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  • Ruido #1 – Fred Ramos e il triangolo oscuro del Centroamerica

    Ruido #1 – Fred Ramos e il triangolo oscuro del Centroamerica
    Relatives and friends of Sgt. Pablo Cándido Vega at the cemetery in Panchimalco, El Salvador, in April 2015. Fred Ramos


    Nel primo capitolo della rubrica fotografica Ruido abbiamo intervistato Fred Ramos, un fotogiornalista che documenta le cause strutturali che hanno generato i flussi migratori che attraversano il Centroamerica


    Di Gianpaolo Contestabile

    Fred Ramos è un fotografo salvadoregno che vive in Messico e lavora per il quotidiano El Faro. Nel 2014 ha vinto il World Press Photo nella categoria Daily Life con il suo progetto The Last Outfit of the Missing che racconta la violenza della criminalità nel suo Paese tramite gli indumenti ritrovati sui corpi delle vittime, molto spesso gli unici elementi utili per identificare i cadaveri. Qui ci presenta invece un estratto dal suo ultimo lavoro Dark Triangle e ci racconta quali sono le domande a cui cerca di dare una risposta con la sua macchina fotografica.

    In Dark Triangle compaiono foto di matrimoni, molotov, funerali e polizia di frontiera. Qual è il filo conduttore che le lega e quali sono i luoghi e i tempi in cui hai realizzato queste immagini?

    Ho iniziato a costruire questa storia nel 2015, ci lavoro da 5 anni, praticamente tutte le fotografie sono state scattate tra Honduras, El Salvador, Guatemala e Messico, ho anche una parte riguardante il Nicaragua, ma ci sto ancora lavorando quindi non rientra nell’attuale selezione. Con queste foto vorrei spiegare i motivi per cui i centroamericani emigrano negli Stati Uniti, per dare a chi le vede un’idea più chiara della situazione da cui fuggono. Dal Nicaragua, fino a due anni fa, non c’era una forte migrazione verso gli Stati Uniti, ma con la crisi politica il flusso migratorio ha cominciato a intensificarsi, quindi sto pensando di includerlo in una nuova edizione del lavoro. La maggior parte delle fotografie mostrano situazioni tese: proteste, membri di bande nelle carceri, migranti in cammino, omicidi, bambini armati, queste sono le immagini con le quali illustro le ragioni più dirette che spingono i centroamericani a fuggire dai loro paesi. Ma non c’è solo violenza, ad esempio la fotografia del matrimonio Maya, che anche se non è esplicitamente cruenta, mostra come la vita di tutti i giorni, nonostante le situazioni difficili e la povertà, cerchi di continuare.

    Wedding of Gladis Rash, 18, and Alexander Caal, 22, in Las Muñecas village, Guatemala. June 30, 2019. Fred Ramos

    Com’è nata l’idea di realizzare questa storia?

    È un’idea che nasce dal mio archivio, a differenza degli altri miei lavori che sono stati concepiti grazie allo studio, alle riflessioni, alle letture e all’analisi delle tematiche, e solo in un secondo momento ho afferrato la macchina fotografica per iniziare a scattare. In questo caso è successo il contrario, è un progetto che nasce da storie diverse che stavo realizzando per un giornale locale, El Faro, per cui ho lavorato negli ultimi anni coprendo le diverse crisi politiche in America Centrale, fotografando la violenza, la povertà e gli effetti del cambiamento climatico. Quando ho seguito la prima carovana migrante partita dall’Honduras nel 2018, ho definito meglio il progetto, documentando l’esodo delle migliaia di persone che stavano fuggendo da tutte quelle problematiche che avevo fotografato negli ultimi anni. Durante la carovana, i migranti si trovavano spesso a dover spiegare perché stavano fuggendo, perché stavano andando negli Stati Uniti, la gente ancora non lo capiva, e io avevo fotografato le risposte a tutte quelle domande.

    Nicole Cruz and David García look to the American side of the border with their 2-year-old son, Mateo, in Tijuana, Mexico, in November 2018. They fled Honduras because of threats from the 18th Street gang. Fred Ramos

    Come valuti la rappresentazione mediatica della realtà centroamericana promossa dai giornali e dai mezzi di informazione internazionali?

    Penso che in generale quelli che svolgono il lavoro migliore siano i media locali, sono quelli che conoscono l’argomento, i giornalisti locali che hanno lavorato sullo stesso tema per molto tempo, che chiedono i permessi e attendono mesi prima di poter continuare con la loro ricerca In generale, i media internazionali coprono le tematiche di cui ti ho parlato in maniera superficiale. Di solito si fermano solo un paio di giorni e se ne vanno. Penso che in alcuni casi ci voglia molto rigore e autodisciplina, perché a volte gli editori hanno già delle idee preconfezionate riguardo all’estetica, alle storie e a ciò che accade nei paesi al di fuori degli Stati Uniti. In altre parole, quando pensi a un membro di una gang pensi a un ragazzo tatuato con una faccia cattiva, questo cercano i giornali. Invece, ad esempio, nella foto di Rudy, un giovane membro di una banda, vedi un ragazzo che non ha nulla di quell’estetica criminale. A volte i giornali rifiutano alcune di queste storie perché non sono conformi a ciò che hanno già in mente. A volte anche i giornalisti locali commettono questi errori, forse perché vogliamo che accettino il nostro lavoro, a volte cadiamo in cliché delle tipiche immagini che alimentano i soliti preconcetti. Penso che se gli editori assumessero più fotografi locali, questa dinamica potrebbe cambiare. Ad esempio qui in Messico, se vai n una comunità dell’entroterra del Paese, trovi sempre immagini che si ripetono, come l’uomo con il sombrero. In El Salvador, ad esempio, quando parli di pandillas, ci sono due grandi bande, la MS-13 e la Barrio 18. Sebbene si equivalgano in termini di forza e pericolosità, gli editori preferiscono sempre un membro della MS rispetto alla Barrio 18, forse perché la MS è la banda più internazionale. Non mi piacciono i reportage che si focalizzano sulla redenzione o sulla violenza personale, che servono solo a riprodurre certi cliché. Credo in un giornalismo critico, è quello che ho imparato durante il mio apprendistato al El Faro in El Salvador.

    A 15-year-old gang member with a gun in a house in La Paz, El Salvador in July 2019. Fred Ramos

    Quali sono le storie dietro le fotografie che hai scattato? Cos’è rimasto fuori dall’inquadratura?

    La foto del bambino con la maschera del diavolo è forse una delle foto più iconiche del mio lavoro. Questa fotografia oltre ad essere potente a livello estetico è legata a una storia molto significativa. Il soggetto ritratto nella foto è un bambino di sei anni che stava giocando sui binari del treno tre giorni prima della notte di Halloween e stava fuggendo dall’Honduras perché alcuni membri delle pandillas volevano reclutarlo e sua madre lo aveva portato via da un giorno all’altro per recarsi negli Stati Uniti. Sperava di garantirgli così la possibilità di studiare e costruirsi una vita felice. Penso che questa immagine ti pone davanti a una domanda: i migranti sono demoni che vengono a invaderci o sono persone che noi stessi trasformiamo in demoni a causa di tutti i pregiudizi che abbiamo? Per questo mi piace questa fotografia, perché ti pone delle domande piuttosto che darti delle risposte.

    A Honduran child plays near train tracks in Arriaga, Chiapas, in southern Mexico, October 2018. Fred Ramos

    Come ti relazioni con le persone che fotografi?

    Non c’è sempre la stessa opportunità, il tempo per stabilire delle relazioni. A volte sono persone che incontri per momenti molto fugaci, come in molte fotografie del mio lavoro, mentre a volte capita di avere un po’ più di relazione e penso che ciò si rifletta nella fotografia. Per esempio con Rudy, il ragazzo con la pistola, avevo costruito un legame molto stretto con lui, provavo molta empatia perché, anche se faceva parte di una pandilla e aveva commesso diversi crimini, era un ragazzo che voleva uscirne. Ha provato davvero con tutte le sue forze a uscirne, tradendo la sua stessa banda, scappando dalla polizia e dalle pandillas, entrambe lo stavano cercando per ucciderlo. La pistola che ha nella foto l’aveva rubata alla sua banda e poi l’ha venduta per potersi pagare il viaggio e fuggire. Purtroppo alla fine Rudy è morto, la polizia è andata a cercarlo a casa sua e lo ha fatto scomparire. Questa storia mi ha toccato molto perché speravo che Rudy potesse finalmente lasciarsi il suo passato alle spalle e rifarsi una vita normale. Se doveva pagare per i crimini che aveva commesso con il carcere, gli dovevano dare l’opportunità di farlo, dopo aver scontato la sua pena sarebbe comunque potuto uscire e vivere una vita normale. Ma non ha mai avuto la possibilità di pagare per i suoi crimini, perché non lo hanno catturato per portarlo in prigione, lo hanno sequestrato per farlo sparire. Ho mantenuto i contatti con Rudy per quasi un anno, ci ho parlato quasi ogni giorno, o almeno diverse volte alla settimana. E andavo a visitarlo ogni mese. Non è qualcosa che puoi fare sempre, sarebbe molto difficile avere una relazione con tutte le persone che fotografi, ma a volte ci sono persone con le quali ti crei un legame più profondo.

    El Faraon, a member of the 18th Street gang, after being shot by another gang member. He died in a hospital eight hours later. La Paz, El Salvador, September 2014. Fred Ramos

    Pensi il fotogiornalismo critico possa avere un impatto sulle problematiche che cerca di raccontare?

    È una domanda molto complicata, a volte penso che il nostro lavoro non abbia un impatto, a volte invece penso che possa cambiare la società. È difficile, onestamente il più delle volte penso che non ci sia un impatto concreto sulla realtà, le situazioni dei paesi in via di sviluppo sono così difficili e a volte noi giornalisti vogliamo credere che stiamo cambiando il mondo con il nostro lavoro, ma la verità è che la maggior parte delle volte ciò non accade. A volte penso il contrario, penso che una fotografia può innescare un cambiamento, ma succede molto più lentamente di come ce lo immaginiamo. Penso che ci debba essere una combinazione di fattori per produrre dei veri cambiamenti. Ad esempio, in questo momento molte delle immagini che vediamo riguardanti le violazioni dei diritti umani da parte della polizia, stanno avendo in qualche modo un impatto forte sulla realtà. La situazione è favorevole, le stelle sono allineate. Ad esempio il video di Giovanni Lopez, il ragazzo di Guadalajara ucciso dalla polizia, non avrebbe avuto lo stesso impatto che ha generato in queste settimane, se non ci fossero state le rivolte negli Stati Uniti. Il caso del ragazzo di Oaxaca, Alexander Martinéz, non avrebbe avuto alcun impatto se fosse stato denunciato un mese fa. Penso quindi che sia anche una combinazione di molti fattori, non è solo il nostro lavoro a determinare l’influenza delle foto sulla società. Noi giornalisti vogliamo credere che con una fotografia possiamo cambiare il mondo, ma se il mondo non è pronto per questa fotografia è molto difficile che accada. Non puoi avere la certezza che succeda e non puoi controllare tutte le variabili, devi continuare e perseverare e ad un certo punto potrebbe essere che le stelle si allineino e la fotografia che hai scattato si adatti perfettamente alla situazione e possa avere un impatto forte sulla realtà.

    Demonstrators make gasoline bombs while protesting the re-election of President Juan Orlando Hernández in Tegucigalpa, Honduras, December 2017. Fred Ramos
    Cutting sugarcane in Aguilares, El Salvador, March 2015. Fred Ramos
    Members of the migrant caravan in a shelter in Juchitan, Oaxaca, Mexico, October 2018. Fred Ramos
    Alan García reveals a bullet scar on his back in July 2017. He was shot by the military during a protest against a hydroelectric project in Rió Blanco, Intibuca, Honduras, in 2013. Fred Ramos
    A river in San José, La Paz, Honduras, was diverted to a hydroelectric plant, leaving the surrounding communities without water. Fred Ramos
    Central American migrants cross the Suchiate River between Guatemala and Mexico, October 2018. Fred Ramos
    The funeral of Sgt. Pablo Cándido Vega in Panchimalco, El Salvador, April 2015. Fred Ramos
    A police officer guards the Guatemalan Parliament during a protest against government corruption in Guatemala City, September 2017. Fred Ramos
    Central American migrants in a truck on its way to Tecún Umán, Guatemala, which borders the Mexican state of Chiapas, in October 2018. Fred Ramos
    Central American migrants in Oaxaca, México, on a trailer heading to the United States, October 2018. Fred Ramos
    A U.S. Customs and Border Protection agent shines a light on Honduran migrants who were trying to cross the border from Mexico in November 2018. Fred Ramos
    A couple in the border of Guatemala and Mexico in June 21, 2019. Fred Ramos
    Flowers in Lempa river, in honor to the victims of the Lempa Masacre one of countless mass killings during the Salvadoran armed conflict in 1981. For this days is still in the impunity. The salvadorean civil war was a importa factor to push the migration to US in the 80´s and 90´s.

    Qui potete vedere altre storie e il progetto completo Dark Triangle e qui potete seguire Fred Ramos su instagram.

  • El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad /2

    El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad /2
    Tap Tap, minibus urbano ad Haiti, 2011 (Romina Vinci)

    Di Jiri Sykora (testo), Romina Vinci (foto), Fabrizio Lorusso (foto)

    Questo post è il secondo della serie su Haiti legato al libro El hambre de Haití. Terromoto, olvido y paradojas de la solidaridad, tradotto in spagnolo e pubblicato nel 2019 dalla Universidad Iberoamericana León. La galleria fotografica è di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci, realizzata tra il 2010, ossia poco dopo il terribile terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime, e il 2011, dunque in piena crisi per l’epidemia di colera provocata dai caschi blu dell’Onu. Segnaliamo qui il primo post della serie.

    Dopo la galleria inseriamo la recensione, scritta in spagnolo per la rivista Epikeia ( Depto. ciencias sociales y humanidades, n. 40 primavera 2020) dal Dott. Jiri Sykora, accademico della Universidad Iberoamericana León, al libro El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad (lo trovi qui) di Lorusso e Vinci, uscito in italiano nel 2015 per End, tradotto allo spagnolo da Clara Ferri e pubblicato dalla Universidad Iberoamericana León(2019). Potete leggere la recensionee anche su Calameo, oppure in fondo a questo post o direttamente qui sul sito della rivista.

    Palazzo presidenziale crollato, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    Piazza e monumento all’uguaglianza a Porto Principe, Haiti, 2011 (Romina Vinci)
    Cattedrale di porto principe distrutta, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    Porto Principe, 2011 (Romina Vinci)
    Bambini giocando in tendopoli di Delmas, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    Premium Quality US Rice, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)

    El terremoto de Haití de 2010 se registró el martes 12 de enero a las 16:53 hora local con epicentro a 15 kilómetros de Puerto Príncipe. Después del terremoto, cuyas desgarradoras imágenes recorrieron todo el mundo, Fabrizio Lorusso y Romina Vinci, dos jóvenes periodistas italianos independientes, viajan a Haití a más de un año de distancia el uno de la otra. Fabrizio llega a la isla caribeña un mes después del terremoto, ve y describe los escombros, la desolación, la difícil situación política y social, justo después de la catástrofe. En octubre de 2011, Romina llega a Haití y visita hospitales, orfanatos, escuelas, ve signos de reconstrucción en medio de la pobreza desenfrenada, fotografía a niñas y niños, hombres y mujeres que se quejan en medio de la basura que invade casi todos los espacios de la capital, Puerto Príncipe.

    Strada di periferia, porto Principe, Haiti, 2010 (Romina Vinci)

    De estas dos miradas nace un primer libro, un doble diario, publicado en Italia en 2012, seguido de años de olvido de Haití, un país que se ve en el imaginario colectivo nada más como un segmento apartado de la isla de La Española, una nación caribeña genéricamente y casi inevitablemente pobre e inestable. La solidaridad internacional y la consiguiente reconstrucción se dan por sentadas en los años después del temblor, y se trata de un fenómeno muy presente en México también, en donde hay opacidad cuando se trata del tema de “la reconstrucción”. No se habla mucho, sino por un corto tiempo, de la terrible epidemia de cólera -provocada por los cascos azules de la ONU procedentes de Nepal-, que golpeó a los haitianos que ya habían sido víctimas del terremoto.

    Como sucede a menudo, las tragedias naturales y las guerras distantes terminan siendo olvidadas y nadie más se preocupa por “actualizar los datos” o contar las historias, tratando de entender el entrelazamiento de los intereses económicos de las potencias mundiales y los sistemas políticos locales, entre el trabajo de Organizaciones civiles independientes y de “multinacionales de solidaridad”. Las especulaciones, la pobreza antigua y la nueva, las derivas antidemocráticas y las conmociones sociales sangrientas son tratadas como las noticias de poco interés, como inevitables males de países que siempre están entre los “últimos”.

    No lo piensan así Fabrizio Lorusso y Romina Vinci, que vuelven sobre sus propios pasos cinco años después del terremoto en Haití, revisan y actualizan lo que estaba escrito y documentado en ese momento, ayudados por Evel Fanfan, un abogado haitiano que pelea con su asociación por el respeto a los derechos humanos en la isla, y cuya disponibilidad ha sido y sigue siendo invaluable para los dos periodistas y docentes italianos. Desde la voluntad de no olvidar las muchas tragedias de Haití, pasado y presente, nace este nuevo libro, esta vez en español, que habla de terremoto, pero también, y sobre todo, de los escombros y la esperanza; del hambre, el hambre real y metafórica, pero no menos importante, de justicia, de independencia, de dignidad y de futuro.

    Aereo militare sorvola porto principe, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)

    Los primeros encuentros de los autores del libro con los damnificados son emblemáticos:

    Claire viste una camisa blanca elegante, los jeans limpios y los tenis nuevos, idóneos para largas caminatas. Salió de prisa, con paso decidido. Luce en medio de los escombros. Trota en subida evitando inmensos cúmulos de ladrillos, alcantarillas abiertas y postes de luz arrancados en medio de la banqueta. Cansada por esta carrera de obstáculos sin sentido, se sienta en la orilla de una piedra que invade el carril, ralentizando el tráfico. Sobre la calle Delmas se jadea, el sol parece quedarse fijo en el cénit por todo el día, empujando la columnita del termómetro arriba de los 30 grados. El esmog, típico de una caótica metrópolis caribeña, se mezcla con el polvo de la destrucción, el vagar desesperado de multitudes en busca de un motivo para explicar la tragedia y de un trozo de pan para mitigar el hambre. Han transcurrido tres semanas desde el terremoto, un tremendo temblor que en 39 segundos cobró la vida de 250 mil víctimas en la capital de Haití, Puerto Príncipe. El 12 de enero, día de la catástrofe, Claire estaba lejos de su casa y se salvó. A su primo, su tía y muchos amigos del barrio y muchísimas otras personas no les tocó la misma suerte. Ella todavía tiene una casa y una madre. En cambio, un millón y medio de sus conciudadanos duermen en los jardines públicos, en las banquetas o en los campamentos armados a la buena de Dios en más de mil sitios de emergencia diseminados por la ciudad. Sin embargo, Claire tiene hambre. Su madre no se aparece desde hace un par de días. Cualquier producto de primera necesidad se ha vuelto un lujo inaccesible. Solamente quien vive en los campamentos puede acceder a alguna ración de arroz y frijoles. Los demás deben arreglársela, ingeniarse, buscar trabajitos jornaleros o pedir limosna. Sí, pero ¿a quién? La muchacha observa a los transeúntes desde atrás de la peña en la que se agazapó, que en realidad es lo que queda del segundo piso de una pequeña posada. Claire está esperando toparse con algún blanc, algún extranjero a quien hablar y pedir ayuda. Somos dos hombres que exploran en medio de los escombros y la confusión, a pocos días de haber llegado a la isla. Dos desconocidos llamados Diego y Fabrizio que Claire avista y sigue. Treinta, cuarenta, cincuenta pasos acelerados tras nosotros, y luego los rebasa. Gentil, pregunta si tenemos algo que comer, de manera sencilla, con la mirada agachada y el tono resuelto. Le ofrecemos agua y la invitamos a seguirnos (Lorusso y Vinci, 2019, pp. 88-89).

    El hambre de Haití, Lorusso-Vinci (2019, pp. 88-89)

    Lorusso trata en su libro, a profundidad, el tema de los derechos humanos, así como el de  la cooperación internacional y el problema de cólera que causó, desde 2010, unas 10,000 víctimas. No olvida, además, el lado político y geopolítico del análisis, al reconstruir el golpe de 2004 y otros acontecimientos históricos importantes para Haití:

    En 2004, cuando Haití estaba por festejar el Bicentenario de la Independencia, el exsacerdote Jean-Bertrand Aristide, el primer presidente electo en un régimen democrático en 1990 y que un golpe entre 1991 y 1994 obligó al exilio, fue destituido otra vez mediante un golpe de Estado y enviado al extranjero, más bien, afuera del hemisferio occidental. Los militares estadounidenses lo deportaron a la República Centroafricana, donde permaneció por más de siete años, antes de volver a su país en marzo de 2011. Hoy en día Aristide debe defenderse de diversas acusaciones: tráfico de droga, peculado, expropiaciones ilegales, abuso de poder, lavado de dinero. Dos meses antes había regresado también el exdictador (1971-1986) Jean- Claude Baby Doc Duvalier, hijo de otro tirano, François Papa Doc Duvalier (en el poder de 1957 a 1971). Regordete y ahora dispuesto a «ayudar a su pueblo» —tras un cuarto de siglo en el exilio dorado en Francia, gracias al dinero de su familia, es decir, del pueblo haitiano— Baby Doc fue enjuiciado por crímenes de lesa humanidad y corrupción, pero en Haití los juicios van muy lentos y los grupos organizados de víctimas de la dictadura presentaron el caso a la Corte Interamericana de Derechos Humanos (IDH). Lamentablemente ni siquiera ante esa instancia obtuvieron justicia: en efecto, el 3 de octubre de 2014 Duvalier murió de infarto. Pudo pasar serenamente los últimos momentos de su vida en el país que lo vio nacer, en el lujoso barrio de la capital donde residía, y quedar impune. Aristide, de presidente, se había atrevido demasiado: intentos de incrementar el salario mínimo, eliminación del ejército, medidas de protección social para los más necesitados, reivindicación de la deuda histórica que Haití pagó a Francia y un plan para recuperar el control de algunos recursos estratégicos para el país encendieron las preocupaciones de la Comunidad Internacional, temerosa de tener que lidiar con una especie de Hugo Chávez caribeño (pp. 94-95).

    El hambre de Haití, Lorusso-Vinci (2019, pp. 94-95)
    Porto Principe, Haiti, 2011 (Romina Vinci)

    A su vez, Romina Vinci, foto reportera freelance italiana, describe una experiencia impactante:

    Pasamos frente al palacio presidencial, luego retomamos el sube y baja que representa una de las constantes del territorio de Puerto Príncipe. Me vuelven a la mente los viajes en la pick-up de Evel de los primeros días, me parece que ya pasó toda una vida. De pronto, nos detenemos frente a una reja verde y blanca, esperamos que nos abran y nos reciben dos vigilantes muy groseros, al grado de que nos obligan a dejar afuera las motos. Le pregunto a Ton, mi guía, dónde nos encontramos y él me dice que hemos llegado al Hospital General. Me da escalofrío. Significa Morgue. Significa una montaña de cuerpos abandonados a los que Padre Rick da la bendición y una sepultura. Caminamos y dejamos atrás un primer edificio, luego damos vuelta a la derecha y bordeamos un segundo edificio. Se perfila entonces una serie de contenedores, que superamos uno por uno. Luego aparece el letrero: Morgue. Entramos y lo primero que percibo es un olor muy acre. Se me imagina entrar en una carnicería que propaga el hedor a  la enésima potencia. Jamás he tenido una sensación más real. Enseguida salimos. Padre Rick manda a comprar cigarros a los dos que se nos habían unido después de la breve parada en   la catedral. «Yo no fumo y me molesta incluso el olor a humo – me dice— pero debo hacerlo cuando hago lo que estoy por hacer, para no vomitar». Llegan los cigarros y toman uno para cada quien. Me invitan a hacer lo mismo, pero digo que no.

    El hambre de Haití, Lorusso-Vinci (2019, pp. 117-118)

    Los autores

    Fabrizio Lorusso y Romina Vinci son dos periodistas y académicos italianos, apasionados    de América Latina, que han decidido emprender un viaje a Haití en dos momentos diferentes, pero igualmente importantes para el país caribeño: Fabrizio llega a Puerto Príncipe en febrero de 2010, poco después del terremoto; Romina aterrizó allí en octubre de 2011, en el momento álgido de la emergencia del cólera y en el momento         de la reconstrucción anunciada pero aún no iniciada de la capital. La  colaboración  entre los autores nació entre Port-au-Prince, Roma y la Ciudad de México y se desarrolló narrativamente en las páginas de la revista o webzine “CarmillaOnLine” y por correo electrónico. Las experiencias de la vida y la escritura se convirtieron en un proyecto orgánico  que  recopiló  y  producido  escritos,  diarios,  fotos,  actualizaciones  e informes. Las calles, dicen Fabrizio y Romina, que cruzaron en Haití fueron gracias a Aumhod (Asociación de Unidades Motivadas por una Haití de los Derechos) la Asociación de Abogados por los Derechos Humanos, cuyo presidente, Evel Fanfan, que los alojó en su casa en el barrio Delmas. Este libro está relacionado con los informes y reportajes publicados por Fabrizio y Romina, que motivaron a otros periodistas italianos a seguir sus pasos (por ejemplo Silvestro Montanaro de la TV pública italiana Rai Tre o Italo Cassa de la Escuela de Paz de Roma) y a construir el sitio haitiemergency.org. Y luego el amigo Evel Fanfan ha estado en Italia dos veces: la información, la red, las personas han hecho florecer, finalmente, una colaboración con el abogado escritor Massimo Vaggi, con el sindicato italiano Fiom y con la asociación «Nova Onlus – Adopciones internacionales».

  • Comunità maya ai tempi del Covid-19

    Comunità maya ai tempi del Covid-19

    Liksah che, liksah tunich, alzare il bastone, alzare la pietra.

    (altro…)
  • Guanajuato y México: razones de la violencia

    Guanajuato y México: razones de la violencia

    Di Fabrizio Lorusso

    El primer episodio del programa “Voces contra el olvido” de La Ke Huelga Radio (México) es una entrevista sobre la violencia y la desaparición de personas en Guanajuato. En esta primera emisión tuvimos la oportunidad de conversar con Fabrizio Lorusso, profesor y activista, quien ha investigado las razones del aumento de la violencia en las ciudades y poblados en Guanajuato.

    Una violencia que desborda la vida cotidiana y se cruza con el desinterés del gobierno y los intentos por ocultarla. Lxs invitamos a escuchar la entrevista y a enviarnos sus dudas y comentarios a kehuelga@kehuelga.net

    Título del programa: “Razones de la violencia en Guanajuato”

    Materiales de lectura:

    Fosas clandestinas y Ley de Busqueda de Desaparecidos en Guanajuato

    Desaparecer en Guanajuato

    El tejido social que resiste: familias de los desaparecidos en Guanajuato

    Foros:

    Videos-del-foro-de-escucha y pacificacion-reconciliacion-en-León 2018

    Video #Ayotzinapa 5 Años Buscando a nuestrxs desaparecidxs: Evento en Ibero León con Mario Vergara y Grace Fdz

  • El batey dominicano: de gueto a refugio

    El batey dominicano: de gueto a refugio

    Raúl Zecca Castel cuenta el rol social del batey como observatorio privilegiado de las políticas dominicanas de ciudadanía en el marco del Congreso “Améfrica Ladina: vinculando mundos y saberes, tejiendo esperanzas”, promovido por la “Latin American Studies Association” en Guadalajara, México.


     

     

     

     

  • Com’è andata la parodia venezuelana della Baia dei Porci?

    Com’è andata la parodia venezuelana della Baia dei Porci?

    Maduro

    Non ci sono più i golpisti di una volta, ironizzava qualche tempo fa un amico. Una battuta che certo fa sorridere quando si pensa a Juan Guaidó e ai suoi sgangherati tentativi sostenuti dagli Stati Uniti per rovesciare il governo di Nicolás Maduro. Fa sorridere, sì, ma con la tristezza scolpita in volto. Perché il Venezuela oggi fa male. Non solo a chi è stato vicino al processo bolivariano. Ma anche a chi avverte i pericoli per l’intera regione dell’eventuale scoppio di una guerra civile o di un’invasione in piena regola. Uno scenario mediorientale. O solo il protrarsi indefinito di un’impasse politica nazionale ed internazionale che sta consumando il Paese. Lentamente. Letteralmente. In un tunnel asfissiante senza vie d’uscita in vista mentre fuori rimbomba, ipocrita, la spettacolarizzazione silenziosa della cosiddetta comunità internazionale. Unione e stampa europea in primis.      

    Il Venezuela è anche una ferita aperta nel cuore della sinistra latinoamericana. Un tema che divide in modo bieco e manicheo partiti, movimenti e sensibilità politiche diverse, terminando spesso in logorroici quanto inutili proclami, manifesti o comunicati a favore o contro l’attuale governo, i cui echi, di tanto in tanto, raggiungono anche i media alternativi nostrani. E si può scommettere che passerà del tempo, come nel caso del socialismo cubano, prima che si possa discutere lucidamente e con serenità dell’intera vicenda bolivariana e del socialismo del XXI secolo. Ma questa, comunque, al momento è un’altra storia. 

    Su L’America Latina Marco Dalla Stella ha già raccontato, a caldo, la storia breve del fallimento annunciato dell’Operazione Gideon. In questo reportage, pubblicato originalmente nel portale della rivista Nueva Sociedad, presentiamo un approfondimento. L’autore è Manuel Sutherland, un economista marxista venezuelano direttore del Centro de Investigación y Formación Obrera (CIFO). Da sempre critico delle politiche economiche dei governi bolivariani sulle quali ha scritto numerosi articoli e saggi, qui ci racconta invece i dettagli surreali della parodia venezuelana della Baia dei Porci. [Daniele Benzi]       

    Com’è andata la parodia venezuelana della Baia dei Porci?

    L’incursione di ex-militari e civili, prodotto di un contratto tra settori dell’opposizione e un’impresa di sicurezza con sede a Miami, presuppone un’assurda azione armata contro il governo di Nicolás Maduro per conto terzi. Allo stesso tempo, queste azioni così improvvisate non solo sono contrarie a una soluzione pacifica, ma finiscono anche per rafforzare le politiche più repressive del governo venezuelano, in un contesto di permanente decomposizione sociale e istituzionale del paese.

    Se volessi andare in Venezuela, non lo farei di nascosto (…) non manderei un piccolo gruppo.

    No, no. Manderei un esercito (…) e si chiamerebbe invasione.

    Donald Trump

    di Manuel Sutherland da Nueva Sociedad

    traduzione di Manuela Loi e Alice Fanti

    Il mese di maggio ha travolto il Venezuela con una crisi di enormi dimensioni. Con il salario minimo in dollari più basso del pianeta (circa 5 dollari al mese), la povertà estrema continua a crescere. All’interno di questo scenario drammatico sono circolate notizie allarmanti, come quella del massacro dei reclusi nel carcere di Guanare (cui si è aggiunto un incendio in un penitenziario di Valencia dove sono morte 66 persone) e di un lungo conflitto a fuoco tra gruppi delinquenziali dotati di armamenti militari, nella zona nord dell’esteso quartiere popolare di Petare. La benzina, un tempo quasi gratuita, è ora introvabile e migliaia di persone devono fare code anche di 5 giorni per poter fare il pieno (adesso la benzina arriva di contrabbando dalla Colombia al Venezuela). Infine, un blackout nazionale di diverse ore che ha interessato 17 stati e ha portato a un rigido razionamento del servizio elettrico in molte parti del paese.

    In questo mare magnum, tra il 3 e il 4 maggio è venuta fuori una strana notizia: la Polizia e l’Esercito hanno bloccato due piccole lance con a bordo civili (tra cui 2 statunitensi) e militari disertori, muniti di armi di alto calibro per combattere il governo di Nicolás Maduro. Tale sorprendente informazione ha lasciato di stucco l’opposizione democratica impegnata per la pace e per una risoluzione negoziata della crisi politica. La rapida neutralizzazione delle due imbarcazioni ha offerto al governo una sorta di piccola “Baia dei Porci” che, sfruttata dall’apparato mediatico delle sinistre bolivariane, è stata presentata come un’impresa storica i cui protagonisti, degli umili pescatori, appartenenti alla milizia[1], hanno respinto l’invasione e catturato i mercenari.

    L’ala dell’opposizione che insiste sulla legittimità della presidenza di Juan Guaidó, “riconosciuta da più di 50 paesi”, si è trovata disorientata. All’inizio si era parlato di una messinscena, un vile montaggio da parte della narcodittatura. Poco dopo si è detto che la narcotirannia aveva massacrato valorosi combattenti per la libertà. Più tardi hanno commentato che l’operazione fosse una farsa, ma che avrebbero difeso i diritti umani delle persone che avevano commesso un errore. Alla fine hanno dichiarato che questa presunta “invasione” è stata organizzata ed eseguita da Diosdado Cabello, presidente dell’Assemblea Nazionale Costituente, con l’obiettivo di incolpare l’opposizione.

    Cos’è successo veramente? Quali conseguenze ha portato questa nuova avventura paramilitare? Vediamo.

    Dal 23 gennaio 2019, giorno nel quale il deputato e presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó si è autoproclamato presidente della Repubblica (ad interim) durante un meeting popolare in Piazza Giovanni Paolo II, si è verificato un incremento del discorso militarista da parte dell’ala più estremista dell’opposizione, costantemente incitata da Donald Trump e dalle insinuazioni che “tutte le opzioni sono già state prese in esame”. La via elettorale e la lotta democratica contro il regime chavista sono state considerate come collaborazioniste e vigliacche. Bisognava agire immediatamente in maniera diretta, il popolo è allo stremo.

    Secondo i sondaggi di febbraio 2019, Guaidó aveva l’80% del consenso popolare. I governi alleati degli Stati Uniti hanno plaudito immediatamente e il giovane varghese[2] è apparso sulle copertine di giornali e riviste di tutto il mondo. Il 23 febbraio avrebbe dovuto rappresentare una specie di punto di rottura: gli aiuti umanitari internazionali che si trovavano in Brasile, ma soprattutto in Colombia, sarebbero entrati nel paese a tutti i costi. Quattro camion avrebbero fatto il loro ingresso con equipaggiamento medico di base e cibo provenienti da Cúcuta. Il piano prevedeva che la gente prendesse d’assalto i camion e che l’Esercito si unisse all’insurrezione popolare. Erano stati contattati militari di basso rango per coinvolgerli nella ribellione. Questa operazione si è rivelata un insuccesso totale: non si è riusciti a far entrare neppure uno scatolone di cibo, in una frontiera dove esiste un diffuso contrabbando di autocisterne che trasportano benzina e prodotti alimentari.

    Nonostante si credesse che il tentato omicidio di Maduro con un drone carico di esplosivo, il 4 agosto 2018 nell’Avenida Bolivar, sarebbe stato l’ultimo attentato sovversivo, il 30 aprile 2019 ci siamo risvegliati con un tentativo di colpo di Stato da parte di Guaidó, con la novità della liberazione di Leopoldo López, leader di Voluntad Popular. Il giovane “presidente” assicurava di aver occupato o comunque di trovarsi presso la base aerea La Carlota, situata nel cuore di Caracas. Circondato da un piccolo gruppo di civili e militari di basso rango, Guaidó ha parlato di un’insurrezione militare, di una sollevazione. Poche ore dopo, e senza un solo sparo, la rivolta è stata sedata. Molti dei militari si sono consegnati dicendo di essere stati ingannati, mentre altri si sono rifugiati quello stesso pomeriggio presso ambasciate straniere.

    Nessuno si è assunto la responsabilità dell’imbarazzante coup d’état, ampiamente ridicolizzato sulle reti sociali. Nel 2018 avevamo già assistito al massacro del gruppo armato capeggiato da Óscar Pérez, ex-comandante di polizia celebre per aver sparato contro il Tribunale Supremo di Giustizia e aver rubato armi di grande calibro nel Fuerte de Paramacay. La sottovalutazione del potere militare e di polizia del governo bolivariano è veramente impressionante.

    Nei precedenti interventi militari degli Stati Uniti in America Latina, compresa la Baia dei Porci, gli ufficiali di Washington avevano categoricamente negato la loro partecipazione, almeno in un primo momento. Allo stesso modo, nel caso dell’operazione illegale di finanziamento della guerra terrorista dei “contras” in Nicaragua negli anni ‘80, Washington aveva negato il suo coinvolgimento finché  l’appaltatore della CIA Eugene Hasenfus venne abbattuto mentre viaggiava su una aereo che trasportava armi.

    Il copione è sempre lo stesso, cioè ricorrere a una categorica smentita, anche se sembra impossibile pensare che gli Stati Uniti, al di là della loro partecipazione, non fossero a conoscenza del contratto firmato a Miami che “legalizzava” l’invasione (esisteva letteralmente un contratto commerciale). Bisogna ricordare che Washington ha accusato Maduro di narcoterrorismo e ha messo una taglia sulla sua cattura: 15 milioni di dollari.

    Il contratto è rimasto segreto finché Clíver Alcalá Cordones, maggiore generale in pensione, ha parlato chiaramente della sua esistenza alla fine di marzo 2020. Tutto ciò dopo che questo militare vicino a Chávez, nonché uno dei disertori di più alto grado, è stato sorpreso dalla polizia colombiana con una notevole quantità di armi, e dopo l’offerta di 10 milioni di dollari da parte dell’Agenzia Federale Antidroga statunitense (DEA, dalla sigla in inglese) per la sua cattura, dati i suoi legami con i cartelli della droga in Venezuela. La reazione immediata è stata quella di caricare un video sulle reti sociali nel quale ha ammesso di aver armato e addestrato in Colombia un comando di venezuelani ribelli per rovesciare il regime.

    Nel suo resoconto, Alcalá Cordones ha parlato di un contratto firmato da Guaidó e da uno statunitense proprietario di un’impresa di sicurezza che aveva addestrato truppe venezuelane in Colombia. Alcuni giorni dopo, Cabello racconta che erano a conoscenza di tutte queste operazioni sovversive e che l’imprenditore statunitense è niente meno che Jordan Goudreau.

    Goudreau era stato contrattato nel febbraio 2019 per gestire il servizio di sicurezza del concerto di Cúcuta finanziato dal milionario britannico Richard Branson. L’impresa Silvercorp si è incaricata del servizio di sicurezza dei meeting politici di Trump. Una relazione così ravvicinata gli ha permesso di essere raccomandato dalla Casa Bianca per offrire il medesimo servizio al concerto e prestare consulenza a Guaidó nella sua lotta per rovesciare Maduro. Goudreau è molto abile con le reti sociali ed è finito alla ribalta mediatica per lo strampalato suggerimento di “collocare nelle scuole poliziotti antiterroristi vestiti da maestri”. L’imprenditore mediatico ha anche avuto la delicatezza di minacciare di morte la giornalista venezuelana Erika Ortega affermando in un tweet, che ha provocato la chiusura del suo profilo, che i mercenari sono pagati per uccidere, ma che loro avrebbero potuto farlo gratuitamente.

    Durante un’operazione in Giamaica alla fine del 2019, questo veterano delle Forze Speciali degli Stati Uniti aveva già integrato altri due ex-berretti verdi ed ex-compagni di squadra, Airan Berry e Luke Denman, entrambi statunitensi attualmente detenuti in seguito all’incursione militare fallita. In questa occasione, Goudreau li ha persuasi di quanto sarebbe stata facile e redditizia l’operazione contro Maduro. È risaputo che il contratto firmato a quanto pare da Guaidó in persona veniva mostrato ad alcune persone dell’accampamento diretto da Goudreau in Giamaica come un’invitante offerta lavorativa. Quando è stato chiesto a Goudreau quale fosse il suo piano, ha detto che si proponeva di sferrare un attacco armato in Venezuela per catturare e/o eliminare obiettivi di alto valore. È un fatto ben conosciuto che un soldato veterano che stava per essere reclutato si è mostrato molto scettico verso l’offerta di Goudreau, poiché la Silvercorp in quel momento non possedeva neanche una mitragliatrice, il che è normale visto che questa impresa (costituita nel 2018) fornisce servizi di sicurezza per eventi pubblici e non compie operazioni militari. È piuttosto verosimile la voce secondo la quale la CIA, venuta a sapere dell’operazione che Goudreau stava pianificando in Giamaica, abbia avvertito in numerose occasioni la Silvercorp di non portare a compimento quest’azione suicida.

    In un documento recentemente pubblicato dal The Washington Post, è emerso che membri dell’opposizione venezuelana hanno negoziato in ottobre un accordo con una compagnia di sicurezza della Florida per far cadere Maduro. In questo documento compare la firma di Guaidó, il quale si impegna con Goudreau a compiere un’operazione militare con l’obiettivo di catturare o eliminare Maduro e vari membri del suo gabinetto. Questo era il contratto al quale Alcalá Cordones aveva fatto riferimento prima di consegnarsi alla DEA e che Guaidó aveva negato. Il generale disertore, in un’intervista fatta prima di consegnarsi, ha affermato che il contratto non è stato rispettato nonostante le operazioni fossero già state avviate.

    Quando Goudreau, il 7 settembre, si è presentato nell’ufficio di Juan José Rondón, alto commissario presidenziale di Guaidó residente a Miami, il comitato di strategia si era già riunito con un gruppo di imprese di gestione paramilitare che offrivano servizi per eliminare o catturare Maduro e il suo seguito. Alcune richiedevano fino a 5 miliardi di dollari per il lavoro. Goudreau, al contrario, aveva offerto un piano con qualche piccolo anticipo e un pagamento totale molto più economico – 212, 9 milioni di dollari –, considerando che avrebbero invaso un paese di 30 milioni di abitanti, con una Forza Armata di circa 150.000 combattenti e 916.000 chilometri quadrati. Il contratto prevedeva un versamento del 75% dopo la caduta di Maduro e della presa di controllo totale del paese. I rimanenti soldi dell’operazione creditizia che permetteva il pagamento in comode rate sarebbero arrivati dalle future esportazioni di petrolio sotto il governo di Guaidó.

    Stando ad alcune fonti legate al caso, il curioso contratto contiene otto pagine principali e 42 di allegati anche se, in un’intervista con Patricia Poleo, Goudreau afferma che il documento è composto da più di 70 pagine. Il contratto per questa invasione su richiesta ha un testimone: l’avvocato Manuel J. Retureta, riconosciuto penalista specializzato nella difesa di famigerati narcotrafficanti latinoamericani. Il legale che ha firmato come testimone non ha ancora rilasciato dichiarazioni ai mezzi di comunicazione.

    Rendón ha apertamente ammesso di aver firmato il contratto, ma ha detto che Guaidó non l’ha mai fatto. Ha confessato che il documento, siglato nell’ottobre del 2019, “era un’esplorazione per vagliare la possibilità di catturare e consegnare alla giustizia membri del regime per i quali è stato spiccato un ordine di cattura da un tribunale degli Stati Uniti”. Ma questi ordini di cattura sono stati emessi cinque mesi dopo la firma del contratto, cioè nel marzo del 2020.

    Il contratto promette alla Silvercorp un anticipo di 1,5 milioni di dollari. Inoltre il testo contempla un anticipo di altri 50 milioni per servizi quali pianificazione strategica, acquisizione di attrezzature e consulenza per l’esecuzione di progetti. Risulta sorprendente come nel contratto si dica che la   Silvercorp non combatte ma fornisce solamente servizi di consulenza. L’idea iniziale era che l’incursione, sommata ad azioni di propaganda armata, avrebbe scoraggiato la Polizia e l’Esercito. Il governo sarebbe rapidamente caduto come un castello di carte e loro avrebbero potuto sequestrare i prigionieri richiesti dalla DEA ed esigere le rispettive ricompense. Vedendo tutto ciò, il popolo si sarebbe riversato per strada e avrebbe cacciato il dittatore. Guaidó sarebbe finalmente diventato il vero presidente e la questione si sarebbe conclusa.

    Come c’era da aspettarsi, le cose non sono andate bene. Domenica 3 maggio, qualche ora dopo la prima incursione, la giornalista Patricia Poleo ha pubblicato l’accordo. Inoltre, nel rapporto, diffuso dall’account Twitter @FactoresdePoder, Goudreau spiega che Guaidó mentiva quando dichiarava che l’operazione a Macuto fosse una “farsa di regime” e che era stata la sua impresa ad aver ideato le operazioni. Goudreau ha parlato della firma di Guaidó e ha mostrato un video nel quale è possibile ascoltare il momento esatto in cui tutti i presenti firmano il contratto (a Miami) e il “presidente ad interim” dice che avrebbe inviato per e-mail la sua firma scansionata da Caracas.

    Come ha commentato Goudreau, questa missione sarebbe costata 212, 9 milioni di dollari. Questa parte del piano sarebbe durata 495 giorni, perché loro avrebbero continuato a presentarsi come “forza di sicurezza del governo” mentre stabilizzavano la situazione. L’accordo era di pagare l’imprenditore, al compimento del progetto, tra i 10.860.000 e i 16.456.000 dollari mensili. Se il piano fosse andato a buon fine, l’impresa avrebbe ricevuto un bonus di 10 milioni per buona prestazione. Nel contratto risaltano alcune clausole molto sorprendenti:

    – il Comitato Strategico avrà l’autorità di approvare qualsiasi attacco e aprire il fuoco contro obiettivi militari e non militari, “infrastruttura e obiettivi economici venezuelani”, “vie e mezzi di comunicazione”;

    – nell’allegato B, paragrafo 14, punto a, si stabilisce che si potranno usare mine antiuomo in tutto il territorio secondo disposizioni dell’impresa;

    – nell’allegato L, si stabilisce che la Silvercorp non sarà ritenuta responsabile davanti alla legge di nessun atto di violenza o distruzione per tutta la durata del contratto. Se verrà fatta causa a Silvercop negli Stati Uniti, il governo di Guaidó dovrà pagare tutti i costi per la difesa e se ne assumerà la responsabilità finanziaria.

    – nell’annesso N si segnala che la catena di comando dell’operazione è composta come segue: comandate in capo, Juan Guaidó; supervisore del progetto, Sergio Vergara; capo della strategia, Juan José Rendón; comandante sul posto, da definire (lo sbarco effettivo è avvenuto sotto il comando del capitano Antonio Sequea; in quanto ex-ufficiale della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB), Sequea appare in video e foto con Guaidó durante il tentato golpe del 30 aprile);

    – nell’annesso B, paragrafo 1, punto c, si esplicita: “Il personale del Fornitore di Servizi svolge la funzione di consulenza, non si tratta di combattenti”;

    – nell’annesso D, paragrafo 4, si ratifica il punto precedente in maniera ancora più tassativa: “Il personale del Fornitore di Servizi svolge la funzione di consulenza, non si tratta di combattenti. Tuttavia, è permesso loro difendersi”.

    È evidente che il contratto viola qualsiasi canone legale conosciuto, a partire dal trattato dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Il Venezuela è una delle nazioni firmatarie della Convenzione Internazionale dell’ONU contro il reclutamento, l’utilizzo, il finanziamento e l’addestramento di mercenari. La risoluzione 57/196 dell’Assemblea Generale dell’ONU stabilisce che si condannano “tutti gli Stati che permettono o tollerano il reclutamento (…) di mercenari con l’obiettivo di rovesciare i governi degli Stati membri delle Nazioni Unite”.

    L’apparizione televisiva di Goudreau è servita a dare un volto all’incursione. Per contrastare le voci che parlavano di un’operazione di bandiera simulata. L’intenzione dell’ex-militare statunitense era quella di denunciare Guaidó e i suoi accoliti per non aver rispettato il contratto. Goudreau sostiene di non aver mai ricevuto il compenso stipulato nel contratto, neppure gli 1,5 milioni di dollari di anticipo. Per questo motivo si è sentito truffato e ha accusato tutti i firmatari, dicendo di non aver mai visto in vita sua un livello di tradimento e indifferenza come in questa circostanza. Quando la giornalista gli ha chiesto quello che era più ovvio: perché avevano portato avanti l’operazione senza aver prima riscosso i soldi? La sua riposta è stata inverosimile: “Lo abbiamo fatto perché abbiamo preso un impegno per la libertà del Venezuela”.

    I fatti sono i seguenti: tra il 3 e il 4 maggio sono entrate, attraverso la baia di Macuto e di Chuao, un paio di imbarcazioni con circa 22 persone a bordo. Vi erano ex-militari armati, uniformi, attrezzature; tutti avevano un documento d’identità. Sono entrati attraverso il litorale centrale in pieno giorno, a pochi chilometri dal più grande porto del paese e da una base navale, in un’area densamente popolata. Sono entrati nel bel mezzo di una rigida quarantena piena di militari e poliziotti schierati nelle strade, con una totale scarsità di benzina, con le vie deserte e le strade piene di posti di blocco. Non sembra esserci un momento più assurdo di questo per portare avanti un’incursione.

    Come c’era da aspettarsi, sono stati facilmente avvistati dalle forze di sicurezza venezuelane prima di raggiungere il punto di sbarco. Secondo il governo, la lancia si è avvicinata alla costa e i suoi integranti hanno aperto il fuoco. La versione ufficiale parla di un combattimento durato circa 45 minuti. L’imbarcazione si è capovolta, causando 8 morti e un paio di detenuti. Un giorno dopo, il 4 maggio, altri 13 attaccanti sono stati catturati a Chuao (stato di Aragua) in una resa senza scontri. Tra i detenuti spiccano gli statunitensi Luke Denman e Airan Berry, impiegati della Silvercorp. Attualmente sono circa 40 le persone trattenute e numerosi gli ordini di cattura aggiuntivi. Poco a poco, le forze di sicurezza hanno arrestato alcuni presunti guerriglieri associati all’incursione, che erano usciti alla ricerca di cibo o si trovavano a vagare nei dintorni.

    Ore dopo, la televisione statale venezuelana, VTV, ha tramesso un video nel quale uno dei due statunitensi fermati “confessa” che il piano era quello di catturare Maduro e portarlo negli Stati Uniti. Essendo stato interrogato su chi desse gli ordini a Godreau, Denman ha risposto: Donald Trump. Incredibilmente dichiara: “sono stato contrattato per arrivare a Caracas, assicurarmi un aeroporto e seguire il piano, la mia missione era occupare un aeroporto fino a che si potesse trasportare in sicurezza Maduro negli Stati Uniti”. In seguito, Maduro ha segnalato l’arresto di Adolfo Baduel, figlio dell’ex-ministro della Difesa di Chávez Raúl Baduel, che attualmente si trova in carcere. Pochi giorni dopo, il Pubblico Ministero ha emanato un ordine di cattura contro Rendón, Sergio Vergara e Goudreau per le loro implicazioni nell’ideazione, finanziamento e attuazione dei piani del colpo di stato. Stranamente, il procuratore generale non ha fatto menzione di Guaidó, cosa che ha mandato su tutte le furie la base chavista che ne chiede la carcerazione.

    La comunità internazionale ha mantenuto un assordante silenzio di fronte alle operazioni militari a Macuto. I partiti e i governi europei che hanno appoggiato in maniera diretta il “governo ad interim” non si sono pronunciati. Coloro che si considerano democratici e hanno fatto un largo uso di risorse pubbliche per finanziare i protagonisti di questa vicenda non li hanno condannati. Sembrerebbe che ci sia molto poca chiarezza riguardo alla reale situazione in Venezuela e molto poco impegno riguardo al diritto internazionale. In questo scenario di silenzio tetro, è importante la lettera di tre senatori democratici statunitensi perché rappresenta uno dei pochi pronunciamenti che hanno attirato l’attenzione verso l’opposizione estremista e verso la politica guerrafondaia della Casa Bianca.

    Questi senatori ricordano che nella legge VERDAD (Venezuela Emergency Relief, Democracy Assistance and Development Act), promulgata da Trump lo scorso dicembre, Washington dice che cerca di “accelerare una soluzione negoziata e pacifica alla crisi politica, economica e umanitaria del Venezuela (…). Gli attacchi armati, anche se realizzati da attori indipendenti, vanno contro questa politica (…) incursioni di questo tipo pregiudicano la prospettiva di una transizione pacifica e democratica in Venezuela poiché insinuano che un intervento armato sia un’opzione viabile per risolvere la crisi”.

    Per quanto detto in precedenza, è essenziale il ruolo di agenti di pace internazionali, di negoziatori esperti e della comunità internazionale in generale. Sarebbe estremamente importante che agissero per evitare la continua scalata del conflitto che potrebbe culminare in uno scenario catastrofico da guerra civile. Il riinizio delle conversazioni a Oslo è fondamentale per questo lavoro. Anche se, questo sì, è imprescindibile che l’opposizione democratica si dissoci dalla leadership bellicista che ha manifestato la sua avversione per il dialogo e l’ha sabotato continuamente. In questo senso, è stato funzionale alla strategia del governo l’usare in modo opportunista queste istanze. L’opposizione sensata dovrebbe pensare alla possibilità di costruire un fronte ampio che riunisca le forze democratiche e costituzionali. Un fronte che condanni le azioni paramilitari e terroriste, e che si concentri nella lotta pacifica per la ricostruzione di una repubblica strangolata da un mare di problemi in continuo aumento.

    Se non si progredisse con un processo di negoziazione sulla base di micro accordi umanitari volti a stabilire un accordo politico-umanitario su grande scala, il governo potrebbe resistere facendo ricorso alla distribuzione di generi alimentari, seppur in misura minore rispetto al passato, mantenendo alcuni sussidi e incrementando la forza repressiva dello Stato. Il problema è che senza un miglioramento della situazione economica a medio termine, l’economia potrebbe deteriorarsi molto di più e una povertà estesa strutturerebbe la vita sociale nei prossimi anni.

    [1] La milizia bolivariana, creata nel 2005 dall’ex Presidente Hugo Chávez per contribuire alla difesa nazionale, è un corpo speciale di carattere popolare vincolato all’esercito venezuelano (link)

    [2] L’autore fa riferimento allo stato di Vargas in Venezuela

  • La necropolitica in Brasile e in Argentina, differenze e similitudini

    La necropolitica in Brasile e in Argentina, differenze e similitudini

    Vista aerea del fiume Paraná, 2011 (NASA Earth Observatory)


    Una conversazione radio su coronavirus e quarantena, politiche sociali ed economiche, mobilitazioni e femminismi nei due paesi a confronto


    di Susanna De Guio e Fiammetta Bonfigli da Radio BlackOut

    In questo primo appuntamento di corrispondenze sudamericane abbiamo sentito Susi, dall’Argentina e Fiammetta, dal Brasile.
    Entrambi i paesi affrontano delle condizioni politiche e/o economiche particolarmente drammatiche, se l’Argentina è stata costretta a dichiarare nuovamente default, e il lockdown rende le condizioni di vita sempre più critiche, in Brasile lo scenario è a dir poco surreale: connivenza e complicità del governo con emergenti gruppi neonazisti, profondo disprezzo per minoranze etniche e popoli nativi, omicidi di stato, ascesa di posizioni sociali ultraconservatrici e, immancabilmente, politiche economiche ultraliberiste.
    Partendo da alcuni nuclei tematici (Covid-19 e lockdown, politiche sociali ed economiche, questioni di genere) per dare l’input all’analisi, abbiamo poi lasciato che le interlocutrici mettessero autonomamente a confronto i due paesi per incrociare delle prospettive dall’interno e ottenere una resa più nitida del contesto.

    Ne è scaturito un interessante dialogo da cui emergono simili problematiche con sviluppi spesso diversi e conseguenze comunque drammatiche; si è cominciato ovviamente dalla pandemia, che in entrambi i casi ha visto un’escalation di militarizzazione.

    Di conseguenza, a fronte delle repressioni e dei sistemi di coercizione si è passati a raccontare delle mobilitazioni, ma anche dello sfruttamento da parte del governo – in particolare di quello nazista di Bolsonaro – di sfruttare l’occasione per trasformare il paese in un incubo iper-liberista, con la devastazione dell’ambiente, la deforestazione (comune a entrambi i paesi) e l’aiuto ai latifondisti e agli allevatori, con il consueto corollario di attacco ai nativi.

    Esistono poi addirittura video che documentano l’assenza di scrupoli e lo stato spione. L’unica speranza rimane la vivacità della lotta femminista in paesi dove l’aborto non esiste, è sotto attacco, i femminicidi in epoca di quarantena sono moltiplicati e il movimento delle donne è uno dei pochi appigli per sperare di arginare il machismo, l’autoritarismo, il patriarcato, il militarismo.

  • El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad /1

    El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad /1
    Fase di ricostruzione e partita-intervallo a Porto Principe, Haiti, 2011 (Romina Vinci)

    Di Jiri Sykora (testo), Romina Vinci (foto), Fabrizio Lorusso (foto)

    Galleria fotografica di Fabrizio Lorusso e Romina Vinci con una serie di scatti realizzata tra il 2010, poco dopo il terribile terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime, e il 2011, in piena crisi per l’epidemia di colera provocata dai caschi blu dell’Onu.

    Dopo la galleria la recensione, scritta in spagnolo per la rivista Entretextos (n. 33) dal Dott. Jiri Sykora, accademico della Universidad Iberoamericana León, al libro El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad (lo trovi qui) di Lorusso e Vinci, uscito in italiano nel 2015 per End, tradotto allo spagnolo da Clara Ferri e pubblicato dalla Universidad Iberoamericana León (2019). Potete leggere la recensione su ISSUU o qui.

    Quartiere Delmas a Porto Principe, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    Le macerie di Haiti, Porto Principe, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    A un anno e mezzo dal terremoto, migliaia di persone vivono nelle tendopoli, Haiti, 2011 (Romina Vinci)
    Ricerche tra le macerie, Porto Principe, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)

    Banca nazionale in rovina, Porto Principe, Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)
    Haiti, 2010 (Fabrizio Lorusso)

    Hace 10 años, el 12 de enero de 2010, en Haití se produjo un terremoto tan devastador que, hasta ahora, no ha logrado reponerse del todo. El epicentro se localizó a tan sólo 15 km de Puerto Príncipe, capital de este país antillano, cuyas calles y edificios quedaron demolidos; el saldo fue de 300 000 muertos, 350 000 heridos y un millón y medio de personas sin casa. Horas después del sismo, organizaciones humanitarias y medios de comunicación establecieron campamentos en los alrededores de la pista de aterrizaje del Aeropuerto International Toussaint-Louverture, que ya estaba repleto de aviones de carga con ayuda humanitaria y de cientos de soldados, llegados de todo el mundo, que se sumaban a las fuerzas de paz de las Naciones  Unidas…

    Portada de El hambre de Haití , 2020 (Ibero León)

    Ante estas circunstancias dos jóvenes periodistas independientes, Fabrizio Lorusso y Romina Vinci, ambos de origen italiano, decidieron emprender, en diferentes momentos, el viaje a Haití para documentar las condiciones en las que se encontraba. Él llegó a la capital un mes después del terremoto; ella, en octubre de 2011, justo en el momento álgido de la emergencia del cólera. Ambos colaboraban en la revista en línea CarmillaOnLine, pero las experiencias vividas de ese desastre natural y el oficio de escribir se convirtieron en diarios, fotos e informes de ese hecho.

    De la voluntad de no olvidar las consecuencias de esta tragedia, nace el libro titulado El hambre de Haití.Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad que explica por qué una catástrofe natural se puede convertir en una tragedia social, cuando gobiernos extranjeros, en nombre de la cooperación internacional, deciden sobre los recursos financieros aportados para la reedificación del país en ruinas.

    A una década del terremoto que estremeció esta isla, han sido vanos los esfuerzos para la reconstrucción que, aún hoy en día, adolece; se han registrado escasos resultados concretos para la población, ya que la ayuda alimentaria ha canibalizado la producción local y a menudo terminan por crear dependencia y degenerar en el paternalismo.

    Por eso los escombros de Haití siguen ahí, intactos y dolorosos, y para recordárnoslos los autores de este diario-reportaje

    Insisten en actuar para comprender cómo ayudar a Haití a reconstruirse, escuchando a su gente, tomando en consideración sus derechos y su capacidad de salir de la pobreza y la inestabilidad. Desearían poder reírse de las paradojas, ridiculeces y mentiras de la cooperación internacional de no ser porque fomentan una industria del hambre sobre la cual es imposible esbozar una sonrisa. No hay nada divertido en descubrir que las insultantes desigualdades sociales de Haití son hijas de la construcción continua de subdesarrollo cimentado por actos repetidos y constantes de explotación aniquiladora. ¡Vaya que la cultura occidental puede ser más que cruel con quien intenta salirse de sus garras!

    El hambre de Haití (Lorusso & Vinci, 2019, pp. 11-12)

    El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad, pues, describe la situación en la que se encontraba la población y lo insuficiente que fue la ayuda humanitaria. Los autores relatan que, para evitar la irrupción de haitianos desesperados por falta de lo esencial para vivir, cientos de cascos azules de las Naciones Unidas tuvieron que apostarse en las inmediaciones del aeropuerto para impedir que la gente ingresara a la terminal para apoderarse de los víveres que ya se almacenaban por toneladas. Sin embargo, en el apartado “Los de la ONU no son ‘los buenos’”, el autor señala que los cascos azules estuvieron en el centro de las acusaciones de la gente y de los medios cuando algunos investigadores confirmaron que el contingente nepalés había llevado a la isla el cólera, que ha provocado hasta el día de hoy 520 000 contagios en todo el país y la menos 7 000 muerto, por lo que la legitimidad de las fuerzas armadas internacionales ha sido puesta en duda.

    Otra sección interesante es “La militarización de Haití y las ayudas internacionales” porque ahí se describe que, dos días después del terremoto, llegaron miles de marinos estadounidenses armados para ayudar en la “misión humanitaria” y la Misión de las Naciones Unidas para la Estabilización de Haití (Minustah) fue la encargada de realizar funciones de policía y de defensa para “estabilizar” al país. La Minustah “ha sido acusad[a] de numerosos homicidios y violaciones de derechos humanos que fueron en su mayoría admitidos por el comandante” (p. 80). Por esta razón, sectores importantes de la sociedad civil de Haití rechazaron categóricamente la presencia de tropas extranjeras, definiéndolas como el brazo armado de la democracia o considerándolas simplemente cuerpos ajenos y, además, anticonstitucionales.

    En “Estrellas fugaces y política internacional” se trata un tema relevante: la ayuda de varios hombres y mujeres de la política y del espectáculo norteamericano, así como la recolección de fondos que numerosas iglesias, cristianas y católicas, llevaron a cabo. Aquí, el autor afirma que son apreciables estos esfuerzos, pero cuestiona sus intenciones porque muchas veces obtienen ventajas económicas, o mediáticas, y son portadores de ideologías que las potencias extranjeras involucradas utilizan para exportar “productos, influencias culturales, políticas y religiosas, visiones del mundo, conocimientos, empresas, dependencias de diversos tipos y, en síntesis, soft power a los países ‘beneficiarios’” (p. 82).

    Así arrancó una hipócrita y desenfrenada carrera por la solidaridad: ¿quién ofrece más? La ONU, gobiernos, empresarios, ciudadanos, sitios web, asociaciones y las más de diez mil ONG presentes en territorio haitiano volcaron un cúmulo de promesas y de buenas intenciones evaluables en  11 mil millones de dólares, de los cuales sólo 5 % había sido entregado y presupuestado, es decir, destinado a obras de reconstrucción. Lo curioso, apunta el autor en “La quimera de la reconstrucción”, es que la Comisión Interina para la Reconstrucción de Haití fue encabezada por el expresidente estadounidense Bill Clinton y por el primer ministro haitiano. Es fácil imaginar quién realmente tomaba las decisiones sobre el destino de las donaciones. Ante este hecho, el autor afirma que “Poco importa si los fondos no han sido totalmente entregados y, sobre todo, si a los haitianos solo les entregaron las migajas. Las promesas no se traducen siempre en realidad” (p. 90).

    El lector, pues, descubrirá en este libro que la reconstrucción del país no estaba en manos del gobierno del entonces presidente René Préval, sino en manos de un consorcio integrado por bancos y gobiernos de las viejas y nuevas potencias coloniales (Francia, Canadá y Estados Unidos) que decidirían cómo y qué reconstruir: hoteles de lujo, instalaciones de ensamblaje y fábricas de ropa. La edificación de estos inmuebles, sin duda, beneficiaría a las compañías extranjeras, más que a la población. Por lo tanto, los mecanismos de cooperación y una parte de las donaciones fungen como engranajes y lubricantes para la apertura de nuevos mercados, atractivos, para las transnacionales estadounidenses, japonesas, latinoamericanas y europeas.

    Para los autores de El hambre de Haití. Terremoto, olvido y paradojas de la solidaridad era necesario evitar que una tragedia como esta fuera olvidada o vista como una simple anécdota sobre un acontecimiento natural; por esta razón, en el libro se presentan los informes y reportajes que Fabrizio y Romina escribieron al andar por las calles de Haití, con ayuda de la Aumhod (Asociación de Unidades Motivadas por una Haití de los Derechos) y de la Asociación de Abogados por los Derechos Humanos cuyo presidente, Evel Fanfan, los alojó en su casa, ubicada en el barrio Delmas. Este trabajo, además, motivó a otros periodistas italianos (entre ellos Silvestro Montanaro, de la TV pública italiana Rai Tre, e Italo Cassa, de la Escuela de Paz de Roma) a seguir sus pasos. La red que se construyó a partir de estos hechos permitió que floreciera este proyecto editorial, que Evel Fanfan haya estado dos veces en Italia y que el abogado y escritor Massimo Vaggi, junto con el sindicato italiano Fiom y con la asociación Nuevos horizontes para la adopción viva (NOVA, por sus siglas en italiano), hayan colaborado.

    Porto Principe, Haiti, 2011 (Romina Vinci)
  • Eugui Roy Martínez: l’incredibile vita del biologo assassinato nella regione della Loxicha

    Eugui Roy Martínez: l’incredibile vita del biologo assassinato nella regione della Loxicha
    Eugui nacque il 13 ottobre 1998. Fin da bambino si era appassionato ai rettili, agli anfibi e a tutte quelle specie che trovava nei boschi della Loxicha. (Rogelio Simón)


    Fin da bambino aveva dimostrato di avere nel suo DNA la biologia ed era stato un protagonista chiave nello studio dell’erpetofauna della Loxicha, una regione del Messico imbavagliata da una violenza che la deteriora ormai da anni. Lo scorso 7 maggio, lo studente di biologia di 21 anni è stato assassinato a San Agustín Loxicha, Oaxaca.


    di Rodrigo Soberanes da Mongabay Latam

    traduzione di Caterina Morbiato pubblicata originalmente su Mongabay Italia

    C’era un ragazzo che in una regione del Messico toccava “le vipere del diavolo”. Le maneggiava con una naturalità che stupiva la gente. E così, quando qualcuno trovava uno di questi serpenti, lo chiamavano subito e lui correva per impedire che lo uccidessero.

    Eugui Roy Martínez Pérez è nato e cresciuto nella regione zapoteca della Loxicha, nello stato messicano di Oaxaca. Sua sorella, Rosalinda Martínez, ricorda che le donne del posto si spaventavo quando vedevano suo fratello armeggiare con la vipera chatilla (Loxocemus bicolor). 

    Nei racconti che si fanno della Loxicha si parla di superstizioni —alcune vincolate proprio a questo tipo di vipera—, della presenza di nahuales [spiriti benigni che si presentano sotto forma di animali, protettori degli esseri umani e delle divinità] e di altri spiriti. Si parla anche di guerriglia e caciques[capi locali che esercitano un potere politico non necessariamente formalizzato dalla legge dello stato], di imboscate e massacri. Secondo varie persone consultate da Mongabay Latam, la Loxicha è una zona stigmatizzata e ridotta al silenzio: i molti eventi tragici che la segnano sono praticamente sconosciuti al di fuori della regione. 

    Eugui studiava il secondo semestre di biologia nell’Instituto Tecnológico del Valle de Oaxaca. (Rogelio Simón)

    Dall’immagine di Eugui che, con immenso affetto, prende tra le mani un serpente temuto dalla gente del luogo, emerge lo scontro tra la violenta realtà della Loxicha e il mondo di un giovane che viveva assorto nella scienza e affascinato dai rettili. Un giovane che camminava da solo per le montagne come se fosse il protagonista di una favola. 

    Le donne intimorite dalla vipera chatilla dicevano che si trattava di un rettile “malvagio”. Eugui —raccontano le sue persone care— non vedeva il male in nulla e in nessuno. “Bisogna essere decostruiti per avere a che fare con questi animali e, nello specifico, bisogna conoscere profondamente questo esemplare”, dice il suo migliore amico, Rogelio Simón.

    Eugui Roy Martínez è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco lo scorso 7 maggio nel comune di San Agustín Loxicha, nella comunità di Tierra Blanca. Immerso nello studio di rettili e anfibi, stava trascorrendo da solo la quarantena imposta dalla pandemia di COVID-19.

    Un biologo innato

    Nelle ultime chiacchierate con Eugui, sua madre aveva scherzato dicendogli che portasse via di casa le vipere così lei sarebbe potuta andare a trovarlo. 

    Eugui le aveva raccontato dei girini che teneva sotto osservazione: alcuni erano già pronti a “schiudersi” per continuare con il proprio ciclo di vita.

    Aveva 21 anni e frequentava il secondo semestre di biologia all’“Instituto Tecnológico del Valle de Oaxaca”. Il suo omicidio ha indignato la comunità studentesca e diversi docenti: biologi che avevano svolto lavoro di campo con lui e che si dedicano alla conservazione delle specie. Grazie al livello di conoscenza che aveva raggiunto, Eugui aveva incontrato diversi ricercatori e condiviso con loro momenti importanti. 

    Aveva giocato un ruolo fondamentale nella riscoperta della rana Charadrahyla altipotens, una specie dichiarata estinta 50 anni fa: era stato lui a fare da guida all’équipe di scienziati, e sempre lui aveva trovato l’esemplare. Aveva inoltre scoperto una nuova specie di vipera e stava lavorando ad un articolo per presentarla alla scienza. I suoi amici, che custodiscono questo ritrovamento, lo renderanno pubblico a tempo debito.

    Quando era alle scuole medie, Eugui aveva iniziato a collaborare con gli scienziati che arrivavano nella Loxicha. (Rogelio Simón)

    Il giovane biologo stava scrivendo un libro con informazioni dettagliate su 40 specie che abitano la Sierra Loxicha. Voleva far conoscere i nomi in zapoteco —la lingua originaria della regione— e le espressioni vernacolari usate per definire questi animali. Ora di questo progetto si sono presi cura i suoi amici. Il libro, però, porterà solamente la firma di Eugui Roy Martínez Pérez. 

    La sua prima collaborazione in una ricerca scientifica era avvenuta nel 2012, quando aveva 13 anni. Si trattava di un progetto sulle lucertole realizzato con Raúl Gómez Trejo —il primo tutor di Eugui— e altri tre ricercatori. Un anno più tardi aveva partecipato a uno studio sulla morfologia dei girini e la presenza di chytridiomycosis —una malattia che colpisce gli anfibi— nella Sierra meridionale di Oaxaca. Nello stesso anno aveva fatto parte di un’équipe dedicata a registrare i canti delle rane della regione. 

    Il ricercatore della Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM), Raúl Gómez Trejo, racconta che Eugui aveva fatto “un salto quantico nel suo sapere”; molti studiosi riconoscevano che aveva la stoffa giusta per diventare un importante ricercatore a livello nazionale.

    Nel 2017 aveva collaborato con Alejandro Calzada e Víctor Jiménez Arcos, entrambi ricercatori della UNAM, ai progetti: “Ecologia delle rane arboricole della Sierra Loxicha” e “Distribuzione e valutazione del rischio di estinzione per cambio climatico della lucertola Sceloporus tanneri”.

    La lista delle collaborazioni di Eugui potrebbe continuare a lungo; ultimamente aveva partecipato al progetto “Ecologia termica delle lucertole del genere Xenosaurus di Oaxaca”, diretto dal professore Guillermo Woolrich Piña dell’Instituto Tecnológico Superior di Zacapoaxtla. 

    Come ricorda Raúl Gómez Trejo, Eugui aveva fatto da guida a molti ricercatori. Sul campo si muoveva come se fosse una delle tante creature che popolano l’ecosistema della regione. Per questo il suo omicidio resta incomprensibile agli occhi di amici, familiari e scienziati. Un crimine che lascia molte domande in sospeso: “Perché è successo a lui se andava d’accordo con tutti? È stato testimone di qualcosa che non doveva vedere durante le sue camminate notturne? Non saprei nemmeno di chi sospettare”, dice il suo amico Rogelio.

    Per quelli che la Loxicha la conoscono in profondità, un crimine di questo tipo è parte del panorama tragico che caratterizza la zona da più di un secolo e mezzo. Le domande che avvolgono l’omicidio di Eugui sono le stesse che aleggiano intorno a molti altri casi di cui si sa poco.

    “Da quelle parti togliersi la vita gli uni con gli altri è diventata una sorte d’abitudine”, dice Israel Ochoa, avvocato difensore di 150 persone accusate di aver realizzato azioni guerrigliere come parte dell’Esercito Popolare Rivoluzionario (EPR).

    Passato e presente nella Loxicha

    Anche solo domandare cosa succede nella Loxicha può essere complicato.

    “Si trattata un luogo complesso, complesso, complesso. Si ha scritto poco di questa zona. La guerriglia è stata molto dura e il tema è raccapricciante. La regione si è riempita di narcotrafficanti”, dice una persona di cui, per motivi di sicurezza, si omette l’identità. 

    L’avvocato dell’EPR conosce la Loxicha da vicino. È stato testimone del “forte deterioro sociale” che si riflette nella totale diffidenza della gente. Si stupisce che Eugui Martínez Pérez non sia stato assassinato in un’imboscata, la maniera in cui generalmente avvengono le uccisioni nella zona.

    La Sierra della Loxicha é una zona di grande ricchezza naturale. Foto presa della pagina di Facebook di Eugui Roy Martínez.

    Il professor Francisco Abardía conosce la regione dagli anni settanta, quando ci arrivò per svolgere varie attività di tipo comunitario. La sua esperienza e testimonianza aprono uno spiraglio sulla regione in cui è stato ucciso Eugui: “È impressionante come cambia il paesaggio quando ti avvicini a San Agustín. All’inizio del tragitto ci sono campi che per mesi rimangono spogli e che a giugno e luglio, quando il mais è ormai cresciuto, diventano meravigliosi. Quando si supera San José Pacífico —conosciuto per i funghi allucinogeni—, ci sono boschi di pino che la luce del sole non riesce a penetrare”.

    Si raggiunge poi una regione frondosa, di mezza montagna, dove spiccano delle grandi coltivazioni di caffè, vestigio dell’epoca di prosperità del secolo XIX. “Quando il caffè fu introdotto nella Loxicha, arrivarono anche i grossi compratori che pagavano una miseria”, la disuguaglianza economica si fece passo: in pochi si arricchirono mentre la maggior parte della popolazione venne ridotta in povertà.

    Questo è il panorama che Francisco Abardía trovò nel decennio degli anni settanta. Secondo Abardía, bisogna incastonare la Loxicha in questo contesto di profonde disuguaglianze e sopraffazioni. Negli anni settanta, racconta, “sono venuto a conoscenza di eventi molto violenti tra i cacicazgos. Arrivavano addirittura ad assediare interi paesi, sparavano dagli aerei, stanavano gli abitanti dei villaggi e li tassavano”. 

    Ricorda di un’imboscata dei caciques alle autorità municipali di San Agustín Loxicha; quella volta era dovuto andare a “raccogliere le anime”. Si erano celebrate delle cerimonie religiose per riportare le anime delle persone defunte al villaggio affinché si rincontrassero con i proprio corpi seppelliti: “perché se l’anima non ha un buon riposo, non potrà mai stare tranquilla”.

    Dopo quella violenza ce ne sono state altre ed altre ancora. Il 28 agosto 1996, l’EPR attaccò delle installazioni militari e delle banche negli stati di Oaxaca e Guerrero e a Città del Messico. Secondo i rapporti ufficiali i morti furono 15, la maggior parte poliziotti; 12 di questi omicidi avvennero nello stato di Oaxaca. 

    Da quel giorno, nella Loxicha, epicentro dell’EPR, si sono registrate sparizioni forzate, omicidi per mano dei gruppi armati controinsorgenti nati dopo gli attacchi, arresti di massa, accuse di terrorismo e ribellione. 

    Le 150 persone accusate, originarie quasi tutte della Loxicha e delle zone limitrofe, hanno ricevuto condanne fino a 30 anni di reclusione; per la popolazione civile quella è stata un’epoca tetra. “Per il governo tutti erano attivamente coinvolti. Da queste parti molte persone sono state uccise senza che si sapesse nulla, le comunità si sono disgregate. La diffidenza che esiste deriva da tutte queste morti”, spiega Israel Ochoa. 

    Per il momento, il tempo delle anime tranquille non è ancora arrivato a San Agustín Loxicha. 

    Essere “la chiave” della Loxicha per la scienza

    A 11 anni Eugui aveva conosciuto un biologo. Si trattava di Raúl Gómez Trejo, ricercatore dedito allo studio di un gruppo di lucertole  che, senza saperlo, era entrato nel terreno della famiglia di Eugui. Raúl era rimasto cinque giorni nella casa del bambino. Aveva saputo che da quelle parti si diceva: “se stai cercando animali devi andare con Eugui, un ragazzo di scuola media”.

    Una delle prime cose che il ricercatore ricorda sono le cinque  vipere che Eugui Martínez aveva catturato; le aveva studiate e stava documentando il loro comportamento. Durante quei giorni avevano percorso la montagna insieme, si erano scambiati libri e materiali vari. Avevano catturato gamberi ai piedi di una cascata. 

    Rosalinda racconta che l’arrivo inaspettato di Gómez Trejo ha significato l’inizio della relazione tra suo fratello e l’ambiente accademico.

    La partecipazione di Eugui è stata fondamentale per la riscoperta della rana Charadrahyla altipotens, dichiarata estinta da 50 anni. (Rogelio Simón)

    Rogelio Simón, che ha conosciuto Eugui anni dopo, assicura che il suo amico e compagno di scuola era come un lasciapassare per entrare in quella zona della Sierra e fare ricerca.

    Quando i suoi due amici e sua sorella lo ricordano, sembra che parlino di un piccolo mago delle montagne che ammaliava le persone con le sue storie. Una volta, ricorda Raúl, erano andati a un matrimonio e ad un certo punto nel bel mezzo della festa Eugui aveva attorno a sé cinque signori intenti ad ascoltare le “sue storie di rane, uccelli, tartarughe, e del bosco mesofilo, che è il più danneggiato del Messico”.

    In un’altra occasione Eugui aveva chiesto ai ricercatori di fermare la gip della UNAM perché aveva adocchiato una lucertola e voleva scendere per cercarla. “Dava lezione ai suoi maestri. Aveva un grado di conoscenza che non ho visto in molti studenti di dottorato. La sua capacità discorsiva era molto alta e mi stava già insegnando moltissime cose”, racconta Raúl Gómez.

    “Siamo diventati molto amici. Passavamo anche 15 giorni accampando nelle montagne. Un volta ci ha sorpreso un uragano nella Sierra Norte di Oaxaca, la regione più pluviale del Messico, e abbiamo camminato per 25 chilometri tutti bagnati e con gli zaini in spalla. Lui non sentiva nemmeno la fame”, ricorda Rogelio Simón. 

    “Ha toccato la vita di molte persone. Amava ogni lavoro che faceva: tuttofare in un ristorante, magazziniere, aiutante di ricercatori famosi. Non si è mai lamentato per i soldi”, narra Rosalinda. 

    Un’area naturale per combattere il silenzio

    Il 18 maggio la rappresentanza in Messico dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha diffuso un comunicato condannando l’omicidio di Eugui Martínez Pérez. Anche la Facoltà degli Studi Superiori di Iztacala, della UNAM, ha distribuito un documento firmato da quattro accademici che hanno conosciuto Eugui in cui si denuncia che il crimine commesso contro il giovane biologo “danneggia gravemente la nostra società”.

    “Era uno studente entusiasta che veniva da una comunità emarginata. Nonostante le ristrettezze economiche, aveva lottato per poter studiare. Appassionato da sempre di anfibi e rettili, ha fatto interessare a questi temi centinaia di bambini, giovani e adulti di diverse comunità di Oaxaca”, si legge nel testo.

    Eugui, di appena 21 anni, conosceva profondamente quello che lo appassionava da sempre: la natura e in particolare i rettili. (Rogelio Simón)

    Nel documento viene descritta l’importanza del suo lavoro: “Da dicembre del 2016 ci aiutava ad ottenere dati per valutare il rischio di estinzione della erpetofauna della Sierra Loxicha e per documentare e descrivere nuove specie di fauna. In un futuro vicino Eugui avrebbe potuto svolgere dei periodi di ricerca e ampliare le sue abilità nell’ambito scientifico della Facoltà di Iztacala”.

    Secondo Raúl Gómez Trejo, Eugui aveva un obiettivo molto chiaro: conservare le specie attraverso la condivisione del sapere con i bambini. “Diceva cha lo strumento migliore sono i ragazzini. In ogni comunità che visitava c’era sempre qualcuno che poi lo invitava a fare da padrino per una prima comunione o in altre cerimonie!”

    A inizio maggio, lo studente de biologia aveva trovato una cerva e il suo cerbiatto e si era messo d’accordo con un bambino della comunità per osservarli. La mattina del 7 maggio il bambino era andato a casa di Eugui che però gli aveva chiesto di tornare più tardi perché doveva finire di prepararsi. Minuti dopo si sono sentite detonazioni e grida. 

    I vicini avevano pensato che l’avesse morso una vipera, cosa che per altro non gli era mai successa in vita sua. Una signora era andata a controllare e lo aveva trovato morto. “L’assassino conosceva bene la proprietà perché è entrato e uscito molto rapidamente” ha detto una fonte di cui si mantiene l’anonimato.

    Tra i tanti progetti di Eugui c’era quello di destinare il terreno di famiglia alla conservazione delle specie e di farlo dichiarare zona protetta. I parenti hanno assicurato agli amici del figlio che porteranno a termine il piano.

    Se dieci anni fa Eugui era l’unico biologo a possedere “la chiave” della Loxicha, adesso Raúl Gómez e altri amici vogliono organizzare il Festival Eugui Roy Martínez per accogliere, ogni anno, centinaia di ricercatori, studenti e persone interessate nella conservazione delle specie.

    L’uscio della casa di Eugui, la scena del delitto, non è stato protetto durante le ore successive al suo omicidio. Secondo la fonte anonima, il procuratore è arrivato passato mezzogiorno e non ha svolto nessuna inchiesta. Alle quattro di pomeriggio il corpo di Eugui si trovava ancora nel cassone di un pick-up della polizia.

    C’erano gli elementi giusti per far sì che anche questo crimine cadesse nell’oblio della Loxicha. La famiglia ha però richiesto che il fascicolo d’inchiesta non restasse a San Agustín e, grazie anche alla pressione mediatica che ha suscitato il caso, il governo di Oaxaca si è impegnato ad investigare. Mongabay Latam ha sollecitato un’intervista con la Procura Generale dello Stato di Oaxaca; fino alla pubblicazione di questo testo non si è avuta risposta. 

    Durante la veglia funebre di Eugui, un gruppo di bambini conversava vicino al corpo. Raccontano i suoi amici che questi bimbi parlavano di “rane in amplesso” e di incontri con falsi serpenti corallo. Uno di loro spiegava agli altri: “Ho trovato un serpente dei rattima non mi ha fatto paura perché Eugui mi ha insegnato a conoscere il suo comportamento”.

    Ed è così che questi piccoli esseri, come i girini che “si schiudono” per lanciarsi alla vita della Loxicha, dimostravano essere già pronti per moltiplicare il sapere donatogli da Eugui Roy Martínez Pérez.

  • México. “Santa Muerte”, uma religiosidade viral

    México. “Santa Muerte”, uma religiosidade viral

    Santa-Muerte-covid19

    De Fabrizio Lorusso – Tradução de Moisés Sbardelotto

    Publicado por Il Manifesto (17-08-2017) e Revista IHU on line [Em italiano aquí link]

    Nos últimos cinco anos, José Ramírez foi entregador, garçom e vendedor porta a porta. Também trabalhou como pedreiro ilegal em Los Angeles. De volta ao México, tentou procurar trabalho em todos os lugares, mas as portas sempre estavam fechadas. Guanajuato, seu Estado natal, é o que tem a maior taxa de emigração do país. José me conta a sua história em um estacionamento no centro histórico de León, capital econômica da região, a 400 km da Cidade do México. No pescoço, ele traz um amuleto que representa a morte com uma túnica desgastada, a foice em uma mão e o mundo na outra. (altro…)