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  • Il fastidio dell’indigena

    Il fastidio dell’indigena

    L’Ecuador vive un periodo di forte proteste da parte degli indigeni, soprattutto dopo la detenzione del leader Leónidas Iza. Come si è arrivati a questa situazione e cosa potrebbe succedere? Lo chiediamo al professore dell’Instituto de Altos Estudios Nacionales Daniele Benzi. A seguire ci concentriamo su due omicidi in Amazzonia, dalle conseguenze imprevedibili, quello dell’antropologo brasiliano Bruno Pereira e del giornalista britannico Dom Phillip. Ci colleghiamo in diretta con Brasilia per parlarne con la professoressa di antropologia dell’Università della capitale Elaine Moreira.

  • Nella Terra liberata dei comuneros

    Nella Terra liberata dei comuneros

    COLOMBIA. Il clima di attesa per la sfida presidenziale di Petro non scalda più di tanto le comunità di contadini Nasa del Cauca. Che tra narcos, esercito e guerriglia hanno dovuto imparare da soli a difendersi e a riconvertire ecologicamente i terreni strappati al business degli agrocombustibili. Parla l’ex sindaco “comunerò” Abel Coicué: «Oggi la riconversione in terreni agricoli per la comunità dei cañaverales raccoglie l’eredità della resistenza dei popoli nativi alla colonizzazione»

    di Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

    Il Cauca è la culla della cultura del popolo originario Nasa in Colombia, una regione andina che è stata e continua a essere teatro di conflitti sanguinosi: dalla resistenza contro gli spagnoli guidata dall’eroina indigena Gaitana fino agli scontri a fuoco tra le cellule dissidenti delle Farc-Ep e le forze armate.

    Nel comune di Caloto, nella zona settentrionale del Cauca, vive oggi Abel Coicué, un comunero Nasa ed ex sindaco del resguardo di Huellas, territorio parzialmente autonomo gestito da comunità indigene. La sua casa autocostruita è circondata da banani, piante di caffè, yuca, aromi, un prato in cui pascola una mucca, del pollame, diversi cani e uccelli che cantano facendo da tappeto sonoro alla sua voce.

    UNA VOLTA TUTTO QUESTO era coperto da campi di canna da zucchero, racconta Abel, le coltivazioni intensiva dei proprietari terrieri che hanno dominato storicamente nella regione sfruttando la mano d’opera indigena e afrocolombiana e distruggendo l’ecosistema tropicale. Abel ha contribuito alla nascita del “Tessuto di comunicazione” locale: «Facevamo un lavoro per sensibilizzare le persone attraverso la radio, il web, i video e la stampa. Questo ci ha creato diversi problemi con lo Stato e i gruppi armati, perché stavamo dando visibilità a quello che succedeva sul territorio. Abbiamo avuto problemi con la nostra stessa organizzazione perché quando ci sono stati leader che commettevano errori li rendevamo pubblici attraverso i nostri canali».

    L’attivismo radiofonico di Abel viene dall’ACIN, l’Asociación de Cabildos Indígenas del Norte del Cauca che a sua volta fa riferimento al CRIC, il Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, fondato nel 1971 sullo slogan «Unità, Terra, Cultura e Autonomia», un’esperienza pioniera del movimento indigeno dell’America Latina e un esempio di autorganizzazione dal basso che interessa 84 resguardos appartenenti a 8 popolazioni originarie.

    ABEL HA DOVUTO ABBANDONARE la sua terra e la sua famiglia per diversi mesi e andare in esilio in Spagna quando la sua incolumità è stata messa in pericolo dalle minacce dei gruppi armati che si affrontano nelle vicinanze. Ora che è tornato a casa avrebbe diritto al servizio di protezione offerto dalle istituzioni, ma ai costosissimi mezzi blindati delle autorità preferisce la compagnia di un giovane ragazzo della comunità che lo segue in moto, disarmato, quando si sposta tra i resguardos della regione.

    Lungo le curve e i versanti scoscesi della cordigliera centrale che attraversa Caloto si leggono le sigle della cellula dissidente delle Farc-Ep “Dagoberto Ramos” sugli edifici e a poche centinaia di metri di distanza ci sono dipinte le bandiere rossoverdi della Guardia Indigena del CRIC.

    LA «GUARDIA» è un’organizzazione di autodifesa delle comunità indigene aderenti al CRIC. Chi fa il turno di guardia non ha armi da fuoco ma impugna il bastone tradizionale che gli conferisce autorità e legittimità. Il loro compito è chiamare a raccolta la comunità in caso di pericolo per evitare l’entrata di gruppi paramilitari e narcotrafficanti. Le cellule guerrigliere dissidenti, che in questa zona si dedicano al traffico di stupefacenti e al controllo territoriale, si sono rese più volte artefici di attacchi e omicidi ai danni della Guardia.

    Superando gli appostamenti delle Farc si trova la scuola rurale “El Credo”. Qui bambini e bambine imparano a fare i calcoli mentre si prendono cura della terra e degli animali, gli si insegna a suonare uno strumento musicale e a preparare il mangime per la fattoria. Durante i periodi di conflitto più intenso, l’edificio si trasforma in un rifugio per tutta la comunità, che si chiude nella scuola per giorni, settimane o anche mesi, mentre fuori si spara. All’entrata della scuola c’è un murale in cui è raffigurato lo spirito comunitario che guida le attività didattiche.

    TRA LE NUBI DIPINTE DI AZZURRO si intravede il ritratto di una bambina, Maryi Vanessa, la figlia di Abel, uccisa da un ordigno esplosivo durante uno scontro tra guerriglieri ed esercito.

    Alle spalle di Abel il sole tramonta e cala la notte sulle montagne circostanti. Le luci che si accendono fanno pensare ai lumi di un piccolo borgo, invece sono le coltivazioni di Toribio, anche conosciuta come la Ciudad Perdida, dove il business della marijuana è diventato endemico, si organizzano visite guidate nei campi e le piante vengono stimolate anche di notte con luci artificiali visibili da tutta la vallata. Gli affari fioriscono sotto gli occhi vigili della base dell’esercito che sorge a pochi chilometri. Le coltivazioni illegali di marijuana e coca foraggiano ormai da anni i diversi soggetti che si fronteggiano sul territorio. E si sono diffuse anche nei resguardos. Secondo Abel «il narcotraffico è stato uno dei problemi più difficili che abbiamo dovuto affrontare come organizzazione indigena». Le coltivazioni illegali sono una fonte di ingresso per le famiglie, al stesso tempo si sta «rompendo il tessuto sociale, oggi la gente ha più soldi e diventa individualista, incomincia a pensare a se stessa e non più come collettivo. Non partecipa alle riunioni e non va alle assemblee».

    Inoltre, le infiltrazioni dei narcos nelle comunità indigene rafforzano i gruppi criminali e le forze militari e di polizia che controllano la zona.

    I GIOVANI PREFERISCONO I SOLDI facili offerti dagli imprenditori delle sostanze e per questo molti di loro smettono di studiare o lavorare per dedicarsi al business illegale. «Quando la dirigenza della nostra organizzazione decide di intervenire in modo deciso contro questo problema allora entra in gioco la guerriglia che ci minaccia e ci assassina – commenta Abel -, però noi rimaniamo qui e questa situazione ci deve servire per capire quale strategia usare, cosa fare».

    Tra le pratiche messe in campo dalle comunità di Caloto c’è la cosiddetta «Liberazione della Madre Terra», ovvero la riconversione di ettari di cañaverales, i canneti delle imprese che producono agrocombustibili, in terreni adatti all’agricoltura e all’allevamento. I membri della comunità si spostano in moto con i machete, le zappe, i pali di legno e il filo per delimitare il terreno liberato. Si procede in perfetta sincronia con il lavoro collettivo che nella tradizione indigena dell’area andina viene chiamato la «Minga». Secondo Abel, la liberazione della madre terra raccoglie l’eredità della resistenza dei popoli nativi alla colonizzazione e la lunga storia del recupero dei terreni che durante il Novecento ha visto protagoniste le comunità indigene.

    LA GIORNATA DI LAVORO collettivo si conclude con un’assemblea e una cena comunitaria in un altro territorio liberato dove ora sorgono alberi da frutto e un piccolo lago. Nelle terre liberate è proibito coltivare coca o marijuana, quello che si semina è per il fabbisogno della comunità e non per la compravendita di merci sul mercato. Durante l’assemblea comunitaria si presenta un candidato alle elezioni politiche per fare campagna elettorale. È un membro della comunità afrocolombiana, che rappresenta circa un quinto della popolazione del Cauca. I contadini di Caloto non hanno molta fiducia nei processi elettorali. Nonostante si respiri un clima di grande speranza nel popolo colombiano, con la possibile vittoria del leader progressista Gustavo Petro, Abel intravede un rischio per le organizzazioni comunitarie: «Ci offrono molti progetti assistenzialisti che di sicuro sono utili per la nostra gente, però ci condizionano politicamente. Il governo dice: se uscite a protestare vi togliamo i sussidi».

    LA COOPTAZIONE DEI LEADER comunitari ha fatto sí che «oggi l’interesse per la difesa della vita si stia perdendo, prima quando uccidevano un comunero scendeva in strada un’enorme quantità di persone per prendere i responsabili. Oggi, quando ammazzano un leader, al massimo blocchiamo una strada o facciamo qualcosa di simbolico, ma questo non ha senso perché sappiamo già chi sono gli assassini. La nostra dirigenza non si sta sforzando abbastanza e si muove solo sul piano diplomatico».

    Secondo Abel le organizzazioni indigene del Cauca, famose in tutto il paese per riuscire a mobilitare migliaia di persone e mettere sotto scacco i governi di turno, non stanno analizzando questo processo di cattura da parte delle istituzioni, strategia potenzialmente vincente per rompere l’autonomia delle comunità e assimilare l’identità Nasa dentro le dinamiche delle istituzioni corrotte dello Stato.

    CONTRO IL TENTATIVO di controllo da parte del governo, gli attacchi dei vari gruppi armati e l’invasione delle multinazionali, che vogliono estrarre minerali e sfruttare le fonti d’acqua, le comunità contadine del Cauca vogliono ripartire dalla Madre Terra, liberarla dalla produzione intensiva «per far tornare la vita, gli animali, gli alberi e ricreare un ecosistema in cui può viverci qualsiasi essere vivente».

  • Il vertice degli assenti

    Il vertice degli assenti

    Il vertice delle Americhe ha avuto assenti illustri, con paesi che si sono tirati fuori in segno di protesta. Per questo si fa fatica a vederlo come un summit di successo. Ci colleghiamo con La Plata, in Argentina, per parlarne con il giornalista Federico Larsen. Il secondo collegamento lo abbiamo fatto con Cusco, in Perù, per farci raccontare da Lianet Camara lo scandalo di un ex ministro ricercato e accusato di organizzazione criminale.

  • Il caso del Floyd brasiliano

    Il caso del Floyd brasiliano

    Mentre in Brasile i candidati si preparano per partire con la campagna elettorale per le presidenziali, il caso di Genivaldo de Jesus Santo, assassinato dalla polizia per asfissia nel baule di una macchina, viene considerato come il “Floyd brasialiano” e ricorda la violenza esagerata delle forze dell’ordine. Ne parliamo col ricercatore e docente universitario Alessandro Peregalli, della redazione di lamericalatina.net

  • Voto “histórico” per il blocco progressista. Così Petro va

    Voto “histórico” per il blocco progressista. Così Petro va


    Il prossimo presidente della Colombia lo deciderà il ballottaggio. Al candidato progressista del Pacto Histórico, Gustavo Petro, non sono bastati gli oltre 8.522.399 voti (40,1%) per vincere al primo turno. A sorpresa, il suo sfidante sarà Rodolfo Hernandez che, con quasi 6 milioni di preferenze (28,16%), ha raggiunto il secondo posto superando il candidato di destra Federico Gutiérrez, in vantaggio nei principali sondaggi, che ha ottenuto invece solo il 23,89%.

    L’ALTA ATTENZIONE posta sulla possibilità di brogli durante la giornata elettorale ha permesso di registrare 584 casi di irregolarità, ma dalle diverse coalizioni politiche non sono emerse denunce di irregolarità o mancanza di garanzie e secondo il Consiglio nazionale elettorale le elezioni si sono svolte regolarmente, nonostante alcuni episodi violenti (tre ordigni esplosivi nel Caqueta e Guaviare e uno scrutatore ucciso dalle dissidenze delle Farc nel Meta).

    Yeisid, commerciante dello storico quartiere Palermo a Bogotá, ammette di aver votato per Rodolfo Hernández: «Molti dicono che è estremista ma per me è il candidato ideale, rappresenta il vero rinnovamento, rispetto a Petro e a Fico» commenta, sicuro che arriverà alla presidenza.

    Fino a qualche settimana fa, la figura di Hernández non rientrava tra i favoriti nella campagna elettorale. Tuttavia, la sua retorica populista contro i partiti politici tradizionali, incentrata sui social network, ha fatto breccia nell’immaginario dell’antipolitica. Candidato di 77 anni, Hernández si è sottratto alla maggior parte dei dibattiti presidenziali, ma è diventato popolare su Tik Tok. Imprenditore di successo ed ex sindaco di Bucaramanga (circa 400 km a nord da Bogotà), con un discorso incentrato sulla lotta alla corruzione – sebbene abbia a suo carico un processo proprio per corruzione – ha raccolto un inaspettato successo, laddove il discorso di Federico Gutiérrez non ha sedotto del tutto gli animi tra i conservatori.

    TUTTO CIÒ POTREBBE far pensare a uno scenario di divisione della destra colombiana, a seguito del declino della figura di Alvaro Uribe, ma anche della forte impopolarità del governo uscente di Ivan Duque che nel febbraio del 2022 toccava il 73% di disapprovazione.
    Tuttavia, già nelle prime dichiarazioni dopo la chiusura delle urne, Gutiérrez ha già espresso il proprio sostegno a Rodolfo Hernández per il ballottaggio, garantendo almeno 5 milioni di voti al blocco di destra che permetterebbero di superare il Pacto Histórico.

    Da parte sua, Gustavo Petro, sebbene abbia raccolto oltre tre milioni di voti in più rispetto alle elezioni primarie di marzo e quasi raddoppiato le preferenze rispetto al primo turno delle elezioni presidenziali del 2018, dovrà cercare ancora di rafforzare il proprio consenso per vincere al ballottaggio del prossimo 19 giugno. Ha comunque espresso soddisfazione per il vantaggio ottenuto al primo turno e per l’aumento significativo in voti, vincendo a Bogotá (di cui è stato sindaco tra il 2012 e il 2015) e nei dipartimenti della costa del Caribe, di dove è originario, e della costa del Pacifico, con punte attorno al 70% nella regione di Nariño e nel Cauca, terra della candidata alla vicepresidenza Francia Márquez.

    È SIGNIFICATIVO che Hernández si sia invece aggiudicato le regioni centrali e quasi tutte le zone orientali al confine con il Venezuela. Gutiérrez ha vinto solo nella sua Antioquia, roccaforte di Alvaro Uribe.
    La destra esce comunque dal primo turno delle presidenziali ringalluzzita, trovando in Hernández il suo candidato, all’insegna dell’antipolitica e della lotta alla corruzione. Petro sa che per vincere al ballottaggio dovrà raccogliere consensi tra i sostenitori del centrista Dario Fajardo che ha raccolto oltre 800mila preferenze (nel 2018 furono oltre 4,5 milioni) e tra i settori progressisti del Partito liberale, il cui appoggio non è per nulla scontato. Sarà inoltre necessario sfondare nelle regioni agrarie dove il suo programma di riforme non ha avuto l’eco sperato.

    MA SOPRATTUTTO PETRO dovrà convincere la popolazione astenuta. In Colombia infatti, la bassa affluenza alle urne rappresenta un fenomeno strutturale. Sebbene la partecipazione sia stata tra le più alte degli ultimi cicli elettorali, resta ferma al 54,9% (circa 21 milioni di votanti, su un totale di 38 milioni di elettori). È questo il caso di Esmeralda, venditrice ambulante nel centro di Bogotá, che domenica stava lavorando: «Non ho tempo di occuparmi di politica». E difficilmente lo troverà in occasione del secondo turno.

    Sebbene il panorama del ballottaggio sia difficile per il Pacto Histórico, la campagna politica di Petro e Márquez propone un cambiamento che, affermano, è già in atto e proviene dalla spinta dei movimenti e della società civile, mentre i seggi conquistati al Congresso nel voto dello scorso 13 marzo confermano una forza inedita del blocco progressista.

    Di Giacomo Finzi e Susanna De Guio da Il Manifesto

  • Colombia, le forze prograssiste ottengono il loro miglior risultato storico

    Colombia, le forze prograssiste ottengono il loro miglior risultato storico

    💡Aggiornamento💡 Dal primo turno delle elezioni di questa domenica Gustavo Petro è uscito in netto vantaggio, con il 40,3% dei voti, ma non è riuscito a vincere. Sebbene i sondaggi indicavano Federico Gutiérrez come suo principale sfidante, in realtà il candidato della destra è rimasto al 23,8% e al ballottaggio andrà invece Rodolfo Hernández, rappresentante dell’anti politica sullo stile di Trump, con il 28,1% delle preferenze.

    In ogni caso, il voto ha espresso insomma il rifiuto della continuità, che si osservava negli ultimi mesi nel 73% di disapprovazione raggiunta dal presidente uscente Iván Duque.

    Le forze progressiste hanno ottenuto il suo miglior risultato storico, raddoppiando i voti presi al primo turno nel 2018 e posizionandosi per primo, con oltre 10 punti di distacco dal secondo candidato. Eppure, dovrà cercare nuovamente alleanze e strategie per vincere.

    Nel suo discorso dopo la chiusura delle urne, infatti, Gutiérrez ha già dichiarato che sosterrà Hernández: se il prossimo 19 giugno i voti della destra uribista andranno in blocco al candidato che si presenta come outsider, per il Pacto Histórico sarà difficile rimontare.

    A Rodolfo Hernández piace farsi chiamare ingegnere, è imprenditore ed è stato sindaco di Bucaramanga (città 400 km a nord di Bogotá). Sono già virali i video in cui dice di essere ammiratore di Hitler, dove tira uno schiaffo a un consigliere o in cui dice che è meglio se le donne non partecipano alla politica e restano a casa. Eppure, è proprio sui social che ha gestito la sua campagna elettorale, con messaggi semplici e diretti alla pancia dell’elettorato.

    Per raggiungere la presidenza, Gustavo Petro e Francia Márquez dovranno rivolgersi soprattutto al 45% della popolazione che non ha votato, cercando di rompere la barriera strutturale dell’astensionismo, dove si trovano i settori popolari a cui si rivolge il progetto progressista, e conquistare le regioni agrarie e di frontiera con il Venezuela, dove la violenza dei gruppi armati è più forte e l’alternativa rappresentata dal Pacto Histórico non ha fatto breccia.

    Colombia, le elezioni tra violenza e speranza di una vittoria storica in nome di giustizia sociale, donne e clima

    29 maggio 2022

    Si è chiusa la tesissima campagna elettorale in Colombia e ora si aspetta il 29 maggio con il fiato sospeso per conoscere il risultato delle urne, mentre colombiani e colombiane all’estero stanno già votando per decidere chi sarà il prossimo presidente del paese.

    Tra i sondaggi e la realtà

    Il tandem che guida la coalizione progressista del Pacto Histórico nella sfida elettorale è da mesi in testa nei sondaggi: l’ex sindaco di Bogotá, con un passato giovanile nella guerriglia urbana dell’M-19, Gustavo Petro e l’attivista ambientale afro discendente, Francia Marquez, candidata alla vice presidenza, hanno riempito domenica una emozionata Plaza de Bolívar, nel centro della capitale Bogotá, con una quantità di partecipanti inedita per una manifestazione elettorale, e una spiccata presenza giovanile.

    I due principali candidati del Pacto Histórico alzano la bandiera della pace per un paese che è stato soffocato da oltre mezzo secolo di conflitto armato. Portano avanti i principi della dignità del popolo colombiano, dell’accesso all’educazione e dei diritti sociali per tutti, temi centrali nelle rivendicazioni dei cicli di proteste degli ultimi tre anni. E con la forza accumulata durante la campagna, puntano a vincere al primo turno. Ma i numeri, malgrado il sostanzioso vantaggio di Petro, non sembrano scongiurare il rischio di un ballottaggio: l’ultimo sondaggio, infatti, gli assegna il 40,6% delle intenzioni di voto, seguito dal 27,1% per Federico Gutierrez, detto Fico, della coalizione di destra “Equipo por Colombia” e dal populista Rodolfo Hernández con il 20,9%. Sergio Fajardo, leader delle forze politiche centriste, è rimasto con un esiguo 6,1%, segnale della forte polarizzazione che ha predominato nella campagna elettorale.

    La battaglia politica è dunque ancora tutta aperta e densa di una tensione che si è accumulata con il crescere della violenza e delle minacce durante le ultime settimane di campagna elettorale.

    Una campagna politica tra soggetti armati

    Mentre i primi risultati del voto all’estero mostrano uno straordinario risultato per Petro, la Defensoria del Pueblo ha pubblicato un report sui municipi a rischio di violenza in vista delle elezioni di domenica in Colombia, per la presenza di gruppi armati quali le AGC e la guerriglia dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Nel documento, si fa riferimento a oltre 80 municipi ad estremo rischio ed oltre 200 ad alto rischio, di cui la gran parte erano già stati segnalati dalla Defensoria con un’altra allerta prima delle elezioni del 13 marzo, destinate a eleggere i rappresentanti del Congresso e le primarie presidenziali.

    La presenza di gruppi armati e il pericolo di attentati ai candidati progressisti è stata una costante dell’intera campagna elettorale. Infatti, a inizio maggio, Petro ha dovuto sospendere la sua visita nel distretto “cafetero” (Quindio, Risaralda e Caldas), a circa 250 km a ovest da Bogotà a causa di un possibile attentato ad opera della formazione neo paramilitare Cordillera. La polizia e le istituzioni statali hanno sminuito la portata di tale minaccia, ma Petro è riapparso nei comizi in piazza con scudi, giubbotto antiproiettile, oltre al rinforzo di guardie del corpo.

    Nei giorni seguenti, tra il 5 e il 9 maggio, oltre 200 municipi nella zona nord-occidentale del paese (circa il 30% del territorio) sono stati investiti dal paro armado delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia (AGC), anche conosciuto come Clan del Golfo. L’azione armata (sorta in seguito all’estradizione negli Stati Uniti del capo narcos e paramilitare Antonio Usuga ‘Otoniel’), con coprifuoco, blocchi stradali, diversi omicidi e circa 200 veicoli incendiati, ha avuto soprattutto l’effetto di diffondere un clima di terrore e di intimidazione, mentre il governo cercava di ridurre la portata della dimostrazione di forza del Clan del Golfo e la polizia mostrava certa reticenza all’intervento.

    L’omicidio del procuratore paraguaiano Marcelo Pecci, lo scorso 10 maggio, su una spiaggia nei pressi di Cartagena mentre era in viaggio di nozze, ha riportato subito dopo al centro delle cronache la violenza del narcoparamilitarismo in Colombia. Pecci stava investigando i legami tra le organizzazioni criminali in Paraguay e in Colombia, ed era specializzato in temi di corruzione, narcotraffico, riciclaggio di denaro e finanziamento al terrorismo.

    Al clima di intimidazione generato si è sommata poi una quotidianità fatta di comunicati di schieramenti paramilitari che circolano da mesi, minacciando uno ad uno i rappresentanti del Pacto Historico. Il 18 maggio, uomini armati e a volto coperto hanno ucciso Jesus Orlando Dorado Burbano, militante della coalizione nel Cauca, regione a sudovest del paese.

    Nonostante ciò, è la prima volta che in Colombia si intravede la possibilità di una vittoria elettorale per un candidato progressista. Nella storia del paese altre figure politiche che hanno percorso questo cammino sono state assassinate prima del voto: la morte di Jorge Eliecer Gaitan, ucciso nel centro di Bogotà il 9 aprile 1948, scatenò una rivolta popolare conosciuta come il Bogotazo. In seguito, negli anni ‘80 e ‘90, sono stati uccisi a pochi giorni dalle elezioni Jaime Pardo Leal e Bernardo Jaramillo Ossa, della Unión Patriótica, l’ex integrante del M-19 Carlos Pizarro e il leader progressista liberale Luis Carlos Galán.

    Nelle ultime settimane vi è stata inoltre una presa di posizione da parte delle forze armate, con le dichiarazioni del generale Eduardo Zapateiro, che ha sollevato una polemica via Twitter contro Gustavo Petro, nonostante alle gerarchie militari sia proibito emettere dichiarazioni politiche durante la campagna elettorale, secondo le norme della Costituzione del 1991.

    Infine, a cinque giorni dalle elezioni, l’attuale presidente Duque ha celebrato la designazione della Colombia come membro esterno della NATO in qualità di alleato strategico per gli Stati Uniti. Questa decisione si preparava da marzo, quando Duque si era riunito con Biden alla Casa Bianca, e mostra l’importanza che riveste la Colombia nelle politiche regionali elaborate da Washington. Questa alleanza stabilisce la possibilità per il paese latinoamericano di accedere ad armamenti e prestiti per rinforzare le sue capacità belliche e di rafforzare le collaborazioni con il dipartimento della Difesa statunitense, laddove sul territorio sono già presenti sette basi militari forze speciali statunitensi.

    La politica del cambiamento e per la vita

    Nonostante il clima di intimidazioni, e le imponenti misure di sicurezza degli ultimi comizi, domenica scorsa, i rappresentanti della coalizione progressista hanno sono riusciti a chiudere la campagna elettorale in una plaza de Bolivar gremita, in un clima disteso e pieno di speranza: la “Festa del cambiamento e per la vita”.

    Gustavo Petro ha dichiarato di voler istituire una commissione giudiziaria indipendente sotto l’egida delle Nazioni Unite, come quella diretta da Ivan Velazquez in Guatemala, per dare battaglia contro la corruzione. Fin da quando era senatore (2006-2009), Pero ha portato avanti una campagna contro la parapolitica, denunciando le collusioni tra la classe politica colombiana e il paramilitarismo, responsabile di crimini di lesa umanità come sparizioni forzate, esecuzioni extra-giudiziarie e massacri. La corruzione della classe politica colombiana è uno dei motivi dell’indignazione sociale sorta in Colombia negli ultimi anni, dovuta anche al regime di impunità nel quale si muove.

    Inoltre Petro ha rilanciato la sua agenda di riforme sociali che, oltre al tema dell’istruzione e delle pensioni, richiama la volontà di una transizione ecologica che metta fine all’economia di guerra e di violenza per l’accaparramento (legale ed illegale) delle ingenti risorse naturali presenti in Colombia. Per superare un’economia fondata intorno a carbone, petrolio e cocaina, i tre maggiori prodotti di esportazione, secondo Petro, la Colombia dovrà ritornare a produrre ciò che attualmente importa, dagli alimenti ai prodotti tessili fino alla tecnologia. Per poter finanziare l’ambizioso progetto, sarà necessario ridistribuire la ricchezza attraverso una tassazione progressiva, ridurre l’evasione fiscale e combattere la fuga di capitali.

    Al di là di quanto accadrà il 29 maggio, in Colombia è in atto un cambiamento politico che comincia ben prima delle stesse candidature alla presidenza. Come osserva il direttore di IndepazCamilo González Posso, “la trasformazione dello scenario politico e della coscienza sociale è destinata a segnare il prossimo decennio”: se gli Accordi di Pace sono rimasti un tema centrale nell’agenda di queste elezioni è perché c’è una società che si è mobilitata contro la guerra.

    A seguito dei lunghi e complessi negoziati tra lo Stato e le Farc-Ep, gli accordi di pace firmati all’Avana nel 2016 con l’obiettivo di porre fine a mezzo secolo di conflitto armato in Colombia, sono stati boicottati dall’ultimo governo e lo spazio – territoriale e militare – lasciato dalla ritirata della guerriglia è stato occupato dalle formazioni paramilitari che si sono riorganizzate e rafforzate negli ultimi anni. Solo nel 2022 nel paese sono già avvenuti 42 massacri, l’ultimo è del 21 maggio a Barranquilla e ha ucciso tre persone. A questo si aggiungono 78 leader sociali e territoriali assassinati dall’inizio dell’anno e 21 ex guerriglieri, raggiungendo la cifra di 320 ex-integranti delle Farc-Ep e 1305 leaders sociali morti dalla firma degli accordi di pace nel 2016: una cifra che dice chiaramente che il paese non ha chiuso i conti con la violenza strutturale e la persistenza di attori armati presenti in buona parte del territorio.

    L’ascesa e l’impegno politico di Francia Marquez per le donne e per il clima

    Proprio per questa ragione, la prima proposta del Pacto Histórico è una politica “per la vita” che insiste sulla necessità della pace attraverso il rispetto e l’attuazione degli accordi. Il suo elettorato, oltre al mondo progressista e intellettuale, si è ampliato tra la popolazione che conosce direttamente le conseguenze della guerra, ma anche tra i settori urbani più giovani, protagonisti della rivolta sociale esplosa nel 2019 e poi di nuovo nel 2021. La disuguaglianza estrema, la disoccupazione e l’aumento della povertà, acutizzati con la pandemia sono stati i principali detonanti delle proteste, che ora trovano nella proposta di  Petro e Marquez uno sbocco politico. Nelle elezioni dello scorso 13 marzo il Pacto Histórico ha ottenuto la maggior parte dei suoi rappresentanti nelle zone dove la rivolta sociale è stata più forte e dove sono emersi candidati legati alle organizzazioni sociali e territoriali.

    Le primarie hanno anche sancito un successo, per molti insperato, della leader Francia Marquez che si era presentata come alternativa a Petro per la presidenza dentro alla coalizione del Pacto Histórico, con il movimento Soy porque Somos (“Sono perché Siamo”). Con una austera campagna durata pochi mesi Marquez è arrivata terza, superando personaggi storici della politica colombiana e raccogliendo da sola quasi 800mila voti. La sua traiettoria di attivista ambientale contro le miniere d’oro illegali nel Cauca, una delle regioni più povere della Colombia, l’ha portata a vincere nel 2018 il Premio Goldman, e la sua potente figura politica come donna nera, ragazza madre che ha cresciuto da sola due figli, divenendo un’importante avvocata per i diritti umani, rappresenta la Colombia popolare che vive lontano dalle grandi città, che conosce gli sfollamenti forzati e la violenza del conflitto armato, che subisce razzismo e machismo. Non si definisce femminista, ma incarna tutto ciò che va contro il patriarcato e l’ondata verde, che anche in Colombia ha conquistato il diritto all’aborto lo scorso 21 febbraio, è dalla sua parte.

    “Non passeranno, libereremo il nostro popolo”, ha gridato dal palco in una delle ultime giornate di campagna elettorale, quando un laser che la puntava da un edificio vicino ha costretto la sicurezza a proteggerla con gli scudi. “Non ci zittiranno, la nostra lotta è ed è sempre stata contro ogni tipo di violenza che vuole metterci paura”, ha concluso.

    Nel discorso politico di Francia Márquez c’è l’impegno a implementare integralmente il processo di pace verso una riconciliazione nazionale che metta fine alla campagna del terrore e della violenza che ha cinicamente dominato il panorama politico degli ultimi decenni. Ricalcando le parole di speranza di Martin Luther King, Marquez nei suoi discorsi parla del sogno di vedere il proprio paese in pace, parla di felicità, dignità e diritti, specialmente per le donne, affinché non siano più uccise, violentate, perseguitate. Ricorda infine le centinaia di giovani che hanno perso la vista, colpiti dalle pallottole e dai lacrimogeni della polizia durante la rivolta scoppiata ad aprile del 2021.

    In un paese dove storicamente l’astensionismo raggiunge la metà della popolazione da vent’anni, l’esito delle elezioni presidenziali del 29 maggio dipenderà proprio dalla volontà delle migliaia di giovani presenti in piazza, nella speranza di trasformare la rabbia e le rivendicazioni in voti in grado di permettere al Pacto Historico di raggiungere per la prima volta la presidenza. In questo modo i colombiani e le colombiane potranno iniziare un cammino verso la dignità e la giustizia sociale o, come sottolinea spesso Francia Marquez, potranno ricominciare a “vivir sabroso”.

    Di Susanna de Guio e Orso Colombo, da Valigiablu

    Foto: Elezioni in Colombia, candidati presidenziali. (peopledispatch.org)

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    📻Latinoamericando📣 La Colombia ha come principale candidato alla presidenza Gustavo Petro, il quale potrebbe portare il Paese verso sinistra. Ci colleghiamo con Bogotà per parlare con il latinoamericanista e ricercatore dell’Universidad Carlo III de Madrid, Diego Battistessa. Poi il regista Matteo Tortone ci racconta il suo docufilm “Mother Lode” che tratta la storia sconosciuta dei minatori in cerca d’oro nelle Ande peruviane.

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    📻Latinoamericando📣 Il governo guatemalteco di Alejandro Giammattei vive un’importante crisi di legittimità a causa degli attacchi contro i difensori di diritti umani, avvocati e cronisti. Da Managua lo racconta in dettaglio il giornalista Giorgio Trucchi, esperto di Mesoamerica.

  • Colombia, campagna di violenza sul voto

    Colombia, campagna di violenza sul voto

    Dal «paro armado» contro l’estradizione negli Usa del narcotrafficante Otoniel alle minacce di morte verso il candidato del Pacto Histórico. In vista delle elezioni che potrebbero sancire la prima vittoria progressista, nel Paese aumenta la tensione.

    A solo due settimane dalle elezioni presidenziali, l’aumento della violenza politica mantiene alta la tensione in Colombia, dopo il paro armado delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia (Agc) realizzato dal 5 all’8 maggio scorsi, come reazione all’estradizione di Dairo Antonio Úsuga David, alias Otoniel, leader dell’organizzazione conosciuta anche come Clan del Golfo.

    Mentre i principali sondaggi confermano in testa Gustavo Petro, candidato progressista del Pacto Histórico, si mantiene attorno alla sua figura un clima di minacce di attentati, in un contesto nazionale dove, dall’inizio di quest’anno, sono stati uccisi 71 leader sociali, 18 ex combattenti e si contano 39 massacri e oltre 70 mila persone sfollate con la forza dai loro territori, secondo i dati dell’Istituto per gli studi sullo sviluppo e la pace, Indepaz.

    CHE COS’È IL PARO ARMADO e perché è stato convocato? In Colombia, il paro armado è un’azione strategica utilizzata dai gruppi guerriglieri e dalle formazioni paramilitari per sfidare la presenza delle istituzioni statali su un territorio, dimostrare la propria potenza di fuoco e il proprio controllo sulla polizia così come su altri attori illegali.

    Il gruppo armato che convoca il paro pattuglia le strade e crea posti di blocco, sostituendo e rimpiazzando le funzioni dello Stato. La popolazione civile è la principale vittima di questo tipo di azione armata, che impone il coprifuoco, limita la mobilità e il transito dei mezzi pubblici, influisce sulla distribuzione di cibo e medicinali, nonché sul funzionamento delle scuole, e costringe in pratica la popolazione civile a chiudersi in casa.

    A scatenare l’azione armata delle Agc è stata l’estradizione di Otoniel negli Stati uniti, dopo la cattura nella regione di Antioquia nell’ottobre 2021 con un operativo che il governo di Iván Duque aveva presentato come il più grande colpo al narcotraffico dai tempi di Pablo Escobar.

    Otoniel, oltre a essere attualmente uno dei più potenti trafficanti di droga e leader del Clan del Golfo, è stato in passato membro del gruppo guerrigliero maoista Ejército Popular de Liberación (Epl). Dopo il fallimento del processo di smobilitazione dell’Epl, si è unito alla formazione paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), responsabile di massacri e sfollamenti forzati nel quadro dell’espansione paramilitare e della strategia contro-insurrezionale degli anni ’90 e 2000.

    Nonostante le dichiarazioni trionfali del governo dopo la sua cattura, le strutture economiche e paramilitari delle Agc sono lontane dall’essere state indebolite: il comando militare è stato decentrato e il loro potere d’azione si è esteso a livello territoriale.

    LA POSSIBILITÀ DI ESTRADIZIONE per Otoniel aveva già suscitato in questi mesi le proteste delle associazioni delle vittime del conflitto armato, soprattutto nei dipartimenti di Antioquia, Chocó e Meta, poiché gli interrogatori al narcotrafficante cominciavano a provare i collegamenti tra l’attività dei gruppi paramilitari, le istituzioni statali e alcuni grandi imprenditori colombiani nei principali massacri degli anni ’90 e 2000.

    Il mese scorso Otoniel ha testimoniato davanti alla Jurisdicción Especial para la Paz (Jep) e alla Comisión de la Verdad rivelando la complicità e la partecipazione dell’esercito colombiano nel massacro paramilitare di Mapiripán (luglio 1997) – quando Otoniel era leader del Bloque Centauro delle Auc – e confermando la pratica dei falsos positivos, promossa dalle istituzioni e perpetuata dal generale Mario Montoya.

    GUSTAVO PETRO ha sottolineato il suo dissenso all’estradizione di Otoniel in queste settimane pre-elettorali: sembra essere una strategia «per evitare che il capo del Clan del Golfo confessi i suoi rapporti con la politica e il potere, che alla fine avrebbero danneggiato la campagna del candidato del governo». Negli Stati uniti Otoniel sarà incriminato per traffico di droga, mentre non saranno presi in considerazione i crimini contro l’umanità e le violazioni dei diritti umani a suo carico.

    In quattro giorni di paro armado l’azione delle Agc ha coinvolto 10 dipartimenti e 178 comuni situati principalmente nel nord della Colombia, dove il gruppo armato è maggiormente presente, ha causato l’incendio di quasi 200 veicoli, tra cui camion e mezzi di trasporto pubblico, e sono stati denunciati sei morti secondo il ministero della Difesa (3 civili, 2 soldati e un poliziotto), mentre la Jep ha riportato un totale di 24 omicidi di civili. D’altra parte, durante il paro armado non ci sono stati scontri rilevanti con le forze di polizia o con altri attori armati, segnali che dimostrano la coesione territoriale delle Agc.

    Le origini di questo gruppo risalgono al 2005, quando la Legge 975, nota come “Legge di Giustizia e Pace”, ha promosso la smobilitazione parziale dei gruppi paramilitari per facilitarne il reinserimento nel tessuto sociale. Durante i due governi di Alvaro Uribe Vélez (2002-2010) questa politica ha favorito alti tassi di impunità per i leader paramilitari e ha portato a una significativa recidiva dei loro membri, che hanno iniziato a riunirsi in nuove formazioni, eredi del paramilitarismo, dove si trovano anche le origini dell’Agc. La loro espansione territoriale è in parte dovuta al vuoto di potere generato dal ritiro delle Farc-Ep dai loro territori di influenza, stipulata con gli Accordi di Pace dell’Avana del 2016.

    «LA PROMESSA DELLA PACE è un enorme deficit di questo governo, che ha portato avanti una politica più di guerra che di transizione verso la pace», ha dichiarato Camilo González Posso, direttore di Indepaz, in una valutazione dei quattro anni trascorsi di Duque alla presidenza. Il mancato rispetto degli Accordi di Pace con le Farc-Ep e la negligenza dello Stato nell’applicarli hanno creato uno spazio favorevole all’espansione degli altri gruppi armati; tra questi, le Agc sono diventate il gruppo narco-paramilitare più influente, hanno costruito alleanze sia con bande criminali locali che con i cartelli transnazionali per l’esportazione di cocaina negli Stati uniti e in Europa. E ora le tensioni si riverberano sull’andamento della campagna elettorale.

    SE IL PARO ARMADO è un tipo di azione conosciuta in Colombia (nel febbraio 2022 hanno adottato la stessa pratica anche i guerriglieri dell’Ejercito de Liberación Nacional), è la prima volta che si svolge durante una campagna presidenziale. Inoltre, l’incremento della violenza di questa settimana è solo l’ultimo capitolo di una tensione crescente che accompagna i dibattiti verso le elezioni del 29 maggio.

    In particolare, Gustavo Petro e la candidata alla vice presidenza Francia Marquez, espressione di un progetto politico progressista che non è mai riuscito a vincere per via elettorale in Colombia, hanno ricevuto continue minacce fin dall’inizio della loro campagna.

    Il 2 maggio scorso il Pacto Histórico ha dovuto sospendere le manifestazioni politiche nella zona cafetera del Paese (nei dipartimenti di Caldas, Risaralda e Quindío), dove la squadra che si occupa della sicurezza nella coalizione ha scoperto la pianificazione di un attentato a Petro, organizzato dal gruppo paramilitare Cordillera, noto per narcotraffico, estorsioni e omicidi. Inoltre, nel comune di Bello, in Antioquia, è stato rinvenuto un ordigno esplosivo davanti alla sede della campagna elettorale di Petro lo scorso 10 maggio, il giorno dopo la fine ufficiale del paro armado, a indicare una certa continuità della violenza paramilitare nella zona.

    LA CAMPAGNA del Pacto Histórico continua, ma nei giorni scorsi il candidato presidenziale si è presentato a Cúcuta indossando un giubbotto antiproiettile e circondato da scudi di protezione, mentre l’ex presidente Alvaro Uríbe è intervenuto per la prima volta a sostegno di Federico Gutiérrez, il principale avversario di Petro, chiedendo che vengano adottate misure di sicurezza anche per lui.

    La settimana scorsa, la tensione politica è tornata a salire, a seguito della decisione della Procura di sospendere il sindaco di Medellin, Daniel Quintero, per la pubblicazione di un video dove si esprime a favore del candidato Gustavo Petro. La Procuratrice generale Margarita Cabello, figura vicina al governo di Iván Duque e legata a Uribe, ha motivato la necessità di sospendere Quintero dalla sua carica a causa della partecipazione nella campagna elettorale, attività proibita dall’ordinamento colombiano, che impedisce ai funzionari pubblici di esprimere giudizi sui candidati.

    La destituzione di Quintero rappresenta però una chiara ingerenza del potere giudiziario nella vita politica, con una tendenza ideologica. Infatti, la procuratrice non avrebbe agito con la stessa meticolosità alle dichiarazioni del presidente Duque e del Generale Zapateiro contro Gustavo Petro e i candidati del Pacto Histórico nel corso della campagna.

    La Colombia si prepara così alle elezioni del 29 maggio in un clima di forte polarizzazione politica: da una parte la società colombiana sta manifestando con forza un desiderio di cambio, contro la guerra e la violenza, che trova il suo sbocco politico nel Pacto Histórico, determinato a vincere al primo turno. Dall’altra parte, si arrocca il partito della continuità politica che ha governato in Colombia negli ultimi vent’anni, rappresentato da Federico Gutiérrez e accompagnato da un inasprimento dei meccanismi di violenza che il Paese ha già conosciuto durante l’ultimo mandato con Ivan Duque.

    Di Susanna De Guio e Giacomo Finzi da Il Manifesto

    Foto: Coalizione Pacto Histórico a Fusagasuga, Colombia – Ap

  • Cile, se lo Stato volta le spalle ai giornalisti

    Cile, se lo Stato volta le spalle ai giornalisti

    È morta giovedì scorso a Santiago del Cile Francisca Sandoval, giornalista del canale TV comunitario Señal 3 La Victoria, che aveva ricevuto un proiettile in pieno volto durante la manifestazione del 1 maggio. Fuori dall’ospedale dove era ricoverata in gravi condizioni sono rimasti cartelli, fotografie, candele della lunga veglia che l’ha accompagnata per 12 giorni. “Francisca non se n’è andata, è stata assassinata” scrive il suo collettivo della Señal 3 nel primo comunicato che annuncia il lutto.

    Marcelo Naranjo è stato detenuto come autore del colpo di pistola che ha ferito a morte la giornalista, ma c’erano varie persone armate nel quartiere Meiggs, zona di negozi e commercio ambulante nel centro di Santiago, quando si è prodotto uno scontro al passaggio della manifestazione della Central Clasista de Trabajadores. L’analisi svolta dal periodico CIPER sulle videocamere di sorveglianza, insieme alle foto e i video dei partecipanti al corteo, ha identificato 11 soggetti che sparano, alcuni di loro conversano con i Carabineros nei pressi delle camionette. Anche se in maniera più lieve, oltre a Francisca Sandoval, altre due persone sono state ferite dai proiettili il 1 maggio.

    Il presidente Gabriel Boric ha condannato la naturalizzazione della violenza nel Paese e ha affermato che avrebbe perseguito i responsabili con fermezza, il sottosegretario del ministero dell’interno, Manuel Monsalve, ha chiesto un’indagine interna ai Carabineros, ma non ha dato direttive sugli arresti e la Procura ha determinato la detenzione solo per Naranjo, mentre per le altre due persone arrestate dalla PDI (Policia De Investigaciones) ha chiesto i domiciliari, con sorpresa della giudice a carico, Paulina Moya, e nonostante uno di loro avesse un mandato d’arresto in corso e stesse infrangendo i domiciliari imposti per un’altra causa.

    Queste misure cautelari hanno generato una forte indignazione, soprattutto se comparate con l’uso punitivo che è stato fatto del carcere preventivo durante la protesta sociale partita nell’ottobre 2019, in cui centinaia di ragazzi sono stati detenuti per mesi in attesa di un processo che in alcuni casi non si è ancora svolto, oltre due anni dopo. Altrettanto grave è stata l’apparizione in un programma mattutino del canale Chilevisión di Eduardo Bustamante, una delle persone fotografate nelle vie di Meiggs con un’arma in mano, che invece di essere tra gli indagati si è presentato come un commerciante del quartiere e ha dichiarato in televisione che maneggiava una pistola a salve come deterrente contro il pericolo di attacchi e saccheggi ai negozi da parte dei manifestanti. Solo dopo la morte di Francisca Sandoval, i due arrestati ai domiciliari sono passati al carcere preventivo.

    Non è la prima volta che avvengono aggressioni armate di questo tipo nel quartiere Meiggs, lo scorso 25 marzo durante una manifestazione studentesca, un ragazzo di 16 anni è stato brutalmente picchiato da presunti venditori ambulanti, come quelli che hanno sparato il 1 maggio, sotto gli occhi dei Carabineros. Lo denuncia in un comunicato l’Associazione dei media indipendenti del Cile che richiede al governo “azioni concrete che non permettano l’installarsi dell’impunità” e segnali politici chiari: la riforma strutturale dei Carabineros e la rinuncia del direttore Ricardo Yañez sono parte delle rivendicazioni che hanno attraversato la rivolta cilena, ora dirette a Boric e al suo esecutivo.

    Il 4 maggio il generale Yañez è stato convocato dalla commissione per la sicurezza della Camera dei deputati, dove ha difeso i suoi sottoposti come vittime, ha descritto i fatti accaduti a Meiggs come “uno scontro tra chi voleva proteggere i propri locali commerciali e altri che volevano distruggerli per farci delle barricate” e non ha saputo spiegare perché i soggetti armati dialogavano con Carabineros.

    In Cile non veniva uccisa una giornalista dal 1986, quando venne assassinato José Carrasco, erano gli ultimi anni della dittatura di PInochet. Nella stessa settimana in cui è morta Francisca Sandoval, è stata uccisa anche la giornalista palestinese statunitense di Al Jazeera Shireen Abu Akleh e il suo funerale è stato interrotto da cariche della polizia israeliana. Nello stato di Veracruz, in Messico, sono state assassinate a colpi di pistola Yesenia Mollinedo Falconi, direttrice della pagina El Veraz, e la sua operatrice video, Sheila Johana García Olivera, portando a 11 le vittime della violenza contro la stampa in Messico.

    Mónica González, riconosciuta giornalista cilena, ha segnalato che la morte della Sandoval “segna uno spartiacque, un prima e un dopo, pensavamo che in Cile non si ammazzassero giornalisti, e invece succede, e il peggio è che sono stati dati troppi segnali di impunità perché questo possa succedere” conclude, facendo riferimento alla poca presenza della giustizia di fronte alla violenza, alla corruzione e agli abusi delle forze pubbliche.

    Di Susanna De Guio da Il Manifesto

    Foto: Santiago del Cile, 12 maggio 2022 (Ansa / Alberto Valdés)