#43 poeti per #Ayotzinapa. Voci per il #Messico e i suoi #desaparecidos @

[Da Nazione Indiana] A due anni dalla notte di Iguala, con la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa, vogliamo ricordare tutti i figli delle violenze in Messico attraverso alcuni stralci dal libro appena uscito: 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (a cura di Lucia Cupertino, con prefazione di Fabrizio Lorusso e postfazione di Francesca Gargallo), Edizioni Arcoiris, 2016. Il libro sostiene la causa della scuola normale rurale di Ayotzinapa, storica fucina di cambiamento in Messico, appoggia le famiglie e tutti i membri della scuola e comunità e pertanto il ricavato sarà devoluto all’Associazione dei genitori della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa.]

I 43 SONO FIGLI DI TUTTO IL MESSICO E I POETI LO SANNO

di Francesca Gargallo

43-poeti-per-ayotzinapa-copertina43 poeti per scacciare la morte, per dar sfogo a una indignazione vitale. La poesia come una affermazione, sono qui, sono con te, sono per tutti. Dove tutti significa molte persone, tutte le vive, tutte le sparite, tutte le torturate, tutte le assassinate di questo Messico contemporaneo, immerso in una guerra contro i poveri, contro chi si sente sicuro di fare il proprio dovere, contro chi vuole essere libero. Molte di più dei 43 studenti desaparecidos dall’esercito, la polizia e i narcotrafficanti ad Iguala la notte tra il 26 e il 27 settembre 2014. Però quei 43 ragazzi risvegliano la poesia: sono stati trasformati dal desiderio popolare di mettere fine alla violenza di stato e della delinquenza (nessuno sa dove finisce una e comincia l’altra) in semi di speranza.

La notte d’Iguala: cinque autobus di seconda classe che portano a casa o in città dei bambini che vengono dalla scuola, dal campo di calcio e raccontano tra sé cose da bambini. Così come stanno zitte le vecchiette, dormicchiano gli uomini e cinguettano le mamme. Iguala è una città pericolosa, spariscono molte persone, le fosse clandestine aperte nei dintorni hanno rivelato centinaia di corpi. Le mamme, i papà si stringono ai loro bambini. Ma sanno anche rilassarsi quando è il momento. Sui cinque autobus salgono gli studenti di Ayotzinapa che vogliono essere portati a Città del Messico per andare a una manifestazione che ricorda un massacro di molto tempo fa, quello degli studenti del 1968 a Tlatelolco, un 2 ottobre che non si scorda.

Una storia comune, molte volte ripetuta quella degli studenti che fanno caciara ed esigono un trasporto popolare. Sono belli, scuri, giovani e si siedono sugli autobus dove c’è spazio, un po’ qui, un po’ lì, senza pagare. Le persone di Iguala non hanno paura degli studenti, gli sorridono. Però per un motivo che non si capisce, che stupisce, quella notte no, gli studenti non sono ammessi. Droga nascosta nella carrozzeria di un autobus, ripicca del sindaco che non sa tenerli a bada, ordine di repressione per lanciare un messaggio di timore a tutti i docenti messicani? La polizia, l’esercito forse, magari già anche i narcotrafficanti mitragliano gli autobus, uccidono persone, le sparpagliano nei campi dove è calata la notte, dove si ha paura, dove ci si chiama con la voce fioca.

Poi molti ragazzi, 43 ragazzi della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa, una storica fucina di maestri ribelli alla povertà e all’ignoranza, una eccellente scuola, in cui studiarono anche Lucio Cabañas e Genaro Vázquez, fondatori dei movimenti guerriglieri degli anni ‘70 nello stato di Guerrero, nel sud ovest del Messico, vengono fatti salire su pattuglie e camioncini e spariscono nel nulla dopo aver passato la notte tra fughe, ospedali e caserme.

Da allora i 43 sono figli di tutto il Messico. Sono un simbolo. Producono 43 modi di resistere contro i sequestri, le bugie della polizia e l’impunità degli agenti di stato associati ai delinquenti. Producono madri e padri che da due anni non smettono di cercarli, insieme alla pace per il Messico, che solo può nascere dalla verità sui fatti di sangue. Producono 43 forme di essere studenti, giovani, costruttori. 43 calci, pugni, graffi all’impunità e alla cultura della sopravvivenza a qualsiasi prezzo, pure quello del silenzio e l’umiliazione.

E riuniscono anche 43 voci di poeti che ripensano la morte, il territorio della morte, la cultura che normalizza la morte dell’altro e non vuole pensare la sua. Maya, bianchi, mestizos, zapotechi, mixtechi, latinoamericani, spagnoli, donne e uomini, fanno della tragedia storica un mormorio che sale e scende ed esige d’essere ascoltato. Come lo fa Briseida Cuevas Cob in “Mese Xuul”, i poeti ricordano che la morte arriva dai quattro punti cardinali, però che oggi l’odore dei morti giunge non si sa da dove perché ha cancellato le sue orme. Incalza la poeta maya: “Mentre sopporti le burle del potere / sfogli il fior di morto; / Interroghi ogni petalo marcito: / Vivono…? Non vivono…? / E a ogni do- manda senza risposta si sfoglia la tua anima.”

Il 2 novembre 2014, notte dei fedeli defunti, notte dei morti com’è conosciuta in Messico, la poesia “Ayotzinapa” di David Huerta, letta a Oaxaca nel patio del museo di arte contemporanea, il MACO, dove era stata incisa sul muro, fu la prima voce di conforto, di condoglianze del Messico con se stesso: il poeta ha in- nalzato il grido del Paese delle fosse clandestine, degli strilli, dei bambini in fiamme, delle donne martoriate.

“Ayotzinapa” ha ricordato ai turisti che si trovavano in un Paese che è alla ricerca, oltre che dei 43 ragazzi della scuola normale, anche di altre 30.000 persone sparite nel nulla. Che è alla ricerca di pace per i suoi oltre 150mila morti ammazzati violentemente e di giustizia per le madri delle ragazze che escono di casa per andare a lavorare, lasciando nella loro stanza i quaderni della scuola serale e temendo di non potervi fare ritorno, e per i bambini nati dai parti delle adolescenti, sogni di dolci fidanzati inesistenti.

“Ayotzinapa” sul muro del patio del museo, circondata dai lumicini che brillano nel buio della notte dei morti, ricordava a signore e signori una realtà: il Messico è un Paese che prima della guerra alle droghe, quella falsa guerra che serve per sottrarre alla vista la militarizzazione e la guerra contro i popoli, corollario dei piani d’espansione del commercio globale come il Plan Puebla-Panamá o il Transpacifico, si conosceva, conosceva se stesso, la sua storia ed esistenza, ma oggi ha gli occhi riarsi dal fumo, si sente perso, si sforza per tendere una mano alle persone morte e sparite.

Il Paese degli ahoritas, degli “adesso, dei subito” che non arrivano mai, come ha definito i messicani il poeta spagnolo Antonio Orihuela, non ne può più di vivere soffocato da Vergini di Guadalupe, sfruttamento dei corpi e del lavoro, dai morti e dalle mafie. Non ne può più di essere complessivamente quell’alienato martire del progresso descritto da David Hernández Rivera. Non vuole più essere il corpo scelto dall’anofele che ti gira intorno per irrompere nei tuoi sogni descritto da Héctor Iván González.

Irma Pineda sa che il Messico non vuole essere mai più la domanda di una donna a sua madre su come vivere quando l’esercito sequestra suo marito. La poeta zapoteca vuole decifrare la speranza negli occhi del firmamento di ognuna delle figlie del Messico, vuole sapere dove vanno a finire i fiori strappati alla terra che sostiene le loro radici. La poesia è come i corpi, cammina, perfino vola, ma non può essere sradicata. È fluida come le identità contemporanee, ma si sofferma, medita, consente la vita perché, come dice Javier Castellanos, anche lui zapoteca, è sempre più di quello che è: è la colonna poetica dei non dominanti che desidera lo spagnolo Jesus Lizano, è il bambino maestro del maya Jorge Cocom Pech, è il miglior raccolto di una terra, come sottolinea Juan Campoy.

La particolarissima narrativa in loco dello scrittore Tryno Maldonado, che da novembre del 2014 è andato a vivere a Ayotzinapa per spartire significati con madri, padri, mogli, figli, fratelli minori e sorelle maggiori dei 43 studenti di Ayotzinapa, ci permette di vedere con i loro occhi i volti e toccare con le loro mani i sogni e i progetti dei ragazzi, che si preparavano per diventare maestri rurali, agenti dei sogni delle bambine e dei bambini dei popoli che com- pongono il Messico incarnato nel mais, i fagioli, le zucche e il lavoro collettivo. E questa vicinanza si riscontra con la poesia della spagnola Katy Parra che vuole ripetere i loro nomi per esigere la loro vita, qui e adesso. Tra “Ayotzinapa. El rostro de los desaparecidos” di Tryno -un racconto che fa leva sulla cultura contro la violenza ed è una testimonianza intima e multifocale dei fatti della notte di Iguala- e “La canzone dei desaparecidos” di Katy, i nomi compongono i volti e creano un vincolo di solidarietà di ferro tra i ragazzi e i lettori.

Il Messico che attende notizie sui 43 studenti spariti è anche il Messico de Las Patronas, le donne di Veracruz che da anni preparano da mangiare per porgerlo alle persone migranti che viaggiano su La Bestia, il treno che va dalla frontiera sud con Guatemala alla frontiera nord con gli Stati Uniti. È il Messico delle carovane per la pace. Quello in cui, dal 2010, ogni 10 maggio marciano per le strade delle principali città le madri che non hanno nessuno che le festeggi in casa propria: le madri delle ragazze e dei ragazzi spariti nel nulla. Come María Herrera, che cerca quattro figli, un nipote e un genero. Perché? Forse perché vivevano nel posto sbagliato, in quel Michoacán che in altri tempi era un bosco rigoglioso e felice.

Marciano le camminatrici delle polverose strade del Messico del nord, le promotrici della Fundec e la Fundel, le fondazioni “nuestros desaparecidos de regreso a casa” (i nostri desaparecidos di ritor- no a casa) che agiscono tra Coahuila e Nuevo León. Il corteo si ripete ogni 10 maggio, giorno della mamacita (“mammina”) messicana, la madre dea della casa, la madre esaltata un giorno all’anno. Si tratta di una ricorrenza voluta nel 1922 da un supermercato e dal direttore del quotidiano Excélsior, influenzato dal ministro dell’istruzione José Vasconcelos, per festeggiare “la madre messicana” e vendere i prodotti necessari a svolgere i “doveri di genere” e porre un freno al nascente movimento femminista che aveva realizzato due incontri nazionali nel 1916 nello Yucatán.

Molte madri di desaparecidos temono oggi che i 43 studenti di Ayotzinapa opachino con la loro tragica luce la realtà di un Paese che affonda nella più brutale violenza. Anche le madri delle “morte di Ciudad Juárez”, le vittime dei femminicidi che hanno richiamato l’attenzione mondiale sulla violenza in Messico già dal 1993, paventano il pericolo che lo sguardo puntato solo su 43 persone, tra le migliaia di sequestrati, spariti e ammazzati, faccia perdere di vista il quadro generale di violazioni ai diritti umani e di continue omissioni della polizia nei confronti delle denunce, sporte ma mai seguite, relative ad altri migliaia di casi. Per questo il gruppo di scultori che ha forgiato l’anti-monumento detto “+43” in tre pezzi, collocati durante un’azione artistica collettiva e clandestina il 26 aprile 2015 all’incrocio tra Avenida Reforma e Bucareli, in pieno centro di Città del Messico, hanno insistito nel dare importanza proprio alla prima delle tre parti dell’anti-monumento, cioè a quel “+” alto tre metri di ferro rosso, che sta a rappresentare l’esigenza del ritrovamento in vita dei 43 ragazzi e anche di tutte le altre persone sparite.

Ma i poeti lo sanno: il lutto s’estende a tutto il Messico e la poe- sia non è una struttura innocente, come ben dice Marc Delcan, perché parlare del mondo è una forma di proporre un mondo senza false verità, senza principesse stolide né poliziotti malfattori. Se, come scrive e canta Lorenzo Hernández Ocampo nel suo dolce idioma mixteco, non riposerà il suo canto di pioggia, si moltiplicheranno i simboli che fanno ballare le nuvole, si moltiplicheranno i suoni mitici fino a far riapparire le figlie e i figli dell’acqua. Figli della pioggia: tutte le persone che spariscono in Messico e nel mondo perché è più facile non dire quello che è necessario ricordare sempre. La poesia ha deciso di non tacere. Ne va della sua vita.

FRANCESCA GARGALLO

Città del Messico, 2016

Anteprima della postfazione del libro “43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos.” (a cura di Lucia Cupertino), Arcoiris, Salerno, 2016.


Juan Campoy

_____________

Spagna

AYOTZINAPA

Erano il miglior raccolto del Paese,

una generazione

di pensatori liberi,

la speranza di un popolo.

Ma il potere appesta

e va marcendo

fino a servire d’adorno

negli uffici.

Tutto ciò che poteva essere orizzonte,

un cielo libero fecondato di vita,

non era nient’altro che una pagina

archiviata in uno scantinato buio.

43 voci con faccia e nome

disposti ad essere concime nel campo,

viveri sul tavolo dei poveri,

vaccino miracoloso

contro la febbre nera del lebbroso,

43 poesie

contro la longitudine vertiginosa

di una sferza o di una sciabola.

Erano il miglior raccolto del Paese,

però hanno lasciato solo equazioni

irrisolte,

verbi e aggettivi contro l’inverno

e il suo bacio mortale,

così riga dopo riga

hanno scagliato metafore

contro l’iniquità

insopportabile dei genocidi.

Forse li colsero distratti,

o forse avevano troppa fiducia

nei pilastri basilari della loro fede.

Spaccati in pronomi,

il campo è rimasto seminato di ossa.

Juan Campoy

_____________

España

AYOTZINAPA

Eran la mejor cosecha del país,

una generación

de pensadores libres,

la esperanza de un pueblo.

Pero el poder apesta

y va pudriéndose

hasta servir de adorno

en los despachos.

Todo lo que pudo ser horizonte,

un cielo libre preñado de vida,

no era más que una página

archivada en un sótano oscuro.

43 voces con rostro y nombre

dispuestos a ser abono en el campo,

víveres en la mesa de los pobres,

vacuna milagrosa

contra la fiebre negra del leproso,

43 poemas

contra la longitud vertiginosa

de un látigo o de un sable.

Eran la mejor cosecha del país,

pero sólo dejaron ecuaciones

sin resolver,

verbos y adjetivos contra el invierno

y su beso mortal,

que renglón a renglón

dispararon metáforas

contra la iniquidad

insoportable de los genocidas.

Quizás los eligieron distraídos,

o porque confiaron demasiado

en los pilares básicos de su fe.

Partidos en pronombres,

el campo quedó sembrado de huesos.

Traduzione di Lucia Cupertino

 

Dove trovare il libro: www.edizioniarcoiris.it

Leggere altre poesie dal libro: http://www.lamacchinasognante.com/ayotzinapa-messico-a-due-anni-memoria-e-poesia-marciano-assieme/

La prefazione al libro di Fabrizio Lorusso: https://www.carmillaonline.com/2016/09/27/ayotzinapa-somos-todos-prologo-e-poesie-del-libro-43-poeti-per-ayotzinapa/

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