America Latina

Brasile: l'opinione di Lula sul caso Battisti

 25/12/2009  Di: 

Il 22 dicembre (martedì scorso) il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha rilasciato una dichiarazione sull’estradizione di Cesare Battisti, condannato in Italia per 4 omicidi e rifugiato politico in Brasile dopo la sua fuga dalla Francia nel 2004, affermando “decido io, non mi importa delle decisioni del Supremo Tribunal Federal. Adesso la palla è sul mio campo, e sono io a decidere come calciare” secondo quanto ha pubblicato il Giornale e alcune testate brasiliane come  che appunto riportano che “la settimana scorsa, la Corte suprema brasiliana aveva vincolato la decisione di Lula sull’estradizione in Italia dell’ex “terrorista rosso” al rispetto delle norme del trattato di estradizione in vigore tra i due Paesi, che in pratica non lascerebbe molto margine di manovra al presidente brasiliano per giustificare l’eventuale l’eventuale asilo politico”. Una lunga serie di approfondimenti critici sul caso: http://www.carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html e la vertente brasiliana http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091118_1906_battisti_brasil_jg.shtml
Anche se fino ad oggi il mandatario brasiliano non si era espresso sul caso di Cesare Battisti, dato che si è in attesa del testo integrale delle decisioni della Corte che verrà comunicato in gennaio, si possono cominciare forse a delucidare alcuni fattori determinanti della sua decisione che vanno oltre la posizione sua personale e quella del suo partito politico di riferimento, il Partito del Trabajo.
In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranitá nazionale e l’idea di una politica di potenza passa anche da queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono delle regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle cirtcostanze interne ed internazionali.
Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato nell’ambasciata brasiliana, o annche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur e del continente americano, oltre che con gli USA, potenza antagonista del nord…Il tutto viene sigillato dalla scoperta di nuovi giacimenti petroliferi in acque territoriali brasiliane e dall’indipendenza energetica gia’ raggiunta dal paese che a novembre appariva sulla copertina della rivista The Economist con il titolo “Brasil takes off”, cioè il Brasile decolla (ma questi sono solo alcuni elementi, non voglio e non potrei esaurire qui la storia delle relazioni internazionali o dello sviluppo economico brasiliano!).
Il peso del Brasile e dell’Amazzonia a Copenaghen si è fatto sentire e quindi Lula potrá accumulare piu’ consensi col discorso e la pratica “nazionalista” oltre al fatto che, in genere, alcuni partiti a lui vicini potrebbero sostenerlo in caso venga formalmente “responsabilizzato” di una presa di posizione contraria a quella della Corte. Secondo alcune voci critiche la politica del governo e in particolare del presidente del Brasile in questo caso non sorprendono in quanto lo si accusa, con argomenti piuttosto tendenziosi a dir la verità, di oscillare tra la sua “vecchia ideologia marxista” e un falso realismo ed anche di avere ammesso nelle proprie file degli ex simpatizzanti della guerriglia brasiliana degli anni settanta: con queste affermazioni ci si dimentica comunque il contesto della spietata dittatura militare instaurata in Brasile dopo il 1964 e della rispettiva resistenza armata…
Resta aperta la questione circa quali probemi interni tra il presidente e la Corte possano scoppiare se le dichiarazioni di Lula dovessero portare l’anno prossimo a delle azioni concrete o a un conflitto istituzionale serio; e se esistano oltre ai motivi personali o ideologici delle rendite elettorali che possono ottenere Lula, i partiti della coalizione e il successore di Lula dalla contrapposizione con la Corte e dalle rivendicazioni sulla sovranità e il “bene per il paese” fatte dal presidente il quale è già stato avvertito del fatto che le responsabilita’ delle decisione ricadranno su di lui e che potrebbero esserci quindi implicazioni giuridiche. La velata minaccia della Corte sembra anche richiamare le implicazioni internazionali della vicenda dato che il Brasile resta ancora in attesa del famoso “posto fisso” nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che potrebbe essere eventualmente pregiudicato dall’opposizione dell’Italia e di altri paesi in seguito alla presunta violazione delle norme stabilite dall’organo stesso in tema di “terrorismo”. Per ora mi fermo qui e aspetto notizie.

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  1. Nel governo Lula, oggi:
    Tarso Genro, il Ministro della Giustizia , durante la dittatura militare nella clandestinità usava i nomi di battaglia di “Carlos” e “Rui” e apparteneva al Partito Comunista do Brasil (PCdoB), formazione clandestina di ispirazione maoista e filo albanese, che teorizzava la Guerra Popolare di lunga durata attraverso un esercito contadino. Lasciò il partito solo dopo l’amnistia del ‘79, diventando portavoce del Partito Revolucionario Comunista (PRC).
    Così come guerriglieri o legati alla lotta armata sono stati anche l’attuale Ministro dell’Ambiente Carlos Minc, il Ministro della Segreteria Speciale per i Diritti Umani, Paulo De Tarso Vannuchi, la potente Ministra della Casa Civil, Dilma Rousseff, oggi candidata ufficiale per il Partido dos Trabalhadores (PT) di Lula alle elezioni presidenziali del 2010, che ha ricevuto addirittura l’indennizzo speciale dello Stato per le torture subite durante la carcerazione.
    E inoltre Jose Genoino, ex-presidente del PT,che fu incarcerato per 5 anni e anch’egli torturato e José Dirceu “Daniel”,il “mago” della campagna elettorale di Lula , oggi in disgrazia a seguito di accuse di peculato e corruzione – è in eleggibile fino al 2015 – che fu uno dei 15 prigionieri politici liberati a seguito del sequestro dell’Ambasciatore degli Stati Uniti a Rio nel 1969 ad opera della Resistenza brasiliana. Passò, come altri, gli anni della dittatura esule tra Messico e Cuba.
    Per non parlare del mitico Diogenes, al secolo Josè Carvalho de Oliveira, oggi Deputato del PT, famoso per aver sparato in testa ad un capitano dell’esercito americano nel 1968.
    La lotta armata in Brasile, negli anni della dittatura, l’hanno sempre fatta in pochi. Era una scelta personale ben meditata, le tecniche erano quelle della lotta armata di casa nostra, le rapine, i sequestri, gli omicidi politici. L’appoggio delle masse era una chimera . Molte di queste persone hanno vissuto la clandestinità del reietto, di chi scappa da solo con i documenti falsi tra una folla muta e assuefatta al regime.
    Diversamente dall’Italia, in Brasile hanno dato l’amnistia a tutti già nel 1979, prima della fine della dittatura, ai guerriglieri e ai militari responsabili di torture indicibili, uccisioni e sparizioni.
    Sarebbe difficile sostenere che le persone sopra menzionate non abbiano commesso o non siano state in qualche modo coinvolte in reati simili a quelli di Battisti.
    Il Brasile è l’unica potenza mondiale dove gli ex guerriglieri comandano.
    Pensare che avrebbero consegnato all’Italia più di destra degli ultimi 60 anni una persona che, come loro, a ragione o a torto, si era giocata tutto per una scelta di lotta armata, è pura illusione. Con buona pace di un ergastolo in contumacia sulle base delle dichiarazioni di un pentito, la cosa peggiore che un sistema politico-giudiziario democratico possa organizzare.
    Non è difficile intuire, allora, perchè il Presidente del STF abbia montato tutta la questione: perchè Mendes è da sempre uomo di destra, campione dei 20.000 “fazenderos” che controllano l’economia agraria brasiliana, amico dei militari. Prima o poi sarà candidato alle Presidenziali, per ora tenta di mettere in difficoltà non proprio Lula, che vincerebbe le prossime a mani basse, quanto la Dilma Rousseff, al tempo dellla dittatura conosciuta dalla polizia politica del DOPS come “terrorista assaltante de bancos”. Faceva rapine in banca per finanziare l’organizzazione. Guarda un po’.. ad esempio Cesare Battisti….
    Finalmente qualcuno che parla di Battisti con cognizione…grazie sig. Lorusso.
    Solo un’opinione personale. Ho paura che al Consiglio di Sicurezza dell’ Onu le proteste, l’opposizione e financo l’opinione dell’Italia non interesseranno a nessuno, visto il credito di cui (non) godiamo da tempo all’interno degli organismi internazionali…

  2. Grazie mille, mi è servito leggere il commento e piano piano approfondirò il tema interessante della resistenza in Brasile che, mi sembra, abbia varie somiglianze con quella messicana post ’68…da vedere insomma, Fabrizio

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