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  • Ruido #2- Rodrigo Abd: la quotidianità davanti alla vita e alla morte

    Ruido #2- Rodrigo Abd: la quotidianità davanti alla vita e alla morte


    Nel secondo capitolo di Ruido, la nostra rubrica fotografica, abbiamo intervistato Rodrigo Abd, un fotogiornalista impegnato da vari anni a documentare storie di vita e di morte in America Latina e in Medio Oriente


    Di Alessandra Cristina

    Rodrigo Abd è un fotografo sincero, è di quelle persone che vanno dritte al grano, senza effetti che possano modificare l’ambiente e senza alterare la realtà che cattura l’attenzione del suo occhio e della sua macchina fotografica. Rodrigo cammina tra le rovine del devastante terremoto di Haiti del 2010, racconta la vita delle ostetriche rurali in Guatemala, accompagna degli uomini armati e gioca a biliardino con dei bambini durante la primavera araba in Libia nel 2011. Compra una macchina fotografica di legno e ritrae delle regine maya e degli uomini afgani. Vince un Pulitzer per le sue fotografie in Siria ed è il benvenuto nelle case dei pandilleros in Guatemala.

    Tre foto realizzate con una macchina fotografica di legno della serie Maya Queens, Guatemala, 2011 (Rodrigo ABd)

    Tutto inizia nell’estate del 2003. Rodrigo era su una spiaggia della costa atlantica vicino al Rio de La Plata. Si trovava lì come inviato del quotidiano La Nación per una serie sull’estate degli argentini. Gli squilla il telefono: ‘‘Ti mandano in Centro America’’, gli dice una voce in inglese dall’altro lato del continente. La Associated Press lo sceglie come inviato in Guatemala, dove deciderà di restare per nove anni, catturando attraverso la fotografia storie di vita e di morte in un paese poco conosciuto dai grandi giornali di politica internazionale. In Guatemala Rodrigo inizia a investigare aldilà delle grandi notizie, accompagnato sempre dalla sua macchina fotografica mentre cammina per le strade e i cimiteri del paese. È così che nascono progetti fotografici tanto reali quanto forti come Guatemala Maras, realizzato tra il 2003 e il 2005.

    La Mara è un gruppo organizzato di pandillas associate che si è formata a Los Angeles negli anni ‘80 e ‘90, durante gli anni della guerra civile in El Salvador. È nata per ‘‘proteggere’’ i migranti salvadoregni, guatemaltechi e honduregni contro le altre bande di migranti latini.  Nel 1992, quando è stata firmata la pace, molti di loro sono stati deportati verso i loro paesi d’origine dove hanno continuato ad organizzarsi. Generalmente i pandilleros della mara portano dei tatuaggi distintivi come simbolo di fedeltà e possono entrare a farne parte a partire dai 12 anni.

    Considerando che la maggior parte delle tue foto ritraggono realtà molto pericolose in Siria come in Guatemala per esempio, come fai ad entrare in certi quartieri e a creare empatia con i soggetti delle tue foto?

    L’empatia si crea passando molto tempo con le persone, approcciandosi alle storie senza pregiudizi, raccontando ai protagonisti dei ritratti il motivo per cui è importante raccontare le loro storie in maniera onesta. A me piace mostrare l’altro lato delle notizie già conosciute e diffuse da parte dei mezzi di comunicazione massivi; quindi dico alla gente con franchezza che voglio mostrare le loro storie affinché tutti possano sapere e si mettano nei loro panni, affinché il resto della gente possa capire le loro lotte per la sopravvivenza in contesti durissimi. E questo mi è successo con i pandilleros in Guatemala, con i lavoratori delle pompe funebri di quel paese, con i pescatori artigianali e i lavoratori della coca in Perú, con i sopravvissuti al terremoto ad Haiti nel 2010,etc… Io credo che l’intento è stato sempre cercare di umanizzare i personaggi delle mie storie.

    Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Guatemala Maras, Guatemala, 2003-2005 (Rodrigo Abd)

    Quel che per qualcuno può sembrare un orrore, per altri significa la quotidianità. Per Rodrigo vivere in Guatemala significa anche avvicinarsi all’immagine della morte come testimoniano le sue foto delle serie Calaqueros, Guatemala Second Death, Exhumation Civil War e Emergency Room. 

    I Calaqueros per esempio, sono uomini e donne – ma soprattutto uomini – che si approfittano del gran numero di omicidi quotidiani in Guatemala. Seguono le ambulanze fino alle scene  del crimine e una volta sul posto chiamano velocemente i familiari delle vittime per offrirgli i loro pacchetti funerari al miglior prezzo. E Rodrigo, durante gli anni in cui ha vissuto in quel paese, ha partecipato a questi funerali e ai preparativi che li precedono accompagnando i lavoratori di questo settore. Inoltre, in Guatemala c’è una tassa per il rinnovo del diritto di nicchia nei cimiteri, costa 200 quetzales (26,8 dollari). Quando non si può pagare, si rompono le nicchie per prendere quel che resta dei cadaveri e liberare il posto, come testimonia la serie Guatemala Second Death.

    ‘‘A me interessava raccontare che, in Guatemala, dove c’è una cultura molto profonda riguardo i morti, dove c’è un giorno speciale per andare a vederli e si fa del cibo, che nonostante qui la morte assuma un significato particolare, la situazione è talmente allucinante che per molte persone è una fortuna avere duecento quetzales per poter rinnovare per quattro anni il diritto alla nicchia’’, racconta il fotografo in un’intervista a Arnoldo Gálvez Suárez per il giornale online Plazapublica.com.Il problema è anche di carattere politico perché i telegrammi che avvisano i familiari dei defunti non arrivano in certi posti e in certe zone: ‘‘[…] questo parla della povertà, del paese e di tutta la miseria. E sai perché? Perché alla fine si riduce tutto solo ai soldi. Queste persone si sono rese conto che scavare una fossa, oltre alla necessità di avere un posto perché nessuno costruirà un altro cimitero, genera soldi. Significa soldi per il cimitero’’.

    Prendendo come esempi alcune serie come Civil War Exhumations, Second Death e Emergency Room dove la maggior parte dei soggetti sono morti o feriti, pensi che esista un limite etico del fotografo? Qual è il tuo?

    Io credo che ci sono dei limiti etici nel momento in cui si scatta una fotografia o si entra in uno spazio di dolore e ogni situazione deve essere valutata caso per caso. Della serie del pronto soccorso ricordo sempre la foto di un pompiere – con il quale avevo trascorso moltissimo tempo per un progetto che ho fatto sul loro importantissimo lavoro nella tragica realtà guatemalteca- che ride guardando il corpo su una barella di un presunto pandillero morto. Si potrebbe pensare che non sia etico ridere di un morto e tantomeno fotografarlo in modo così irrispettoso, ma quel che volevo raccontare io con quell’immagine è il fatto che per un pompiere la morte è la cosa più quotidiana del mondo, in un paese dove vengono assassinate in media 17 persone al giorno, delle quali il 100% vengono raccolte dai pompieri che così diventano dei sollevatori di cadaveri. Quello che importa è documentare senza censure, seguendo sempre i principi etici che hanno collocato la fotografia come documento fondamentale delle nostre società.

    Dalla serie Emergency Room. Guatemala, 2010 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Calaqueros, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Calaqueros, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Guatemala Second Death, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Guatemala Second Death, Guatemala, 2009 (Rodrigo Abd)

    Nel 2006 propongono a Rodrigo di andare a coprire il conflitto in Afghanistan. Deve accompagnare le truppe degli Stati Uniti, nonostante siano l’esercito invasore. Una volta lì si rende conto che i soldati degli Stati Uniti guadagnavano uno stipendio e che molti di loro con quei soldi aiutavano a mantenere le famiglie, che in molti casi dipendevano da loro. Si rende conto anche che la maggior parte erano adolescenti in un deserto completamente estraneo a loro e che anche loro erano vittime di quella guerra sporca.  Rodrigo parte con l’intenzione di sottolineare l’eroismo dei soldati. Ma, una volta che le foto venivano pubblicate su Stars and Stripes, il giornale dell’esercito, provocavano l’effetto contrario, tranquillizzando allo stesso tempo le madri di quegli adolescenti vestiti da militari perché gli mostravano che erano ancora in vita.

    Il problema reale, secondo quanto afferma il fotografo a Plazapublica.com, è l’uso che grandi agenzie come l’Associated Press per la quale lavora, fa delle sue fotografie o di quelle dei colleghi, perché una volta che l’autore invia le foto, queste sono vendute ai vari mezzi di comunicazione che possono manipolare le immagini a loro piacimento.

    Che significa essere fotogiornalista oggi?

    Essere giornalista continua ad essere un lavoro importante, perché adesso più che mai è necessario scoprire delle storie interessanti, quelle che nonostante il bombardamento di tantissime notizie spazzatura, continuano ad essere fondamentali per capire questo mondo complesso. Non importa il formato: possono essere foto, video, testo o tutto questo insieme come si fa adesso per il web.

    Nel 2011, dopo lo scoppio delle primavera araba, Rodrigo è  in Libia. Cambiano le figure politiche e gli scenari geografici ma non il protagonista principale: il popolo. Rodrigo è di nuovo in mezzo alla gente, regalandoci ritratti e scene di una realtà quotidiana alla quale non siamo abituati in altre zone del pianeta. A volte sono immagini violente, a volte intime e dolorose e altre volte ancora sono immagini di una tenerezza estrema, come nel caso della bambina di spalle che guarda il Mediterraneo. Ma nonostante tutto sono sempre immagini reali, in prima persona e senza filtri.

    Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)
    Dalla serie Lybia, Lybia, 2011 (Rodrigo Abd)

    Nel 2012 Rodrigo è inviato per ben due volte a coprire il conflitto tra l’esercito del governo e i ribelli in Siria. Già nel 2006, grazie ad una foto della serie delle maras aveva vinto il terzo premio del World Press Photo, ma è nel 2012 che vince il primo premio nella categoria Informazione Generale con la foto di Aida, una donna siriana che nella zona di Idib ha perso il marito e i due figli per un attacco dell´esercito.

    Nel 2013, insieme al messicano Narciso Contreras, l´egiziano Khalil Hamra, il giordano Mohamed Muheissen e lo spagnolo Manu Bravo, colleghi dell`Associated Press, vince il Premio Pulitzer per il lavoro fatto in Siria tra febbraio e marzo del 2012. ‘‘Eravamo in giro per coprire il conflitto’’, racconta il fotografo al giornale online noticias.terra, ‘‘e non ci siamo mai incontrati. È geniale il fatto che sia stato un premio di gruppo perché il nostro lavoro è sempre molto individuale’’.

    Aida, dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012
    Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

    Ci sono molte armi nelle tue fotografie, consideri la fotografia un’arma?

    La fotografia è un’arma importante, anche se a volte credo che sia molto meno efficace rispetto ai fucili veri, o a questi droni che uccidono a centinaia di chilometri di distanza. Questo è triste ma reale. Quel che ci resta è lavorare duramente, coscienti, affinché il nostro mezzo sia un detonatore di riflessioni, che arrivi il più lontano possibile a quegli angoli del mondo in cui non si rendono conto quanto siamo fottuti. La fotografia come un’arma di riflessione, umanizzante, un linguaggio orizzontale che dovrebbe rompere con tutte quelle barriere che ci allontanano, come il progetto sinistro del muro che Trump vuole costruire tra paesi fratelli.

    Nell’ultimo periodo Rodrigo, insieme ad altri 17 fotografi e fotografe di 13 paesi, ha partecipato al progetto collettivo Covid Latam sulla propagazione del virus in America Latina. Nel progetto si mostrano alcuni aspetti politici, sociali, quotidiani e intimi durante i mesi di pandemia. Questo progetto è pubblico e visibile su questo profilo Instagram

    Ogni singola foto di Rodrigo racconta una storia, una realtà e una quotidianità vere. Le sue foto mostrano che ci sono posti nel mondo dove per vivere è necessario ridere davanti alla morte, che ci sono quartieri dove alle vedove non resta altro del marito se non la sua maglietta sporca di sangue. Le fotografie di Rodrigo parlano di città in cui i bambini imparano ad usare delle armi sin da quando sono molto piccoli, mentre le bambine danno le spalle a tutta la realtà violenta che sono costrette a vivere sedute mentre guardano il mare.

    Le immagini di Rodrigo Abd ci mostrano che ci sono numerosissimi modi di vivere la vita e la morte. Il suo occhio ci offre la possibilità di guardare più in là dell’indignazione e ci invita a rompere il muro della ‘‘normalità’ ’nel senso univoco del termine. Le sue fotografie gridano che il mondo non è uguale per tutti e che ci sono infiniti punti di vista per guardarlo, davanti alla vita e anche davanti alla morte, senza alterare ciò che l’occhio vede, senza nessun tipo di filtro.

    Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012
    Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012
    Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012
    Dalla serie Sirian Armed Conflict, Siria, 2012

  • Gas e petrolio minacciano le comunità mapuche in Argentina

    Gas e petrolio minacciano le comunità mapuche in Argentina

    Mabel, della comunità mapuche Campo Maripe, di fronte a una delle torri di fracking dell’impresa Pluspetrol, territorio ancestrale Loma la Campana, 2020 (Andrea A. Gálvez)

    Di Andrea A. Gálvez da Altreconomia

    Norma Romero lavora da 25 anni all’ospedale Cutral Có y Plaza Huincul, una delle prime cittadine di Vaca Muerta che sono state assorbite dall’economia del petrolio. Ci racconta che l’aumento delle malattie e delle allergie è palpabile tra i ricoverati. Nel 2017 le statistiche del ministero della Salute mostravano che nella regione di Vaca Muerta la principale causa di morte era il cancro, il tasso più alto di tutto il Paese. Sono comuni anche le malattie ossee, cutanee, delle vie respiratorie, le allergie, gli aborti spontanei e i disturbi gastrointestinali. Norma spiega che le cause sono l’inquinamento dell’aria, della terra e soprattutto dell’acqua. “Non si trovano dati ufficiali sulle malattie nella zona petrolifera ma la popolazione ne è cosciente”, conclude. Ad Añelo, a una manciata di chilometri dal bacino idrico di Mari Menuco, da dove viene pompata l’acqua che raggiunge i rubinetti della regione di Vaca Muerta, da anni avvengono proteste e manifestazioni per denunciare la situazione.

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  • Latinoamericando: radio interviste dall’America Latina

    Latinoamericando: radio interviste dall’America Latina

    Da quindici anni Gustavo Claros cura il programma di informazione latinoamericana di Radio Cooperativa, emittente veneta alternativa, con notizie attuali, approfondimenti culturali e buona musica. Vi proponiamo una selezione delle sue puntate, da ascoltare ogni due martedì.


    Gustavo Claros è un giornalista italo-argentino che vive da quasi vent’anni in Italia, da dove settimanalmente costruisce un ponte con la realtà latinoamericana. Oggi vi proponiamo il suo dialogo con Massimo De Marchi, professore di agroecologia dell’Università di Padova, che dal 1988 si occupa di Amazzonia, polmone verde del pianeta a cavallo tra diversi paesi, dove vivono alcuni dei popoli più colpiti dalla pandemia.

    Buon ascolto!

    Qui potete ascoltare tutte le puntate di Latinoamericando su Radio Cooperativa.

  • Scacco a Internet: il NAFTA reload 2020 contro la libertà d’espressione

    Scacco a Internet: il NAFTA reload 2020 contro la libertà d’espressione
    Scacco matto alla libertà d’espressione in Messico? (Wikimedia Commons)

    Ascoltalo! Su l’America Latina. Lettura dell’articolo: Fabrizio Lorusso

    Di Fabrizio Lorusso

    Il TLCAN, Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord, noto in Italia con l’acronimo inglese NAFTA, entrò in vigore nel 1994 e creò l’area di libero scambio più importante del mondo nell’epoca dorata del neoliberalismo e della tanto sbandierata, ma mai veramente esistita, “fine delle ideologie”. Il Messico si lanciò nella globalizzazione senza paracadute e siglò un patto fortemente asimmetrico con i suoi vicini settentrionali per trasformarsi in una piattaforma produttiva a basso costo e una pista di lancio per esportare al mercato americano.

    Il 1 luglio è entrata in vigore una nuova versione del trattato, fortemente voluta da Trump: l’Accordo USA-Messico-Canada (USMCA) o TMEC, in spagnolo. Oltre l’80% del vecchio NAFTA si mantiene, ma vengono rinforzate le clausole che obbligano i firmatari a rispettare criteri più stringenti sulle percentuali di risorse usate nella produzione che devono provenire dall’area nordamericana. Si tratta quindi di una forma di protezionismo subregionale, ma anche con quote nazionali specifiche. Inoltre obbliga a che una parte determinata della produzione sia realizzata da lavoratori che guadagnano almeno 16 dollari all’ora. In teoria sarebbe una buona notizia per il mondo del lavoro messicano, ma ci sono dei problemi.

    La misura interesserà soprattutto il Messico, dato che il suo “modello di sviluppo” dagli anni ’80 in poi s’è basato sui bassi salari, la docilità e cooptazione sindacale, l’eliminazione di diritti e garanzie e la creazione di condizioni ideali per gli investimenti stranieri e la speculazione finanziaria ed è stata ideata da Trump e compagnia per cercare di riportare verso nord alcune produzioni e per favorire alcuni settori dell’industria nazionale, suoi sostegni elettorali, come l’industria automobilistica, dell’acciaio e dell’alluminio, il comparto caseario e alimentare. Era anche una richiesta delle Unions, i sindacati americani che vedono nei bassi stipendi messicani una forma di dumping. Il fatto è che sarà molto difficile assistere nel breve e medio periodo al livellamento dei salari tra Stati Uniti e Messico, per cui la clausula potrebe semplicemente favorire uno spostamento di parti della catena del valore verso nord.

    Ma ancora più stringenti e sempre più vicine al modello repressivo degli USA in materia saranno le regole sul copyright e Internet, sulla circolazione, modifica ed uso di hardware e software, sulle piattaforme e i contenuti in rete. E di conseguenza sul diritto umano alla libertà d’espressione in generale.

    Ricordiamo che, particolarmente dopo l’11 settembre e la stretta autoritaria in termini di controlli e “Atti Esecutivi” contro i diritti umani dei migranti, degli utenti internet e della popolazione nazionale e straniera, le applicazioni o i server situati legalmente negli Stati Uniti per un nonnulla, semplici “sospetti” segnalati da un bot o da qualche impiegato che sfoglia contenuti alla ricerca di presunte “violazioni al regolamento”, ti cancellano l’account e, con esso, tutti i materiali caricati.

    È il caso di Scribd, lo “YouTube dei PDF”, che in base a vari decreti statunitensi può distruggere o occultare i testi caricati sul proprio server dall’utente e persino l’intero account, che di solito comporta ore di lavoro dell’utente. E può farlo anche solo in base a segnalazioni di altri utenti o di “revisori interni”, senza dare possibilità di replica.

    Ma che c’entra questo con il Messico? Il nuovo trattato ha da subito dispiegato i suoi effetti e il Parlamento messicano, per omologare all’accordo la legislazione nazionale, ha approvato in fretta e furia una riforma delle leggi federali sul diritto d’autore e del codice penale le quali vanno contro la Costituzione e i diritti umani. Le piattaforme on line dovranno rimuovere i contenuti sospetti di violare i diritti d’autore, senza apportare prove né autorizzazioni giudiziarie, come negli USA. Sono previste multe milionarie e fino a 6 anni di carcere per chi rimuoverà “barriere digitali” al momento di riparare o modificare dei dispositivi tecnologici.

    Così l’hanno spiegato decine di organizzazioni in un comunicato, rilanciato su twitter con l’hashtag #NiCensuraNiCandados (Né censura né Lucchetti), annunciando battaglie legali e denunciando la nascita di un meccanismo privato di censura su Internet, per cui basterà che una persona dichiari una violazione del diritto d’autore per rimuovere dei contenuti senza verifiche o processi legali. Ciascuno potrà esercitare il ruolo di censore on line.

    “La legalizzazione della censura si materializza in un momento in cui la libertà d’espressione e specialmente il lavoro giornalistico sono sotto assedio”, specificano i gruppi firmatari, tra cui Article19 e decine di associazioni messicane in prima linea per la difesa dei diritti digitali e la libertà di stampa,  chiarendo anche che “le riforme approvate criminalizzano l’elusione di misure tecnologiche di protezione (blocchi digitali) senza prevedere eccezioni, che pure esistono negli USA, sono permesse dal trattato e risultano fondamentali per l’esercizio dei diritti umani”. Una semplice riparazione, un servizio di aggiornamento e manutenzione di un portatile o di uno smartphone saranno suscettibili di sanzioni, anche se utilizzati, per esempio, nell’attività professionale da parte di giornalisti e difensori dei diritti umani.

    Esiste dunque un chiaro contrasto tra diversi trattati internazionali in vigore in Messico per cui in alcuni si difendono e prevalgono le libertà d’espressione e d’informazione, anche di fronte a reclami legati alla privacy e al diritto d’autore, mentre in altri dominano la logica mercantile e le regole statunitensi. Se i ricorsi e le azioni collettive non daranno risultati, la Costituzione messicana, in teoria molto avanzata negli standard di protezione dei diritti umani e nell’interpretazione pro persona, verrà aggirata impunemente dall’USMCA e dagli interessi dei giganti del web, dell’entertainment e dell’informatica USA.

  • Memorie della prima sollevazione indigena ecuadoriana

    Memorie della prima sollevazione indigena ecuadoriana
    30 anni dalla prima sollevazione indigena (CONAIE)

    Quest’anno le comunità indigene della sierra ecuadoriana non hanno ballato per la festa dell’Inti Raymi. La Pacha Mama non ha vibrato sotto i passi in circolo del zapateo. Il vento gelido di giugno, che spira dai ghiacciai dei vulcani innevati, non è stato intiepidito dal soffio ipnotico dei flauti, dalle armoniche e dalle melodiche dei Sanjuanitos. Il pututu è rimasto in silenzio. La chicha nei barili a fermentare. Il ringraziamento al sole e alla terra, celebrato sommessamente nel chiuso delle case, parzialmente incompiuto. E anche quelli a cui piace alzare il gomito e, in alcune province, perpetuare antiche consuetudini di violenza ritualizzata tra comunità, saranno rimasti delusi. Perché il Covid-19 ha colpito l’Ecuador in maniera severa, obbligando a sospendere le cerimonie della festività più attesa del calendario andino. Laddove si è ballato comunque, invece, il numero dei contagi è cresciuto immediatamente.

    Quest’anno è un anniversario simbolico importante anche per i movimenti indigeni del Paese e di tutta la regione. È trascorso più di un quarto di secolo da quel fatidico mese di giugno del 1990, quando prese corpo la più grande insurrezione popolare dell’Ecuador. La sollevazione indigena dell’Inti Raymi, appunto, come è passata alla storia, che su l’America latina abbiamo deciso di ricordare attraverso il racconto di Floresmilo Simbaña, basato sulla testimonianza della leader e dirigente María Blanca Chancosa Sánchez, più spesso conosciuta semplicemente come la Blanca Chancoso.

    In un contesto di grave crisi di identità della cultura occidentale, quando la vittoria a lungo sognata dall’Uomo bianco sulla natura è diventata, come dice Santiago Alba Rico, una minaccia per gli stessi vincitori, è bene riconoscere, imparare o recuperare altri valori e altre tradizioni, meno minacciose e senza deliri di onnipotenza. È bene ascoltare attentamente i discendenti dei popoli originari che da secoli conservano, trasmettono e rivendicano il diritto alla propria visione del mondo, al proprio sapere, alla propria lingua e, soprattutto, alla propria dignità ed esistenza nella propria terra.  

    Bisogna essere prudenti, però, perché è facile trasfigurare la sacrosanta simpatia e solidarietà verso gli oppressi dalla civilizzazione occidentale in una forma altrettanto insidiosa di oppressione, invisibile e silenziosa, fondata sulla mistificazione benevola o sull’ingenua mitizzazione dell’altro. Da tempo chiamo questo atteggiamento orientalismo o eurocentrismo di sinistra. Una forma di rappresentare il diverso da noi che, nel caso dei popoli e dei movimenti indigeni dell’America latina, spesso fa confluire, senza soluzione di continuità, il mito rousseauiano del buon selvaggio con quello novecentesco del buon rivoluzionario. Mitologie bianche. Immagini comode e tranquillizzanti a volte, ma che quasi sempre distorcono e stereotipano cose e persone reali.                 

    Quella del movimento indigeno dell’Ecuador e in particolare quella della CONAIE e delle organizzazioni che la compongono, non è una storia romantica o da romantizzare. È una storia politica. E come ogni storia politica è fatta di successi e di sconfitte, di meriti ed errori, avanzamenti e retrocessi, battute d’arresto, momenti gloriosi e altrettanti bui, ripensamenti e trasformazioni. È una storia viva di gente che vive. E lotta. Carica di tensioni e conflitti interni, contraddizioni, divisioni e compromessi. Fra regioni del Paese, settori e organizzazioni sociali, dirigenti e basi, nazionalità, sensibilità politiche, generazioni e personalità in competizione. Una storia complessa di relazioni complesse con lo Stato, la chiesa cattolica e con la stampella da sempre ambivalente della cooperazione internazionale. Con la classe media urbana. Con la diaspora in Europa e negli Stati Uniti. È la storia della creazione di un partito politico, non sempre glorioso, il Pachakutik. Ed è anche l’insieme di tante storie ancora in disputa su quello che è o potrebbe essere l’identità e la cultura indigena nel XXI secolo. In un minuscolo paese andino, incastonato fra l’Amazzonia e l’oceano Pacifico. Dipendente e periferico nel capitalismo mondiale. Per questo quella della CONAIE è una storia da ri-conoscere. E rispettare.

    La sollevazione del 1990 è stata uno spartiacque epico in una storia secolare di diritti negati e di identità in movimento. Un capitolo luminoso nella lotta contro il colonialismo interno e il neoliberismo in America latina. Per questo è importante celebrarla, come l’Inti Raymi, senza dimenticare però che i trenta anni successivi sono stati gravidi di processi e avvenimenti che hanno trasformato significativamente il movimento e la regione in cui si muove. Fino allo sciopero nazionale di ottobre dell’anno passato. Che ancora una volta, e non per caso, è stato guidato da quella che senza ombra di dubbio è la parte più nobile e combattiva della società ecuadoriana. [Daniele Benzi]

    Memorie della prima sollevazione indigena ecuadoriana

    Analisi della sollevazione indigena del 1990 con la testimonianza di una delle protagoniste, Blanca Chancosa, storica dirigente del movimento indigeno ecuadoriano.

    Di Floresmilo Simbaña da Rebelión

    Traduzione di Alice Fanti e Manuela Loi

    Blanca Chancosa (Asamblea Nacional del Ecuador)

    In generale, si potrebbe dire che la prima sollevazione indigena del giugno 1990 si è svolta in tre atti: il primo inizia il 28 maggio con l’occupazione della chiesa di Santo Domingo, nel centro storico di Quito; il secondo il 4 luglio con la dichiarazione di sollevazione da parte della Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE) e le successive occupazioni di piazze, strade e città nelle regioni della Sierra e dell’Amazzonia da parte delle moltitudini comunitarie; il terzo quando si avvia il tavolo di dialogo tra la CONAIE e il Governo. La sollevazione si chiude il 12 luglio con le ultime mobilitazioni nelle province della sierra centrale.

    In questa sede, tratteremo del primo atto e lo faremo attraverso il ricordo di una protagonista. Cercheremo di verificare alcuni dei fatti che hanno contribuito a trasformare questa prima protesta indigena in un evento storico.

    La sollevazione indigena come processo

    Quando si parla della sollevazione indigena del 1990 nei mezzi di comunicazione in ambito accademico, negli spazi politici, incluso lo stesso movimento indigeno, si fa generalmente riferimento alla “sollevazione dell’Inti Raymi” come fossero un solo avvenimento che inizia con la presa della chiesa di Santo Domingo lunedì 28 maggio e termina con la fine delle ultime mobilitazioni nelle province tra il 6 e il 12 giugno. Tuttavia Blanca Chancosa[1], una delle principali protagoniste, con la sua testimonianza delinea una struttura e un’immagine un po’ diverse[2] e, se paragoniamo cronologicamente le azioni con la circolazione dei documenti “ufficiali” della CONAIE e delle altre organizzazioni partecipanti, possiamo notare almeno tre eventi che progressivamente confluiscono in un processo generale senza un copione prestabilito. L’occupazione della Chiesa di Santo Domingo e la sollevazione, ossia la massiccia mobilitazione delle comunità indigene, sono due azioni con un certo grado di autonomia e dinamiche proprie che, al fragore delle circostanze politiche nazionali, finiscono per convergere e costruire un corpo politico generale, nel quale confluiscono anche le individualità.

    Blanca Chancosa, mentre espone il suo racconto, passa indistintamente dal raccontare le azioni del movimento indigeno nei giorni della protesta ai ricordi sulla sua vita privata e viceversa. Racconta che quando frequentava le elementari i suoi genitori le chiedevano già di aiutarli a risolvere problemi della comunità, dal momento che lei aveva o iniziava ad avere quello che agli altri era negato: il potere della lettura e della scrittura. Quando si laureò come “insegnante normalista”, non solo padroneggiava gli strumenti della pedagogia, ma possedeva anche grande esperienza e conoscenze di gestione organizzativa di problemi legati alla terra, giustizia comunitaria per la risoluzione di conflitti interni, creazione di scuole elementari, etc. In tutte queste attività aveva dimostrato le sue doti di organizzatrice, aspetto che la portò a occupare sin da giovane ruoli dirigenziali a livello provinciale e nazionale.

    Quando le affidarono la direzione dell’occupazione della chiesa di Santo Domingo aveva 35 anni. “Perché hanno chiesto a me?” si domanda, rispondendosi subito dopo “per un precedente: quando ero presidentessa dell’ECUARUNARI [1979-1984] abbiamo portato avanti azioni di solidarietà internazionale (attraverso) l’occupazione di due ambasciate e degli uffici di un organismo internazionale”. Era un curriculum magnifico per una donna così giovane ed è stato ragione sufficiente per affidarle un’azione di tale importanza.

    Chancosa segnala che le azioni di occupazione e la sollevazione non avvennero di punto in bianco, in qualche provincia si stavano realizzando invasioni di terre e se ne pianificavano altre e si portavano avanti lunghi e intensi processi giudiziari per questo stesso motivo. Molti di coloro che seguivano queste cause legali erano dirigenti e militanti locali che avevano accumulato una grande esperienza di lotta, che avevano abilità organizzativa e forti convinzioni politiche che li rendevano in grado di sapere “cosa si poteva organizzare, come raggiungere e coinvolgere realmente” le persone delle comunità. È fondamentale tenere in considerazione questo primo elemento che la dirigente indica dal momento che una delle ipotesi che vennero ventilate in quei giorni dal Governo e dai proprietari terrieri, e che si sostiene tuttora, è che la sollevazione fu il prodotto di interventi e manipolazioni esterne non solo al movimento indigeno, ma al paese stesso.

    Un secondo elemento da tenere in conto, e che permette di spiegare ciò che accadde durante la prima sollevazione, è la campagna per i 500 anni della resistenza contro la conquista europea. “In quel momento stavamo preparando i 500 anni della resistenza. Da un lato, si parlava di incontro [i governi di America Latina e Spagna], dall’altro di invasione [la CONAIE], di resistenza dei popoli e ci stavamo preparando per il ‘92”. La campagna era già in piedi da più o meno un anno e ciò permise di centrare il dibattito sui significati politici, ideologici, storici, economici e culturali delle problematiche strutturali che le popolazioni indigene si trovavano ad affrontare dalla conquista e dalla colonizzazione e di supportare, su queste basi, la proposta che la CONAIE portava avanti già dai tempi del Consiglio Nazionale di Coordinamento delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador CONACNIE (1983). Ciò suffraga il discorso dell’organizzazione indigena, permettendole di accelerare i processi di unità delle diverse organizzazioni di base; lo slogan “nel ’92, nessun’altra hacienda[3]” testimonia questa confluenza e venne accolta immediatamente nei territori dove quotidianamente si vivevano gli scontri per lotta alla terra. Tutti questi processi fecero comprendere la necessità di “azioni nazionali” come strumento per portare la lotta locale e materiale-economica al piano politico-nazionale, dando vita a un corpo socio-organizzativo generale. Blanca Chancosa afferma che “in varie province iniziano occupazioni [di grandi proprietà]”. Tutto questo indica che in diverse province la mobilitazione era già parzialmente in atto, quello che la CONAIE doveva fare era portarla al livello nazionale.

    La campagna per i 500 anni nasce come uno spazio che arriverà a mettere insieme la maggior parte degli intellettuali indigeni, molti dei quali con ruoli dirigenziali, che costruiscono un discorso e una proposta che condividono e alimentano con meeting, workshop, assemblee e pubblicazioni, tra le quali meritano particolare attenzione: le memorie del secondo Congresso della CONAIE (1989); Le nazionalità indigene in Ecuador – Il nostro processo organizzativo (1989); Le nazionalità indigene e lo stato ecuadoriano di AmpanKarakras (1988). Questi intellettuali, professionisti e dirigenti appartengono alla generazione che, oltre a forgiarsi nell’ardore della lotta comune, hanno avuto accesso all’educazione secondaria e superiore che lo Stato ecuadoriano ha promosso in uno dei suoi ultimi tentativi di “sviluppismo” nazionale, grazie al boom petrolifero degli anni ’70.

    Inoltre, la campagna dei “500 anni di resistenza indigena” dà vita a un altro importante effetto: riesce a stringere alleanze con altre organizzazioni sociali che agiscono nell’ambito del conflitto agrario, come il FUT[4], la CEDOCUT[5], il Coordinamento Popolare, le organizzazioni cristiane di base, tra le varie, con le quali oltre che a coordinare azioni di lotta, permette di globalizzare la proposta della campagna, che diventa a questo punto i “500 anni di resistenza indigena e popolare” e tramite lo slogan “1992, nessuna hacienda in Ecuador”  consente di includere queste organizzazioni nella sollevazione.

    Un terzo elemento che incide molto come causa congiunturale della sollevazione è la frustrazione per il non rispetto da parte del Governo di Rodrigo Borja (1988-1992) delle promesse di rilanciare la riforma agraria e di riconoscere i diritti dei popoli indigeni, nonché l’indebolimento del dialogo tra la CONAIE e il Governo che si stava verificando dall’inizio del mandato Borja. Le tematiche del dialogo toccano problemi locali e nazionali, come le terre, l’acqua, l’impatto dell’estrazione petrolifera, l’educazione interculturale bilingue, le infrastrutture, ecc. Il Governo crea mediante decreto il Sistema di Educazione Interculturale Bilingue, ma non assegna un budget sufficiente per costruire infrastrutture, assumere docenti, acquistare materiali educativi, ecc. e le proteste della CONAIE non vengono ascoltate, nonostante i numerosi tavoli di dialogo instaurati, se non per quanto concerne la sottoscrizione di accordi senza alcuna applicazione pratica. Il 9 maggio 1989 i dirigenti della CONAIE e alcuni delegati del Governo si riuniscono a Sarayacu e sottoscrivono un documento di impegno noto come “Accordo di Sarayacu” (FEPE[6] 1991, 6). Il documento tocca sette temi: terra e territorio; questioni giuridico-politiche; educazione; scienza e cultura; salute; infrastrutture; finanziamento; politica internazionale. Questo documento subisce la stessa sorte del Decreto sull’educazione bilingue: non avrà risposte effettive. Allo scopo di fare pressione sul Governo, la CONAIE emana una serie di proposte utili a rendere effettivi gli accordi, ma nessuna di queste ha ottenuto riscontro. I percorsi di dialogo si stavano chiudendo e il Governo perdeva credibilità agli occhi delle organizzazioni che formano la CONAIE.

    Si accende la miccia

    La mattina di martedì 29 maggio 1990, la stampa cartacea informava gli ecuadoriani che il giorno precedente, nelle prime ore del mattino, “un gruppo di contadini aveva occupato la chiesa di Santo Domingo, avanzando una serie di rivendicazioni e soluzioni per i conflitti della terra che non erano stati risolti” (El Comercio 1990, B-4). Blanca Chancosa ricorda come quello fosse uno dei principali obiettivi dell’occupazione, far sì che la stampa diffondesse tra gli ecuadoriani la chiamata all’“azione nazionale”; il secondo obiettivo, che dipendeva dal primo, era far sì che “i compagni nelle comunità, venendo a sapere dell’occupazione, si sentissero motivati a unirsi alla sollevazione. Questo volevamo con l’occupazione: accendere la miccia”. Pronunciando l’ultima frase, alza la testa, ma il suo sguardo non è più limitato dalle pareti del suo piccolissimo ufficio, mostrando come quei fatti le infondano carica, ma le creino anche spossatezza.

    Oltre al problema della terra, l’altro rilevante conflitto che occupava l’agenda dell’organizzazione in quel momento era “come rafforzare l’educazione culturale bilingue, che rappresentava l’altra questione, quell’anno”. Durante la V Assemblea Nazionale della CONAIE, tenutasi dal 25 al 28 aprile 1990 a Pujilí, Cotopaxi, vennero discussi questi temi e altri di importanza locale e nazionale sulla base dei quali si decise di “realizzare un’azione nazionale”. Una delle questioni che generò glaciali dibattiti fu su quale tipo di azione fosse possibile realizzare e quali fossero le condizioni di politica nazionale in cui si sarebbe sviluppata. Blanca Chancosa ricorda come ci fosse consenso sulla necessità di un’azione nazionale, ma che continuasse la discussione sulla sua realizzazione concreta, “il come non era ancora stato deciso”. In un primo momento, l’azione nazionale consisteva, per tutti, nel “diffondere le occupazioni delle terre”, dal momento che rappresentavano, tra alti e bassi, una costante sin dagli anni ’70, ma che dalla fine degli anni ’80, prima della prima sollevazione, erano aumentate a dismisura soprattutto a causa della consegna ai proprietari terrieri di 41.862 certificati di non ammissibilità dell’esproprio con i quali si chiudeva, di fatto, qualunque tentativo di riabilitare il processo di riforma agraria, fatto per cui “si pensò fosse necessaria un’azione a un altro livello”.

    Nella V Assemblea, i dirigenti della CONAIE suggerirono di discutere una proposta intitolata “Documento Politico” (FEDEPE 1991, 28) che presentava le linee generali della situazione politica nazionale, nel quale si criticava il governo di Rodrigo Borja per le sue politiche dal taglio neoliberali, dando enfasi alla difficile situazione vissuta dalle comunità indigene, il mancato rispetto degli impegni assunti con i tavoli di dialogo e l’abbandono progressivo delle politiche di riforma agraria. Nella parte intitolata “Il nostro lavoro organizzativo”, si analizzavano le condizioni politico-organizzative sviluppate dalle tre organizzazioni regionali, gli spazi di coordinamento nazionale che si stavano implementando e alla fine si assicurava categoricamente:

    “È per questo che, di fronte alla mancanza di risposte governative e dopo aver analizzato la situazione di fame e povertà di tutti gli ecuadoriani, la CONAIE si vede costretta a mettere in campo, per la prima volta, una misura che di fatto mobiliti tutte le nostre organizzazioni e comunità di base, andando in direzione di uno SCIOPERO NAZIONALE. Presentiamo questa misura di fronte all’Assemblea e ci rimettiamo alla sua decisione per definire la data e i meccanismi di azione” (FEDEPE 1991, 35).

    La V Assemblea decise di accettare la proposta, ma di fatto cambiò le caratteristiche della misura; nella Risoluzione numero 13 si legge: “Preparare dal giorno 4 al giorno 6 di giugno di quest’anno la prima sollevazione indigenza nazionale, per organizzare la quale si formerà una commissione politica che sarà strutturata secondo le linee guida contenute nel Mandato” (FEDEPE 1991, 38). Del mandato ci occuperemo più avanti.

    Si decise anche di formare dei comitati provinciali per organizzare la sollevazione. “Sancita questa risoluzione, tutti sono rientrati nelle loro province” ricorda Chancosa che, a quel tempo, era parte del Consiglio Politico della Federazione Indigena e Contadina di Imbabura (FICI), “e in questo senso si iniziava anche a lavorare con altri compagni in altre zone [fuori da Imbabura], facendo riunioni in ambito contadino e anche con altri settori sociali”. Spiega che fu in questo spazio sostenuto dalla FICI, a cui furono invitati dirigenti e militanti di altre province, che si decise di “accendere la miccia”, ossia di compiere un’azione di richiamo che creasse le condizioni per la prima sollevazione.

    Inizialmente, la sollevazione non aveva un formato stabilito. Quando si pensava allo SCIOPERO NAZIONALE si avevano come riferimento le lotte operaie urbane, ossia mobilitazioni in strade e piazze, ma “nel nostro caso si trattava di occupazioni di terre o di altro a seconda di ciò che ogni provincia era in grado di fare”. In questo stesso contesto, dopo aver valutato gli effetti della chiamata alla sollevazione rivolta alla base dell’organizzazione e aver verificato che ancora le forze radunate non erano sufficienti, si decise di “occupare la chiesa di Santo Domingo, nottetempo, una settimana prima della sollevazione, per accendere la miccia”, vale a dire motivare la gente a partecipare alla sommossa.

    Per ragioni di sicurezza, l’iniziativa, durante la sua preparazione, non fu comunicata alla dirigenza nazionale della CONAIE. L’occupazione avvenne nel giorno e nell’orario accordati e la sua esecuzione fu impeccabile. Per l’occupazione “io sono venuta a Quito [da Imbabura] il giorno prima, con tutta la squadra, come da piani; l’occupazione era prevista per le cinque della mattina e, una volta entrati, installammo un lucchetto da dentro e ognuno assunse il ruolo e le responsabilità pianificati”. Tuttavia la chiesa non era vuota, era l’ora della prima messa e subito dopo ci sarebbe stata la seguente, quindi il primo problema fu con i fedeli che stavano seguendo la celebrazione in corso, che stava per concludersi, e coloro che si accalcavano per partecipare a quella successiva. Tutti i fedeli vennero colti alla sprovvista e si adirarono, “ci chiamarono dispregiativamente indios, ci dissero di tutto: selvaggi, eretici, anticristo. Ci insultarono, ma noi chiudemmo comunque”. Il prete non si tirò indietro, dopo averli definiti profanatori, cercò aiuto per cacciarli, ma era già troppo tardi, gli indigeni avevano già tutto sotto controllo. All’inizio erano una settantina di persone, ma alla fine gli occupanti della chiesa arrivarono ad essere circa duecento.

    Chi era dentro si occupò di mettere in atto tutte le misure di sicurezza e le strategie di sopravvivenza dal momento che non si sapeva quanto tempo sarebbe durata l’occupazione; chi era fuori doveva informare i mezzi di comunicazione e i dirigenti nazionali affinché si assumessero la responsabilità del caso. Lo scopo dei proclami che arrivavano da dentro la chiesa era denunciare i conflitti per la terra: 111, per 72 dei quali erano in corso processi giudiziari. Si chiedeva un dialogo diretto con il Presidente della Repubblica per cercare risposte a questi e altri problemi; si pretendeva una commissione di mediazione costituita dalla “Commissione Ecuadoriana per i Diritti Umani – CEDOCUT e dalla chiesa” (El Comercio 1990, 26); si chiedeva che fosse l’Arcivescovo di Riobamba, Victor Corral, a dirigere la commissione, in modo da garantire la sicurezza dei dirigenti e facilitando il dialogo.

    Dal momento che questa azione era stata una decisione soprattutto della FICI e che nei giorni dei fatti i principali dirigenti della CONAIE si trovavano fuori Quito, qualcuno anche fuori dal paese, qualcuno dovette rientrare immediatamente per fare da portavoce nazionale. Il presidente dell’organizzazione, Cristóbal Tapuy, rifiutò di assumersi la sua responsabilità e le organizzazioni di base decisero che a dover assumere il comando fosse il vicepresidente, Luis Macas, il quale subito prese parola, spiegò le ragioni dell’occupazione e presentò la proposta politica del movimento indigeno, ufficializzando pubblicamente la chiamata alla sollevazione.

    Fino al 4 giugno, giorno della sollevazione, il dialogo preteso sin dall’inizio dell’occupazione non ebbe luogo poiché, da un lato, il governo lo aveva vincolato alla sospensione dell’azione e di tutta la mobilitazione, affermando che “non avrebbero agito sotto pressione” e, dall’altro, la CONAIE non avrebbe interrotto l’iniziativa se non si fosse creato il tavolo di discussione. La posizione inflessibile degli indigeni era conseguenza della mancanza totale di risultati nei quasi due anni di dialogo e, come per gettare benzina sul fuoco, la Camera dei proprietari terrieri e degli allevatori resero pubblica la propria posizione, accusando gli indigeni di essere manipolati da organizzazioni internazionali, di creare violenza nelle campagne e di danneggiare l’economia nazionale, si opposero alla “tolleranza governativa in relazione alla presenza di attivisti pseudo religiosi stranieri e nazionali […] che si sono infiltrati nei settori contadini, creando il più totale disordine e caos” (Moreno y Figueroa 1992, 77) e misero all’erta sulle conseguenze fatali che si sarebbero potute verificare.

    L’occupazione della chiesa andò oltre i suoi obiettivi originali, oltre “accendere la miccia”: mise in luce l’atteggiamento intransigente del governo nazionale e palesa la riluttanza dei proprietari terrieri a trovare soluzioni politiche ai conflitti per la terra; inoltre smaschera le strutture sociali, politiche e culturali di un sistema egemonico razzista che, di fronte alla forte presenza degli indigeni, non esita a sfoderare tutti i dispositivi coloniali di discriminazione. La decisione e la fermezza di coloro che si trovavano dentro la chiesa e l’atteggiamento violento del governo e dei possidenti indignò le comunità, motivandole del tutto a scendere in strada nelle città capitali delle province, a occupare terre, ecc. Dalle province più vicine arrivano a Quito per solidarizzare con l’occupazione e alla sollevazione risposero non solo le comunità indigene, ma anche quasi tutti i settori urbani organizzati.

    Dentro la Chiesa, le notizie dell’inizio della sollevazione, ascoltate per radio, motivarono tutti. La tensione dei primi giorni venne rimpiazzata dall’ottimismo e iniziano ad arrivare altri delegati dalle province. Avvenne la convergenza tra occupazione e sollevazione, dando all’“azione nazionale” dimensioni inattese. Con la sollevazione si inizia a parlare di “Mandato per la difesa della vita e dei diritti delle nazionalità indigene”. Di questo documento esistono tre versioni: la prima costituta da “Sollevazione indigena: documenti e testimonianze”, pubblicata dalla FEPE, che nella presentazione sostiene di contenere documenti ufficiali e originali, frutto della collaborazione di Luis Macas, allora Presidente della CONAIE, e di Luis Maldonado, che coordinava la campagna dei 500 anni; la seconda che si trova nel libro “La sollevazione indigena dell’inti raymi” del 1990 di Segundo Moreno e José Figueroa, che dà come fonte Kipu # 15 de 1990; la terza che si trova nell’archivio digitale dello storiografo statunitense Marc Becker[7]. Di quest’ultima se ne trovano quattro versioni: la prima del testo “Presente e futuro delle popolazioni indigene” di José Sánchez Parga, la seconda del Diario Hoy, la terza del bollettino Riccharishun # 2 della ECUARUNARI e la quarta del libro “Da contadini a cittadini diversi” di Jorge León Trujillo.

    Nella prima versione, i primi sei punti sono sul tema della terra, tema dell’acqua, fondi per il sistema di educazione bilingue, fondi statali relazionati ai temi agricoli; il tema della plurinazionalità e i diritti culturali si trovano a partire dal punto sette. Nella seconda versione, quella in 16 punti, resa nota dopo la sollevazione, troviamo in primo luogo il tema della plurinazionalità e solo dopo vengono le questioni su terra, agricoltura, acqua, etc. Questa modifica non è solo relativa all’ordine, ma esprime un cambio nel carattere politico della proposta; ricordiamo che la testimonianza di Blanca Chancosa pone enfasi sui conflitti terrieri come motivo della “azionale nazionale” e questo emerge anche dalle pubblicazioni della CONAIE intercorse tra la loro V Assemblea e l’inizio della sollevazione.

    Questo cambio nell’ordine delle richieste può prestarsi ad accuse di manipolazione degli obiettivi reali del movimento e della sollevazione. Tuttavia, osservando i documenti, i proclami e le pubblicazioni della CONAIE, come quelli sopramenzionati, che furono dibattuti e approvati da Assemblee e Congressi dell’organizzazione, la plurinazionalità si colloca come concetto che permette di rendere una categoria politica la realtà dei popoli indigeni nel panorama nazionale; così come la sollevazione superò di gran lunga la logica rivendicativa della lotta, sia per quanto riguarda i temi strutturali e circostanziali, sia per l’ampiezza sociale della mobilitazione, il mandato doveva essere aggiustato a questa nuova realtà creata dalla sollevazione.

    Il dialogo CONAIE-Governo iniziò il 6 giugno e continuò per diverse settimane, anche se le mobilitazioni e le altre azioni terminarono il 12 giugno.

    Per concludere, possiamo rilevare che la prima sollevazione indigena del 1990 non fu un unico avvenimento, ma varie azioni che si unirono in un processo globale; che la sollevazione sfuggì a qualsiasi previsione e si andò “costituendo” allo svolgersi degli eventi, ai comportamenti e alle reazioni dei suoi tre attori principali (movimento indigeno, governo nazionale, proprietari terrieri). Infine, che i discorsi, i documenti e le proposte diffusi dalla CONAIE durante la sollevazione non sono mai stati univoci, ma risultano essere pieni di tensioni, di compromessi, di rielaborazioni continue. Merita un discorso a parte la questione della denominazione “sollevazione dell’inti raymi”, dato che non la si ritrova in nessun documento o discorso dei dirigenti della CONAIE, né prima né durante i giorni della sollevazione. La prima volta che la si chiama così è nel titolo del libro di Moreno e Figueroa che analizza la prima sollevazione e che venne pubblicato nel 1992.

    Una prima versione di questo lavoro fa parte del libroAsí encendimos la mecha!Treinta años del levantamiento indígena en Ecuador: una historia permanentepubblicato da El Pueblo Kitu Kara, Universidad Andina Simón Bolívar, Landis Live e AbyaYala.

    Floresmilo Simbaña: ex dirigente della CONAIE, ex presidente della Comuna Tola Chica.

    Riferimenti:

    Federación de Estudiante Politécnicos del Ecuador FEPE. 1991. Levantamiento Indígena: Documentos y Testimonios CONAIE. FEPE-90-92. Guayaquil.

    Moreno Segundo y Figueroa José. 1992. El levantamiento indígena del inti raymi. AbyaYala. Quito-Ecuador.

    Diario El Comercio. 1990.

    Entrevista a Blanca Chancosa. 1 de agosto de 2018


    [1] Dirigente storica del movimento indigeno ecuadoriano, co-fondatrice dell’ECUARUNARI (Confederación de la Nacionalidad Kichwa del Ecuador, NdT) e della CONAIE. Attualmente, è Vicepresidente dell’ECUARUNARI.

    [2] Tutte le citazioni della dirigente Blanca Chancosa qui riportate sono tratte dall’intervista a lei realizzata il 1° agosto 2018.

    [3] Con il termine hacienda in spagnolo si fa riferimento a una grande proprietà terriera, un feudo o latifondo [NdT].

    [4] Frente Unitario de Trabajadores [NdT].

    [5] Confederación Ecuatoriana de Organizaciones Clasistas Unitarias de Trabajadores [NdT].

    [6] Federación de Estudiantes Politécnicos del Ecuador [NdT].

    [7] https://www.yachana.org/earchivo/conaie/16puntos.php.

  • BrequeDosAPPs. Sciopero dei riders in Brasile

    BrequeDosAPPs. Sciopero dei riders in Brasile
    Protesta dei riders delle piattaforme a Belo Horizonte, Brasile, 2020 (A voz rouca)

    Di Alessandro Peregalli

    Da Into the Black Box

    Questo primo luglio in tutto il Brasile è stato realizzato un grande sciopero contro le imprese di delivery. L’iniziativa, nata a San Paolo ma cresciuta in tutte le grandi città e aree metropolitane del paese, e gestita da gruppi di lavoratori in maniera totalmente auto-organizzata, ha avuto una diffusione enormemente maggiore rispetto alle proteste realizzate nel settore negli ultimi anni, e sta mettendo in luce, in una situazione che per il Brasile è totalmente drammatica per via della pandemia, della crisi economica e dell’infame disuguaglianza sociale, il ruolo sempre più centrale dei lavoratori del delivery e della logistica urbana in generale per mantenere in vita importanti settori economici.

    In una situazione di questo tipo, le imprese di delivery hanno speculato sull’aumento della disoccupazione aumentando il numero di rider e abbassando ulteriormente i già magri introiti delle corse, incentivando ancor più di prima un clima concorrenziale tra lavoratori, e aumentando i rischi di incidente e di contagio di Coronavirus. Un gruppo di ricerca dell’Universidade Estadual de Campinas – Unicamp, dell’Universidade de São Paulo e di quella di Pernambuco ha segnalato che durante la pandemia la situazione di lavoro dei rider è in effetti enormemente peggiorata: il 25% dei 300 lavoratori intervistati hanno avuto un crollo del proprio reddito e il 56,7% sta lavorando più di nove ore al giorno, per sei o sette giorni alla settimana, per poter garantire la sopravvivenza basica a se stesso e alla propria famiglia. Oltretutto, più del 60% dei lavoratori denuncia il fatto che le imprese di delivery non hanno fornito i dispositivi di protezione minimi necessari per fronteggiare il rischio contagio: mascherine, guanti, alcool in gel.

    Questo mercoledì, in concomitanza con lo sciopero, ci sono state anche manifestazioni di piazza, con centinaia e in certi casi parecchie migliaia di partecipanti, in moto o bicicletta. Le APP sono state bloccate a lungo per mancanza di personale, molte consegne sono arrivate in ritardo, e paradossalmente anche i crumiri che hanno approfittato dei bonus ad hoc proposto dalle imprese non sono riusciti a fare tutti gli introiti sperati per il parziale collasso del sistema. A San Paolo, dove c’è stata l’adesione maggiore, per lo meno di piazza, ci sono stati anche blocchi nei principali nodi di distribuzione (centri commerciali, ristoranti e supermercati) per impedire l’attività di delivery dei lavoratori che non hanno scioperato. Non sono mancate nemmeno le campagne di sensibilizzazione dei consumatori, con inviti a non comprare online durante la giornata, a valutare al minimo la qualità delle imprese e a diffondere e solidarizzare con i lavoratori.

    Nel frattempo, mentre l’impresa IFood fa sapere che molte delle rivendicazioni sono “giuste” ma senza fare promesse concrete, circolano già date per un nuovo possibile scipero nella seconda settimana di luglio.


    Qui di seguito il volantino di lancio dell’iniziativa, tradotto in italiano, e alcuni video creati dal movimento.

    SCIOPERO DELLE APP 1 LUGLIO

    Questo è un movimento di rider, di tutte le APP, di tutte le città e le periferie del Paese. E’ di chiunque si organizzi nel proprio spazio con i propri compagni, senza leader, per migliori condizioni per tutta la classe.

    La pandemia ha mostrato  tutti come il nostro lavoro di rider è essenziale. Se il Brasile non è collassato è perché oggi sta andando su due ruote. Ma corriamo molti rischi, stiamo ricevendo poco e tutti i giorni le APP violano i nostri diritti. Noi non vogliamo essere chiamati eroi, vogliamo solo che il nostro lavoro sia valorizzato.

    Video di lancio e diffusione della dello sciopero by Treta no Trampo

    RIVENDICAZIONI

    1. AUMENTO DEL VALORE DELLE CORSE E DELLE CONSEGNE

    Con la pandemia e la disoccupazione, le APP stanno guadagnando come non mai. Invece di distribuire i profitti per chi sta nella linea del fronte, correndo rischi di incidente e di contrarre il Covid, loro ci hanno abbassato ulteriormente i ricavi delle consegne. Abbiamo bisogno di un valore per km percorso e per consegna effettuata che sia sufficiente per sopravvivere

    2. AUMENTO DEL VALORE MINIMO PER CONSEGNA

    Ci sono giornate in cui finiamo per pagare per lavorare. Passiamo ore per strada, aspettando di ricevere un ordine di consegna della APP. Se non abbiamo un introito minimo che compensi di accendere la moto o salire sulla bici non possiamo lavorare.

    3. FINE DELLE DISCONNESSIONI INGIUSTIFICATE

    Le APP usano qualunque scusa per bloccare e sconnettere – a volte, lo fanno proprio dal nulla. Stop ai licenziamenti e alle sconnessioni senza giusta causa! E pretendiamo che tutte e tutti coloro che sono stati disconnessi siano reintegrati.

    4. ASSICURAZIONI PER FURTO, INCIDENTE E SULLA VITA

    Vari colleghe e colleghi hanno perso la vita o sono rimasti infortunati o invalidi, impossibilitati a lavorare e sostenere le loro famiglie. Fino a che la APP è attiva, noi stiamo lavorando per l’impresa, e le APP devono farsi carico della nostra sicurezza nel caso di incidente.

    5. FINE DEL SISTEMA A PUNTI

    Con il sistema a punti di Rappi, siamo obbligati a lavorare nel weekend per poter fare punti sufficienti per lavorare nel resto della settimana. Dobbiamo poter scegliere quando attivare la APP e lavorare!

    6. SUSSIDIO PANDEMIA (DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE E LICENZE)

    Durante la pandemia, stiamo per strada a esporci al Coronavirus, ma abbiamo bisogno di sicurezza per lavorare. Le APP devono pagarci e fornirci i dispositivi di protezione, e nel caso in cui qualcuna o qualcuno di noi contragga il Covid-19 devono pagarci un sussidio per malattia per stare a casa.

    Video dalla manifestazione a Belo Horizonte by Poemicos e Boladoman

    Fotogallery di A Voz Rouca BH della manifestazione di Belo Horizonte

  • Radio Popolare: aggiornamento su Ayotzinapa e violenza in Messico

    Radio Popolare: aggiornamento su Ayotzinapa e violenza in Messico

    Intervista radiofonica di Andrea Cegna a Fabrizio Lorusso, ricercatore e giornalista freelance in Messico, durante il programma di Radio Popolare A casa con voi


    A 69 mesi dalla sparizione forzata di 43 studenti della scuola rurale di Ayotzinapa nella città di Iguala, stato messicano del Guerrero, l’intervista fa il punto della situazione: il procuratore generale messicano, Alejandro Gertz Manero, ha dichiarato la fine della “verità storica”, cioè della versione adulterata dei fatti costruita dall’ex procuratore Murillo Karam mediante torture contro alcuni indiziati e arbitrarietà di ogni tipo tra il 2014 e il 2015. Gertz ha chiesto 46 ordini di arresto per funzionari pubblici del Guerrero e per Tomás Zerón, braccio destro di Murillo Karam, ex direttore dell’Agenzia per le Investigazioni Criminali e artefice sul campo delle macchinazioni degli inquirenti e della manipolazione diretta delle prove. Gertz ha anche dichiarato che sono stati inviati all’Università di Innsbruck, già coadiuvante del governo messicano in passato, dei nuovi resti ossei che potrebbero servire come prova d’identificazione degli studenti.

    Gli ordini spiccati dal procuratore, per la prima volta, sono per i reati di sparizione forzata e delinquenza organizzata, non più per sequestro di persona come in precedenza. Restano ancora dubbi importanti: arriveremo a conoscere il coinvolgimento e i crimini dell’esercito nella notte del 26-27 settembre del 2014? Sarà investigato anche l’ex procuratore generale? Molte risorse sono state investite per il caso Ayotzinapa, a partire dalla campagna elettorale e dai primi giorni del governo del presidente López Obrador, ma le famiglie dei ragazzi e la società restano dubbiosi sulle possibilità reali di arrivare fino in fondo, di toccare i più alti funzionari della passata amministrazione, compreso l’ex presidente Peña Nieto, e di ritrovare, vivi o morti, i 43 studenti di Ayotzinapa, oltre alla verità e alla giustizia per gli altri 61mila desaparecidos del Messico. La seconda parte dell’intervista versa sulla situazione di violenza e i conflitti armati regionali che predominano in Messico e nello stato del Guanajuato, al numero uno per omicidi dolosi negli ultimi due anni, malgrado le promesse e le attese generate dall’amministrazione di AMLO, in carica dal dicembre del 2018.

    Picchetto e tendone permanente per i 43 studenti a Iguala, Messico, 2017 (Fabrizio Lorusso)

  • “La Via” di Federico Larsen: un podcast in spagnolo sull’Italia

    “La Via” di  Federico Larsen: un podcast in spagnolo sull’Italia

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    “La Via” è un podcast quindicinale curato dal giornalista argentino Federico Larsen che s’immerge nella cultura italiana con uno sguardo critico e attento alle tematiche politiche e sociali. Ogni due martedí vi proponiamo una passeggiata radiofonica in sua compagnia.


    I contributi originali e i percorsi critici proposti da Federico Larsen sono caratterizzati da una profonditá d’analisi e di ricerca che si mescola a uno stile diretto e accattivante che rendeno l’ascolto un’esperienza leggera e stimolante. Le parole sono ricercate con cura e la musica e le voci fuori campo creano un’atmosfera che coinvolge e valorizza i contenuti. A chi se le fosse perse proponiamo in calce le prime quattro puntate della serie, dedicate rispettivamente all’espansione del Covid-19 nella penisola, al leader della Lega Matteo Salvini, alla storia di Bella Ciao e alle radici e conseguenze storiche di una relazione morbosa: quella tra l’Italia e il cibo. Buon ascolto!

    Via Cucina Italiana

    Sin duda la gastronomía es uno de los sellos más importantes y famosos de Italia. No hay estereotipo de italiano que no incluya una mesa, un plato, o cualquier elemento relacionado con la cocina. No nos vamos a dedicar a hacer un recetario o a alimentar aún más ese estereotipo. Por el contrario, en este episodio nos proponemos entender el porqué de esa relación tan simbiótica del pueblo italiano con la cocina, buscar sus raíces y consecuencias históricas, políticas. Y nos vamos a preguntar, ¿ser la tierra de la buona cucina, es siempre positivo?

    Via Bella Ciao

    Una balada de inmigrantes judíos en Nueva York. Un canto de las trabajadoras de las arroceras del norte de Italia. Un himno de la resistencia contra el fascismo en la Segunda Guerra Mundial. ¿De donde viene Bella Ciao? Hace algunos años la serie La Casa de Papel la difundió en todo el mundo per, aún con buenas intenciones, jamás logró reflejar su raíz plebeya y rebelde. La reconstruimos acá.

    Via Salvini

    La derecha extrema, soberanista, racista, populista o como se la quiera llamar, creció en todo el mundo en la última década. Son un ejemplo Jair Bolsonaro, Donald Trump, Marine Le Pen en Francia, Vox en España. La expresión italiana de este movimiento se llama La Lega, y su líder carismático Matteo Salvini. Y hoy, es uno de los hombres más poderosos de Europa.

    Via Coronavirus

    Italia conoce muy bien de epidemias. De hecho fueron los venecianos quienes por primera vez impusieron un sistema de cuarentena. Fue en 1377 para protegerse de la peste negra que podían traer los barcos que llegaban a su puerto desde los Balcanes. Giovanni Boccaccio, uno de los más importantes escritores florentinos se inspiró en el brote de peste que asoló su ciudad en el siglo XIV para escribir el Decameron, su obra maestra. La de 2020 es la primera pandemia de la era de internet, pero ciertas cosas, aún, no han cambiado.

  • Videocolumna Trotamundos Político: violencias en Guanajuato

    Videocolumna Trotamundos Político: violencias en Guanajuato

    “El control de la población a través del terror es uno de los objetivos del incremento de la violencia”. Fabrizio Lorusso reflexiona sobre factores estructurales y coyunturales de este fenómeno en Guanajuato


    “Il controllo della popolazione mediante il terrore è uno degli obiettivi dell’incremento delal violenza”. Fabrizio Lorusso riflette sui fattori strutturali e congiunturali di queste fenomeno nel Guanajuato, Messico

    Di Fabrizio Lorusso

    Da Desinformémonos

    [Secondo cifre ufficiali in Messico ci sono oltre 60.000 persone scomparse in un contesto di violenza e conflitti armati territoriali che comunemente si conoscono con l’espressione “guerra al narcotraffico” ma che in realtà nascondono politiche di militarizzazione della sicurezza pubblica, lotte per risorse e business legali ed illegali, la paramilitarizzazione del crimine organizzato e la decomposizione del tessuto sociale in un contesto di globalizzazione neoliberale]

    Lo stato di Guanajuato, Messico, sta vivendo un’ondata di violenza senza precedenti. Da tre anni è in testa alle statistiche degli omicidi e dei femminicidi intenzionali nel paese. Esistono cause strutturali della violenza che stiamo vivendo, come la militarizzazione della sicurezza pubblica, l’impunità garantita e le crescenti disuguaglianze economiche e sociali. Ma ci sono anche cause congiunturali che spiegano i picchi di violenza e i massacri, che si ripetono quasi ogni fine settimana.

    In effetti, ci sono dinamiche tipiche di un conflitto armato interno che sono mantenute da gruppi criminali, bande che agiscono in stile paramilitare e settori collusi della forza pubblica. È in atto una feroce lotta per risorse, territori, piazze, attività legali e illegali. Il furto di carburante e il traffico di droga rappresentano solo la punta di un iceberg perché si tratta in realtà di stabilire il controllo della popolazione attraverso il terrore, come abbiamo visto più volte a Celaya, ma anche in tutto il corridoio industriale e gli hub logisitici.

    In questo contesto, la scomparsa di persone a Guanajuato aumenta ininterrottamente, ci sono già migliaia di casi e ci sono più di cento le fosse clandestine trovate nell’ultimo decennio. Tradizionalmente nel loro discorso le autorità hanno cercato di nascondere questa terribile situazione.

    E se è ormai impossibile negare gli omicidi o la presenza di organizzazioni criminali locali che sono cresciute impunemente, ancora fino a pochi mesi fa il fenomeno delle sparizioni veniva esplicitamente negato. La procura sostiene che non ci siano tombe clandestine nello stato e non s’è fermata l’ondata di disprezzo ufficiale verso le famiglie che cercano i desaparecidos. Nascondersi, negare o camuffare questa realtà è il contrario di riconoscere, affrontare e avanzare, che è ciò di cui Guanajuato ha più bisogno.

    Texto en español

    El estado de Guanajuato está viviendo una ola de violencia sin precedentes. Desde hace tres años encabeza las estadísticas de homicidios dolosos y feminicidios en el país. Hay causas estructurales de las violencias que vivimos, como por ejemplo la militarización de la seguridad pública, la impunidad garantizada y las crecientes desigualdades económicas y sociales. Pero igual hay causas coyunturales que explican los repuntes y las masacres, que se repiten casi cada fin semana. En efecto hay dinámicas típicas de un conflicto armado interno que mantienen grupos criminales, bandas que actúan al estilo paramilitar, y también sectores coludidos de la fuerza pública.

    Está en curso una lucha encarnizada por los recursos, los territorios, las plazas, los negocios legales e ilegales. El robo de combustible y el narcotráfico sólo representan la punta de un iceberg porque en realidad se trata de establecer el control de la población a través del terror, como hemos visto repetidamente en Celaya, pero también en todo el corredor industrial y puerto interior. En este contexto, aumenta sin parar la desaparición de personas en Guanajuato, ya son miles de casos, y se cuentan más de cien las fosas clandestinas en la última década. Tradicionalmente en su discurso las autoridades han tratado de ocultar esta terrible situación.

    Y si ya es imposible negar los homicidios o la presencia de organizaciones criminales locales que han crecido en la impunidad, todavía hace muy poco se negaba explícitamente el fenómeno de las desapariciones. La fiscalía sostiene que no hay fosas clandestinas en el estado, y no ha parado el ninguneo oficial hacia las familias en búsqueda. Esconder, negar o camuflar se contrapone a reconocer, afrontar y avanzar, que es lo que sí necesita Guanajuato.


  • Unas preguntas para aspirantes a ser titulares de la Comisión de Búsqueda de Guanajuato

    Unas preguntas para aspirantes a ser titulares de la Comisión de Búsqueda de Guanajuato
    Buscando a las y los desaparecidos, León, México, 2020 (Fabrizio Lorusso)

    De Fabrizio Lorusso

    Desde Desinformémonos y Zona Docs

    Este artículo representa un ejercicio no exhaustivo ni limitativo, realizado a título personal, con el fin de enumerar las preguntas sobre las cuales, a mi parecer, es importante establecer un dialogo con el o la próxima titular de la Comisión Estatal de Búsqueda de Personas Desaparecidas en Guanajuato, misma que va a empezar sus labores ya en próximo mes de julio. Justo en estos días se está desarrollando un proceso de selección de candidaturas, con la presentación de planes de trabajo, perfiles y, el 23 de junio, con el desahogo de la fase de entrevistas. Cada etapa está siendo monitoreada por ciudadanos y ciudadanas, observatorios (como el Observatorio de Designaciones y el Observatorio Ciudadano de Derechos de las Víctimas) y organizaciones nacionales en términos de formas, legitimidad, transparencia, participación ciudadana, acceso a la información, publicidad y rendición de cuentas, entre otros criterios. Igualmente el 15 de junio pasado fue enviada una carta a la Secretaría de Gobierno sobre los aspectos que sería deseable subsanar durante este incipiente proceso para apostarle a las mejores prácticas sobre designaciones.

    La batería de preguntas es un arranque de reflexión y nace de una serie de inquietudes personales y sociales sobre la problemática tan compleja y desgarradora de las desapariciones en el país y especialmente en Guanajuato, un estado en que habían sido invisibilizadas hasta hace muy poco. La idea es hablar públicamente de algunos temas que vivimos en la entidad respecto de la violencia, de la desaparición de personas, de su búsqueda necesaria, de la organización social al respecto, de las víctimas directas, indirectas y potenciales, así como de las respuestas políticas e institucionales que se han dado o, en muchos casos, no se han dado. En fin, aquí los temas “de agenda” sobre los que me gustaría conocer el punto de vista, la experiencia y la vivencia de el o la futura comisionada, más allá de la letra de un currículum.


    Sobre movimiento de víctimas y colectivos

    ¿Qué conoce y qué opina del movimiento de víctimas y de familiares de desaparecidos en México?

    ¿Cuáles son los colectivos o grupos de familiares de personas desaparecidas en Guanajuato y cuáles han sido sus trayectorias y exigencias, histórica y actualmente? ¿Ha tenido o tiene contacto o colaboración con ellos y de qué tipo?

    ¿De qué manera, precisamente, su plan de trabajo incorpora la experiencia, sugerencias y consideraciones de interlocutores como: familiares de personas desaparecidas; colectivos de víctimas indirectas de la desaparición y de personas solidarias; organizaciones de la sociedad civil; expertos/as en la materia; organizaciones nacionales e internacionales, que hayan estado presentes y activos en el contexto guanajuatense?

    ¿Qué mecanismos de coordinación con familias, colectivos, personas expertas de toda la entidad sugiere implementar y de qué forma se relacionará con las víctimas, más allá del Consejo Ciudadano?

    ¿Cómo, cuándo y con qué agenda convocará a familiares de personas desaparecidas y a los otros interlocutores relevantes? ¿Qué tipos y niveles de participación ofrecerá a los distintos colectivos o familias participativas de la entidad?


    Búsquedas

    ¿De qué instrumentos y atribuciones particulares echará mano para la búsqueda en vida y en campo de mujeres?

    ¿Cuáles son las medidas más importantes que piensa realizar ante las desapariciones de niñas, niños y adolescentes en los primeros 100 días?

    ¿Qué planes considera para las personas en situación de calle y cómo visualiza esta situación en Guanajuato?

    Ya que de esto podría depender, en parte, el presupuesto asignado, ¿cómo, con qué factores y elementos, va a estimar o calcular el volumen de trabajo que en su calidad de comisionado/a va a tener en términos de búsqueda y de todas las atribuciones de la Comisión Estatal en el primer año?

    ¿Cuáles tipologías de búsqueda visualiza que son las más frecuentes, realizadas, en la entidad y cuáles las que hay que reforzar?

    ¿Con que herramientas técnicas, institucionales, humanas y de conocimiento se podrán implementar para dar atención inmediata al problema?

    ¿Qué herramientas de comunicación y difusión prevé construir y en cuánto tiempo para la búsqueda inmediata y para la búsqueda de “vieja data” y para la “búsqueda de familia”?

    ¿En qué momentos, procesos y con qué modalidades prevé la inclusión de las familias en las acciones de búsqueda? ¿Ha tenido experiencias concretas al respecto? De ser así, ¿qué desafíos ha identificado?


    Atención psicosocial y familias desplazadas

    ¿Puede explicar qué representan e implican las palabras “buscar” y “encontrar” para muchos familiares de una persona desaparecida?

    ¿Qué proyectos culturales conoce en el estado o en México de apoyo a las familias?

    ¿Qué implicaciones psicosociales conlleva, qué atenciones necesitan o qué precauciones considera conveniente adoptar para con las familias dentro de procesos de búsqueda de cuerpos en fosas, sitios de otro tipo y Semefos, y dentro de procesos de exhumación?

    ¿Cómo es y qué implica, desde su experiencia de trabajo con víctimas de la desaparición, la experiencia del duelo vivenciada especialmente por las y los familiares de personas desaparecidas?

    ¿De qué manera concreta, desde la Comisión, estará facilitando y ampliando el acceso de todas las víctimas a las medidas de atención previstas como derechos de Ley?

    ¿Cómo consideraría, trataría y apoyaría la búsqueda y la atención a personas desplazadas desde otras entidades, residentes en Guanajuato, y de casos de guanajuatenses con seres queridos desaparecidos en otros estados?

    ¿Qué significan para usted la memoria, la verdad y la justicia?


    Ley de Guanajuato

    ¿Qué opina sobre la eliminación de la categoría de “persona no localizada” en la Ley de Búsqueda de Guanajuato y del debate general sobre esta cuestión?

    ¿De qué manera entiende el concepto de “fosa clandestina” y cuáles consecuencias puede tener cada definición que se dará de este? ¿Qué nos puede decir de esta problemática en la entidad?

    ¿Va a dar la batalla para la creación de un Fondo de Búsqueda específico, manejado por la Comisión? ¿Por qué y de qué forma?

    Con base en la Ley local y la General, ¿qué tipos de actividades van a realizar de la mano de los Municipios?

    ¿Cómo ve posible ampliar con medidas concretas la cooperación, muy relevante, con este nivel de gobierno?

    ¿Cómo y cuándo prevé implementar y cómo deben funcionar las células o grupos de búsqueda a nivel municipal?

    ¿Cómo concibe, qué problemas y retos tienen, y que propuestas plantea en Guanajuato sobre los Registros estatales de Fosas Comunes y Clandestinas, el de Personas Desaparecidas y el de Personas Fallecidas No Identificadas?


    La desaparición en Guanajuato y en México

    ¿Cuál ha sido y cuál es actualmente el tamaño o la situación de la problemática de la desaparición en la entidad?

    ¿Cuáles son, cómo y en dónde más han actuado los principales grupos criminales en la entidad?

    ¿Cuáles son sus principales objetivos y modus operandi en Guanajuato? ¿Y en el Bajío?

    ¿Cuál es su “análisis de contexto” actual para Guanajuato, sus regiones, y los estados fronterizos?

    ¿Cuáles son los distintos patrones de la desaparición de personas en los municipios y conjuntos territoriales subregionales de Guanajuato?

    ¿Qué elementos o patrones diferenciales detecta en las zonas fronterizas con otras entidades, siendo Guanajuato un estado “mediterráneo”?

    ¿Qué casos ha podido conocer o acompañar en Guanajuato u otras partes del país que relacionen otros delitos o violaciones graves a derechos humanos como la trata de personas, la extorsión, la tortura, la ejecución extrajudicial, la sustracción de menores o el secuestro con las desapariciones? ¿Cómo los manejaría en términos de búsqueda, difusión de información y alertas, y demás acciones a su disposición?

    Como ejemplos concretos, ¿cuáles casos conoce o ha acompañado al respecto?

    ¿Qué piensa de la militarización de la seguridad pública y de su relación con las desapariciones?

    ¿Cómo ha sido, cómo funciona y funcionaba, la desaparición forzada en México y en Guanajuato?


    Fiscalía y otras instituciones

    ¿Cómo juzga el funcionamiento de los Servicios Médicos Forenses en la entidad y la relación de estas instituciones con las familias de personas desaparecidas?

    En el tema de la desaparición de persona y la investigación, ¿cuáles son las principales “áreas de oportunidad” para la FGE, las fiscalías regionales y la fiscalía especializada?

    ¿Cómo considera el Protocolo Homologado de Investigación para el delito de desaparición de FGR de 2019?

    ¿Cómo debe de ser la relación entre la fiscalía y la comisión de búsqueda en su opinión?

    ¿Cuál ha sido su experiencia de trabajo o colaboración con la Comisión Nacional de Búsqueda, su personal y su titular actual? ¿Y con otras comisiones estatales?

    ¿Cuál es su balance, los límites y los alcances, del proyecto de protocolo homologado de búsqueda que está elaborando la Comisión Nacional de Búsqueda?

    ¿Cómo concibe la relación entre búsqueda e investigación en Guanajuato, particularmente a la luz de la eliminación de la categoría de persona no localizada en la legislación local?

    ¿Cuál prevé va a ser la dinámica de trabajo de la Comisión de Búsqueda con la Comisión Estatal de Atención a Víctimas y cómo pueden potenciarse recíprocamente sus funciones?

    ¿Cómo describiría y quisiera que fuera la relación y el trabajo con el Consejo Ciudadano?


    Finalmente, es importante quedar atentos a lo que sucederá con este cargo tan trascedente para la sociedad y las personas desaparecidas, así como a lo que viene, en este 2020 de “nuevas normalidades”, en el tema de la Comisión Estatal de Atención a Víctimas y de los Consejos Ciudadanos de las comisiones de búsqueda y de víctimas estatales, por lo que se podrá seguir ampliando este listado con dudas y comentarios para el debate.