René, e ciò è successo anche per l’Italia, quando i governi locali di Piemonte e Lombardia hanno inviato richieste di aiuti internazionali per contrastare la pandemia di Covid-19. All’arrivo all’aeroporto di Caselle del contingente caraibico il governatore Cirio ringrazia l’altruismo del personale volontario appena sbarcato, ignorando probabilmente che la solidarietà internazionale e la generosità con cui Cuba ha sempre offerto il proprio sostegno ai popoli di mezzo mondo non hanno nulla a che vedere con il volontariato come lo intendiamo noi. I lavoratori cubani appena sbarcati, ricorda invece l’ambasciatore della Repubblica di Cuba a Caselle, sono pronti a lavorare con umiltà a fianco dei colleghi italiani con l’unico scopo di contribuire a salvare vite umane.

    20200513_104633-1024x768Sono 38, tra medici e infermieri più il responsabile della comunicazione dei contingenti italiani, il giornalista e scrittore Enrique Ubieta. Tutti uomini, perché, mi spiegano, sono i primi che hanno dato la propria disponibilità per una missione che si preparava a essere dura: René mi racconta che in molti sono partiti da Cuba pronti a costruire un ospedale da campo in mezzo alle valli dell’alta Lombardia, ma alla fine si sono ritrovati in un luogo “di lusso” per gli standard internazionali della brigata. Molti sono giovani appena trentenni, alla seconda o terza missione fuori dall’isola, ma la maggior parte di loro porta sulle spalle numerose esperienze con la brigata in giro per il mondo. Trascorro una buona parte del tempo in chiacchiere con medici e infermieri cubani, quando non ci sono mansioni particolari da svolgere. In questi momenti si alternano aneddoti ed episodi divertenti a racconti dolorosi, che appesantiscono e consumano l’espressione di chi parla. Come quando ricordano la missione contro l’Ebola, il più devastante e letale virus forse mai conosciuto: “al nostro arrivo a Monrovia, la letalità del virus era intorno al 98%”, ricostruisce René. La campagna per combattere l’Ebola della brigata Henry Reeve, primo contingente internazionale a essere sceso in campo nel 2014 in Africa occidentale, è stata sicuramente una delle più dure. In Liberia una parte della brigata prestò il proprio aiuto in un ospedale improvvisato su una barca ancorata sul corso di un fiume, coperti di metallo sotto il sole cocente, in condizioni più che arrangiate e con all’interno oltre 50 gradi. Al momento della ripartenza della brigata dall’Africa per tornare nei Caraibi la letalità del virus era scesa sotto il 30%.

    IMG-20200522-WA0020-696x522-1Nell’ottobre del 2005, a un mese dalla formalizzazione ufficiale della brigata internazionale Henry Reeve, un contingente di più di duemila donne e uomini cubani partì per il Pakistan in occasione del terremoto che aveva colpito intensamente l’area del Kashmir causando più di 80mila morti. Dopo il tentativo fallito negli Stati Uniti, questa era la prima missione ufficiale della Henry Reeve all’estero. Silvio, medico trentenne della brigata, racconta che quando giunsero in Pakistan furono condotti fino a un campo di mais, al freddo in mezzo alle montagne innevate: arrivò una ruspa che spianò il campo e fu solo allora che capirono che dovevano installare lì l’ospedale da campo, in mezzo al nulla. Cinque anni dopo è il terremoto ad Haiti a chiamare i medici cubani, a seguito soprattutto della grave epidemia di colera che aveva seguito il disastro naturale. Lo stesso per altri terremoti, come quelli in Nepal ed Ecuador, poi uragani e inondazioni, o missioni specifiche per combattere l’avanzata di virus come la malaria, il dengue, l’epatite. Ogni volta che la solidarietà cubana mette piede fuori dall’isola caraibica “il mondo ringrazia e l’impero si infuria”, come ricorda il titolo di un articolo del giornale Juventud Rebelde per incorniciare lo sbarco del primo contingente in Italia (El mundo agradece, el imperio se enfurece). E questa volta il piede è stato messo proprio nel cuore dell’impero. Suscitando, tra le altre cose, non poca indignazione da parte dei vicini Stati Uniti: un Tweet dello scorso marzo pubblicato dal profilo ufficiale dell’Ambasciata degli Stati Uniti a L’Avana mette in guardia i paesi alleati degli USA dal ricevere missioni mediche cubane, in quanto il personale sarebbe sfruttato e addirittura costretto al ‘lavoro forzato’.

    Cuba-reev-brigada-torinoAd oggi, Cuba ha inviato 15 missioni mediche specifiche per fronteggiare il Coronavirus, quasi tutte in America Latina, più Italia e Andorra in Europa, che si aggiungono alle missioni permanenti installate in diversi paesi alleati di Cuba, dal Venezuela all’Angola. La diplomazia medica, però, costituisce un pilastro della politica estera cubana da ben prima del Coronavirus e della Henry Reeve: secondo l’Organizzazione Panamericana della Salute, il primo contingente cubano ad aver lasciato l’isola per offrire sostegno medico fu nel 1963, in Algeria. Da allora diverse centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici della salute cubani hanno prestato servizio in più di 160 paesi tra America Latina, Caraibi, Africa, Asia e Oceania. Se molti progetti di cooperazione medica hanno una forte rilevanza per l’economia cubana – tra cui spicca il famoso accordo di scambio di medici per petrolio firmato nel 2003 tra Hugo Chavez e Fidel Castro – la brigata Henry Reeve, invece, si muove esclusivamente a titolo volontario in nome della solidarietà: nel caso della missione in Italia, ad esempio, il governo del nostro paese ha assicurato di coprire le necessità di vitto e alloggio del contingente, ma il personale cubano non riceve nulla al di fuori del proprio regolare stipendio, che per un medico si aggira intorno ai 70 dollari mensili.

    20200602_160241-768x1024“Sai cos’è la cosa più bella di quest’ospedale?”, mi domanda René, “l’albero qui fuori”. È un piccolo alberello ornamentale cresciuto in un vaso all’ingresso delle OGR: a differenza degli altri, però, è addobbato con dei nastri bianchi, uno per ogni paziente che viene dimesso dall’ospedale provvisorio. Siamo già oltre gli 80 nastri appesi sull’Albero della VitaAlle OGR la brigata cubana lavora instancabilmente con tre turni orari che coprono l’intera giornata. Assieme a loro ci siamo noi, un gruppo di volontari che lavorano come interpreti a fianco del personale cubano: una parte importante della stessa brigata Henry Reeve, come ha detto il responsabile della missione medica cubana Julio Guerra nel ringraziare il sostegno dei traduttori durante la permanenza a TorinoIl personale sanitario cubano lavora insieme a quello italiano per seguire i pazienti presenti tra i circa 90 posti letto a disposizione. All’inizio era difficile coordinarsi, racconta il responsabile medico italiano dell’ospedale, il dottor Massimo, in una intervista rilasciata per il cronista Enrique Ubieta in cui mi sono ritrovato a far da interprete. Poi col tempo hanno imparato a conoscersi a vicenda e a imparare l’un l’altro: un medico italiano e uno cubano ora seguono insieme un paziente, e ogni giorno si confrontano a vicenda sul corso della malattia”, racconta Massimo, così abbiamo imparato molto dalla medicina cubana, una medicina più vicina al paziente e che non ha bisogno di particolari risorse perché usa la testa più che le mani”.  

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    Uno dei compiti di cui è esclusivamente incaricato il personale cubano è il monitoraggio delle operazioni di vestimento e svestimento quando si entra nella zona rossa, l’area dove sono ricoverati i pazienti Covid. Tali operazioni sono molto delicate e importanti perché costituiscono l’unica barriera per salvaguardare il personale sanitario dalla possibilità di contagio. Un paio di epidemiologi cubani si danno il turno per sorvegliare costantemente l’ingresso alla zona rossa aiutando gli altri a indossare i materiali protettivi e soprattutto controllando a distanza di sicurezza le operazioni di svestimento. Dopo turni da 5 ore dentro una tuta, con maschera, guanti, cuffia e visore, sfiniti e sudati è facile distrarsi e sbagliare piccoli movimenti rischiando inavvertitamente di contagiarsi proprio nel momento in cui si esce dalla zona rossa: di tanto in tanto nella sala spicca un urlo di Renè o di Adriàn nel momento in cui notano un’infrazione al rigido protocollo di sicurezza, lo stesso che i cubani hanno utilizzato e perfezionato durante l’epidemia di Ebola e che, mi confessa una dottoressa, adotta maggiori precauzioni di quello consigliato dall’OMS che si utilizzava prima dell’arrivo della Henry Reeve.

    20200513_104315-1-742x1024Per me, ogni volta, recarmi all’ospedale provvisorio delle OGR è come entrare a Cuba, ritrovarmi tra le vie de La Habana Vieja, immerso tra quelle inconfondibili sonorità caraibiche che fanno del cubano uno degli spagnoli più piacevoli e irriverenti. Dentro le OGR ci trovo miei coetanei con cui discutere di interessi e passioni comuni, padri di famiglia con la nostalgia dei propri cari, medici e infermieri appassionati della propria disciplina, lavoratori instancabili cultori di musica, storia e cinema: tanti uomini semplici, ma con storie importanti ed esperienze rare sulle spalle. Non si tratta di eroi perché non è la fama e la gloria che ha spinto Cuba nella storia a fornire il proprio aiuto a popoli in lotta per la propria autodeterminazione e a popolazioni colpite da calamità naturali ed emergenze sanitarie. È il sogno di riscatto di un sud globale libero dalle catene dell’imperialismo e dal colonialismo. Mi torna in mente l’autunno del 2016, quando ai funerali di Fidel Castro nella cerimonia in Plaza de la Revoluciòn a L’Avana il presidente della Namibia ricordò con orgoglio l’umiltà e il coraggio con cui i soldati cubani avevano appoggiato le guerre di liberazione in diversi paesi dell’Africa australe: “i cubani vennero per aiutare a liberare un popolo”, disse in quella occasione, “e furono gli unici che non si portarono via oro o diamanti, ma solo i resti dei propri compagni caduti”. L’idea del celebre rivoluzionario dell’indipendenza cubana José Martì per cui “tutta la gloria del mondo sta in un chicco di mais – toda la gloria del mundo cabe en un grano de maìz” vive ancora oggi nelle azioni che continuano a rendere Cuba, nonostante i decenni di bloqueo criminale, un faro di speranza per un mondo migliore di quello che abbiamo, oltre che una fastidiosissima spina nel fianco dell’imperialismo gringo.

    Il 24 maggio è ufficialmente terminata la missione del contingente cubano installato a Crema, mentre a Torino la brigata prevede di restare finché c’è bisogno, ovvero verosimilmente fino a che non verrà smantellato l’ospedale provvisorio delle OGR. Tra medici e infermieri italiani e cubani si sono ormai strette solide relazioni tanto che sembra di vedere un’unica squadra al lavoro. E tra le sale delle ex-officine iniziano già a rumoreggiare le voci preoccupate di chi sente la mancanza della Henry Reeve prima ancora che questa debba andarsene.

    Grazie Brigata Henry Reeve!

    #CubaSalvaVidas 

  • E daí, EAD? Apontamentos para não se dar mal na escola durante e após a emergência do Coronavírus

    E daí, EAD? Apontamentos para não se dar mal na escola durante e após a emergência do Coronavírus

    ensino-distancia-ead-meme-brasil-300x268[Parágrafo introdutório dos tradutores Voz Rouca BH]

    Optamos pela tradução e difusão deste texto  por notarmos que os problemas enfrentados pelos italianos alertam para os riscos futuros mas também descrevem situações já vivenciadas pelos brasileiros (professores, pais e estudantes), que têm sentido cotidianamente os impactos da imposição do Ensino à Distância, tanto no ensino público quanto privado, nos diferentes níveis educacionais.

    Este texto foi publicado originalmente por um coletivo de professores italianos chamado Rete Bessa, constituído por pessoas que trabalham nos campos de ensino e educação. São professores de escola infantil e primária, do ensino fundamental e médio. O coletivo nasceu ao final de 2019 em Bolonha (Itália), na experiência da ocupação de um ex-quartel militar, que ocorreu como resposta ao despejo de um Centro Social chamado XM24. A Rete Bessa, composta por trabalhadoras e trabalhadores precários, tem como objetivo combater as discriminações racistas, sexistas e sociais, a competição e exclusão, a homogeneização cultural e o autoritarismo, tanto no ensino como nas condições de trabalho.

    Este texto tem como objetivo enfrentar dificuldades que emergem da experiência concreta e generalizada do Ensino à Distância na Itália, introduzida diante da emergência da pandemia de Coronavírus e do isolamento social. Para isso, o coletivo analisou mensagens postadas em grupos de professores em redes sociais, bem como situações relatadas em reuniões presenciais e virtuais com pais, professores e/ou alunos, tanto no ambiente escolar quanto em espaços de militância política propostos pelo próprio coletivo.

    Por Rete Bessa, desde Giap*

    Distopia

    “Agora, como você sabe, existem restrições, tudo está bloqueado, não há nada que possamos fazer!”

    Este ano, fiz apenas substituições intermitentes, alguns meses seguidos no máximo, e muitos dias dispersos. Mas, há três dias, tem restrições. Com o fechamento das escolas, não há mais pedidos para substituições, nem salário, apenas auxílio-desemprego. Mas para consegui-lo é necessário que os contratos sejam recentes, assim como os pagamentos.

    Eles estão faltando.

    “Você não recebeu o salário de dezembro?”

    Quatro meses atrasado, sim. Como acontece com frequência, a muitas e muitos de nós. O salário chegou para cobrir a dívida dos meses anteriores. Mas o que isso tem a ver? A questão é que tenho que pedir o auxílio de desemprego.

    “Então, em suma, você é apenas uma MAD!”

    MAD, Messe A Disposizione [professores colocados à disposição, NdT], ou seja, docentes que são convocados sob demanda, chamados na medida em que chega o seu lugar na fila. Eles ligam para você porque você deixou seu currículo no lugar certo, na hora certa. Os que são convocados ao trabalho dessa maneira representam o último elo de precariedade na escola. MAD é sinônimo de meses gastos cobrindo doenças e licenças de colegas concursados que, por sua vez, têm a esperança de encontrar um suplente, que planejam as aulas confiando nessa disponibilidade; é sinônimo de uma organização dos funcionários da escola que conscientemente desfruta da disponibilidade constante de professores e professoras precários… Decido tomar a palavra:

    “Eu aviso que, se você não me der meus contratos [para assinar], tomarei medidas: sindicatos, advogados, avisos, notificação formal…”

    Senhorita … Se pra você está bem, nos vemos em frente ao Coop1 [grande supermercado, NdT]? Então você assina os contratos e eu os entrego a você.”

    E aqui estamos, na parede lateral do supermercado, entre máscaras e luvas, ao lado de uma fila com carrinho.

    O Ódio.

    Não de colegas que eventualmente não gosto, mas com os quais necessariamente tenho que colaborar, nem daquela parte da equipe da escola que acha que pode me tratar como um trapo fazendo com que eu assine o contrato em frente à Coop.

    Meu ódio pulsa contra o sistema escolar, seus não-ditos e suas hierarquias.

    A escola está em estado de emergência há mais de vinte anos, com enorme escassez de docentes e pessoal técnico-administrativo, com discursos e reformas de tipo empresarial, e agora o nojento vem à tona. Como na área da saúde, mas isso é outra história… ou talvez não?

    Mas vamos deixar de lado as dúvidas: #lascuolanonsiferma1 (a escola não para), continuou dizendo a ministra Azzolina, enquanto alguém na loteria dos contratos [eventuais] pegou o contrato errado e de fato foi forçado a parar2. E a ficar em casa. (duplo sentido: “ficar em casa” pela pandemia e ficar literalmente “sem trabalho”, NdR)

    Essas ausências obviamente pesam sobre quem as sofre, mas elas têm o efeito de enfraquecer toda a escola: do restante do pessoal da escola, que tem menos uma pessoa com quem contar, aos estudantes, que tinham construído um relacionamento com essa pessoa que agora é “deixada em casa”. É neste contexto que a emergência que estamos enfrentando se coloca.

    Por esse motivo, focamos tanto nas formas de ensino online, nas ferramentas, nas plataformas, que corremos o risco de esquecer as pessoas, corpos materiais que nos permitem construir relacionamentos, sem os quais o ensino é impossível, mesmo quando não é à distância.

    Na realidade, o roubo é claro. “Não podemos realizar um milhão de solicitações em papel”, disse a ministra, afirmando, para seu grande desagrado, que as listas de espera para convocação não serão atualizadas este ano, ou seja, as listas a partir das quais os professoras e as professoras precárias encontram trabalho na escola. De acordo com o governo, portanto, são necessárias ferramentas tecnológicas para realizar aulas à distância para 8,3 milhões de estudantes todos os dias, com vídeos, slides, imagens, mas, um portal onde você pode receber arquivos PDF é inimaginável.

    O Ódio.

    2. Fanatismo tecnológico

    Sou um professor ingênuo, não sei fazer EAD, ensino a distância (em italiano, DAD didattica a distanza, NdT). Vou no site do Ministério da Educação e vejo o link: “Ensino a distância”. Eu clico. Existem dois menus: o primeiro é “Experiências para ensino a distância”, o outro “Plataformas”.

    Três plataformas estão listadas neste segundo ponto: Google, Microsoft, Amazon. Três das entidades privadas mais poderosas do mundo escancaradamente exibidas. Para entender o que isso significa, precisamos dar um passo atrás no raciocínio.

    Em seu discurso ao parlamento, a Ministra da Educação destinou um investimento de 85 milhões de euros para possibilitar o ensino a distância em todo o território italiano. Do total, apenas 5 milhões foram dedicados ao treinamento de pessoal. É a única medida econômica prevista pela primeira intervenção da ministra. Explicando: primeiro as ferramentas e depois a garantia econômica de quem até o dia anterior ao fechamento tinha um contrato de trabalho precário. A ideia de a escola não sobrecarregar ainda mais o Estado está inicialmente implícita e depois confirmada no decreto de 6 de abril (artigo 8).

    Não há problema: afinal, as plataformas de ensino online sugeridas pelo Estado são gratuitas e o uso, por exemplo, dos serviços do Google já é amplo; de fato, muitos docentes são obrigados a ativar a conta institucional no Gmail quando assumem o posto. Mas agora a aceleração é evidente. Muitos docentes:

    1) usaram os chats do celular para entrar em contato com as aulas, em muitos casos usando a conta do Google registrada no dispositivo;

    2) usam o Google Meet para realizar atividades como vídeo aulas;

    3) usam o Google Classroom para trocar materiais; finalmente,

    4) participam de atividades substitutivas para reuniões de pais e alunos, e conselhos de classe, nas plataformas do Google.

    Os registros eletrônicos já são gerenciados por entidades privadas e são massivamente usados (porque são obrigatórios desde 2012), mas negligenciar a forte interferência de entidades privadas em uma instituição pública é muito arriscado. E o fato de que isso está acontecendo acriticamente – com raras exceções – produzirá monstros.

    O silêncio acrítico que acompanha essa entrada “molecular” do privado na escola pública é alarmante por várias razões. Primeiramente, o fato de que essas plataformas são o local em que muitos institutos tomam decisões colegiadas que teoricamente não são legítimas, mas prontas para se assim se tornarem com base em exceções ou decisões futuras. Desta forma, as plataformas são essenciais hoje para o funcionamento da governance escolar.

    Em segundo lugar, há a questão da chamada “privacidade”, em respeito a qual as discussões e conteúdo das circulares ministeriais estão vinte anos atrasados. Quase nos dá vontade de perguntar: “Com licença, mas você já ouviu falar da Cambridge Analytica?”

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    Temos que começar a dizer que pensar a privacidade exclusivamente de um ponto de vista individual agora é muito limitador. O principal problema não é apenas o conteúdo de uma específica mensagem, mas o fato de os fluxos de dados que disponibilizamos revelarem nossos hábitos, gostos e necessidades para aqueles que depois os monetizarão e explorarão para seus próprios interesses.

    O problema não é (apenas) que o Big Brother te castiga se você não pensa como ele, mas que ele usa seus dados para entender como ganhar com você. Deste ponto de vista, o Google e a Microsoft estão longe de ser transparentes, tanto que, onde o Google já foi amplamente testado, o debate é bastante acirrado, enquanto em alguns países as ferramentas do Google foram banidas da escola.

    «Prof, por que não usamos o (Google) Meet? É mais fácil!”

    A questão é enorme, dado que atualmente não existem plataformas livres capazes de garantir serviços igualmente funcionais e eficientes para uma massa tão desproporcional de usuários. No entanto, podemos conduzir algumas formas de resistência que atualmente nenhum Conselho Docente, nenhuma circular, nenhum gestor tem o poder de negar.

    Durante a transmissão do Ora di buco na Radio Onda Rossa1, um professor entrevistado esclareceu muito bem os riscos do uso acrítico de “plataformas tóxicas”, sugerindo possíveis alternativas. Além disso, o debate sobre o site Giap, na parte inferior do post sobre degoogling, oferece muitas idéias. Sugerimos algumas delas:

    No Ethical.net, existem muitos softwares com padrões éticos significativamente mais altos que o Google;

    O software Framasoft -com o qual produzimos a investigação “Escola de emergência” (Scuola in emergenza, NdR)- é mais do que válido;

    O Greenlight é um software de código aberto útil para criar “salas virtuais” e compartilhar aulas de vídeo.

    Lembre-se que você pode usar o Android sem recorrer ao Google.

    3. Vamos ajudá-los na casa deles (1)1

    Para atender às e aos alunos mais frágeis, a ministra sugeriu o uso de plataformas no site do MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Ministério da Educação, Universidade e Pesquisa, NdR), mas, como dissemos, essas plataformas são inúteis sem relações humanas. Além disso, a ministra deu indicações vagas no sentido de não deixar ninguém para trás, mas sem alocar os recursos necessários: o tamanho da equipe de apoio pedagógico às alunas e alunos com dificuldade de aprendizado não aumentou, os cursos de italiano para estrangeiros – talvez com a única exceção dos CPIA (Centri per l’Istruzione degli Adulti, Centros de Educação de Adultos, NdR), onde os cursos L2 têm um peso importante – pararam, educadoras e educadores terceirizados vivem no inferno da relação com sua cooperativa. Aqueles com maiores necessidades, os quais a própria Constituição (artigo 3) reconhece o direito de ser ajudados, são abandonados. Para se safar, tudo deve correr bem.

    Uma manhã tragicômica para mim foi aquela em que tentei matricular um aluno com deficiências cognitivas e não italófono na plataforma Google ClassRoom. Para guiá-lo passo a passo na série de ações necessárias para o registro, foram necessários 5 dispositivos: o meu celular se conectava ao celular da mãe para instruções de voz, o celular do menino fazia um vídeo da tela do computador dele para que eu o guiasse passo a passo na execução das tarefas, meu PC verificava se o registro havia ocorrido. Era tudo um “A., coloca o vídeo aí, aperte esse botão, invente uma senha, anote-a em um caderno, não, espere, isso não é bom, espere, você apertou o botão “mudo”, não ouço mais nada…»

    Essa situação na verdade é uma das melhores: o menino tem a mãe e um professor ao seu lado, que têm a oportunidade de dedicar várias horas a ele. Mas não é preciso muito para que a situação se torne dramaticamente diferente.

    O fato é que o problema é muito mais profundo, mesmo neste caso, o sistema no qual estamos montando o ensino à distância já está errado por si só: quando falamos de deficiências/dificuldades de aprendizado e EAD, devemos refletir sobre o fato de que a inclusão não é alcançada apenas com o fornecimento de tablets e PCs (o que também é fundamental), mas com um repensar global da maneira de fazer a escola. Esse tipo de reflexão, na emoção da emergência, ainda não ocorreu, mas é obviamente necessária. Nessas semanas, todo professor de equipe de apoio pedagógico às alunas e alunos com dificuldade de aprendizado está se saindo da melhor maneira possível, procurando canais de comunicação para manter todos dentro com criatividade e dedicação. Boa a criatividade, boa a dedicação, mas sem uma intervenção sistêmica envolvendo famílias, serviços sociais e de saúde, serviços educacionais, a inclusão no EAD não será totalmente acessível e será, pelo contrário, problemática.

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    A situação não é melhor para as pessoas que acabam de chegar à Itália (NAI, na neolíngua ministerial), para quem o risco de abandonar a escola é sempre alto.

    Um meu estudante NAI – que chegou à Itália do Paquistão no outono – desapareceu. A cooperativa que deveria cuidar dele ainda não foi contactada. Culpa do professor coordenador da turma? Culpa da função instrumental para estudantes estrangeiros? Ou talvez culpa da burocracia escolar? O fato é que algo sobre os NAI deve ser dito: seu processo de integração no passado foi delegado principalmente aos colegas de classe, que não estão mais lá.

    Também neste caso os esforços se multiplicam: os professores italianos reinventam-se professores italianos L2 e aumentam sua carga horária, os contatos professor-aluno se multiplicam «para que não se perca as coisas boas feitas». Mas sem imersão no contexto linguístico, a pessoa experimenta uma dificuldade quase intransponível. O ensino a distância torna-se inerentemente excludente. No entanto, é realizado dentro de uma escola que se diz, ainda e apesar de tudo, ser pública.

    Novamente, esses casos são os nós não resolvidos da escola. Colocá-los no centro do planejamento didático deve ser o dever de todo professor, especialmente neste momento. Mas acontece que a sociedade em que estamos imersos troveja do outro lado das telas fazendo ouvir suas ideologias.

    Famílias com mais possibilidades, acostumadas a computadores e conexões ilimitadas, reivindicam sua frustração e egoísmo. Acontece que pais zelosos atormentam o professor que não usa o Google Classroom e que não avança com o “programa”: “Nem sempre podemos nos sacrificar por aqueles que não conseguem”.

    O medo, mesmo legítimo, dos caminhos educacionais das e dos próprios filhos elimina os freios inibitórios e desencadeia a luta pela sobrevivência. Suas sementes foram espalhadas em um contexto que para muitos foi considerado a “normalidade”. Mas criticar o que está acontecendo sem criticar a ideia de “normalidade” é um erro decisivo.

    3. Vamos ajudá-los na casa deles(2)

    «Eu já comecei com as videoaulas. Eu faço todas, assim, para o terceiro ano eles vão chegar preparados.»

    «Mas você verificou se todos tinham um computador?»

    S. não tinha um computador. Ela mesma conseguiu um no início de março enquanto o resto da turma estava tendo aula. Mas o computador é antigo e não consegue se conectar. Escrevi para ela que a escola agora os está disponibilizando.

    «Sim, sim», ela respondeu.

    Ela nunca foi buscá-lo.

    Quando a ministra Azzolina interveio no Parlamento, prevendo a alocação de 85 milhões de euros para o ensino a distância – que deixou de ser opcional com o decreto de 6 de abril -, essa forma de ensino já havia sido iniciada em grande parte da Itália sob estímulo dos gestores, da opinião pública em geral ou da volumosa inserção do Sole 24 ore1 (particularmente interessado na escola, neste período). Em alguns casos, vários professores e professoras, talvez com as melhores intenções, haviam reiniciado o programa, dando uma aparência de continuidade escolar, completamente ilusória. O sistema que surgiu dessa corrida está cheio de falhas, em parte devido ao enorme desequilíbrio na possibilidade de acesso aos recursos.

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    Não estamos necessariamente pensando em famílias mais pobres. Vamos levantar uma hipótese: uma família de classe média poderia ter dois computadores em casa, um dos quais é para os pais para sua atividade de home office, o outro é disputado por irmão e irmã. Quem terá acesso ao computador? O acesso sempre será possível?

    Aula de sábado de manhã.

    Prof: «G., você pode repetir? Eu não entendi o que você disse.»

    G. (sussurrando): «Com licença, não posso levantar a voz, meu irmão está dormindo ao lado…»

    Vivemos constantemente em casa com outras pessoas. Depois de mais de um mês de isolamento, já é um milagre que as pessoas não se apunhalem (o que na verdade acontece, embora as instituições fiquem em silêncio sobre isso). Podemos imaginar como a competição pelo PC deve ser tranquila.

    Muitas e muitos estudantes então recorrem ao celular.

    «Gente, vocês vêem os slides?»

    «Não, professor, ele está travando muito.» [Trecho de uma vídeo aula]

    As e os estudantes, assim, encontram-se recebendo explicações, talvez hiper precisas e qualitativamente altas, de um black mirror de oito por quatro centímetros. E o problema não se limita às e aos estudantes: os professores, como se sabe, não são ricos.

    Uma colega minha, em 31 de março, alertou no registro que não ia ter aula porque ela ficou sem crédito disponível no celular e, portanto, as lições começaram novamente em abril. [Extrato de uma reunião da Rete Bessa].

    5. Emoções e trabalho

    Alunos e alunas se conectam desde os seus quartos, ouvem ou participam de aulas, enquanto talvez seus pais, mães, irmãos ou irmãs passam ao redor deles.

    Para meninos e meninas da escola primária, esse compartilhamento é obrigatório: sempre deve haver uma pessoa adulta até como proteção contra o uso inadequado do aparelho e da rede. Além de ser separada de sua turma, ou seja, do contexto social em que ela tem a oportunidade de experimentar relações e autonomia, uma menina de oito anos se vê mais dependente do que nunca dos adultos e sempre condicionada pela presença deles para aprender e se comunicar com o mundo.

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    Esse compartilhamento de espaço privado nem sequer beneficia aqueles que são mais adultos ou adultas, privados dessa, embora relativa, independência, desfrutada pelo adolescente na escola. Só que o corpo docente ainda menos do que antes pode entender o que está se movendo neste mundo.

    As novas formas de bullying são muito difíceis de interceptar – «prof, alguém me expulsou da sala de audiências e eu não consigo me conectar» – ou as novas formas de sexismo. Impossível interpretar os novos silêncios que acompanham as aulas. O significado do engajamento nesta forma de ensino está descrito muito bem no blog Cattive Maestre. Para quem ensina, a sala de aula se desmaterializa e se multiplica ao mesmo tempo em um conjunto de células feitas de pixels, através das quais os alunos e as alunas se observam sem interagir. Muitas e muitos não querem ser vistos e desligam suas câmeras.

    Um deles, muito tímido, nem sequer fala: para comunicar usa o chat. Em suma, surge um grande problema: o da relação dos adolescentes com sua imagem e sua voz. Trancados em suas celas, os meninos estão mais sozinhos e mais expostos. Eles não intervêm porque não têm a força do grupo, tanto que nem fazem a bagunça que fizeram na aula e da qual agora quase temos saudade.

    Nesse contexto, a qualidade do ensino é altamente questionável e nenhum registro bem feito pode garantir que um tópico tenha sido efetivamente realizado, também porque as pessoas se vêem recebendo explicações sem a participação coletiva que sempre acompanha, ajuda, fortalece o crescimento dos indivíduos.

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    Isso é ensino? Dado que certamente não podemos responder sim com convicção, não há uma resposta clara. Porque para responder a essa pergunta, seria necessário nos perguntarmos se o de antes era ensino, quando uma turma significava dezenas de problemas diferentes que dificilmente poderiam ser enfrentados com as ferramentas disponíveis.

    «Não dormi esta noite pensando nas videoaulas» [mensagem típica de ansiedade do ensino a distância]

    A solução, no entanto, não é não fazer nada, mas adotar posições razoáveis. Por exemplo, lembremos de manter nosso senso de frustração sob controle: se não obtivermos o feedback que esperamos, é porque não há condições mínimas para que isso aconteça.

    Evitemos responder a essa frustração dizendo «Trabalharei ainda mais», como o cavalo Boxer em A revolução dos bichos: responder a mensagens e enviar e-mails a cada hora, estar sempre disponível e geralmente aumentar nossa produtividade além do limite não é a solução, mas a base para novos problemas.

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    A ministra pediu um aumento nos esforços do corpo docente. É a mensagem perfeita para um expoente de um governo ultraliberal em perfeita sintonia com governos anteriores, mas esse método não é saudável, nem para nós nem para os e as estudantes que estão aprendendo um método de trabalho maluco.

    Isso não significa se afastar ou fingir que tudo está igual. Ao invés de avançar com o programa, diminuamos a velocidade, ao invés de de fornecer quilos de páginas para ler, procuremos materiais que criem os links entre o que deve ser estudado e o que está acontecendo.


    Claro, não vamos fingir que a situação é normal. Também porque, deste ponto de vista, «não queremos voltar à normalidade porque a normalidade era o problema».

    6. Avaliar e punir

    «Um bom professor sabe como planejar testes à prova de cópia ou quase, mesmo remotamente. E neste momento é importante recompensar aqueles que se comprometem e punir aqueles que não se comprometem, porque as crianças também devem assumir suas responsabilidades em relação ao país.»

    [De uma reunião on-line entre professores.]

    A proposta que, após uma boa elaboração coletiva, gostaríamos de deixar explícita é a seguinte: daqui até o final do ano, paremos de avaliar.

    Escrevemos em um comunicado recentemente publicado: há algum tempo a escola entrou em um beco sem saída ideológico que fez da avaliação seu ponto principal. Acordemos e lembremos que a avaliação não é o objetivo do ensino.

    «Não sei como avaliar erros de ortografia de quem escreve no computador. E também, como podemos impedir que eles copiem?» [Trecho de uma conversa entre professores]

    «O professor de matemática decidiu filmá-los durante os testes orais, para que fique claro para onde eles olham enquanto falam». [Trecho de um chat entre professores]

    Que avaliações esperamos fazer? Com quais critérios?

    As alunas e os alunos que deveríamos avaliar estão fechados em casa, geralmente recebem aulas problemáticas por causa da conexão, por causa do humor do professor, por causa do estresse a que todos e todas estamos sujeitos. E, mais uma vez, essa é a melhor das hipóteses, porque em muitos casos a pessoa a ser avaliada é pressionada numa casa lotada de pessoas que – depois de um mês de isolamento – não aguenta mais, participa de aulas através do seu telefone celular e talvez usa o crédito do próprio plano porque não possui conexão wifi ilimitada.

    «Eu estou avaliando. Caso contrário, não saberia como recuperar meus alunos.» [De uma discussão durante uma assembléia da Rete Bessa]

    O fato da avaliação poder ser a ferramenta de chantagem que usamos para manter viva a atenção das e dos estudantes deve nos alarmar. Isso significa que mesmo aqueles que se consideram imunes ou críticos em relação aos dogmas da escola neoliberal não são imunes e que, para nos salvar, precisamos nos aprofundar nos horrores do sistema atual. Agora, mais do que nunca, é necessário reverter a lógica à qual estamos acostumados e aproveitar a oportunidade para repensar nossos métodos durante e além dessa emergência. Como as e os estudantes podem voltar a ser sujeitos? Como promover suas qualidades? Como permitir que eles superem a dificuldade? Como valorizar o trabalho em equipe?

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    Referindo-nos à ministra em sua entrevista coletiva em 6 de abril: a média 6 para aprovação (o 6 político1) não é velha, o que é velho – porque está ligado à sociedade neoliberal que gostaríamos de relegar ao passado – é pensar que o processo educacional deva ser inserido em uma lógica pseudo-meritocrática independentemente do ambiente educacional e de aprendizagem, onde os padrões são estabelecidos a priori e atuam em um sistema de habilidades pré-empacotadas que envolvem créditos ou dívidas.

    7. Para um manual de autodefesa

    Ao interagir com a oficialidade, estamos completamente dentro da distopia.

    Há um mês, o diretor envia comunicados, nos quais achou bom dar instruções como “passo um”, “passo dois”, “passo três”, as quais não posso evitar ler começando primeiramente com o clamor: “Italiaaaanooooosss”, emitido com uma vozinha nasal e alegre1:

    «Estamos enfrentando uma” emergência nacional “que muda não apenas as formas e os horários do ensino, mas também os perfis da instituição escolar, a configuração do professor e as expectativas dos interessados. O termo “sucesso formativo“, nos “tempos do coronavírus”, torna-se, portanto, sinônimo de

    – implementação de interesse

    – implementação da participação

    – implementação do compromisso

    – expressão de responsabilidade e senso cívico

    Peço, portanto, que vocês expressem o grau máximo de flexibilidade possível nesta fase de emergência… flexibilidade que não se traduz apenas em “ter aulas em um horário e local diferentes”, mas na capacidade de dar um significado diferente às práticas comuns. Então continuem nessa linha. […] será minha preocupação capitalizar seu compromisso e aprimorar seu trabalho com os fundos de bônus. No final de semana, depois de ouvir o animador digital, enviarei as novas diretrizes para o ensino a distância a ser praticado na próxima semana, […] assim continuem conectados…»

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    Em um contexto em que a emergência é tratada com estoques de DPCM (Decreti della Presidenza del Consiglio di Ministri, Decretos da Presidência do Conselho dos Ministros, NdR) que ultrapassam o Parlamento, a estrutura das escolas se torna mais do que nunca verticalizada. Às vezes, a tomada de decisão da gerência pode parecer mais eficiente no tratamento de emergências, mas essas situações são completamente circunscritas e instáveis.

    O gestor, fortalecido por uma autoridade reconhecida pela reforma Renzi2, pode ser transformado em um déspota que tenta impor medidas e métodos. Aqui também Cattive Maestre explica bem. Da forma como a escola está estruturada, essa autoridade funciona também de forma negativa, ou seja, nos casos em que a gestão não fornece nenhuma orientação deixando espaço aberto para a auto-organização do corpo docente.

    Em teoria, esse último aspecto poderia ser até positivo, mas, ao colocar esse princípio na realidade de uma sociedade poluída por décadas de discursos ferozes, as e os colegas ao mesmo tempo correm o risco de se transformar nos piores inimigos: Você é do apoio pedagógico às alunas e alunos com dificuldade de aprendizado? Você não tem o direito de falar. Você é substituto? Deixa falar os que têm vínculo efetivo. Você é jovem? O que você sabe!

    Enquanto esperamos que alguém produza um manual de autodefesa do apocalipse, nos permitimos alguns conselhos imediatos:

    portarias ministeriais não são fontes de direito;

    a legitimidade das posições assumidas pela administração escolar nesse contexto é amplamente questionável;

    a legitimidade das reuniões mantidas online e das decisões tomadas nesses “locais” são igualmente questionáveis;

    as e os colegas escrotos tranquilamente podem ser mandados à merda, até se diz que seja bom para a saúde;

    defendamos com força nossa liberdade de ensinar.

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    «Não é hora de polêmica.»

    Entre as muitas coisas estúpidas lidas no bate-papo dos professores do último mês e meio, essa frase não está muito presente. É um bom sinal.

    Este é precisamente o momento de polemizar. Alguns dias atrás, o ex-primeiro ministro de um governo que não foi atingido por um asteróide – apesar dos melhores votos3 – disse em uma transmissão de televisão que o ensino online é uma das coisas positivas que nos deixará esta emergência.

    E provavelmente será assim. De fato, como já escrevemos em um texto que serviu de base para escrever este artigo, já é assim.

    Por como está sendo organizado, o sistema de emergência ativado prevê uma multiplicação do trabalho, um enfraquecimento daqueles que já são mais frágeis, maior controle vertical, uma fragmentação de corpos coletivos que dificulta os caminhos educacionais e favorece o individualismo. Devemos impedir que esse programa de emergência se torne estável, como aconteceu em outras emergências.

    Ao mesmo tempo, a reflexão cuidadosa sobre o ensino a distância deve acompanhar a reflexão sobre a estrutura em que as dificuldades atuais são enxertadas: como no caso da saúde, a escola também precisa de um refinanciamento substancial se não queremos que todo o sistema afunde, como no caso da saúde, a questão da precariedade deve ser tratada através da estabilização do pessoal, e os “sujeitos em risco”, ou seja, as e os estudantes que precisam de pessoal de apoio e cursos de italiano L2, devem ser salvaguardados por meio da injeção de ferramentas e pessoal. Qualquer forma de ensino, online ou não, qualquer escola do futuro deve começar a partir daqui.

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    Os anticorpos contra esta distopia devem ser desenvolvidos imediatamente.

    By any means necessary.

     

    * Título original: “Brodo di DAD. Appunti per non farsi bollire a scuola durante e dopo l’emergenza coronavirus”. Nota do Tradutor: a tradução do título para a língua portuguesa foi adaptada para compreensão do leitor brasileiro.

    1 O encontro marcado em um supermercado é decorrente da limitação de circulação de pessoas devido à pandemia. As consideradas rígidas medidas de isolamento social se comparadas às brasileiras, permitiam que as pessoas saíssem de casa apenas para fazer comprar essenciais e com documentos de autorização específica, sob penalidade de fiscalizaçao permanente e altas multas em caso de infração.

    2 Hashtag propaganda do Ministério da Educação italiano, buscando incentivar o Ensino à Distância durante o isolamento social.

    3 Devido à pandemia não havia a assinatura de novos contratos com os professores eventuais. Caso o contrato de um professor ou professora terminasse antes do fim do Lockdown, não haveria um novo contrato disponível, colocando-o na situação de desemprego.

    4 Em português o nome do programa seria “A hora do buraco” e a radio “Onda Vermelha”, sendo esta uma rádio romana que surgiu nos anos 1970, no âmbito de uma efervescência de novas “rádios livres”, e dentro do campo político da chamada Autonomia Operária.

    5 Refere-se a uma frase frequente da direita italiana em oposição à acolhida de imigrantes, que se significa que seria melhor “ajudar” os imigrantes, sobretudo africanos, em seus países de origem ao invés de deixa-los ir à Itália. Claramente, são frases puramente retóricas, porque os voluntários das ONGs na África são repetidamente perseguidos por essa mesma direita.

    6 Jornal empresarial italiano, semelhante ao Valor Econômico no Brasil.

    7 A nota 6 é a média mínima para o aluno ser aprovado no sistema escolar italiano.

    8 Em 1968 o movimento estudiantil reivindicava o “6 político” para todos, como crítica à lógica meritocrática e classista da avaliação.

    9 Referência a Benito Mussolini.

    10 Reforma “Buona Scuola”, de 2016, do governo de Matteo Renzi.

    10 Refere-se ao governo de Enrico Letta (2013-2014) e a uma campanha irônica no Twitter lançada pelo coletivo de escritores Wu Ming, que clamava para que esse governo fosse derrotado pela chegada de um asteróide.

  • Il Messico sfida la morte: Vergine di Guadalupe, tempra nazionale, o necessaria illusione?

    Il Messico sfida la morte: Vergine di Guadalupe, tempra nazionale, o necessaria illusione?

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    di Stefano Bigliardi

    [Intervista* con Fabrizio Lorusso, dal Messico, pubblicata su L’Atea. Rivista di cultura atea, agnostica e razionalista, Numero unico maggio 2020 e CarmillaOnLine]

    La conoscenza che in Italia si ha del Messico è scarsa. A livello popolare, sono diffusi stereotipi veicolati da film vecchi e nuovi, che ne creano una percezione superficiale e frammentaria, il che porta a ignorare come la repubblica federale messicana, con il suo vastissimo territorio (che comprende 32 Stati più la capitale), la sua diversità culturale, e la sua storia complessa, sia in realtà, nel bene e nel male, un enorme laboratorio politico e sociale. Un laboratorio in cui, al netto di elementi tipicamente e irripetibilmente e messicani, si sono tentati esperimenti, e si sono osservati fenomeni destinati a ritrovarsi anche in forma dilagante nel resto del mondo. Tanto per citarne alcuni: l’opposizione tra una dimensione indigena e rurale e quella globalizzata e urbana, la contraddizione tra rivendicazione culturale autoctona e anelito alla way of life statunitense, il neoliberismo portato alle estreme conseguenze, l’affermazione delle chiese evangeliche, la migrazione di massa e clandestina verso il vicino più ricco, la militarizzazione del Paese in risposta alla criminalità organizzata. Ci è sembrato dunque importante rivolgere lo sguardo al Messico, e per farlo ci siamo affidati alla competenza di Fabrizio Lorusso. In Messico da vent’anni, di cui una quindicina trascorsi nella capitale, attualmente professore-ricercatore presso l’Università Iberoamericana di León, giornalista freelance, Lorusso annovera tra le sue numerosissime pubblicazioni il libro Santa Muerte. Patrona dell’umanità (Stampa Alternativa, 2013), e Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (Odoya, 2015).  (altro…)

  • Brasile: Prepararsi alla guerra

    Brasile: Prepararsi alla guerra

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    Walter Benjamin ha scritto, in una epoca tragica come la nostra, che ogni ascesa del fascismo reca la testimonianza di una rivoluzione fallita. Naturalmente è impossibile pensare il timido riformismo dei governi di Lula da Silva e Dilma Rousseff come una rivoluzione fallita. Plausibile, però, è che sia stato sufficiente, insieme allo spettro della rivolta apparso nelle giornate di giugno del 2013, a risvegliare le pulsioni tenebrose di una società edificata sulla violenza genocida del razzismo e dell’esclusione sociale. Se fosse vero che la storia si presenta sempre due volte, dapprima come tragedia e poi come farsa, il Brasile di oggi sarebbe certamente un candidato privilegiato per scommettere di nuovo sull’attendibilità della celebre proposizione di Marx. Il problema è che le farse, spesso, non sono meno tragiche delle tragedie e, soprattutto, non sono immuni dal potersi trasformare in drammi ancora peggiori di quelli originali.

    Il Brasile civile e democratico in questo momento ha paura. Non solo di una pandemia che in pochissimo tempo ha scalato il ranking mondiale che i media mainstream ci propinano da più di due mesi, in maniera ossessiva ed oscena, sulle vittime e i contagi del Covid-19. Il Brasile civile e democratico in questo momento ha paura della bestia che avanza sulle ceneri di un riformismo fallito e di un colpo di stato parlamentare travestito da impeachment. Una bestia che esibisce spudoratamente la sua atroce indifferenza e l’incapacità di governare in modo minimamente civile e democratico nel momento del pericolo. Una bestia che è necessario fermare, prima che sia troppo tardi, ma che nessuna forza civile e democratica, paralizzata dalla pandemia e dall’ombra sempre più ingombrante del ricordo di vent’anni di governo militare, finora ha dimostrato di sapere bene in che modo.

    Vladimir Pinheiro Safatle interpreta questo sentimento di paura alla luce del suo interesse per la psicoanalisi, la teoria critica e la filosofia politica. Si tratta di un brillante e polemico scrittore, filosofo e musicista molto noto in Brasile come editorialista e opinionista politico. È nato a Santiago del Cile, pochi mesi prima della caduta del governo dell’Unidad Popular di Salvador Allende, da genitori che si erano rifugiati nel paese andino dopo avere imbracciato le armi contro la dittatura brasiliana. Ha studiato Comunicazione sociale e Filosofia all’Università di San Paolo con Bento Prado Júnior, un altro importante filosofo brasiliano, e all’Università VIII di Parigi con Alain Badiou. Oggi è professore del Dipartimento di Filosofia dell’Università di San Paolo. L’articolo “Preparar-se para a guerra” è stato pubblicato lo scorso 4 aprile nell’edizione brasiliana del quotidiano spagnolo El País. Da allora, purtroppo, nonostante sia stata presentata al parlamento una proposta di impeachment contro il presidente Jair Bolsonaro da quattro partiti dell’opposizione e da quasi quattrocento organizzazioni e movimenti della società civile, il Brasile continua a scivolare tragicamente verso l’abisso. [Daniele Benzi]

    Prepararsi alla guerra

    Gli ultimi giorni hanno dimostrato con precisione la tesi di Freud secondo cui il potere modella i soggetti, rendendoli a sua immagine e somiglianza. O qualcuno era preparato a vedere, nel bel mezzo della pandemia, persone manifestare a suon di il clacson di fronte all’ospedale?

    di Vladimir Safatle da El País

    traduzione di Alice Fanti e Manuela Loi

    Nel 1939, poco prima che Hitler attaccasse la Polonia e iniziasse la Seconda guerra mondiale, Freud pubblica il suo ultimo libro, L’uomo Mosè e la religione monoteistica. In quest’opera, che esamina la costituzione delle identità collettive attraverso l’identificazione con le leadership, l’autore ha un’idea sorprendente, sintetizzata nella frase: “Mosè ha creato il popolo ebraico”. In altre parole, non si tratta di affermare che la leadership è l’espressione delle caratteristiche del suo popolo; al contrario, l’immagine è capovolta. Colui che occupa una posizione di potere e promette una grande trasformazione, finisce per creare il popolo, per definire i tratti prevalenti della sua identità collettiva. In altri termini, esiste una forza produttiva del potere, non soltanto la sua forza coercitiva. Dalla rappresentazione del potere nasce una forza di identificazione che gradualmente modella i soggetti ad essa sottoposti, che li trasforma nei loro affetti, nella loro struttura psichica e nelle loro azioni. Il potere modella coloro che vi si assoggettano.

    Freud non ha mai conosciuto il Brasile né ha mai sentito parlare di Jair Bolsonaro. Ma è evidente come i fatti degli ultimi giorni abbiano dimostrato con precisione la sua tesi secondo cui il potere modella i soggetti, rendendoli a sua immagine e somiglianza. Tutti stanno percependo questo cambiamento in quelle manifestazioni di disprezzo, indifferenza e violenza che un tempo era inimmaginabile assumere in pubblico e che diventano oggi espressioni quotidiane, in una spirale verso l’abisso che sembra non avere fine. Oppure qualcuno era davvero preparato a vedere, nel bel mezzo di una pandemia, persone che manifestano in Avenida Paulista, ballando con una cassa da morto, suonando il clacson di fronte all’ospedale, deridendo apertamente il dolore e la disperazione di migliaia di persone contagiate e in lotta per la vita in situazioni sanitarie precarie? Come se fosse il caso di esprimere, nella maniera più spudorata e brutale, l’indifferenza per le 2.500 morti verificatesi, se crediamo ai dati sottostimati, fino ad ora. [1] Come se fosse il caso di imitare gli “scivoloni”, le “sbandate” o, meglio, i tratti caratteriali di chi sta al potere.

    Qualcuno potrebbe dire che questa cosa è sempre esistita, nell’indifferenza delle classi più abbienti per il destino e i massacri perpetrati verso i più deboli. Ma l’errore peggiore è avere gli occhi foderati dalla logica ripetitiva del “è sempre stato così” e non notare le placche tettoniche che si stanno muovendo. No, sta accadendo qualcosa di nuovo. Non si tratta solo della nota macchina necropolitica[2] dello stato brasiliano. Si tratta dell’esplosione di rituali pubblici di auto-sacrificio e di violenza. Si tratta di una dinamica “suicida”. Sbaglia chi afferma che quelle orde avvolte nella bandiera nazionale “non sanno il pericolo che corrono”, sono “stupide”, come se bastasse spiegare con chiarezza che si tratta di una pandemia affinché tutti se ne tornino a casa.

    Parlando del fascismo, Adorno e Horkheimer dissero, una volta, che non c’è niente di più stupido che tentare di essere intelligenti. La nostra presunta superiorità intellettuale ci ucciderà ancora. Ci nasconde il fatto che, di fondo, c’è una parte della popolazione brasiliana che vuole tutto ciò e che è disposta a giocare alla roulette russa con tutti e con sé stessa. È questo desiderio che va compreso. Poiché questo sarà il modo con cui si sacrificherà per un ideale, anche se questo ideale non promette nient’altro che il proprio sacrificio, niente di più di un moto costante verso la catastrofe.

    In questo senso, stiamo assistendo a un cambiamento impressionante. Nonostante sia il peggior governo del mondo nell’affrontare la pandemia (paragonabile solo alla Bielorussia, al Turkmenistan e a quel reietto che governa in Nicaragua), il gradimento per Bolsonaro non è sceso. Cambia gradualmente. I settori delle classi più elevate lo stanno abbandonando, ma ciò viene compensato dal supporto delle classi popolari, ridando vita a un fenomeno a cui abbiamo già assistito nelle prime fasi del lulismo[3]. È improbabile che il suo indice di gradimento cambi. Non si alzerà né crollerà. Ma le caratteristiche di questo supporto cambieranno. Passerà dall’essere un semplice sostegno a un’identificazione profonda e solida. Alla fine, avremo un paese con il 30% di camicie nere pronte a tutto, poiché credono di essere parte di un processo rivoluzionario di rinascita nazionale. E questo processo è senza ritorno.

    Non sarebbe la prima volta nella storia in cui prende forma una dinamica di relazioni e credenze di questo tipo. Questa esplicita implosione di ogni principio elementare di solidarietà, questo disprezzo per coloro che muoiono, questo culto del suicidio di sé stessi come prova di “coraggio”, questa violenza sempre più autorizzata, fino ad arrivare alla formazione di vere e proprie milizie popolari, questa fiducia in una rivoluzione nazionale redentrice, tutto questo ha un nome. Di solito lo si appella, semplicemente, con “fascismo”.

    Movimenti di questa natura si approfittano sempre della debolezza dei propri avversari. Mentre Bolsonaro stava modellando una parte di società a sua immagine e somiglianza, c’erano sempre gli specialisti in questioni di palazzo sicuri di saper identificare gli intrighi che lo avrebbero “paralizzato”, gli errori che avrebbero portato al suo “game over”. Fino a poco tempo fa, Bolsonaro era descritto come una “regina d’Inghilterra”. Questo fino a quando ha cacciato il suo Ministro della Salute senza che ci fosse nessun cataclisma in corso. No, niente lo fermerà, non si verificherà nessuna battuta d’arresto. Un progetto di questo tipo si può fermare solo in maniera brutale. Ma questa brutalità necessaria non fa parte del pensiero degli attuali attori politici.

    Già da un mese avremmo potuto iniziare mobilitazioni permanenti per chiedere l’impeachment. Ma, ancora una volta, i fini analisti hanno affermato che non era il momento, che questo avrebbe rafforzato il discorso persecutorio del Governo. Come se il Governo avesse bisogno di noi per alimentare il proprio discorso persecutorio e mobilitare i suoi sostenitori. No, adesso i suoi difensori affermano ci sia un “piano” per rovesciare Bolsonaro, mentre l’opposizione non è nemmeno riuscita a mettere in moto una richiesta di impeachment, né ha permesso alla maggioranza di chiederlo con forza. Il massimo che i leader di opposizione hanno fatto è avanzare una richiesta di “dimissioni”. Manca solo di chiedere “per favore” a Bolsonaro affinché torni in sé e decida di andarsene di sua volontà. Come diceva Machiavelli, la fortuna aiuta gli audaci. Ma l’unico attore a dimostrare audacia in questa situazione è proprio il Governo. A breve ci sarà un tentativo di golpe venduto come “contro-golpe preventivo”, senza che l’opposizione abbia saputo fare altro che dichiarazioni, petizioni e lettere pubbliche. Gli ultimi a credere in una democrazia parlamentare che semplicemente non esiste più.

    A questo quadro si aggiunge il macabro calcolo che il Governo è riuscito a imporre ad alcuni settori della popolazione. Per loro, si tratta di scegliere tra la borsa e la vita, tra la certezza di una morte economica o la probabilità di una morte fisica. In questo calcolo, la cosa certa finisce per vincere sulla cosa probabile, e ciò ancora di più per settori della popolazione soggetti allo sterminio, alle sparizioni, al macello. Questo è il grado di razionalità della situazione rappresentata da Bolsonaro, che resta in piedi solo perché la terza via non esiste: non la borsa, non la vita, ma entrambe.

    Davanti a tutto ciò, che la società constituisca reti di autodifesa contro il peggio che verrà! Due settimane fa, alcune persone che protestavano contro il Governo sbattendo le pentole dalle loro case sono state colpite da fucili a pompa. Durante le manifestazioni a favore del Governo, i cittadini e le cittadine di opposizione sono stati violentemente aggrediti. Quante settimane mancano prima che inizino i linciaggi e gli spari veri e propri?

    [1] Il Ministero della Sanità stima che, al 31 maggio 2020, le morti per Covid-19 siano state 28.834.

    [2] Il termine necropolitica, utilizzato per la prima volta dall’accademico camerunense Achille Mbembe, fa riferimento all’uso del potere sociale e politico per decidere come alcune persone possano vivere e come altre debbano morire.

    [3] L’autore fa riferimento ai due governi dell’ex Presidente Lula da Silva.