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    Masterclass della fine del mondo – Prima parte

    Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della prima parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. Si tratta di una riflessione collettiva di un gruppo di compagne e compagni brasiliani sulle lotte, le loro contraddizioni, limiti e possibilità, in Brasile e non solo, durante gli ultimi quattro anni di governo Bolsonaro e soprattutto durante la pandemia. Qui la seconda parte. Qui la terza. Qui la quarta. Qui la quinta. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. Articolo apparso anche su Euronomade.info.

    Masterclass della fine del mondo – I

    Di un gruppo di militanti nella nebbia

    “Il Brasile non è un terreno aperto dove intendiamo costruire cose per la nostra gente. Quello che dobbiamo fare è decostruire molte cose. Disfare un sacco di cose. E solo dopo cominciare a fare. Che io possa essere almeno un punto di svolta in questo processo”. Con queste parole, Jair Bolsonaro diede il benvenuto agli ospiti nella cena offerta dall’ambasciata brasiliana durante la sua prima visita a Washington nel marzo 2019.[1]

    Esattamente un anno dopo, venne confermata la prima morte per Covid-19 in Brasile. Il panorama apocalittico annunciato dalla notizia della pandemia all’estero contrastava ancora, qui, con l’immutata continuità della routine. La vaghezza dello scenario ha creato un’atmosfera di apprensione, ogni giorno più grande. Gli assembramenti obbligatori in luoghi di lavoro chiusi come fabbriche, centri commerciali e uffici, così come in autobus e vagoni del metro invariabilmente affollati, ha fornito l’immagine angosciante della diffusione di una malattia ancora sconosciuta. È stato in un’azienda di telemarketing di Bahia che la tensione è esplosa per la prima volta: gli operatori hanno abbandonato il loro posto di lavoro e sono scesi in strada chiedendo misure di quarantena. In poche ore, la scena è stata replicata nei call center di Teresina, Curitiba, Goiânia e altre città del paese. I video di queste interruzioni del lavoro, diventati virali in gruppi di operatori su WhatsApp e Facebook, indicavano una soluzione molto concreta a quella situazione disperata: letteralmente, uscire![2]

    Il coronavirus ha dato un’aria premonitrice ai termini della lettera anonima – più esattamente un “ultimo grido d’aiuto” – che i dipendenti di una catena di librerie avevano rilasciato nel febbraio 2020, dopo una sessione travolgente di mobbing. È sintomatico che, anche prima della pandemia, abbiano descritto l’esperienza all’interno dell’azienda come una “masterclass della fine del mondo”. Ma “il gran problema della fine del mondo”, concludevano, “è che qualcuno dovrà rimanere poi per pulire”.[3] Infatti, quando qualche settimana dopo ci siamo trovati di fronte a una calamità biologica, i “lavori di merda” hanno continuato a prendere ostaggi[4] per garantire la continuità del business as usual.

    Il paragone delle centrali di telemarketing con la schiavitù e le prigioni, così comune nei messaggi di sarcasmo tra gli operatori, trovava ora una brutale conferma. Per molti di loro, la fuga dal lavoro[5] appariva come l’ultima risorsa per evitare di morire al desk. Nonostante il decreto presidenziale che ha incluso il settore del telemarketing tra i servizi essenziali subito dopo lo sciopero, ciò che è successo nelle settimane successive è stato uno svuotamento dei call center. Mentre molti lavoratori cominciavano a presentare certificati  medici (veri o falsi che fossero) o si assentavano dal lavoro senza giustificazione, le aziende risposero con soluzioni precarie di lavoro a distanza, ferie collettive e licenziamenti.[6] La pressione delle proteste si diluì nella disgregazione che era già una tendenza del settore e fu accelerata dal virus.[7]

    Con la stessa rapidità con cui la pandemia ha eroso le condizioni di lavoro nei settori più diversi, la vita si è conformata alla “nuova normalità”. Così, abbiamo visto operai che tornavano dalla cassa integrazione per esporsi all’infezione, ma grati di avere ancora un lavoro in uno scenario di fabbriche che chiudono; insegnanti che criticavano la didattica a distanza per impegnarsi proattivamente nella nuova routine; e la maggior parte dei superstiti della valanga di licenziamenti nel settore dei servizi sottoporsi al programma di riduzione di orario e salario, realizzato su ordine del governo federale (anche se, in pratica, le ore in azienda sono le stesse). E se gli scioperi di autisti e funzionari di autobus sono diventati sempre più ricorrenti in tutto il paese durante tutto il 2020, è perché questo era l’unico modo rimasto per garantire i salari in un contesto di riduzione del numero di passeggeri e di crisi del settore.[8]

    Il potere distruttivo del coronavirus si è combinato in Brasile con l’ondata di devastazione già in corso. Uscita di emergenza innescata dal capitale in risposta alla rivolta sociale scoppiata nel 2013, questo “movimento di distruzione delle forze produttive” ha trovato nelle elezioni del 2018 una personificazione nella figura incendiaria di un ex capitano dell’esercito.[9] Nell’impossibilità di gestire la crisi, è la crisi che diventa il metodo di gestione. Dove si potrebbe vedere un governo inefficiente, il nostro autoproclamato agente della decostruzione rivela un’efficienza negativa: il caos costituisce già un metodo[10] e “non governare è una forma di governo”[11]. Creando sistematicamente ostacoli alle raccomandazioni scientifiche per il controllo della pandemia, Bolsonaro non è mai stato esattamente un “negazionista”; al contrario, “è prima di tutto un vettore del virus stesso, la sua identificazione con il virus è integrale”[12]. “Sono un capitano dell’esercito, la mia specialità è uccidere, non curare nessuno”, gridava ancora nel 2017.[13]

    Nell’agosto 2020, quando il Brasile si stava ancora avvicinando alla cifra di centomila morti da Covid-19, le ricerche notavano un altro indice preoccupante, rivelando che meno della metà della popolazione in età lavorativa stava effettivamente lavorando.[14] Se la caduta del tasso di occupazione ai livelli più bassi della storia recente potrebbe essere vista come un’accelerazione dell’eliminazione dei lavoratori superflui, sotto altri occhi, tuttavia, lo stesso quadro devastante stava producendo qualcosa di nuovo… “Abbiamo già visto in Brasile uno scenario promettente per questo nuovo modo di lavorare e la pandemia ha fatto sì che più persone cercassero altri modi per esercitare le loro attività e generare reddito”, ha spiegato un dirigente di una piattaforma usata dalle aziende per assumere freelance in 160 paesi, che ora è arrivata in Brasile.[15] Dopo l’apocalisse, Uber?

    Il Brasile sta on[16]

     “Vogliamo lavorare!”, reclamavano decine di venditori ambulanti che, nel febbraio 2020, hanno invaso i binari della stazione di Luz, nel centro di San Paolo, per protestare contro l’operazione della nuova società di sicurezza esternalizzata per reprimere il commercio ambulante sui treni – un’attività che, per regolamento ferroviario, è irregolare.[17] Qualche settimana dopo, con l’arrivo del nuovo virus, lo stesso slogan sarebbe riecheggiato di nuovo tra i clacson dei cortei di automobili indetti da Bolsonaro per esigere agli enti locali la riapertura del commercio. Opponendosi alle politiche di isolamento attuate da sindaci e governatori, Bolsonaro non solo ha soddisfatto i desideri dei piccoli imprenditori, ma ha anche strumentalizzato con la situazione di “coloro che dipendono dall’affannarsi quotidiano tra lavori saltuari per sopravvivere e nel contesto della pandemia non hanno altra prospettiva che la miseria”[18].

    Se la prospettiva di lotta indicata dai call center non si è generalizzata, è perché la richiesta di quarantena non può assumere di fatto connotati di sciopero in luoghi dove il lavoro è già uscito da tempo dai limiti fisici dell’impresa. Tra le professioni più qualificate, non sarebbe passato molto tempo prima che la rapida transizione verso lo smartworking trasformasse il “rimani a casa” in un raddoppiamento dei carichi lavorativi. D’altra parte, mentre le strade si svuotavano, lo stesso slogan ha cominciato a suonare come una minaccia di miseria e di fame per coloro il cui sostentamento dipende dal movimento quotidiano della città: venditori ambulanti, manicure, camerieri, parcheggiatori, autisti, ecc.

    Le misure per contenere il coronavirus hanno portato al centro del dibattito la condizione del lavoro senza una forma definita, il lavoro informale, una definizione politica ricorrente sebbene imprecisa, ma fondamentale nella composizione dell’economia capitalista in Brasile. Lavoretti occasionali, lavori comunitari e attività illegali di ogni tipo hanno compensato, nel corso della nostra storia, la precarietà dei servizi urbani e dell’infrastruttura necessaria all’accumulazione del capitale. I “mezzucci” improvvisati da chi sta in basso per tirare avanti ai margini della città, della formalità e della legalità sono stati l’ossigeno del “miracolo” dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione a queste latitudini. Decifrata dalla sociologia brasiliana negli anni ‘70[19], questa formula magica alimentava la speranza di uno sviluppo nazionale verso una società salariale stabile; un modello che, nello stesso periodo, mostrava già segni di esaurimento nei paesi centrali. Da allora in poi è stato piuttosto il primo mondo che si è avvicinato alla flessibilità del lavoro in stile brasiliano[20] – e quest’ultima non indica più alcun futuro di progresso. Le “forme socialmente stabili, contrattualizzate e riconoscibili” del lavoro che definiscono cosa è e “cosa non è l’orario di lavoro, qual è il luogo di lavoro, la retribuzione, il costo del lavoro”, si stanno ormai dissolvendo anche nel nucleo centrale del capitalismo.[21]

    Anche al suo apice, durante i governi del Partito dei lavoratori [PT – Partito dos Trabalhadores, che ha governato il Brasile dal 2003 al 2016], il lavoro formale non raggiungeva molto più della metà della popolazione occupata in Brasile, e si espandeva fondamentalmente sulla base di lavori a bassa retribuzione che – contrariamente alla litania neosviluppista – esprimeva più una delle tante strategie per “arrangiarsi” che una tendenza all’universalizzazione del lavoro formale[22]. Affermando che la legislazione del lavoro “deve andare incontro all’informalità”[23], Bolsonaro finalmente aggiusta il parametro e riconosce la deregolamentazione come regola.

    Ci è voluta la calamità economica causata dal coronavirus affinché il lavoro informale ricevesse, per la prima volta nella storia del paese, una definizione legale – è stata la più ampia possibile, delimitata in negativo: informale è qualsiasi lavoratore senza il contratto da lavoro registrato (carteira assinada), “sia egli dipendente, autonomo o disoccupato”.[24] Durante il breve periodo di discussione della legge che istituiva gli “aiuti di emergenza”, era difficile prevedere con precisione la reale portata di quel criterio. Entrato in vigore all’inizio di aprile del 2020, il sussidio ha raggiunto quasi 68 milioni di persone – circa il 32% della popolazione brasiliana – di cui 38 milioni erano fino ad allora esclusi dai sussidi già in vigore. La devastazione stava improvvisamente aprendo un’opportunità storica di “inclusione”:

    Definiti “invisibili” dal presidente della Caixa Econômica Federal, la maggior parte di queste persone non aveva uno o più mezzi per accedere alla visibilità sociale specifica determinata dallo Stato: CPF [una specie di codice fiscale, NdT] attivo, telefono cellulare (con internet) e conto bancario. Queste persone non sono quelle già registrate nel programma Bolsa Família (…), che aveva raggiunto gli angoli rurali del paese rendendo visibili al governo circa 30 milioni di persone. Queste ultime erano già registrate. Invisibile, per quanto incredibile possa sembrare, era una parte significativa della popolazione il cui metabolismo sociale era strutturalmente legato al metabolismo urbano. Si tratta di quella parte della popolazione che sopravvive con la “viração” [una sorta di “arte di arrangiarsi”, NdT], non grazie ai benefici pubblici (…). Sono presupposti nella loro conseguenza, ma invisibili nella loro esistenza. Quando la città si ferma, questo segmento sociale rivendica la visibilità statale attraverso la registrazione nel Registro Unificato. La pandemia lo rivela, ma lo sottomette pure, poiché definisce le regole della sua visibilità.[25]

    Certo, tutto questo segmento sociale invisibile era già incluso fino al collo – cioè, le conseguenze del suo lavoro “informe” sono presupposte dal funzionamento dell’economia nel suo insieme -, ma ora può essere sottoposto a meccanismi che permettono un controllo più completo sulla sua esistenza. Conto bancario, smartphone con internet e registrazione in un’applicazione: che i mezzi per ricevere il sussidio di emergenza siano gli stessi di quelli per creare un account in Uber, è un segno del fatto che siamo davanti a pezzi fondamentali di questo “nuovo modo di lavorare”. Già anni fa era possibile individuare in Bolsa Família, le cui dimensioni ora risultano ridotte rispetto al sussidio del 2020, l’obiettivo di formare una forza lavoro unificata e più profondamente sussunta dai rapporti capitalistici.[26] La bancarizzazione promossa da quel programma contribuì ad ampliare la portata dei sistemi di micro-credito in un processo di finanziarizzazione dell’informalità – che si è approfondito negli ultimi anni con la diffusione dei POS portatili e di pagamenti digitali sempre più agili e facili, come il Pix.[27] Con il sussidio di emergenza (Auxílio Emergencial), il fenomeno raggiunge un’intensità senza precedenti: la Caixa Econômica Federal ha assorbito 30 milioni di clienti in dieci giorni, un fatto che rappresenta forse il movimento di bancarizzazione più rapido della storia mondiale[28], chiudendo il 2020 con profitti record.

    L’accesso al credito è fondamentale per la creazione di una forza lavoro precaria a cui vengano trasferiti costi e rischi di capitale, mentre i tassi di interesse forzano un nuovo livello di produttività alla vecchia viração, direttamente collegata al mercato finanziario globale. Il focus di queste politiche di distribuzione del reddito sarebbe quindi meno l’espansione della capacità di consumo dei beneficiari (come nel modello distributivo keynesiano), e più l’espansione della loro capacità di investimento, finanziando l’acquisto degli strumenti di lavoro e “auto-valorizzando” il loro “capitale umano”.[29] Questo è ciò che viene apertamente dichiarato dai sostenitori di questo tipo di programma: “il cuscinetto finanziario che il reddito di base fornisce può rappresentare una stabilità sufficiente perché le persone siano in grado di spendere i propri risparmi o altri capitali per avviare un’attività”.[30] Come afferma una ricerca che ha intervistato i residenti di alcune capitali del Nordest, “in molti casi il denaro [del sussidio] è servito come capitale di garanzia per attività informali”: per finire di costruire una casetta da dare in affitto, accumulare scorte per il commercio ambulante, aprire un piccolo negozio o comprare “una bicicletta usata da un vicino per fare consegne via App”.[31] Tuttavia, nei grandi centri urbani, il sussidio non copre il costo di vita per molte famiglie, che devono arrangiarsi per mantenere altre fonti di reddito. “I soldi basterebbero appena per l’affitto. Poi ci sarebbero le bollette e il cibo”, spiega un disoccupato costretto a dormire per strada.[32] Prima ancora di prendere in considerazione l’idea di affittare di nuovo una stanza, dopo aver ricevuto le prime rate del sussidio un altro intervistato dice di aver comprato un telefono cellulare. Quando non è stato investito in mezzi di produzione, il denaro è stato convertito in mezzi di riproduzione: è servito per pagare la ristrutturazione della casa e gli elettrodomestici. Proprio nel mezzo di questi due ambiti si colloca il telefono cellulare.[33]

    Concentrando le funzioni di svago, lavoro, socializzazione e controllo in un unico dispositivo, gli smartphone materializzano l’indistinzione contemporanea tra tempo di vita e tempo di lavoro. Le applicazioni che collegano una moltitudine di persone allo stesso server hanno reso possibile al capitale incorporare e organizzare direttamente, attraverso algoritmi che elaborano milioni di dati in tempo reale, quel lavoro informe che è costitutivo dell’economia brasiliana. La famigerata “uberizzazione” del lavoro significa, qui in Brasile, una sorta di “sussunzione reale della viração”.[34]

    Per tutta la durata della pandemia, il numero di brasiliani che ricorrevano alle piattaforme come possibilità di lavoro è cresciuto, raggiungendo la soglia di un lavoratore su cinque.[35] E vale la pena ricordare che anche il primo passo per ottenere il sussidio di emergenza era quello di scaricare una App e rispondere a un questionario. Il programma ha accelerato il processo di digitalizzazione di questa folla invisibile: “chi non aveva un cellulare doveva procurarsene uno o prenderlo in prestito” e “chi non lo sapeva usare doveva imparare” o chiedere aiuto.[36] Anche così, la marea di problemi nella registrazione online durante la prima settimana si è riversata sulle filiali fisiche della Caixa, causando code che si estendevano per interi isolati. Oltre a sovraccaricare il personale, l’affollamento davanti alle banche all’inizio della pandemia ha dato caratteristiche concrete al cupo dilemma tra essere infettati dal virus o morire di fame. Per alcuni giorni, quel ritardo disperato si trasformò in rivolta: nelle città di tutto il paese, la popolazione protestò, depredando le filiali e facendo blocchi stradali.[37]

    Mentre i dirigenti della Caixa riorganizzavano il cronogramma del servizio al pubblico per evitare il caos, si sono formati gruppi WhatsApp e Facebook per scambiarsi informazioni rispetto al sussidio. Con centinaia di migliaia di membri, questi forum auto-organizzati compensavano la precarietà del servizio bancario: i partecipanti segnalavano i loro problemi, scambiavano esperienze, risolvevano dubbi, ecc. L’unico attore politico che ha cercato di navigare su questa immensa attivazione invisibile è stato un parlamentare sconosciuto eletto nell’ambito dello tsunami bolsonarista del 2018 grazie ai video selfie che aveva registrato ai blocchi stradali durante lo sciopero dei camionisti di qualche mese prima delle elezioni. Da quando ha cominciato a seguire quotidianamente le questioni burocratiche relative al sussidio attraverso il suo profilo Facebook, il deputato federale di Minas Gerais, André Janones ha acquisito notorietà, trasmettendo le lives più seguite nella storia di internet di tutto l’emisfero occidentale.[38]

    D’altra parte, l’inizio del pagamento dei 600 reais mensili durante la prima ondata della pandemia sembra aver contribuito a ritardare la convergenza tra lavoratori informali e imprenditori su cui cercava di far leva la critica bolsonarista dell’isolamento sociale. In quel momento, le manifestazioni anti-lockdown [un lockdown che in Brasile si è sempre limitato alla chiusura degli esercizi commerciali e non ha mai significato un vero coprifuoco, NdT] si limitavano al nucleo militante dell’estrema destra e ai ricatti dei piccoli e medi imprenditori, che cercavano di costringere i loro dipendenti a protestare sotto la minaccia del licenziamento in caso di fallimento.[39] Allo stesso tempo, il flusso di denaro fornito dal sussidio di emergenza alle famiglie e ai quartieri più popolari, forniva un po’ di sostegno a coloro che, in mezzo al caos della pandemia e nonostante l’aumento della disoccupazione, rifiutavano di lavorare in quelle condizioni. Dopo essersi manifestata nelle segrete dei call center, l’insubordinazione avrebbe presto fatto sentire la sua presenza fuori, nelle strade, sempre più affollate di rider e autisti delle piattaforme.


    [1] Eduardo Bolsonaro, “Fala de JB abrindo o jantar na embaixada do Brasil nos EUA (17/MAR/2019)”YouTube, 18 mar. 2019.

    [2] “Para não morrer, operadores paralisam call center em todo Brasil exigindo quarentena”, Passa Palavra, 19 mar. 2020. Le proteste in questione rappresentavano un esito inaspettato per quei militanti che, qualche anno prima, si sono confrontati con le difficoltà di organizzarsi in un settore così rotativo rotativo (Um grupo de militantes, “Disk Revolta: questões sobre uma tentativa recente de organização em call centersPassa Palavra, 30 mai. 2019). Nel momento in cui i call center sono stati attraversati da un’ondata di interruzioni senza precedenti, è significativo che la prospettiva della mobilitazione fosse semplicemente quella di sfuggire a quell’inferno.

    [3] Trabalhadores da Livraria Cultura, “’Nosso último grito de socorro’: trabalhadores voltam a denunciar a Livraria Cultura”, Passa Palavra, 19 fev. 2020.

    [4] “Siamo ostaggi”, diceva un manifesto eretto dagli operatori nella vetrina di una società di telemarketing nel centro di San Paolo nel giorno dello “sciopero generale” indetto dalle centrali sindacali contro le riforme del lavoro e del welfare nel 2017 (Disk Revolta, “Pedido de socorro e apoio à greve na Uranet”, Facebook, 28 abr. 2017).

    [5] Anche qui la battaglia sotterranea alla libreria ha rivelato una tendenza. “Per qualsiasi sindacalista, l’obiettivo finale delineato dai lavoratori di Livraria Cultura suonerà molto strano: vogliono essere licenziati senza giusta causa. Anche se questa affermazione ha senso solo nel quadro della CLT [Consolidazione delle Leggi sul Lavoro, introdotta dal governo di Getúlio Várgas negli anni ’40, ed equivalente a una specie di statuto dei lavoratori, NdT] (dopo tutto, l’obiettivo è quello di ottenere la buonuscita), guardando in prospettiva storica questo tipo di lotta indica già un addio alle promesse dei fautori della CLT, poiché l’orizzonte giuridico, politico, economico e sociale che questa presentava un tempo (carriera, stabilità, diritti, ecc.) non esisteva più. Essere licenziato era visto come una vittoria”, ha scritto un ex dipendente in un commento”. (“Por que as denúncias contra a Livraria Cultura viralizaram?”, Passa Palavra, 27 abr. 2019).

    [6] Un caso di pressione per lo smartworkingi è stato registrato in Invisíveis de Goiânia, “Atento: resistindo à chamada da morte”, Passa Palavra, 17 abr. 2020.

    [7] “Nota per essere la porta d’accesso al mercato del lavoro per migliaia di giovani”, la professione di operatore di call center ha dovuto affrontare, “negli ultimi anni, (…) una ristrutturazione del mercato [del telemarketing], con tagli di posti vacanti e un investimento nel self-service”, spiega il direttore del sindacato degli imprenditori del settore. Le misure di isolamento sociale sembrano aver contribuito, tuttavia, a che “per la prima volta in cinque anni” ci fossero più operatori che licenziati nei dodici mesi terminati a febbraio 2021, in un movimento che una parte degli esperti vede come temporaneo. In ogni caso, l’automazione e la dispersione della forza lavoro sembrano essere tendenze complementari nella ristrutturazione del settore, che studia il mantenimento di parte della forza lavoro in smartworking anche dopo la pandemia – e sta già sviluppando nuovi meccanismi di sorveglianza per questo, come fanno diversi altri settori. (Angelo Verotti, “Ao novo normal”, IstoÉ Dinheiro, 14 jul. 2020; Douglas Gavras, Telemarketing reabre vagas com mudança de comportamento do consumidor pós-Covid”, Folha de S. Paulo, 8 mai. 2021; “Funcionários de call center em home office serão vigiados”, Poder 360, 28 mar. 2021).

    [8] Alcune di queste interruzioni sono registrate nel video del canale Treta no Trampo, “2020 – Greve dos rodoviários!” (Instagram, 1 fev. 2021), e citati in Thiago Amâncio, “Crise no transporte público na pandemia provoca greves em série por todo o país” (Folha de S. Paulo, 21 mai. 2021).

    [9] “Mentre la politica acquista un carattere di guerra aperta”, abbiamo suggerito in un’altra occasione, “le tecnologie di mediazione sociale sviluppate negli ultimi anni suonano obsolete. (…) L’ondata di distruzione che si è abbattuta non solo sui principali operatori dell’assetto politico costituito dalla ri-democratizzazione e sulla sua macchina di governo, ma anche su alcune delle più grandi imprese brasiliane, deve essere compresa nel quadro di un “annientamento forzato di tutta una massa di forze produttive”, un movimento tipico delle crisi capitaliste, che si accompagna sempre a un approfondimento dello sfruttamento. La distruzione delle forze produttive, spesso per mezzo della guerra, ha sempre costituito un’efficiente uscita di emergenza per il capitale”. (Un gruppo di militanti, “Guardate un po’ com’è andata a finire”).

    [10] Marcos Nobre, “O caos como método”, Piauí, abr. 2019.

    [11] Gabriela Lotta, “O que acontece quando a falta de decisão é o método de governo”, Nexo, 27 jan. 2020.

    [12] “Il discorso di Bolsonaro non è un negazionismo della letalità del virus, o se lo è è ad un livello superficiale”, ha notato uno spettatore dei primi pronunciamenti ufficiali durante la pandemia: “transustanziato in un complesso umano-virus, (…) Jair Bolsonaro si avvicina alla sua forma finale, un angelo della morte, un emissario della morte di massa – quale migliore espressione ci sarebbe per il capitale suicida?” (Felipe Kouznets, “anjinhos”, helétricuzinho, 25 mar. 2020).

    [13] “Bolsonaro diz que, no Exército, sua ‘especialidade é matar’”, Folha de S. Paulo, 30 jun. 2017.

    [14] Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE), Pesquisa Nacional por Amostra de Domicílios Contínua – Mercado de Trabalho Conjuntural, ago. 2020.

    [15] Tra i nuovi utenti della piattaforma, il 35% ha collegato la loro ricerca di lavoro all’isolamento sociale (Beatriz Montesanti, “Startup israelense de trabalho freelancer chega ao Brasil”, Folha de S. Paulo, 10 nov. 2020)

    [16] Resa popolare dall’attaccante Neymar l’espressione “papà sta on” è diventata un meme di internet. Essere online significa anche, in questo caso, stare “connesso”, disponibili, pronti a tutto, in contesti che vanno dal flirt al lavoro, passando per tutto l’ambito ambiguo dei social network.

    [17] Clara Assunção, “No país da informalidade, ambulantes na CPTM protestam pela sobrevivência: ‘Queremos trabalhar’”, Rede Brasil Atual, 6 fev. 2020.

    [18] Um grupo de militantes, “Entre o isolamento e a correria, trabalhadores em disputa na pandemia”, Passa Palavra, 11 abr. 2020.

    [19] Nei suoi scritti degli anni 70, Chico de Oliveira descriveva il processo di modernizzazione del paese come un “uovo di Colombo”: come il vecchio trucco di rompere il guscio d’uovo per metterlo in piedi, ciò che metteva e manteneva in piedi il capitalismo brasiliano era questa “strana, apparentemente arretrata, economia di sussistenza” delle periferie urbane e delle campagne. L’industria dei beni di consumo -ha mostrato il sociologo- aveva la sua controparte nel commercio ambulante, mentre la crescita della produzione di automobili era accompagnata dalla proliferazione di autolavaggi manuali e officine meccaniche di strada. Man mano che compensava la mancanza di una sufficiente accumulazione capitalista previa, tale simbiosi ha messo il “lavoro informale” al centro del processo di industrializzazione e urbanizzazione del paese. In questo modo, la stessa tessera di lavoro (documento che indica una relazione contrattuale formale, standard, e che ne conferisce i relativi diritti, NdT) è stata fin dall’inizio legata all’informalità: nei giorni liberi dalla fabbrica, l’operaio continuava a lavorare – in maniera autonoma e non retribuita – per costruire la sua casa in aree urbane irregolari, una pratica che ha dato origine a buona parte delle periferie delle grandi città brasiliane e che ha determinato a sua volta un abbassamento dei salari, la cui somma non doveva tener conto del costo dell’affitto. Nell’autoproduzione dei lavoratori per mezzo di soluzioni logoranti e improvvisate, una quantità colossale di superlavoro senza una forma definita rimaneva invisibile all’ombra del mondo del lavoro ufficiale. Chico de Oliveira ha messo in relazione questa dimensione invisibile dello sfruttamento con la sfiducia dei lavoratori nei confronti dei governi populisti di prima del colpo di stato del 1964, rovesciati da un giorno all’altro senza molta resistenza popolare. Non a caso, fu proprio dalle periferie urbane, dove si concentrava questo lavoro informale, che entrarono in scena nuovi personaggi negli ultimi anni della dittatura militare. Dalle invasioni di terra alle richieste di strutture collettive per i quartieri (come fognature, elettricità, asfalto, autobus, asili, centri sanitari, scuole, ecc.), le lotte nelle periferie delle metropoli ebbero un posto centrale nel movimento di ricomposizione politica del proletariato brasiliano alla fine degli anni ‘70. Nello stesso tempo in cui rappresentava un superlavoro funzionale all’accumulazione capitalista, l’autocostruzione della città si rivelò una zona esplosiva di conflitti. In questo processo ambivalente, in cui l’auto-attività proletaria era contemporaneamente lavoro non retribuito e lotta di classe, emerge ciò che il brasilianista James Holston ha chiamato una “cittadinanza insurrezionale”, in cui lo scontro diventa un modo per integrarsi nell’ordine. (Cfr. Francisco de Oliveira, Crítica à razão dualista / O ornitorrinco, São Paulo, Boitempo, 2003 e, dello stesso autore, “Acumulação monopolista, Estado e urbanização: a nova qualidade do conflito de classes”, in José Álvaro Moisés et outros, Contradições urbanas e movimentos sociais, São Paulo, CEDEC / Paz e Terra, 1977; il riferimento finale è a James Holston, Cidadania insurgente, São Paulo, Cia. das Letras, 2013).

    [20] Vedere Paulo Arantes, “A fratura brasileira do mundo”, Zero à esquerda, São Paulo, Conrad, 2004. Per una recente ripresa di questa discussione, nel contesto del fallimento della lotta alla pandemia nel cuore del capitalismo occidentale, si veda Alex Hochuli, “The Brazilianization of the World”, American Affairs, v. 5, n. 2, 2021.

    [21] Ludmila Costhek Abílio, “O futuro do trabalho é aqui”, Revista Rosa, v. 4, n. 1, ago. 2021

    [22] Questa espressione popolare, presa in prestito da alcuni sociologi negli ultimi anni, definisce bene il transito “tra una serie di attività contingenti, segnate da instabilità e incostanza, così come tra espedienti legali e illegali”, che segna la traiettoria di una parte significativa della forza lavoro brasiliana: “percorsi sempre discontinui, sempre instabili nel mercato del lavoro” che “rendono inoperanti le differenze tra formale e informale” (Carlos Freire da Silva, “Viração: o comércio informal dos vendedores ambulantes” in V. Telles e outros, Saídas de emergência, São Paulo, Boitempo, 2011 e Vera da Silva Telles, “Mutações do trabalho e experiência urbana”, Tempo Social, v. 18, n. 1, 2006). Questo “‘vivere sul filo’ delle periferie brasiliane significa un costante aggrapparsi alle opportunità, che in termini tecnici si traduce nell’alto turnover del mercato del lavoro brasiliano, nel transito permanente tra lavoro formale e informale (…),nella combinazione di lavori saltuari, programmi sociali, attività illecite e impiego formale” (Ludmila Abilio, “Uberização do trabalho: subsunção real da viração”, Passa Palavra, 19 fev. 2017.

    [23] “Lei trabalhista tem que se aproximar da informalidade, diz Bolsonaro”, Folha de S. Paulo, 12 dez. 2018.

    [24] Pedro Fernando Nery, “Desigualdade em V”, Estado da Arte, 11 nov. 2020.

    [25] Isadora Andrade Guerreiro, “O vírus, a invisibilidade e a submissão dos vivos ao não-vivo”, Passa Palavra, 11 mai. 2020.

    [26] João Bernardo, “Programa Bolsa Família: resultados e objectivos”, Passa Palavra, 10 abr. 2010.

    [27] Vettori dello stesso processo, la nuova Legge di Regolarizzazione delle Terre Rurali e Urbane e il Programma Casa Verde e Gialla promuovono la trasformazione delle abitazioni autocostruite in un asset finanziario, in una sorta di finanziarizzazione della viração, che costituisce la vera controparte di questi titoli – sia come lavoro morto cristallizzato nelle case regolarizzate e utilizzate come garanzia per mutui e altri prestiti, sia come lavoro vivo che paga questi debiti. . (Isadora Guerreiro, “Casa Verde e Amarela, securitização e saídas da crise: no milagre da multiplicação, o direito ao endividamento”, Passa Palavra, 31 ago. 2020).

    [28] “Non abbiamo notizie di nessun paese che in soli dieci giorni abbia fornito conti bancari gratis a 30 milioni”, ha sostenuto Paulo Guedes [ministro dell’Economia, NdT] all’inizio di aprile 2020 (Mariana Ribeiro e outros, “Auxílio emergencial colocará 30 milhões de pessoas em contas bancárias digitais”, Valor Investe, 7 abr. 2020).

    [29] “L’obiettivo è liquidare le forme arcaiche di credito e assicurazione, sostituendole con i loro equivalenti capitalistici. È curioso considerare che se si raggiunge questo obiettivo, ci troveremo nella situazione opposta a quella del modello keynesiano di distribuzione dei redditi, perché qui si fa leva non sulla capacità di consumo dei beneficiari, ma sulla loro capacità di risparmio per gli investimenti. In questo modo coloro che non trovano lavoro come salariati sopravviveranno come micro-imprenditori, contribuendo così da un lato e dall’altro alla modernizzazione del capitalismo brasiliano” (João Bernardo, “Programa Bolsa Família: resultados e objectivos”, cit.). Il processo di organizzazione di questa economia che è allo stesso tempo informale e assolutamente moderna è precisamente quello che è stato chiamato “uberizzazione”, un termine che non indica di per sé né un retrocesso né una modernizzazione, ma certamente un aumento della temperatura di quelle caldaie dell’inferno che rappresentano il mondo del lavoro contemporaneo.

    [30] Michael Grothaus, “How Universal Basic Income Could Rescue The Freelance Economy”, Fast Company, 1 dez. 2017.

    [31] João Pedro Pitombo e João Valadares, “Auxílio emergencial irriga negócio informal e banca puxadinho em casas no Nordeste”, Folha de S. Paulo, 7 ago. 2020.

    [32] Toni Pires e Heloísa Mendonça, “Mesmo com auxílio emergencial, crise empurra desempregados para viver na rua”, El País, 1 set. 2020 e Beatriz Jucá e Heloísa Mendonça, “O auxílio que revoluciona a vida no Ceará não salva da rua em São Paulo”, El País, 31 ago. 2020.

    [33] Questo è forse un buon esempio di “consumo produttivo”, nel modo in cui Ludmila Abílio riprende il termine di Marx e lo risignifica, associandolo al rimescolamento di lavoro e consumo nel capitalismo contemporaneo (si veda Sem maquiagem: o trabalho de um milhão de revendedoras de cosméticos, São Paulo, Boitempo, 2014).

    [34] La definizione è di Ludmila Abílio  (“Uberização do trabalho: subsunção real da viração”, cit.). Nell’opera di Marx, la sussunzione reale del lavoro al capitale segna il momento in cui, nell’industria, le macchine formano un sistema integrato che non è più controllato dagli operai, ma detta il ritmo del loro lavoro e dà unità ai compiti che svolgono separatamente. Il lavoro morto arriva a organizzare pienamente il processo di produzione e a sottomettere a sé il lavoro vivo in un processo di spoliazione che consolida la separazione tra lavoratori e mezzi di produzione e costituisce la forza lavoro in quanto tale. Se, anni fa, Chico de Oliveira indicava qualcosa che si poteva definire come “sussunzione formale” del lavoro al capitale, le tecnologie che permettono il controllo di questo lavoro nella sua stessa dispersione rappresentano un nuovo passo. Attraverso i guadagni di scala, la razionalizzazione e la centralizzazione, la “gestione algoritmica” della viração eleva la sua produttività a livelli sconosciuti. Da questo punto di vista, il riconoscimento di questo lavoro informe nel cuore della nostra modernizzazione troncata impone un limite alla categorizzazione della “uberizzazione” come un semplice processo di flessibilizzazione dei rapporti di lavoro. In un certo senso, ciò che le piattaforme di delivery hanno fatto è accelerare la creazione di connessioni sempre più dirette e razionalizzate tra quell’attività informe e i circuiti di accumulazione.

    [35] Luciana Cavalcante, “Do WhatsApp ao Uber: 1 em cada 5 trabalhadores usa apps para ter renda”, UOL, 12 mai. 2021.

    [36] Victor Hugo Viegas, “O movimento do auxílio emergencial”, A Comuna, 14 out. 2020

    [37] Treta no Trampo, “Tretas na pandemia: Filas do banco”, Instagram, 6 mai. 2020.

    [38] Victor Hugo Viegas, “O que o auxílio emergencial tem a ver com a luta de classes?”, Jacobin Brasil, 27 out. 2020.

    [39] Aliny Gama, “MPT investiga se funcionários ajoelhados em ato foram coagidos por patrões”, UOL, 30 abr. 2020

  • Equador: dopo 18 giorni di proteste e manifestazioni i movimenti indigeni trovano un accordo con il governo

    Equador: dopo 18 giorni di proteste e manifestazioni i movimenti indigeni trovano un accordo con il governo

    Il Paro Nacional convocato dalle organizzazioni indigene contro le politiche neoliberiste del governo di Guillermo Lasso si è concluso giovedì scorso con un accordo: “In caso di mancato rispetto da parte del governo, torneremo a milioni e la resistenza sarà più forte e determinata” promettono i leader.

    Articolo e foto di Giulia Cillerai

    Per 18 giorni l’Ecuador è rimasto bloccato; centinaia di manifestazioni molto partecipate in tutto il paese, blocchi stradali che ne hanno paralizzato la produzione e il commercio, scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti avvenuti su tutto il territorio nazionale. Lo sciopero a tempo indefinito chiamato dalla Confederazione delle Nazionalità Indigene (CONAIE) ha visto una partecipazione massiva in numerosissime città e pueblos, non soltanto da parte delle comunità indigene e campesinas, ma anche da tutte le categorie di lavoratori, studenti e disoccupati che negli ultimi anni hanno visto aumentare enormemente il prezzo della canasta basica e si trovano con i conti sempre in rosso. Il governo si è visto obbligato a iniziare un dialogo, e dopo vari giorni di inutili tentativi sono riusciti ad arrivare ad un accordo con i rappresentanti delle organizzazioni indigene, firmato la sera di giovedì 30 giugno. Il governo si compromette a rispettare 7 dei 10 punti proposti dalla CONAIE e si riserva 90 giorni per creare un tavolo tecnico, analizzare e promuovere soluzioni conformemente ai punti restanti. In cambio, si sospendono le mobilitazioni e i blocchi stradali nel Paese.

    Le organizzazioni indigene promettono di rimanere attente e di essere pronte a ricominciare la resistenza con più forza e determinazione nel caso il governo non rispetti la parola data.

    Il bilancio alla conclusione dello sciopero nazionale è pesante: secondo l’Alleanza delle Organizzazioni per I Diritti Umani, dopo 18 giorni di mobilitazioni si contano 5 morti, tutti uccisi dalla polizia durante le manifestazioni, e almeno 335 feriti tra i manifestanti, tra cui numerosi in condizioni gravi. La repressione poliziesca e militare è stata molto forte; le forze dell’ordine hanno utilizzato gas lacrimogeni, bombe stordenti, proiettili di gomma e granate esplodenti. Armi non letali, in teoria, ma che di fatto hanno provocato morti e feriti in tutto il paese. I manifestanti si sono protetti con scudi di fortuna fatti con cartelli stradali, legno, cartone. Hanno costruito barricate di sassi e mattoni per proteggersi dai proiettili lanciati dalla polizia, e hanno improvvisato fuochi in mezzo alla strada con copertoni e ramaglia; il fumo aiuta a resistere contro i gas lacrimogeni. Negli ultimi giorni della protesta, tuttavia, la repressione si è intensificata e il governo ha dato il via libera alle forze dell’ordine di utilizzare “l’uso progressivo della forza”. Questo decreto, approvata proprio pochi giorni prima dell’inizio del paro, dava maggiori poteri a militari e polizia. In altre parole, il presidente Lasso ha dato pubblicamente la libertà di sparare sui manifestanti.

    La Procura parla di 162 detenzioni, e di oltre 300 indagini aperte. Qualcuno parla anche di vari desaparecidos, ma le informazioni sono confuse. Molti media indipendenti hanno dichiarano di aver subito censura rispetto alle informazioni sul paro, e denunciano che il governo abbia utilizzato strumenti per bloccare il traffico dei dati, limitare e controllare le informazioni. I mezzi di informazioni ufficiali non davano informazioni reali, e la gente si informava attraverso i social media come Twitter, Facebook, Instagram e TikTok.

    Il governo annuncia che il paese ha perso almeno 50 milioni di dollari al giorno solo nel settore produttivo e che lo sciopero ha più che dimezzato la produzione di petrolio nazionale, con perdite enormi nel settore estrattivo. Le comunità indigene e colone nell’Amazzonia ecuadoriana, infatti, hanno bloccato le strade e obbligato i lavoratori delle compagnie a chiudere più di mille pozzi petroliferi, causando perdite per milioni di dollari al giorno. La lotta dei popoli dell’Amazzonia è stata tra le più forti durante lo sciopero: stanchi di 50 anni di politiche estrattive che hanno causato un’enorme devastazione ambientale proprio nella foresta primaria, e un aumento spropositato di malattie e problematiche legate alla contaminazione (cancro, leucemia, aborti spontanei, malformazioni, ecc), hanno preteso la deroga del decreto 95 che prevede l’aumento della produzione petrolifera.

    La polizia denuncia che si sono verificati almeno 5251 fatti considerati illeciti, tra cui blocchi stradali, interruzioni di servizio pubblico, danni a beni pubblici e privati. Dichiarano che durante le mobilitazioni nazionali sono state distrutte 10 stazioni della polizia, e 117 veicoli tra moto e auto della polizia sono state danneggiate. 20 i mezzi militari distrutti. Risulterebbero feriti 238 poliziotti e 106 militari. 37 poliziotti sarebbero stati sequestrati dai manifestanti durante le varie manifestazioni, ma sono sempre stati liberati qualche giorno dopo senza aver subito violenze. Un soldato è morto durante gli scontri avvenuti a Shushufindi, nell’Amazzonia ecuadoriana, quando un convoglio militare che stava accompagnando un camion per il trasporto del greggio ha attaccato i manifestanti che bloccavano la strada. I manifestanti dichiarano che il morto è stato vittima dello stesso fuoco sparato dal convoglio militare.

    Un riassunto dei 18 giorni di mobilitazioni

    Lo sciopero generale è iniziato il 13 giugno, convocato dall’organizzazione indigena maggioritaria, la CONAIE, a cui hanno immediatamente aderito le altre principali organizzazioni indigene del paese, quali la CONFENIAE, la FEINE (el Consejo de Pueblos y Organizaciones Indígenas) e la FENOCÍN (la Confederación Nacional de Organizaciones Campesinas Indígenas y Negras).

    L’Ecuador è uno stato plurinazionale: comprende 14 nazionalità indigene e 18 popolazioni ancestrali con lingue e culture diverse. Sono più di un milione gli indigeni che si identificano parte delle comunità ancestrali su una popolazione di 17 milioni.

    La forza delle organizzazioni indigene in Ecuador è molto importante, i legami comunitari ancora presenti. L’adesione allo sciopero è stata enorme.

    Dieci sono i punti rivendicati dalla CONAIE, tra cui vi sono l’opposizione alle politiche neoliberiste del governo decise con l’FMI che vogliono tagliare i fondi all’educazione e alla sanità, privatizzare i beni pubblici, tagliare i sussidi ad alcuni prodotti con prezzo calmierato (come la benzina), aumentare la produzione e lo sfruttamento petrolifero e minerario. Tutto questo ha portato alla sollevazione popolare che ha travolto il paese per quasi 20 giorni.

    Dopo una settimana di mobilitazioni nei territori, lunedì 20 migliaia di persone provenienti da centinaia di comunità indigene sono arrivate alla capitale, scontrandosi diverse volte con le forze dell’ordine che hanno cercato di impedire il loro ingresso in città. Enorme l’accoglienza e la grande solidarietà dai quartieri popolari del sud, che scendevano in strada per regalare loro cibo e vettovaglie.

    Per 10 giorni il centro di Quito è rimasto totalmente paralizzato. Migliaia di manifestanti provenienti da ogni regione del paese sono scesi in piazza tutti i giorni, prima nel tentativo di riconquistare la Casa della Cultura e il parco dell’Arbolito, simboli dell’organizzazione indigena in città, e poi di muoversi verso la sede dell’Assemblea Nazionale e del palazzo del governo. La polizia ha bombardato con gas lacrimogeni le università e i luoghi di pernottamento dei manifestanti indigeni, nonostante la presenza di centinaia di bambini e anziani. I manifestanti denunciano che le forze dell’ordine hanno sparato colpi da arma da fuoco almeno in due occasioni senza pretesto, ferendo un signore che stava mangiando davanti all’università centrale e colpendo una donna al braccio che stava trasportando materiale da soccorso su un furgone. Nel tentativo di bloccare le manifestazioni, il presidente Lasso ha emesso tre decreti di “stato di eccezione” – derogati qualche giorno dopo – prima coinvolgendo tre province, e poi allargando a nove i territori toccati. Lo stato di eccezione prevedeva un aumento dei poteri dell’esercito e della polizia, e il divieto di raggruppamento che, abbinato al coprifuoco imposto dalle 22 alle 5 del mattino, cercava inutilmente di sedare le proteste.

    Le rivendicazioni della CONAIE e l’accordo con il governo di Lasso

    Dei 10 punti proposti dalla confederazione dei popoli indigeni, 7 sono stati discussi nell’accordo con il governo, ma non risolti del tutto. I punti restanti dovranno essere analizzati nel prossimi tre mesi, con la creazione di un tavolo tecnico ad hoc e la prosecuzione del dialogo tra il governo e i rappresentanti della CONAIE, FEI e FENOCIN. Per il momento l’accordo prevede: la riduzione di 15 centesimi del prezzo dei carburanti (nonostante la richiesta fosse di ridurla di 40 cents); il rifinanziamento dei debiti del settore agricolo e produttivo fino a 100mila dollari, la diminuzione dei tassi d’interesse per certi tipi di prestiti e il condono dei prestiti fino a 3mila dollari. Si rafforzano i meccanismi di controllo dei prezzi dei prodotti basici, per garantire un guadagno minimo a contadini e allevatori ed evitare speculazioni; viene dichiarato in Emergenza il sistema di salute pubblica, per inviare immediatamente medicine e aiuti economici agli ospedali e ai centri di salute. Viene derogato il decreto 95 che prevedeva l’ampliamento della frontiera petrolifera, per proteggere i territori e i diritti collettivi dei popoli indigeni; viene riformato il decreto 151, che promuoveva l’aumento dello sfruttamento minerario, e nello specifico viene garantito il diritto alla consulta previa, libera e informata per ogni comunità, e vietato lo sfruttamento minerario nei territori ancestrali, in aree protette o archeologiche e in zone di riserve idriche. Il governo deroga anche lo stato di eccezione approvato negli ultimi giorni di mobilitazione nelle province amazzoniche. Mancano ancora molti punti da discutere, come il rispetto dei diritti collettivi, per esempio l’educazione bilingue e la giustizia indigena; la non privatizzazione dei settori strategici, come quella del Banco del Pacífico che il presidente Lasso sta attualmente cercando di vendere; un bilancio dignitoso per la sanità e l’istruzione; la creazione di politiche di sicurezza pubblica. Il governo avrà 90 giorni per dare risposte concrete su questi ultimi punti.

    Questa lista di richiesta era stata presentata ormai un anno fa dalla CONAIE al governo, ma su di essa non era mai stata data alcuna risposta né aperto un dialogo.

    L’instabile equilibrio politico del governo

    L’equilibrio politico è molto fragile e il presidente Lasso si è ritrovato quasi senza appoggio in parlamento. Lasso, imprenditore e banchiere, tra i più importanti azionisti del banco di Guayaquil, uno dei responsabili principali della dollarizzazione dell’Ecuador nel 2000 e accusato di frode nei Pandora Papers, non è sicuramente tra i presidenti più amati. Dopo poco più di un anno di presidenza il Paese ha rivissuto un momento di sollevazione popolare contro le politiche neoliberali simile a quello del 2019, e sono in molti a voler vedere cadere il governo. Sabato 25 nella seduta dell’Assemblea Nazionale, il blocco di opposizione della UNES (forza politica dell’ex presidente progressista Rafael Correa, ora esiliato in seguito ad accuse di corruzione, NdT) infatti ha proposto la destituzione del presidente per “gravi problemi interni”. Nella votazione di martedì, la petizione non è passata per una manciata di voti (84/92). Se fosse stata approvata, il Paese sarebbe andato ad elezioni anticipate.

    I movimenti indigeni hanno una lunga tradizione nel far cadere presidenti: queste “discese” su Quito per rivendicare i propri diritti, che spesso finivano con il pretendere le dimissioni del presidente di turno, erano usuali prima dell’arrivo al potere di Correa, nel 2007.

    Anche nel Paro Nacional del 2019 molti manifestanti volevano la caduta del presidente Lenin Moreno, accusato di non fare gli interessi del popolo ecuadoriano; in quel caso l’esigenza del movimento indigeno era di abbassare il prezzo della benzina, aumentato esponenzialmente dall’abolizione dei sussidi pubblici voluta dall’FMI. Ma anche il quell’occasione il paro si concluse con un accordo tra la CONAIE e il governo, creando, inoltre, non poco malcontento tra le basi dell’organizzazione.

    Vedremo come agirà il governo nei prossimi tre mesi. Decine di migliaia di persone sono scese in strada in tutto il territorio nazionale per 18 giorni, decise a manifestare fino alle “ultime conseguenze”. E in molti non sono contenti dei risultati ottenuti. Se il tavolo tecnico creato non darà le risposte attese in 90 giorni, lo sciopero ricomincerà con più forza e determinazione; questa volta le organizzazioni indigene non accetteranno un dialogo, ma probabilmente protesteranno fino a pretendere la caduta del governo di Lasso.

  • Il caldo dell’indifferenza

    Il caldo dell’indifferenza

    L’episodio dei migranti, non solo messicani, trovati morti per il caldo dentro un camion in Texas non è nuovo ma spaventosa è la proporzione perché i deceduti sono oltre 50. Come ha reagito il governo messicano e cosa potrebbe succedere ora lo chiediamo al docente e giornalista Fabrizio Lorusso.

    Intanto in Ecuador si sono aperte le trattative fra gli scioperanti indigeni e il governo Lasso dopo la discesa del prezzo della benzina. Lo spiega in diretta da Puyo Giovanna Tassi, ex direttrice della radio pubblica dell’Ecuador, nonché esperta in temi ambientali

  • Strage di migranti in Texas su Esteri di Radio Popolare

    Strage di migranti in Texas su Esteri di Radio Popolare

    Intervista di Chawki Senouci a Fabrizio Lorusso, ricecercatore alla Universidad Iberoamericana León, sulla strage dei migranti in Texas. Sale a 51 il numero di morti all’interno di un camion abbandonato a San Antonio. In Esteri (Radio Popolare) le gravi responsabilità dello stato messicano e della politica migratoria americana (ne parlano Fabrizio Lorusso e Roberto Festa).

  • Paro Nacional in Equador: un nuovo “estallido”?

    Paro Nacional in Equador: un nuovo “estallido”?

    Nell’ottobre 2019 ci fu una straordinaria rivolta indigena e popolare in Ecuador che, dopo 12 giorni e con un bilancio di 11 morti, riuscì a far ritirare un pacchetto di misure neoliberiste imposte dal FMI, tra cui la cancellazione di un sussidio sul prezzo del carburante. In questo giugno del 2022, lo sciopero generale e le proteste di piazza in Ecuador entrano nella terza settimana, accompagnate da occupazioni, manifestazioni e scontri. Anche stavolta, il cosiddetto Paro Nacional è guidato dai movimenti indigeni, sempre contro le politiche del FMI e l’aumento del prezzo del carburante. In occasione della rivolta del 2019, intervistammo Marcelo Jara, un nostro amico e compagno equadoriano, per farci raccontare le dinamiche della rivolta nella capitale ecuadoriana e le pratiche di autogestione e potere popolare della “Comune di Quito”. Oggi, a distanza di due anni e mezzo, lo intervistiamo di nuovo per farci raccontare le mobilitazioni popolari di questi giorni [Redazione e Facção Ficticia, qui la versione in inglese, qui quella in portoghese, qui quella in spagnolo].

    Cos’è successo negli ultimi due anni e mezzo in Ecuador perché, dopo una pandemia e le elezioni parlamentari e presidenziali, si sia tornati al punto di partenza?

    Dopo l’insurrezione popolare del 2019, l’allora presidente Lenin Moreno ha iniziato ad aumentare gradualmente i prezzi del carburante, il che significa che la vittoria parziale del 2019 è stata annullata e siamo tornati al punto di partenza. Nel frattempo, l’attuale presidente, Guillermo Lasso, ha intensificato questo meccanismo facendo salire alle stelle i prezzi del carburante, provocando di fatto un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.

    Moreno è riuscito a portare a termine il suo mandato, così come i suoi ministri. Essi, insieme agli alti comandi della polizia e dell’esercito, sono rimasti impuniti per i crimini commessi durante gli eventi di ottobre.

    Le elezioni si sono tenute nel 2021. Il candidato del movimento indigeno era Yaku Pérez, che è riuscito a capitalizzare il malcontento di ottobre, ma non è stato sufficiente per arrivare al secondo turno delle elezioni e giocarsi la vittoria con il candidato correista [apoggiato dall’ex presidente Rafael Correa, ora esiliato in Belgio e accusato di corruzione dalle autorità ecuadoriane, NdT] Andrés Arauz. Guillermo Lasso, un banchiere responsabile del feriado bancario [cinque giorni di sospensione delle transazioni finanziarie nel paese, una politica che beneficiò estremamente il Banco de Guayaquil, di cui Lasso era presidente , NdT] del 1999, è arrivato al secondo turno e ha vinto le elezioni.

    Anche nella CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador) si sono tenute le elezioni e il vincitore è stato Leónidas Iza, leader del MIC (Movimiento Indígena del Cotopaxi) e uno dei leader della rivolta di ottobre 2019.

    Nel 2019, l’estallido in Ecuador ha contribuito a innescare le successive rivolte in Cile e altrove. Da allora, i successivi movimenti e esplosioni sociali in Colombia, Cile e altrove in America Latina hanno a loro volta influenzato i movimenti sociali in Ecuador?

    Dopo l’ottobre 2019, in diversi Paesi dell’America Latina la popolazione si è sollevata contro i propri governi. Tuttavia, sebbene gli eventi attuali del Paese riflettano una crisi generale in tutto il continente e i movimenti e ribellioni di Paesi vicini siano stati determinanti nell’immaginario collettivo, la situazione attuale ha una chiara connotazione che risponde al contesto ecuadoriano. È come se fosse rimasto qualcosa in sospeso dalla rivolta di tre anni fa.

    Foto di Giacomo Finzi

    Come definiresti o giudicheresti questo primo anno di governo di Lasso? Com’è stato possibile che un banchiere neoliberista diventasse presidente dopo una rivolta così forte (e, sull’immediato, vincente) come quella del 2019, e com’è riuscito a perdere quel sostegno in così poco tempo, tanto che in un solo anno ha dovuto affrontare un’altra rivolta popolare?

    Pessimo. Lasso ha vinto grazie al voto anticorreaista. Le prospettive sarebbero state diverse se Yaku Pérez fosse arrivato al secondo turno. Molti hanno votato per Lasso come rifiuto del possibile ritorno del progetto della Revolución Ciudadana. Le divisioni all’interno del movimento indigeno hanno favorito in parte l’ascesa al potere di Lasso.

    Lasso aveva appena iniziato il suo governo quando ha perso il suo principale alleato, il Partito Social Cristiano (PSC). Ha iniziato subito a inimicarsi la Corte Costituzionale. Questi fattori, insieme al fatto di avere una minoranza in Parlamento, hanno fatto sì che il banchiere abbia dovuto sperimentare strategie per governare.

    La sua principale strategia iniziale è stata quella di vaccinare massicciamente la popolazione, cosa che gli há permesso di disporre di un ottimo capitale politico durante i primi mesi di governo. Una volta terminata la fase di vaccinazione e la fase acuta della pandemia, però, la realtà del Paese è diventata chiara a tutti.

    Il movimento indigeno e diversi settori sociali hanno avuto due tavoli di dialogo l’anno scorso e il governo non li ha ascoltati. Quello che stiamo vivendo ora è la conseguenza della mancanza di risposte alle richieste della società ecuadoriana, che vive le conseguenze della povertà, della mancanza di lavoro, della distruzione dei suoi territori e dell’aumento della violenza nelle strade e nelle carceri a causa delle guerre tra gruppi criminali. Ci sono stati quattro massacri nelle carceri ecuadoriane (360 detenuti sono stati uccisi negli ultimi due anni) e i casi di omicidio su commissione nelle principali città del Paese sono quotidiani.

    Le banche non hanno condonato i debiti dei contadini e dei lavoratori nonostante la pandemia. Non ci può essere una ripresa economica per i più poveri perché i banchieri li stanno soffocando.

    L’attuale Paro Nacional [una sorta di sciopero generale ma portato avanti dalle comunità indigene e contadine, con blocchi delle principale arterie stradali, NdT], visto dall’esterno, sembra molto simile allo quello di ottobre 2019. È davvero così? Quali sono le principali somiglianze e differenze tra i due momenti?

    La rivolta del 2019 è stata la rivolta delle figlie e dei figli della prima rivolta indigena degli anni Novanta. È una nuova generazione piena di rabbia e di sete di giustizia.

    A differenza dello sciopero precedente, è stata la CONAIE, insieme ad altre organizzazioni contadine, a proclamare uno Paro Nacional a partire da lunedì 13 giugno. Tre anni fa sono stati gli studenti e i camionisti ad accendere la miccia.

    Questa volta le comunità indigene hanno resistito per una settimana nei loro territori prima di raggiungere Quito. Gli abitanti della capitale, specialmente gli studenti e gli abitanti dei quartieri popolari, hanno dovuto quindi portare avanti da soli lo sciopero in città durante la prima settimana. Gli abitanti delle periferie di Quito, soprattutto quelli del sud della città, hanno resistito nei loro territori fin dal primo giorno. Questo non era accaduto tre anni fa, o almeno non con l’intensità di adesso.

    La repressione è stata forte, ma a parte quanto accaduto venerdì 24 giugno, la polizia e i militari hanno fatto un uso più strategico della forza. Questo, ad esempio, ha evitato un’esplosione a Quito durante la prima settimana. Ci sono stati cortei, scontri con la polizia, ma la situazione non è degenerata fino all’arrivo della CONAIE.

    A causa di divergenze politiche con i leader della CONAIE, il Frente Unitario de Trabajadores (FUT), principale sindacato dei lavoratori, quest’anno è rimasto fuori dalle manifestazioni.

    Non si sono uniti nemmeno i camionisti.

    Tuttavia, la solidarietà della popolazione non è cambiata, anzi si è rafforzata rispetto all’ultima rivolta, i compagni e le compagne sono ora meglio organizzati nonostante le difficoltà causate dal governo.

    Domenica 19 giugno, al termine della prima settimana di sciopero e con l’’annuncio dell’arrivo a Quito delle diverse comunità da tutto il Paese, i militari e la Polizia Nazionale hanno ordinato la requisizione della Casa della Cultura Ecuatoriana (CCE), impedendo che questo sito, a differenza del 2019, fosse il punto di incontro dei manifestanti, per cui il luogo delle assemblee e il centro logistico della rivolta è stato l’Universidad Central.  Questo ha portato a scontri non solo nella zona dell’Arbolito [storico parco nel centro di Quito, NdT], del Parlamento, del Centro Storico, ma anche nell’area intorno all’Università.

    Foto di Giacomo Finzi

    Puoi descrivere brevemente i principali eventi che hanno avuto luogo durante questo Paro Nacional e quali sono le principali rivendicazioni del movimento? Le richieste dell’inizio della mobilitazione sono le stesse di adesso o qualcosa è cambiato? Quali strategie, tattiche e metodi di lotta sono stati messi in atto?

    Il Paro Nacional è iniziato lunedì 13 giugno. Quel giorno le organizzazioni indigene e contadine hanno iniziato a bloccare le strade nei loro territori. A Quito, gli studenti hanno organizzato una marcia dall’Universidad Central al centro storico. I blocchi non sono stati particolarmente forti e la mobilitazione in centro storico è stata repressa.

    Le prospettive indicavano che lo sciopero non sarebbe stato forte come quello del 2019.

    Ma nella prima mattinata di martedì 14 giugno, il governo ha commesso l’errore di arrestare illegalmente Leónidas Iza, leader della CONAIE, provocando una reazione immediata in tutto il Paese. Questo è stato l’episodio che ha acceso la miccia e ha fatto sì che il Paro Nacional prendesse slancio. Leónidas Iza è stato tenuto in ostaggio dalla polizia per 24 ore e la protesta è degenerata. Nella città di Quito, il commissariato per i delitti in flagrante (Unidad de Flagrancia) è stato attaccato e un veicolo della polizia è stato incendiato. A Latacunga, il movimento indigeno ha occupato la sede della Procura. Il giorno successivo Iza è stato rilasciato, ma doveva presentarsi ogni giorno per firmare nella città di Latacunga.

    A partire dal secondo giorno, i quartieri di Quito si sono attivati, soprattutto nel sud della città e nella periferia nord. Sono stati repressi per diversi giorni, ma hanno continuato a resistere. Gli studenti e i movimenti sociali di Quito hanno marciato per 5 giorni a sostegno del Paro Nacional. Giovedì 16 giugno è stato il giorno in cui è sceso in piazza il maggior numero di persone, circa 10.000. La modalità della manifestazione era la stessa delle precedenti, una marcia verso il centro storico che è stata violentemente repressa dalla polizia.

    Anche la città di Cuenca si è attivata, la polizia ha attaccato l’università dove i manifestanti si erano rifugiati. Le autorità accademiche hanno denunciato l’accaduto e hanno indetto una marcia molto più grande per il giorno successivo.

    Nella capitale si sono iniziati a organizzare gruppi per identificare e allontanare dai cortei i poliziotti infiltrati, decine di individui che, al termine dei cortei, arrestavano le compagne e i compagni dopo averli seguiti. Questo ha messo a dura prova l’apparato repressivo della polizia. Le manifestazioni sono state sorvegliate dalla polizia e le foto di questi infiltrati sono circolate sui social network. Inoltre, prima di essere espulsi, i poliziotti sono stati mostrati alla gente in modo che potessero fotografare il volto dell’intruso.

    È importante capire quali sono le richieste di questo Paro Nacional prima di continuare con la cronologia. Sono 10 le rivendicazioni presentate al governo.

    Abbassare i prezzi del carburante, creare una moratoria bancaria in modo che la popolazione possa riattivare la propria economia senza sentire la pressione degli avvoltoi delle banche. Smettere di sfruttare e distruggere i territori dove ci sono fonti d’acqua e dove vivono le comunità. Allo stesso modo, attivare meccanismi come la consultazione preventiva nei territori in cui è prevista l’estrazione mineraria o petrolifera.

    Un’altra richiesta è quella di dichiarare lo stato di emergenza nella sanità pubblica e nell’istruzione. Entrambi i settori sono stati attaccati dalle politiche neoliberiste del governo e hanno visto ridurre i loro bilanci.

    Prezzi equi per i prodotti agricoli, in modo che gli agricoltori possano ricevere quanto vale il loro lavoro. Un controllo più severo da parte del governo sui beni di prima necessità, vista la speculazione dilagante.

    Stop alla privatizzazione di settori strategici come la Previdenza Sociale, il Banco del Pacífico, la CNT (Società Nazionale di Telecomunicazioni), le infrastrutture stradali. Rispetto dei 21 diritti collettivi delle organizzazioni indigene e dell’educazione bilingue.

    E l’ultimo punto è quello di garantire la sicurezza dei cittadini, vista l’ondata di violenza nelle strade e nelle carceri del Paese.

    Tutte queste richieste sono condivise dalla popolazione che sostiene il Paro Nacional.

    Dopo cinque giorni, di fronte all’indifferenza del governo, il movimento indigeno e contadino ha deciso di recarsi a Quito. Venerdì 17 giugno il governo ha dichiarato lo stato di emergenza nelle province più conflittuali e ha decretato il coprifuoco nella città di Quito dalle 22:00 alle 5:00 del mattino. Domenica19 hanno ordinato la requisizione della Casa della Cultura e l’hanno occupata violentemente per impedire alla gente di organizzarsi. I blocchi e gli scontri tra i residenti dei quartieri meridionali di Quito e la polizia sono proseguiti per tutto il fine settimana.

    Lunedì 20 giugno, le prime carovane del movimento indigeno hanno iniziato ad arrivare nel nord e nel sud della capitale e sono state violentemente represse. Nel frattempo gli studenti dell’Universidad Central e i movimenti sociali di Quito hanno occupato l’università affinché i compagni e le compagne che stavano arrivando potessero avere un posto sicuro per dormire e organizzarsi. La sera i camion pieni di manifestanti hanno cominciato ad arrivare a poco a poco, ma sono stati repressi da tutti i lati con l’obiettivo di impedirgli di giungere in città.

    Solo due università hanno aperto le porte al movimento indigeno.

    Poiché la Casa della Cultura era nelle mani della polizia, il centro operativo dello sciopero nazionale si spostò per la prima volta all’Universidad Central. Qui hanno iniziato ad organizzarsi le prime cucine solidali, gli asili per i bambini, le brigate mediche, i centri di raccolta e le prime linee di resistenza.

    Dalla mattina di martedì 21 giugno sono iniziati gli scontri con la polizia in tutto il centro-nord di Quito. Nel frattempo già si contavano i primi morti che col passare dei giorni sono arrivati a 5. Un manifestante è stato gettato in un burrone dalla polizia, un altro nella provincia di Puyo è stato ucciso da un candelotto lacrimogeno che gli si è conficcato nel cranio, altri a Quito da pallottole.

    Giovedì 23, la Casa della Cultura e il parco dell’Arbolito sono stati ripresi da una gigantesca manifestazione, le principali assemblee si sono spostate di nuovo nel luogo storico della sinistra ecuadoriana.

    Immediatamente il conflitto si è spostato intorno al parco e agli ingressi dell’Assemblea Nazionale. Le prime linee, con molta più esperienza rispetto allo sciopero precedente, erano questa volta più organizzate e protette.

    Nel quartiere di San Antonio, nella zona nord di Quito, l’esercito è stato attaccato dagli abitanti quando ha cercato di entrare nella zona per reprimere i manifestanti. Un compagno è stato ucciso dai militari.

    Venerdì 24 giugno, Guillermo Lasso in una trasmissione televisiva nazionale ha autorizzato la polizia ad aumentare la sua forza repressiva. Un’ora dopo la polizia e l’esercito hanno attaccato indiscriminatamente la Casa della Cultura e l’Arbolito, provocando una fuga di massa dalla zona. Molti bambini e anziani si sono asfissiati a causa della violenza della polizia.

    Siamo stati inseguiti tutti dappertutto fino a quando non abbiamo lasciato la zona. Decine di persone sono state arrestate e ferite. Tuttavia, la polizia si è ritirata dall’area in serata.

    Questo weekend molti compagni e compagne sono tornati nelle loro comunità e altri stanno arrivando. Sono state organizzati dei lavori collettivi di pulizia e la priorità è stata data alle assemblee per organizzare la terza settimana di Paro Nacional. Sabato 25 giugno si è svolta una grande marcia di donne e dissidenze sessuali.

    Oggi, domenica 26, ci sono concerti e attività sportive all’Universidad Central. Nella Casa de la Cultura si terrà un festival artistico e culturale.

    Le richieste rimangono le stesse. Tuttavia, la condizione minima per un dialogo è l’immediata riduzione dei prezzi del carburante [a tal proposito, lunedì 27 il presidente Lasso ha annunciato una piccola riduzione di 10 centesimi di dollaro sul prezzo di diesel e benzina, NdT].

    Quali sono i principali soggetti sociali che sono in mobilitazione in Ecuador, qual è il loro peso e la loro distribuzione territoriale, quali alleanze sociali e politiche si sono create?

    Il movimento indigeno e contadino, gli studenti e i quartieri di Quito.  Il primo è quello storicamente più organizzato, il secondo è tornato attivo in questa congiuntura. I quartieri di Quito sono la sorpresa di questo sciopero, hanno dimostrato un alto livello di organizzazione e controllo del territorio.

    Molte compagne e compagni in tutto il territorio stanno sostenendo il Paro Nacional, ed è in questo contesto che sono state tessute le principali alleanze. Molti di loro precedentemente non si stavano organizzando tra loro a causa di differenze ideologiche, ma queste ultime sono state messe da parte vista l’importanza del momento. Anche se non ancora forte abbastanza, il movimento sociale, soprattutto a Quito, è maturato enormemente.

    Foto di Giacomo Finzi

    Come valuti il ruolo della CONAIE in questo Paro Nacional? Sta riuscendo ad affermarsi come principale soggetto di opposizione sociale all’ordine neoliberale? Sta riuscendo ad articolare alleanze sociali al di là del mondo indigeno?

    La CONAIE continua a essere il principale soggetto politico del Paese e uno dei più importanti dell’America Latina. La sua capacità organizzativa e la sua forza collettiva continuano a sorprendere. Tuttavia, il peso delle fratture interne si fa sentire, la forza che sono riusciti a mettere in campo stavolta è inferiore a quella del 2019.  Le compagne e i compagni continuano a mettere in gioco i loro corpi per tutte e tutti.

    Non è facile venire a dormire nelle palestre, sul pavimento, sul cartone per giorni. La loro determinazione è sorprendente.

    Al di là delle alleanze che possono o meno aver generato, sono riconosciuti da tutti come i principali difensori dei diritti collettivi della società ecuadoriana. Ciò che manca è che i movimenti sociali urbani si coordinino maggiormente con il movimento indigeno e che anche quest’ultimo impari dal movimento urbano. Non esiste ancora un’assemblea in cui i collettivi sociali possano prendere decisioni su ciò che sta accadendo.  Sono coinvolti nell’organizzazione quotidiana, partecipano a piccole assemblee, ma non sono riusciti, ad esempio, a creare un’assemblea che riunisca tutti i movimenti sociali di Quito e le prime linee che sostengono questo sciopero nazionale.

    Come valuti il ruolo del suo leader Leonidas Iza, emerso nell’ottobre 2019 come figura di rilievo proveniente dalla sinistra dell’organizzazione indigena fino a diventare presidente della stessa? Come valuti l’arresto di Iza nel secondo giorno di sciopero? Iza ha un ruolo più da agitatore o da moderatore nel quadro della protesta sociale? Ha obiettivi politico-elettorali?

    Leonidas Iza è il leader assoluto dello sciopero nazionale. La CONAIE ha ora come leader una persona con idee politiche chiare e una formazione eccellente. Le sue idee sono più radicali che quelle dei suoi predecessori. Questo gli ha causato problemi all’interno del movimento, ma allo stesso tempo ha suscitato molta simpatia.

    Come ho detto in precedenza, l’arresto di Iza è stato il fattore scatenante che ha dato forza al Paro Nacional.

    Il problema di Iza è che la sua leadership, volontariamente o meno, sta mettendo in ombra gli altri leader sociali e indigeni. Anche i media hanno contribuito a centralizzare tutta l’attenzione su di lui. Il suo ruolo è stato quello di moderare e anche di agitare a seconda del momento.

    Il movimento indigeno vuole avere il primo presidente indigeno nella storia del Paese, quindi in un modo o nell’altro tutto ciò che sta accadendo a un certo punto sarà capitalizzato a livello elettorale. Non so se lo farà Iza o qualcun altro, ma questo è innegabile.

    Che ruolo sta giocando il correismo in questo Paro Nacional e in questa congiuntura politica?

    Proprio come tre anni fa, partecipano, ma non hanno il minimo controllo su ciò che sta accadendo. Sostengono lo sciopero nazionale e vogliono rovesciare Lasso, motivo per cui sono stati loro a convocare la sessione plenaria del Parlamento per discutere la possibilità di un impeachment per caos nazionale.

    Sembra che una richiesta di impeachment (muerte cruzada) sia in fase di elaborazione in Parlamento. Quanto è probabile che ciò accada? Ritieni realistico pensare a una caduta imminente di Lasso, sia per via parlamentare che per la spinta della protesta sociale? Cosa possiamo aspettarci dopo, un nuovo governo eletto dal Parlamento o nuove elezioni? È qualcosa che i movimenti sperano o temono una riarticolazione dell’ordine politico? Quali prospettive si aprono e quali opportunità si chiudono?

    Sono passati quattordici giorni e il governo riesce ancora a mantenersi in piedi con vari stratagemmi. Quello che è successo venerdì a livello di repressione è stato un duro colpo per tutte e tutti.

    Il movimento indigeno ha chiesto al suo braccio politico Pachakutic di votare per la muerte cruzada come alternativa e via d’uscita dall’attuale crisi, se il governo non dovesse rispondere ai 10 punti. Non possono dare fine alla lotta senza portare a casa qualcosa, cinque compagni hanno già perso la vita.

    La caduta di Lasso non cambierebbe le cose perché il suo vicepresidente prenderebbe il potere con lo stesso progetto politico. Ma sarebbe comunque un nuovo importante precedente sulla capacità del movimento sociale di ottenere risultati, anche se solo parziali.

    Non c’è ancora abbastanza forza per piegare Guillermo Lasso, quindi la muerte cruzada è stata considerata come un’opzione.

    Tuttavia, mentre scrivo questo testo, non ci sono ancora abbastanza voti per poter rovesciare il presidente con l’impeachment. Ieri Lasso ha ritirato strategicamente lo Stato di Emergenza, in modo da non giustificare una crisi nazionale.

    CONCLUSIONI

    Ci siamo ribellati di nuovo, questa volta abbiamo più esperienza, ma non abbastanza forza per poter raggiungere gli obiettivi prefissati. Stiamo resistendo e ci stiamo difendendo dalla violenza della polizia e dello Stato, giorno per giorno.

    Domani, lunedì 27 giugno, inizia una nuova settimana di sciopero che sarà decisiva. Vedremo se si uniranno altri soggetti e forze sociali, se aumenterà la forza nei quartieri, se si troveranno nuove strategie collettive di lotta, se riusciremo a mettere di nuovo in difficoltà il governo. Tutto è ancora un’incognita, quel che è certo è che la resistenza continua e che non ci arrenderemo.

    Siamo anche consapevoli che questa rivolta non cambierà alla radice i problemi del Paese, ma sappiamo che la prossima rivolta sarà migliore perché qui stiamo già costruendo questa possibilità. I processi organizzativi che sono nati e che sostengono lo sciopero (cucine popolari, brigate mediche, prime linee, asili nido per i bambini) si stanno organizzando e questo tessuto è ciò che rimarrà dopo che tutto questo sarà finito.

    La rabbia è grande e anche la voglia di vincere. Continuiamo la lotta, non vacilliamo.  

       

  • Ecuador, la più grande organizzazione indigena del paese si mobilita e fa tremare il governo

    Ecuador, la più grande organizzazione indigena del paese si mobilita e fa tremare il governo

    Sono già passate quasi due settimane dall’inizio delle proteste e in Ecuador si mantiene ancora viva la mobilitazione nazionale. La chiamata allo sciopero, con una piattaforma di dieci punti rivendicativi, è arrivata lo scorso 13 giugno dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), la più grande organizzazione indigena del paese. 

    “Non stiamo manifestando per accedere a un tavolo di dialogo con il governo, questo l’abbiamo già fatto, ora il governo deve dare una risposta pubblica ai reclami che abbiamo presentato già da un anno”, aveva chiarito all’inizio di questa protesta – che dal primo giorno non ha fatto che estendersi e crescere di intensità – il presidente e portavoce, Leonidas Iza Salazár.

    Tra le richieste, al primo posto c’è il blocco del prezzo della benzina, che è quasi raddoppiato (nel caso del diesel) dal 2020 e che era una rivendicazione della CONAIE già nell’ottobre dell’anno scorso. Altrettanto importante è la richiesta di una moratoria per i debiti bancari e finanziari delle famiglie e delle cooperative, che si sono aggravati con la pandemia della COVID-19. Si esigono inoltre il controllo dei prezzi dei beni di prima necessità, politiche destinate alla creazione di posti di lavoro, fondi per l’educazione e la salute. Si chiede che le attività minerarie e petrolifere non invadano i territori indigeni, e un’agenda governativa che non privatizzi i servizi strategici dello Stato.

    La mobilitazione, convocata a tempo indefinito, inizialmente era stata pianificata su scala nazionale e organizzata a livello territoriale, con blocchi stradali in diversi punti del paese. L’arresto arbitrario del dirigente indigeno Iza, all’alba del 14 giugno, ha però avuto l’effetto di radicalizzare e far crescere la protesta. Rilasciato due giorni dopo, Iza ha poi subìto un attentato il 18 giugno, ma niente di tutto ciò ha fermato il fiume di migliaia di persone che, dai diversi territori, avevano ormai cominciato a marciare a piedi o con i camion in carovana per riversarsi nella capitale Quito proprio nei giorni precedenti al solstizio d’estate, la festa di Inti Raymi nel calendario andino.

    La prima risposta del governo di Guillermo Lasso, che nel suo primo anno di mandato è tornato ad applicare in Ecuador la classica ricetta neoliberista dettata dal Fondo Monetario Internazionale, è stata la repressione. Le forze di polizia hanno già ucciso 5 persone, 166 sono risultate ferite e 108 sono state arrestate secondo il registro dell’Alianza por los Derechos Humanos. Venerdì 17, il presidente ha proposto alcune misure economiche che si avvicinano alle richieste della CONAIE, ma allo stesso tempo nelle sei regioni più colpite dalle proteste ha decretato lo Stato d’Eccezione che proibisce raduni e manifestazioni, stabilisce il coprifuoco e permette all’esercito di intervenire nelle piazze insieme alla polizia.

    La dirigenza indigena che guida la mobilitazione ha però considerato insufficienti le promesse di Lasso, invitando a mantenere paralizzate le principali arterie del paese con una dimostrazione di forza che sta mettendo in seria difficoltà il governo. 

    Nel frattempo, domenica 19, a Quito, la polizia ha sgomberato la Casa della Cultura, accanto al parco El Arbolito che sta ospitando le principali manifestazioni urbane, e vi ha installato il proprio centro operativo, cosa che non succedeva dalla dittatura militare negli anni Sessanta. “Non permetteremo che diventi uno spazio dove si può dispiegare la repressione e la violenza statale verso la cittadinanza che sta reclamando pacificamente i suoi diritti”, ha dichiarato Fernando Cerón, presidente della Casa della Cultura, di fronte a questa occupazione. Quattro giorni dopo, il 23 giugno, Quito si è svegliata con una colonna di manifestanti che entrava nel centro culturale riprendendone possesso. Capitanato da un gruppo di donne, il corteo si è poi diretto all’Assemblea Nazionale, il palazzo del parlamento, dove è stato infine disperso dalla repressione della polizia.

    Nel suo ultimo comunicato, la CONAIE esige la fine dello Stato d’Eccezione come premessa per intavolare un dialogo e riafferma che l’obiettivo resta il riconoscimento dei 10 punti alla base della mobilitazione, nonostante gli slogan nelle strade invochino sempre più frequentemente la destituzione del presidente Lasso.

    Il presidente, già con le spalle al muro, ha reagito il 24 giugno con un discorso alla nazione in cui ha cercato di screditare Leonidas Iza: “È chiaro che non ha mai voluto negoziare un’agenda a beneficio dei popoli e delle nazionalità indigene. L’unica cosa che cercava era ingannare la sua base e usurpare il governo”. A Iza ha attribuito anche la perdita del controllo sulla mobilitazione, è ricorso alla solita narrativa degli infiltrati violenti e criminali per giustificare la decisione di usare tutti gli strumenti repressivi a sua disposizione contro i manifestanti.

    Il dirigente indigeno Leonidas Iza, che negli ultimi mesi si è sottratto al dibattito pubblico, si è dedicato a visitare le comunità di tutto il paese: i dieci punti emersi, oggi impugnati dalla componente più povera della società ecuadoriana, non fanno parte di una piattaforma ideologica, ma sono piuttosto le garanzie minime per una vita dignitosa in un contesto di crisi economia esacerbata. 

    In Ecuador solo 3 persone su 10 hanno accesso a un salario minimo, il 32% vive con meno di 2,8 dollari al giorno e la pandemia ha aumentato i livelli di povertà, aggravando una crisi economica già avviata dal precedente governo di Lenin Moreno. 

    Dopo la vittoria al ballottaggio nelle presidenziali dell’aprile 2021, il conservatore Lasso ha mantenuto il consenso dell’elettorato per qualche tempo con una grande campagna di vaccinazione contro il nuovo coronavirus, ma ha mostrato presto i limiti del suo governo di fronte ai problemi che attanagliano l’Ecuador già da prima che si sollevasse la CONAIE. 

    La crisi carceraria, che ha prodotto oltre 300 vittime negli ultimi 15 mesi, è specchio di un’impennata della violenza, che ha visto duplicare il tasso di omicidi negli ultimi sei anni, con frequenti sequestri ed esecuzioni ricondotti a sicari e reti di narcotraffico. 

    In questa cornice si colloca il pacchetto di riforme promosso dal presidente Lasso, impresario e membro dell’Opus Dei, principale azionista della Banca di Guayaquil, seconda istituzione finanziaria del paese. Nei suoi progetti di legge sono previsti tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni di settori come le telecomunicazioni e l’energia, incentivi agli investimenti stranieri, riduzione dei diritti sul lavoro e ampliamento delle attività di estrazione mineraria e petrolifera.

    A dare il colpo di grazia alla credibilità del presidente, è intervenuta poi lo scorso 3 ottobre la pubblicazione dei Pandora Papers, dove Lasso figura fra i 300 politici e funzionari pubblici di 90 Paesi che possiedono compagnie e conti correnti in paradisi fiscali.

    Infine, il partito politico Pachakutik – che al primo turno delle presidenziali aveva ottenuto un buon risultato con il candidato Yaku Pérez – in questi mesi si è in parte avvicinato alla destra di Lasso, mostrando alcune ambiguità. Si tratta del braccio politico elettorale creato dalla CONAIE, che però – come movimento indigeno con 36 anni di storia alle spalle – ha saputo riorganizzarsi sul versante extra istituzionale. La leadership di Leonidas Iza è emersa durante la rivolta del 2019. Poi, come presidente della CONAIE da metà del 2021 ha ripreso i contatti con diverse organizzazioni contadine, studentesche, sindacali con un orizzonte comune di mobilitazione.

    “In un paese sostanzialmente agricolo, in cui tutto si sposta su poche grandi arterie di collegamento, il movimento indigeno è riuscito in 24 ore a bloccare le principali strade. Ci sono già supermercati in cui non arrivano certi prodotti, ci sono perdite milionarie”, spiega a Valigia Blu Daniele Benzi, docente di Relazioni Internazionali all’Instituto de Altos Estudios Nacionales di Quito. Questa è la grande forza che sta spingendo il governo a cercare una mediazione. Se nel 2019 erano stati occupati anche i pozzi petroliferi, questa volta è stato mobilitato l’esercito a proteggerli, “ma la maggior parte è stata comunque paralizzata dall’esterno”, sottolinea Benzi, mentre Quito ha convocato tra le 15 e le 20mila persone e la capitale “è stata invasa dall’altro Ecuador, quello contadino, indigeno e normalmente invisibile alla città”.

    Rispetto alla rivolta del 2019 ci sono alcune importanti differenze, sia nel contesto politico che nell’estensione e nelle caratteristiche delle proteste, ma allo stesso tempo è inevitabile percepire la stessa agitazione sociale. Tra gli elementi più evidenti di questo nuovo ciclo di protesta c’è il crescente protagonismo delle donne. 

    In una società fortemente patriarcale, il movimento femminista ecuadoriano, soprattutto urbano e formato dalla classe media, ha portato avanti importanti rivendicazioni, e adesso sono le donne indigene che occupano la testa delle manifestazioni in Ecuador.

    “Se mancano i prodotti nei centri commerciali e nei supermercati è perché noi contadini ‘pigri’ che ci svegliamo alle 4 del mattino siamo qui a ribellarci, e se non torniamo nelle campagne con un risultato qui la gente non mangia”, grida al microfono Nayra Chalán, vicepresidente della Ecuarunari, una delle organizzazioni che compongono la CONAIE. 

    Era il 23 giugno, dopo 11 giorni i manifestanti si dirigevano a riprendere possesso della Casa della Cultura e “questo corteo lo guidiamo noi donne!”, concludeva anticipando gli eventi della giornata che ha fatto scalare il livello della tensione e provocato la reazione del presidente, che ora affronterà anche una richiesta di destituzione formale da parte del Parlamento.

    Di Susanna De Guio da Valigia Blu

    Foto: Quito, 26 giugno 2022 (Giacomo Finzi)

  • Addio a Bruno Pereira

    Addio a Bruno Pereira

    Lo scorso 5 giugno, l’indigenista brasiliano Bruno Pereira e il giornalista britannico e collaboratore del The Guardian Dom Phillips sono scomparsi nella terra indigena della Valle del Javari, nello stato brasiliano di Amazonas e vicino alla triplice frontiera con Perù e Colombia. Dopo 10 giorni di ricerca, un sospetto, pescatore illegale che in passato si era reso protagonista di minacce di morte a Pereira, ha confessato di aver assassinato i due. Nei giorni successivi altre due persone hanno confessato di aver partecipato all’omicidio, e i corpi sono stati ritrovati interrati, squarciati, da una squadra di ricercatori indigeni. Si sospetta che dietro i pescatori illegali ci siano mandanti più potenti, forse addirittura vincolati al traffico di droga, ma la Polizia Federale ha rinunciato a indagare in tal senso. Dom Phillips viveva da tempo in Brasile e lavorava a un reportage sull’Amazzonia, mentre Bruno Pereira aveva lavorato fino al 2019 nella fondazione federale dedicata alla protezione dei popoli indigeni FUNAI. In seguito all’elezione di Bolsonaro e alla sua politica di distruzione della FUNAI, Bruno era stato licenziato dopo un’operazione in cui aveva dato fuoco a barche di pescatori che pescavano illegalmente all’interno di una terra indigena. Da allora, continuava ad appoggiare i popoli indigeni della zona in maniera indipendente, soprattutto per quanto riguarda il rafforzamento di strutture di autodifesa del territorio contro le invasioni di pescatori e garimpeiros (cercatori illegali di minerali e pietre preziose). Ieri, 24 giugno, è avvenuto il suo funerale, a cui hanno partecipato delegazioni indigene da varie zone del Brasile. Qui di seguito riportiamo la lettera che gli ha dedicato l’Osservatorio dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni Isolati e di Recente Contatto (OPI) [Alessandro Peregalli].

    Addio Bruno, seguiremo i tuoi sogni e le tue lotte per sempre

    Nota di tristezza e rabbia dell’Osservatorio dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni Isolati e di Recente Contatto – OPI

    Noi, attivisti dell’Osservatorio dei Diritti Umani dei Popoli Indigeni Isolati e di Recente Contatto, seppelliamo oggi Bruno, il nostro fratello maggiore. Oggi la terra dove è nato lo accoglie, il suo corpo ritrova l’argilla, le radici delle piante, l’acqua e il calore del suolo. Il suo corpo porta il profumo salato del mare e l’aroma denso della foresta che ha difeso fino a quando i distruttori della foresta lo hanno ucciso a tradimento. I nostri occhi mescolano lacrime di profonda tristezza e di intensa rivolta. Hanno ammazzato Bruno e il suo amico Dom sulle rive del fiume Itacoaí, una domenica mattina di fine inverno, quando lui tornava da una periodo di permanenza con i suoi migliori amici, con i suoi migliori maestri, con i quali aveva imparato a intonare le canzoni della festa.

    Sull’Itacoaí, quando Bruno e Dom sono stati uccisi, i frutti della munguba [albero tropicale, NdT] punteggiavano le rive del fiume con il loro colore di urucum [frutto tropicale di colore rosso acceso, NdT]. Come il cacao magenta, i frutti si aprivano improvvisamente e spargevano piccoli punti di cotone bianco nell’igapó [vegetazione tipica della foresta amazzonica brasiliana, NdT]. Fluttuavano lentamente nell’aria e cadevano sulla superficie dell’acqua, formando costellazioni. I batuffoli di cotone sono semi, generano la vita. Da un frutto che si apre, centinaia, migliaia, milioni di semi cotonati si diffondono nel mondo dell’igapó e oltre. Il mondo è un igapó e Bruno è un frutto munguba che si è diffuso tutt’intorno.

    Con gli indigeni della vale del Javari, Bruno si è strofinato l’urucum sul corpo per apparire più bello alla luce del sole e della luna. Con loro ha arrostito i pesci matrinxã nelle griglie del villaggio, si è rallegrato dell’arrivo dei tapiri catturati dai bravi cacciatori, ha riso allegramente e ha provato il piacere dell’abbondanza e della danza. Con i suoi amici indigeni ha fatto il bagno nei ruscelli, ha inalato il tabacco che apre gli occhi del cuore e ha ascoltato storie antiche e nuove. È nelle foreste, nei fiumi e nei laghi dell’Amazzonia che Bruno ha sentito il sapore gradevole delle palme bacaba e buriti, ha ascoltato il grido audace dell’aquila reale e il gracchiare degli pappagalli scarlatti, ha imparato a riconoscere le tracce che i queixadas [mammiferi simili ai cinghiali, NdT] aprono nella foresta e che i branchi di pesci piaus tracciano sul letto del torrente.

    Bruno era grande e forte nel corpo e nell’anima, la sua voce era ferma in difesa della terra e dolce nel deliziarsi della bellezza dei popoli della foresta. Era incapace di rimanere in silenzio quando l’avidità e la violenza dello Stato e dei predatori della foresta strappavano la vita alle terre indigene. Allo stesso tempo, ascoltava in silenzio la voce degli anziani dei villaggi e da essi imparava altri modi di resistere nel mondo.

    Bruno aveva una passione immensa, un’emozione che contagiava tante persone di tanti luoghi diversi: sapeva che nel cuore della foresta le popolazioni indigene isolate lanciavano il loro grido di rifiuto contro la violenza degli invasori. La voce dei popoli indigeni isolati, quelli che sono duramente sopravvissuti ai massacri e alle pestilenze, ha fatto eco in tutto il mondo perché Bruno ha comunicato ovunque il suo desiderio: il desiderio di lasciarli in pace, liberi dai burocrati di Stato, dai militari in divisa che brandiscono le armi, dalle sacre croci delle missioni di morte, dal luccichio del falso oro del capitale insaziabile.

    La nostra tristezza è immensa quanto la chioma della foresta, la nostra rabbia è forte come la radice del castagno. La nostra tenerezza è sincera e abbraccia Bia, i figli di Bruno, tutta la sua famiglia, l’infinita comunità dei suoi amici sparsi per il mondo. Da parte nostra, continueremo a lottare, siamo in guerra, non ci fermeremo! Dove cade uno, ne sorgeranno molti altri, sia chiaro, “simbora” [“avanti!”, NdT], come direbbe Bruno. Non dimenticheremo mai chi davvero ha ucciso il nostro fratello maggiore, giammai!

    Addio per sempre, Bruno. Ci saranno ancora canti nella comunità, ci saranno ancora frecce negli archi, ci saranno ancora gli spiriti che abitano le foreste. I nemici dei popoli della valle del Javari saranno sconfitti. Anche tu d’ora in poi sarai presente nei nostri sogni, nei sogni dei popoli indigeni. Sepolto oggi nella terra come la manioca, farai germogliare più foreste, ispirerai la vita nei villaggi che ti hanno accolto. E ci saranno migliaia di centimetri in più di terra indigena in Amazzonia.

    24 giugno 2022

  • Le sfide di due paesi

    Le sfide di due paesi

    Iniziamo dall’Ecuador dove le proteste e le tensioni degli indigeni, non solo contro il governo di Guillermo Lasso, sono in aumento e le voci su elezioni anticipate sono iniziate a circolare. A raccontarlo da Quito il professore Davide Matrone. Poi approfondiamo la vittoria elettorale in Colombia di Gustavo Petro che dall’insediamento del 7 agosto dovrà affrontare sfide gigantesche, con l’ottantanovesima uccisione di quest’anno di un leader sociale a poche ore dopo le elezioni. A spiegare la situazione da Bogotà il docente universitario Giacomo Finzi e dagli studi della radio, il politologo Carlos Gutierrez.

  • Prima vittoria della sinistra. Una nuova era per la Colombia

    Prima vittoria della sinistra. Una nuova era per la Colombia

    In Colombia Petro batte Hernández di tre punti e promette pace, giustizia sociale e ambientale


    Sí, se pudo, ce l’abbiamo fatta, è stato il coro più sentito nelle piazze e nelle strade che festeggiavano la vittoria di Gustavo Petro, nuovo presidente della Colombia.

    Di Susanna De Guio, Giacomo Finzi da Il Manifesto.

    Sí, se pudo, ce l’abbiamo fatta, è stato il coro più sentito nelle piazze e nelle strade che festeggiavano la vittoria di Gustavo Petro, nuovo presidente della Colombia.
    Con oltre 11 milioni di voti e il 50,46% del totale, il candidato del Pacto Histórico si è imposto al ballottaggio di domenica 19 giugno sul populista Rodolfo Hernández, che è rimasto fermo al 47,29% con poco più di 10 milioni di preferenze.

    È un risultato storico: per la prima volta nella sua vita repubblicana, la Colombia avrà un presidente di sinistra, e alla vicepresidenza una donna, afro discendente e di origini umili: Francia Márquez, attivista ambientale e femminista che rappresenta l’inclusione e la lotta per l’uguaglianza dei settori storicamente marginalizzati e impoveriti della società colombiana. «Sarà il governo della gente con i calli sulle mani, della gente comune» ha affermato nel suo discorso dopo la vittoria.

    L’ACCETTAZIONE della sconfitta da parte di Hernández e il messaggio di Ivan Duque che ha riconosciuto Petro come nuovo presidente hanno rapidamente allontanato lo spettro dei brogli, che aveva dominato l’agenda mediatica e le preoccupazioni del Pacto Histórico negli ultimi giorni. Insieme all’idea che un’elezione trasparente e un governo progressista fossero impossibili in Colombia, finisce un’era segnata dall’influenza della destra neoliberale, vincolata al paramilitarismo e al narcotraffico, e responsabile di una sanguinosa politica di scontro con le forze guerrigliere che ha esacerbato la violenza nel Paese negli ultimi vent’anni.

    Petro rappresenta infatti una rottura rispetto all’establishment, nella sua campagna elettorale ha affermato di voler applicare integralmente l’Accordo di Pace firmato nel 2016 tra lo Stato e le Farc e ha criticato apertamente la classe politica colombiana come una delle più corrotte del mondo.
    Con l’elezione di Petro si muove anche la mappa politica del continente: nel suo primo discorso alla nazione, ha parlato di ricostruire l’integrazione latinoamericana, e ci sono diversi segnali che vanno in questa direzione. La sua vittoria arriva subito dopo la svolta progressista in Cile dello scorso anno, e precede il voto in Brasile di ottobre, dove Lula già si impone su Bolsonaro nei sondaggi. Oltre a Boric, anche i presidenti di Argentina, Messico, Bolivia e Venezuela, tra gli altri, hanno accolto positivamente il cambio che rappresenta l’arrivo di Petro alla presidenza.

    IL SUO MESSAGGIO, dal palco di una emozionata e gremita arena Movistar, a Bogotá, è stato quello della riconciliazione, della pace e del dialogo, a cui ha invitato anche l’elettorato di Hernández. Petro ha riconosciuto che la sua vittoria, con soli tre punti di distacco dal suo contendente, parla di un Paese diviso in due, che riunire sarà parte del suo progetto politico fondato su un «grande accordo nazionale».
    Si è inoltre rivolto al pubblico ministero per chiedere la liberazione dei ragazzi della cosiddetta prima linea che ha caratterizzato le mobilitazioni dello scorso anno, arrestati arbitrariamente nelle settimane precedenti alle elezioni, e ha lasciato il microfono alla madre di Dylan Cruz, che vede in Petro la possibilità di ottenere giustizia per suo figlio, ucciso a soli 18 anni il 23 novembre del 2019 dagli squadroni di polizia Esmad, durante il primo ciclo di proteste che si sono ripetute con forza durante l’anno passato.

    Pace con giustizia sociale è il cammino indicato anche da Francia Márquez, che si propone di sradicare il patriarcato e il razzismo da una parte, e dall’altra di proteggere la madre terra, aggiungendo così il terzo asse del progetto politico, la giustizia ambientale.
    La transizione energetica in risposta all’emergenza del cambio climatico è centrale nel programma di governo del Pacto Histórico: Petro ha parlato di salvare la selva amazzonica per salvare il pianeta e allo stesso tempo scommette su un capitalismo produttivo che possa far crescere l’impiego e l’industrializzazione, al posto della logica di estrazione ed esportazione delle materie prime che caratterizza l’economia colombiana.

    LE SUE PROPOSTE promettono maggiori opportunità, investimenti nell’educazione e nella salute, e si rivolgono alle generazioni più giovani e alle donne, componenti decisive dell’elettorato che ha permesso a Petro e Marquez di imporsi su Hernández. Grazie a una strategia comunicativa mirata a demolire l’avversario per la sua poca consistenza politica e a una serie di alleanze verso il centro, Petro ha guadagnato terreno. Al ballottaggio si sono presentate alle urne 1,2 milioni di persone in più rispetto alle elezioni del 29 maggio, con una straordinaria partecipazione del 58%, che non si vedeva da cinquant’anni, e Petro ha raccolto 2,7 milioni nuovi voti.

    «ABBIAMO VINTO, abbiamo dimostrato che il popolo è superiore ai suoi dirigenti» dice orgoglioso un ragazzo citando la famosa frase del leader liberale Jorge Eliécer Gaitán, che fu ucciso nel 1948 dando origine alla rivolta sociale conosciuta come Bogotazo. Sventola la bandiera della Colombia in una piazza Bolivar in festa, nel centro di Bogotà.

    Per il Paese si apre ora un’immensa opportunità che è insieme una sfida, come dice una signora che è scesa in strada con tutta la sua famiglia a celebrare la vittoria elettorale: «Questo è il voto della dignità, per restituire alla Colombia l’empatia, l’umanità, l’amore e superare l’odio e la morte».

    Foto: Bogotà, Gustavo Petro e Francia Marquez festeggiano la vittoria al ballottaggio – Ap/Fernando Vergara

  • Cifras y crisis, discursos y vacíos: los laberintos de la desaparición en Guanajuato

    Cifras y crisis, discursos y vacíos: los laberintos de la desaparición en Guanajuato

    En México se alcanzó la cifra de 100mil personas desaparecidas. Este es un balance y contexto del estado Guanajuato, el más violento del país.

    Ausencias y cifras en Guanajuato

    En Guanajuato son 3,245 las personas desaparecidas. La Fiscalía General del Estado (FGE) al corte del 15 de mayo de 2022 tenía registro de 3,086 personas que estaban desaparecidas desde el 1 de enero de 2012 a esa fecha (folio 112093900058022 2/6/2022). Los casos de larga data, anteriores al 2012, registrados oficialmente por la Comisión Nacional de Búsqueda (CNB) en el RNPDNO (Registro Nacional de Personas Desaparecidas y No Localizadas) son 159. La suma de los casos anteriores al 2012 y de los posteriores da la cifra total de 3,245 personas.

    En el mismo periodo la FGE abrió un total de 23,751 “indagatorias” o “investigaciones” por desaparición de personas, y señala que el 88.2% de éstas fueron localizadas, aunque no es posible conocer de qué manera lo fueron: por un lado, desconocemos cuántas personas fueron encontradas como consecuencia de un proceso de búsqueda activa e investigación de las instituciones competentes y, por otro, cuántas pudieron ser localizadas por sus familias, por colectivos de búsqueda, por la ciudadanía en general, por otras autoridades o después de retornos más o menos espontáneos. 

    Esta es una carencia importante dentro de los datos que podemos obtener de las autoridades sobre personas desaparecidas y, particularmente, sobre personas que fueron localizadas. Tampoco existe una versión pública del registro de personas desaparecidas a nivel estatal, que bien podría llenar estos vacíos, y no conocemos el número, las circunstancias o la naturaleza de los casos en que las personas regresan y, sucesivamente, vuelven a ser reportadas como desaparecidas. 

    Asimismo, desconocemos el tamaño de la llamada “cifra negra”, formada por aquellas personas que no han denunciado a través de los mecanismos disponibles, ya sea por miedo, amenazas, desconocimiento, imposibilidad de desplazarse, rechazo de la denuncia por el M.P. o colusión de autoridades locales con el crimen organizado, entre otros posibles motivos.

    Otro aspecto dudoso, que demuestra cierto desfase en los datos entre distintas fuentes y registros, es que los datos de FGE sobre personas desaparecidas están generalmente por encima de cien, dos cientos o tres cientos personas, aproximadamente, respecto de los que carga periódicamente la CNB en el portal de su Registro nacional: esto puede deberse a la diferencia temporal entre la carga masiva periódica de la información por parte del Registro Nacional de la CNB y los datos que, más seguido, actualiza la fiscalía a nivel local y que aparecen en las respuestas su Unidad de Transparencia. Estos probablemente estén más actualizados, pero, a la vez, pueden sufrir cambios más repentinos, debido a las dinámicas constantes de desaparición y localización de personas, así como por los desfases temporales o los posibles errores burocráticos entre las denuncias recibidas y el registro digital de estos hechos. 

    Por otro lado, cabe señalar que en ocasiones la FGE señala el porcentaje de localización de personas sobre el total de casos registrados (“indagatorias aperturadas”), pero no indica el número total de personas desaparecidas a una fecha-corte determinada en la entidad, aunque así se les haya preguntado de forma explícita. Además, este porcentaje de localización histórico, que se calcula desde 2012 a la fecha sobre todos los casos registrados, va variando bastante: a veces es de 88%, a veces de 92%, a veces más, dejando entender que casi todos los desaparecidos son localizados, lo cual contrasta con la realidad y otras fuentes.

    Al 15 de mayo de 2022 (folio 112093900058022 2/6/2022), menciona que había abierto “23,751 investigaciones” en total desde el 1 de enero de 2012 y ya no habla, en esta ocasión, de “indagatorias”, pero sí lo hacía en respuestas obtenidas vía transparencia en 2020 y 2021. Tampoco hay cifras anteriores al 2012 al respecto (sobre número total de personas desaparecidas, no localizadas y localizadas). 

    En Guanajuato, desde mayo de 2020, tras la promulgación de la Ley de Búsqueda estatal, ha sido eliminada la categoría de “persona no localizada”, así que sólo queda la de “persona desaparecida”, justamente para que haya menos demoras e incertezas de parte de los Ministerios Públicos a la hora de clasificar los casos y abrir carpetas de investigación: en efecto, el violento contexto guanajuatense de los años recientes debe de permitir inferir la probable comisión de delitos cuando desaparecen las personas, así que se espera que, razonablemente, haya cada vez más “carpetas”, con sus implicaciones reforzadas para la búsqueda y la investigación, y menos “actas circunstanciadas”, “indagatorias” o equivalentes.  

    Además, al 15 de mayo, FGE señala que el 88.2% de estas investigaciones totales culminaron con una localización. Esto quiere decir que el 11.8%, o sea las restantes, deben coincidir con las personas que aún son buscadas, es decir, que no han sido localizadas, y el número se calcularía como porcentaje del total, o sea, el 11.8% de 23,751. La operación arroja como resultado 2,802.618 personas (sic). Parece realmente complicado pensar y tratar un dato o resultado como éste que sale con decimales (.618), ya que estamos hablando de personas, así como lo es saber si es correcto redondearlo por exceso a 2,803, como sugerirían las reglas matemáticas. Pero lo más relevante aquí es que la cifra no corresponde con la otra, la de 3,086 personas desaparecidas que la FGE comunica en el mismo folio como respuesta a la pregunta sobre cuántas son las personas desaparecidas.  

    Entre muchas dudas y pocas certezas, hasta aquí, se vale comentar que al cierre del hoy extinto RNPED (Registro Nacional de Personas Extraviadas y Desaparecidas), el 30 de abril de 2018, en Guanajuato se tenían registradas 621 personas desaparecidas, 615 del fuero común y 6 del fuero federal. 

    “Guanajuato: aquí, decían, no hay desaparecidos”: así se titula el reportaje de cuatro periodistas de investigación que han recorrido toda la historia de estos registros y han levantado cuestionamientos fuertes y muy razonables acerca de las cifras, sobre sus repentinas y poco explicables variaciones en Guanajuato, y sobre el propio registro como tal. 

    Aun así, siguiendo esos datos, que lamentablemente son los únicos (o casi) que tenemos, visualizamos hoy una realidad alarmante: en los últimos cuatro años, se han quintuplicado las personas desaparecidas en el estado, de la mano de la escalada de los homicidios dolosos y del hallazgo de centenares de fosas clandestinas. 

    En todo el país, al corte del 30 de abril de 2018, había 36,743 personas desaparecidas según datos oficiales del extinto RNPED, mientras que justo el 16 de mayo de 2022 se contaron 100,000 personas desaparecidas, es decir 2.7 veces más. Dicho de otra forma, si a nivel nacional las cifras casi se han triplicado en cuatro años las personas desaparecidas, en Guanajuato han crecido cinco veces, mostrando la profundidad de la crisis de las desapariciones.

    Paréntesis narco-céntrica

    La realidad contradice tajantemente el discurso reduccionista y normalizador de la violencia de calderoniana (o calderonista) memoria al que somos sometidos y sometidas un día sí, y el otro también. Ante el aumento en mayo de los homicidios en León y en el estado, que sigue siendo el más violento a nivel nacional, la Secretaria Ejecutiva del Sistema Estatal de Seguridad Pública de Guanajuato, Sophia Huett López, repitió la letanía de que éste es un reflejo de la batalla contra la delincuencia organizada, o sea, como decía el ex presidente Felipe Calderón, la violencia se explica por el combate al crimen organizado, porque estamos ganando la guerra, se matan entre ellos y los muertos son daños colaterales. 

    Textualmente la funcionaria: “Estos homicidios forman parte de la batalla que como país estamos librando contra el crimen organizado, contra intereses económicos mezquinos, en donde desafortunadamente el negocio es el narcomenudeo y en donde no se da una rivalidad competitiva, sino en una que provoca muerte, es importante comprender que no se da por temas de inseguridad, no es por un robo o por una agresión en contra de un ciudadano limpio de antecedentes”. 

    Parafraseando un poco: un ciudadano “limpio” no tiene nada que temer, así que cada quien siga su vida “de bien” que no te van a robar ni agredir. En fin, lo malo sólo le va a pasar a los demás. Al mismo tiempo, la violencia y la muerte no se deben a la inseguridad, que de esta forma es minimizada en el mismo discurso, sino a que sólo hay riñas armadas entre “malos”. 

    Cada año se cuentan en la entidad decenas de masacres y atrocidades, desapariciones masivas y ataques armados contra la población, como el del 6 de junio en la comunidad de Barrón, Salamanca, qué dejó seis víctimas mortales, tres de las cuales menores de edad. Esto se suma a los miles de homicidios y feminicidios acumulados que, desde 2018, hacen de Guanajuato el estado más violento del país. Para que esta tragedia parezca, al menos temporalmente, soportable, el poder debe inventarse narraciones tóxicas que ocultan la raíz histórica, política, estructural de la violencia y su propia corresponsabilidad en su generación y aumento.

    A 16 años de la “declaración de guerra al narco” y con todo lo que han enseñado a México y al mundo el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad o el de los papás y las mamás de los 43 normalistas de Ayotzinapa, por mencionar dos ejemplos conocidos, seguir explicando esto con el clásico lema de que “se matan entre ellos” es una grosería insultante para las víctimas y la sociedad. Es el equivalente de “en algo andaba” o “se fue con el novio” para explicar y simplificar la complejidad de las desapariciones hoy en día.

    Además, en el entrecomillado se afirma que “el negocio” ahora es el narcomenudeo, no más, y lamentablemente este (ya) no funciona según las reglas de una competencia sana, normal, o como rivalidad “competitiva” (sic) sino mediante formas violentas y mortíferas (contra las cuales, pues, poco podemos hacer, salvo decir que no reflejan inseguridad). Se dice que la batalla la libramos “como país”, así que la responsabilidad también es federal, compartida, no sólo estatal por lo que estamos más a mano. Y finalmente, la lucha es contra el crimen organizado e intereses económicos mezquinos (que si somos buenos y honestos no nos van a afectar demasiado). 

    Nota final de este paréntesis. La alcaldesa de León, Alejandra Gutiérrez Campos, por su lado, dio como una suerte de cierre lógico conceptual al discurso de Huett, al declarar que “es importante destacar que se han incrementado las detenciones, los actos positivos, el poder recuperar motocicletas, vehículos, se está haciendo el trabajo, no es tarea sencilla”. 

    Aunque deseo que sí haya habido esa mejora en la ciudad, no hay que olvidar un problema persistente con el tema de las detenciones: muchos funcionarios de policía son premiados, consiguen beneficios o legitimación si registran más detenciones, así que adoptan la estrategia, violatoria de los derechos humanos, de arrestar más y más veces a la misma persona o de acosar a las personas en los barrios y las comunidades más vulnerables para marcar territorio, extorsionar, acosar y mostrar “resultados”. Una especie de “falsos positivos”. En cambio, resultados efectivos serían los relacionados con vinculaciones a proceso y sentencias definitivas, reducción de la impunidad, difusión de cultura de paz, de prevención eficaz y seguridad ciudadana y humana real, entre otros. 

    La narrativa “narcocéntrica”, que sigue hegemónica y aceptada en Guanajuato, es muy simple: siempre trata de explicar la violencia de forma inmediata, clara, límpida, sin explicar nada en realidad, pues esta sería el producto de “una disputa por la plaza” o de la “invasión de territorios” por parte de algún presunto cártel nuevo o de alguno que viene de fuera del estado. 

    Paréntesis bélica

    Es así como se llegan a justificar y a normalizar, como parte de un proceso fisiológico y de daños necesarios, los homicidios, las matanzas y la inseguridad que siguen y siguen. Aquí sí, lo narco-céntrico se conjuga con lo belicista y el lenguaje de la guerra: ejecutar y abatir son verbos muy en boga en la jerga de medios y autoridades. 

    “Ejecutar” deja entrever que si un grupo armado o un “sicario”, otro término que no dice nada pero que nos han enseñado a aplicar a cualquier presunto miembro de una banda, cometen un asesinado, o bien, si un militar o un policía matan legal o ilegalmente a alguien, pues se trata de todas formas de una ejecución, algo casi debido, que era de esperarse como acto de justicia, como si fuera la ejecución de una sentencia o de una orden, que finalmente tiene su legitimidad o justificación. “Ejecutar” normaliza la violencia y las graves violaciones a derechos humanos que puede implicar. Todo esto lo explica a la perfección Fernando Escalante en el libro El crimen como realidad y representación, que salió a la venta ya hace 10 años, pero probablemente todavía le falta distribución y lectura en Guanajuato.

    Lo mismo vale para “abatir”. En este caso, más que a sentencias derivadas del destino ineluctable del “delincuente”, que se lo buscó, o de alguna forma de justicia “normal” (normalizada) entre mafiosos o desde “la ley” y su brazo armado, el verbo se refiere directamente al mundo semántico de la caza, en donde se abaten animales, o de la guerra, donde se abaten enemigos, por ejemplo. 

    Al respecto el defensor de Derechos Humanos Raymundo Sandoval comentaba el año pasado: 

    Hace 15 años se impuso un discurso bélico de combate al narcotráfico durante el gobierno del panista Felipe Calderón. Esta narrativa comienza replicarse en el discurso oficial en Guanajuato, ya que, desde su segundo informe, el Gobernador Diego Sinhue comenzó a utilizar frases como: Cero trato con los criminales”, “Cero tolerancia a la impunidad”. Recientemente, en la entrega de equipamiento de seguridad en Celaya señaló: “Hemos ido desarticulando bandas criminales completas, hemos tenido resultados favorables de abatimiento de criminales en enfrentamientos de Guardia Nacional, Policía Estatal, Ejercito y ahora de Policías Municipales”, “Hoy ves policías municipales que ya se enfrentan a los grupos criminales”, “Un mensaje que al final va a dar resultados”. 

    Es así como una grave violación a derechos humanos, una ejecución arbitraria o extrajudicial, peligrosamente se convierte en el lenguaje y se asume en la realidad como una sentencia aplicada con justicia, un “resultado favorable” o como un acto de guerra legítimo, hasta merecedor de premios y honores. Son los famosos “enfrentamientos”, término con los cuales las autoridades tratan de explicar casi todos los homicidios del país.

    Me permito parafrasear nuevamente lo dicho por el gobernador y reportado por Sandoval: la prevención del delito y la seguridad se consiguen porque son abatidos presuntos criminales, y se espera que las policías locales y los cuerpos federales tengan den ese tipo de resultado. En este clima, el pasado 27 de abril en Irapuato elementos de la Guardia Nacional dispararon sin motivo contra un vehículo ocupado por estudiantes de la Universidad de Guanajuato, matando a uno de 19 años, Ángel Yael Ignacio Rangel, e hiriendo gravemente a una compañera de él, Alejandra, de 22 años. 

    Como para no quedarse atrás, a manera de ejemplo, conviene mencionar lo difundido por el Secretario de Seguridad Pública estatal, Alvar cabeza de Vaca, cuando en enero de 2021 twitteó un video acompañado de un textito con los “Resultados del grupo táctico operativo” que, con mucha táctica propagandística y poca estrategia real, presumía la detención de 11 personas, aseguramientos de armas y drogas, cartuchos y vehículos y sí, “1 abatido”. No se habla nunca de presunción de inocencia, de debido proceso, de sentencias, de anti-mafia o, eso sí sonaría mejor, de abatimiento de la impunidad estructural.

    Es el eterno retorno de la guerra en la palabra que nos hace morir una y otra vez, por culpa del verbo favorito de Calderón y García Luna. En un estado que detiene firmemente el triste récord nacional de homicidios dolosos y de asesinatos de policías, este lenguaje bélico ya suena inquietante y necrópsico, pues nos hunde y tunde dentro de un bucle fatal, condenados a repetir la historia sin aprender nada de ella. 

    Crisis forense

    Sobre el tema de la crisis forense, que en el país se resume en la cifra de más de 52,000 cuerpos sin identificar en manos de distintas autoridades e incluso de universidades, según datos de la misma fiscalía guanajuatense, al 5 de mayo había 892 cuerpos de personas fallecidas no identificadas en el panteón forense de la capital y 825 en fosas comunes municipales, siendo el total de 1,717 cuerpos sin identificar. 

    Unos veinte días después, al 26 de mayo de 2022, se señala que la cifra de 848 cuerpos en el panteón forense y 825 en fosas comunes, por un total de 1,673 cuerpos sin identificar. Se declara también que los que están en el panteón forense cuentan con archivo básico completo y perfil genético, pero los demás no tienen perfil genético y, por lo tanto, no van a poder ser identificados con el método de la confronta del ADN mediante bases de datos digitales, un proceso que los Ministerios Públicos deben de realizar periódicamente para seguir buscando a las personas. 

    En este sentido, hay que prestar atención a los casos de larga data: por una parte, los anteriores al 2012 no aparecen en las estadísticas y, por otra parte, la gran mayoría de los cuerpos no identificados con fechas anteriores al mes de octubre de 2020, cuando se inauguró el panteón forense, están dispersos en varios municipios y fosas comunes sin contar con perfil genético.

    El tamaño de la crisis de las desapariciones no tiene en cuenta la ya mencionada cifra negra que debe de ser bastante elevada, pues tenemos conocimiento directo, gracias a la labor de 17 colectivos de búsqueda en la entidad, de que sí hay muchas personas en cada municipio que no se acercan al Ministerio Público o a otros mecanismos, como los reportes digitales implementados por la CNB, para denunciar o reportar. 

    En noviembre de 2020, durante la larga búsqueda de Salvatierra, que duró más de cinco semanas y terminó con el hallazgo de 81 cuerpos en 65 fosas clandestinas, en un predio que sirvió como sitio de exterminio, en total impunidad y muy cerca del casco urbano, durante varios años, la FGE trajo unas 150 pruebas de ADN gratuitas para la gente que quisiera realizarla por tener a un familiar desaparecido, pues se estimaba que aproximadamente ese sería el “universo” de gente que pudiera estar en esa condición en la zona. Sin embargo, llegaron más del doble de las personas, muchas más que las contabilizadas por los registros oficiales, y tuvieron que ser trasladadas a la capital del estado en los siguientes días. 

    En Acámbaro, en donde en diciembre de 2020 fueron encontradas decenas de fosas clandestinas y 105 bolsas con restos humanos en un predio en las faldas del Cerro del Toro, el colectivo local, ¿Dónde están? Acámbaro, señalaba ya en ese entonces cómo la mayoría de las familias presentes en sus listas e interesadas en los hallazgos de esas búsquedas, que tenían a uno o más familiares desaparecidos, no estaban registradas por las autoridades ni tenían denuncia. 

    Es razonable considerar que estas situaciones se den de manera sistemática y generalizada, por lo menos en los más de 30 municipios en que se han encontrado fosas clandestinas y sitios de exterminio, en donde reina un terror difuso y paralizante. Asimismo, estos mecanismos de silenciamiento, miedo, connivencia institucional y cifras negras, podrían detectarse en varios de los demás municipios que experimentan altas tasas de homicidios y padecen el desborde de la violencia en la entidad. 

    Entonces, ya vemos cómo la dimensión de la impunidad, que bien ha contextualizado  Raymundo Sandoval, se junta con la profundidad de los vacíos y de las capturas del Estado, y don el dominio macrocriminal (es decir, de redes político-criminales-empresariales) en entramados mayores de lo que pensábamos e imaginábamos. Lo mismo sucede con el número de personas que antes estaban invisibilizadas socialmente y en las cifras y que, ahora, están presentes desde su ausencia, son llevadas al espacio público por sus familiares y los colectivos, y deben ser buscadas. 

    Gracias al trabajo desarrollado por Quinto Elemento Lab y A dónde van los desaparecidos con la investigación “Fragmentos de la desaparición” y su relativa base de datos, fundamental para “explorar la información sobre cómo México llegó a las 100 mil personas desaparecidas, quiénes faltan, desde cuándo y en qué territorios se resiente su ausencia”, como lo detalla su página web, podemos comparar los datos de los registros históricos, aun con sus limitaciones, tanto a nivel estatal como municipal, y relacionarlos con las tendencias más recientes para comprender un poco más el fenómeno de la desaparición en el tiempo, por lo menos desde el punto de vista estadístico y geográfico. 

    Esta tarea de análisis es más apremiante que nunca sobre todo para aquellos estados, como Guanajuato, en donde los dispositivos de la negación y de la minimización hacia la problemática y las propias víctimas han perdurado durante muchos años y, sólo recientemente, han sido compensados y, en parte, desplazados por procesos de reconocimiento, de formulación de demandas sociales y reivindicación de derechos gracias a la acción de los colectivos de búsqueda, de la sociedad civil organizada e, inclusive, de instancias internacionales.

    Por Fabrizio Lorusso de A dónde van los desaparecidos, Zona Docs, Desinformémonos, Correo

    Ilustración de Pinche Einnar de PopLab.Mx