Voto a #Haiti, la parola all’esperto – Intervista parte 1 su @Lettera43

l43-haiti-lorusso-riccio-161005214418_medium[Articolo tratto da Lettera43 Blog Americanos43 di Francesco Giappichini – Foto: Jean – Charles Moïse, candidato presidenziale della formazione Platfòm pitit Dessalines]  Il 9 ottobre a Haiti si celebrano le Elezioni presidenziali e parlamentari, dopo l’annullamento del voto del 2015, causa brogli elettorali. Uragano Matthew permettendo, considerando che il Consiglio elettorale provvisorio sta valutando l’eventualità di un rinvio. Il Paese, che i politologi amano definire uno Stato fallito, non si è risollevato dalle conseguenze del terremoto del 2010 – 230mila le vittime confermate – dall’epidemia di colera – che ha ucciso oltre ottomila persone – e dal neocolonialismo delle organizzazioni non governative. Quello che in un colpo solo ha annullato il settore agricolo nazionale, attraverso l’importazione di riso e altri cereali – a basso costo, grazie ai sussidi pubblici – provenienti dagli Stati uniti. Come spiegano i documentari di Silvestro Montanaro – “C’era una volta”, Rai tre – facilmente reperibili sulweb. E’ difficile interpretare Haiti, un Paese che non lascia basito solo chi proviene dai quartieri residenziali di qualche cittadina nordeuropea; la sventurata Nazione colpisce allo stomaco anche chi conosce a palmo a palmo favela e periferie degradate delle altre Nazioni latinoamericane. Per approfondire le dinamiche haitiane abbiamo intervistato Fabrizio Lorusso (@FabrizioLorusso ), giornalista – segnaliamo le sue corrispondenze dal Messico per l’edizione italiana dell'”Huffington post” – e docente presso l’Universidad Iberoamericana León (Ibero León), con sede appunto nella città messicana di León. Oltre che gestore del blog dal titolo “L’America latina” ( https://lamericalatina.net/ ). Lorusso è, infatti, autore di un libro ormai di culto (“La fame di Haiti”, pubblicato nel 2015 da Edizioni non deperibili – End), reportage scritto a quattro mani con Romina Vinci. Qui non solo si analizza il ruolo delle «multinazionali della solidarietà», ma si offrono chiavi di lettura essenziali per capire il sistema politico ed economico del Paese più povero dell’America latina. Spazio quindi alla cosiddetta «industria della fame», e analisi della «militarizzazione dell’isola da parte di forze straniere, in primo luogo statunitensi». (leggi qui la seconda parte)

Come scrive l’autore nella presentazione, si tratta di «vivere e scrivere ai tempi del colera», ma soprattutto di «capire una cultura diversa», e attenzione perché questa è una definizione memorabile, «che non è del tutto latinoamericana, ma nemmeno africana. Che non è solo caraibica, francesizzata e americanizzata, ma anche creola, autoctona e circondata dal mondo ispanofono». Da segnalare che dello stesso autore è in libreria “Messico invisibile – Voci e pensieri dall’ombelico della luna”, con prefazione di Alessandra Riccio (docente di Lingua e letterature ispanoamericane presso la Facoltà di Lingue e letterature straniere dell’Istituto universitario orientale di Napoli).

 

Si tratta di uno sfizioso collage di materiali, indispensabile per approfondire il delicato tema dellanarcoguerra nel Paese nordamericano. Segue la prima parte dell’intervista.

 

Tra ottobre e gennaio prossimi, si celebreranno le Elezioni presidenziali e parlamentari di Haiti. Chi sono i principali contendenti per la carica presidenziale? In cosa si differenziano, tra loro?

«Forse solo Maryse Narcisse – arrivata quarta alle precedenti elezioni annullate, e ora in svantaggio rispetto ai primi tre della lista secondo i sondaggi – poteva rappresentare un cambiamento. E’ la candidata del partito Fanmi lavalas, la creatura politica dell’ex presidente Jean-Bertrande Aristide: defenestrato due volte negli anni Novanta e Duemila da colpi di stato, e costretto nel 2004 a un esilio di sette anni. Narcisse si presenta infatti come la rappresentante – seppur moderata – di quel movimento importantissimo, che negli ultimi 20 anni ha cercato di far recuperare al Paese un minimo di sovranità e di giustizia sociale: due rivendicazioni storiche delle sinistre latinoamericane. Chiaramente è quasi impossibile prevedere una via di uscita pacifica dal modello neoliberista e coloniale, imposto sull’Isola; ma senza dubbio alcuni candidati presentano una tradizione politica e un’agenda, un po’ più avanzate in tal senso».

 

E per quanto riguarda gli altri candidati, chi può indicarci come favoriti per l’appuntamento elettorale di domenica 9 ottobre?

«Il candidato della continuità è Jovenel Moïse; mentre quello forse più propenso a rinegoziare alcune condizioni di governabilità e indipendenza – sia con le potenze straniere, sia le forze delle Nazioni unite presenti nel Paese – è il suo omonimo: Jean – Charles Moïse, leader del movimento Platfòm pitit Dessalines».

 

Quale l’origine del conflitto violento, che ha condotto all’annullamento del voto del 2015? E’ uno scontro del tipo «destra – sinistra», clientelare oppure magari tribale? Da dove nasce l’odio?

«L’origine del conflitto post-elettorale risiedeva nello stesso processo di voto, giudicato fraudolento da tutti i candidati maggiori; salvo il vincitore del primo turno Jovenel Moïse, delfino dell’ex presidente Michel Martelly. Nonostante le indicazioni di osservatori internazionali – tra cui anche l’Unione europea o l’Organizzazione degli Stati americani, che avevano certificato e approvato le giornate elettorali – le proteste, a ragione, sono continuate, in una situazione d’ingovernabilità totale; o meglio di commissariamento de facto di molte funzioni governative. Parlo di commissariamento perché in buona sostanza Haiti è un Paese privo di sovranità, e vicino alla definizione di Stato fallito che si usa tra i politologi».

 

Ritiene veramente di poter attribuire la qualifica di Stato fallito – una definizione generalmente attribuita a Nazioni come la Somalia o la Libia – anche a Haiti?

«Si tratta invero di una realtà semicoloniale, in cui le decisioni sono concretamente subordinate alla volontà di Washington, in primis; e poi anche a quella di altri Paesi con forti interessi economici sull’Isola, come la Francia, il Canada. E più in generale non va trascurato il peso della cosiddetta comunità internazionale, sia mediante l’Organizzazione delle Nazioni Unite, sia la missione militare di pace della Mission des Nations unies pour la stabilisation en Haïti. Insomma niente di tribale o irrazionale. Di certo i motivi post-elettorali e le frodi si mischiano alla situazione drammatica del Paese, in cui il colera non smette di far vittime – anche se a un ritmo minore rispetto al 2011 e 2012 – e il tasso di povertà supera l’ottanta per cento».

 

Nel libro da lei dedicato al Paese, si punta il dito sul paternalismo degli stranieri – ossia sull’industria della fame – quale concausa del sottosviluppo. Ci spiega questa singolare forma di sfruttamento?

«Nel libro La fame di Haiti (pubblicato da Edizioni non deperibili – End nel 2015, e scritto con la giornalista Vinci), parliamo della cosiddetta Repubblica delle ong, dei paradossi della solidarietà, degli aiuti selettivi, del business delle organizzazioni non governative globali e dell’Onu; tutto ciò, secondo quanto osservato a Port-au-Prince, oltre che in altre zone del Paese, tra il 2010 e il 2011».

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