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Xul Solar – Video dei suoi dipinti – Vanguardia e Fantasia

A me piace tantissimo, lo sto scoprendo solo ora (a quasi cinquant’anni dalla morte!) e quindi va con urgenza anche su questo blog. Un video per cominciare. E un link al museo Xul Solar di Buenos Aires (QUI). Nome vero Oscar Alejandro Agustín Schulz Solari (1887-1963), da cui nasce il suo nome d’arte Xul Solar. Di padre tedesco e madre italiana. Ha viaggiato in oriente e in Europa, e anche in Italia (siamo ancora in Europa?).

Una nota in spagnolo dal blog Aquileana: Xul Solar fue uno de los pintores argentinos más importantes del siglo XX. Nacido en 1887, como Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari; en 1912 inicia un viaje a Oriente, que lo lleva imprevistamente a Europa; es allí donde empieza a firmar sus cuadros como Xul Solar, conoce a Paul Klee, a Emilio Pettoruti. Expone en muchas ciudades europeas, hasta que vuelve a Buenos Aires en 1924. Amigo de Jorge Luis Borges, por muchos años; comparten a Blake, a Swedenborg, la filosofía oriental, el budismo, intensos diálogos, hasta que una diferencia política, el peronismo, enfría su amistad a partir del ´46. Después de su muerte en 1963, Borges vuelve a recordar su admiración por Xul Solar en numerosas conferencias, reconociéndolo como hombre de genio y “uno de los acontecimientos más singulares de nuestra época”. Y añade el escritor: ”Sus pinturas son documentos del mundo ultraterreno, del mundo metafísico en que los dioses toman las formas de la imaginación que los sueña. La apasionada arquitectura, los colores felices, los muchos pormenores circunstanciales, los laberintos, los homúnculos y los ángeles inolvidablemente definen este arte delicado y monumental”. De sí mismo nos dice Xul Solar : “Soy campeón del mundo de un juego que nadie conoce todavía: el Panjuego; soy maestro de una escritura que nadie lee todavía; soy creador de una técnica, de una grafía musical que permitirá que el estudio de piano, sea posible en la tercera parte del tiempo que hoy lleva estudiarlo. Soy director de un teatro que todavía no funciona. Soy el creador de un idioma universal: la Panlengua, sobre bases numéricas y astrológicas, que contribuirá a que los pueblos se conozcan mejor. Soy creador de doce técnicas pictóricas, algunas de índole surrealista y otras que llevan al lienzo el mundo sensorio, emocional que produce la escucha de una audición musical.” Creador de una lengua para la América latina: el neocriollo con palabras, sílabas, raíces de las dos lenguas dominantes: el castellano y el portugués.

PIU’ INFO: http://www.taringa.net/posts/arte/14046919/Xul-Solar_-un-artista-visionario_.html

Bio crono: http://www.xulsolar.org.ar/2010/cronologia-e.html

Borges su di lui: http://www.temakel.com/confborgesxul.htm

…e l’immancabile…

 http://es.wikipedia.org/wiki/Xul_Solar

Crisi politica o golpe in Paraguay? Le chiavi di lettura

Lo scorso 22 giugno una decisione fast track del senato del Paraguay, adottata dopo solo 5 ore di discussione in aula con 39 voti favorevoli, 4 contrari e 2 astenuti, ha sancito la destituzione immediata del presidente Fernando Lugo, ex prete cattolico progressista in carica dal 2008. Il suo mandato sarebbe terminato tra meno di un anno dato che le prossime elezioni nel paese sudamericano sono fissate per l’aprile 2013. L’articolo 225 della Carta Magna dice che la camera dei deputati può proporre al senato di emettere un “giudizio politico” sull’operato del presidente della Repubblica decretando così la sua rimozione dall’incarico senza appelli né possibilità di difesa in aula.

Secondo il parlamento Lugo sarebbe colpevole di un “cattivo esercizio delle sue funzioni”, in particolare per aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica in una base militare nel 2009, per aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a cittadini brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto, aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e per la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento.

Ma l’accusa determinante riguarda l’occupazione di alcune terre site a 400 km a nordest dalla capitale Asunción, appartenenti a Blas Riquelme, ex senatore dell’opposizione, da parte di alcuni gruppi di contadini senza terra che ne rivendicavano il possesso. Sono numerosi i conflitti rurali di questo tipo determinati dall’insicurezza giuridica ereditata dalla dittatura e dall’inefficienza statale nella risoluzione del problema.

I tentativi di sgombero e gli scontri con la polizia del 15 giugno hanno fatto 17 morti, 11 occupanti e 6 poliziotti. Lugo ha subito istituito una commissione d’inchiesta e ha rimosso il capo della polizia e il ministro degli interni del Plra, il Partido Liberal Radical Autentico,  sostituendolo con un esponente dell’opposizione per accattivarsi il consenso dei membri dell’opposizione del Partido Colorado. Questo partito, l’unico legale durante la cruenta dittatura di Alfredo Stroessner (1954-1989), è stato al potere per 61 anni, fino al 2008, e ha votato insieme alla maggioranza per rimuovere il presidente.

A Lugo è quindi subentrato il suo vice, Federico Franco, anche lui esponente del Partido Liberal Radical Autentico, la formazione che aveva permesso a Lugo di vincere le elezioni quattro anni fa, ma che s’è progressivamente svincolato dal suo programma di riforme sociali per l’universalizzazione del welfare, la redistribuzione della ricchezza e la limitazione della presenza militare statunitense sul territorio. La coalizione di Lugo era formata dai liberali, da alcuni partiti di sinistra e dai movimenti sociali che vedevano in questo sacerdote “scomodo” per il Vaticano e amato dalla gente un outsider capace di garantire una speranza di cambiamento dopo decenni d’immobilismo. In particolare la riforma agraria era percepita come uno degli assi portanti in un paese poco industrializzato poco popoloso (6,4 milioni di abitanti), privo di sbocchi marittimi, con il 40% degli abitanti sotto la linea della povertà e l’80% delle terre coltivabili in mano al 2% della popolazione.

L’inesperienza e l’accondiscendenza conciliatoria di Lugo con l’opposizione, gli scandali legati ai suoi figli concepiti quando era ancora prete, la debolezza fisica causata dalla sua battaglia contro il cancro, così come la resistenza dell’élite politico-imprenditoriale paraguayana, poco avvezza alla democrazia e al cambiamento, hanno frustrato le alte aspettative dei settori sociali che lo sostenevano. Lo stesso Franco, ostile al corteggiamento del presidente ai rivali Colorados, aveva provato senza successo in più occasioni a spingere le camere ad usare l’arma del giudizio politico contro Lugo.

Il sistema paraguayano non è parlamentare ma presidenziale, come quello di tutti i paesi dell’America Latina e degli Stati Uniti. Dunque non è comune né facile che il presidente, capo di stato e di governo, venga destituito dal parlamento o sia coinvolto in un impeachment. In questo caso, secondo lo stesso Lugo, «c’è una classe politica di partiti tradizionali che sfiorano l’irrazionalità», avendolo giudicato e defenestrato in meno di 24 ore. In realtà hanno voluto blindare le elezioni dell’anno prossimo da possibili sorprese per evitare altri outsider.
Non si tratta di una semplice “sfiducia”, ma di una procedura straordinaria molto più drastica che analisti e politici della regione assimilano a un golpe o una sospensione della democrazia dato che non sono previste forme di difesa per l’accusato e il “giudizio politico” può prestarsi a interpretazioni strumentali.

Sebbene il presidente abbia accettato la decisione delle camere, ha presentato comunque un ricorso contro la sua destituzione alla Corte Suprema, che s’è espressa negativamente. Ha rinunciato alla sua partecipazione, annunciata nei giorni scorsi, al vertice del 28 giugno del Mercato Comune del Sud (Mercosur, formato da Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e dagli associati Cile, Colombia, Ecuador, Venezuela, Perù e Bolivia), ma ha chiesto una «presa di posizione sulla rottura della democrazia» in Paraguay. Il paese è stato temporaneamente sospeso da questo meccanismo d’integrazione regionale in quanto non si sarebbe rispettata la “clausola democratica” imposta ai membri, dunque il nuovo presidente Franco non è stato invitato al vertice.

Da sabato scorso migliaia di manifestanti scendono per le strade della capitale Asunción mentre una parte della comunità internazionale, in particolare alcuni paesi dell’Unasur (Unión Naciones Sudamericanas) come il Venezuela, l’Argentina e il Brasile, parla di un vero e proprio «colpo di stato del parlamento», come lo ha definito il segretario dell’Unione, Alì Rodríguez, che chiede la celebrazione «del dovuto processo legale».

Otto governi latino americani (Cuba, Venezuela, Honduras, Repubblica Dominicana, El Salvador, Perù e Nicaragua) non hanno riconosciuto il nuovo presidente Franco, mentre la Spagna, la Germania e il Vaticano sono stati i primi a farlo. Di fatto la prima riunione del nuovo presidente è stata con il nunzio apostolico, Benedetto Ariotti, che ha definito il nuovo governo «una benedizione di Dio».

Lugo, forte dell’appoggio internazionale, accusa l’élite del paese, specialmente «i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo», di aver voluto la sua «defenestrazione», una «ferita profonda alla democrazia». Con i suoi ex ministri ha formato un governo ombra per «resistere fino a recuperare il comando, per diventare controllori e monitorare tutto quel che faranno i nuovi ministri».

Franco risponde inviando l’esercito a mantenere l’ordine nelle piazze occupate dai manifestanti «per scongiurare una guerra civile», ma promettendo di implementare la riforma agraria che contadini e imprenditori agricoli richiedono. La situazione è tesa ma pacifica al momento. In un eccesso retorico Franco ha voluto ricordare ad Argentina e Brasile la dipendenza energetica delle città di Buenos Aires e San Paolo dalle centrali idroelettriche condivise con il Paraguay lungo le rispettive frontiere: un monito per le posizioni critiche dei suoi vicini.

Il sostegno al governo di Franco si basa sul parlamento e sui due partiti principali, sull’influente clero cattolico paraguayano e sulla solidarietà degli imprenditori e dell’Unione degli Industriali il cui presidente, Eduardo Felippo, ne ha ribadito la legittimità.

Fernando Lugo, invece, conta sul sostegno di alcuni settori contadini pronti a mobilitarsi, sui partiti minori della sinistra e sull’attivismo dei paesi sudamericani che intendono sanzionare economicamente e politicamente il nuovo governo. La sua situazione è stata paragonata a quella di Mel Zelaya, presidente dell’Honduras cacciato dal suo paese nel 2009, anche se in quel caso vi fu un’azione militare, mentre ora si tratterebbe di una modalità soft, di un “neo-golpismo” più istituzionale e non violento rispetto al passato, come lo definisce l’opinionista argentino Juan Tokatlian citando come esepmio la ribellione fallita della polizia contro il presidente ecuadoriano Rafael Correa nel 2010. (Di Fabrizio Lorusso da Linkiesta.It)

Mondo – Mundo – Monde – World (foto del giorno)

Alejandro Xul Solar – Mundo (mi stabilisco sulla coda del serpente, l’America Latina)

Alejandro Xul Solar (Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari, 1887-1963) è uno dei rappresentanti più significatividell’avanguardia in America Latina. Nel 1912 si recò in Europa dove rimase fino al 1924, vivendo in Italia e Germania, e facendo frequenti viaggi a Londra e Parigi. Al suo ritorno, contribuì al rinnovamento estetico proposto dal gruppo di artisti denominatoMartin Fierro (1924-1927). Amico di Jorge Luis Borges, è illustratore di diversi suoi libri.
Di vasta cultura, i suoi interessi lo portarono allo studio dell’astrologia, della Kabbalah, dei I Ching, della filosofia, delle religioni e delle credenze dell’Antico Oriente, dell’India e anche dell’America pre-colombiana fino al mondo della teosofia e antroposofia, tra gli altri rami del sapere. E’ stato creatore del linguaggio pittorico denominato criollismo (rif. QUI).

La Patagonia Rebelde – Film Completo

Da non perdere questo film. E nemmeno… L’omonimo libro di Osvaldo Bayer tradotto in italiano da Alberto Prunetti: http://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=257

Recensione:

http://www.carmillaonline.com/archives/2010/01/003327.html

Con Patagonia Rebelde si intende definire l’ondata di scioperi e insurrezioni che si verificarono nel 1921 in Patagonia (Argentina). L’epicentro di queste manifestazioni fu il territorio di Santa Cruz, nel corso delle quali morirono più di mille lavoratori.

Film di Hector Oliveira, Argentina, su soggetto di Osvaldo Bayer col., 107 mm.

  • La pellicola ricorda il massacro, ad opera delle forze dell’ordine, dei sindacalisti e degli abitanti di Santa Cruz (Argentina). Il film fu censurato per ben due volte, prima che nel 1984 venisse definitivamente tolta la censura.

http://ita.anarchopedia.org/Patagonia_Rebelde_del_1921/1922

American PsychoBolche e il latino-americanismo

Per chi non conoscesse queste video-perle sociologiche e comiche, made in Argentina, sulla contrapposizione hippie – yuppies, fricchettoni – fashion, ribelli – inquadrati, in America Latina (e nel mondo), su come cambiano le persone da rivoluzionarie iscritte a Filosofia e Lettere a dandy proto-speculatori finanziari e, infine, sugli stereotipi del contestatario, studente, giovane, idealista e latinoamericanista vs l’uomo di successo, amante del lusso, col profilo da “liberal conservatore”, cercato da donna snob, bellissime e stupidissime, che non sanno chi sia Che Guevara e ridono della musica di Pablo Milanés e Silvio Rodríguez (noti cantautori cubani…). Imperdibile per gli amanti dell’America Latina. I video sono in spagnolo, ma valgono comunque la pena!

Quino: vignette critiche sull’educazione attuale dei bambini

Vignette critiche del disegnatore argentino Joaquín Salvador Lavado, noto come Quino, creatore di Mafalda, sull’educazione attuale (o meglio, dell’ultimo decennio e oltre…) dei bambini.

Dibujos críticos del argentino Quino, el creador de Mafalda, sobre la educación actual (y también de las últimas décadas…) de los niños.

GAMBE

CERVELLO

CONTATTO UMANO

CULTURA

IDEALI, MORALE, ONESTA’

IL PROSSIMO DA AMARE

DIO

E’ IMPORTANTE CHE FIN DA PICCOLO IMPARI BENE COME VA TUTTO

Il sito ufficiale di Quino QUI

Napoli, barrio latino

[Recensione di Fabrizio Lorusso del libro: Napoli, barrio latino. Migrazioni latinoamericane a Napoli di Maria Rossi, Edizioni Arcoiris, Salerno, 2011, Qui] Anni di ricerca e di studio sul campo si condensano in Napoli, barrio latino, un testo che apre uno scorcio doveroso, ormai urgente, sulla migrazione latinoamericana in Italia e, in particolare, nel napoletano. Sebbene le regioni maggiormente interessate dal fenomeno migratorio, dall’America Latina e dagli altri paesi, restino la Lombardia, il Lazio, il Piemonte, l’Emilia Romagna e il Veneto, anche la Campania, le Marche e la Sicilia mostrano, in termini assoluti e relativi, cioè in percentuale rispetto alla loro popolazione, un’importanza notevole e crescente della popolazione migrante. Questa non assume solo un significato a livello meramente numerico ma anche e soprattutto in termini economici, sociali e culturali. Maria Rossi ci offre una panoramica completa sulla migrazione e sui migranti, intesi come protagonisti dell’alterità e soggetti identitari e culturali in continua evoluzione che si devono destreggiare tra l’etnocentrismo discriminatorio della comunità ricevente e le spinte all’integrazione e all’appartenenza ad essa, oltre che a quella d’origine. La riformulazione costante dell’identità mista e della loro comunità di riferimento passa dal dialogo con la terra d’origine e con il nuovo insediamento, quindi l’Italia, quindi Napoli e il barrio latino.

A partire dai primi anni settanta, precisamente dal 1973, l’Italia ha sperimentato l’inversione dei flussi migratori diventando un paese che comincia a espellere meno persone di quante non ne riceva: tecnicamente si chiama “saldo migratorio positivo”. La portata di questa rivoluzione, che forse a molti oggi appare come un fatto in qualche modo scontato, si sarebbe compresa solo decenni dopo e rappresenta tuttora una “questione” decifrata muovendo da prospettive sghembe e parziali.

In Latino America le tradizionali mete dell’emigrazione italiana come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay e il Venezuela sono diventate espulsori di persone le quali, spesso facilitate dalla vicinanza culturale o dalle origini italiane, tentano il ritorno in Europa via Italia o via Spagna in attesa di una scelta definitiva. D’altro canto non sono questi i flussi che più hanno inciso sull’immigrazione latinoamericana in Italia e in Campania: le comunità più grandi sono, infatti, quelle provenienti dal Perù, dall’Ecuador, dal Brasile, dalla Repubblica Dominicana e dalla Colombia.

Dopo aver definito il quadro teorico e storico dei movimenti migratori e aver definito con precisione i termini della ricerca, quali il gruppo d’indagine e i suoi limiti geografici e temporali, il saggio di Maria Rossi si addentra nel cuore della Napoli delle mille identità. Esplora le interazioni dinamiche tra etnie e nazionalità diverse con l’analisi di tutti gli elementi necessari alla comprensione di quella parte d’umanità che dall’America Latina giunge fino ai nostri quartieri: le strategie d’identificazione, il sistema delle motivazioni, l’ambito della famiglia migrante che evolve al modello transnazionale, il mondo del lavoro con la prevalenza delle donne impiegate e degli “uomini che si arrangiano”, le aspirazioni e il futuro, l’idea del ritorno e il fascino dei progetti di vita nella nuova realtà abitata e vissuta in Italia.

Si aprono anche delle parentesi importanti sulle forme dell’associazionismo latinoamericano a Napoli, sul dislocamento e le forme di vita nei singoli quartieri “latini”, sulla religione e sui fenomeni linguistici. I processi di gerarchizzazione, creazione di status e “italianizzazione” del migrante si legano alla cambiante proporzione e contestualizzazione nell’uso dell’italiano e dello spagnolo (tra i migranti de habla hispana, di lingua materna spagnola) in un gioco dinamico di esclusioni e inclusioni dei membri della comunità più “integrati” rispetto agli altri. E’ più o meno quello che succedeva agli “italiani d’America”. NapoliLibro.JPGTendevano a non usare più la loro lingua materna in pubblico, distorcevano i loro cognomi (o se li vedevano cambiare dalla gente o da qualche burocrate) e, se volevano vantare un buon livello d’integrazione (reale o presunto) nella società locale, dovevano sfoggiare un inglese accettabile, anche di fronte ai propri connazionali. Non importava se questi potevano percepirlo come una forzatura o un atteggiamento un po’ snob. Avrebbero poi compreso perché risultava a volte proficuo nella società d’accoglienza bistrattare l’italiano alla stregua di un dialetto in disuso, un vecchio arnese da dimenticare dinnanzi all’idioma dominante.
Nel barrio latino si raccontano storie, testimonianze di vita e speranza, si raccolgono la fede e le tradizioni, il sincretismo e l’associazionismo vitale dei migranti latini che, come ci racconta una delle voci raccolte e riportate da Maria, “dal punto di vista culturale” non sono tanto diversi. “Il napoletano possiede un po’ della nostra cultura ed è questo che mi spinge a rimanere qui”. Una delle ricchezze del testo è l’aver integrato testimonianze che avvalorano passo a passo l’esperienza e la teoria, il vissuto e la scrittura in esso contenuti. Dagli spaccati di vita in emersione allo stesso linguaggio, con quello spagnolo (o portoghese nel caso dei brasiliani) intercalato nell’italiano che non è la lingua predominante della quotidianità, i racconti degli informanti ci proiettano nel cuore dei problemi.

“Un problema perché acá i documenti…stanno un sacco di ragazzi e ragazze senza documenti che ya son persona che tienen 10, 15 años acá. Hanno perso il documento per motivo che hanno perso il lavoro e la persona che le ha dato il lavoro molte volte le retira il lavoro e il documento non lo fanno più…però son personas che si arrangiano, vendono ropa, fanno pranzi, insomma guadagnano qualcosa. Io suppongo che debieran darle documenti…Perché pagano un affitto e non le possono dare il documento?”.

Un altro elemento d’interesse riguarda il trasferimento delle pratiche religiose del migrante e la sua integrazione nella città di accoglienza che, nel caso delle comunità latinoamericane a Napoli, è favorita dall’associazionismo e dalla relativa compatibilità con le espressioni della religiosità locale. Per esempio il culto al Señor de los milagros, una devozione popolare verso un Cristo particolarmente miracoloso e guaritore molto diffusa in Perù, ha trovato un luogo privilegiato nella Chiesa dei Sette Dolori a Napoli.

La spinta verso l’interculturalità, intesa come fase successiva al multiculturalismo, è una via per l’integrazione e il riconoscimento dei gruppi latinoamericani (e in generale di ogni comunità migrante) e costituisce una delle proposte concrete del saggio. Si auspica il superamento della perniciosa cappa d’indifferenza e frammentazione che, nella maggior parte dei casi, caratterizza la convivenza di etnie e culture diverse, soprattutto in un territorio già carico di criticità e tensioni pregresse. Vincere la paura dell’altro, apprezzare la diversità come patrimonio e non come minaccia, riuscire a “far parte di più culture senza tradire la propria” sono le sfide da raccogliere dentro e fuori dalle ristrette comunità di stranieri, dentro e fuori dai sistemi educativi e dalle istituzioni.

Maria Rossi è dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane e docente a contratto di Letterature Ispanoamericane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Courtesy of www.carmillaonline.com

Intervista su Haiti, il colera e Bill Clinton per Bucanero Radio Popolare Roma

Ascolta QUI il programma (su Haiti  dal minuto 14):

Il 27 ottobre muore Néstor Kirchner: l’ex Presidente argentino tra i protagonisti della rinascita latinoamericana. Cosa ha rappresentato la sua figura per il nuovo corso politico continentale e cosa può cambiare nel panorama nazionale internazionale? Ce lo racconta Gennaro Carotenuto.

Scarica il programma a questo LINK :

Fonte Audio: http://www.radiopopolareroma.it/node/3610

A 9 mesi dal terribile terremoto di Haiti e dalle tante promesse mediatiche internazionali siamo ancora in piena emergenza ed è sopraggiunta un’epidemia di colera. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso (31 ottobre 2010).

Aderisci all’iniziativa per Haiti: www.haitiemergency.org

Argentina. La morte del dittatore Massera

“Ma com’è possibile? Un notaio avrebbe quindi orchestrato tutto quest’imbroglio per prendersi l’eredità del fioraio?”, chiese. Ñanku anticipò Osvaldo: “Non ti devi stupire, casi come questi sono stati frequenti ai tempi del governo militare. Pensa che il dittatore Massera aveva creato una serie di società immobiliarie e finanziarie che gestivano i beni sequestrati ai desaparecidos. Queste società arrivarono a maneggiare beni per oltre 140 milioni di dollari”. “Diavolo!”, esclamò l’italiano. Il mapuche continuò “Prima arrivavano i gruppi d’azione dell’esercito, perquisivano i beni e sequestravano le persone. Poi a casa dei parenti dei sequestrati si presentava un giorno un notaio… minacciava i parenti rimasti, dicendo di andarsene via, sennò qualcuno sarebbe venuto ad ammazzare tutti. Sapevi che su uno dei terreni sequestrati illegalmente dall’ammiraglio Massera è stato costruito un quartiere? Sai che nome ha dato alle strade? Calle Onore, calle Patria, calle Onestà. Bei nomi, per un ladro e un assassino!”

(Da Il fioraio di Perón di Alberto Prunetti).

Riporto qui la mia traduzione di un articolo dello scrittore argentino Osvaldo Bayer sulla morte, avvenuta per infarto in ospedale l’8 novembre scorso, del genocida dittatore Emilio Eduardo Massera (artefice del colpo di stato contro Isabel Martínez in Perón il 24 marzo 1976 e integrante della prima Giunta dei Comandanti con Jorge Rafael Videla e Orlando Ramón Agosti, su cui potete leggere alcune note biografiche e le vicende legate ai processi contro di lui in questo articolo in spagnolo: http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-156578-2010-11-09.html. Massera è stato il responsabile del centro di detenzione e tortura che si stabilì per 7 anni nella ESMA, l’ex scuola meccanica delle forze armate argentine, ed è stato condannato all’ergastolo per omicidio, tortura, privazione della libertà e furto ma ha beneficiato dell’indulto concesso dal presidente Menem nel 1990 dopo solo 5 anni di reclusione. Nel resto della sua vita è riuscito a prendersi gioco dello stato e delle vittime allegando problemi di salute e sfuggendo all’incarcerazione per i crimini commessi che via via venivano scoperti e provati.

Osvaldo Bayer. Necrologio dell’ammiraglio genocida

Un personaggio così completo come il morto non lo ritroviamo in tutta la storia argentina. Completo nella sua totale decadenza morale, crudeltà, ambizione fuori da ogni limite. Ammiraglio della Marina Militare della Nazione. Massera, e basta.

Ha tradito, come tanti altri uomini in divisa nella nostra storia dal 1930, il suo giuramento prestato al momento di ricevere il grado di guardiamarina, in cui dichiarava di restare fedele alla Costituzione Nazionale. Ma, chiaro, di fronte a tanti altri esempi, da Uriburu nel ’30, si tratterrebbe quasi solo di un altro delitto argentino. Invece no, la ferocia della sua condotta si può sintetizzare in una sola parola: la ESMA (Scuola Superiore di Meccanica dell’Armata a Buenos Aires, trasformatasi in centro di detenzione e tortura durante la dittatura 1976-1983, n.d.t.). Perché aggiungere altro? Basta vedere la piccolissima cella in cui son state rinchiuse, buttate per terra, per sei mesi le tre prime Madri di Plaza de Mayo. Gettato, in seguito, da un aereo, vive, nel fiume. Ammiraglio Massera, questa fu la sua massima azione di guerra come ammiraglio. Ammiraglio argentino.

La ESMA: una fabbrica del massimo orrore alla Massera. Sì, questa espressione resterà per sempre nella storia: Torturare alla Massera, far sparire alla Massera, rubare bambini alla Massera.

E la sua ambizione, i suoi affari, il suo affanno per apparire, la sua ansia di potere: voleva essere presidente, milionario, possidente, proprietario di tutto quello che aveva davanti. E arrivò ad essere solamente un infame e un corrotto traditore di ogni principio dell’etica, dell’umanesimo, della grandezza. Questo sì, quando entrava in una chiesa era il primo a inginocchiarsi e a farsi il segno della croce. Completo. Dove imparò tutto questo? Dai suoi genitori, alla Scuola Navale, nei corsi ufficiali, nel suo conosciuto fervore cattolico?

Massera. Un vocabolo che resterà per sempre tra i padri della strumento di tortura noto come “picana”, pungolo, elettrico, un’invenzione argentina. Una galleria interminabile che comincia con il commissario Polo Lugones, il colonello Falcón, il tenente colonello Varela… e la lista sarebbe interminabile in questa storia argentina che comincièo con quegli incredibili uomini di Maggio. Li nomino: Belgrano, Moreno, Castelli, Monteagudo. E sorge la domanda disparata: che è successo a noi argentini? Da quel mese di maggio a quel marzo del è ’76 in cui sarebbe iniziata la marcia verso la sparizione del rispetto alla vita. Comincia la “desaparición” chiamata ormai “muerte argentina” nei dizionari di idee afín. Per sempre Videla, Massera, Agosti, Viola, Galtieri, y cento, mille altri, tutti quelli che obbedirono e i loro poliziotti in borghese: Martínez de Hoz e i ministri che hanno giurato su “Dio e la Patria” e i loro ambasciatori, spiani e ruffiani.

Che altro possiamo scrivere su quest’essere che è appena morto: dei suoi negoziati, le sue velleità, le sue febbri, il suo sorriso sempre cinico? Per che cosa? Se basta nominare quanto già abbiamo nominato: la ESMA. Detto tutto. Il tempio dell’infamia più perversa della storia umana. Un sinonimo di Auschwitz. Noi argentini, sì che abbiamo la nostra Auschwitz. E il nostro Himmler. Uno silenzioso, dallo sguardo col retrogusto di disprezzo nei confronti della vita; il nostro, rumoroso, con la risata sonora, che ti dà la pacca da amico sulla spalla, l’abbraccio. Quello, cupo come un corvo senza sottana; il nostro, sempre sorridente, amichevole, un galantuomo con spada nella cintura e il cappello carico di perversioni.

Sì, già lo so, mi direte che mi mancano gli aggettivi. No, mi sobbarca il dolore, pensando agli ultimi minuti di Rodolfo Walsh nella ESMA e a tutti i Rodolfo Walsh e le Azucena Villaflor che sono cadute tra le mani di quel boia sporco e vorace.

Mi si permetta questo scritto in cui cerco di fare un riassunto dei sentimenti che mi provoca questa e quella di tutti i servi che gli ha dato retta e gli hanno detto: “Comandi, mio ammiraglio”. Ci rimarrà per sempre il dolore. Rodolfo, Azucena. In nome di migliaia.

Magari esistesse l’inferno per l’ammiraglio della morte, i negoziati e la corruzione. Se lo merita. Laggiù con Roca, Falcòn, il Polo… e tanti altri. Una galleria argentina. In contrapposizione all’altra galleria argentina. Quella degli Eroi del Popolo, dei Figli del Popolo, come cantava loro la gente umile degli inizi del secolo scorso a cui davano tutto per una vita migliore. Quelli che credevano in un mondo di mani tese contro quelli che sempre hanno voluto la ESMA.

Traduzione di Fabrizio Lorusso http://lamericalatina.net

Originale di Osvaldo Bayer “El almirante que mostrò la hilacha”

http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-156579-2010-11-09.html

L’Argentina di Nestor Krichner – Argentinazo No 6: N.K. Reloaded

nestor-kirchner.jpgRiporto molto volentieri un bell’articolo dell’amico Alberto Prunetti che mi ha illuminato con un ottimo riassunto della vita politica e non dell’ex presidente argentino recentemente scomparso. Inoltre segnalo e raccomando per l’acquisto, dello stesso autore, il libro Il Fioraio di Perón: qui trovate una recensione LINK e qua altre! L’articolo è tratto con orgoglio da www.carmillaonline.com

La notizia dell’improvvisa morte di Néstor Kirchner, in coincidenza con un memorabile censimento che ha aperto le case argentine alle visite di migliaia di ragazzi incaricati delle operazioni censuarie, ha avuto una eco limitata in Italia, paese che si interroga da giorni sulla sorte delle minorenni buttate in un pozzo o nei lettoni di Putin. In America Latina invece se ne è parlato a lungo. Per validi motivi.

Néstor Kirchner è diventato presidente nel 2003, in un contesto sociale e politico in cui i precedenti mandatari erano stati ripetutamente costretti alla fuga (anche in extremis dai tetti della Casa Rosada) da una delle più conseguenti insurrezioni popolari degli ultimi anni. Quasi sconosciuto, periferico coi suoi modi patagonici, circondato da barzellette sul tipo “flaco y feo” con la moglie appariscente, N.K. è salito alla Rosada in un momento in cui nessuno pensava di poterlo fare impunemente e in maniera duratura.

È toccata a lui e ha dimostrato di non essere arrivato a Buenos Aires per farsi macellare come un vitello del sud. Astuto, cocciuto, sempre vestito uguale, patagonico anche nel carattere forgiato dalle avversità meteorologiche, N.K. ha saputo essere nel bene e nel male un politico scaltro e abile. Per chi come me vede le cose in chiave antiautoritaria e non è abituato a lodare i potenti, viene perlomeno da dire che Néstor è stato il meno peggio tra i presidenti dall’epoca alfonsiniana del ritorno alla cosiddetta democrazia. Per scelta o per calcolo politico, doveva governare in un contesto sociale segnato dalle ceneri ancora calde di una poderosa mobilitazione popolare, e spingere il timone a sinistra per evitare di essere rovesciato dalla piazza era l’unica scelta sensata. Ma non credo sia stato solo opportunismo il suo. La sua politica dei diritti umani è stata apprezzabile. Non si è limitato a rimuovere da una galleria dell’Esma, l’inquietante scuola della Marina che ospitò un centro clandestino di tortura, il ritratto dei macellai Videla e Bignone, presidenti della giunta militare (cosa che comunque ha fatto scalpore). Ha anche cancellato coraggiosamente le infami leggi di impunità (Ley de obediencia debida e Punto final) che garantivano ai militari protagonisti di torture e di assassinii il diritto di morire nelle proprie ville. Con conseguenze non solo simboliche: si sono riaperti i processi ed è arrivata qualche tardiva condanna.

Sicuramente accorta è stata la politica kirchneriana di dialogo (se vogliamo di recupero nell’alveo istituzionale) sia con le Madres de Plaza de Mayo che con i piqueteros, di cui – si deve ammettere – ha ridotto la combattività gestendo astutamente, nella tradizione peronista, l’elargizione del sussidio di disoccupazione. Un suo merito è stato quello di aver negoziato il debito nazionale col Fondo monetario e di averne limitato i pagamenti, accogliendo in parte la consegna delle Madres (“no al pago de la deuda externa”) che volevano che i soldi di indebitamenti risalenti alla dittatura e al delirio neoliberista di Menem venissero utilizzati per finanziare progetti sociali e non banche nordamericane. Sul fronte degli affari esteri, si è impegnato nei progetti di integrazione latinoamericana, spostando il peronismo verso il socialismo, verso l’idea bolivariana della Patria grande e allineandosi con le presidenze di Lula, Chávez, Morales, Bachelet e Tabaré Vasquez. Non a caso la morte lo ha sorpreso mentre era segretario generale dell’Unasur, l’Unione delle nazioni sudamericane, istituzione per conto della quale aveva negoziato la crisi tra Venezuela e Colombia e il golpe contro il presidente dell’Ecuador Correa.

Al momento di ricandidarsi, ha fatto finta di gettare la spugna passando il testimone alla moglie Cristina Kirchner, con una mossa che compensava simbolicamente il gran rifiuto di Evita di assumere la presidenza. Probabilmente “il pinguino” – così era soprannominato N.K a causa delle origini santacruzegne – pensava di ricandidarsi alla presidenza nelle prossime elezioni del 2011, completando un tris di turni presidenziali.

Rispetto a Cristina, la presidenza di Néstor aveva goduto di un periodo di espansione economica e di aperture sociali. Cristina ha camminato in salita. Innanzitutto si è scontrata col fronte dei grandi proprietari terrieri, i capitalisti della carne e della soia che si sono impossessati perfino delle tecniche di lotta dei piqueteros per difendere i propri interessi cavalcando la retorica dell’antiautoritarismo. Erano scesi in strada in realtà a difendere i loro dividendi, intersecando l’antikirchnerismo del peronismo di destra col solito gorillismo oligarchico e antiperonista che tanto sangue ha versato in Argentina. Era il 2008, quando affumicarono Buenos Aires e presero in ostaggio il governo, costretto a fare marcia indietro nei propositi di innalzamento delle imposte su carne e soia.

Il secondo scontro – ma qui i coniugi Kirchner hanno retto – li ha opposti al Clarín, il potente gruppo editoriale che si è alleato con il conservatore La Nación in chiave antikirchneriana. Il Clarín aveva siglato un armistizio con la presidenza di Néstor, ma il coflitto è esploso quando il progetto di riforma dei mezzi di comunicazione voluto da Cristina ha intaccato gli interessi della proprietà del giornale. Praticamente nessuna notizia favorevole al governo passava sui principali giornali di centro e di destra. La situazione è peggiorata quando i gruppi per i diritti umani, appoggiati dal governo, hanno preteso l’esame del DNA dei figli della proprietaria del Clarin, su cui ci sono ipotesi molto verosimili che fossero in realtà hijos, adottati durante la dittatura perché sottratti a genitori assassinati dagli sgherri di Videla. Sarebbe già grave, ma sembra ci sia altro. Sono state messe in evidenza i legami tra la ricchezza e il monopolio editoriale del gruppo Clarín e la dittatura di Videla e soci: secondo alcune indagini, fu infatti in quegli infausti anni che Lidia Papaleo, proprietaria di Papel Prensa, il principale produttore di carta argentina, sarebbe stata costretta a cedere al Clarín la sua impresa in seguito a minacce esplicite che culminarono, dopo l’atto di cessione, nel sequestro e nella tortura. Da quel momento il Clarin avrebbe venduto la carta ai suoi concorrenti a un prezzo maggiore di quello di mercato, occupando una posizione di monopolio che si è estesa negli ultimi anni a Internet e al mondo multimediale e della tv via cavo. La Presidenta ha sfidato il gruppo intaccando questo monopolio e da quel momento è stata descritta come un’arrogante dittatrice nemica delle libertà dei liberissimi monopolisti argentini.

Molti analisti davano in crisi di consenso i Kirchner. Eppure l’Argentina ha patito la crisi economica in maniera meno grave dell’Europa (anche se un conto sono gli indici del Pil, altro è la qualità della vita di chi abita in una villa miseria); il sistema delle pensioni private, volute dall’ultra liberista Menem è stato riformato; sono state approvate delle riforme sociali (matrimonio gay, bonus per i neonati). Certo, l’Argentina di oggi non è un’utopia libertaria. L’aborto è quasi illegale, a parte qualche eccezione. La corruzione dilaga. I poliziotti hanno il grilletto facile. I salari sono bassi e molti sono i sotto-occupati, mentre l’inflazione cresce. Ma la direzione politica non va nel senso delle restrizioni dei diritti sociali, come succede un po’ ovunque nell’emisfero nord del pianeta.

Lo scenario futuro è difficile da indovinare. Di certo l’onda emotiva seguita alla morte di Néstor Kirchner sembra aver ammorbidito anche gli editorialisti della Nación e del Clarín. Ma è solo fumo negli occhi. Certo, migliaia e migliaia di persone hanno pianto la morte di N.K., sfilando nel microcentro e occupando Plaza de Mayo. Ma i ragazzi del censimento che visitavano le case argentine al momento della morte di Kirchner raccontano anche di aver censito nei living portegni tante bottiglie di spumante e risate per la morte di NK. E non erano ribelli antiautoritari, ma classe media antiperonista di destra.

Detto questo, poi non voglio passare per un seguace del fronte peronista dei Kirchner. Ho cercato di dipingere la realtà argentina in maniera veritiera. So che N.K. non è stato immune dai traffici e dagli smaneggi della politica, argentina e non, peronista e non. So benissimo che la speranza dall’Argentina non può arrivare da una dama piena di gioielli, si chiami Eva o Cristina, o da un politico scaltro, più o meno socialista, più o meno populista. Saranno le piazze e ancor più i quartieri autorganizzati, le fabbriche autogestite, a garantire una trasformazione reale e egalitaria nel grande paese latinoamericano. Fabbriche e quartieri che sono già stati protagonisti tra il 2001 e il 2002, nei mesi del “que se vayan todos”, quando l’Argentina non ha avuto di fatto una presidenza e un governo effettivi.

E tuttavia non vedo niente da festeggiare nella morte di N.K. Non è la morte del tiranno. Anzi. Le forze più conservatrici dell’Argentina sono quelle che in questi giorni, lontane dalle piazze, nei quartieri bene di Recoleta o nei ricchi countries, le ville fortificate in periferia, fanno brindare i loro calici di cristallo ancora sporchi del sangue versato negli anni Settanta.

Chiudendo questo articolo, vorrei ricordare N.K. con un aneddoto scherzoso: originario dei territori di Santa Cruz, si racconta che Kirchner abbia fatto la comparsa nel film di Héctor Olivera “Patagonia rebelde”, girato a Rio Gallego nel 1974 e ispirato all’omonimo romanzo di Bayer. Il film costò l’esilio e la persecuzione un po’ a tutti quelli che parteciparono alle riprese, terminate molto rapidamente perché le minacce arrivavano sul set quasi ogni giorno. Quando il film fu montato, venne poi censurato. Solo col ritorno alla democrazia, la pellicola venne riportata nelle sale e durante la presidenza di Néstor Kircher fu addirittura oggetto di una celebrazione istituzionale, se non erro nel Congreso. In quell’occasione Kirchner quasi spezzò una costola allo scrittore Osvaldo Bayer abbracciandolo e poi salutò il regista Olivera, chiedendogli che ne era stato della paga della giornata di lavoro delle comparse. Olivera si era infatti dimenticato di pagare la giornata a quell’anonimo ragazzotto patagonico con l’aria da perdente che nella storia dell’Argentina è stato tutto tranne che una comparsa.

In conclusione, va registrato un fatto di cronaca che conferma una tradizione della storia del peronismo. Come sa bene chi è interessato alla storia del grande paese australe, si chiamano “giornate peroniste” le giornate vittoriose per la corrente peronista, e sono sempre giornate di sole. Nelle giornate tragiche del peronismo di solito piove. Pioveva a Buenos Aires anche quando la bara rossa di N.K. è stata accompagnata da una moltitudine di ombrelli fino a un volo diretto al lontano sud di Rio Gallego.

Recensione del romanzo di Alberto Prunetti , Il fioraio di Peròn

Alberto Prunetti, Il fioraio di Peròn
Eretica Speciale / Stampa Alternativa
Nuovi Equilibri 2009
http://www.stampalternativa.it
Recensione di Fabrizio Lorusso

L’Argentina e Buenos Aires. Il passato e il presente intrisi di sangue, tango, frustrazione, quotidiana speranza e pacata malinconia. Ma anche ricordi felici e aspettative che scorrono negli anni, nelle ispirazioni, le delusioni e i successi di una vita come tante, quella di Cosimo Guarrata, un siciliano d’Argentina, o un argentino di Sicilia. E’ uno dei nostri nonni o bisnonni, un italiano emigrato ma anche un argentino acquisito e integrato, sempre a metà, come tutti i migranti di prima generazione. L’identità combattuta di un fioraio, anzi, il fioraio di Peròn.

Nel romanzo di Alberto Prunetti si respirano la speranza e il coraggio dei migranti, quelli di ieri e quelli di oggi, ma pure l’inquietudine dei decenni più oscuri della storia dei paesi del Cono Sud, vigilati dallo spettro latente dell’autoritarismo e del militarismo, e  vissuti sullo sfondo da milioni di persone illuse dal sogno del successo personale, dall’America, quella meridionale e sconosciuta, e dall’illusione di uno sviluppo e di un futuro che imitasse quello del “primo mondo” che hanno lasciato in tenera età quando ancora offriva solo povertà e guerre. E intanto la lontana Italia (o almeno una parte di essa) cominciava a far parte del club esclusivo dei ricchi e iniziava ad accogliere timidamente gli stranieri, diventando terra d’immigrazione dopo aver espulso milioni dei suoi connazionali, quelli più poveri, scappati soprattutto dal meridione e dal triveneto.

I muri delle case e gli angoli delle avenidas del centro di Buenos Aires ci parlano della sequela ininterrotta di bizze della storia e del potere, tra dittature e restaurazioni, repressioni e populismi. La vita del fioraio ufficiale della Casa Rosada, i dibattiti con gli amici del bar e l’evoluzione del pensiero di sua moglie Maria ci raccontano nel modo più vero e immediato le speranze e le delusioni del peronismo, quello strano animale politico che nacque con l’ascesa alla presidenza del suo leader tra il 1946 e il 1955, anno in cui Juàn Domingo Peròn fu spodestato da un golpe militare. Il peronismo diede ragioni di vivere e di “costruir patria” a milioni di argentini e poi continuò a nascondersi come un’ideologia clandestina dentro ai cuori e nelle cantine fino alla riemersione e alla mutazione odierne. Il mito continua anche dopo la scomparsa del leader deceduto durante il suo terzo mandato presidenziale nel 1974. Dopo di lui, la dittatura. Queste pagine ci descrivono anche il culto nato intorno alla figura di sua moglie Eva, o meglio, Evita: si tratta quindi di due religioni di Stato, due fedi politiche che muovono da sessant’anni i cuori e le menti di un popolo nell’arco di almeno tre generazioni. “Peròn tornerà e Gardel non è morto a Medellin, anzi canterà ancora”, ripete Cosimo dentro di sé tutte le sere per combattere la stanchezza e la vecchiaia che incombono dopo qualche ora passata al bar con l’amico Mariano.

Come ribadisce Valerio Evangelisti nella sua introduzione sulla quarta di copertina “la complessa realtà argentina non poteva essere descritta meglio”. Infatti qui due storie parallele legano l’Italia e l’Argentina, il ventesimo e il ventunesimo secolo, dandoci una visione precisa e tagliente delle realtà in cui si muovono i personaggi nelle diverse epoche. S’intrecciano le vicende di Cosimo il fiorista, dagli anni venti ai primi anni ottanta, con quelle di Alfredo, un suo giovane parente, nipote della sorella di Cosimo, che, dopo oltre vent’anni dalla sua morte, parte alla ricerca di un’eredità perduta e di un sottile filo identitario che lo porti a conoscere un po’ di più le vicende di quel “nonno” lontano. Un siciliano perduto che era partito in pieno ventennio fascista e che aveva scritto tante lettere in quel suo idioma strano, un itagnolo (misto di italiano, dialetto e spagnolo) esotico e poco comprensibile.

Quando Alfredo sbarca in Argentina comincia la ricerca e viene accolto dallo storico anarchico, scrittore e giornalista Osvaldo Bayer. Così riemergono vecchie storie torbide legate all’eredità di Cosimo che tingono di nero la sua indagine, ostacolata da minacce e antichi rancori. Grazie alla riproduzione di alcune lettere del parente scomparso ci viene dato uno spaccato della vita quotidiana e della società e ci resta un retrogusto amaro per le cose non dette e non scritte, ci sono misteri e segreti da leggere tra le righe delle missive, cose che la censura della dittatura proibiva nei messaggi in partenza per l’estero.

Il quadro della vecchia Buenos Aires viene arricchito anche da un intreccio amoroso e dalle interazioni di Cosimo con gli altri migranti, galiziani, tedeschi, portoghesi, e soprattutto con gli argentini “puri”, sempre che abbia senso questa categoria sociale, e in particolare coi porteños, gli orgogliosi abitanti della capitale con il loro rapporto di amore e odio verso i tanos, gli italiani d’Argentina. In effetti si tratta di immigrati un po’ speciali, una minoranza grande e rumorosa, fatta di milioni di storie che hanno finito per influenzare profondamente la cultura e la società di questo paese (e di tanti altri in Sudamerica) ma che hanno anche vissuto in prima persona l’orrore dell’ultima dittatura, resa tristemente famosa dagli oltre 30mila casi di desapariciòn di cittadini e dalla fiammata nazionalista sfociata nell’inutile Guerra de las Malvinas contro una Gran Bretagna ansiosa di mantenere i suoi rimasugli imperiali nell’Atlantico meridionale.

La giunta militare golpista, comandata da  Jorge Rafael Videla, dell’ammiraglio Eduardo Emilio Massera e il brigadiere generale Orlando R. Agosti, è quella che tra il 1976 e il 1983 mise in atto “la più grande strage di italiani dopo la seconda guerra mondiale” come giustamente sottolinea Massimo Carlotto nella sua introduzione al romanzo. Ed ecco apparire alcuni connazionali che sostengono e lodano coloro che mandano ad ammazzare altri italiani, quelli d’Argentina: i “generali” sono infatti amici di Licio Gelli e vicini alla loggia massonica P2 che sembra aver partecipato attivamente pure alla profanazione della tomba di Peròn avvenuta nel 1987…

L’Argentina moderna, dopo il ritorno nel 2003 del “peronismo progressista” al potere con le presidenze di Nestor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernàndez, sembra voler fare i conti con quel passato mettendo in discussione le amnistie concesse frettolosamente negli anni ottanta e riaprendo i processi che, in effetti, stanno cominciando a produrre le prime condanne e rese dei conti per alcuni repressori.

Negli ultimi giorni della ricerca Alfredo si scontra anche con la situazione di un paese che sta lentamente recuperando terreno dopo i drammatici anni della crisi economica e delle violente proteste di strada d’inizio millennio ma che, nonostante tutto, stenta a trovare una strada sicura in una realtà fatta di imprese che delocalizzano ed esternalizzano e controllata dai nuovi ricchi, tra cui gli investitori “italiani d’Italia” che chiudono tutto e scappano via in mezzo alle proteste dei piqueteros, i nuovi disoccupati nell’epoca della globalizzazione.

Alberto Prunetti (1973) è scrittore, traduttore, fotografo e insegnante d’italiano per lavoratori immigrati. Con Stampa Alternativa ha pubblicato il romanzo Potassa (2004) e ha curato l’antologia L’Arte della fuga (2005) e l’edizione italiana di Patagonia rebelde di Osvaldo Bayer. Ha collaborato con le riviste “Carta” e “Arivista” e con “Il Manifesto”. E’ redattore della rivista Carmilla.

Trova qui IL FIORAIO DI PERON     LINK

 

Ecuador: colpo di Stato e Presidente Correa in pericolo (?) Riassunto di notizie

Aggiornamenti costanti in spagnolo sul golpe in Ecuador  http://www.ecuadorinmediato.com/

Ecuador: tentativo di colpo di Stato. Le forze di polizia (che protestavano contro una legge firmata del presidente che toglieva loro alcuni benefici salariali) impediscono che il presidente Correa esca dall’ospedale in cui é ricoverato dal pomeriggio di oggi, 29 settembre, in seguito ai colpi e ai lacrimogeni ricevuti dai manifestanti della polizia che stavano contestando il suo discorso in una caserma.

Il presidente é bloccato al quinto piano dell’ospedale (Hospital Militar Metropolitano) con il primo ministro mentre i gruppi dei suoi sostenitori stanno manifestando per il mantenimento della democrazia e stanno (ore 16.30) guadagnando terreno contro la polizia che presidia l’ospedale. http://www.telesurtv.net/solotexto/nota/index.php?ckl=79192

Alcuni memebri delle forze della polizia in protesta hanno occupato il parlamento nazionale. Sembra che i poliziotti golpisti siano spalleggiati da gruppi di estrema destra opposti a Rafael Correa e forse legati all’ex presidente Lucio Gutierrez e al suo gruppo Sociedad Patriotica. E’ arrivata da subito la solidarieta’ di Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e di Evo Morales, della Bolivia, di Cuba e dell’Argentina. La Colomnia ha dichiarato che non riconoscerá nessun governo che non sia quello del presidente legittimo Correa che é stato subito raggiunto da masse popolari contro cui si sta scagliando la polizia in difesa dell’ospedale dove mantengono catturato il presidente. C’e’ stata giá una vittima tra i difensori del presidente (riportata a Guayaquil). Le forze armate hanno ribadito la loro fedeltá al presidente Correa.

La UNASUR (Unione Nazioni Sudamericane) si riunirá questa notte. La OAS (Organizzazione Stati Americani) ha approvato all’unanimitá una risoluzione di appoggio al governo costituzionale del presidente Rafael Correa. Anche glu USA hanno espresso il loro rifiuto totale al tentativo di golpe http://www.infobae.com/mundo/539321-101275-0-Los-Estados-Unidos-condenaron-el-intento-violar-el-proceso-constitucional-Ecuador

Gruppo antigolpe in FACEBOOK: http://www.facebook.com/noalgolpe

DAL VIVO – EN VIVO: http://www.ecuadorinmediato.com/

VIDEO VIVO: http://www.telesurtv.net/solotexto/senal_vivo.php

E ANCHE ARTICOLI:     http://www.telesurtv.net/solotexto/index.php

ULTIME:        LINK BBC MUNDO EN ESPAÑOL

Ecuador-crisis: Correa se reúne con policías sublevados


Ecuador-crisis: jefe de las FF.AA. llama a agentes sublevados a frenar protestas

Presidente de Ecuador habla ante policías en protesta (Presidente dell’Ecuador parla ai poliziotti in protesta)

http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2010/09/100930_video_ecuador_

Imágenes de la protesta (immagini della protesta)

http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2010/09/100930_galeria_ecuador_protestas

…..

VIDEO DEL PRESIDENTE RAFAEL CORREA POCO PRIMA DI ESSERE PORTATO IN OSPEDALE IN SEGUITO AGLI ATTACCHI DEI POLIZIOTTI NEL LORO QUARTIER GENERALE. IL PRESIDENTE CORREA HA DICHIARATO DI ESSERE SEQUESTRATO NELL’OSPEDALE CIRCONDATO DALLA POLIZIA.

Policia irrumpe en sede de la asamblea. Polizia irrompe nella sede del Parlamento.

http://www.bbc.co.uk/mundo/ultimas_noticias/2010/09/100930_ultno

Ecuador: graves protestas por fuerzas de seguridad en Quito (gravi proteste forze di sicurezza)

http://www.bbc.co.uk/mundo/noticias/2010/09/100930_expanden_protest

Équateur: Rafael Correa dénonce une tentative de coup d’État (denunciato tentativo di golpe)

http://www.cyberpresse.ca/international/amerique-latine/201009/30/01-4328234-equateur-rafael-correa-denonce-une-tentative-de-coup-detat.php

Il presidente peruviano Alan Garcia chiude le frontiere con l’Ecuador.

http://www.elfinanciero.com.mx/ElFinanciero/Portal/cfpages/contentmgr.cfm?docId=287968&docTipo=1&orderby=docid&sortby=ASC