#Haiti non esiste: i rifugiati haitiani alla frontiera di #Tijuana #Messico

haitiani-tijuana-1[Di Caterina Morbiato (foto di Heriberto Paredes) da Carmilla]. Tijuana é la cittá di frontiera per antonomasia: un approdo per naufraghi arrivati da ogni dove alla ricerca di un nuovo inizio o una nuova partenza. Esplorare le sue strade significa impastarsi le mani di una belleza sordida, nata dal transito di culture e di lingue che si ibridano e si contaminano. La frontiera plasma Tijuana con il continuo transito di genti diverse: ora i deportati dagli Stati Uniti; ora gli sfollati messicani che fuggono da zone seviziate dal narco e che cercano, invano, di essere riconosciuti come rifugiati; ora i migranti centroamericani che incarnano una crisi umanitaria che sembra non avere fine. Basterebbe osservare chi si muove attraverso e attorno a el bordo -come a Tijuana chiamano il confine, distorcendo la parola inglese “border”- per intuire quello che succede nell’intera regione. Da qualche mese una nuova presenza si somma a questa eclettica fusione di umanitá: sono le centinaia di uomini e donne haitiani che arrivano giornalmente dopo aver intrapreso un viaggio interminabile. Chi non riesce a trovare posto nei diversi centri di accoglienza, dorme in piccoli hotel o case di privati che hanno improvvisato alloggi informali, ma in molti si ritrovano a passare la notte per strada. Secondo l’Istituto Nazionale di Migrazione messicano da maggio di quest’anno ad oggi circa 14mila haitiani sarebbero entrati in Messico; a Tijuana sarebbero circa 6mila e ulteriori arrivi sono previsti nei prossimi mesi a causa dei danni provocati dall’uragano Matthew che a inizio ottobre si é abbattuto sull’isola. 

haitiani-tijuana-5Quella haitiana é una migrazione forzata dovuta a condizioni di vita insostenibili: da anni sono migliaia le persone che decidono di cercare fortuna altrove a causa della profonda instabilitá politica, economica e sociale. L’espropriazione delle terre da destinare a megaprogetti turistici di lusso finanziati da imprese internazionali, il buco nero in cui sono scomparse le donazioni piovute a fiotti per l’emergenza del terremoto del 2010, un regime salariale da fame e l’insicurezza dilagante, sono solo alcune delle calamitá che pesano su Haiti.

Le migliaia di migranti che in questi mesi stanno approdando a Tijuana sperano di poter dare il passo finale ed essere accolti come richiedenti asilo negli Stati Uniti. Dal 22 settembre scorso la situazione si é peró complicata: il governo USA ha dato il via a una repentina manovra di chiusura delle frontiere, revocando lo stato di protezione temporanea (TPS) che dal 2012 veniva concesso alla popolazione haitiana a causa della devastazione provocata dal terremoto.

 Il viaggio

Gli Stati Uniti non sono stati l’unico paese ad offrire permessi di soggiorno: dopo il terremoto, che provocó circa 250mila morti, anche diversi paesi latinoamericani aprirono le porte alla popolazione haitiana. In Brasile le circostanze sono risultate piuttosto proficue per l’economia nazionale: molti degli sfollati haitiani hanno trovato impiego nella costruzione delle infrastrutture dei mondiali di calcio del 2014, per cui era necessaria manodopera a basso costo e in abbondanza. La carenza di politiche pubbliche in materia d’accoglienza ha aggravato le condizioni dei migranti, propiziando ostilitá e rigurgiti xenofobi da parte della popolazione brasiliana. Negli ultimi anni sono stati denunciati diversi casi di “lavoro schiavo” -in cui imprese private mantenevano i lavoratori haitiani in condizioni di vita degradanti- anche se la maggioranza delle situazioni di sfruttamento estremo continua a rimanere sommersa. La crisi economica e politica in cui negli ultimi tempi é sprofondato il Brasile ha determinato l’espulsione massiccia dei lavoratori meno qualificati, rimasti presto disoccupati. Migliaia di haitiani hanno cosí iniziato a lasciare il gigante del sud per mettersi nuovamente in viaggio; lo stesso é accaduto con altri paesi latinoamericani. La maggior parte dei migranti che ora cercano di raggiungere gli USA non parte da Haiti ma si ritrova a migrare per la seconda o terza volta, in preda alla volatilitá del capitale.

haitiani-tijuana-6Angel Jean Louis é un uomo di bassa statura dagli zigomi forti e i gesti misurati, sicuri. Come molti altri suoi connazionali che ora si ritrovano concentrati a Tijuana, anche lui ha lasciato Haiti da tempo. Racconta la sua storia in uno spagnolo impeccabile, dalla forte cadenza caraibica; di tanto in tanto pesca una parola in portoghese poi una in francese. É nato 45 anni fa a Cap-Haïtien, il secondo porto del paese, dove é propietario di un piccolo terreno. La sua é stata una transumanza costante: fin da bambino ha fatto il pendolare tra Haiti e la Repubblica Dominicana, poi mettendo su famiglia da un lato e facendo ogni tipo di lavoro dall’altro. Nell’ottobre del 2014 ha deciso di cercare fortuna in Brasile; la crisi peró si faceva ormai sentire e dopo aver lavorato come impiegato in un centro commerciale, poi in un’industria di prodotti alimentari e infine come muratore, ha scelto di migrare ancora. Il salario minimo brasiliano (70 reales al giorno, equivalenti a circa 20 euro) e i periodi di disoccupazione sempre piú lunghi non gli permettevano di garantire una vita dignitosa ai quattro figli rimasti in patria.

La traversata verso nord porta i migranti haitiani a percorrere dai nove ai dieci paesi e a investire una media di 5000 dollari a persona. Angel Jean Louis e sua moglie sono partiti dalla frontiera di Rio Branco, tra Brasile e Perú; hanno attraversato l’Ecuador e la Colombia, dove sono stati rimbalzati indietro diverse volte prima di riuscire ad entrare a Panamá. Una volta in Costa Rica hanno camminato per una settimana nella selva armati di galloni d’acqua, gatorade, biscotti, riso e pentole per cucinare. Anche se non esiste un registro ufficiale, sono molte le persone che non riescono a sopravvivere alle inclemenze della foresta. Secondo i racconti di molti migranti il Nicaragua rappresenta il punto piú complicato del viaggio: da mesi il paese ha chiuso le frontiere agli haitiani e per attraversarlo bisogna affidarsi ai coyotes (persone che guidano i migranti attraverso le frontiere) locali che impongono un pedaggio di almeno 1500 dollari a persona e che spesso lavorano in accordo con gruppi di assaltanti.

haitiani-tijuana-3“Passare per il Nicaragua é un vero inferno -conferma Angel Jean Louis-: é pieno di reciniti elettrificati, molta gente muore nel cammino. Quando scappi dalla polizia non fai troppa attenzione a dove metti i piedi, scappi e basta perché se ti fermano ti portano indietro e perdi i soldi con cui hai pagato il coyote”. La frustrazione, l’attesa infinita nei centri d’accoglienza improvvisati lungo la frontiera, le condizioni sanitarie precarie e il rischio di essere derubati o sopresi dalle autoritá nicaraguensi, fanno sí che la situazione stia diventando una bomba a orologeria. Se il governo nicaraguese continuerá ad ostacolare il libero transito dei migranti, non solamente i prezzi imposti per attraversare il paese clandestinamente aumenteranno, ma nell’intera zona si potrebbe consolidare la tratta e il traffico di persone.

Honduras, Guatemala e Messico sono le ultime tappe di un percorso che puó durare dai due ai tre mesi. Il Messico -che i migranti attraversano a bordo di autobus di lunga percorrenza viaggiando per tre giorni consecutivi- si é trasformato nella frontiera finale di una crisi migratoria che ha iniziato a incubarsi da tempo e a cui nessun paese ha voluto prestare troppa attenzione.

Haiti non esiste

Bernard Deshommes é originario di Porto Principe, dove per anni ha gestito un emporio di vestiti che gli assicurava buoni incassi. Grazie agli studi e a una buona inclinazione per le lingue parla speditamente spagnolo, portoghese e inglese, oltre al creolo e al francese. Per problemi familiari ha deciso di lasciare il suo paese, passando prima dalla Repubblica Dominicana, poi per le Isole Vergini, nuovamente per la Repubblica Dominicana e arrivando poi in Cile, dove ha cercato lavoro come interprete ma senza successo, dice, per il forte razzismo che esiste nei confronti della popolazione nera. Dopo due mesi di viaggio per mezzo continente si vede deperito e assomiglia poco al ragazzo dallo sguardo serio e le guance piene che appare nella foto pubblica del suo profilo whatsapp.

Da diversi giorni aspetta con impazienza nel rifugio che hanno improvvisato i fedeli di una piccola comunitá evangelica incastonata nella Divina Provvidenza, un quartiere che si perde nelle vallate terrose del Canyon dello Scorpione, nella zona occidentale di Tijuana: poco lontano le sbarre del famoso muro che divide il Messico dagli Usa emergono arrugginite dalla spiaggia fino a perdersi nel mare come la spina dorsale di un grosso mammifero marino rimasto incagliato nella sabbia.

haitiani-tijuana-2Mentre racconta del viaggio e del suo paese, Bernard Deshommes sbotta con rabbia: “Haiti é parte del continente americano ma nessuno lo vuole riconoscere: il mondo non vuole ammettere che stiamo soffrendo. A nessuno piace abbandonare il suo paese, ma se mancano il lavoro, i servizi medici e non c’é sicurezza, che fai?”.

A causa del terremoto devastante del 2010 Haiti conquistó le prime pagine dei giornali per poi essere risotterrata nel silenzio generale. Nelle ultime settimane l’uragano Matthew ha provocato la stessa breve notorietá mediatica ed emergenziale: Haiti inizia ad esistere solo quando qualche catastrofe miete centinaia di vittime, per il resto sembra essere condannata all’invisibilitá. Eppure é stato il primo paese d’America ad abolire la schiavitú e il primo a dichiararsi indipendente: ogni paese latinoamericano nutre nei suoi confronti un debito storico e ideologico enorme. Nonostante i miliardi che la cooperazione internazionale ha fatto piovere sull’isola ogni qual volta si presentasse un’“emergenza umanitaria” Haiti non smette di essere la nazione piú povera dell’intero continente americano, occupando il 163° posto di 188 nella classifica dell’Indice di Sviluppo Umano.

Da oltre un decennio nel paese si convive con le truppe della Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti (MINUSTAH). Installata nel 2004 dopo la deposizione del presidente Jean-Bertrand Aristide, la missione é da piú parti considerata come una vera e propria occupazione di stampo umanitario. Negli anni la poca concretezza delle operazioni d’aiuto, gli abusi di cui sono spesso protagonisti i soldati e la militarizzazione del territorio -specialmente delle zone piú marginali- hanno suscitato un’opposizione popolare sempre piú dura. L’organizzazione haitiana femminista SOFA (Solidarity Fanmi Ayisèn) ha denunciato numerosi casi di violenza sessuale perpetrati dai soldati della MINUSTAH. Anche l’epidemia di colera scoppiata nel 2010 é da rimettersi alla presenza militare: dopo anni di disinformazione e depistaggi la ONU ha recentemente riconosciuto la responsabilitá dei caschi blu, in particolare del contingente nepalese, nella diffusione del batterio che in brevissimo tempo ha provocato la morte di almeno 9mila persone.

Bernard Deshommes ha lavorato per un breve periodo per la MINUSTAH, ma é un’esperienza della quale preferisce non parlare; secondo lui Haiti é un’isola sfortunata: “Ci sono momenti in cui vorrei cambiare nazionalitá: in certi paesi se dici che sei haitiano ti arrestano. Per questo diciamo che veniamo da altri paesi, come il Congo: lí c’é una guerra civile. Se ci riconoscono come congolesi possiamo sperare di ottenere asilo politico!” spiega, riferendosi alla strategia che moltissimi haitiani applicano quando sono registrati dalle autoritá migratorie dei diversi paesi che attraversano.

Deportati

haitiani-tijuana-4a recente chiusura della frontiera USA ha provocato la separazione di numerose famiglie: mentre donne e bambini sono stati fatti passare, la maggior parte degli uomini sono stati respinti o rinchiusi nei centri di detenzione per migranti da dove non riescono piú a comunicare con familiari e amici. Per la legge statunitense i richiedenti asilo possono essere ammessi nel territorio nazionale per poi venir detenuti se non possiedono i documenti sufficienti o nel caso in cui non riescano a dimostrare una “paura credibile” di persecuzione; nel caso dei richiedenti asilo haitiani il rischio della detenzione e della deportazione, alto fin dall’inizio, si é concretizzato bruscamente pochi giorni fa. Nonostante le ferite dell’uragano Matthew siano ancora fresche, nell’ultima settimana gli Stati Uniti hanno silenziosamente dato il via alle deportazioni. I primi voli stanno giá atterrando tra le migliaia di sfollati, la scarsitá di scorte alimentari e le nuove ondate epidemiche di colera che imperversano nell’isola. I migranti non solo verranno deportati nel mezzo di una grave crisi, ma molti di loro si ritroveranno a vivere in un paese che hanno lasciato ormai da anni. Con le recenti elezioni negli Stati Uniti muri e deportazioni tornano all’ordine del giorno, intanto a Tijuana la temperatura sta iniziando a scendere e le notti si fanno gelide.

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