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Cile, a rischio il sì alla nuova Costituzione


I sondaggi sulla nuova Costituzione cilena, che sarà sottoposta a un plebiscito il prossimo 4 settembre, mostrano da mesi in vantaggio l’opzione del rifiuto del nuovo testo, scritto durante l’ultimo anno da una Convenzione composta da 155 membri ed eletta dalla popolazione. Sebbene la breccia rispetto alla scelta di approvare si sia ridotta nell’ultima settimana, è ancora lontana dalla vittoria.
In Cile, la società civile manifesta da un decennio la necessità di un nuovo testo costituzionale, che sostituisca quello scritto nel 1980, durante la dittatura di Pinochet, più volte riformato ma ancora in vigore. Durante l’enorme rivolta sociale esplosa nell’ottobre 2019 questa rivendicazione ha acquisito sempre più rilevanza e infine è stata raccolta e negoziata tra le forze politiche presenti in parlamento in un accordo firmato il 15 novembre di quell’anno.
Nell’ottobre 2020 la volontà di cambiare la Carta Magna è stata ratificata nuovamente con il primo plebiscito, dove il sì all’avvio di un processo costituente ha vinto con l’80% dei voti, ed è stata confermata ancora una volta dalla popolazione cilena con l’elezione dei delegati a scrivere il nuovo testo, nel maggio 2021, dove la destra è stata castigata e sono stati invece premiati i candidati indipendenti dalla casta politica.
Eppure, ora che manca poco più di un mese dal voto di ratifica del nuovo testo costituzionale, tutto il processo che ha portato a questa proposta sembra essere in pericolo.
“La Convenzione è stata determinata dall’Accordo per la Pace e la Nuova Costituzione del 15 novembre 2019” afferma lo storico e docente dell’Universidad de Chile Sergio Grez per spiegare questo ribaltamento dello scenario rispetto a un anno fa.
Per prima cosa segnala che l’elevato quorum dei due terzi dei voti per approvare gli articoli del nuovo testo – regola stabilita in quell’accordo – ha finito per “dirigere le decisioni dell’organo costituente, così una gran quantità di proposte progressiste non sono passate, sebbene raggiungessero la maggioranza semplice.” Inoltre, aggiunge, la Convenzione è stata egemonizzata dalle forze del centro sinistra: il Frente Amplio, il Partito Socialista e altri gruppi politici legati alla ex Concertación che “spesso hanno votato insieme alla destra per opporsi a proposte delle liste di sinistra ed evitare così le posizioni più radicali.”
In linea con quest’analisi, nelle ultime settimane si assiste a prese di posizione individuali e voltafaccia tra i politici di quel centro sinistra che ha governato il Cile democratico in alternanza con la destra negli ultimi trent’anni, e che ora si mostra spaccato in due. Perfino l’ex presidente democristiano Eduardo Frei si è espresso per il rifiuto, in opposizione alle indicazioni del suo partito, mentre un altro ex presidente, il socialista Ricardo Lagos, ha sollevato un polverone di critiche per l’ambiguità della sua posizione.
Inoltre, da quando la Convenzione ha presentato il testo definitivo, lo scorso 4 luglio, il dibattito politico si è concentrato sempre di più sulle riforme che sarebbe necessario apportare alla Costituzione, che si approvi la nuova o che si mantenga quella di Pinochet. “Ma se al plebiscito non passa il nuovo testo, non ci sarà spazio in realtà per nessuna riforma, se invece lo approviamo poi potremo discutere quel che va cambiato della attuale proposta, in un processo democratico” spiega l’avvocata Manuela Royo, eletta alla Convenzione come rappresentante del movimento in difesa dell’accesso all’acqua Modatima, e in visita in diversi paesi europei durante questo mese di luglio: in Spagna, Francia, Germania e al parlamento europeo ha trovato “molto interesse e ammirazione per il processo che abbiamo portato a termine. Nonostante in Cile i grandi media abbiano scelto una narrativa proclive al rifiuto della nuova Costituzione e alla riproduzione di fake news, a livello internazionale ci viene riconosciuto che si tratta di un testo all’avanguardia.”
La proposta di Costituzione attualmente al vaglio nel Paese è la prima al mondo scritta da una Convenzione eletta con parità di genere e che si definisce ecologica: elaborata nel contesto del cambio climatico, riconosce la natura come soggetto di diritti. Trasforma il Cile in uno Stato sociale e plurinazionale e attribuisce diritti specifici ai popoli originari, stabilisce le premesse del diritto all’aborto, garantisce l’accesso alla salute e all’educazione pubblica.
Il gruppo di ricerca Demoscopía Electronica del Espacio Público, dell’Universidad Católica di Valparaiso, ha analizzato le strategie comunicative per frenare questa Costituzione troppo progressista messe in atto dalla destra, che conta anche con l’appoggio dei principali mezzi di comunicazione, controllati sostanzialmente da un duopolio in Cile. “Per prima cosa hanno convertito il lavoro della Convenzione in una notizia di lungo periodo fatta di continui scandali” spiega Pedro Santander, docente di giornalismo e direttore della ricerca, “come conseguenza, questo ha generato un danno alla reputazione dei suoi membri; inoltre hanno usato le fake news in un modo nuovo e spregiudicato: perfino i media tradizionali le hanno replicate senza verificarne la veridicità. Infine, i rappresentanti della destra eletti hanno agito fin dal primo giorno cercando di distruggere la Convenzione da dentro.”
La parte più difficile “è stata smentire le menzogne che si dirigevano direttamente alle paure delle persone, alle loro vulnerabilità” riflette ancora Manuela Royo, “per esempio, se ti mentono dicendo che con la nuova Costituzione possono toglierti la casa di proprietà è grave perché attacca un problema concreto e rilevante a livello nazionale.” Le possibilità che l’approvazione vinca sul rifiuto dipende, per lei, dalla capacità di essere presente nei quartieri e nei diversi territori del Paese, di “informare e formare, portando avanti un lavoro di educazione popolare.”
Ha un’opinione simile anche Santander: “oggi la campagna per approvare la nuova Costituzione è più presente sui social network rispetto a quella del rifiuto, al contrario di quel che era accaduto nel plebiscito del 2020” spiega, però allora il sì al nuovo testo aveva vinto ampiamente e questo dimostra che i social non definiscono le elezioni. Lo stesso esempio permette di affermare che “più gli utenti sono politicizzati, meno influisce l’effetto ideologico dei media e dei social.” Quando è stato indetto quel plebiscito, in effetti, la rivolta sociale dell’anno prima – che aveva portato in piazza milioni di persone e attivato assemblee in tutti i territori – era ancora fresca, nonostante la pandemia ne avesse interrotto l’evoluzione. Lo scenario attuale è più complesso: nel voto di settembre potrebbero incidere la dura crisi economica in corso e l’inflazione alle stelle, il costo della vita che si fa insostenibile e un governo che sostiene la nuova Costituzione ma ha perso consenso fin dai primi mesi in carica.
Di Susanna De Guio
Articolo pubblicato a pagina 16 de Il Manifesto del 12 agosto 2022Foto: Agenzia Telam
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As El Salvador cracks down on gangs, one community unites to say ‘enough’


Elipe Mahé. Families from different communities of Bajo Lempa in El Salvador traveled in May to the capital San Salvador to fight for the release of their relatives detained under the country’s state of emergency. Here they are singing a Cuban revolutionary song set to lyrics decrying the Salvadoran situation. Caterina Morbiato, Contributor (from CS Monitor, July 28, 2022 – link)
LA NORIA, EL SALVADOR
Rosa Idalia Chicas remembers her fear growing up in El Salvador during the civil war. The military could show up and take away a loved one at any moment and without explanation – sometimes forever. Even though the conflict ended 30 years ago, lately her community has felt similarly on edge.
In March, following one of the deadliest days in El Salvador since the civil war, President Nayib Bukele’s government declared a state of emergency to crack down on local gangs that have taken control of entire swaths of the country. It has been extended four times, currently in effect through August, and it restricts freedom of assembly, access to legal representation and due process, and allows the government to make indiscriminate arrests.
More than 45,000 Salvadorans have been detained, according to the Security Ministry. Rights groups say many have no gang ties and were arrested without their families having any knowledge of their well-being.
The arrests have hit Ms. Chicas’ community in eastern El Salvador hard, pitting neighbors against one another. Gang activity has been present here for decades, and no one wants to be mistaken as a sympathizer. Ever since her brother, Julio Cesar Chicas, was arrested at his home in May, even her extended family has kept its distance. He has never been involved with a gang, she says, but those who are still speaking with her only do so cautiously, out of fear of association.
The community divisions that are emerging are a red flag to civil war-era organizations that dedicated the past three decades to conflict resolution. Several have jumped into action first to unite families of the wrongfully detained and then to help them denounce the state of emergency and counter some of the stigmas tearing the community fabric at its seams.

Elipe Mahé. Cristosal, an NGO that works with victims of violence in El Salvador, has supported families from the region Bajo Lempa to demand the release of family members detained under the state of emergency. Gossip and “hatred within the population” has grown hand-in-hand with the state of emergency over the past several months, says José Salvador Ruiz, a leader of Comunidades Eclesiales de Base, a grassroots organization that worked with survivors of a 1981 massacre here.
It propelled him and others to help families like Ms. Chicas’ petition the government for information on their loved ones and to put a public face on the fear many are suffering silently following the arrests.
Life has become “worse than during the war, because we distrust even our neighbors,” Ms. Chicas says of the past four months. Yet for those coming together to speak out against the detentions, these families are showing others that as a united front they can better fight for their rights. “We are their voice,” she says.
Worse than war
It’s no coincidence that it’s communities from this region, known as the Bajo Lempa, that united to take action: They’ve suffered outsized violence at the hands of the government before. Between 1980 and 1992, families here were regularly harassed by the armed forces, and soldiers killed some 500 unarmed civilians in the La Quesera massacre in 1981.
The 1992 peace accords limited the role of the armed forces to national defense and created a new civilian police force meant to be professional and apolitical. But “the police never had a squeaky-clean record,” says Rina Montti, director of human rights research at Cristosal, a nongovernmental organization that works with victims of violence. Security forces have been implicated in serious abuses in recent years, from extrajudicial killings to sexual assaults and forced disappearances. Some 64% of Salvadorans have little or no trust in the police, according to a 2017 poll.
The arrests under the state of emergency are most common in poorer areas, long stigmatized as gang hotspots where police harassment was already systematic, according to Cristosal. “Our territory has been overwhelmed by gangs for years,” Mr. Ruiz says. “But, we have to look at the root of what makes young people join these groups. Our communities fled the war, were repatriated, and then dealt with … a state that never invested in youth, education, health, or decent housing,” he says.

Elipe Mahé. Neighbors in the region of Bajo Lempa in El Salvador who have family members detained under the country’s state of emergency gathered in May to share their experiences and discuss ways to mobilize. Mr. Bukele has made a name for himself as a social media-savvy leader, at one point describing himself as “the world’s coolest dictator” in his Twitter bio. He has previously pushed the limits on democracy, using his growing power and alliances to stack the Supreme Court with allies, and in his response to the pandemic, which raised concerns about an iron-fisted approach to keeping order.
In a June speech marking his third year in office, he called for support for the “battle” he’s waging via the state of emergency: “This is a war between all honest Salvadorans against the criminals who have kept us in fear, mourning, and misery for years,” Mr. Bukele said.
But imprisoning all gang members would hardly resolve violence in El Salvador, experts say. “There’s a structure of organized crime that’s been fostered for decades, and it is not going to disappear so easily,” says Verónica Reyna, director of human rights at Social Service Pasionista.
Portraying government detractors as associates or supporters of gangs is part of the administration’s divisive approach under the state of emergency, rights workers say.
Esmeralda Domínguez of Bajo Lempa was arrested on April 19. A community leader active in women’s rights and environmental organizations, she was targeted after trying to get her husband released after his arbitrary arrest earlier that month, says her mother María Dolores García, who is a survivor of the La Quesera massacre. Now family and friends have shunned the family.
Another 60 people – including farmers, construction workers, and tortilla sellers – have been detained in the Bajo Lempa region and their families similarly ostracized.

Elipe Mahé. Images of late Salvadoran priest Oscar Romero hang inside La Noria Chapel. He is famous for his preaching in defense of human rights and was very active in the community of Bajo Lempa during the country’s civil war. “UNITED WE WILL FREE EACH CASE”
This was the stigma Comunidades Eclesiales de Base hoped to confront. They organized meetings with the families of detainees, creating a space to share their uncertainties and pain.
A strategy for action emerged from that initial sense of unity. Family members composed a song called “Hasta darles el abrazo” (Until we embrace them), which tells the story of arbitrary arrests – including their frustration with the state for refusing to share information about a loved one’s whereabouts or the humiliation they’ve felt at the hand of government institutions. But, in the song, the family is motivated to keep fighting, “reunited and united we will free each case,” reads one refrain.
As confidence and trust grew, the group tried something even more radical: Some 65 neighbors traveled to the Supreme Court of Justice in San Salvador twice in May to file more than 30 habeas corpus petitions in defense of their loved ones. This legal measure is used to bring detainees before the court to determine if their imprisonment is lawful, and the collective filing is the first of its kind during the state of emergency.
They signed an open letter as the Committee of Relatives of Victims of the State of Emergency and read it before entering the court. “Do not be afraid, you are not alone. Get organized and demand respect for your rights,” the statement urged.
That message was received by loved ones of the wrongfully detained in other parts of the country. Groups in at least two other departments have contacted Mr. Ruiz for guidance on demanding answers from the government. “It takes some courage to get involved,” he says.
This experience underscores the importance civil war-era organizations still hold, says Jorge Cuéllar, assistant professor of Latin American studies at Dartmouth College. The trust and the connections they’ve maintained with the community puts them in a unique position to mobilize members.
“This bond needs to be reactivated and reoriented toward” today’s struggles around upholding human rights, he says.
Even though the state of emergency enjoys broad support – 74% in one poll – that breaks down when respondents are questioned about the suspensions of each right specifically.
President Bukele’s political strategy is to maintain a constant crisis that requires extraordinary measures, says Ms. Reyna. “The population eventually gives up its rights to attend to the emergency,” she says.
The lack of transparency and the way in which the government is flaunting its arrests is giving rise to further polarization. “You cannot continue to build a society that rejoices because others suffer,” says Mr. Ruiz.
Ms. Chicas’ brother and her neighbors’ loved ones are still in jail. The judicial authorities have not responded to their petitions. Still, these families are plotting their next steps.
“We should take to the streets, 500,000, 2 million people to demonstrate, to defend their rights,” says Manuel de Jesús Martínez, whose son Elías, the goalkeeper for his local soccer team, was arrested on March 26. His detention was prior to the announcement of the state of emergency, yet he received the same treatment – no explanation for his arrest or access to legal aid.
“As fathers and mothers we categorically reject the unjust incrimination of our children,” Mr. de Jesús Martínez says. “We know, and the community knows, that they are innocent.”
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Repubblica Dominicana: il paese degli invisibili


Agenti dela polizia migratoria controllano la frontiera dominico-haitiana (foto: RZC) di Raúl Zecca Castel, da Il Manifesto
Oltre 135mila fantasmi popolano la Repubblica Dominicana. Lo afferma il Rapporto sulla Tratta di Esseri Umani pubblicato martedì 19 luglio dal Dipartimento di Stato Usa, indicando il paese caraibico come la nazione con il più alto numero di apolidi in tutto l’emisfero occidentale. Si tratterebbe di cittadini dominicani di origine haitiana che una singolare sentenza costituzionale del 2013, applicata retroattivamente a partire dal 1929, ha destituito della nazionalità sulla base di presunte irregolarità dello status migratorio familiare.
Un successivo processo di naturalizzazione, avviato malvolentieri nel 2014 dal governo dominicano in seguito alle forti pressioni internazionali ricevute, avrebbe dovuto porre rimedio a tale scempio giuridico, che alcuni osservatori hanno definito nei termini di un «genocidio civile». Dati alla mano, tuttavia, la procedura si è rivelata un completo fallimento e, secondo molti, una vera e propria farsa.
Parallelamente, il ministero dell’Interno dominicano ha continuato a negare il rinnovo del permesso di soggiorno a oltre 200 mila immigrati, per lo più di origine haitiana, trasformandoli a tutti gli effetti in morti civili, un esercito di invisibili esposto a ogni tipo di violazione e abuso. Come riferito dal documento Usa, «il blocco dei permessi di soggiorno agli haitiani e ai loro discendenti – compresi quelli nati nella Repubblica Dominicana che non erano mai stati ad Haiti – ha causato l’impossibilità di accedere al settore del lavoro formale, all’istruzione secondaria e post-secondaria e alle cure mediche, e ha generato rischi di deportazione ad Haiti in qualsiasi momento, rendendoli vulnerabili alla tratta». Una tratta, in molti casi, a scopo di sfruttamento sessuale, che coinvolge minori tra i 15 e 17 anni, soprattutto di origine haitiana, e che conta inoltre con la «complicità di forze dell’ordine e funzionari governativi corrotti». D’altra parte, stando all’ultimo rapporto dell’associazione End Child Prostitution, Pornography and Trafficking (ECPAT), la Repubblica Dominicana sarebbe entrata sul podio delle principali mete internazionali del turismo sessuale minorile per via di una legislazione piuttosto blanda in materia di sfruttamento sessuale, attirando ogni anno migliaia di clienti provenienti anche dall’Italia.
Il documento sulla tratta appena pubblicato dal Dipartimento di Stato Usa, segnala inoltre che «la precaria situazione legale, la paura dell’espulsione e la discriminazione che devono affrontare i dominicani di origine haitiana aumenta i loro rischi di tratta e di abusi sul lavoro anche nell’industria dello zucchero».
In effetti, il lavoro nelle piantagioni di canna da zucchero dominicane, che da oltre un secolo impegna quasi esclusivamente manodopera agricola proveniente dall’altro lato dell’isola, è stato a lungo oggetto di attenzione critica da parte delle diverse organizzazioni internazionali che si occupano della tutela dei diritti lavorativi e umani. Da ultimo, solo pochi giorni fa, un’ispezione sul campo realizzata da una delegazione del Dipartimento del Lavoro Usa – sollecitata da ripetute denunce inerenti alla violazione dei termini contrattuali dell’Accordo di Libero Scambio tra Repubblica Dominicana e America Centrale (CAFTA-DR) – ha rilevato la persistenza di indicatori di lavoro forzato, descrivendo come « una cultura della paura sembra permeare il settore, dove i supervisori aziendali, le guardie armate e i funzionari di un sindacato non rappresentativo controllano i lavoratori», alcuni dei quali avrebbero inoltre confessato minacce e intimidazioni, per «rimanere in silenzio e non parlare con nessuno delle loro condizioni».
L’industria dello zucchero dominicano, che ancora oggi rappresenta una voce significativa per l’economia del paese e, soprattutto, per le tasche delle imprese private a capitale straniero che la governano, si regge infatti grazie allo sfruttamento intensivo dei lavoratori haitiani, la maggior parte dei quali rientra nella schiera dei 135 mila apolidi, prezioso giacimento di manodopera a basso costo e altamente ricattabile, nuovi zombi al servizio del capitalismo mondiale.
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Masterclass della fine del mondo – Quinta parte

Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della quinta parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. Si tratta di una riflessione collettiva di un gruppo di compagne e compagni brasiliani sulle lotte, le loro contraddizioni, limiti e possibilità, in Brasile e non solo, durante gli ultimi quattro anni di governo Bolsonaro e soprattutto durante la pandemia. Qui la prima parte. Qui la seconda. Qui la terza. Qui la quarta. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. Articolo apparso anche su Euronomade.info.

Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della terza parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. La prima parte è disponibile qui, la seconda qui e la terza qui.
Lotta di classe informe
Nei primi giorni di marzo 2019, i passeggeri hanno trovato le biglietterie chiuse in diverse stazioni della metropolitana di San Paolo. Non era di per sé una sorpresa, visto che i mal di testa con il sistema di ricarica dei biglietti elettronici fanno parte della routine di chi si muove sui mezzi pubblici. Ma quello che in apparenza sembrava più un problema tecnico, era invece un movimento invisibile di bigliettai che lavoravano in imprese in subappalto contro le trattenute illegali sui loro salari, oltre ad altri espedienti illeciti frequentemente utilizzati dall’impresa fornitrice del servizio per ridurre le sue spese del personale.[1] “Sfruttando il confine ambiguo tra la precarietà del sistema già solitamente disfunzionale, la perdita di tempo (…) e lo ‘stop parziale’ di fatto”, i bigliettai in outsourcing hanno condotto uno sciopero intermittente in cui le interruzioni e il ritorno al lavoro si sono succeduti “in varie biglietterie, secondo le opportunità, la forza del momento”, e senza alcun apparente coordinamento.[2] A un tornello di distanza, il conflitto passava quasi inosservato agli occhi della maggior parte dei dipendenti fissi della metropolitana, noti per la loro intensa attività sindacale. Oltre a mostrare l’abisso aperto dall’esternalizzazione all’interno di uno stesso spazio di lavoro, la difficoltà di riconoscere quello sciopero, completamente al di fuori del rito ufficiale – senza un inizio o una fine delimitati, senza un annuncio chiaro, senza assemblee o negoziati formali – è un segno della perdita di forma del conflitto sociale nel mondo del lavoro informe.[3]
Come la mobilitazione clandestina nelle biglietterie, gli innumerevoli blocchi dei riders esplodono ed evaporano senza contorni precisi, negli spazi d’ombra rivolti al lavoro diffuso che muove la logistica urbana: banchine dei centri commerciali, entrate d’accesso per le consegne, centri di distribuzione, dark kitchen e dark store[4], oltre agli ambienti virtuali. Se tra i subappaltatori della metropolitana l’insubordinazione oscillava da una stazione all’altra a seconda delle lacune e della pressione del momento, tra i rider è frequente che il conflitto salti di negozio in negozio, da un quartiere all’altro, o da una città all’altra in modo discontinuo e imprevedibile: quando i primi scioperanti raggiungono il limite delle loro forze e risorse, un nuovo gruppo annuncia uno sciopero in un altro posto, contagiati da video e racconti che si diffondono in tempo reale.
Quando l’alto turnover di manodopera è la regola, anche le lotte diventano altamente rotative: all’interno della stessa città non è comune che i rider che sono “in prima linea” in una protesta abbiano partecipato a movimenti precedenti. E se ciò rende difficile un processo serio di cooptazione della leadership, la dinamica centrifuga delle lotte sfida anche qualsiasi sforzo di organizzazione del movimento. Gruppi WhatsApp nascono e vengono abbandonati ad ogni mobilitazione, i lavoratori si riuniscono e si disperdono con la stessa volatilità con cui si interrompe una conversazione sul marciapiede quando arriva un nuovo ordine: come le molecole di gas che si condensano al momento della tempesta, è solo al momento dello scontro che questo proletariato nella nube prende corpo.
“Una ‘base’ che esiste solo in un processo di conflitto”, che si “dissolve non appena l’azione declina”, “non è disponibile per essere gestita”.[5] Gli stessi leader che emergono pubblicamente, lungi dal dirigere un contingente coeso di rider, si affidano, nel migliore dei casi, a una rete diffusa di seguaci, anche loro nel cloud. Per gli youtuber e gli influencer legati al movimento, più “imprenditori politici” che veri e propri leader[6], l’impegno nella causa si confonde spesso con una carriera personale. Vincere la lotta non è dissociato dal vincere con la lotta, che può significare qualsiasi cosa, dalla monetizzazione dei video alla collaborazione in azioni di marketing, fino ad essere invitati a diventare proprietari o gestori di un operatore logistico. L’ambiguità, che descrive una zona di indistinzione tra l’azione politica e il lavoro, è già in qualche misura contenuta nel vocabolario corrente dei rider: essere un “guerriero” o “andare alla lotta” sono espressioni che possono riferirsi sia al conflitto contro la piattaforma sia alla guerra a bassa intensità vissuta nella corsa quotidiana su due ruote.[7] La profusione di candidature di lavoratori di piattaforma alle elezioni comunali del 2020[8], per lo più a rappresentanza di partiti “fisiologici” [così vengono chiamati in Brasile la maggior parte dei partiti, definiti anche come centrão, che non hanno una posizione ideologica precisa ma che tendono a sostenere il governo di turno, NdT] e di destra, rappresenta molto più un percorso di ascensione individuale che la tattica deliberata di un movimento articolato del settore, che non esiste.
Oggi, le strutture organizzative resistono solo al di fuori del conflitto, nella misura in cui cominciano a funzionare come ingranaggi del lavoro stesso, come nel caso delle innumerevoli associazioni professionali, sindacati e cooperative che funzionano, per i rider, come canali di inserimento nel mercato del lavoro – così è anche per i grandi movimenti sociali di decenni fa, che ora sussistono come mediatori di accesso ai programmi governativi e al mercato. Basti ricordare l’ultimo successo del Movimento dei Senza Terra (Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra – MST) nel settore finanziario, una partnership con grandi gruppi imprenditoriali per raccogliere fondi per sette cooperative di agricoltori – alcune delle quali sono tra i maggiori produttori di cibo biologico del continente[9] – emettendo obbligazioni alla portata di “piccoli e medi investitori” su una piattaforma online.[10] Di fronte all’insufficienza e allo smantellamento delle politiche di promozione della cosiddetta “agricoltura familiare”, l’MST ha fatto ricorso direttamente al mercato, in un’operazione che ha raccolto oltre 17 milioni di reais [più di 3 milioni di euro, NdT] senza la mediazione di programmi governativi, in linea con il crescente apprezzamento (e quantificazione) dell’“impatto sociale” da parte degli investimenti in tutto il mondo.[11]
Per inciso, è da diverso di tempo che certi movimenti sociali sono migrati verso la nube. Durante tutti gli anni 2000, la sfida di gestire accampamenti con centinaia di famiglie nelle periferie, attraversate da dispute con poteri territoriali concorrenti e sempre con l’imminenza dello sgombero, hanno fatto sì che sempre più movimenti per la casa – in particolare il Movimento dei Senza Tetto (Movimento dos Trabalhadores Sem Teto – MTST) – cominciassero a riconoscere le occupazioni come un momento necessariamente provvisorio e ad adottare, come struttura permanente, un grande sistema di registro delle famiglie. Mentre altre organizzazioni costituivano una base facendo pagare l’affitto negli edifici occupati, l’MTST ha allargato le sue fila chiedendo impegno piuttosto che denaro: la partecipazione ad assemblee e manifestazioni fa guadagnare punti che determinano l’accesso alla “bolsa aluguel” (sussidio per l’affitto) negoziata con il governo, e lo score di ogni famiglia determina il ranking nella fila d’attesa per la casa promessa.[12] In breve, il “lavoro di base” ha lasciato il posto al lavoro della base. Con un nucleo tecnologico pionieristico, il movimento ha digitalizzato parte di questa logistica interna delle occupazioni e delle manifestazioni in un’App e, più recentemente, ha lanciato la campagna “Contratta chi lotta”, che si basa su un bot di WhatsApp capace di connettere i sem teto registrati ai clienti in cerca di una serie di servizi.[13]
Se “la frontiera tra le forme di associazione finalizzate alla lotta collettiva e quelle destinate a coinvolgere ulteriormente il lavoratore nello sfruttamento si è sfumato”,[14] non è un caso che i conflitti del nostro tempo avvengano al di fuori delle organizzazioni consolidate, o addirittura contro di esse, ma senza costruire alcuna struttura al loro posto. La più grande ondata di scioperi nella storia del paese, dal 2011 al 2018 – e non negli anni ‘80, come si potrebbe supporre – ha così poco a che fare con il ciclo di lotte che ha segnato la fine della dittatura che il confronto diventa quasi fuori luogo.[15] Riemergendo quarant’anni fa in nicchie fordiste relativamente stabili, il sindacalismo nutriva ancora un orizzonte di espansione delle conquiste, in cui si forgiavano nuove e importanti organizzazioni di massa, integrate nello sforzo generale di “costruire la democrazia” – mantra che, da allora in poi, si sarebbe dissipato “in un perpetuo presente di lavoro raddoppiato”.[16] Nell’ultimo decennio, gli scioperi hanno cominciato “a verificarsi, sempre di più, nel campo delle reazioni immediate e urgenti”[17]: per il pagamento dei salari in ritardo e il rispetto della legislazione, contro la chiusura di stabilimenti e i licenziamenti di massa, e altre rivendicazioni “difensive” di questo tipo. Portati avanti fuori dai sindacati e spesso ostili ai loro rappresentanti, tali movimenti hanno talvolta assunto tratti insurrezionali, come le ribellioni nei cantieri delle grandi opere del Programma di Accelerazione della Crescita (Programa de Aceleração do Crescimento – PAC)[18] o gli scioperi a gatto selvaggio degli autisti di autobus fuori dai garage alla vigilia della Coppa del Mondo[19].
Nonostante la sua portata senza precedenti, la valanga di scioperi degli anni 2010 non ha lasciato spazio a nessun “accumulo di forze” – né qui né in Cina. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, la situazione era infatti simile anche nel cuore industriale del pianeta, che ha vissuto un’ondata di moti operai nello stesso periodo. Senza canali ufficiali di rappresentanza, gli scioperi sparsi e violenti che si sono moltiplicati nelle fabbriche cinesi “non sono riusciti a costruire un’organizzazione duratura o ad articolare richieste politiche”.[20] Condividendo certi aspetti con il riot, lo sciopero appariva come un momento per “strappare tutto il possibile” in cambio dell’insopportabile vita quotidiana nei distretti industriali: “per recuperare salari non pagati, bonus vacanze e benefici, o semplicemente per vendicarsi dei dirigenti che commettevano molestie sessuali, dei capi che pagavano i sicari per picchiare i lavoratori in lotta, ecc.”[21] Altre volte, i lavoratori si limitavano a farla finita con il lavoro e abbandonare i propri alloggi; “prendevano solo i soldi e se ne andavano”, per usare la tipica espressione dei lavoratori migranti cinesi che è recentemente diventata virale insieme ai video che criticano la vita in fabbrica.[22]
Senza il vecchio “orizzonte di ‘conquiste’ da accumulare, in una prospettiva più ampia di integrazione progressiva”, ciò che resta alle lotte del nostro tempo è rifluire o esplodere rapidamente, “assumendo senza alcuna mediazione forme insurrezionali (senza prima e dopo)”[23]. Così, le proteste contro un aumento dei biglietti dei trasporti diventano, in pochi giorni, terremoti nelle strade del Brasile o del Cile; la violenza della polizia incendia le città in Grecia, negli Stati Uniti o in Nigeria; un aumento del prezzo della benzina paralizza l’Ecuador, la Francia, l’Iran o il Kazakistan. Anche se le richieste iniziali forniscono contorni minimi a queste rivolte, la loro esplosione tende a estrapolarle e a diluirle in una rivolta generalizzata contro l’ordine costituito – che finisce per tradursi in molti casi, in maniera imprecisa, in una rivolta “contro il governo”.[24]
Tanto intensi quanto discontinui, senza mai assumere forme stabili, i conflitti che proliferano da un capo all’altro del globo possono essere descritti come “non-movimenti sociali”.[25] Portata nei dibattiti di certi ambienti militanti, l’espressione torna utile in un contesto di “lotta di classe senza organizzazione di classe”,[26] sempre più atomizzata, la cui propagazione passa più attraverso azioni che si replicano in maniera dispersa che attraverso strutture centralizzate. I non-movimenti si espandono attraverso gesti che possono essere “copiati e imitati, accumulando istanze di ripetizione”[27] e ramificandosi come i meme su Internet – solo che nelle strade, in una dinamica che alimenta le reti. È il caso del Breque dos Apps, che non era né un’organizzazione né una campagna pianificata, ma un gesto replicabile diffuso attraverso video che seguivano lo stesso copione. E anche degli scioperi nel settore del telemarketing subito dopo l’arrivo del nuovo coronavirus da queste parti; dei blocchi di decine di rotonde da parte di pedoni vestiti con gilet gialli in Francia; dei salti dei tornelli studenteschi e della “primera línea” nelle proteste cilene… Attraverso la moltiplicazione di queste manifestazioni decentralizzate, i conflitti acquistano scala senza acquisire una forma stabile (quando la forma è fissa, il meme perde forza e corre il rischio di diventare un marchio, un’immagine vuota di contenuto, un’estetizzazione della rivolta).[28]
Sotto la pressione di disordini diffusi e senza interlocutori con cui negoziare, i governi e le imprese di tutto il mondo sono sfidati a “rispondere unilateralmente e razionalmente a un’insurrezione ‘irrazionale’”[29]. La formalizzazione dei non-movimenti – cioè la loro traduzione in una grammatica leggibile dalle istituzioni – appare qui come una precondizione per la loro neutralizzazione e incorporazione. Tuttavia, anche quando le rivolte sono vittoriose nelle loro rivendicazioni immediate, il ritorno alla normalità porta di solito la sensazione che nulla sia migliorato, o addirittura che la situazione sia peggiorata. L’incapacità dello Stato di assorbire completamente l’energia della contestazione lascia un’insoddisfazione latente, che può rovesciarsi nell’inverso dell’impulso originale – non è stata questa, dopo tutto, la continuità tra la rivolta del giugno 2013 e l’insorgenza bolsonarista?[30] Dall’elezione di politici che assumono apertamente la violenza sociale alla degradazione in vere e proprie guerre civili, i non-movimenti finiscono spesso per accelerare la tendenza distruttiva della crisi stessa.[31] Mobilitazioni intense ed estenuanti che, tuttavia, non portano da nessuna parte: anche i conflitti del nostro tempo sono forse presi nel ciclo infernale del nèijuǎn?
Sui muri carbonizzati delle stazioni della metropolitana di una Hong Kong in rivolta, frasi come “preferirei diventare cenere che polvere” o “se bruciamo noi, voi bruciate con noi” condensavano un’immagine precisa non solo della strada senza uscita affrontata dai rivoltosi di quella città, ma del clima soffocante che grava sulle rivolte del nostro tempo.[32] Se ha poco senso parlare di accumulo di forze, “la rabbia certamente si accumula”[33] ed è sempre a un passo dal degenerare in violenza tra gli stessi oppressi. Senza cambiamenti significativi nelle condizioni di lavoro, non è raro sentire rider che difendono i blocchi come un modo per almeno vendicarsi delle piattaforme[34] – ma l’odio collettivo può rapidamente rivolgersi anche contro un autista in un litigio nel traffico o un ladro di moto colto in flagrante e sul punto di essere linciato. Con gli stessi contorni vendicativi e suicidi delle esplosioni individuali di disperazione, gli scontri spesso si riducono a un’escalation di violenza insensata.[35] E qualcuno deve rimanere per pulire – come accadde la mattina dopo la più grande manifestazione della storia del Cile, quando degli immigrati venezuelani si organizzarono per pulire volontariamente le strade del centro di Santiago; o a Quito, in quello stesso ottobre 2019, dove la pulizia delle barricate fu lasciata a un’iniziativa collettiva organizzata dal Coordinamento Nazionale Indigeno dell’Ecuador (Coordinadora Nacional Indígena del Ecuador – CONAIE) dopo l’accordo che mise fine alla rivolta. Viste da questa prospettiva, rivolte e ribellioni delle più svariate dimensioni diventano un altro fatto di routine della nostra catastrofica vita quotidiana.
È interessante notare che il termine “non-movimenti” sia apparso per la prima volta nella letteratura sociologica per descrivere il “costante stato di insicurezza e mobilitazione” degli strati urbani subalterni “la cui sussistenza e riproduzione socioculturale dipendono spesso dall’uso illegale degli spazi pubblici della strada” in una “lunga guerra di logoramento” con le autorità nelle metropoli del Medio Oriente contemporaneo.[36] Non lontano dal viavai di truffatori o rider per le strade brasiliane, sempre pronti a eludere un posto di blocco della polizia, a non pagare il biglietto o ad attraversare il semaforo rosso per sopravvivere: “sforzi dispersi”, individuali, quotidiani e continui, che possono comportare “azioni collettive quando i guadagni sono minacciati”[37]. Con una sola scintilla, questa disperata routine di lavoro, che si muove in ogni momento tra resistenza e sforzo, può spezzarsi in un’esplosione disperata – vale la pena ricordare che fu l’auto-immolazione di un venditore ambulante a cui era stato appena confiscato il carrello della frutta a scatenare le proteste del 2011 in Tunisia.
Nella viração delle strade, tra “lavori di merda” e “lavoretti” temporanei – lì dove non c’è nulla di promettente in vista se non andarsene – l’insubordinazione scoppia con la stessa urgenza, la stessa immediatezza della produzione just-in-time. I conflitti esplodono come un gesto disperato, un grido di “vaffanculo” in cui si mescolano “sofferenza, frustrazione e rivolta”[38], spesso sotto forma di un atto di vendetta individuale – o al massimo collettiva. Come la recente ondata di diserzioni dal lavoro negli Stati Uniti[39] e in altre parti del mondo, la fuga dai call center nei primi giorni della pandemia in Brasile è stata un segno di rifiuto di una routine che, per far fronte al crollo della “normalità”, diventa ancora più infernale. Ad ogni nuova emergenza – sanitaria, ambientale, economica, sociale – la vite dell’intensificazione del lavoro gira, e tutti sono pienamente mobilitati in uno sforzo senza fine in cui non si formano che “esperienze negative”.[40] Se i “non-movimenti” portano una buona notizia, però, è proprio questa: essi “indicano che il proletariato non ha più nessun compito romantico”[41], senza nulla da sperare e nulla da perdere.
[1] Dois funcionários do Metrô, “Metrô SP: Terceirizados da bilheteria denunciam descontos abusivos”, Passa Palavra, 3 mar. 2019.
[2] “Bilheteiros do Metrô param os atendimentos contra descontos abusivos do salário”, Passa Palavra, 7 mar. 2019. Da notare che, all’inizio della mobilitazione, un gruppo di bigliettai si era appellato al sindacato che li rappresenta legalmente davanti all’azienda e ha ricevuto la risposta che “lo sciopero è vantaggioso solo per i dipendenti pubblici”, perché per i lavoratori esternalizzati lo sciopero “non è legalmente accettato, mentre lo è la paralizzazione”.
[3] Due anni e una pandemia dopo, in una strategia accelerata dalla perdita di entrate durante il periodo di isolamento sociale, il governo di San Paolo avrebbe annunciato l’estinzione del contratto con i fornitori di servizi e la chiusura di tutte le biglietterie della metropolitana, trasferendo il lavoro dei dipendenti agli utenti attraverso un’App e macchine self-service. (Fernando Nakagawa, “Metrô de SP triplica prejuízo em 2020 e quer fechar bilheterias para economizar”, CNN, 1 abr. 2021).
[4] L’espansione del servizio di consegne via piattaforma sta producendo, in tutto il mondo, la proliferazione di cucine e negozi “fantasma” – strutture senza servizio diretto ai clienti, che a volte riuniscono diversi stabilimenti virtuali, riducendo i costi con personale, mobili, stock e affitto. (Nabil Bonduki, “Dark kitchens, que vieram para ficar, são boas para as cidades?”, Folha de S. Paulo, 16 fev. 2022). Nuovo fronte per gli investimenti immobiliari, diventano anche punti di incontro per i rider, dove spesso scoppiano conflitti (vedi, per esempio, Treta no Trampo, “A greve na loja da Vila Madalena entra no 2º dia”, Twitter, 6 nov. 2021).
[5] Francesc e El Quico, “Notas em defesa da centralidade do conflito”, Passa Palavra, 2 mar. 2021.
[6] L’espressione è usata da Rodrigo Nunes per far luce sulla dimensione finanziaria della militanza di Bolsonaro – un vero e proprio “fenomeno imprenditoriale” che può aiutare a capire una dinamica presente in altre mobilitazioni. “Sia creando movimenti capaci di raccogliere fondi di destinazione nebulosa, sia conquistando (o riconquistando) spazi nei media tradizionali, sia monetizzando attraverso canali YouTube e profili Instagram, essi hanno costituito un circuito in cui l’accumulazione di capitale politico si convertiva facilmente in accumulazione di capitale economico, e viceversa. Questa convertibilità è, inoltre, contemporaneamente, sia il mezzo con cui si costruisce la traiettoria dell’imprenditore politico sia un fine in sé. Consolidandosi come influencer, l’individuo si propone come candidato a una carica pubblica, tanto per elezione come per nomina; la carica pubblica, a sua volta, porta notorietà e un pubblico fedele, retro-alimentando la performance sui social network. Anche quando non porta alla carriera politica, questo tipo di imprenditoria comporta sempre vantaggi pecuniari, sia diretti (inviti a conferenze, contratti pubblicitari ed editoriali, vendita di prodotti come magliette e adesivi, fondi pubblici) che indiretti (condono di debiti fiscali, prestiti, accesso alle autorità)”. (Rodrigo Nunes, “Pequenos fascismos, grandes negócios”, Piauí, out. 2021).
[7] Non è raro che, durante un picchetto in un centro commerciale, qualcuno si presenti con delle casse portatili che suonano Racionais MC’s, SNJ, 509-E, DMN, e altri gruppi rap nazionali, che sono emersi negli anni ‘90 cantando sulla guerra civile non dichiarata in corso nelle periferie brasiliane. Nel corso del decennio successivo, la contraddizione sociale espressa nei testi avrebbe acquisito contorni sempre più ambigui, tra resistenza e adesione alla concorrenza generalizzata. Nei versi che enunciano che “oggi è la realtà in cui si può agire” e che “il futuro sarà la conseguenza del presente” (Racionais MC’s), o che “se si lotta si conquista” (SNJ), la convocazione può rappresentare la chiamata ad una lotta in cui la conquista è possibile solo attraverso l’azione collettiva nel presente – il conflitto sociale. Ma può anche essere l’espressione di una condizione oggettiva che si impone a tutti coloro per i quali la vita quotidiana è un susseguirsi di battaglie per la sopravvivenza, come il “disoccupati, con i figli che hanno fame e una famiglia numerosa” (SNJ). È necessario “non misurare gli sforzi” (SNJ) o, come spiegano i testi composti dagli stessi rider, essere “ninja” e “rischiare la vita” sia nella sopravvivenza della vita quotidiana che per rompere il sistema – “ogni giorno in questa lotta” ambivalente. (Racionais MCs, “A Vida é Desafio” em Nada como um dia após o outro dia, 2002; SNJ, “Se tu lutas tu conquistas” em Se tu lutas tu conquistas, 2001; Sang, “Diz pro iFood”, Rzl Prod., 2020 e Família019 CPS, “22 de junho de 2020”).
[8] Leandro Machado, “Eleições municipais 2020: os entregadores e motoristas do Uber que viraram candidatos”, Folha de S. Paulo, 13 nov. 2021.
[9] Per una riflessione critica sulla traiettoria dell’MST, si veda “MST S.A.”, Passa Palavra, 8 abr. 2013 e Ana Elisa Cruz Corrêa, Crise da modernização e gestão da barbárie: a trajetória do MST e os limites da questão agrária, tese de doutorado, UFRJ, 2018.
[10] Paula Salati, “MST inicia captação de R$ 17,5 milhões no mercado financeiro para produção da agricultura familiar”, G1, 27 jul. 2021 e Maura Silva e Luciana Console, “Fundo de investimento permite financiar cooperativas de pequenos agricultores”, MST, 22 mai. 2020.
[11] “Nonostante le difficoltà dovute alla mancanza di aiuti [nella pandemia], di politiche di sviluppo e di accesso al credito, i contadini continuano a promuovere soluzioni”, afferma un piccolo resoconto dell’operazione finanziaria pubblicato sul sito del MST. Per le migliaia di interessati che non sono riusciti ad acquisire le loro quote, il movimento promette di ripetere la dose presto (Lays Furtado, “Finapop consolida horizontes de investimentos para a agricultura familiar camponesa”, 28 out. 2021). Sulla gestione finanziarizzata del conflitto sociale che sta emergendo da questa e altre iniziative, strutturate per catturare “i flussi di reddito generati dalle azioni sociali”, si veda Isadora Guerreiro, “Impacto Social, Apps e financeirização das lutas”, Passa Palavra, ago. 2021 e “O futuro dos trabalhadores é a rua?”, Passa Palavra, 14 fev. 2022.
[12] “Il sistema di punteggio è stato ideato dai movimenti popolari urbani dell’area democratico-popolare, e serve come fila d’attesa non solo per l’accesso ai processi di costruzione, ma per qualsiasi altra relazione della famiglia con l’organizzazione”. Da strumento di controllo interno, nota Isadora Guerreiro, l’MTST farebbe di questo registro anche uno strumento di negoziazione con il potere pubblico. A metà del decennio scorso, un collettivo metteva già in guardia sull’uso del controllo delle presenze in “assemblee, riunioni politiche o atti pubblici considerati importanti dalla direzione”, e persino in azioni di “campagne elettorali”, per determinare chi aveva accesso alle “promesse del movimento: case, borse di studio all’università, corsi di formazione, suddivisioni abitazionali”. Questo quando il registro non era “anche un mezzo di controllo e monitoraggio per (…) la responsabilità del movimento nei confronti dello Stato, a causa degli accordi e dei relativi partenariati stabiliti con esso”. (Isadora Guerreiro, Habitação a contrapelo: as estratégias de produção do urbano dos movimentos populares durante o Estado Democrático Popular, tese de doutorado, FAU-USP, 2018 e Passa Palavra, “Entre o fogo e a panela: movimentos sociais e burocratização”, Passa Palavra, 22 ago. 2010).
[13] “Núcleo de tecnologia – Setor de formação política – MTST”.
[14] Francesc e El Quico, “Notas em defesa da centralidade do conflito”, cit.
[15] A comparação da série histórica de greves encontra-se em DIEESE, “Balanço das greves de 2018”, Estudos e Pesquisas, n. 89, abr. 2019.
[16] Um grupo de militantes, “‘Olha como a coisa virou’”, cit.
[17] Secondo il “Bilancio degli scioperi del 2017” di DIEESE, “(…) l’enfasi difensiva dell’agenda degli scioperi continua, ma osserviamo alcune rotture, alcune discontinuità. Possiamo dire, brevemente, che l’aspetto civilizzante degli scioperi difensivi si relativizza. Cioè, senza smettere di occuparsi di quei diritti storicamente disattesi, gli scioperi avvengono ora, sempre di più, nel campo delle reazioni immediate, urgenti: contro i licenziamenti e contro il ritardo nel pagamento dei salari. (DIEESE, Estudos e Pesquisas, n. 87, set. 2018).
[18] Tra il 2009 e il 2014, scioperi esplosivi si sarebbero verificati nei lavori delle centrali idroelettriche di Jirau, Santo Antônio e Belo Monte, del Complesso Portuale di Suape, della Raffineria Abreu e Lima e del Complesso Petrolchimico di Rio de Janeiro – “niente sciopero, terrorismo”, ha spiegato un lavoratore di Jirau filmando con il cellulare l’incendio negli alloggi del cantiere. Si vedano, oltre al documentario Jaci: sete pecados de uma obra amazônica (Caio Cavechini, 2015) le ricerche di Cauê Vieira Campos (Conflitos trabalhistas nas obras do PAC: o caso das Usinas Hidrelétricas de Jirau, Santo Antônio e Belo Monte, dissertação de mestrado, UNICAMP, 2016) e Rodrigo Campos Vieira Lima (Desenvolvimento e Contradições Sociais no Brasil contemporâneo. Um estudo do Complexo Petroquímico do Rio de Janeiro – Comperj, dissertação de mestrado, UNESP, 2015).
[19] Per l’allora sindaco Fernando Haddad, la paralizzazione degli autisti di autobus e degli esattori di bus a San Paolo al di fuori del sindacato non era esattamente uno sciopero, ma “una guerriglia inammissibile. Come si fa a salire su un autobus e dire al passeggero di scendere? Si sale sull’autobus e si butta via la chiave?” (“Greve de ônibus trava SP, e Haddad fala em ‘guerrilha’”, ANTP, 21 mai. 2014). Nel contesto dei conflitti sui trasporti che hanno scosso il paese, quell’ondata di scioperi a gatto selvaggio, tra maggio e giugno 2014 si sono aggiunte le proteste e i salti dei tornelli dei passeggeri nelle stazioni degli autobus e della metropolitana. Per le testimonianze di queste lotte in diverse città, vedi “Sem choro nem vela: paralisações no transporte em Goiânia”, Passa Palavra, 18 mai. 2014; “De baixo para cima: a greve dos rodoviários em Salvador”, Passa Palavra, 27 mai. 2014 e “São Paulo: greve dos metroviários e catracaço dos usuários”, Passa Palavra, 5 jun. 2014.
[20] Eli Friedman, Insurgency Trap: Labor Politics in Postsocialist China, London, ILR Press, 2014, p. 13. Nei primi anni 2010, militanti e intellettuali che seguivano gli scioperi in Cina ancora “si aspettavano un diffuso passaggio da azioni ‘difensive’ ad azioni ‘offensive’, in cui i lavoratori avrebbero cercato aumenti salariali oltre le leggi e le norme esistenti, piuttosto che ‘reagire’ quando i datori di lavoro li spingevano troppo oltre e non rispettavano le norme legali. Negli anni successivi, tuttavia, queste richieste ‘reattive’ (per i salari non pagati, assicurazioni sociali, ecc.) rimasero dominanti nelle lotte operaie”. (Chuang, “Picking Quarrels”, Chuang 2: Frontiers, 2019).
[21] L’ondata di scioperi negli anni 2010 non era indicativa “dell’emergere di un ‘movimento operaio’ tradizionale o qualcosa di simile”. Non c’è un movimento simile in Cina, e non è semplicemente a causa della repressione, perché non c’è nemmeno un movimento simile in Europa, negli Stati Uniti o altrove senza l’oppressione ‘dura’ caratteristica della politica statale cinese”. (Lorenzo Fe, “Overcoming mythologies: An interview on the Chuang project”, Chuang, 15 feb. 2016).
[22] G., “Scaling the Firewall, 1: #LiftTheBucket”, Chuang, 24 set. 2020.
[23] Francesc e El Quico, “Notas em defesa da centralidade do conflito”, cit.
[24] La diffusione dell’agenda è un altro sintomo della perdita di forma delle lotte. Nel giugno 2013, l’esistenza di un interlocutore organizzato, il Movimento Passe Livre (MPL), dava ancora qualche contorno ai disordini di strada, soprattutto a San Paolo. “L’esplosione della rivolta è (…) anche l’esplosione del senso e, nella misura in cui questa esplosione deve essere contenuta, il mantenimento dell’agenda (in cui il MPL è impegnato) svolgerà un ruolo limitante fondamentale.” (Caio Martins e Leonardo Cordeiro, “Revolta popular: o limite da tática”, Passa Palavra, 27 mai. 2014). Anni dopo, in Francia, l’insurrezione dei gilet gialli sembrò radicalizzarsi man mano che l’agenda iniziale della tassa sulla benzina perdeva importanza; inoltre, tra i manifestanti, c’era persino chi sosteneva apertamente di non rivendicare nulla, per non dare allo Stato la chiave della smobilitazione (vedi “On se bat pour tout le monde”, Jaune – Le journal pour gagner, 6 gennaio 2019).
[25] “Onward Barbarians”, Endnotes, dec. 2020.
[26] L’espressione, usata da Chris King-Chi Chan per descrivere i conflitti di fabbrica in Cina, coincide curiosamente con la sintesi del marxista brasiliano Luiz Carlos Scapi sulle proteste del giugno 2013: “movimento di massa senza organizzazione di massa” (vedi C. K. Chan, The challenge of labour in China: strikes and the changing labour regime in global factories, PhD thesis, University of Warwick, 2008).
[27] Adrian Wohlleben, “Memes Without End”, Ill Will, 16 mai. 2021. Si veda anche Paul Torino e Adrian Wohlleben, “Memes With Force – Lessons from the Yellow Vests”, Mute, 26 fev. 2019.
[28] Basta ricordare come quella violenza popolare anonima e diffusa che sconvolse i media brasiliani durante i disordini del giugno 2013 – all’epoca chiamati semplicemente “vandalismo” o “sommossa” – fu gradualmente sostituita, già nella sbornia delle grandi manifestazioni, dalla cristallizzata figura mediatica del black bloc. Il riflusso dei conflitti diventa visibile quando ciò che prima si viralizzava e diventava un meme si riduce a un marchio statico o a una messa in scena simbolica della rivolta. C’è qualcosa di questo nell’insistenza a “non tornare alla normalità” dei manifestanti instancabili che hanno continuato a riunirsi regolarmente nell’inospitale rotonda centrale di Santiago mesi dopo il picco dell’estallido sociale cileno; così come nei gruppi francesi che, passato il picco della mobilitazione, hanno cercato di trasformare i “gilet gialli” in un’identità fissa.
[29] Eli Friedman, Insurgency Trap, cit., p. 19.
[30] Abbiamo discusso tale continuità in “Guarda um po’ come è andata a finire”, cit.
[31] In questo senso, Ana Elisa Corrêa e Rodrigo Lima osservano che “tali esplosioni finiscono per aggravare la frammentazione generalizzata e rendere la rivolta stessa ancora più astratta”, il che finisce per contribuire “ad amplificare il contesto di rischio che costituisce l’arsenale” dell’accumulazione del capitale ai nostri giorni (“Revolta popular e a crise sistêmica: a necessária crítica categorial da práxis”, Anais do XIV Encontro Nacional de Pós-Graduação e Pesquisa em Geografia, Editora Realize, 2021).
[32] Aguzzando lo sguardo tra i miraggi geopolitici che circondano le proteste di Hong Kong del 2019, un gruppo di attivisti si è imbattuto in un apparente paradosso: “Com’è possibile che il raggruppamento meno apertamente politico – quello che sembra non volere altro che vedere la città bruciare – sia in realtà l’unico ad avere un’intuizione precisa del reale terreno politico? Questo perché, per prima cosa, la sua stessa mancanza di coordinate politiche è un riflesso preciso dello stato della coscienza collettiva del movimento. Il suo atto letterale di fare a pezzi la città è anche un dispiegamento figurativo del fondamento politico e ideologico della città”. (Chuang, “The Divided God”, Chuang, Jan. 2020).
[33] “Siamo tornati al tempo dell’odio di classe… in assenza di classi nel senso storico e marxista del termine”, conclude l’analisi di un altro gruppo sulle proteste contro il green pass in Francia. Qui, la rabbia certamente si accumula, ma non ha il carattere dell’“esperienza proletaria” che ha oggettivato la lotta di classe e vi ha iscritto cicli di lotta e quindi continuità e discontinuità con periodi di maggiore e minore intensità che si sono succeduti nel tempo. (…) Qui, la sensazione che nulla sia realmente iniziato dà l’impressione che la temporalità stessa sia scomparsa”. (Temps Critiques, “Demonstrations Against the Health Pass… a Non-Movement?”, Ill Will, 5 out. 2021).
[34] Senza prospettive di conquiste, le richieste dei lavoratori cedono il passo alla vendetta. Nel luglio 2021, una scia di distruzione avrebbe attirato l’attenzione dei giornali di San Paolo: in diversi punti della città, decine di autobus sono stati abbordati da piccoli gruppi non identificati che hanno furato i pneumatici, tagliato le cinghie del motore, rotto i vetri o danneggiato le chiavi. La misteriosa ondata di sabotaggio è stata attribuita a “ex dipendenti licenziati dalle compagnie di autobus”. (Adamo Bazani, “Polícia faz diligências para identificar autores de vandalismo contra ônibus em São Paulo e classifica participantes como criminosos”, Diário do Transporte, 12 jul. 2021). Nel 2019, un collettivo di giovani licenziati da lavori precari in piccoli esercizi in Italia si è organizzato per perseguitare i loro ex “padroni di merda” andando a protestare davanti ai negozi con il volto coperto da maschere bianche – “fargliela pagare” potrebbe riferirsi sia alla liquidazione che alla vendetta (Francesco Bedani et al, “È l’ora della vendetta?”, Commonware, 12 set. 2019).
[35] L’occupazione di quel che rimaneva di un fast food di Atlanta, dato alle fiamme nel mezzo della rivolta del giugno 2020 negli Stati Uniti, dopo che un altro giovane nero vi era stato ucciso dalla polizia, e da dove gli adolescenti uscivano ogni notte “per bloccare le strade con lanciafiamme, pistole, spade e veicoli”, illustra bene questa dinamica. Il resoconto di un gruppo di attivisti “intossicati da una miscela di adrenalina da 17 giorni consecutivi di rivolte, una grande scorta di alcool rubato, MDMA” e altro ancora, racconta come le “arie distintamente ‘antipolitiche’” di quello spazio si siano rapidamente evolute in una miscela di “paranoia e fatalismo”: “sono pronto a morire per questa merda!” è stato quello che si sentiva dai “giovani neri armati fino ai denti” che facevano i turni per “difendere un parcheggio che conteneva poco più di un edificio distrutto” da un presunto attacco imminente dei suprematisti bianchi o della polizia. L’occupazione sarebbe risultata in qualche modo “privatizzata” da gruppi identitari armati, con un bilancio di sette sparatorie e la morte di un bambino di otto anni (Anônimos, “Wendy’s: luta armada no fim do mundo”, Passa Palavra, mai. 2021). Nel mezzo di lotte combattute in un contesto di profonda disintegrazione sociale, questi militanti hanno incontrato problemi che suonano familiari a chiunque cerchi di organizzarsi nelle periferie brasiliane. In un bilancio di più di un decennio di “tentativi di creare occupazioni urbane, insediamenti vicino alle città, gruppi di base in quartieri periferici”, un militante di Pernambuco ha riferito come “alcuni buoni frutti non sembravano compensare i fallimenti e le frustrazioni che venivano accumulandosi”. Le valutazioni erano ricorrenti: l’estrema povertà che ostacolava la disciplina, (…) la gioventù lontana dagli obiettivi politici, il rapido ricambio delle persone che faceva ricominciare la formazione sempre da zero. È un dialogo tra sordi, ha detto un leader. Non possiamo permettere che le nostre mobilitazioni si trasformino in cliniche di riabilitazione, ha detto un altro. La percezione generale è che abbiamo a che fare con un popolo degenerato – quasi incapace di organizzazione sociale. (…) Non abbiamo parole nel nostro vocabolario, né concetti nelle nostre teorie, né pagine nei nostri volantini, né spazio nelle nostre riunioni per assimilare la realtà lacerante della periferia. (Carolina Malê, “Critérios de periferia”, Passa Palavra, set. 2010).
[36] L’idea di “non-movimenti sociali” sembra essere stata coniata dal sociologo iraniano-americano Asef Bayat negli studi sulle trasformazioni delle città mediorientali, e impiegata più recentemente dall’autore per riflettere sull’origine delle “rivoluzioni senza rivoluzionari” che hanno travolto la regione all’inizio dello scorso decennio (vedi A. Bayat, Revolution without revolutionaries: making sense of Arab Spring, California, Stanford University Press, 2017, pp. 104-108, e N. Ghandour-Demiri e A. Bayat, “The urban subalterns and the non-movements of the Arab uprisings: an interview with Asef Bayat”, Jadaliyya, 26 mar. 2013). Secondo Bayat, “ci sono tensioni costanti tra le autorità e questi gruppi subalterni, la cui sussistenza e riproduzione socioculturale dipendono spesso dall’uso illegale di spazi pubblici esterni. La tensione è spesso mediata dalla corruzione, dalle multe, dallo scontro fisico, dalle punizioni e dal carcere, quando non rimane segnata dalla costante insicurezza, da tattiche di guerriglia come “operare e fuggire”. (…) Il legame tra i non-movimenti e l’episodio delle rivolte sta nel fatto che i ‘non-movimenti’ mantengono i loro attori in un costante stato di mobilitazione, anche se gli attori rimangono dispersi, o i loro legami con altri attori rimangono spesso (ma non sempre) passivi. Questo significa che quando sentono che c’è un’opportunità, tendono a formare proteste collettive coordinate, o a fondarsi in una mobilitazione politica e sociale più ampia” (The urban subalterns and the non-movements of the arab uprisings, cit.). È interessante notare che uno degli esempi citati dal sociologo sono le “migliaia di motociclisti che sopravvivono lavorando illegalmente nelle strade di Teheran, trasportando posta, denaro, documenti, merci e persone, in costante conflitto con la polizia” (A. Bayat, Revolution without revolutionaries, cit.).
[37] A. Bayat, Revolution without revolutionaries, cit., p. 106-108.
[38] Temps Critiques, “Sur la valeur-travail et le travail comme valeur”, Lundi Matin, 22 nov. 2021.
[39] Negli ultimi mesi del 2021, l’abbandono è diventato un meme anche negli Stati Uniti. In un selfie registrato su TikTok, una giovane dipendente del fast food salta dalla finestra del drive-thru mentre ride e annuncia il suo licenziamento al manager. Con l’hashtag #antiwork, il video in cui una lavoratrice usa gli altoparlanti di un supermercato per maledire i padroni e dichiarare la sua uscita circola accanto a foto di negozi senza inservienti, dove un cartello scritto a mano spiega che tutto il personale ha chiesto gli arretrati. I meme riportano un’ondata di dimissioni molto più grande (4 milioni al mese), descritta da un ex Segretario del Lavoro come uno “sciopero generale non ufficiale” – che rappresenta un’ulteriore segno della perdita di forma del lavoro. Tra storie, battute e denunce contro aziende e datori di lavoro, i post sui forum online come Antiwork: Unemployment for all, not just the rich! (https://reddit.com/r/antiwork) oscillano tra anarchismo e “auto-imprenditorialità” – con una certa frequenza, “essere il capo di se stessi” appare come un’alternativa ai lavori di merda (vedi Robert Reich, “Is America experiencing an unofficial general strike?”, The Guardian, 13 out. 2021 e Passa Palavra, “Greves e recusa ao trabalho nos EUA e no mundo: novo ciclo de lutas?”, Passa Palavra, out. 2010).
[40] “In queste recenti reazioni contro il lavoro, sentiamo grida di sofferenza, frustrazione e rivolta mescolate insieme in un’espressione che all’inizio non è collettiva, ma particolare, individuale e soggettiva. Vedere in quelle reazioni una coscienza collettiva sarebbe una finzione, perché oggi è la nozione e l’esperienza stesse di una coscienza collettiva che tende a cambiare, a dissolversi, a decomporsi, poiché, dal lavoro, si originano solo “esperienze negative” – e negative nel senso originario del termine, non nel senso hegeliano e marxista (…) – escono dal lavoro. Così come il proletariato non può più affermare un’identità operaia, non può più riferirsi a un’“esperienza proletaria”” – ed esiste politicamente solo, in questo senso, nelle “sue azioni immediate”: parentesi fragili e instabili che si chiudono appena il conflitto cessa. (Temps Critiques, “Sur la valeur-travail et le travail comme valeur”, cit.) Paulo Arantes aveva già individuato “questo decentramento negativo del lavoro all’origine dell’attuale esplosione di nuove sofferenze nelle imprese e nelle società” in un commento alle scoperte di Christophe Dejours (“Sale Boulot”, cit.).
[41] Endnotes, “Onward Barbarians”, cit
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Il Messico dei desaparecidos e l’attivismo delle donne


Negli ultimi quindici anni il Messico è stato sempre più citato dai mass media internazionali e italiani per via della cosiddetta “guerra al narcotraffico”, altresì nota come “guerra alla droga” o “narcoguerra”. Si tratta in realtà di un conflitto armato interno, complesso e multidimensionale, che coinvolge diverse regioni del paese e colpisce specialmente i settori più vulnerabili della popolazione. Alla complessità della violenza, che ha fatto oltre 350mila morti e 100mila persone scomparse, s’aggiungono la diversità di attori armati coinvolti, statali, criminali e del tipo paramilitare, e la molteplicità di interessi legali e illegali che, in un modello neoliberale sregolato, convergono o confliggono secondo geometrie e tempi variabili.
I gruppi criminali, a volte confusi con autorità locali e imprenditori che utilizzano la protezione di bande armate in certi territori, hanno diversificato nel tempo le loro attività e controllano il traffico di stupefacenti, in combutta con autorità nazionali e di frontiera lungo il confine statunitense e in territorio americano, ma ottengono profitti anche dai business dell’estorsione, dello sfruttamento minerario e agricolo, del contrabbando di armi e idrocarburi, dal traffico di organi e dalla tratta di bianche e di migranti.
Le profonde disuguaglianze territoriali, economiche, di genere ed etniche persistono, seppur palliate da certe misure redistributive della ricchezza e di riconoscimento dei gruppi sociali prima esclusi, attuate dal governo del presidente di centrosinistra Andrés Manuel López Obrador, in carica dal primo dicembre 2018. Continua anche la strategia di militarizzazione delle funzioni di sicurezza interna, basata su un modello reattivo e non preventivo di occupazione del territorio e degli snodi cruciali per l’economia da parte delle forze armate o della Guardia Nazionale, una corporazione di polizia militare creata nel 2019.
Questo cocktail ha provocato un’escalation progressiva della violenza, la crescente collusione degli apparati pubblici con gruppi delinquenziali e un endemico e itinerante stato d’impunità e d’eccezione, che poi sfocia in una vera e propria crisi generalizzata dei diritti umani. In questo contesto, quando sentiamo parlare in Messico e in Centroamerica dei desaparecidos recenti, cioè delle persone scomparse in quest’epoca di “guerra alla droga”, che abbiamo compreso come sia in realtà un’etichetta che maschera conflitti di diversa natura e dispute economiche sempre più selvagge, non si tratta più esclusivamente dei detenuti politici dei regimi autoritari e del terrorismo di Stato degli anni ’70 e ’80, come nei casi emblematici del Cile o dell’Argentina, ma di una miriade di situazioni diverse, non necessariamente legate alla criminalità organizzata o alla repressione di Stato. Le sparizioni si considerano forzate se c’è l’intervento diretto o l’omissione dell’intervento da parte di funzionari pubblici e sono classificate come “commesse da privati” quando non c’è l’azione diretta o dimostrabile di attori statali. Ciononostante, dopo anni di inerzia, impunità dei delitti al 97% e reiterate accuse di complicità tra apparati statali e mafie locali, non sono pochi i familiari di persone scomparse che sostengono che tutte le sparizioni sono ormai da considerare forzate, imputandone allo Stato alcun tipo di responsabilità.
Siccome circa il 70% dei desaparecidos attuali sono maschi, chi si dedica a cercarli nella stragrande maggioranza dei casi sono le madri, le sorelle, le figlie e le mogli, disposte a rinunciare alla loro salute, alla famiglia, al reddito e alla poca sicurezza che hanno per impugnare pale e picconi e, spesso senza protezione o accompagnamento, scavare nelle fosse clandestine che costellano la geografia messicana. Ne sono state trovate oltre quattromila in pochi anni, la maggior parte grazie al lavoro incessante di decine di collettivi formati quasi solo da donne di tutte le età. Ma non è solo la caratteristica demografica delle vittime dirette a influire sull’attivismo delle mujeres. Sicuramente c’è una tradizione storica derivata dalle esperienze delle Madres e delle Abuelas de Plaza de Mayo in Argentina e del Comitato Eureka in Messico, che organizzavano picchetti settimanali fuori dai palazzi del potere nella seconda metà degli anni ‘70.
Ma oltre ciò in Messico la figura della madre, non più vittima ma lottatrice per i diritti, e in generale quella della donna che protesta contro l’indolenza sociale e statale, ha acquisito una legittimità speciale, specie dopo le battaglie contro i femminicidi negli anni ’90 e 2000 a Ciudad Juárez e l’avanzata della terza ondata del femminismo messicano. Le buscadoras (cercatrici) dei desaparecidos hanno formato un movimento, non privo di divisioni e conflitti ma comunque vigoroso, ed hanno conquistato, dunque, un ruolo importante nello spazio pubblico, rompendo il “tabù” che vuole le donne relegate agli spazi privati o di culto. Le donne dei collettivi di ricerca costituiscono oggi in Messico una riserva morale e sono un attore sociale che ha sfidato e, in parte, sostituito pezzi dello Stato, inadempienti e conniventi, nelle funzioni di ricerca e nelle indagini, nelle scavazioni delle fosse clandestine e nelle ricerche ancora in vita delle persone scomparse.
É soprattutto grazie a loro che la problematica comincia ad avere un riconoscimento, sicuramente più marcato nell’attuale amministrazione, il Congresso ha approvato nel 2017 una legislazione all’avanguardia nella materia e ora ci sono dati relativamente affidabili sul fenomeno. Quindi sappiamo che sono oltre centomila le persone che devono essere cercate, vive o morte, e che probabilmente sono state “fatte sparire” da gruppi armati legali e illegali, privati e paramilitari. Grazie a loro conosciamo le dimensioni del dramma, per cui sono oltre 52mila i corpi di persone decedute non identificate negli obitori e in fosse o campi comuni e si parla di una “crisi forense” messicana. Il movimento delle buscadoras ha scosso le coscienze negli ultimi anni e anche il sistema a partire dal dolore comune e dall’azione collettiva, non più solo familiare o privata, ma pubblica e civica.
Di Fabrizio Lorusso da n. 14/22 p. 8 di Progetto Lavoro (rivista dell’area Democrazia e Lavoro della CGIL, ISSN 1724-689X) – link
Foto: Protesta di fronte al Teatro Juarez a Guanajuato, Messico (di Collettivi di Ricerca di Guanajuato, Messico)
Texto elaborado dentro del proyecto: Incidencia política de las familias de personas desaparecidas en Guanajuato y Jalisco a partir de procesos organizativos y de construcción de memoria (Proyectos Nacionales de Investigación e Incidencia para Contribuir a la Seguridad Humana, PRONACES 319130, 2022-2024). El autor es académico de la Universidad Iberoamericana León e integra la Plataforma por la paz y la justicia en Gto
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Un movimento femminista internazionale e trasversale per il diritto all’aborto e non solo: il modello dell’America Latina


Il diritto di abortire tra Nord e Sud America
La decisione della Corte Suprema statunitense, lo scorso 24 giugno, di annullare la storica sentenza Roe v. Wade che tutelava il diritto all’aborto da 50 anni, ha provocato reazioni in tutto il mondo. Nelle principali città degli Stati Uniti, con le organizzazioni femministe sono scese in piazza migliaia di donne e dissidenze sessuali per opporsi a questo enorme retrocesso nella libertà di decisione sul proprio corpo. Lo hanno fatto con slogan, megafoni e tamburi, ma soprattutto con cartelli e bandane verdi, che richiamano lo storico fazzoletto usato dalla Campaña Nacional por el Derecho al Aborto Legal, Seguro y Gratuito che esiste in Argentina da quasi due decenni.
Martha Rosenberg è una delle fondatrici di questa organizzazione che ha battagliato per 16 anni per ottenere finalmente, nel dicembre del 2020, una legge sull’interruzione volontaria della gravidanza. “Il movimento femminista statunitense è stato sempre un riferimento internazionale, a partire dalle pioniere che si sono organizzate dopo la Seconda guerra mondiale” ricorda. A Buenos Aires le donne hanno manifestato immediatamente davanti all’ambasciata statunitense, in solidarietà alle compagne che, dall’altro lato del continente, “continuano a evidenziare il carattere emancipatore del femminismo rispetto alla forma di organizzazione capitalista e neoliberista della società nordamericana.”
La marea verde avanza
Mentre negli Stati Uniti si torna a lottare per un diritto acquisito ormai da decenni, in America Latina si avanza a grandi passi per ottenere per la prima volta una legislazione sull’aborto. L’Argentina è considerata un esempio per la forza con cui ha installato l’agenda femminista a livello mondiale negli ultimi anni, e il simbolo rappresentato dal fazzoletto verde ne è un esempio chiaro. Ma anche in Cile il movimento femminista ha acquisito un forte protagonismo già dal 2018 e il diritto all’aborto volontario è stato incluso nella nuova Costituzione che il Paese voterà il prossimo 4 settembre. “L’articolo 61 è uno dei punti programmatici che abbiamo deciso di disputare nella scrittura della nuova Carta Magna” conferma Alondra Carrillo, costituente eletta e portavoce della Coordinadora Feminista 8M.
In Colombia le donne hanno festeggiato lo scorso 21 febbraio la modifica della Costituzione che elimina il delitto di aborto fino alla ventiquattresima settimana. “I numerosi tentativi di legiferare al Congresso non erano mai andati a buon fine” spiega Laura Vázquez Roa, della Campaña por el Derecho al Aborto Legal, che è parte della rete Causa Justa por el Aborto, l’organizzazione che ha portato avanti il ricorso in sede giudiziaria, dove finalmente si è ottenuta la prima vittoria.
L’anno scorso in Ecuador è stato ammesso l’aborto nei casi di gravidanza frutto di violazione, mentre in Messico una sentenza storica della Corte Suprema ha depenalizzato l’aborto a livello nazionale, obbligando i singoli Stati federali a rivedere le proprie norme, che in diversi casi ancora proteggono la vita fin dal concepimento. Anche nei Paesi dove la proibizione è totale, come El Salvador o la Repubblica Dominicana, esiste un attivismo femminista che scambia e condivide esperienze a livello latinoamericano.
L’accettazione sociale dell’aborto
“In Messico c’è stato un cambio notevole quando hanno cominciato a esprimersi e manifestare le ragazze più giovani” afferma Patricia Ortega, della Red por los Derechos Sexuales y Reproductivos dello Stato di Jalisco.
In tutti i Paesi dove la battaglia per il diritto all’aborto sta avanzando, si riconosce un salto qualitativo a partire dal 2015, quando emerge in Argentina il movimento Ni Una Menos contro la violenza sulle donne e i femminicidi, e poi la chiamata internazionale allo sciopero femminista. “Si è diffuso rapidamente in maniera massiva” spiega Yanina Waldhorn, della Campaña argentina, “le più giovani si sono integrate a una genealogia femminista che ha una lunga traiettoria, e questa mobilitazione di massa ha cambiato il panorama nella maggior parte dei territori dell’America Latina e del Caribe.”
Il risultato più dirompente di questa nuova tappa è stata la progressiva depenalizzazione sociale dell’aborto, insieme all’apertura del ventaglio delle rivendicazioni femministe, che coinvolgono l’autonomia delle donne in senso ampio, la molteplicità delle identità di genere, i diritti sessuali riproduttivi e non, l’educazione sessuale integrale nelle scuole. “Abbiamo anche costruito nuove forme di lotta, strategie creative” aggiunge Yanina pensando ai simboli e alle performance come Un violador en tu camino del collettivo cileno Las Tesis, che sono diventati rapidamente un potente codice internazionale.
“Il dibattito è entrato nelle case” evidenzia inoltre Patricia Ortega, “quando una adolescente lega il fazzoletto verde allo zaino, il tema si affronta in famiglia e questo è un grande passo, da cui non si torna indietro.” Jalisco è uno degli Stati più conservatori in Messico, dove la chiesa e i settori anti-diritto sono attivi, hanno finanziamenti e legami con il potere istituzionale. Fuori dall’area metropolitana di Guadalajara, fino a poco tempo fa era ancora il prete a decidere ciò che era peccato. “Oggi accompagniamo aborti in cui una ragazza viene a chiedere aiuto insieme alla madre, alla cugina, alla nonna, mentre prima le avrebbero voltato le spalle, l’avrebbero giudicata.”
Sebbene in alcuni casi i diritti delle donne possono essere usati come moneta di scambio nelle negoziazioni tra partiti (come accade in alcuni stati messicani), o come capitale politico capace di attrarre voti nelle campagne elettorali, (come segnalano in Argentina e in Colombia), questo significa anche che il tema ha smesso di essere secondario, trascurabile: “è stato incorporato nell’agenda politica, non si può più eludere” afferma Martha Rosenberg, che ricorda i tempi in cui perfino le deputate che firmavano il progetto di interruzione volontaria di gravidanza da presentare al Congresso, poi non lo votavano. “La relazione tra il diritto all’aborto e il reclamo di questo diritto allo Stato è complessa” continua, con una riflessione nutrita da una lunga storia di militanza femminista, “ma si inserisce in una lotta per uno Stato democratico che protegga la vita delle donne e la libera decisione sul nostro corpo e sui nostri progetti di vita, identità, destini.”
Mai abbassare la guardia
Eppure c’è ancora molto lavoro da fare, concordano tutte le referenti delle organizzazioni intervistate. In Argentina come in Colombia il diritto all’aborto è una conquista così recente che non si ipotizza un repentino passo indietro, a differenza di quanto è accaduto negli Stati Uniti. “Però è un esempio concreto del fatto che avere una legge non significa che sia rispettato il diritto, bisogna continuare a rivendicarlo come movimento organizzato” ricorda Yanina Waldhorn. “Con l’avanzata dei governi di destra e fascisti le condizioni peggiorano, come accade anche in Brasile. La giustizia continua ad essere patriarcale, coloniale e classista nei nostri Paesi” continua, e porta ad esempio il caso di Miranda Ruíz. Si riferisce a una dottoressa che è stata imputata per aver autorizzato un aborto a Tartagal, nel nord argentino, nonostante la legge oggi lo permetta. Il ministero pubblico sta utilizzando cavilli legali per processare una delle poche professioniste che realizzano le interruzioni di gravidanza in una delle province più conservatrici del Paese.
La Campaña por el Aborto insomma, non ha estinto la sua funzione perché ci sono ancora diversi ostacoli nell’accesso concreto a questo diritto acquisito. “Abbiamo accumulato 40 denunce da parte dei settori anti-diritto” continua Yanina, “anche se non sono un ostacolo reale, perché la legge non le sostiene, hanno fatto scandalo” spiega, mentre sull’altro versante manca informazione per le donne che hanno bisogno di un aborto: secondo Amnesty International a un anno dall’entrata in vigore della legge 27.160 in Argentina non c’era stata alcuna campagna di diffusione da parte delle istituzioni nazionali né provinciali. L’accesso a un aborto sicuro è inoltre diseguale nei diversi territori del Paese, come riporta il monitoraggio del Proyecto Mirar, e la mortalità delle donne resta sopra la media nelle province del nord come Formosa, Salta, Chaco e Tucumán, sebbene l’accesso al farmaco misoprostol sia aumentato su scala nazionale.
Concorda con questa analisi Laura Vázquez Roa: “non abbassiamo la guardia, perché sappiamo che i diritti delle donne non sono mai garantiti del tutto.” In Colombia per esempio, la legge da poco approvata “ora va difesa e implementata, c’è bisogno di diffusione, soprattutto tra i settori sociali più vulnerabili, di formazione per il personale della salute, di costruire accettazione sociale.” La Campaña di cui fa parte offre consulenza e supporto alle donne che hanno bisogno di abortire: “il numero di richieste non è cambiato con la nuova regolamentazione, ci chiedono come fare, questo significa che manca informazione” spiega Laura, che denuncia anche molta confusione nei centri di salute dove l’accesso all’aborto dovrebbe essere garantito. Con la vittoria di Gustavo Petro e Francia Marquez alle ultime elezioni, si apre però anche un nuovo spazio d’azione in Colombia, dove i governi sono stati storicamente sempre di destra e vicini alla chiesa. “La prossima ministra della sanità ha appoggiato la causa dell’aborto, ci aspettiamo che possa facilitare l’applicazione della legge, perché non serve a nulla averla ottenuta solo sulla carta” conclude Laura.
L’avanzata delle destre
Secondo Alondra Carrillo viviamo in un contesto storico in cui “da una parte si affermano le svolte autoritarie nelle democrazie contemporanee, con la possibilità di affermazione dell’estrema destra e dei settori fondamentalisti, mentre dall’altra parte c’è un’alternativa di futuro che si apre con le lotte femministe, socio ambientali e dei popoli originari in America Latina.” In questo quadro, osserva la reazione dei settori conservatori cileni che stanno ricorrendo alle menzogne più grossolane per cercare di fermare l’approvazione della nuova Costituzione. “Hanno dovuto ricorrere ad affermazioni senza senso come quella secondo cui la norma permetterebbe l’aborto fino al nono mese, che mostra come siano incapaci di un confronto sul piano diretto del contenuto” spiega. Anche in Argentina “i movimenti fondamentalisti anti aborto si sono riorganizzati” ha ricordato Martha Rosenberg, è accaduto in particolare nel 2018, quando la possibilità di una legge sull’interruzione volontaria di gravidanza è stata fermata al Senato per pochi voti.
Risulta chiaro insomma che la battaglia per i diritti delle donne è un compito costante: “il potere della chiesa e delle destre si vede in ciascuna lotta, al livello dei deputati, delle strutture sanitarie, di ogni Stato federale” conferma Patricia Ortega, “il tema dell’aborto tocca le fibre più sensibili del patriarcato perché considera intollerabile l’idea che la vita dipenda dalla decisione delle donne.”
Laura Vázquez Roa sottolinea inoltre che i movimenti anti-diritti in Colombia sono finanziati dalla chiesa cattolica e dalle chiese cristiane ed evangeliche statunitensi già da molti anni. Come evidenziano tutte le intervistate, il colpo inferto dalla Corte Suprema al diritto di interrompere una gravidanza non è arrivato all’improvviso. Si tratta piuttosto di una strategia che il partito repubblicano e il suo settore più conservatore portano avanti da decenni e che si è rafforzata con l’arrivo alla Casa Bianca di una figura come Donald Trump. “È un processo di lungo corso, quel che è cambiato con Trump è che si è dato l’obiettivo concreto di cambiare i giudici della Corte affinché fossero favorevoli a retrocedere sull’aborto, e ora il piano avanza anche senza che stia al potere” chiarisce ancora Patricia Ortega. Allo stesso tempo, è sicura che negli Stati Uniti le forze femministe si stiano riorganizzando e sollevando, e in questa direzione va la solidarietà delle compagne latinoamericane.
L’articolazione del femminismo
“Se c’è una cosa che abbiamo imparato dai continui scambi con le organizzazioni femministe in tutta l’America Latina” dice Yanina, “è che in ogni Paese questa lotta si organizza in modo diverso, dipende dalle caratteristiche di ogni territorio.” Per esempio, in alcuni luoghi come l’Argentina il diritto all’aborto è stato conquistato attraverso una legge nazionale, mentre in altri casi è necessario puntare a riformare la Costituzione e la battaglia avviene all’interno del sistema giudiziario.
“La nostra prima reazione di fronte alla sentenza negli Stati Uniti è stata attivare la solidarietà” conclude Yanina, “perché noi abbiamo ricevuto quella delle femministe di tutto il mondo quando la legge è stata dibattuta al Congresso la prima volta nel 2018 e poi di nuovo nel 2020.”
La rete internazionale si tesse continuamente, attraverso alcune ricorrenze comuni, come il 28 settembre, giornata globale per la depenalizzazione dell’aborto, ma anche con incontri virtuali e viaggi, assemblee, incontri di formazione, scambio di materiali, strategie, esperienze.
“Non c’è una ricetta, c’è la storia che abbiamo costruito, una lunga esperienza” sorride Martha. “Il movimento femminista è internazionale e trasversale, e mostra una solidità e un orizzonte comune che va oltre le diverse forme di organizzarsi di fronte all’oppressione patriarcale.”
di Susanna De Guio da ValigiaBlu
Foto: Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio)
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Masterclass della fine del mondo – Quarta parte

Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della quarta parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. Si tratta di una riflessione collettiva di un gruppo di compagne e compagni brasiliani sulle lotte, le loro contraddizioni, limiti e possibilità, in Brasile e non solo, durante gli ultimi quattro anni di governo Bolsonaro e soprattutto durante la pandemia. Qui la prima parte. Qui la seconda. Qui la terza. Qui la quinta. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. Articolo apparso anche su Euronomade.info.

Abbandonate ogni speranza
Nelle stesse settimane in cui si diffondeva l’appello per un nuovo sciopero nazionale dei camionisti, previsto per il 1° febbraio 2021, circolava nei gruppi WhatsApp della categoria il video di un autista che si impiccava accanto al suo veicolo, su un albero al lato della strada. La scena veniva condivisa con messaggi di lutto e di avvertimento per la situazione disperata dei camionisti autonomi, intrappolati tra le basse tariffe dei carichi e una serie di aumenti dei costi di trasporto, soprattutto del carburante. Nonostante questo, il movimento non ha avuto neanche lontanamente la stessa forza dello sciopero del maggio 2018, quando l’approvvigionamento dell’intero paese fu asfissiato in pochi giorni e il governo, terrorizzato, offrì qualche ristoro immediato con misure che avrebbero perso effetto negli anni successivi.[1] Senza l’ampia – e ambigua – composizione della mobilitazione precedente, che aveva coinvolto autisti con il proprio veicolo, proprietari di piccole flotte e grandi imprese di logistica, l’ebollizione dell’inizio del 2021 si è ridotta a iniziative sparse di camionisti autonomi, che hanno cercato di bloccare tratti stradali in diversi stati, ma sono stati rapidamente repressi dalla polizia autostradale.[2]
Anche se lo sciopero non ha ingranato nelle strade, l’agitazione ha contagiato i lavoratori che dipendono direttamente dal carburante per guadagnarsi da vivere nelle città. Tra febbraio e aprile, manifestazioni di rider, autisti di Uber e di pulmini scolastici, oltre a nuove proteste di camionisti, si sono verificate quasi quotidianamente in tutto il Brasile, dando contorni insurrezionali a strade che erano già a circolazione ridotta per via del picco della seconda ondata del coronavirus nel paese. Questo movimento di lavoratori motorizzati ha bloccato le autostrade e i centri di distribuzione della Petrobras; ha riempito le stazioni di servizio, con la tattica di fare un solo real (corrispondente a circa 0,19 euro, NdT) di benzina per formare file e causare perdite alle stazioni di servizio; ha stimolato l’organizzazione di proteste e blocchi dei rider; e ha dato impulso al più grande corteo motorizzato di autisti di Uber nella storia di San Paolo, che ha bloccato l’accesso all’Aeroporto Internazionale di Guarulhos per una notte intera per chiedere la fine delle corse mal pagate.[3]
Nell’epoca dell’uberizzazione, l’inflazione – che tradizionalmente si traduceva in rivendicazioni intorno al costo della vita – provoca, in primo luogo, mobilitazioni mirate al costo del lavoro, cioè lotte per “poter lavorare”. La riproduzione della forza lavoro si trasforma in amministrazione della micro-impresa di se stessi, da qui la frequente vicinanza tra le proteste contro l’aumento dei prezzi del carburante e le campagne anti-lockdown dei negozianti nei primi mesi dell’anno. Per molti, gli scioperi sono stati l’ultima risorsa prima di abbandonare la lotta e consegnare le armi, o meglio, prima di restituire l’auto alla compagnia di noleggio (in alcune città, le associazioni di autisti di Uber stimano che più della metà di quelli registrati sulle piattaforme hanno abbandonato la professione durante il 2021).[4]
Tra la crescente impraticabilità finanziaria del lavoro autonomo, da un lato, e la crisi del lavoro formale, dall’altro, non vi è riparo alcuno in cui rifugiarsi. L’unica alternativa è continuare in una corsa senza fine, vivendo in condizioni sempre più avverse. Questo senso di confinamento in un lavoro estenuante e senza futuro trova eco dall’altra parte del globo, riassunto dalla parola in voga tra gli utenti cinesi dei social network “per descrivere i mali della loro vita moderna”: nèijuǎn (内卷).[5] Prima di diventare di moda nel paese più popoloso del mondo in questi anni ‘20, il termine è stato utilizzato dagli studiosi per tradurre il concetto di “involuzione”, una dinamica di stagnazione delle società agrarie – ma anche delle grandi città alla periferia del capitalismo globale – in cui l’intensificazione del lavoro non si legge in termini di modernizzazione.[6] “Composta dai caratteri ‘dentro’ (内) e ‘rotolo’ o ‘rotolare’ (卷)” l’espressione può essere “intuitivamente intesa come qualcosa tipo ‘girare verso l’interno’”.[7] Mentre “sviluppo” porta l’immagine di uno svolgimento verso l’esterno, verso qualcosa, nèijuǎn suggerisce una vite che gira in falso su se stessa. Un movimento incessante, ma che non porta da nessuna parte. – Non è forse questa, dopo tutto, l’eterna viração quotidiana? Riflettendo la disperazione dell’esperienza quotidiana di studenti e lavoratori nelle metropoli cinesi, il termine condensa
la sensazione di essere intrappolati in un ciclo miserabile di lavoro estenuante che non è mai sufficiente a raggiungere la felicità o un miglioramento duraturo, da cui nessuno può uscire senza cadere in disgrazia. La sentono quando si lamentano che la vita sembra una competizione senza fine e senza vincitori, e sognano il giorno in cui finalmente vinceranno. Ma quel giorno non arriva mai. I debiti si accumulano, le richieste di aiuto vengono ignorate, le opzioni rimaste cominciano a diminuire. In un’epoca di involuzione, quando anche le più piccole riforme sembrano impossibili, non restano che misure disperate.[8]
Se un po’ di questa disperazione attraversa i movimenti degli autisti autonomi in Brasile, assume caratteristiche ancora più drammatiche sulle strade cinesi. Nel gennaio 2021, un rider cui la piattaforma si rifiutava di pagare quanto dovuto si è dato fuoco davanti alla sua stazione di delivery a Taizhou. In aprile a Tangshan un camionista, a cui la polizia ha sequestrato il veicolo perché era troppo carico, ha preso una fiala di pesticidi e ha inviato un messaggio di addio ai colleghi autisti sui social network. Nello stesso mese in cui un disabile in sedia a rotelle di São Caetano do Sul si è legato al corpo dei falsi esplosivi e ha minacciato di far saltare in aria un’agenzia dell’INSS [Istituto Nacional de Segurança Social, equivalente al nostro INPS, NdT] se non avesse avuto accesso alla sua pensione d’invalidità,[9] il residente di un villaggio nel distretto meridionale cinese di Panyu, dove lo Stato aveva espropriato la terra collettiva per venderla alle compagnie turistiche, è arrivato alle estreme conseguenze nel palazzo del governo locale: con bombe vere ha fatto saltare in aria se stesso e cinque impiegati. Licenziato all’inizio di luglio, un muratore ha fatto irruzione nella casa del suo ex datore di lavoro sulla costa di Santa Catarina, ha tenuto la sua famiglia in ostaggio per dieci ore ed è stato ucciso dalla polizia quando li ha liberati[10]. E la pandemia avrebbe portato ancora più pressione e disperazione, come mostrato nel caso dell’uomo che ha guidato la sua auto in un affollato pronto soccorso pubblico nella regione metropolitana di Natal dopo che a sua moglie era stato negato il ricovero per Covid.[11]
Quando un poliziotto militare di Bahia ha lasciato la sua postazione e ha guidato da solo per più di 250 chilometri fino al Farol da Barra, attrazione turistica di Salvador, dove ha sparato in aria con il suo fucile gridando contro la violazione della “dignità” e “dell’onore del lavoratore”, il suo sfogo è stato celebrato nelle reti anti-lockdown come un gesto eroico contro gli “ordini illegali” dei governatori.[12] La tragica fine del soldato, ucciso in una sparatoria dai suoi stessi colleghi, è stata utilizzata dai deputati di estrema destra per incitare un ammutinamento nell’esercito. Il corteo di macchine della polizia che è partito da quello stesso luogo il giorno seguente, tuttavia, ha trovato il traffico congestionato da un’altra manifestazione: erano rider che denunciavano la morte di un loro collega, investito da un autista che stava guidando ubriaco la sera prima. Accidentalmente unite dal lutto per i compagni caduti in una guerra sociale senza forma definita, le due manifestazioni convergevano verso la sede del governo statale.[13]
Nello stesso tempo in cui la crisi si aggrava, o meglio, allarga la fossa in cui da decenni ci dibattiamo senza muoverci di un passo, la politica di terra bruciata di Bolsonaro gli permette di mobilitare la disperazione, in attacchi suicidi, con la promessa di una decisione[14] – di un “colpo finale”[15]. Per quanto il malcontento per l’aumento dei prezzi del carburante abbia scalfito il sostegno del presidente in una delle sue principali “basi” (i camionisti), il bolsonarismo è rimasto la principale forza politica con qualche capacità di egemonizzare la turbolenza sociale di questi tempi apocalittici, nel tentativo di unire le più diverse insoddisfazioni in una “rivolta all’interno dell’ordine”[16], dirottandole ad attaccare i bersagli del momento all’interno delle istituzioni – siano essi i sindaci, i governatori, la magistratura, i media, il vaccino o il voto elettronico – o semplicemente mimando le lotte concrete con riti estetici, come le corse domenicali in moto.
Al culmine dell’agitazione, la Corte Suprema ha riportato sulla scacchiera un pezzo decisivo che gli stessi giudici avevano rimosso dal gioco qualche anno prima. La sua decisione di ribaltare le condanne di Lula e di permettergli di partecipare nuovamente alle le elezioni presidenziali, segnala che potrebbe non essere possibile contenere l’assalto dell’insurrezione bolsonarista senza rivolgersi al comandante della grande operazione di pacificazione che è andata avanti quasi incontrastata fino allo shock del giugno 2013, nella speranza che tutto torni a funzionare come prima. Vale la pena chiedersi, tuttavia, “quale tecnologia avrà a disposizione per placare” una massa urbana in fase accelerata di “proletarizzazione discendente” nel pieno dell’attuale escalation della guerra sociale.[17] Per quanto la manovra della magistratura ravvivi la vana speranza della sinistra di ripristinare i diritti smantellati, i formulatori del programma economico del PT per il 2022 non solo riconoscono la perdita di forma del lavoro, ma si uniscono ai dirigenti di iFood nel “portare i lavoratori delle piattaforme digitali fuori dal limbo normativo”[18] , il che “non significa inquadrarli nella vecchia CLT, ma non è nemmeno lasciarli come sono oggi”[19].
“Un nuovo governo Lula significherà, nella migliore delle ipotesi, che la gente potrà continuare a lavorare con Uber”,[20] con una regolamentazione della “partnership” tra piattaforma e autisti e più “certezza giuridica” per le imprese. E, anche se il regime incendiario di Bolsonaro fornisce un terreno fertile per l’espansione del loro business, le foodtech brasiliane non disconoscono nemmeno l’expertise nel dialogo e nella mediazione dei conflitti accumulata nel paese durante i governi “democratico-popolari”. Per minimizzare l’impatto negativo degli scioperi sul suo marchio, iFood – che, per inciso, celebra “mete di diversità e di inclusione razziale e di genere” all’interno dei suoi uffici[21] – ha reclutato personale formatosi nelle ONG e nei progetti sociali delle zone periferiche per placare la ribellione dei suoi “partner” motorizzati[22] . Per tutto il 2021, i rider coinvolti in conflitti in tutto il paese sono stati cercati da un “community manager” assunto dall’azienda non esattamente per soddisfare le richieste, ma per dialogare, annunciando la costruzione di un “Forum di rider”[23] con digital influencer della categoria e presunti leader degli scioperi, nel miglior stile delle conferenze partecipative del Brasile di un tempo.
Un ritorno dell’ex metalmeccanico al Palácio da Alvorada (palazzo presidenziale, NdT) dovrebbe rappresentare non un momento di ricostruzione nazionale, ma la possibilità di riunire i resti e consolidare il nuovo terreno di accumulazione nel paese, in una normalizzazione del disastro con un sapore di vittoria – e quindi “più perfetto di quanto sarebbe possibile sotto qualsiasi politico conservatore”.[24] L’aspettativa delle elezioni del 2022 approfondisce così lo stato di attesa dei grandi partiti e dei piccoli collettivi di sinistra, che durante la pandemia hanno trovato nell’imperativo dell’isolamento sociale una giustificazione alla loro quarantena politica. Incarnando la difesa delle raccomandazioni sanitarie, la sinistra in generale si è bene adattata alla realtà dello smartworking, in un’attesa paralizzante di aspettative abbassate: l’attesa del conteggio quotidiano dei morti, rallegrandosi per la caduta della curva; l’attesa dell’arrivo dei vaccini in Brasile, seguita dall’attesa – e dalla disputa[25] – per un posto nella fila; l’attesa della fine del “governo Bozo” (Bozo è un soprannome di Bolsonaro, NdT), ravvivata ad ogni nuovo conflitto di questi con la Corte Suprema o ogni nuova testimonianza nella Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla gestione del Covid; insomma, l’attesa che il peggio passi e tutto sia di nuovo meno peggio, come prima. Con il miglioramento degli indicatori della pandemia, a metà del 2021, questa speranza inerte è uscita di casa ed è diventata una fotografia aerea sui viali. Tuttavia, se le manifestazioni hanno dimostrato la dimensione del rifiuto al presidente nelle principali città del paese, hanno anche reso flagrante l’impotenza di questa opposizione. Dopo aver radunato centinaia di migliaia di persone, le manifestazioni si sono gradualmente ridotte, nella misura in cui diventavano sfilate sempre più controllabili da parte delle organizzazioni.
Il letargo della sinistra contrasta con l’insorgenza dell’estrema destra, che si nutre della mobilitazione di coloro che non hanno più aspettative. E se non è possibile escludere totalmente una vittoria imprevista di Bolsonaro nelle urne, non si possono nemmeno disprezzare le minacce di una rottura dell’ordine costituito, sempre rimandate, per preservare la sua militanza in una prontezza quasi paranoica e tenere l’opposizione sulla difensiva, ipnotizzata dall’imminenza del colpo decisivo che non arriva mai. La politica rimane in trance, in eterna preparazione di un conflitto mai conflagrato, che è essa stessa una tattica di guerra nell’arsenale della gestione “ibrida” di territori e popolazioni.
Pur contando solo sullo zoccolo duro di militanti fedeli, l’esercizio di mobilitazione delle truppe del 7 settembre ha rappresentato più un banco di prova che un segno di impotenza[26]. Il giorno successivo, quando all’alba le autostrade di quindici stati del paese sono state bloccate dai camionisti – che, fino ad allora incapaci di sostenere una mobilitazione intorno al valore delle corse e del carburante, hanno mostrato invece una notevole forza a sostegno dell’attacco strategico del presidente contro le urne elettroniche e la Corte Suprema[27] – il governo è stato costretto a riconoscere che la chiamata non era altro che una prova generale, suscitando l’ira di molti manifestanti e lasciando intravedere un bolsonarismo che già supera Bolsonaro stesso. Dentro o fuori dallo Stato, comandato dal capitano o meno, “la rivoluzione che stiamo vivendo”[28] – e che “rimette la violenza, intesa come uso della forza armata, nella condizione di risorsa politica fondamentale” – si farà sentire ben oltre il 2022, come annunciato dalle scene quasi surrealiste dell’assalto a Capitol Hill e ad altri parlamenti statali dopo la sconfitta di Donald Trump negli Stati Uniti.[29]
Programmato per l’11 settembre, un nuovo sciopero nazionale dei rider finì col confondersi con la notizia dello sciopero dei camionisti – non tanto per un appoggio al presidente quanto per il significato che l’ultimo grande sciopero di quell’altra categoria centrale del settore logistico ha acquisito nell’immaginario dei motoboys.[30] Senza la stessa ripercussione del Breque dos Apps dell’anno precedente, lo sciopero del 2021 si estese, qua e là, oltre la data prevista. In un distributore di bevande della piattaforma Zé Delivery, nella zona sud di San Paolo, i corrieri hanno deciso di iniziare lo sciopero con due giorni di anticipo per riscuotere i pagamenti dovuti.[31] E a São José dos Campos, nello stato di San Paolo, i rider hanno continuato a fermarsi per i cinque giorni consecutivi, nel più lungo sciopero in una piattaforma nella storia del paese fino ad allora.[32]
Ispirati da un video in cui dei rider della capitale mostravano passo dopo passo “come bloccare un centro commerciale”,[33] i motoboys del quinto comune più grande dello stato si sono divisi in piccoli gruppi per bloccare i grandi stabilimenti della città, mentre altri circolavano per le strade per intercettare i crumiri, oltre a distribuire acqua e cibo a chi stava realizzando i picchetti. Ogni sera, tutti si riunivano in una piazza per discutere la strategia del movimento e votare se continuare lo sciopero. Mentre una piattaforma più piccola, appena arrivata in città, cedeva alle pressioni annunciando un aumento delle tariffe, iFood organizzava una controffensiva e prometteva un incontro ai leader locali, attraverso uno dei suoi “articolatori comunitari”. La notizia che la più grande piattaforma di food delivery dell’America Latina aveva aperto una trattativa – per quanto limitata – di fronte all’eroica tenacia dei “trecento di São José dos Campos”, come la raccontavano i meme sulle reti dei rider, ha dato a quella sconfitta un sapore di vittoria e l’ha trasformata in un esempio per le zone circostanti. Nelle settimane successive, lo stato di San Paolo fu investito da una sequenza non coordinata di scioperi, che sarebbero continuati per diversi giorni a Jundiaí, Paulínia, Bauru, Rio Claro, São Carlos e Atibaia.[34]
Nei momenti di tensione che hanno segnato la fine della mobilitazione a São José dos Campos, tuttavia, le promesse di dialogo si sono combinate con un’altra trattativa di iFood con i ristoratori e gli operatori logistici locali che, con tono minaccioso, hanno inviato ai rider il messaggio che, se il movimento fosse continuato, avrebbero potuto esserci ad “atti di violenza” in città.[35] Ricorrendo contemporaneamente a strategie di smobilitazione partecipative e miliziane, la più grande piattaforma di delivery del Brasile allude al futuro del paese tra Lula e Bolsonaro – o semplicemente ci ricorda che pelegos [moderati, riformisti, “recuperatori” delle lotte, NdT] e jagunços si sono sempre incrociati nella zona grigia degli intermediari popolari.[36]
[1] Il documentario Bloqueio (dir. Victória Álvares e Quentin Delaroche, 2018) ritrae l’atmosfera di quei giorni di flussi interrotti, che forse annunciavano qualcosa di quello che sarebbe successo in seguito. Vedi anche l’articolo scritto a caldo da Gabriel Silva, “A greve dos caminhoneiros e a constante pasmaceira da extrema esquerda”, Passa Palavra, 28 mai. 2018.
[2] Raquel Lopes, “Greve dos caminhoneiros tem baixa adesão e poucos problemas nas rodovias até o início da tarde”, Folha de S. Paulo, 01 feb. 2021. Uno degli strumenti utilizzati per disarticolare la mobilitazione sulle strade, l’infrazione per “l’uso del veicolo per interrompere, limitare o disturbare la circolazione sulla strada”, punibile con una multa esorbitante e la sospensione del CNH, è stato creato dal governo della presidentessa Dilma Rousseff per combattere le manifestazioni dei camionisti per l’impeachment nel 2015 ed è anche frequentemente utilizzato per reprimere il movimento dei rider.
[3] Bersaglio di critiche e boicottaggi da parte degli autisti durante tutto l’anno, le modalità Uber Promo e 99 Poupa si sono estinte alla fine del 2021. Per un resoconto dell’ondata di proteste contro l’alto costo del carburante nella prima metà dell’anno, vedi Comrades in Brazil, “Petrol in the Pandemic: short report of motorised workers’ protests in Brazil”, Angry Workers of the World, 29 mai. 2021.
[4] Vedere Akemí Duarte, “Combustível caro faz motoristas abandonarem apps de corrida”, R7, 14 jul. 2021, “30% dos motoristas por aplicativos abandonam a função em Campinas e região”, Digital, 18 mar. 2021, Jael Lucena, “Motoristas de aplicativo devolvem carros às locadoras após decreto no AM”, D24am, 22 jan. 2022.
[5] Wang Qianni e Ge Shifan, “How One Obscure Word Captures Urban China’s Unhappiness”, Sixth Tone: Fresh voices from today’s China, 4 nov. 2020.
[6] “In modo (…) prosaico, l’“involuzione” agricola o urbana può essere descritta come l’aumento inarrestabile dell’auto-sfruttamento della manodopera (tenendo fissi gli altri fattori), che continua, nonostante la riduzione del reddito, finché produce qualche ritorno o incremento”, scrive Mike Davis, riprendendo il concetto dell’antropologo Clifford Geertz, nel suo studio sull’“involuzione urbana e il proletariato informale” (Mike Davis, Il pianeta degli Slum, Milano, Feltrinelli, 2006). “Tali società hanno bisogno di correre di più e più velocemente – solo per rimanere nello stesso posto e non scivolare” (“Cina: Neijuan 内卷”, Wildcat, n. 107, 1 abr. 2021)
[7] “‘Neijuan’ è ormai diventato il termine che i cinesi urbani usano per descrivere i mali delle loro vite moderne, la loro sensazione di camminare freneticamente sull’acqua in una società ipercompetitiva. Competizione intensa con basse possibilità di successo, sia negli esami di scuola superiore, nel mercato del lavoro (o nel matrimonio!), o quando si fanno straordinari pazzeschi. “Tutti hanno paura di perdere l’ultimo autobus – eppure sanno che è già partito”. (“Cina: Neijuan 内卷”, Wildcat, cit. corsivo nostro).
[8] Come per gli episodi riportati nel seguito, l’estratto è tratto da “Bombing the Headquarters”, Chuang, mai. 2021.
[9] “Cadeirante ameaça explodir agência do INSS com bomba falsa em SP”, UOL, 16 mar. 2021.
[10] Carolina Fernandes, “Homem demitido invade casa de ex-chefe e faz família refém no Sul de SC, diz polícia”, G1, 5 jul. 2021.
[11] “Em Parnamirim (RN), homem joga carro contra UPA após ter atendimento negado”, Diário de Pernambuco, 22 mar. 2021.
[12] João Pedro Pitombo, “Morre policial baleado após dar tiros para o alto e contra colegas no Farol da Barra, em Salvador”, Folha de S. Paulo, 28 mar. 2021.
[13] Gil Santos, “Grupo faz protesto no Farol da Barra após morte de PM”, Correio, 30 mar. 2021.
[14] Vedere Felipe Catalani, “A decisão fascista e o mito da regressão: o Brasil à luz do mundo e vice-versa”, Blog da Boitempo, 23 jul. 2019.
[15] “È stato un colpo finale, vediamo ora cosa ne viene fuori”, spiegava un residente dell’estremo sud di San Paolo il giorno dopo l’elezione di Bolsonaro nell’ottobre 2018. Sei mesi dopo, un altro residente ha detto agli stessi intervistatori: “vedo il paese come una cloaca, un buco. Ogni presidente che entrava, tappava il buco con il cemento. Sono passati quattro anni e ‘oh, il buco è lì: se vuoi risolvere il problema, risolvilo o coprilo anche tu’”. Poi è arrivato il nostro presidente, l’ha tappato, ha lottato per portare Dilma al potere, per tappare il buco. Quando Dilma se n’è andata, Temer è entrato, ha cercato di tappare il buco, ma fregando Dilma. Quando Temer se n’è andato, è arrivato Bolsonaro, e sai cosa ha fatto? Ha rotto il coperchio della fogna. E sarebbe lui a sbagliarsi? Lui ha ragione. Questa fogna risale a prima di Fernando Henrique, è un buco molto grande. Quindi, amico, lui ha solo bucato il buco della fogna. Non c’è più merda nella fossa, è tutto saltato in aria. Io la penso così. (Carolina Catini e Renan Santos, “Depois do fim”, Passa Palavra, 1 nov. 2018 e “Apesar do fim”, Passa Palavra, 10 jun. 2019).
[16] Questa è la formula sintetica usata da João Bernardo per definire il fondamento del fascismo (Labirintos do Fascismo, 3ª versão, revista e aumentada, 2018).
[17] Leo Vinícius, “Que horas Lula volta?”, Passa Palavra, 30 set. 2015.
[18] Fabrício Bloisi (presidente di iFood), “Novas regras para novas relações de trabalho”, Folha de S. Paulo, 21 jul. 2021.
[19] Non si tratta, dunque, di revocare la riforma del lavoro, ma di intraprendere qualcosa che uno degli organizzatori della campagna ha suggestivamente battezzato come “post-riforma”, da realizzarsi, ovviamente, attraverso “la negoziazione tra i rappresentanti dei lavoratori e degli imprenditori” (Fábio Zanini, “Regras fiscais precisam ser revistas, diz coordenador econômico de plano do PT”, Folha de S. Paulo, 11 jul. 2021 e C. Seabra e C. Linhares, “Petistas procuram Alckmin para desfazer ruído com fala de Lula sobre lei trabalhista”, Folha de S. Paulo, 10 jan. 2022).
[20] “Lula oggi si è espresso per una ri-statizzazione di ciò che sta venendo privatizzato di Petrobras e per prezzi del carburante senza parità internazionale. In questo momento molti camionisti e autisti di piattaforma stanno letteralmente smettendo di lavorare perché l’attività è diventata impraticabile con il prezzo del carburante. (…) Un nuovo governo Lula sarà un governo in cui l’orizzonte delle aspettative non dovrà essere più grande della possibilità di guadagnarsi da vivere lavorando in una piattaforma”. (Leo Vinícius, 10 mar. 2021).
[21] “iFood terá 50% de mulheres na liderança e 40% de colaboradores negros até 2023”, iFood News, mai. 2021 e Pablo Polese, “A política identitária do Ifood”, Passa Palavra, nov. 2021.
[22] È rivelatore che uno dei principali interlocutori di iFood con i rider mostri nel suo curriculum esperienze in programmi in cui l’“inclusione sociale” attraverso “l’educazione all’arte” fa parte di uno sforzo di “pacificazione dei giovani e dei territori più precari”, come le Fábricas de Cultura a San Paolo (vedi Dany e outros, “Rebelião do público-alvo? Lutas na fábrica de cultura”, Passa Palavra, 18 jul. 2016).]
[23] Gabriela Moncau, “iFood assina compromisso com entregadores escolhidos pela própria empresa e não aumenta repasse”, Brasil de Fato, 16 dez. 2021.
[24] Luis Felipe Miguel, “Favorito em 2022, Lula pode normalizar desmonte do país se ceder demais”, Folha de S. Paulo, 14 ago. 2021. Quando ha assunto il governo federale all’inizio degli anni 2000, il PT ha svolto un ruolo analogo, completando e approfondendo, con l’aiuto della sua capillarità sociale, lo “stato di emergenza economica” attuato nelle amministrazioni dei suoi predecessori e criticato dal partito quando era all’opposizione (Vedi, per esempio, Leda Paulani, Brasil delivery, São Paulo, Boitempo, 2008).
[25] Per tutta la prima metà del 2021, stiamo abbiamo assistito a una profusione di lotte corporative per la priorità nell’ordine di vaccinazione. Ora, solo le “categorie” chiaramente identificabili, dove il lavoro “in prima linea” mantiene una qualche forma, possono reclamare un posto speciale in fila. Naturalmente, la priorità è stata limitata ai lavoratori con contratti a tempo indeterminato o determinato, diplomati o comunque con contratti regolati dalla CLT: insegnanti, poliziotti, lavoratori della metropolitana, autisti di autobus, biologi, ecc. Per molti di loro, la conquista ha significato immediatamente un ritorno anticipato al lavoro in presenza – di regola, prima dell’immunizzazione completa. Nelle parole di un lavoratore della metropolitana, “il vaccino è diventato il nuovo ‘trattamento precoce’. Non importa se distribuiscono vaccini o clorochina. L’importante è continuare a lavorare, indipendentemente dal fatto che ne muoiano mille o quattromila al giorno. Nelle mani dei capitalisti, il vaccino è un’arma in più per imporre il ritorno al lavoro”. (Um funcionário do Metrô de São Paulo, “Prioridade para os trabalhadores do transporte?”, Passa Palavra, 14 abr. 2021).
[26] “In effetti, l’appassimento ha finito per essere un elemento importante, un charme” (Eduardo Moura, “‘Piroca verde e amarela’ do 7 de Setembro é gigante pela própria natureza, diz autor”, Folha de S. Paulo, 15 set. 2021).
[27] Tra le ragioni di una tale differenza tra i tentativi falliti di blocco dei camionisti autonomi contro l’aumento del carburante e la mobilitazione a sostegno di Bolsonaro, c’è il sospetto dell’appoggio dell’agribusiness e delle imprese di logistica, entità che però si sono posizionate in maniera contraria ai blocchi iniziati il 7 settembre. L’audio del presidente che circolava nei gruppi WhatsApp della categoria la mattina dopo si allontanava dalla retorica esplosiva dei giorni precedenti e chiedeva di liberare le strade per “seguire la normalità”. Mentre alcuni dei leader della protesta, per i quali era troppo tardi per fare marcia indietro, sono stati lasciati al loro destino, Bolsonaro è stato accusato di tradimento sui social network, dove alcuni hanno parlato di “game over” (“O que se sabe sobre paralisação de caminhoneiros que atingiu 15 Estados”, BBC, 8 set. 2021 e “‘Game over’: a decepção e revolta de bolsonaristas com recuo de Bolsonaro”, BBC, 9 set. 2021).
[28] L’espressione è di Bolsonaro, recuperata nell’articolo di Gabriel Feltran, da cui proviene anche la seguente citazione (“Forme elementari della vita politica”, cit.).
[29] Come ha notato un acuto osservatore, “la vista di invasori che prendono furiosamente d’assalto il Senato e chiedono che Mike Pence si riveli; di un uomo in abiti proletari con i piedi sulla scrivania nell’ufficio della (…) miliardaria Nancy Pelosi; e del perverso divertimento che la maggior parte di loro sembrava provare, forniscono potenti immagini politiche (…), per quanto effimere”. “In un paese dove la maggior parte dei cittadini non vota”, dove “la violenza dilagante, la dipendenza, le sparatorie di massa e le epidemie di suicidio attestano una profonda mancanza di speranza che qualcosa possa essere fatto per migliorare la vita quotidiana”, essi “riaffermano nella mente di milioni l’idea che misure drastiche possano essere prese dalla gente comune” (Jarrod Shanahan, “The Big Takeover”, Hardcrackers, 7 gennaio 2021).
[30] I blocchi che hanno fermato il Brasile tre anni fa sono spesso evocati come riferimento dai rider – alcuni hanno persino portato cibo agli scioperanti nel 2018 e sognano un sindacato che interrompa i flussi nelle città e nelle strade di tutto il paese. Sullo sciopero dell’11 settembre 2021, vedi Treta no Trampo, “Almoço brecado”, Instagram, 11 set. 2021 e “Teve jantar brecado em SP”, Instagram, 11 set. 2021.
[31] Treta no Trampo, “Entregadores de aplicativo bloqueiam Zé Delivery Jabaquara”, Instagram, 9 set. 2021.
[32] Amigos do Cachorro Louco, “Entregadores de app de São José dos Campos completam 6 dias em greve”, Passa Palavra, 16 abr. 2021 e Ingrid Fernandes e Victor Silva, “Como uma greve de entregadores no interior de SP enquadrou o iFood”, Ponte Jornalismo, 20 set. 2021.
[33] Treta no Trampo, “Manual de como brecar um shopping”, Instagram, 29 ago. 2021.
[34] Vedere Amigos do Cachorro Louco, “Greves de entregadores no interior de São Paulo já completam 7 dias”, Passa Palavra, 14 out. 2021 e Gabriela Moncau, “Greves de entregadores contra apps de delivery se espalham e já duram dias”, Brasil de Fato, 11 out. 2021.
[35] Durante la mobilitazione a São José dos Campos, oltre a “sconnettersi da alcuni ristoranti senza alcun preavviso” e a fare pressione sugli stabilimenti per riprendere le consegne, iFood ha minacciato di usare presunte “registrazioni di rider che si lamentano dello sciopero” e ha fatto sapere agli scioperanti “che la polizia potrebbe iniziare a comparire nei luoghi picchettati” (Renato Assad, “Entregadores de São José dos Campos recuperam métodos históricos de luta e emparedam Ifood”, Esquerda Web, 24 set. 2021).
[36] “Nei contesti più popolari, i leader locali diventano intermediari di un’enorme quantità di relazioni, regolando tutto, dalle questioni commerciali, domestiche, comunitarie, politiche ecc. e svolgendo il ruolo di accentratori di richieste e di articolatori della comunità con agenti esterni”. Come nota Isadora Guerreiro, questi intermediari sono figure necessariamente ambigue: allo stesso tempo in cui “sono parte della comunità, si appoggiano alla sua esistenza e alle sue reti, avendo bisogno di mantenerle e incoraggiarle”, i loro interessi economici “pongono chiari limiti a questo partenariato”. “Non sorprende che nei resoconti dello sciopero di São José dos Campos, i commercianti appaiono prima come sostenitori e poi come deflagratori di una probabile violenza se non ci sarà una negoziazione”. (Isadora Guerreiro, “Lições do Breque entre a cidade e o trabalho”, Passa Palavra, 27 set. 2021).
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Due anni dopo, ancora rabbia e sete di verità per Mario Paciolla


di Simone Ferrari e Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto
Due anni fa, il 15 luglio 2020, il funzionario italiano delle Nazioni Unite Mario Paciolla è stato trovato morto a San Vicente del Caguán, Colombia. Cinque giorni prima della sua morte aveva avuto un litigio con alcuni colleghi della Missione Onu di cui faceva parte. Era l’ultima di molte tensioni. In seguito a quella riunione, aveva deciso di tornare in Italia prima della scadenza del contratto. Il 15 luglio aveva in programma di recarsi a Bogotá. Da lì, pochi giorni dopo, avrebbe preso il volo per l’Italia. Tuttavia, i colleghi della Missione incaricati di portarlo a Bogotà lo hanno trovato impiccato nella sua stanza, con ferite ai polsi e al collo.
L’ONU ha classificato fin da subito l’episodio come un caso di “morte autoinflitta”. Da allora, le Nazioni Unite non hanno più messo in discussione la tesi del suicidio. Per la famiglia e gli amici di Mario questa ricostruzione non è credibile. Sono diverse le contraddizioni che farebbero pensare a una messa in scena e a un tentativo di depistaggio. Al centro delle perplessità c’è l’operato delle stesse Nazioni Unite, in particolare di Christian Thompson, all’epoca capo della sicurezza della Missione a San Vicente. É stato proprio Thompson il primo ad accorrere sul luogo del ritrovamento del cadavere per poi, invece di seguire le procedure standard delle Nazioni Unite, ripulire la stanza con la candeggina e buttare in una discarica alcuni oggetti con tracce di sangue rinvenuti nella stanza di Mario. La polizia colombiana è finita sotto indagine per aver permesso a Thompson di manomettere la scena del ritrovamento ed eventuali prove.
La famiglia Paciolla ha denunciato anche le irregolaritá commesse durante l’autopsia eseguita dalle autorità colombiane, che ha dato come verdetto una compatibilitá con l’ipotesi del suicidio. A presenziare all’esame medico fu un funzionario ONU, invece che un medico legale: un dettaglio importante, considerando che il corpo di Mario Paciolla è stato rimpatriato in pessime condizioni che hanno reso difficile lo svolgimento di ulteriori esami.
Le azioni di Thompson, ex sottufficiale dell’esercito colombiano, non sono mai state messe in discussione dagli alti ranghi della Missione. Al contrario, nei mesi successivi agli eventi, Thompson è stato promosso a capo del National Security Center della Missione Onu in Colombia.
Al di là del modus operandi del capo della sicurezza, la morte di Mario Paciolla ha posto in evidenza una serie di problematiche nella gestione della Missione da parte del suo capo in carica: il diplomatico messicano Carlos Ruiz Massieu. Secondo le informazioni recuperate dalla giornalista colombiana Claudia Duque, nei quattro giorni successivi alla morte di Paciolla tutti i membri della missione hanno ricevuto tre email che imponevano “l’obbligo di riservatezza e il divieto di concedere interviste e dichiarazioni ai media” sull’episodio. Allo stesso modo, sul profilo Twitter ufficiale del capo della missione non è stato fatto alcun riferimento alla morte del funzionario. Pochi giorni dopo, il 22 luglio 2020, sul suo account è apparso invece un tweet di solidarietà rivolto ai parenti dei nove membri dell’esercito colombiano uccisi in un incidente aereo durante un’operazione militare a Guaviare. Secondo il giornalista tedesco Stephan Kroener, esperto di politica colombiana , “L’Onu aveva il dovere di accompagnare il corpo di Mario e consegnarlo ai suoi genitori, parlare con loro e spiegare cosa pensavano fosse successo. Il silenzio è complice e in questo caso il silenzio mostrato dall’Onu davanti alla famiglia e agli amici di Mario è una vergogna per l’intera organizzazione internazionale. Ruiz Massieu aveva come capo la responsabilità del benessere fisico e psicologico di tutti i membri della Missione. Ha fallito e dovrebbe accettarlo[…] è mancanza di professionalità e capacità di leadership e soprattutto di compassione”.
La figura di Ruiz Massieu era giá stata al centro di uno scandalo internazionale nel 2016, quando la rivista Proceso pubblicó le mail raccolte da MexicoLeaks in cui la zia del capo della Missione, Claudia Ruiz Massieu Salinas, utilizzava la sua influenza politica, in quanto Ministra degli Esteri in Messico, per promuovere la rielezione di Carlos come membro della Commissione Consultiva degli Affari Amministrativi e Bilancio dell’Onu. La raccomandazione della politica messicana è molto delicata, in quanto la famiglia Ruiz Massieu rappresenta uno storico gruppo di potere in Messico, con una radicata influenza sul partito di stato, il Partido Revolucionario Institucional (PRI), il quale ha governato negli ultimi decenni il Paese finendo sotto inchiesta per crimini di corruzione, narcotraffico e sparizioni di civili.
La giornalista Claudia Duque ha raccolto diverse fonti interne all’Onu che sottolineano l’apparente vicinanza di Carlos Ruiz Massieu alla sfera politica dell’uribismo, il gruppo di potere colombiano di cui fa parte il presidente uscente Ivan Duque. Una dettagliata ricerca accademica (CEPDIPO) fa luce su come, dalla nomina di Ruiz Massieu a capo della Missione nel dicembre 2018, pochi mesi dopo l’elezione di Iván Duque a presidente della Colombia, la Missione “ha sfumato il tono delle dichiarazioni ed è divenuta più diplomatica quando si tratta di criticare il governo colombiano”.
Inoltre, secondo la ricostruzione dell’inchiesta di Claudia Duque sul caso di Mario Paciolla, esistevano delle tensioni interne alla Missione legate alla gestione ‘politica’ del lavoro di verifica degli Accordi di Pace. Lo stesso funzionario italiano aveva espresso il suo disaccordo verso le modalità di comunicazione della Missione e verso una gestione verticale e “gerarchica” che trascurava i bisogni dei suoi funzionari meno influenti.
Intanto, a distanza di due anni, non ci sono ancora risposte definitive su quanto accaduto tra la notte del 14 luglio, quando un residente del quartiere Villa Ferro di San Vicente vide Mario discutere al telefono fuori casa, e la mattina dopo, quando il suo corpo fu trovato senza vita dai suoi colleghi. Non sono ancora stati pubblicati i risultati dell’autopsia svolta a Roma e l’attività della Procura italiana sembra essersi fermata a un vicolo cieco. Le inchieste televisive prodotte in italia sul caso non sono riuscite a dare l’impulso sperato alle indagini. Nel frattempo, in Colombia, il caso sembra essere caduto nell’oblio collettivo, nonostante gli sforzi di giornaliste come Claudia Duque per ricostruire le verità nascoste del caso.
Resta invece accesa la rabbia e la sete di giustizia dei familiari e amici di Mario che hanno dato vita all’associazione Giustizia per Mario Paciolla attraverso la quale cercano di mantenere viva la memoria del funzionario e attivare la societá civile per mettere pressione alle autoritá coinvolte nel caso. L’appello dei genitori, Anna Motta e Pino Paciolla, é sempre lo stesso da due anni a questa parte: “chi sa parli”. La speranza è che con il nuovo governo entrante in Colombia, considerando il suo impegno a favore della pace e della trasparenza, sia possibile chiarire le circostanze della morte di Paciolla. La neo-eletta vice presidente Francia Marquez, incontrandosi con la Missione dell’Onu, ha rimarcato l’importanza della veritá e della giustizia: “il nostro impegno è contro il silenzio e la violenza, perché il nostro popolo non ne può più di continuare a bagnarsi nel sangue”.
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Masterclass della fine del mondo – Terza parte

Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della terza parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. Si tratta di una riflessione collettiva di un gruppo di compagne e compagni brasiliani sulle lotte, le loro contraddizioni, limiti e possibilità, in Brasile e non solo, durante gli ultimi quattro anni di governo Bolsonaro e soprattutto durante la pandemia. Qui la prima parte. Qui la seconda. Qui la quarta. Qui la quinta. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. Articolo apparso anche su Euronomade.info.

Sopravvivendo nel purgatorio
Il 3 novembre 2020 nella città di Macapá era in corso un forte temporale quando, tra un tuono e l’altro, la luce è andata via e i telefoni cellulari sono rimasti senza linea. La sub-stazione che trasmette energia a tutta lo stato di Amapá, che già da un anno aveva parte delle proprie strutture danneggiate, era crollata. Era l’inizio del più lungo blackout nella storia del paese, che sarebbe durato per tre settimane. La mancanza di elettricità ha interrotto la fornitura di acqua in gran parte della città, costringendo molti a lavare i piatti e i vestiti nei fiumi; l’instabilità delle reti di telecomunicazione ha lasciato i residenti isolati; è stato impossibile ritirare denaro dalle banche; si sono formate code ai benzinai e nei mercati si sono presto svuotati gli scaffali. Nel frattempo, le morti per Covid aumentavano esponenzialmente. Dopo quattro giorni al buio, il collegamento è stato ristabilito con un sistema di razionamento assolutamente irregolare e disomogeneo tra i quartieri ricchi e le periferie. L’oscillazione ha causato sovraccarichi: elettrodomestici si rompevano, distributori di benzina esplodevano e case prendevano fuoco.
Man mano che la crisi si prolungava e la disperazione si diffondeva, sorgevano “barricate, manifestazioni in tutta la città, molte strade con pneumatici in fiamme”.[1]Oltre a mitigare il buio della notte, uscire in strada e accendere un falò tra le macerie divenne l’ultima risorsa della folla per fare pressione sulle autorità mentre aspettava che la fornitura di energia elettrica si normalizzasse o che un trasformatore danneggiato fosse riparato. La polizia militare, che ha seguito il movimento da vicino, reprimendo e perseguendo i residenti, ha contato più di 120 proteste in tutto l’Amapá quando improvvisamente la pandemia è tornata al centro delle preoccupazioni. “Con lo scopo di ridurre i rischi di trasmissione del nuovo Coronavirus”, il governo statale ha decretato un coprifuoco notturno e ha posto il veto a “qualsiasi tipo di attività politica della gente nelle strade, nelle piazze, (…) anche se all’aperto, (….) come riunioni, cortei, comizi, bandierate, etc.”[2] La sovrapposizione di diverse crisi avvenuta nell’Amapá completa la distopia brasiliana, in cui lo Stato sabota le misure di isolamento sociale in nome della disciplina del lavoro ma allo stesso tempo innesca un lockdown per contenere la rivolta popolare.
“Quello che è stato fatto in Amapá, la questione dell’elettricità, non ha niente a che vedere con il governo federale”, ha affermato il presidente nei giorni successivi. Che il governo si sarebbe esentato da qualsiasi responsabilità per il blackout – una negligenza, dopotutto, di un concessionario privato – era chiaro fin dall’inizio: con l’annuncio che qualsiasi danno alle proprietà personali non sarebbe stato risarcito, la popolazione stessa ha iniziato a organizzare raccolte fondi per aiutare a ricostruire le case di coloro che avevano perso tutto. Con all’hashtag #SOSAmapá, si sono diffuse in quel momento di collasso iniziative per donare generi alimentari ai quartieri più poveri.[3]
L’auto-organizzazione per sopravvivere nell’inferno si muoveva così in una zona ambigua tra la solidarietà e il trasferimento dei danni del disastro alla popolazione. Qualche mese dopo, quando il sistema sanitario è crollato nello stato di Amazonas, la commozione su internet ha portato a raccogliere donazioni in tutto il paese. Cercando di aggirare il sovraffollamento e la mancanza di rifornimenti nelle unità di terapia intensiva, le famiglie hanno improvvisato posti ospedalieri in casa per curare i parenti malati. Reti di amici e volontari si sono mobilitati per ottenere bombole di ossigeno direttamente dalle industrie della Zona Franca di Manaus, ridistribuite ai domicili dei pazienti in tutta la città. Se il conteggio quotidiano dei morti della pandemia nei telegiornali mette in evidenza quanto gran parte della popolazione sia considerata in fin dei conti sacrificabile, questo stesso incubo si mostra produttivo nella misura in cui spinge i vivi ad accettare un regime di totale disponibilità a qualsiasi lavoro: “stiamo diventando medici. Questo è quello che dobbiamo fare”, disse a un giornale una giovane donna che aveva appena imparato a somministrare l’ossigeno in casa ai famigliari che non avevano trovato posto in ospedale.[4] Shock dopo shock, la catastrofe permanente in cui siamo stati sospesi per due anni ora potenzia e normalizza i vecchi espedienti – informali, improvvisati, insicuri, illegali – di sopravvivenza nella guerra quotidiana. Ma questo superlavoro informe, che in un’altra epoca era stato identificato dai sociologi brasiliani come il motore nascosto della nostra modernizzazione capitalista, non riesce più da tempo ad animare nessuna speranza di sviluppo: in mezzo al collasso, non fa che ripristinare costantemente l’orizzonte negativo del confinamento in un’attesa disperata, estenuante e senza fine.
Nello stesso momento in cui radicalizza il “modo di vivere periferico del si salvi chi può”[5], la “decostruzione” come forma di governo[6] prepara il terreno per i movimenti di capitale che stanno infittendo le maglie del controllo e dando “scala a questa zona nebulosa”[7] dell’informalità. Da questo punto di vista, il sussidio d’emergenza è ben lontano dalla proposta di un “reddito universale”, tanto celebrata dagli analisti economici.[8] L’esperimento di trasferimento monetario reso possibile durante il 2020 è strettamente legato a un altro trasferimento: quello di costi e rischi dallo Stato e dalle imprese a una popolazione debitamente registrata e remunerata in dosi limitate.[9] Quando l’azione delle autorità nella pandemia si riduce a “una maggiore o minore indulgenza o un (piccolo) rafforzamento di una quarantena organizzata dagli stessi lavoratori”[10], è perché la gestione stessa dell’emergenza sanitaria è stata esternalizzata alla popolazione. Quell’“autogestione subordinata”[11] caratteristica del lavoro di piattaforma si dimostra qui una tendenza alla sopravvivenza nella catastrofe. Dalle maschere di stoffa fatte in casa e vendute per strada – una fonte di reddito per chi inventa sempre un modo diverso per tirare avanti – alle barriere sanitarie in cui i residenti si alternavano volontariamente agli ingressi dei piccoli paesi e delle zone turistiche,[12] la quarantena poteva esistere solo sulla base dell’arrangiarsi,[13] in una somma di sforzi scoordinati (e spesso contrastanti) che si traducevano, alla fine, in una gigantesca quantità di lavoro sporco.[14] Mentre i morti venivano sepolti, noi tutti collaboravamo – in isolamento o no – per mantenere in funzione la macchina urbana.[15]
Negli ultimi mesi del 2020 il sussidio di emergenza è stato gradualmente interrotto – con la progressiva esclusione di milioni di beneficiari e la riduzione del valore delle ultime rate – fino alla scadenza, in dicembre, dello stato di calamità pubblica e, con esso, del “budget di guerra” che ha reso possibile il più grande processo di trasferimento diretto di denaro mai realizzato in Brasile.[16] Con l’avanzare della seconda ondata di contagi, a partire dalla fine dell’anno, gli stati e i comuni sono tornati a imporre misure di restrizione del commercio e dei servizi per contenere il virus – e i lavoratori informali, ora senza lo stesso sostegno economico che ricevevano prima, sono stati spinti a una condizione limite. La situazione si è fatta ancora più allarmante nelle regioni turistiche, dove l’estate suole essere l’occasione per accumulare risparmi per il resto dell’anno.[17]
Le numerose manifestazioni anti-lockdown che hanno avuto luogo a partire da dicembre 2020 avevano una composizione sociale diversa dai cortei d’auto bolsonaristi di inizio della pandemia. Di fronte alla decisione giudiziaria che ha chiuso le spiagge, limitato il commercio e negato l’accesso ai turisti pochi giorni prima di Capodanno, la città di Búzios [nello stato di Rio de Janeiro, NdT] è stata teatro di proteste: centinaia di persone hanno circondato il tribunale fino a quando il provvedimento è caduto. Ad Angra dos Reis [sempre nello stato di Rio, NdT], i lavoratori hanno bloccato l’autostrada Rio-Santos e i negozianti hanno occupato il municipio contro l’inasprimento delle restrizioni.[18] In tutto il paese, i piccoli imprenditori scendevano in piazza insieme ai propri dipendenti, ma anche a venditori ambulanti, artisti, venditori al mercato, tassisti in motocicletta, musicisti, autisti di Uber, ecc. Questo movimento era sì una reazione alla fine del sussidio d’emergenza, ma allo stesso tempo rientrava nell’orbita del bolsonarismo, prendendo di mira le misure sanitarie dei governi locali. Nello stato di Amazonas, dove il 52% della forza lavoro è informale, il decreto di lockdown del 23 dicembre vietava espressamente la “vendita di prodotti dei lavoratori ambulanti” e “le fiere e le esposizioni artigianali”.[19] Sarebbe stato revocato tre giorni più tardi, dopo che una manifestazione sfuggì al controllo dei suoi organizzatori e scatenò una notte di barricate a Manaus.[20]
E fu proprio nelle settimane successive che il mondo intero assistette angosciato alla notizia di morti per mancanza di ossigeno negli ospedali dell’Amazzonia, devastati da una nuova e più contagiosa variante del virus. Come continuare a sostenere una rivendicazione la cui ovvia conseguenza è la morte di più persone? Nelle parole di un autista di Uber che organizzava le proteste, il movimento “non è diretto da negazionisti, tutti sanno che la malattia esiste e purtroppo molte persone sono morte”, ma “bisogna coesistere e sviluppare modi o strategie che possano garantire la continuità di tutte le attività economiche”.[21] Alla ricerca di una “stabilità tra economia e salute”, le manifestazioni indette al culmine della catastrofe ospedaliera hanno iniziato a rivendicare anche la distribuzione di “kit di Covid gratuiti”. In un nuovo giro a vuoto (ma verso destra) della crisi, la lotta contro il lockdown adottava la difesa del cosiddetto “trattamento precoce”, un riferimento generico alla prescrizione di farmaci senza efficacia dimostrata contro il nuovo coronavirus (e con possibili effetti collaterali dannosi per la salute), ma ampiamente adottati durante la pandemia nel paese.
Celebrata dal presidente nelle sue lives, somministrata negli ospedali pubblici e raccomandata dalle assicurazioni sanitarie e dai medici privati, la “profilassi” di medicine per malaria, pidocchi e vermi disponibile sugli scaffali delle farmacie era ancora, a metà del 2021, riconosciuta da quasi la metà dei medici brasiliani come utile per combattere il coronavirus.[22] La sorprendente capillarità di questa cura miracolosa, venduta da opportunisti di ogni tipo, più di un anno dopo l’inizio della pandemia, era segno che il suo appello trovava un’eco nella prima linea degli ospedali. Ora, se i “metodi alternativi” non sono mai stati efficienti per la guarigione dei malati, lo furono certamente per dare un po’ di sollievo ai pazienti disperati e per alleviare l’impotenza degli stessi operatori sanitari, sull’orlo del burnout di fronte a quella malattia sconosciuta e mortale. Da alternative improvvisate nella crisi, tali procedure sono diventate popolari proprio come “Protocollo di collasso” – titolo di una delle lives in cui medici dello stato di Pará hanno condiviso la loro drammatica esperienza durante la prima metà del 2020. Quando “le reti ospedaliere di Belém sono crollate e le farmacie hanno esaurito le scorte di medicinali”, i medici hanno dovuto improvvisare per salvare la vita dei pazienti. Nelle lives abbondano le esperienze delle assicurazioni sanitarie e delle cliniche pubbliche che confermerebbero che il trattamento precoce salva la vita e che sostengono che coloro che non hanno avuto accesso al trattamento hanno avuto la peggio. (…) Allo stesso tempo, i casi di pazienti che muoiono nonostante il trattamento sono visti come naturali: dopo tutto, “nessun trattamento è infallibile”.[23]
In forum chiusi su Facebook e Telegram, medici condividevano i risultati di terapie sperimentali e casalinghe, come la nebulizzazione di compresse di idrossiclorochina su parenti malati; discutevano su come blindarsi legalmente quando eseguono questo tipo di procedura clandestina; organizzavano campagne per il riconoscimento dei loro metodi e, soprattutto, creavano un’enorme rete di professionisti e pazienti. Più che una semplice ricetta – e una per di più gratuita, per fidelizzare il paziente – la prescrizione di ivermectina era spesso accompagnata da un invito a un gruppo WhatsApp.[24]
E in un paese in cui l’automedicazione è molto diffusa,[25] non è sorprendente che una gran parte della popolazione non abbia esitato ad aggiungere un’altra confezione alla propria cassetta dei medicinali. Anche per gli altri lavoratori tormentati ogni giorno dalla paura del contagio – circondati dalla morte di conoscenti, amici e familiari, e costretti a correre quotidianamente il rischio in autobus affollati[26] e al chiuso in uffici e mense – il movimento del “trattamento precoce” costituiva una “comunità” di cura e sicurezza, una macabra rete di sostegno mutuo che offriva loro qualche appoggio per mantenere la sanità mentale in mezzo al caos. Proprio come per il personale sanitario, la credenza nel “kit covid” funziona come un meccanismo soggettivo di difesa per “tollerare l’intollerabile”: la sofferenza del lavoro nella nuova normalità.[27] Il dispositivo ha aiutato a placare la disperazione e a sopportare la paura in un contesto di drammatico approfondimento dell’esperienza negativa del lavoro, da cui non era possibile disertare. In questo senso, il diffuso ricorso a farmaci senza efficacia provata sembra aver avuto non tanto con un rifiuto ideologico delle misure conosciute per combattere la pandemia ma piuttosto con la sofferenza generata dalla loro impraticabilità. L’impegno dei pazienti stessi – diretto o potenziale – nella causa dei “farmaci salvavita” non solo si aggiunse alle strategie di difesa psichica di migliaia di persone costrette a disattendere i più elementari protocolli sanitari per sopravvivere, ma conformò anche un senso politico all’indifferenza a cui la necessità li costringeva.[28]
Mentre molti medici aderivano volontariamente alla causa delle cure domiciliari (tratamento precoce), altri erano costretti a prescriverle e a prendere parte a questo tenebroso “campo di sperimentazione e diffusione della crudeltà sociale”[29]. Sottoporre i pazienti a ricerche sperimentali senza il loro consenso, prescrivere il “kit covid” per posticipare i ricoveri o anticipare la liberazione dei posti letto ordinando “dimissioni celesti” (cioè lo spegnimento delle apparecchiature e la somministrazione di un “trattamento palliativo”)[30] è stato il lavoro sporco necessario per chiudere i conti di una manciata di operatori sanitari, in una fosca dimostrazione di come la perversione possa diventare un sistema di gestione.[31]
Risulta quindi evidente come la calamità verde e gialla [cioè brasiliana, dai colori della bandiera nazionale, NdT] sia servita, su molti fronti, come un laboratorio avanzato per la gestione del collasso. Per quella che potrebbe essere, secondo il generale Edson Pujol, la missione più importante della sua generazione, l’esercito brasiliano ha centuplicato la produzione di clorochina nelle sue strutture, dopo aver fatto un immenso acquisto di materie prime.[32] Nella battaglia contro il virus, i meccanismi di difesa soggettiva rappresentavano armi di difesa nazionale in un’operazione che le Forze Armate ammisero essere essenzialmente psicologica: più che una cura per la malattia, recita un documento dell’esercito, si trattava di “produrre speranza per milioni di cuori afflitti dall’avanzata e dagli impatti della malattia in Brasile e nel mondo”.[33]
Che lo sforzo bellico richiesto dalla pandemia sarebbe sfuggito agli schemi del combattimento convenzionale è sempre stato evidente alla catena di comando globale nella lotta contro il nuovo virus: “più che di una guerra, si tratta di una guerriglia”, ha annunciato un direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nel marzo 2020. L’affermazione riecheggia il paradigma del conflitto irregolare che da molto tempo guida i manuali militari, attenti al moltiplicarsi di dispute asimmetriche e frammentate, in cui non è possibile distinguere chiaramente le forze in campo come nel modello classico di “due eserciti nazionali, uno contro l’altro”. E la perdita di forma della guerra contemporanea – che assume sempre più un “carattere informale, dinamico, flessibile”, come spiega un colonnello brasiliano[34] – non è forse estranea alla perdita di forma del lavoro, ma un indizio del fatto che il confine stesso tra guerra e lavoro si è sfumato…
Nuova moda nelle accademie militari di tutto il mondo, il gergo della “guerra ibrida” descrive il rimescolamento tra operazioni di combattimento militare – aperte o coperte, condotte da forze esternalizzate – e il coinvolgimento di moltitudini di civili nei social network e nelle strade, come è avvenuto nell’ultimo decennio in Siria o in Ucraina.[35] È curioso che un’altra combinazione tra gestione algoritmica delle masse e coercizione diretta esercitata da operatori in outsourcing descriva il regime di lavoro di parte dei rider delle piattaforme. Tra software e capi in carne ed ossa, scopriamo una gestione “ibrida” del lavoro?
Non meno “ibridi” sono i contorni che sta assumendo a queste latitudini l’amministrazione di territori e popolazioni sempre più ingovernabili: è difficile distinguere gli insorti dalle forze dell’ordine, e governare si confonde con demolire. Nella sua ben riuscita operazione per garantire la legge e l’ordine in un paese collassato, il governo federale ha fatto affidamento su un’immensa rete per la diffusione del “trattamento precoce”, su movimenti sociali per la riapertura del commercio, delle chiese e delle scuole, e sulle donazioni comunitarie e aziendali per i più vulnerabili, senza mai rinunciare, tuttavia, alla potenza di fuoco delle guardie ufficiali e non ufficiali: nel primo anno della pandemia la polizia brasiliana ha stabilito un nuovo record di letalità.[36]
Alla fine, la paura che aveva portato il Congresso a difendere un sussidio d’emergenza superiore e più diffuso di qualsiasi altro programma del genere nel paese non era più giustificata: la capacità della popolazione “di arrangiarsi in situazioni di crisi”[37] trasformò lo scenario devastato in una “nuova normalità”, nonostante i redditi da lavoro in caduta libera, l’inflazione in crescita e il vertiginoso aumento della fame[38]. In tale contesto, il pagamento del sussidio sarebbe ripreso solo dopo mesi di indefinizione, a livelli più “realistici” – con portata ridotta e valori più bassi – e infine sostituito da una riformulazione del programma Bolsa Familia e da linee speciali di credito[39]. Ricalibrata, la politica del bonus in denaro continua a funzionare come “capitale circolante” della viração (là dove è per definizione impossibile separare ciò che è denaro “per investire e per sopravvivere”[40]) nell’arsenale di questa mobilitazione totale per il lavoro.
Anche se più al sicuro dai rischi della prima linea, l’esperienza di essere confinati a casa propria – in regime di telelavoro, frequentando lezioni a distanza, senza un impiego o addirittura monetizzando le proprie prestazioni nei games – non è sfuggita allo sforzo bellico. Da un lato, l’isolamento sociale ha approfondito il divario storico tra lavoratori qualificati e non qualificati, poiché la sicurezza dello smartworking non era un’opzione per più dell’80% della popolazione occupata.[41] Dall’altro, l’improvvisazione dell’ufficio o della lezione dentro casa, sostenendo costi che un tempo sarebbero ricaduti sui datori di lavoro, indica che le caratteristiche dell’informalità hanno invaso tutti gli strati della forza lavoro. Dalle resistenze silenziose al regime di sorveglianza e sovraccarico della didattica a distanza[42] agli insoliti scioperi degli streamer[43], le tensioni di questo telelavoro informe tra quattro mura hanno prodotto anche conflitti durante tutta la pandemia. Dilatando il confine tra gli spazi di lavoro e di riposo, la vita in quarantena è pressata da un’incessante richiesta di rimanere produttivi – tra corsi online per migliorare il curriculum ed esercizi fisici per mantenersi in forma – “in un mix di ritmi da mattatoio con lives sulle sfide della paternità e insegnamenti su ‘come vivere da soli e rimanere felici’”[44].
Nelle strade o in casa, coloro che vivono la vita come una guerra, “lavorando al ritmo della morte” – soccombendo un po’ ogni giorno – sono già mezzi morti. E “non esiste lockdown per i morti-vivi: essi attraversano le barriere, non si preoccupano di morire di nuovo”.[45] Ma l’apocalisse zombie, nella cosmologia di Hollywood, è anche l’immagine dell’insurrezione.[46]
[1] Amazônia Real, “População de Macapá se revolta com apagão”, YouTube, 8 novembre 2020. Per un resoconto delle mobilitazioni durante il blackout, vedi Transe, “SOS Amapá – O apagão e as lutas”, YouTube, 19 novembre 2020.
[2] “Decreto Nº 3915 de 17/11/2020”, Diário Oficial do Estado do Amapá, 17 nov. 2020.
[3] La catastrofe che ha colpito Amapá può anticipare, su scala minore, lo scenario di collassi energetici a venire – vedi il falso allarme per nuovi blackout in cinque stati brasiliani nella seconda metà del 2021, a causa della siccità (Alexa Salomão, “Governo emite alerta de emergência hídrica em 5 estados e vai criar comité para acompanhar setor elétrico”, Folha de S. Paulo, 27 maggio 2021). In un contesto di emergenza climatica, di cui la crisi idrica è solo una delle componenti, non sorprende che i costi e i rischi siano a carico della popolazione – a questo convergono sia la malattia ambientale che i rimedi prescritti da governi e organizzazioni internazionali, come la “carbon tax: una tassa aggiuntiva specifica per i prodotti inquinanti (…) altamente regressiva” (Antonio Celso, “Dirigindo pelo retrovisor”, Passa Palavra, 15 agosto 2021). Vale la pena ricordare che la creazione di un’imposta di questo tipo è stata la causa scatenante del movimento dei “gilet gialli” in Francia nel 2019.
[4] Agência France Press, “A busca desesperada por oxigênio em Manaus para salvar pacientes em casa”, Estado de Minas, 18 jan 2021.
[5] Ludmila C. Abílio, “Breque no despotismo algorítmico: uberização, trabalho sob demanda e insubordinação”, Blog da Boitempo, 30 jul. 2020.
[6] Sulla forza politica del non governo come modalità di governo, una sorta di “governo della sospensione” inaugurato da Bolsonaro nel suo “tentativo rivoluzionario”, si veda Miguel Lago, “‘Batalhadores do Brasil…’”, Piauí, mai. 2021.
[7] Tom Slee, Uberização: a nova onda do trabalho precarizado, São Paulo, Elefante, 2017
[8] Raquel Azevedo, “Qual a origem de uma renda sem contrapartida?”, Passa Palavra, 14 set. 2020 e Nelson Barbosa, “Renda básica universal”, Folha de S. Paulo, 27 ago, 2022.
[9] Si può dunque capire che, durante il blackout in Amapá in novembre, il pagamento del sussidio – ridotto in quel momento a 300 reais – sia stato straordinariamente mantenuto a 600 reais per decisione del Tribunale Supremo Federale. Vedi José Antonio Abrahão Castillero, “Amapá: le proteste garantiscono un aiuto di emergenza di 600 real”, A Comuna, 15 novembre 2020.
[10] Organizzati in “reti di quartiere in edifici, movimenti di baraccopoli, reti di solidarietà tra occupazioni urbane” ecc. (Victor Hugo Viegas Silva, “Quem fez e faz a quarentena no Brasil? Os trabalhadores!”, Crônicas do Titanic, 21 ago. 2020).
[11] Il termine è, ancora una volta, di Ludmila Abílio (“Uberização: Do empreendedorismo para o autogerenciamento subordinado”, Psicoperspectivas, v. 18, n. 3, nov. 2019).
[12] Vedi Alfredo Lima, “Barreira sanitária é vida, flexibilização é morte!”, Passa Palavra, 21 giugno 2020 e Renato Santana e Tiago Miotto, “Povos indígenas reforçam barreiras sanitárias e cobram poder público enquanto covid-19 avança para aldeias”, Conselho Missionário Indigenista, 29 maggio 2020. Per un’intervista ai residenti che hanno partecipato a uno di questi blocchi nella regione di Trindade, vedi Invisíveis, “Paraty: barreira sanitária e retomada territorial”, Passa Palavra, 27 settembre 2020.
[13] Anche prima che il coronavirus sbarcasse in Brasile, l’immagine di una “bricolage quarantine” era già stata usata per analizzare come le “scarse connessioni tra tutti i livelli di governo” hanno portato a sforzi contrastanti per affrontare il focolaio iniziale del virus in Cina, dalla “repressione dei medici ‘denuncianti’ da parte delle autorità locali” alle misure sanitarie applicate in modo apparentemente casuale da ogni località, fuori dal controllo del potere centrale. (Chuang, “Contagio sociale”, Centro de Estudos Victor Meyer (CVM), 17 marzo 2020). La mancanza di fiducia “che lo stato avrebbe avuto la capacità di contenere efficacemente il virus” ha portato a una “mobilitazione massiccia in risposta alla pandemia, con gruppi di volontari che fornivano tutti i tipi di servizi, sia per contenere il contagio che per aiutare la gente a sopravvivere”, così come i blocchi da parte dei residenti all’ingresso dei villaggi dell’interno (vedi l’intervista con Chuang di Aminda Smith e Fabio Lanza, “The State of the Plague”, Brooklyn Rail, settembre 2021).
[14] Vedi Paulo Arantes, “Sale boulot”, in O novo tempo do mundo, cit. Nei contorni mal definiti della “zona grigia” della gestione privata della sofferenza, c’è anche lo specialista in malattie infettive che ratifica – al servizio della “consulenza” firmata in grandi contratti con questo o quel rinomato ospedale – il cinico “selezionamento” delle scuole private che, anche al culmine della pandemia, “trovavano il modo” di riempire di studenti le loro aule mal ventilate; c’è l’insegnante, rassegnato al ritorno in presenza e costretto a chiudere un occhio sull’inevitabile violazione dei protocolli sanitari tra gli studenti per garantire, precariamente, il proseguimento delle lezioni; c’è l’autista autonomo del pulmino scolastico che, senza bambini da portare e senza soldi, ha trovato una fonte di reddito temporaneo nel trasporto dei defunti nel mezzo dell’aumento di di morti nella città di San Paolo. (Vedi Roberto Acê Machado, “Esse ano não tem bandeirinha”, Le Monde Diplomatique Brasil, 10 febbraio 2021; Aline Mazzo, “Vans escolares vão transportar mortos por Covid até cemitérios de SP”, Folha de S. Paulo, 29 marzo 2021; e anche Carolina Catini, “O brutalismo vai à escola”, Blog da Boitempo, 13 settembre 2020).
[15] Il ruolo della viração nel riprodurre questo collasso infinito è evidente per il presidente di un istituto di ricerca, uno studioso della cosiddetta “nuova classe media brasiliana”, secondo il quale, “è la favela che ha impedito al Brasile di paralizzarsi nella pandemia. ‘La persona che raccoglie la spazzatura, l’assistente infermieristico, il collettore e l’autista dell’autobus sono abitanti della favela. Le classi A e B hanno potuto in quarantena solo perché gli abitanti della favela continuano a lavorare” (Henrique Santiago, “Favela S/A”, UOL, 13 dicembre 2020).
[16] Victor Hugo Viegas Silva, “O Auxílio Emergencial não acabou em janeiro. Foi acabando aos poucos – e sem chance de defesa”, Crônicas do Titanic, 28 jan. 2021.
[17] Per un’osservazione sul ruolo dele nuove tecnologie, da Airbnb all’internet banking, nella viração di spiaggia durante questo “periodo de ultravalorizzazione temporanea dei terreni”, vedere Três trabalhadores de férias, “Uma tarde na praia”, Passa Palavra, 28 jan. 2019.
[18] Victor Hugo Viegas Silva,, “A revolta de Búzios contra o lockdown e a conexão evangélica x #AglomeraBrasil (2)”, Crônicas do Titanic, 4 jan. 2021.
[19] “Decreto N.°43.234, de 23 de dezembro de 2020”, Diário Oficial do Estado do Amazonas, 23 dez. 2020.
[20] Victor Hugo Viegas Silva, “A revolta popular de Manaus e os dilemas do lockdown (3)”, Crônicas do Titanic, 6 jan. 2021.
[21] Serafim Oliveira, “Movimento Todos pelo Amazonas e a Covid-19 – O risco da suspensão das atividades causar perdas econômicas e a ascensão dos movimentos populares”, O Conservador, 4 jan. 2021.
[22] Secondo un sondaggio dell’Associazione brasiliana dei medici, il 34,7% dei medici credeva ancora in una certa efficacia della clorochina nel giugno 2021, e il 41,4% aveva fiducia nell’uso dell’ivermectina per il trattamento o la prevenzione del covid-19. (Paula Felix, “Pesquisa diz que 1/3 dos médicos ainda acredita na clorochina, comprovadamente ineficaz contra covid”, O Estado de S. Paulo, 2 fev. 2021).
[23] Victor Hugo Viegas Silva, “‘A culpa não é nossa’ e ‘precisamos fazer alguma coisa agora’: Entre a luta do lockdown e o tratamento precoce há um fio tênue”, Crônicas do Titanic, 12 abr. 2021.
[24] Victor Silva, “O que dizem no WhatsApp médicos a favor da cloroquina”, Folha de S. Paulo, 19 jun. 2021.
[25] “Automedicação é um hábito comum a 77% dos brasileiros”, G1, 13 mai. 2019.
[26] Nella pandemia, gli autobus sono, più che mai, veicoli di morte: a San Paolo, quelli che muoiono di più sono “quelli che andavano al lavoro e facevano lunghi viaggi con i mezzi pubblici” come mostrato da Raquel Rolnik e outros, “Circulação para trabalho explica concentração de casos de Covid-19”, LabCidade, 30 jun. 2020.
[27] Ver Christophe Dejours, A banalização da injustiça social, São Paulo, FGV, 2000.
[28] Il discorso cosiddetto “negazionista” e le sue panacee sono in sintonia con un mondo in cui “la disuguaglianza rende la quarantena un lusso insostenibile per i più poveri”, come ha osservato Rodrigo Nunes. “Se in altri tempi il sacrificio era presentato come un modo per migliorare la vita, ora è un fine in sé. (…) c’è un senso in cui è possibile affermare che le fantasie dell’estrema destra offrono, anche se in modo irrazionale, una risposta ragionevole alla follia che stiamo costruendo. Ridurre il potere che queste fantasie hanno di parlare alla gente alla stregua di semplici fake news è un tentativo di negare questo fatto fondamentale”. (“O presente de uma ilusão: estamos em negação sobre o negacionismo?”, Piauí, marzo 2021).
[29] Paulo Arantes, “Sale boulot”, cit. Nella seconda metà del 2021, i lavoratori di Prevent Senior hanno denunciato pubblicamente una serie di pratiche irregolari che sono stati costretti ad adottare nel trattamento dei pazienti con covid-19. La compagnia occupa una nicchia di mercato formata dagli anziani che non possono permettersi i valori esorbitanti delle assicurazioni sanitarie per la loro fascia d’età, ma riservano come possono le loro risorse per assicurarsi un’assistenza medica privata. Con tariffe ridotte e un pubblico di riferimento che richiede servizi ospedalieri più frequentemente, l’azienda ha sempre fatto ricorso a “modi” per evitare o posticipare procedure costose per mantenere la redditività. Durante la pandemia, che ha colpito più duramente gli anziani, queste pratiche hanno assunto contorni ancora più macabri. Anche altri operatori, come HapVida e alcune unità di UniMed, sono stati denunciati. Oltre ai reportage dell’epoca, si veda il podcast “Prevent Senior não deveria ter sido aberta, diz especialista”, con intervista a Ligia Bahia di Maurício Meireles e Magê Flores, Café da manhã, Folha de São Paulo, 11 ottobre 2021.
[30] Arthur Rodrigues, “Direção da Prevent cobrava ‘altas celestiais’ para liberar leitos a pacientes VIP, diz advogada em CPI”, Folha de S. Paulo, 21 out. 2021.
[31] Il “Male” si rappresenterebbe oggi come un sistema di gestione, come un principio organizzativo: delle imprese, dei governi, di tutte le istituzioni e attività, insomma, che, organizzate secondo questo stesso principio, si sono convertite in centri diffusori di una nuova violenza e incubatori dei suoi agenti, i cosiddetti collaboratori del nostro tempo.” (Paulo Arantes, “Sale Boulot”, cit. p. 102).
[32] Exército Brasileiro, “Mensagem do Comandante do Exército – COVID-19”, YouTube, 24 mar. 2020.
[33] Lisandra Paraguassu, “Em ofício, Exército defendeu sobrepreço de 167% em insumos da cloroquina por necessidade de ‘produzir esperança’”, Reuters, 22 dez. 2020.
[34] Alessandro Visacro, Guerra Irregular, São Paulo, Contexto, 2009. Con l’esperienza sul campo ad Haiti e nelle favelas brasiliane, l’ufficiale ha aggiornato la sua riflessione in A guerra na Era da Informação, São Paulo, Contexto, 2019.
[35] Prima di tornare alla ribalta con l’escalation del conflitto in Ucraina, il termine ‘guerra ibrida’ si è diffuso in occasione dell’ondata di proteste nei paesi arabi, a partire dal 2011, ed è diventato ampiamente utilizzato da governanti e analisti per ridurre i sempre più frequenti sconvolgimenti sociali in tutto il pianeta a oscure trame geopolitiche (vedi Jonas Medeiros, “‘Guerras Híbridas’, um panfleto pró-Putin e demofóbico”, Passa Palavra, 28 jan. 2020). Se il discorso su una “guerra ibrida” condotta dalle agenzie dell’imperialismo yankee ha alimentato la fantasia ufficiale della sinistra sul processo politico brasiliano post-2013, l’antropologo Piero Leirner ha osservato come la stessa nozione corra con un segno invertito all’interno delle Forze Armate – interessate a un presunto progetto occulto di egemonia culturale condotto dalla sinistra “gramscista” fin dagli anni ‘80 nel paese. Il ricercatore sostiene che negli ultimi anni lo stesso esercito brasiliano è arrivato a farsi guidare dai principi del conflitto ibrido per condurre una campagna interna, in cui le elezioni del 2018 rappresenterebbero un episodio chiave (O Brasil no espectro de uma guerra híbrida, São Paulo, Alameda, 2019).
[36] La polizia brasiliana ha ucciso 6.416 persone nel 2020. Tra le vittime, il 78,9% era nero. Il 2021 è iniziato con il secondo più grande massacro nella storia di Rio de Janeiro, compiuto dalla polizia civile nella favela Jacarezinho. Vedi Fórum Brasileiro de Segurança Pública, 15º Anuário Brasileiro de Segurança Pública, 2021.
[37] Come lo stesso presidente di un istituto di ricerca descrive lo “slancio imprenditoriale” della favela (Henrique Santiago, “Favela S/A”, cit.).
[38] Leonardo Vieceli, “Pandemia empurra 4,3 milhões para renda muito baixa nas metrópoles brasileiras”, Folha de S. Paulo, 6 jul. 2021.
[39] Wellton Máximo, “Beneficiários do Auxílio Brasil terão acesso a crédito especial”, Agência Brasil EBC, 12 ago. 2021.
[40] “Non ha senso dire al favelado di separare ciò che è (denaro) di risparmio e ciò che è per la sopravvivenza famigliare. Se hai intenzione di risparmiare per avviare un’impresa, non risparmierai mai”, spiega Celso Athayde, CEO da Favela Holding (Henrique Santiago, “Favela S/A”, cit.).
[41] Tra maggio e novembre 2020, il numero medio di persone che lavorano a distanza o lontano a causa a causa della quarantena corrispose al 17,6% della popolazione occupata in Brasile (circa 14,5 milioni di persone). I lavoratori che hanno potuto di svolgere le loro attività lavorative a distanza “erano per lo più composti da persone con un’istruzione superiore completa. Con meno intensità, ma comunque responsabili della maggioranza delle persone in smartworking, si ha il genere femminile, il colore/razza bianco, la fascia d’età da 30 a 39 anni e la relazione lavorativa nel settore privato”. Inoltre “si osserva, sia per il settore privato che per quello pubblico, una forte partecipazione di insegnanti” (Geraldo Sandoval Goés e outros, “Trabalho remoto no Brasil em 2020 sob a pandemia do Covid-19: quem, quantos e onde estão?”, Carta de Conjuntura, n. 52, IPEA, 2021).
[42] L’implementazione emergenziale della didattica a distanza ha incontrato seri ostacoli materiali e sociali, come la mancanza di strutture e attrezzature nelle case degli alunni (“Ensino remoto na pandemia: os alunos ainda sem internet ou celular após um ano de aulas à distância”, BBC Brazil, 3 mai. 2020). Allo stesso tempo, ha accelerato un processo di ristrutturazione del lavoro docente che era già in corso, esacerbando le tensioni, come registrato nelle testimonianze di insegnanti di reti private e pubbliche raccolte nel bollettino A Voz Rouca durante i primi mesi della pandemia (“Diários de Quarentena”, Passa Palavra, 25 mai. 2020 e Professores Autoconvocados, “Pequeno manual de resistência no EaD”, Passa Palavra, 28 apr. 2020, sulla ristrutturazione produttiva nel mondo dell’istruzione e dell’università si veda, per esempio, Carolina Catini, “O trabalho de educar numa sociedade sem futuro”, Blog da Boitempo, 6 jun. 2020). Dall’altra parte della videochiamata, gli studenti riuscivano a connettersi testavano anche il loro margine d’azione in un ambiente trasformato, creando “nuove forme di sabotaggio scolastico nella DAD” (per una raccolta di alcune di queste tattiche da parte di “alcuni maleducati”, vedi Boletim do GMARX-USP, n. 22, 14 mai. 2020). È stato anche attraverso gli strumenti online che gli insegnanti delle scuole pubbliche hanno organizzato degli scioperi, già nel 2021, per boicottare il ritorno in classe di persona prima della vaccinazione. Durante la seconda ondata della pandemia, cortei in macchina di insegnanti in sciopero e manifestazioni di riders si sono persino riuniti a San Paolo – nonostante il divario di realtà sociale e di linguaggio, gli striscioni di entrambe le categorie convergevano nella richiesta del vaccino (João de Mari, “Professores e entregadores de app se unem em greve contra retorno presencial e pedem vacina contra a Covid”, Yahoo! Notícias, 16 abr. 2021).
[43] Nell’agosto 2021, gli streamer e viewer della piattaforma Twitch, acquisita nel 2014 da Amazon e ampiamente utilizzata per lo streaming in diretta di partite e campionati di games, si sono uniti per una giornata di “blackout” del servizio, contro la riduzione del 66% del valore dei subs (cioè dei pagamenti) dei canali brasiliani. Come nei movimenti dei rider, le rivendicazioni di questi produttori di contenuti uberizzati evitano la grammatica lavorista della sinistra, criticando i progetti di regolamentazione e la pressione fiscale (vedi Nell’agosto 2021, gli streamer e gli spettatori della piattaforma Twitch, acquisita nel 2014 da Amazon e ampiamente utilizzata per lo streaming in diretta di partite e campionati, si sono uniti per una giornata di “blackout” del servizio, contro la riduzione del 66% del valore dei subs (cioè dei pagamenti) dei canali brasiliani. Come nei movimenti di consegna delle app, le rivendicazioni di questi produttori di contenuti uber-organizzati evitano la grammatica del lavoro di sinistra, criticando i progetti di regolamentazione e la pressione fiscale (vedi Alexandre Orrico e Victor Silva, “Por dentro da greve de streamers da Twitch no Brasil”, Núcleo, 23 ago. 2021).
[44] Vladmir Safatle, “Não falar”, El País, 10 ago. 2020.
[45] Isadora Guerreiro, “Lockdown: o problema e o falso problema”, Passa Palavra, 15 mar. 2021.
[46] Comitê Invisível, Aos nossos amigos: crise e insurreição, São Paulo, N-1, 2016.
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Masterclass della fine del mondo – Seconda parte

Pubblichiamo qui la traduzione in italiano della seconda parte del testo “Masterclass della fine del mondo”. Si tratta di una riflessione collettiva di un gruppo di compagne e compagni brasiliani sulle lotte, le loro contraddizioni, limiti e possibilità, in Brasile e non solo, durante gli ultimi quattro anni di governo Bolsonaro e soprattutto durante la pandemia. Qui la prima parte. Qui la terza. Qui la quarta. Qui la quinta. L’originale in portoghese è consultabile su neblina.xzy. Articolo apparso anche su Euronomade.info.

Assalto alla nube
Fortaleza, 6 gennaio 2020. Nel centro finanziario della città, il traffico mattutino è bloccato da un’insolita barricata colorata. Accatastati, zaini con i loghi di iFood, Rappi e UberEats tagliavano diversi punti del viale: era una protesta di ciclofattorini delle piattaforme di delivery che denunciavano che un collega la sera prima era stato investito. La scena sarebbe diventata sempre più frequente in tutto il paese nei mesi seguenti. A marzo, un gruppo di militanti poteva già credere che “un fantasma si aggira per le città brasiliane, e questo fantasma cammina su due ruote”.[1]
Non è da oggi, tuttavia, che una parte indispensabile del metabolismo urbano brasiliano si muove su due ruote. Nell’espansione caotica delle città, dove il sistema di trasporti pubblici arrivava in ritardo, rammendando le parti, il prezzo di questa precarietà era sempre pagato dalla fretta di chi doveva arrivare in tempo. Mentre la mancanza di mobilità penalizza i lavoratori con ore extra di sforzo nei trasporti pubblici affollati[2], le altre merci non girano da sole e richiedono una circolazione sempre più veloce. Da qui la comparsa, alla fine degli anni ‘80 – molto prima di qualsiasi piattaforma – di un esercito sempre più numeroso di rider capaci di tagliare gli ingorghi tra le auto e garantire, a rischio della vita, l’accelerazione dei flussi capitalistici nelle nostre metropoli al collasso. I “corridoi informali e mortali delle moto” rendono possibile la circolazione di ciò che non può rimanere fermo in mezzo al traffico e servono, allo stesso tempo, ad aumentare la produttività nello spostamento dei lavoratori ostaggio dell’immobilità urbana, che trovano nella moto l’uscita di emergenza “che equipara il basso costo con l’alta velocità”.[3]
Mentre l’espansione del micro-credito durante i governi del PT facilitava il finanziamento di moto di bassa cilindrata e la flotta cresceva rapidamente, si moltiplicavano piccole imprese esternalizzate di delivery, gli express, in cui i costi del principale strumento di lavoro ricadevano sui lavoratori. La diffusione dei telefoni cellulari nel corso degli anni ‘00 permise una comunicazione continua e diretta tra l’ufficio centrale e i rider in strada, riducendo “i pori di non lavoro della loro giornata lavorativa” e rendendo il servizio più economico per le imprese. Più tardi, con l’arrivo degli smartphone con accesso a internet e del GPS, è la stessa mediazione svolta da queste aziende che può essere scartata e sostituita da una piattaforma, che promette di connettere la moltitudine di rider “direttamente” alle richieste dei clienti e liberarli dallo sfruttamento degli outsourcer. Riducendo il contratto di lavoro a un registro virtuale e il lavoratore a una forza lavoro just-in-time, le piattaforme sono in grado di reclutare il rider che è in strada da trent’anni, il lavoratore con un lavoro fisso che fa consegne dopo l’orario di lavoro e il giovane disoccupato che possiede o affitta una moto in cerca di un “lavoretto”. È questa moltitudine eterogenea “che in modo disperso, incostante e con diverse intensità”, assicura la distribuzione di una buona parte delle merci nelle città.
Quando dei rider bloccarono per la prima volta nel paese una piattaforma, opponendosi alla riduzione del valore delle corse da parte di Loggi a fine 2016, il sindacato della categoria a San Paolo, che vedeva la propria base evaporare nella “nube” digitale, intercedette presso il Tribunale del Lavoro difendendo il riconoscimento del rapporto di lavoro con la piattaforma. Il risultato fu che, proprio per questo, venne respinto dagli stessi scioperanti, che portarono alle successive manifestazioni uno striscione con un chiaro messaggio: “no alla CLT [Consolidação das Leis Trabalhistas, è la normativa che regola, sin dagli anni ’40, i diritti sul lavoro subordinato in Brasile, NdT]!” Sembra paradossale che i lavoratori che lottano per migliori condizioni di lavoro rifiutino apertamente di formalizzare la loro attività. Tuttavia, è proprio in questo rifiuto che si trova il motore del fantasma che continua ad aggirarsi nelle città brasiliane.[4]
Per la maggior parte della sinistra, la risposta all’enigma si riduce alla coscienza distorta dei lavoratori, sedotti dal canto delle sirene della soggettività imprenditoriale neoliberale. Come spiegare, tuttavia, che il rifiuto della regolamentazione possa andare assieme a una dichiarazione di “guerra contro le piattaforme”? Non c’è bisogno di parlare molto con un rider per rendersi conto che l’avversione al lavoro subordinato classico porta con sé un rifiuto dell’universo infernale dei “lavori di merda”: orari da rispettare, salari bassi e un capo che ti rende la vita difficile.[5] Oltre ai costi maggiori con la documentazione e la burocrazia per lavorare, il futuro promesso dal discorso della regolamentazione suona fake.[6]
Nel mondo del lavoro informe, l’agenda riformista cambia significato: è quella che cerca di recuperare la forma perduta, è ri-formista, come la difesa del CLT – in altre parole, il “progressismo” diventa restauratore. A differenza del miraggio della ricostruzione di una società salariale in termini keynesiani-fordisti (che in Brasile, sappiamo, è esistito solo a metà), la cantilena dell’imprenditorialità trova eco nell’esperienza vissuta del lavoratore uberizzato. Dopo essersi registrato in una piattaforma, è il “lavoratore autonomo che si assume i rischi e i costi del proprio lavoro, che definisce la propria giornata lavorativa, che decide la propria dedizione al lavoro”.[7] È proprio perché è reale, e non mera retorica, che l’autonomia può funzionare come un pezzo centrale negli ingranaggi della subordinazione: trasferendo ai lavoratori il compito di gestire il proprio lavoro, il capitale trasferisce anche la necessità di estendere e intensificare la loro giornata lavorativa, così come di affrontare gli imprevisti e le fluttuazioni della domanda.
Ogni rider autogestisce il proprio processo lavorativo, ma lo fa all’interno delle condizioni imposte dall’impresa in modo unilaterale e spesso imponderabile, a partire dalla forma di remunerazione e dai valori fissati tramite algoritmo. I sistemi di punteggio e di ranking limitano il numero di consegne che possono essere rifiutate; le promozioni forzano i rider a lavorare in regioni e periodi di alta domanda, così come nei giorni di pioggia, o anche ad accettare tutte le corse durante un certo periodo; i blocchi automatici temporanei o definitivi puniscono presunte irregolarità rilevate dal software; e, più recentemente, i meccanismi di prenotazione incoraggiano la definizione preventiva degli orari di lavoro. Di fronte alla pressione incessante sul margine di indipendenza che caratterizza la loro occupazione, i rider sono costretti a creare strategie per resistere e aggirare i meccanismi di controllo della piattaforma – così come quelli dei regolatori del traffico e della security degli stabilimenti, che controllano il loro spazio di lavoro – in un conflitto permanente.
Per guadagnarsi da vivere come rider, non è raro dover utilizzare (o addirittura affittare) il profilo di qualcun altro, aggirando un blocco dell’account; o passare con il rosso o superare il limite di velocità per aumentare la produttività, coprendo la targa quando si passa davanti agli autovelox; oppure schivare un blitz della polizia che può portare al sequestro della moto in una situazione irregolare per mancanza di soldi; o anche fottersi la merenda di un cliente per garantirsi un pasto speciale tra una corsa e l’altra. Ma poiché infrangere costantemente le regole non solo fa parte del gioco, ma garantisce anche il funzionamento della piattaforma – e della città nel suo complesso – l’insubordinazione stessa del cachorro louco [come sono soliti chiamarsi tra loro i rider in Brasile, il cui significato letterale sarebbe “cane pazzo”, NdT] si rivela ambigua.[8] I gruppi di WhatsApp, così come i vari canali di YouTube e i forum di Facebook, giocano un ruolo chiave in questa dinamica, diffondendo strategie di successo e creando reti di cooperazione che sono indispensabili per il lavoro così come per il funzionamento del servizio:
Ci sono infiniti gruppi WhatsApp solo per rider che servono a condividere informazioni su traffico, blitz, assalti, incidenti, scambio o vendita di moto, giacche, borsoni, patenti di guida, lavori, ogni genere di cose. Questi gruppi finiscono per essere una struttura informale di organizzazione del lavoro da parte dei lavoratori stessi, parallela alle piattaforme. Allo stesso tempo in cui contribuisce a far funzionare meglio le piattaforme (i rider fanno sapere dove stanno correndo, se c’è un problema, si aiutano per questioni legate al funzionamento della App, nei casi di blocco dell’account, ecc.), è anche il luogo dove a volte appaiono meme che si riferiscono ironicamente al lavoro, dove sfogano le loro frustrazioni e organizzano manifestazioni.[9]
È soprattutto intorno a queste reti informali che dall’inizio di questi anni ‘20 sono state organizzate numerose proteste dei rider. Quando il coronavirus si è diffuso in Brasile, anche queste si sono moltiplicate in tutto il paese. Le misure di quarantena hanno messo in evidenza la centralità dei rider nella logistica urbana – era, dopotutto, la mobilitazione permanente di questo esercito motorizzato che produceva parte delle condizioni necessarie per lo smartworking dei settori più qualificati. Tuttavia, essendo controbilanciato dalla vertiginosa espansione del registro dei “partner” sulle piattaforme,[10] l’aumento della domanda di servizi di delivery non si è tradotto in un aumento della remunerazione. Nel mezzo di una valanga di licenziamenti in altri settori, le piattaforme hanno cominciato a funzionare come una sorta di “sussidio di disoccupazione” perverso e, mentre il numero totale di rider cresceva, il valore delle tariffe e la frequenza delle corse seguivano il movimento opposto. Aggiunto all’afflusso di nuovi lavoratori per i quali questo lavoro era solo una fonte di reddito extra o temporanea, il calo dei guadagni di coloro che già dipendevano dalle piattaforme avrebbe portato all’esplosione di movimenti selvaggi di rider in tutto il paese.
In una notte di grande richiesta, un gruppo di rider blocca l’ingresso delle auto nel drive-thru di un fast food, costringendo il ristorante a dare la priorità alle consegne via delivery.[11] Rannicchiati nel parcheggio di un supermercato in attesa di ricevere le consegne, i motoboys si arrabbiano e iniziano a suonare il clacson per sollecitare la consegna dei pacchi.[12] Dopo che uno sfogo su un episodio di umiliazione o un tentativo di truffa si diffonde via WhatsApp, il cliente furfante viene sorpreso dal rumore di un convoglio di moto davanti alla sua porta. Mentre i rider di una città si riuniscono per chiedere più sicurezza alle autorità dopo un incidente o una rapina, in un’altra sono gli episodi di violenza della polizia e l’arbitrarietà nella gestione del traffico a scatenare le proteste.[13] Dalle grandi capitali all’interno del paese, le manifestazioni organizzate all’ultimo minuto sui social network per l’aumento delle tariffe di consegna e altri miglioramenti si sono moltiplicate. Alla vigilia della prima ondata del coronavirus, i rider dello stato di Acre hanno bloccato le loro corse per chiedere la fornitura di maschere e amuchina al comune di Rio Branco.[14] Uno sciopero dei corrieri e degli autisti di Loggi, contro la brusca riduzione delle tariffe delle tratte, si diffonde nello stato di Rio de Janeiro, raggiungendo il giorno dopo la Baixada Santista [nello stato di San Paolo].[15] E a San Paolo i rider si radunano più di una volta sull’Avenida Paulista contro il sistema di punteggio di Rappi, che limitava l’accesso alle zone di maggiore richiesta.[16]
Con manifestazioni volatili e sparse che potevano formarsi e dissolversi nell’intervallo tra una corsa e l’altra, il “fantasma su due ruote” che si aggirava nel paese avrebbe presto fatto la sua prima apparizione pubblica. L’appello per uno “Blocco Nazionale delle Piattaforme” ha incanalato il movimento latente in una sola data, il 1° luglio 2020, segnando il debutto di queste lotte sotterranee sulla scena dei grandi eventi politici. Mentre l’idea di uno sciopero generale cominciava a prendere forma nei gruppi di WhatsApp, i selfie dei rider annunciavano adesioni da tutto il paese. Quando la mobilitazione ha guadagnato visibilità, i sostenitori hanno iniziato a pubblicizzare una campagna per boicottare le piattaforme il giorno dello sciopero, i partiti e le organizzazioni di sinistra hanno rilasciato note di sostegno e i principali media hanno diffuso la notizia. Acquisendo un volto pubblico, l’agitazione spontanea e diffusa dei mesi precedenti è stata tradotta in una forma più intelleggibile dalle istituzioni: “in molte città, i soliti sindacati hanno cercato di guidare il movimento e leader autoproclamati sono stati corteggiati da partiti ed organizzazioni, così come dalla stampa.”[17] Sulla scia di una timida ondata di manifestazioni contro il governo federale che avveniva nello stesso periodo, la stampa ha prodotto l’immagine del “rider antifascista”, mentre la sinistra e gli operatori delle CLT inquadravano il movimento nella grammatica dei diritti del lavoro.[18]
Anche se voluminosi e rumorosi, molti delle manifestazioni dei rider che hanno occupato diverse strade del paese il 1° luglio – ben prima dei cortei di moto strategicamente guidati da Bolsonaro l’anno successivo – hanno finito per essere controllate da entità rappresentative. A San Paolo, il camion del sindacato con gli altoparlanti si è sovrapposto ai clacson della moltitudine motorizzata che si muoveva dal Tribunale Regionale del Lavoro al Ponte Estaiada. Rimanendo nei confini di una categoria e nella richiesta di migliori condizioni di lavoro, il Breque dos Apps non è riuscito ad andare significativamente oltre il copione di ciò che resta del sindacalismo. Quello fu l’episodio brasiliano più visibile e organizzato – e quindi, in un certo senso, il più “beneducato”- in di un movimento che ha attraversato tutto il periodo della pandemia ed è ancora in corso, sia qui che in altri angoli del pianeta.[19]
Qualcosa, tuttavia, è sfuggito a quel copione. Fin dalle sette del mattino, un video registrato davanti a uno dei tanti magazzini di Loggi a San Paolo – da dove migliaia di prodotti acquistati su internet partono per le case dei consumatori a bordo di auto e moto – stava circolando su WhatsApp: intorno a delle casse che suonavano musica pagode anni ‘90, una decina di rider si preparavano a passare la giornata lì, annunciando che avrebbero fatto una grigliata e impedito l’uscita di qualunque pacco da quel luogo. I blocchi in altri magazzini, centri commerciali e ristoranti della città sono durati tutto il giorno, arrivando fino all’ora di cena nei fast food dell’hinterland di San Paolo e in altri punti della metropoli. È curioso che, anche in una situazione in cui è difficile delimitare un “luogo di lavoro” – perché è sparso per tutta la città – c’è stata una proliferazione di veri e propri picchetti, come non se ne vedevano da tempo. Erano, in un certo senso, dei picchetti invertiti: lo scopo non era tanto quello di impedire ai lavoratori di entrare nello spazio di produzione quanto quello di impedire che le merci uscissero per la circolazione.[20]
Molti di questi blocchi erano stati organizzati da reti locali di rider che erano soliti aspettare proprio nelle aree di consegna nei momenti morti del lavoro, mentre aspettavano che suonasse sulla App l’annuncio di una nuova corsa o mentre un ordine non finiva di essere preparato da un ristorante. Nello stesso tempo in cui forniscono un’immagine precisa della disponibilità permanente richiesta al lavoratore just-in-time – che, quando non sta correndo contro il tempo, rimane in stanby[21], aspettando che l’App squilli -, queste “zone di attesa”[22] sparse nello spazio urbano diventano luoghi di fraternizzazione ed, eventualmente, di organizzazione. È stato così il 1° luglio, quando queste entrate secondarie di molti locali sono state trasformate in punti di blocco. Diversi inservienti di fast food, e persino dei gestori, hanno espresso sostegno agli scioperanti, con i quali convivono ogni giorno, permettendo l’uso del bagno, offrendo caffè e persino donando alcuni ordini che si accumulavano sul bancone senza nessuno che li portasse via. Alle entrate dei centri commerciali e dei ristoranti, il tacito – o addirittura esplicito – sostegno delle guardie delle imprese esternalizzate della security si è rivelato fondamentale, bloccando i crumiri più esaltati o temporeggiando ad autorizzarne l’ingresso.
In una di queste zone d’attesa situata di fronte a un distributore di bevande che, nel rispetto dello sciopero, aveva annunciato la sospensione del servizio di delivery via App, si sentiva in lontananza, verso le undici del mattino, l’arrivo di un grande convoglio di rider, che si univa ai loro colleghi che si erano concentrati lì fin dal primo mattino. Poco tempo dopo, lo sciame di moto stava di nuovo girando per le strade della città, senza un percorso definito. Suonando il clacson e scaldando i motori in continuazione, quello squadrone produceva un rumore assordante e assaltava le banchine dei centri commerciali che trovava lungo la strada in un’invasione fulminea, espellendo i rider che prendevano ordini e costringendo i negozianti, spaventati, ad abbassare temporaneamente le saracinesche. Flessibili e replicabili, i blocchi mobili portavano con sé una minaccia di disordine che contrastava con la prevedibilità e l’ingessatura delle “marce in moto” guidate dai camion con gli altoparlanti dei sindacati. Quando la città stessa è lo spazio di lavoro, lo sciopero può assumere i toni della rivolta sociale.
L’esplosione, tuttavia, non è avvenuta. Ai picchetti mobili si contrapponeva la flessibilità delle piattaforme – che, oltre a lanciare promozioni per le consegne nelle regioni più colpite dallo sciopero, contava sulla dimensione della sua gigantesca rete di “ristoranti partner” per non perdere i clienti del giorno – e l’agilità degli stessi crumiri, altrettanto capaci di muoversi nel tessuto urbano alla ricerca di locali aperti. È significativo che molti di coloro che insistevano a lavorare erano rider legati agli “operatori logistici” (OL) esternalizzati di iFood. Oltre alla modalità “nube” – il tanto celebrato “nuovo modo di lavorare” in cui il rider accende l’applicazione quando vuole e organizza la sua giornata lavorativa, accettando o meno le corse che appaiono sullo schermo – iFood si affida a un altro sistema meno noto e (almeno apparentemente) meno innovativo per gestire la sua forza lavoro. Un “operatore logistico è una piccola azienda subappaltata da iFood per organizzare e gestire una flotta di corrieri fissi per le consegne”, a volte in una zona delimitata.[23] Secondo la piattaforma, questi outsourcer rappresentano almeno il 25% della flotta di “partner” – una proporzione che molti rider sostengono essere in crescita[24] – e “agiscono in vari contesti, come nelle consegne da luoghi specifici” e centri commerciali, nell’“apertura di nuove regioni di consegna” e nel “completamento della flotta in determinati giorni e orari”. Alcune di queste imprese hanno flotte di “fino a 400 persone che circolano per San Paolo” e fanno pagare una tassa settimanale per il noleggio di scooter e biciclette da parte dei loro rider.[25]
Con la promessa di ricevere più ordini dei rider “nube” e senza dover affrontare la fila d’attesa per iscriversi alla modalità più popolare, il corriere “OL” ha orari di lavoro predeterminati, viene pagato attraverso l’outsourcer, alla quale la piattaforma passa il valore delle corse, ed è supervisionato da un “leader di piazza” che a volte fa da intermediario per la piattaforma. Il controllo impersonale e automatico dell’algoritmo si combina così con la gestione di un capo in carne ed ossa che, riempiendo i vuoti lasciati dal primo, controlla da vicino la produttività dei lavoratori, con poteri di interferire nella distribuzione degli ordini, applicare sanzioni e licenziare: il peggio del lavoro con contratto formale, senza nessuna delle garanzie che offre.
Significa dunque che l’ultima novità nella gestione del lavoro, l’ultramoderna “gestione algoritmica” di piattaforme come iFood, fa rima con i metodi arcaici del capomastro? Da un lato, è il mercato preesistente in Brasile che spiega il fenomeno: molti degli operatori logistici sono le vecchie imprese express, ditte di corrieri in moto che hanno perso spazio a favore delle piattaforme, ora sussunte da iFood in posizione subordinata. Dall’altro, tale combinazione non esiste solo qui. Le due più grandi piattaforme cinesi di delivery dividono la loro forza lavoro in modo simile: mentre i rider “saltuari” sono di solito lavoratori part-time che possono scegliere quali corse accettare, quelli “a contratto” lavorano a tempo pieno e sono legati a una “stazione”, controllata da un gestore – ma nessuno di loro ha legami formali di lavoro con la piattaforma.[26]
Combinando la capacità di elaborazione dei dati e la sorveglianza impersonale dell’intelligenza artificiale con la coercizione diretta e personale del buon vecchio capo, debitamente esternalizzato, questa forma bastarda di uberizzazione può rappresentare una tendenza alla gestione del lavoro, molto più efficiente dei robot lasciati a se stessi: “l’algoritmo notifica gli ordini, ma vacilla nel farli eseguire”[27]. Nell’inferno contemporaneo del lavoro, capisquadra, boss e sgherri hanno il loro posto garantito. Mentre alcuni degli ingranaggi dell’apparente tregua degli ultimi decenni arrugginiscono, questi nuovi vecchi intermediari si stanno dimostrando più attuali che mai – e, nonostante gli sforzi dei CEO lucidi e distaccati per tenerli all’ombra, non c’è da meravigliarsi che vogliano uscire alla luce del sole.[28] In questa nuova economia della viração, non c’è più alcuna possibilità che la violenza aperta cessi di essere il nesso sociale centrale, come diventa chiaro nel vocabolario bellico dei rider – soldati nella battaglia quotidiana del traffico la cui produttività “si misura con la velocità, cioè con il rischio di morte imminente”[29]. La “guerra civile (…) sempre più coordinata da quello che chiamiamo il sistema jagunço [jagunços sono paramilitari o pistoleri, originari tradizionalmente del nordest brasiliano, che garantivano la protezione di politici e latifondisti e delle loro proprietà, NdT] in Brasile”[30] diventa ancora più chiara laddove alcuni dei suoi nessi vengono resi espliciti, come nel caso della crescente evidenza di legami tra le imprese OL di iFood e le attività della criminalità organizzata nelle periferie di San Paolo e Rio de Janeiro.
Il 4 luglio 2021, dopo un nuovo periodo di proteste e blocchi sparsi in tutto il paese, i rider di Curitiba, Goiânia, Campo Grande e Itajaí si sono mobilitati per ottenere miglioramenti, tra cui la fine della necessità di una prenotazione preventiva delle ore di lavoro imposta da iFood in alcune delle città in cui opera. Quello stesso giorno, l’espansione dell’area di operazione dei corrieri di OL, riducendo drasticamente l’offerta di ordini per gli altri, ha portato i rider di un quartiere popolare nella zona ovest di Rio de Janeiro a incrociare le braccia e bloccare l’uscita degli ordini da un centro commerciale. I resoconti dello sciopero, che si è diffuso rapidamente in altre regioni della città ed è durato quattro giorni, menzionano, oltre alle già ricorrenti minacce dei capi delle imprese OL agli scioperanti[31], la presenza di membri delle milizie davanti ai ristoranti per impedire i picchetti[32]. Le oscure e famigerate relazioni tra la famiglia presidenziale e i gruppi armati che esercitano questo tipo di “controllo privatizzato e monopolistico del territorio” non sono una mera coincidenza: in sintonia con la forma più avanzata di gestione della forza lavoro flessibile diffusa nello spazio urbano, il “governo delle milizie” del capitano è allo stesso tempo sia un sintomo che un agente dell’uberizzazione in stile brasiliano.[33]
[1] Amigos do Cachorro Louco, “Dá para fazer greve no aplicativo? Discussão das lutas dos motoboys”, Passa Palavra, 17 de mar. 2020.
[2] “Imparerò a nuotare”, cantava Gordurinha, condensando in un solo verso nel 1960 una giornata in cui “lavora a Madureira, viaggia sulla Cantareira e vive a Niterói” – non a caso, un anno dopo che la Revolta das Barcas aveva dato fuoco alla flotta e saccheggiato la villa dei proprietari della compagnia Cantareira (“Mambo da Cantareira”, Gordurinha tá na praça, 1960). Non sorprende che autobus e treni abbiano sempre avuto una vocazione incendiaria, dopotutto l’umiliazione collettiva nelle code e nei trasporti affollati è l’espressione del superlavoro dovuto al pendolarismo stesso gettato sulle spalle del lavoratore. “È più faticoso andare al lavoro che lavorare”, diceva un manifesto nel giugno 2013, quando la bomba a orologeria è esplosa.
[3] Così come le citazioni del paragrafo successivo, questi termini sono ripresi da Ludmila Costhek Abílio, Segurando com as dez: o proletário tupiniquim e o desenvolvimento brasileiro, Relatório final de pós-doutorado apresentado à FAPESP, FEA-USP, 2015.
[4] Leo Vinicius, “A greve dos apps e a composição de classe”, Passa Palavra, 18 ago. 2021.
[5] La percezione non si limita ai corrieri brasiliani. “Non c’era nessuno con il fiato al collo, dicendomi di andare più veloce, di fare questo, di fare quello. (…) Considerando quanto possano essere lugubri altri lavori, molti rider hanno addirittura preferito Deliveroo. Lo stress di muoversi per le strade è più o meno simile, o anche minore, dello stress dei turni di otto ore o più in un pub o in un supermercato (…), senza che un capo ti chiami all’improvviso per chiederti di coprire il turno di un collega. C’era un senso di autonomia e indipendenza che non era totalmente illusorio”, dice Callum Cant a proposito della sua routine lavorativa come rider a Brighton, Inghilterra (Delivery Fight!, São Paulo, Veneta, 2021, pp. 79 e 117, aggiustamenti nella traduzione a partire dall’originale). Ironizzando sull’immagine dei rider come “poveri schiavi del sistema”, un ciclista italiano riflette sul fatto che la consegna è “preferibile ad altri lavori, per esempio in una ditta”. Penso che questo sia uno dei problemi della piattaforma di rivendicazioni che esiste attualmente. (…) La maggior parte dei rider è contraria a questa manifestazione [indetta dai sindacati], a diventare un lavoratore subordinato, perché la flessibilità è un vantaggio” (“EP. 4 – Riders”, Podcast Commonware, 20 aprile 2021).
[6] Cercando a tutti i costi di rispecchiare, nel movimento reale, la propria immagine, la sinistra “non difende né qualcosa di utopico, perché si tratta del mantenimento dell’esistente e di un sistema di contenimento, né qualcosa di realistico, perché non esiste una sostrato materiale per i suoi progetti”. (Felipe Catalani, “O ‘enigma’ dos motoboys em greve contra a CLT”, Passa Palavra, 2 jul. 2020).
[7] Ludmila Abílio, “Uberização do trabalho”, cit.
[8] Questa dialettica del cachorro louco non è qualcosa di nuovo nella periferia del capitalismo. “Essere un cane pazzo è avere una moto senza licenza e sapere come sfuggire al blitz della polizia. È conoscere i migliori percorsi della città. È sapere come fare le pratiche in un forum, un notaio, una banca. È dare una garanzia all’azienda (o alle aziende) che il servizio sarà eseguito letteralmente senza contrattempi. (…) Lo zelo di questa professione si traduce nell’equilibrio permanente di quanto rischiare la propria vita, come svolgere le procedure burocratiche, la conoscenza della città, e affrontare le tensioni sociali quotidiane che si materializzano nel traffico” (Ludmila Abílio, “Segurando com as dez”, cit., p. 23-24.
[9] Francisco Miguez e Victor Guimarães, “‘A diferença na forma é um termômetro da luta’ – Entrevista com militantes do canal Treta no Trampo”, Cinética: Cinema e Crítica, ’17 set. 2020.
[10] Jacilio Saraiva, “Total de entregadores na Grande São Paulo tem aumento de 20%”, Valor Econômico, 9 jun. 2020.
[11] Scene di proteste come queste sono state registrate da Treta no Trampo in “Diário de um motoca na pandemia”, Instagram, 25 abr. 2020 e “Pedidos demorando demais pra sair no BK Demarchi (SBC)”, Instagram, 13 out. 2020.
[12] Per un esempio di questo tipo di situazione registrato a São Gonçalo, nello stato di Rio de Janeiro, vedi Invisíveis, “Protesto de entregadores no Supermarket”, Instagram, 11 jun. 2020.
[13] Nel gennaio 2020, il video in cui un poliziotto aggredisce un rider è stata la goccia che ha scatenato delle proteste contro l’arbitrarietà dei blitz di controllo delle moto a Brasilia (“Motoboys fazem protestos em Taguatinga”, Globoplay, 21 jan. 2020); tre mesi dopo, i rider del Piauí sono scesi in strada per chiedere più sicurezza al comune di Teresina dopo l’aggressione a un collega durante una consegna (Entregadores Teresina PI, “Cadê os valentões da Rua Goiás agora???”, Instagram, 17 abr. 2020). Commentando una mobilitazione contro una mega-operazione della polizia stradale contro i rider a Florianópolis, Leo Vinícius riflette sul problema della sicurezza del lavoro di consegna in “Entregadores de apps e o modelo policial de prevenção de acidentes”, Passa Palavra, 25 feb. 2021.
[14] Amigos do Cachorro Louco, “Sob pandemia, motoboys de app paralisam entregas no Acre”, Passa Palavra, 27 mar. 2020.
[15] Iniziato il 9 giugno 2020, lo sciopero dei magazzini Loggi si è esteso per alcuni giorni in vari punti dello stato di Rio de Janeiro e a Santos [nello stato di San paolo] (Treta no Trampo, “Greve nos galpões da Loggi no RJ”, Instagram, 9 jun. 2020, e “Greve da Loggi em Santos”, Instagram, 10 jun. 2020. Vedi anche Invisíveis Rio de Janeiro, “Entre as dificuldades do breque e a experiência dos entregadores”, Passa Palavra, ago. 2020).
[16] Treta no Trampo, “Diário de um Motoca – Protesto dos Entregadores no Masp (5/6/2020)”, YouTube, 20 jun. 2020.
[17] Isadora Guerreiro e Leonardo Cordeiro, “Do passe ao breque: disputas sobre os fluxos no espaço urbano”, Passa Palavra, 6 jul 2020.
[18] Anche senza un sostegno significativo tra i rider, la comparsa di “Entregadores Antifascistas”, tra le proteste contro Bolsonaro e l’ascesa del movimento dei rider, ha contribuito a far leva sulla visibilità della lotta contro le piattaforme, fornendo un interlocutore per la sinistra e la stampa. Ed è un altro sintomo del disallineamento costitutivo del Breque dos Apps, tra la proiezione del pubblico “progressista” – il cui sostegno nelle reti sociali si è rivelato fondamentale -, e ciò che era realmente in gioco per i rider. Non a caso, quel pubblico sarebbe finito sotto il fuoco pesante delle batterie pubblicitarie di iFood nei mesi seguenti.
[19] Per una rassegna video dei movimenti dei rider durante il primo anno della pandemia in Brasile, vedi Treta no Trampo, “Um ponto de vista sobre o #BrequeDosAPPs 2020”, YouTube, 14 mar. 2020.
[20] Treta no Trampo, “Breque dos Apps / App Strike in Brazil (Sub EN/ES/PT/FR), July 2020”, YouTube, 8 Jul. 2020.
[21] L’idea è sviluppata da Leo Vinicius in “Modo de espera e salário por peça nas entreggas por apps”, Passa Palavra, 8 nov. 2020. L’immagine di un enorme riserva di lavoratori just-in-time, in standby in attesa del prossimo job, è una descrizione appropriata delle grandi città brasiliane.
[22] L’espressione è di Paulo Arantes e serve da titolo al suo saggio su “o tempo morto da onda punitiva contemporânea” em O novo tempo do mundo, São Paulo, Boitempo, 2014.
[23] Leandro Machado, “A rotina de ameaças e expulsões de entregadores terceirizados do IFood”, BBC Brasil, 24 jul. 2020.
[24] Il dato proviene da un direttore di iFood in un articolo che risponde alle accuse sul regime OL (João Sabino, “Cuidar do outro é mandamento do iFood”, Le Monde Diplomatique, 2 ago. 2021), ma non è possibile confermarlo. Poiché una parte dei rider “cloud” accede all’applicazione sporadicamente, per periodi più brevi o meno frequentemente, in pratica gli operatori logistici possono essere responsabili di una quota molto maggiore della flotta disponibile. I blocchi contro l’espansione delle “piazze” di operazione delle imprese OL e il calo degli ordini diretti agli altri rider sono diventati sempre più comuni, dalla Grande São Paulo (vedi Treta no Trampo, “iFood, libera os nuvens em Arujá!”, Instagram, 12 mai. 2021) a Goiânia e Cuiabá (vedi Revolucionários dos Apps, “Ontem rolou a maior reunião dos entregadores em Goiânia”, Instagram, 3 fev. 2022 e FML Foguetes do Asfalto, “Cuiabá vai pra cima do iFood, tmj”, Instagram, 16 fev. 2022.
[25] Leandro Machado, “A rotina de ameaças e expulsões de entregadores terceirizados do IFood”, cit.
[26] Tra il 2017 e il 2019, il numero di scioperi dei rider riportati in Cina si è quadruplicato. Nel 2020, una serie di proteste e blocchi sono scoppiati in tutto il paese, poiché la pandemia ha accelerato l’espansione del settore e ampliato la disuguaglianza sociale, facendo crollare i salari e spingendo le autorità a vedere il settore informale come soluzione alla crescente disoccupazione. Le informazioni sono raccolte in un ampio rapporto sugli “orrori del lavoro di rider” prodotto da una delle riviste più famose del paese, Renwu (tradotto in inglese in “Delivery workers, trapped in the system”, Chuang, Nov. 2020). All’inizio del 2021, cinque rider di Pechino che mantenevano canali di appoggio mutuo e realizzavano campagne contro le piattaforme sui social sono stati arrestati nelle loro case dalla polizia. La persecuzione dell’“Alleanza dei Rider”” è stata denunciata da una campagna internazionale, che ha visto atti di solidarietà da parte dei lavoratori delle App di tutto il mondo, anche davanti al consolato cinese di San Paolo ((Treta no Trampo, “Liberdade para Mengzhu – motoca preso na china”, Instagram, 29 abr. 2021). Vittima di un processo oscuro, il rider Chen Guojiang è stato infine liberato nel gennaio 2022. Per ulteriori informazioni, si veda https://deliveryworkers.github.io/.
[27] Leo Vinícius. “Os OL como resposta à luta dos entregadores de aplicativos”. Passa Palavra, 23 jun. 2020.
[28] Come notato da Antonio Prata nella cronaca “#minhaarmaminhasregras”, Folha de S. Paulo, 10 nov. 2019, ripresa da Gabriel Feltran, “Forme elementari di vita politica: sul movimento totalitario in Brasile (2013-)”, Blog Novos Estudos CEBRAP e da Paulo Arantes e Miguel Lago, “A revolução que estamos vivendo”, Congresso Virtual UFBA 2021, 26 feb. 2021.
[29] Isadora Guerreiro e Leonardo Cordeiro, “Do passe ao breque: disputas sobre os fluxos do espaço urbano”, 6 jul. 2020.
[30] Marcio Pochmann, “O movimento sindical e a precarização do trabalho no Brasil”, YouTube, 12 abr. 2021. Si veda anche, dello stesso autore, “A guerra no mundo do trabalho”, Terapia Política, 11 abr. 2021.
[31] Si veda, per esempio, Brasil Econômico, “Empresa que contratata deliveradores para o iFood ameaça quem aderir à greve”, iG, 1 lug. 2020; Victor Silva, “Operadoras da iFood ameaçam greve de entregadores”, Passa Palavra, 17 set. 2021. Per una raccolta di reclami sul regime di lavoro di iFood, si vedano i video raccolti in Ralf MT, “(Série) iFood, la casa è caduta, fine della funzione OL, della frode e della barbarie…”, YouTube.
[32] Leo Vinícius, “A inovadora parceria do iFood e as milícias”, Le Monde Diplomatique, 23 jul. 2021.
[33] “Dal controllo privatizzato e monopolistico del territorio, dove avviene la riproduzione della vita”, sottolinea Isadora Guerreiro, “lo Stato può agire nella regolazione di un’economia informale o che sfugge ai rapporti di lavoro” intervenendo sul “prezzo della forza lavoro (…) nel suo aspetto urbano”. (“Elementos urbanos de um ‘governo miliciano’”, Passa Palavra, 8 jun. 2020).