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  • Aborto, verde speranza

    Aborto, verde speranza

    Dal 30 dicembre il diritto a scegliere è legge in Argentina, ma cosa accade nel resto dell’America Latina?

    Il diritto all’aborto è legge in Argentina, Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio)

    di Susanna De Guio

    versione estesa dell’articolo uscito il 24 febbraio sul settimanale Vanity Fair

    “Le argentine hanno ribaltato il finale di questo terribile 2020” dice Karina Nohales sorridendo. È una rappresentante del Coordinamento femminista 8M in Cile, e candidata per la Convenzione che riscriverà la Costituzione del paese a partire da aprile. Come la sua, diverse organizzazioni femministe in tutta l’America Latina hanno festeggiato la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza che è stata approvata dal parlamento argentino lo scorso 30 dicembre.

    La “marea verde” che negli ultimi anni si è fatta conoscere in tutto il mondo con il simbolo del fazzoletto triangolare della Campagna per l’Aborto Libero, Sicuro e Gratuito rende storico questo risultato, tanto più in una regione del mondo dove il diritto di abortire è quasi ovunque ancora da conquistare. Ma se le argentine hanno fatto tremare la terra, se ne sono accorti sussultando anche i settori religiosi e conservatori dal Cono Sud fino al Centro America. Che cosa sta succedendo dunque nel continente dopo la conquista delle donne argentine a decidere sul proprio corpo?

    Cile e Honduras, reazioni opposte

    “Stiamo osservando, già da qualche anno, l’irruzione globale di un femminismo di massa” spiega Karina Nohales, “se pensiamo al contesto di regressione importante nelle condizioni di vita della classe lavoratrice a livello mondiale, e delle donne in particolare, le argentine ci hanno mostrato che si può avanzare anche in mezzo alle avversità”. E in Cile, che viene da oltre un anno di intense proteste contro il modello neoliberista e il presidente Piñera, hanno colto l’esempio. Il 13 gennaio si è aperta la discussione del progetto di legge per depenalizzare l’aborto fino alla quattordicesima settimana di gravidanza. Il progetto era già stato proposto nel 2018, senza risultato, e solo l’anno prima, in Cile veniva consentito l’aborto in tre circostanze: il rischio della vita della donna, difetti congeniti del feto e in caso di stupro. Queste tre condizioni erano state garantite per la prima volta già nel 1931 e poi revocate durante la dittatura di Pinochet, riportando il paese alla proibizione assoluta, con pene fino ai cinque anni di carcere. Nel 2017 però, la marea verde argentina si era già estesa oltre la cordigliera e in pochi anni il movimento cileno ha compiuto passi da gigante, per arrivare alla manifestazione di due milioni di persone a Santiago lo scorso 8 marzo, appena prima dell’arrivo del Covid-19.

    Manifestazione NiUnaMenos, Buenos Aires, 4 giugno 2018 (Susanna De Guio)

    Una situazione opposta si osserva in Honduras, dove il 21 gennaio il Congresso ha approvato una riforma costituzionale per “blindare” il divieto totale di abortire, già in vigore dal 1982: in sostanza, per modificare la norma sull’aborto ora sarà necessaria una maggioranza di tre quarti dei parlamentari. Stiamo parlando di uno dei paesi con il tasso di gravidanze in adolescenza più alto della regione, dove un parto su quattro è di una ragazza al di sotto dei 19 anni e che rientra fra i 6 paesi latinoamericani in cui l’aborto è penalizzato in tutti i casi senza eccezioni, insieme a El Salvador, Nicaragua, República Dominicana e Haití.

    “Siamo un paese laboratorio” spiega Karla Lara, cantante e attivista per i diritti umani, “il golpe che abbiamo subito nel 2009 è stato un esperimento esemplare per il resto dell’America Latina.” In Honduras esistono organizzazioni sociali come COPINH, conosciuta per l‘attivista ambientalista Berta Cáceres, assassinata nel 2016, che portano avanti la battaglia contro il patriarcato, ma la società è ancora profondamente maschilista. “Qui l’aborto è sempre stato punito, di fatto è una parola che ci costa usare nel discorso pubblico perché è fortemente sanzionata socialmente” continua Karla, che ricostruisce le condizioni di vita nel paese, il secondo più povero dell’America Latina, dove mancano strutture ospedaliere di base, il 20% della popolazione non accede all’elettricità, il 60% è analfabeta e il 95% è cattolica o evangelica. “Puoi andare nel paesino più recondito, dove si arriva solo a piedi su uno sterrato, però di sicuro ci troverai la Coca-Cola e una chiesa” conclude con un sorriso amaro.

    Abortire nel Brasile di Bolsonaro

    Ma non solo in Honduras il risultato del voto argentino è stato condannato. Si tratta del primo paese con un forte peso in America Latina che legalizza l’aborto, dopo Cuba, Uruguay, Guyana, Guyana francese e i due stati federali di Città del Messico e di Oaxaca in Messico. Nel vicino Paraguay, la Camera dei Deputati ha chiamato a un minuto di silenzio per le migliaia di vite dei fratelli argentini che si perderanno prima di nascere. Non si è fatto attendere nemmeno il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che ha prontamente affermato su Twitter: “finché sarò al governo, l’aborto non sarà mai approvato nel nostro paese. Lotteremo sempre per proteggere le vite degli innocenti.”

    Una delle maggiori espressioni del femminismo attuale in Brasile è nata proprio in opposizione alla sua candidatura, nel 2018. Ludimilla Teixeira, fondatrice del movimento #EleNao, racconta che “l’elezione di Bolsonaro ha rappresentato una battuta d’arresto per i diritti civili e riproduttivi delle donne, oltre all’aumento del razzismo, della discriminazione contro le persone LGTB, contro le disabilità” e alla crescita della chiesa evangelica, a cui il presidente è strettamente legato.

    Insieme alle conseguenze nefaste del negazionismo che Bolsonaro sostiene di fronte alla pandemia da Covid-19, durante il suo governo sono stati smantellati servizi pubblici e sanitari, tagliati i programmi sociali, ha demolito le istituzioni di protezione dei popoli indigeni e minaccia di distruggere l’Amazzonia. “Bolsonaro rappresenta un progetto di Stato necropolitico. Questo progetto di morte si ispira a fonti eugenetiche che mirano a eliminare la diversità etnica e culturale. Siamo di fronte a un genocidio e le donne sono state le prime a lanciare l’allarme, ancora nel 2018” evidenzia Ludimilla.

    Un caso emblematico del clima che si respira sul tema è quello di una bambina di 10 anni che ha abortito lo scorso agosto a Recife. Nonostante l’interruzione di gravidanza fosse consentita, perché frutto delle ripetute violazioni da parte dello zio fin da quando aveva 6 anni, la bambina ha dovuto viaggiare 1500 chilometri per trovare un ospedale disponibile a eseguirla, inoltre è stata bersagliata da gruppi di fanatici religiosi che hanno minacciato la sua famiglia e cercato di entrare nell’ospedale, incitati dalla ministra delle Donne, la Famiglia e i Diritti Umani, la evangelica Damares Alves.

    Performance “Un violador en tu camino”, Buenos Aires, 6 dicembre 2019 (Susanna De Guio)

    Un nuovo scenario in Ecuador

    Un contesto di particolare interesse in queste settimane è quello ecuadoregno, dove il 7 febbraio si sono svolte le elezioni politiche. Mentre Andrés Araúz, il candidato erede di Rafael Correa, si è assicurato il suo posto al ballottaggio del prossimo aprile, si contendono il secondo posto il conservatore Guillermo Lasso, dichiaratamente anti-abortista, e il candidato indigeno Yaku Pérez, una grande sorpresa nello scacchiere politico nazionale, che mostra una maggiore vicinanza al movimento femminista e si è detto favorevole a includere la causale per stupro nell’attuale legislazione. La giornalista femminista Ana Maria Acosta segnala che, qualsiasi sia l’evoluzione del processo elettorale, “l’Assemblea Nazionale è già conformata e ha una maggioranza di centro-sinistra, in cui molti legislatori e legislatrici si sono pronunciati a favore dell’aborto. Il contesto sta cambiando e sembra che ci sia margine per ampliare la discussione sull’aborto.”

    In Ecuador l’interruzione di gravidanza è consentita solo in caso di rischio di vita o salute della donna, e in caso di violazione di una donna con disabilità mentale. Già a partire dal 2013, con l’aprirsi di una riforma del codice penale, un gruppo di parlamentari cercarono di ampliare l’eccezione per stupro a tutte le donne. “Il presidente Correa minacciò di rinunciare e obbligò le promotrici della mozione a un silenzio parlamentare di un mese, non fu possibile nemmeno iniziare il dibattito” spiega Ana, che segnala: “nel 2019 si è riformato nuovamente il codice penale e le organizzazioni femministe hanno chiesto l’integrazione di altre quattro cause in cui depenalizzare l’aborto”. Nemmeno questa volta la mozione è passata, ma il dibattito si sta installando nella società.

    Secondo uno studio svolto dall’organizzazione Surkuna in Ecuador, le donne condannate per aborto hanno caratteristiche simili: vivono in quartieri poveri o rurali, hanno cognomi indigeni o afro-discendenti, un lavoro precario, un basso livello di istruzione e sono giovani, sotto i 25 anni. Molte sono vittime di violenza, abortiscono con le pastiglie e finiscono in ospedale quando qualcosa va storto. Lo studio giunge a una conclusione conosciuta da tutte le organizzazioni che si occupano delle interruzioni di gravidanza al di fuori degli stretti margini legali imposti dai diversi paesi: l’aborto esiste e lo praticano donne di tutti gli strati sociali e tutte le etnie, però solo le più svantaggiate rischiano la vita o il carcere.

    Abbattere lo stigma

    “Quel che succede è che vige una doppia morale” spiega Sandra, della rete Necesito Abortar, che accompagna gli aborti con i farmaci nello stato messicano di Nuevo León. “Le donne che possono permetterselo vanno negli Stati Uniti, poiché siamo vicine alla frontiera, oppure viaggiano fino alla capitale” spiega, e poi aggiunge: “abortiscono, ma poi quando tornano sono contro l’aborto”.

    Da gennaio Sandra ha notato l’emergere di un gruppo che si chiama ProLife Army: è parte delle reazioni prodotte dalla legge argentina, ma allo stesso tempo ci sono segnali positivi: per esempio l’attuale ministra federale degli interni, Olga Sánchez Cordero, ha risposto pubblicamente al presidente Manuel Lopez Obrador, che sul tema dell’aborto ha rimandato a una consulta cittadina, evidenziato che “i diritti vanno riconosciuti, non messi al voto”.

    Dal centro al sud del continente latinoamericano, le attiviste segnalano lo stigma sociale come uno dei principali ostacoli per la realizzazione di un aborto sicuro, sia chirurgico che farmacologico.

    In Cile, un’inchiesta recente “mostra il livello di approvazione all’aborto più alto della storia cilena” evidenzia Karina Nohales, che conclude: “uno dei maggiori contributi che ci è arrivato dall’Argentina è la depenalizzazione sociale dell’aborto, prima ancora che quella legale”.

    Le risponde da Buenos Aires Yanina Waldhorn, della Campagna che ha lavorato 15 anni per raggiungere la legalizzazione dell’aborto: “il messaggio che mando alle compagne nel resto dell’America Latina è che lottare serve. Non siamo ingenue, sappiamo che i settori pro-vita non mollano, ma i movimenti femministi stanno avanzando, i nostri reclami sono parte dell’agenda politica internazionale e sono condivisi: non abbiamo più frontiere”.

    Buenos Aires, 30 dicembre 2020 (Susanna De Guio)
  • LatinoAmericando: Haiti, un anno in più

    LatinoAmericando: Haiti, un anno in più

    25 febbraio 2021

    Ci occupiamo oggi delle imponenti manifestazioni in Haiti contro un presidente molto contestato che vorrebbe rimanere al potere per un altro anno. A spiegare la situazione Alessia Maso, dell’associazione Ponte, sull’isola dal 2011. Nella seconda pagina torniamo in Ecuador, dove in quattro carceri ci sono stati 79 morti. Si è, inoltre, deciso che sarà il liberista Guillermo Lasso a contendere, nel referendum di aprile, la presidenza ad Andrés Arau. Da Otavalo, vicino a Quito, il professore di diritto internazionale e diritti umani della Pontificia Universidad Católica del Ecuador, Daqui Lema.

     

  • Introdução ao dossiê – América Latina em seu labirinto: crise, restauração, resistência

    Introdução ao dossiê – América Latina em seu labirinto: crise, restauração, resistência
    Capa da revista

    The Latin American labyrinth. Crisis, restoration, resistance

    Por Daniele Benzi * e Alessandro Peregalli ** em Cadernos do Ceas. Revista crítica de humanidades

    The Latin American labyrinth. Crisis, restoration, resistance

    O labirinto latino-americano
    No romance O General em seu labirinto, Gabriel García Marquez relata os últimos meses de quem supostamente é considerado o libertador da América Latina: Simón Bolívar. Supostamente, dizemos, porque na época das independências o conceito de América Latina ainda não existia, tendo surgido meio século depois, para contrastar o panamericanismo estadunidense. Mas também porque o projeto glorioso de Unidade continental de Bolívar logo chocou com a realidade fragmentada e pouco gloriosa de uma coleção de republiquetas oligárquicas excludentes e sem identidade nacional, dependentes e racistas. O Brasil, por outro lado, como bem se sabe, naquela época vivenciou outra história. Para evitar o desmembramento, as elites cariocas conseguiram com êxito estabelecer uma solução bastante singular, aquela da emancipação de uma colônia que durante uns setenta anos viraria um Império monárquico e escravocrata bem implantado no meio das Américas republicanas, mas olhando para a África e a Europa e depois os EUA. Talvez seja por isso que até o presente os brasileiros não conseguem decidir se querem ou não ser latino-americanos. E, da mesma forma, que os povos da América Latina pouco saibam e muita desconfiança sintam ainda acerca desse gigante, aparentemente “cheio de bonomia”, chamado Brasil.
    O labirinto da América Latina começa assim com seu próprio nome. Pois ela não é um território cujos contornos geográficos, socioculturais e identitários sejam fixos e invariáveis. Nem muito menos homogêneos. Muito pelo contrário, América Latina sempre foi, e ainda é hoje, somente um projeto. E para alguns uma utopia. Como aquela de Eduardo Galeano, uma bússola para andar no labirinto de sua história, geografía e identidade heterogênea. Mas ela também é um enigma, de diferentes denominações e espaços desiguais. Além da América Latina há muitas outras definições sub-regionais, até chegar à noções evocativas como Pátria Grande, Nuestra América, Abya Ayala e Afro-América. Quantos projetos, utopias e enigmas encaixam nestes diferentes espaços e denominações? Nas últimas décadas, com a irrupção do chamado “ciclo progressista”, uma confusão adicional gerou-se entre o projeto latino-americano e a centralidade da América do Sul como espaço geopolítico percebido como autônomo (ver a contribuição de Baptista, Cruz e Klovrza neste dossiê). É uma visão problemática, da qual no entanto nosso dossiê não escapa. Como não escapa da perspetiva do nacionalismo metodológico, o caminho mais seguro de pensar no Estado-nação como a unidade de análise mais efetiva e pertinente para a pesquisa. Um caminho, porém, que não temos certeza de que seja o único ou sequer o melhor para avançar na compreensão e construção do projeto-utopia-enigma regional América Latina.
    Na última página do romance de García Marquez, um impossível Libertador, desacompanhado, doente, abalado, nada heroico, suspira: “Carajos! Como vou sair deste labirinto?”. Quase dois séculos depois, essa segue sendo a pergunta do projeto-utopia-enigma da região América Latina. O pensamento crítico latino-americano há cem anos reflete e luta para a América Latina sair do seu labirinto. Trabalhando nesta tradição, nós sugerimos que na longa duração se observam pelo menos três fios distintos, três padrões relativamente autônomos mas estruturalmente encadeados que produzem e reproduzem o labirinto latino-americano.
    O primeiro fio corresponde à posição da região na economia mundial a partir do longo século XVI, isto é, desde o nascimento do capitalismo como um sistema-mundo que paulatinamente se tornaria global. A inserção subordinada nele, desde a época da independência, iria configurando um padrão de dependência histórico-estrutural1. Ao longo de boa parte do século XX, a saída do labirinto, reformista ou revolucionária, civil ou militar, foi buscada no “desenvolvimento nacional”, em outras palavras, na industrialização, frequentemente mas nem sempre acompanhada de políticas externas mais autônomas dos poderes hegemônicos, e em parte na integração regional. As janelas revolucionárias abertas em diferentes países e conjunturas, desde Cuba ao Chile e à Nicarágua, por vezes desafiaram não só a ordem oligárquica, mas os próprios constrangimentos e contradições do nacional desenvolvimentismo. No entanto, a reação das classes dominantes e do imperialismo, com exceção de Cuba, terminaria impondo soluções conservadoras ou autoritárias, ou melhor, acabaria reestabelecendo, em formas sempre renovadas, os termos fundamentais do pacto neocolonial, na definição clássica de Halperin Donghi (2010[1969]), ou seja, da dependência histórico-estrutural.
    América Latina não sai ainda do labirinto do desenvolvimento, e enquanto alguns se esforçam obstinadamente em persegui-lo, outros lutam e resistem, de acordo com Quijano (2000), contra seu fantasma. “Carajos!”, suspiraria Simón Bolívar.
    O segundo fio do labirinto corresponde à natureza das relações dos Estados latino-americanos com as respectivas sociedades civis, em sentido gramsciano. Ainda que existam diferenças relevantes, quando consideramos a América Latina como uma região mundial numa perspectiva de longa duração, percebe-se a recorrência de uma espécie de padrão cíclico, ou pêndulo, entre formas híbridas destas relações de tipo oligárquico, nacional-populista e autoritário.
    Por este ângulo, as experiências de implantação da democracia política liberal na década de 1990 revelaram-se muito precárias e fracassaram, finalmente, devido à associação visceral com o neoliberalismo econômico e social, isto é, uma forma neoligárquica de governo antitética à democracia ainda que, dependendo do país, tenha apresentado avanços relativamente significativos em termos de direitos políticos e em menor grau civis. No entanto, a despeito dos disfarces de participação cidadã e multicultural, a ficção democrática neoliberal não pôde lidar com a desigualdade e a exclusão social, de gênero, étnica e racial primordial e persistente nas sociedades latino-americanas. Desta forma, nestas condições “a América é ingovernável para nós”, suspiraria novamente o libertador.
    O terceiro fio do nosso labirinto refere-se precisamente às relações sociais e intersubjetivas sob o padrão que na década de 1960 Pablo González Casanova (1968) teorizou como colonialismo interno, e logo foi ampliado por Aníbal Quijano (2014) na abrangente perspectiva da colonialidade do poder. Talvez Bolívar seria hesitante neste caso, ambíguo ou confuso. “Somos uma pequena raça humana”, disse alguma vez. Sem embargo, como a maioria dos homens brancos e mestiços, caudilhos e da elite, ele estaria secretamente preocupado em perder seus privilégios inatos de status, isto é, de linhagem, de cor e de macho.
    Em nossa opinião, a compreensão das interconexões, articulações e até determinações mútuas entre os três fios do labirinto latino-americano segue sendo o maior desafio do pensamento crítico regional no século XXI, especialmente no contexto atual de crise global do sistema mundial2. Ela poderia resultar útil para interpretar na longa duração a conjuntura de distintos países, como no caso das contribuições para esse dossiê, mas também para decifrar a América Latina como um todo, uma região mundial, um projeto, um enigma e uma utopia para sair do labirinto.

    Crise
    Perry Anderson (2016) escrevia pouco antes do impeachment de Dilma Rousseff que no início do século XXI a América do Sul “foi a única parte do mundo em que movimentos sociais rebeldes coexistiram com governos heterodoxos”. O historiador britânico qualificava a região como uma exceção global, “sem a pressão direta dos Estados Unidos, fortalecida pelo boom das commodities, e amparada em grandes reservas de tradição popular”. Porém, em 2016 essa exceção estava “chegando ao seu fim e sem nenhum sinal de mudança positiva no horizonte”. A crise, no subtítulo do dossiê, refere-se em boa medida àquela que um dos autores deste dossië tem definido “a onda progressista sul-americana” (Santos 2018). A política econômica e de inserção internacional destes governos frequentemente tem sido caracterizada de neodesenvolvimentista. Numa conjuntura de bonança e lucros extraordinários, agregou-se frações menores de grupos capitalistas nacionais e estrangeiros que operam na região, assim como sindicatos e várias camadas de setores médios e populares beneficiadas pelas políticas sociais. No entanto, conforme descrição de Armando Boito Jr. (2018) para o Brasil, o neodesenvolvimentismo realmente existente não foi além de reeditar algumas políticas desenvolvimentistas no contexto do capitalismo neoliberal financeirizado (ver também a contribuição de Santos ao dossiê). Aliás, embora postulasse uma retomada da industrialização, esta última não foi pensada em contraste à oligarquia exportadora e latifundiária, como aconteceu no caso do desenvolvimentismo da CEPAL, mas em aliança com ela, sendo de fato o agronegócio, e não a manufatura, o seu foco principal (Katz 2015, ver também ver a contribuição de Cavalcante ao dossië). Com efeito, excetuando a Venezuela bolivariana na época de Chávez, nenhum governo se afastou completamente do padrão neoliberal, seja pelas alianças feitas ou pela própria adesão a certos elementos programáticos do neoliberalismo. O caráter “pós-neoliberal” do progressismo, como mostrou Beatriz Stolowicz (2016), evidenciou uma ambigüidade substancial: entendeu-se o neoliberalismo a partir de uma concepção simplista, como monetarismo do laissez-faire, ou seja, unicamente como uma ideologia e uma política destrutiva e privatizadora. Não obstante, o neoliberalismo é também uma lógica, ou melhor, uma forma de governar cujo objetivo é a produção de uma nova ordem social, institucional e inter-subjetiva e não só econômica, enfim, uma nova “razão do mundo” nas palavras de Dardot e Laval (2016, ver também a contribuição de Santos e de Cruz e Pietzack ao dossiê). Além do mais, vários países da região, que não vivenciaram a chegada ao governo de forças políticas de esquerda, mantiveram o “modelo” praticamente intacto, o que resultou em dificuldades insuperáveis para a consolidação de políticas de integração e de um regionalismo realmente pós-liberal.
    O híbrido neodesenvolvimentista trouxe primeiramente um afastamento e em seguida um embate entre governos progressistas e movimentos sociais rebeldes, na caracterização de Perry Anderson. Referimo-nos em particular aos partidários do bem-viver – Sumak Kawsay e Suma Qamaña nas línguas quechua e aymara. Movimentos que denunciam o impasse civilizatório inerente ao dilema entre a necessidade de crescimento econômico e o imperativo humano e ecológico de proteger as minorias e a natureza contra o paradigma modernizador e de acumulação sem fim de capital. Destarte, a coexistência tensa virou guerra aberta no final do super ciclo das commodities. Quando o boom acabou, entre 2014 e
    2015, a maioria dos governos progressistas já tinha fracassado no projeto de reformar o padrão de acumulação neoliberal, em especial no caso daqueles países afetados pelo fenômeno do “rentismo” petroleiro ou de outros recursos (ver as contribuições ao dossiê de Sutherland; Alarcón e Peters; De Ambroggi). Enquanto isso, as elites dos EUA mostraram toda sua sede de vingança contra a rebelião no quintal dos fundos e uma preocupação crescente, não tanto pelo “fantasma da Gran Venezuela” (Terán 2014) ou pelo “reformismo fraco” do PT (Singer 2012), mas pelos interesses geoestratégicos e econômicos russos e chineses na região.
    No que se refere às relações entre Estado e sociedade, em geral compartilhamos a caracterização dos governos progressistas como a reiteração, no começo do século XXI, de alguma variante do nacional populismo de esquerda. O estilo de liderança, o discurso antioligárquico, a concepção das relações entre Estado e sociedade civil, particularmente no tocante ao mundo do trabalho e às camadas mais pobres, combina com essa tradição latino-americana (ver contribuição de Sutherland neste dossiê). No entanto, é importante salientar que, de acordo com a interpretação de Massimo Modonesi (2017), os projetos progressistas se tornaram também uma espécie de “revoluções passivas” de tipo gramsciano ou, para retomar Florestan Fernandes (1974), de tentativas de “revoluções dentro da ordem”. Converteram-se, em outras palavras, em projetos reformistas de cima para baixo (um reformismo radical talvez no caso da Venezuela), de reestabelecimento e gestão da ordem social após a crise da governabilidade neoliberal, objetivando a modernização do capitalismo regional a partir de uma maior participação do Estado na economia e na sociedade3. No entanto, na esteira da crise mundial de 2008, que golpearia severamente a região somente a partir de 2013, o que qualificamos de pêndulo oligárquico-populista-autoritário nas relações entre Estados e sociedade civil, começaria a tender ou ao autoritarismo (Venezuela, Bolívia, Equador e Nicaragua) ou à oligarquia (Argentina, Brasil e Uruguai), até mesmo no final do ciclo progressista. Outro aspecto importante é a arremetida retórica dos governos progressistas contra a colonialidade do poder. Na Venezuela, no Equador e na Bolívia o caráter não colonial do Estado foi constitucionalizado e afirmou-se a plurinacionalidade. No Brasil, a política de cotas procurou balizar a exclusão histórica de amplos setores da população afrodescendente. No entanto, o caso mais interessante talvez seja o da Bolívia, único país na região em que algumas frações das camadas majoritárias da sociedade quechua e aymara conquistaram o governo, isto é, se tornaram Estado (ver a contribuição de De Ambroggi ao dossiê). Todavia, em todos esses casos a crítica à colonialidade, aliás bastante limitada no tocante aos temas de gênero, foi acompanhada invariavelmente de um acalorado discurso modernizador para legitimar as políticas extrativistas e de despossessão contra os povos originários e afrodescendentes, com consequências ainda mais prejudiciais para a autonomia das mulheres (Svampa 2017). Neste sentido, é possível evidenciar uma defasagem considerável entre o discurso oficial contra a colonialidade, bem como as pretensões de descolonização ontológica e epistemológica disseminadas no âmbito acadêmico, e sua influência bastante modesta nas relações sociais da vida cotidiana, para além das reações cada vez mais hostis não só das elites mas também de importantes setores de classe média e também de camadas populares.

    Restauração
    Após uma década de prosperidade e estabilidade relativa, a América Latina foi abalada mais uma vez por graves reveses políticos e econômicos, golpes de Estado e crises institucionais. Depois da ilusória ordem progressista viria a restauração, como proclamaram os líderes e intelectuais orgânicos do progressismo, ou melhor, a desordem e o caos. De fato, se é possível falar de restauração, neste momento esta apresenta vários rostos e nenhuma direção, visível ou invisível, exceto nas teorias conspirativas. Seguindo a metáfora do labirinto, a restauração do padrão de acumulação e inserção regional na economia mundial tem a ver com o retorno de governos associados ao imperialismo estadunidense favoráveis ao modelo de globalização neoliberal. No entanto, não se trata de restauração de um padrão de acumulação que tinha sido transformado, mas de alianças geopolíticas e ideológicas e de estilos de exploração. A globalização neoliberal, contudo, entendida como o projeto de restabelecimento da hegemonia mundial dos EUA ameaçada na turbulenta década de 1970, estava já estancada desde o começo do século e, simbolicamente, acabou com a bancarrota de Lehman Brothers em 2008. A chegada de Donald Trump à Casa Branca imprimiu mais um giro à crise terminal da hegemonia estadunidense. Neste momento é difícil imaginar como o retorno do Partido Democrata poderia inverter a situação. É isso que não logrou compreender o governo de Macri na Argentina, que foi o protótipo clássico de restauração neoliberal, aliás levando novamente seu país à catástrofe nacional (ver a contribuição de Clemente ao dossiê). No entanto, embora as elites e vários governos latino-americanos estejam associados por convicção, e não simplesmente pela submissão, ao imperialismo estadunidense, as economias da região já estão ligadas de forma bastante profunda à China. Trata-se de uma ligação subordinada e dependente, sem dúvida, porém ela é distinta do padrão clássico de dependência colonial e neocolonial. A caracterização e análise crítica desse novo padrão provavelmente constitui o maior desafio para o renovado pensamento dependentista (Katz 2018, ver também a contribuição de Cruz e Pietzack ao dossiê). Mas também para refletir sobre as fissuras no padrão de dependência histórico-estrutural delineado por Quijano (2014) numa perspectiva histórica de longa duração. Entretanto, a maior inquietação no presente é a região se tornar uma zona de sacrifício e depredação no caótico contexto geopolítico multipolar e de rivalidades interimperialistas em curso. Isso marca uma diferença notável com a década de 1930, quando o desmoronamento da ordem mundial britânica abriu importantes oportunidades para a industrialização e a inclusão social em distintos países. O paradoxo é que tanto o governo de extrema direita no Brasil quanto o supostamente socialista da Venezuela são os que mais estão contribuindo para este pesadelo. Efetivamente, é paradoxal sugerir elementos comuns entre a situação atual do Brasil e aquela da Venezuela. No entanto, em ambos os casos tratam-se de governos militares ou ao menos legitimados e controlados diretamente pelo poder militar. Em ambos os países, durante o auge do ciclo progressista, se puseram em marcha e até tiveram certo êxito alguns projetos para eles se tornar referência e exemplos positivos de uma nova América Latina, através dos quais buscou-se exercer a liderança regional (ver a contribuição de Baptista, Cruz e Klovrza ao dossiê), enquanto hoje converteram-se, na verdade, em referências extremamente negativas em todo o mundo, severamente afetados, além da crise econômica, por perigosas dinâmicas de desinstitucionalização (ver as contribuições de Santos, Cavalcante e Sutherland neste dossiê). O filósofo Paulo Arantes (2020) assemelhou o papel do Estado atual ao crime organizado: um sujeito militarizado que ocupa um território, extrai recursos obrigando seus habitantes a pagar a proteção de um perigo que ele mesmo representa. No caso do governo brasileiro, esse papel está ligado diretamente à emergência mundial de uma ultradireita xenófoba e com traços neofascistas, desde Hungria até Filipinas, passando pelos Estados Unidos, a Turquia e a Índia. Porém, as opções mais extremas, pelo menos até o momento, não prosperaram na América Latina, como demostra o fracasso da consolidação do golpe na Bolívia. Em todo caso, não deixa de ser chamativo o recrudescimento dos traços da colonialidade na totalidade dos países da região, agora não só de forma disfarçada em práticas de despossessão supostamente em prol da “ordem” e do “progresso”, mas também no ressurgimento de um discurso racista e patriarcal explícito e violento. Outros Estados atravessam uma fase bastante confusa de desarticulação ou rearticulação. A crise de legitimidade de governos e sistemas políticos tornou-se mais aguda na Colômbia, Peru e Equador, alcançando no Chile o limiar de uma crise orgânica (ver a contribuição de De Guio e Peregalli ao dossiê). A inversão conservadora do Uruguai se contrapõe à instauração de um progressismo tardio no México e à reconstituição peronista na Argentina (ver as contribuições ao dossiê de Baráibar e Clemente). Se a situação é incerta, a possibilidade de recomposição de um progressismo de alcance regional em todo caso existe. A questão é se essa seria a única saída possível à esquerda.

    Resistência
    Tudo indica que depois da crise dos governos progressistas, em vez consolidarmos um cenário (geo)político regional de restauração, ainda que de cunho neoliberal, conservador ou mesmo com matizes neofascistas em alguns países, estamos diante de uma situação bastante caótica, de transição talvez mas de horizonte incerto, cujas características em comum entre os diferentes países condensam-se na grave crise econômica e social, acompanhada por governos cada vez mais deslegitimados e questionados em diferentes formas e perspectivas de resistência social. Alinhados à tendência global, desde meados de 2019 os protestos de massa irromperam novamente no cenário latino-americano, e foi atingido um limiar crítico após a eclosão de rebeliões e até insurreições em vários países da região. Também acompanhando a tendência mundial, esses levantes tiveram gatilhos diferentes caso por caso, desde uma resposta a medidas de austeridade até protestos de viés mais político. Em alguns casos, como no Haiti e em Honduras, colocaram-se no âmbito de rebeliões e crises de longo prazo, como resposta a uma sequência de fraudes e golpes de Estado e a processos neocoloniais de intensidade assustadora, que levaram esses países aos índices regionais máximos de repressão política e narco-paramilitar, miséria extrema e migrações em massa. Uma situação de crise política e social tem afetado desde final de 2019 tanto países ainda governados por governos de esquerda, como a Bolívia, como lugares que nunca foram atingidos pela onda progressista, como o Chile, a Colômbia e, nas horas em que escrevemos esse texto, o Peru, bem como países onde o progressismo tinha sido substituído de diversas maneiras por governos que passaram a aplicar políticas de austeridade semelhantes às dos anos 90, como no Equador e na Argentina, sendo essa última não atravessada por um levante social destituinte mas sim por um biênio de acúmulo de resistências populares que levaram a uma nova vitória eleitoral progressista (ver Clemente neste dossiê). A resposta dos governos, em todos os casos, alcançou níveis alarmantes de repressão e violações aos direitos humanos.
    A Bolívia é talvez o caso mais emblemático de uma situação onde crise, restauração e resistência se desenrolaram aceleradamente em menos de um ano, a partir da revolta heterogênea contra a reeleição do Evo Morales, passando por um golpe de Estado cívico- militar-policial, massacres de civis, um governo de transição que tentou permanecer no poder, desembocando, enfim, em uma nova resistência popular e a eleição de um novo governo do Movimento ao Socialismo (ver a contribuição de De Ambroggi neste dossiê). Uma reeleição que, entretanto, se configura como uma variante ao mesmo tempo aparentemente mais aberta à influência dos movimentos sociais e mais constrangida à moderação por uma
    situação de crise política, econômica e pandêmica inédita. No Equador, a virada conservadora já estava em curso desde o interior do próprio bloco progressista no poder, com o afastamento do herdeiro de Rafael Correa, Lenin Moreno, do já precário e contraditório sendeiro do seu antecessor (ver a contribuição de Alarcón e Peters ao dossiê). A eclosão social, neste caso, surgiu em resposta a um aumento do preço dos combustíveis, por sua vez decretado para atender ao compromisso feito pelo governo com o Fundo Monetário Internacional. O chamado estallido social foi protagonizado por camadas subproletárias urbanas, estudantes e pela CONAIE, e não derivou na reabilitação imediata das forças correistas, cuja ruptura com o movimento indígena está longe de se recompor, depois das políticas extrativistas e repressivas realizadas no período de Correa (Iza, Tapia e Madrid 2020).
    Embora nos países onde os governos de esquerda ou centroesquerda deixaram seu rastro a situação pareça se desenvolver de maneira profundamente contraditória, naqueles que ficaram afastados do chamado “ciclo progressista” a confrontação social parece mais linear, porém, não mais próxima de ser resolvida. É o caso da Colômbia, um país onde há muitas décadas a guerra tem se desenvolvido como forma “pura” de governo, mas que desde o ano passado vem sendo atravessada por uma eclosão social inédita, que tem desafiado o regime do medo imperante.
    E é o caso, sobretudo, do Chile, a referência reconhecida na região pela aplicação irrestrita e supostamente mais exitosa do modelo neoliberal. A rebelião neste país a partir do outubro de 2019 tornou-se um verdadeiro terremoto político, chegando a colocar na defensiva as classes dominantes mais sólidas do continente e a institucionalidade neoliberal no próprio arranjo constitucional. Apesar de ter irrompido de forma potente e imprevisível, a rebelião eclodiu após uma década de fortalecimento de múltiplas lutas, daquelas dos estudantes para um ensino público e gratuito às resistências territoriais contra o extrativismo, do movimento contra o sistema da previdência privado até as feministas e novos movimentos de trabalhadores, protagonistas de muitas greves ilegais apesar da cooptação
    sindical. A insurreição chilena tem conseguido desafiar e derrotar a constituição herdada do regime de Pinochet, mas não é claro até que ponto conseguirá transcender o novo processo constituinte desenhado pelo Parlamento e abrir perspectivas de superação do neoliberalismo real (ver a contribuição de De Guio e Peregalli neste dossiê).
    Esses cenários de rebelião estão nos apresentando uma heterogeneidade de lutas, demandas e questionamentos populares que atravessa com força todos os três elos do labirinto latino-americano. No entanto, quando comparamos a situação atual àquela de vinte anos atrás, as esquerdas parecem mais fragmentadas e seus posicionamentos contraditórios no que diz respeito às possíveis saídas desse labirinto. Ademais, como assinala Katz (2020), com a exceção dos movimentos feministas e ambientalistas, as mobilizações atuais não tem horizontes e agendas regionais nem globais. O internacionalismo do FSM do “outro mundo possível” caiu junto com a globalização neoliberal, provavelmente porque não soube ou pôde caminhar em conjunto com a conjuntura global iniciada em 2011 com a Primavera Árabe. O perigo atual é o desgaste num momento de oportunidades e renovadas energias. Como sempre, há expectativa e esperança de forjar, no calor das lutas e na política dos eventos, novas subjetividades, novas solidariedades, novas pulsões de vida e emancipação e novas formas de organização (Terán 2020). Porém, em um momento altamente volátil e contingente, a falta de transformação da raiva e esperança que está emergindo em um projeto político relativamente viável e renovado pode conduzir a uma rua do labirinto sem saída. “Aquele que serve a uma revolução ara o mar?”, lamentaria novamente o General.
    Enquanto isso, nos últimos meses o planeta inteiro foi atingido por uma pandemia que, antes mesmo de descarregar todos os seus efeitos em termos de vidas humanas, está submergindo o sistema-mundo capitalista em uma nova etapa da crise sistêmica. Isso está produzindo efeitos de aceleração de tendências já em curso, seja de súbitas mudanças de rumo. No curto e médio prazo, porém, não há indícios de mudanças de rumo na situação da América Latina no que diz respeito a sua posição no sistema-mundo. A região é a mais atingida pelos estragos da pandemia (ver a contribuições de Idárraga e Cunha e de Baráibar neste dossiê), e por uma crise econômica sem precedentes. No entanto, há uma aparente indisponibilidade das classes dominantes em fazer sequer as mínimas concessões na redistribuição da riqueza social, o que afasta as possibilidades de uma reedição da conciliação de classes mesmo se despontar um novo boom das matérias primas. A saída do labirinto latino-americano está, provavelmente, em outro lugar, e só o desenlace das lutas e rebeliões dos últimos meses nos dirá quais são as margens para imaginá-la, determiná-la e até mesmo inventá-la. Seria possível que tenhamos chegado ao momento de “crise terminal” do capitalismo do qual nos falou Immanuel Wallerstein [2013]2015, cujo desdobramento seria ou um novo pacto social mais justo ou um sistema de roubo e devastação social ainda mais atroz? Com certeza é hora de puxar o freio de mão quando a história nos empurra para o colapso, parafraseando Walter Benjamin.

    Notas

    • Daniele Benzi é Doutor em Ciência, Tecnologia e Sociedade pela Università della Calabria (UNICAL) e mestre em Estudos Latino-Americanos pela Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM). Professor visitante do Programa de Pós-Graduação em Relações Internacionais da Universidade Federal da Bahia. Foi professor da Benemerita Universidad Autónoma de Puebla (BUAP), da Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO-Equador), da Universidad Central del Ecuador (UCE) e da Universidad Andina Simón Bolívar (UASB sede Quito). Tem publicações em livros coletivos e revistas especializadas sobre regionalismo, processos políticos e pensamento crítico latino-americano a partir de uma abordagem de Economia Política Global.
      Autor do livro ALBA-TCP. Anatomia de la integración que no fue (UASB-Imago Mundi, 2017).
      ** Alessandro Peregalli é Doutor em Estudos Latino-Americanos pela Universidad Nacional Autónoma de México (UNAM) e Mestre em Ciências Históricas pela Università di Bologna (UNIBO). Foi professor de História Econômica pela Escuela Nacional de Antropología e Historia (ENAH), na Cidade do México, e é membro do Grupo de Trabalho “Territorios en disputa e r-existencia” do Conselho Latino-Americano de Ciências Sociais (CLACSO). Tem publicações em livros coletivos e revistas especializadas sobre infraestrutura logística, território e integração regional latino-americana a partir da perspetiva teórica dos chamados Critical Logistics Studies.

    1 Com dependência histórico-estrutural nos referimos à elaboração desse conceito na obra de Aníbal Quijano (2014).

    2 Tráta-se, em outras palavras, da continuação de uma orientação que foi paradigmática entre os autores clássicos da teoria social latino-americana. Da mesma forma, os três fios apontados correspondem, fundamentalmente, aos debates sugeridos por Maristella Svampa (2018).

    3 Neste sentido, ao contrário das interpretações à la Chantal Mouffe e Ernesto Laclau ([1987]2015.) sobre o populismo de esquerda, estamos interessados em enfatizar o caráter histórico-estrutural de certos padrões de recorrência nas experiências nacional-populistas latino-americanas. Efetivamente, à luz destas
    experiências, parece-nos bastante pertinente resgatar uma reflexão de Aníbal Quijano de 1993: “Cuando no hay otra manera de sortear la presión de los trabajadores y de todos los sectores dominados de la población contra la inequidad del reparto de los bienes sociales, los regímenes llamados ‘nacionalistas-populistas’ se han refugiado siempre en políticas de distribución de ingresos, sin poder o sin querer una redistribución del control de recursos económicos y de ciudadanía. Dadas esas condiciones, tales políticas han sido siempre, inevitablemente, artificiales y de corto alcance y duración. Pero, mucho peor, en todos los casos se ha
    revelado que resulta virtualmente impensable para las clases dominantes asentadas en la colonialidad y para sus alianzas imperialistas ceder a esa redistribución de ingresos, porque eso implicaría poner en cuestión las bases de ese poder. Por eso, todos los regímenes llamados ‘populistas’ han caído, sin excepción alguna, bajo
    los golpes militares sangrientos y represivos” (2014: 211 [1993]). Essa consideração de Quijano se aplica mutatis mutandis ao progressismo, com a notável diferença, porém, do desafio atual para caracterizar o fenômeno do neo-golpismo (Silva 2020; ver também neste dossiê as contribuições de Sutherland e Clemente).

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  • Samir Vive! L’erede di Zapata contro le grandi opere nel Messico di Obrador

    Samir Vive! L’erede di Zapata contro le grandi opere nel Messico di Obrador

    Di Gianpaolo Contestabile e Alessandro Peregalli, una versione ridotta è uscita su Il Manifesto 

    Lo scorso fine settimana il piccolo stato messicano del Morelos, a pochi chilometri a sud di città del Messico, è stato teatro di iniziative e mobilitazioni popolari e indigene. Venerdì 19 è stata realizzata una manifestazione nella capitale morelense Cuernavaca, sabato 20 una messa e una cerimonia nella comunità di Amilcingo, e domenica 21 si è tenuto l’”Incontro nazionale e internazionale per la vita, la difesa dell’acqua, contro il coronavirus e contro i mega-progetti” nel municipio di Huexa. Iniziative simili si sono svolte contemporaneamente più a sud, nei terreni recuperati e nei municipi autonomi zapatisti in Chiapas. La ragione di queste mobilitazioni è il secondo anniversario dell’omicidio, da parte dei paramilitari, del giovane attivista Samir Flores Soberanes.

    Il 20 febbraio 2021 sono passati due anni esatti dalla morte di Samir Flores volto e voce della radio di Amilcingo, un pueblo in lotta per difendere la propria autonomia politica, secondo gli usi e costumi Nahuatl, e promuovendo progetti comunitari come la brigata sanitaria e la scuola elementare autonoma. Samir lottava in una terra in cui è ancora viva la memoria del generale Emiliano Zapata, nato a Ciudad Ayala, a pochi chilometri da Amilcingo, e attivo in quelle terre durante la pagina gloriosa e tragica della Rivoluzione messicana, quando le comunità della zona diedero vita a un esperimento sociale di distribuzione delle terre e autogoverno che lo storico Adolfo Gilly denominò appunto la “Comune del Morelos”. Anche Samir Flores era un militante rivoluzionario, un leader sociale del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra e dell’Acqua degli stati di Morelos, Puebla e Tlaxcala (FPDTA), un’organizzazione che a sua volta fa parte del Congresso Nazionale Indigeno, di cui Samir era un delegato, lavorando quindi fianco a fianco con l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN). Prima che sorgesse l’alba del 20 febbraio 2019 Samir Flores veniva ucciso in un’imboscata, esattamente come era accaduto 100 anni prima al generale Zapata. Lasciando una vedova e quattro figli piccoli.

    Il FPDTA è nato per fermare una grande opera, il Progetto Integrale Morelos (PIM). Questo prevede la costruzione di un gasdotto di 160 km, due centrali termoelettriche, un acquedotto dedicato e una linea di trasmissione elettrica, oltre all’ampliamento di autostrade e infrastrutture logistiche nelle zone circostanti. L’obiettivo è garantire la fornitura elettrica giornaliera di 9 miliardi di litri di gas naturale per le maquiladoras di Toluca, Puebla e Cuernavaca e per le miniere di oro e altri metalli di Puebla e Morelos. Il progetto è stato annunciato per la prima volta nel 2012 dal segretario allo Sviluppo Economico del governo di Calderón, del Partito di Azione Nazionale (PAN), ma i lavori sono cominciati solo nel successivo governo di Peña Nieto, del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI).

    La costruzione delle centrali termoelettriche è stata data in concessione all’impresa spagnola Abengoa, mentre i 160 km di gasdotto, definito dagli attivisti locali “una bomba a orologeria” perché attraversa le pendici del vulcano attivo Popocatepetl, sono stati realizzati dalle spagnole Elecnor e Anagas e dall’italiana Bonatti. Quest’ultima è un global player di Parma che ha tra le altre cose in concessione la costruzione del tratto greco del gasdotto TAP, quello che trasporta gas dall’Azerbaijan al Salento, con enormi danni ambientali e per la salute, e che in passato ha visto alcune ditte subappaltatrici coinvolte in inchieste di mafia.

    Nel 2014, da leader dell’opposizione, Andrés Manuel López Obrador ha promesso in un comizio alle comunità Nahua di “difendere a tutti i costi i popoli” del Morelos e di contrastare il PIM, in quanto “il Messico non è un territorio di conquista, non stiamo qui per far sì che gli stranieri vengano ad appropriarsi di tutto”. Quattro anni più tardi, ormai divenuto presidente, è tornato sui suoi passi, di fronte alla possibilità di dover pagare le sanzioni e i risarcimenti imposti dai contratti preesistenti con le imprese costruttrici.

    Oggi il PIM è un perno della cosiddetta Quarta Trasformazione, il progetto politico promosso da López Obrador e dal suo partito progressista, il Movimento di Rigenerazione Nazionale (MORENA). Sebbene l’obiettivo di tale trasformazione, così chiamata perché seguirebbe le tre grandi trasformazioni precedenti, ossia l’Indipendenza, la Riforma di Benito Juarez e la stessa Revolución, sia imprimere una transizione verso una gestione più trasparente e democratica dello Stato e misure di ridistribuzione della ricchezza verso le classi popolari, dal punto di vista economico essa si fonda sulla creazione di corridoi logistici, zone economiche speciali e grandi progetti di infrastruttura, al costo di pesanti impatti sul modo di vita delle comunità locali, sull’ambiente e sulla qualità del lavoro. In questo senso si può leggere non solo il rilancio del PIM, ma anche progetti greenfield come il Tren Maya tra Chiapas e penisola dello Yucatán e il corridoio trans-istmico tra Oaxaca e Veracruz, il cui obiettivo è creare un’alternativa terrestre al canale di Panama per il commercio bioceanico intermodale.

    Il 10 febbraio 2019, dieci giorni prima della morte di Samir Flores, Obrador aveva annunciato la consultazione popolare per ufficializzare il consenso rispetto alla termoelettrica di Huexca, facente parte del PIM, la quale in realtà era già in fase di costruzione. Samir era stata una delle voci discordanti durante l’evento in cui era avvenuto l’annuncio e, secondo la moglie Liliana Velazquez, un giorno prima di essere ucciso aveva partecipato a un colloquio con un delegato del governo federale in cui aveva protestato contro le “bugie che stanno dicendo a proposito della termoelettrica e del PIM”. La sua morte è avvenuta il 20 febbraio per mano di sconosciuti che lo hanno freddato sparandogli alla testa sulla porta di casa, 3 giorni prima del plebiscito di Huexca. Nonostante il clima di violenze, minacce e lo stesso omicidio di Samir, le votazioni si sono tenute lo stesso, e non solo nelle località colpite dal progetto ma, in barba alla convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, in un territorio molto più ampio comprendente anche città vicine, come Cuautla, dove gli abitanti urbani hanno votato a favore della continuazione dei lavori. Ad appoggiare la lotta a Cuautla contro la costruzione del PIM c’è anche Jorge Zapata Gonzalez, nipote dello storico leader della rivoluzione messicana.

    Manifestazione e Città del Messico del Congreso Nacional Indigeno, 2019 (Gianpaolo Contestabile)

    Dopo due anni le indagini sulla morte di Samir sono ancora al punto di partenza e gli esecutori materiali così come i mandanti rimangono sconosciuti. L’esecuzione dell’attivista Nahua è diventata il simbolo delle contraddizioni delle politiche di Obrador e il segno di una continuità con i governi precedenti, incapaci di garantire l’incolumità degli attivisti. Samir Flores è diventato uno dei volti dei popoli che in Messico si battono in difesa della loro terra. Per questo i popoli riuniti nel Congresso Nazionale Indigeno, insieme alle comunità zapatiste, lo scorso anno hanno lanciato la campagna “Samir Vive” e hanno marciato nel centro della capitale installando il busto di pietra di Samir nella Piazza dello Zocalo, dove affaccia il palazzo governativo.

    La costruzione del PIM, nel frattempo, continua, nonostante i ricorsi delle comunità che rivendicano il diritto a decidere sui propri territori, e grazie all’azione repressiva della Guardia Nazionale, che lo scorso 23 novembre ha sgomberato il presidio che impediva la costruzione dell’ultimo tratto di gasdotto e l’attivazione della termoelettrica.

    Suonano oggi profetiche le parole pronunciate da Samir durante l’ultima intervista rilasciata pochi giorni prima della morte, alla rivista Piè de Pagina, dirigendosi proprio all’allora neo eletto presidente Obrador e al suo tentativo di delegittimare gli attivisti contrari al PIM: “Questo mi ricorda quegli anni in cui Madero prende il potere e dà le spalle al generale Zapata. Una volta preso il potere dice: lasciatemi lavorare, farò le cose secondo il mio giudizio”.

    Oggi la memoria di Zapata e di Samir rimane viva nelle lotte che si oppongono all’avanzata del modello estrattivista in tutto il Paese. Una delegazione del FPDTA di cui Samir faceva parte, viaggerà quest’estate in Europa insieme alla carovana zapatista, per tessere nuove alleanze e rivendicare la lotta di resistenza che nonostante la repressione dello Stato continua a lasciare semi di rivolta nella terra.

  • Pronunciamiento de la AMZ en ocasión del segundo aniversario del asesinato de Samir Flores Soberanes

    Pronunciamiento de la AMZ en ocasión del segundo aniversario del asesinato de Samir Flores Soberanes

    Por Alianza Magonista Zapatista (AMZ)

    Hace dos años, en la madrugada del 20 de febrero de 2019, tres balazos acabaron con la vida de Samir Flores Soberanes, 36 años, padre de 4 hij@s. Unos días antes este campesino de Amilcingo, militante de su Asamblea Resistente, fundador y radialista de la Radio Amiltzinko 100.7 e integrante del Frente de Pueblos en Defensa de Tierra y Agua de Morelos, Puebla y Tlaxcala, había encarado al presidente de la Republica Andrés Manuel López Obrador, quien – como todo político – en campaña electoral había prometido retirar el Proyecto de la Termoeléctrica de Huexca, para sucesivamente desmentirse apoyando definitivamente no solo la Termoeléctrica sino todo el Proyecto Integral Morelos (PIM). Las balas asesinas callaron su voz, pero su lucha, retomada por el Congreso Nacional Indígena y el EZLN, resonó en todo el mundo.

    Samir Flores fue así asesinado justo a 100 años del homicidio de Emiliano Zapata y en sus mismas tierras, su nombre se suma a la larga lista de activistas ambientales y luchador@s sociales masacrad@s en nuestro dolido país por defender la vida, la autonomía, la milpa, el trabajo colectivo, el monte, la comunidad.

    Nosotr@s integrantes del Colectivo Autónomo Magonista (CAMA), del Comité en Defesa de los Derechos Indígenas (CODEDI), de las Organizaciones Indias por los Derechos Humanos en Oaxaca (OIDHO) y el colectivo Nodo Solidario quienes juntos conformamos la Alianza Magonista Zapatista (AMZ), sentimos el dolor y la rabia que corren en nuestras venas porque también hemos llorado nuestr@s compañer@s, hemos visto su sangre derramada, sin recibir justicia jamás por el Estado que a menudo ha sido el mismo verdugo o mandatario.

    A dos años de la tragedia, recordamos con sonrisas, puños al cielo y mucha lucha a Samir Flores, mandando un abrazo a su familia y sus cercan@s, refrendando nuestro compromiso a buscar justicia y a construir la autonomía en nuestros territorios y espacios de vida. Seguiremos resistiendo ante las mineras, el PIM, el Corredor Transístmico, el Tren Maya y todos los demás proyectos neoliberales.

    Samir Flores Soberanes ya es semilla, que germina en los pasos que damos sobre esta tierra

    Desde Oaxaca de Magón, 20 de febrero de 2021, la Alianza Magonista Zapatista

  • In Cile si scrive una nuova Costituzione: un’opportunità storica e una grande sfida

    In Cile si scrive una nuova Costituzione: un’opportunità storica e una grande sfida
    Immagine in anteprima: Carlos Figueroa, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

    di Susanna De Guio e Alessandro Peregalli da Valigia Blu

    Il cammino del Cile verso una nuova Costituzione avanza a grandi passi. L’11 gennaio è scaduto il termine per presentare le candidature alla Convenzione che sarà eletta ad aprile e il dibattito è tornato ad accendersi: com’è composto lo scenario politico in vista del voto? Quali sono le sfide e gli ostacoli per realizzare quella trasformazione del paese che le piazze chiedono da più di un anno? Quali sono i temi centrali da mettere in discussione?

    L’Accordo e l’apruebo

    Oggi il Cile si appresta a redigere una nuova Costituzione che sostituirà quella scritta dalla dittatura di Pinochet nel 1980 e che ha contribuito finora a impedire qualunque possibilità di riforma in senso egualitario del sistema economico neoliberista. Una consapevolezza diffusa in buona parte della popolazione è che questo sia un risultato dell’insurrezione popolare che nell’ottobre 2019 ha scosso le fondamenta della politica e della società cilena. La forza e la radicalità di quella rottura, se non sono riuscite a far cadere il presidente Sebastián Piñera, hanno però permesso di raggiungere almeno un importante obiettivo: l’apertura di un processo costituente.

    Leggi anche >> La violazione dei diritti umani in Cile

    Non bisogna dimenticare che il prezzo pagato dai movimenti sociali, studenteschi e territoriali, dai sindacati e dai cittadini scesi in piazza nel corso della rivolta è altissimo: più di trenta morti, centinaia di feriti, oltre 400 lesioni agli occhi e circa 2500 detenuti ancora in attesa di una sentenza definitiva. Inoltre, l’Accordo per la Pace e la Giustizia Sociale firmato dai partiti del governo e dell’opposizione il 15 novembre del 2019, dove si definivano le regole del processo costituente, è stato profondamente criticato da parte degli attori coinvolti nelle proteste, molti dei quali oggi partecipano direttamente alla campagna per l’elezione dei costituenti. “L’Accordo è stato fatto per frenare la protesta, è stata una negoziazione a porte chiuse, totalmente slegata da ciò che stava accadendo nel Paese” spiega Pía Meza, che si presenta nel collegio 10, nel cuore di Santiago. La sua candidatura è stata promossa da un gruppo di assemblee autoconvocate e correrà in una lista insieme a rappresentanti del movimento per de-privatizzare il sistema pensionistico No+AFP, il Coordinamento Femminista 8M e il Movimento per l’Acqua e i Territori. “Avremmo voluto una vera assemblea costituente, e cercheremo il più possibile di renderla tale, quindi il legame con i territori sarà fondamentale”, sottolinea Meza.

    Altri movimenti e organizzazioni sociali non hanno aderito al processo elettorale e la loro visione critica ha fatto parte, durante tutto il 2020, dell’intenso dibattito intorno al referendum per approvare o rifiutare una nuova Costituzione, originariamente fissato per aprile e svoltosi infine il 25 ottobre a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla Covid-19. Nonostante le limitazioni imposte al processo costituente dalla classe politica, l’affluenza alle urne è stata alta e l’apruebo [ndr, il sì] ha trionfato con il 79% dei voti: un vero spartiacque nella crisi politica che il Cile sta attraversando.

    Le regole del gioco

    Uno dei principali limiti stabiliti dall’Accordo è l’obbligo di raggiungere i due terzi dei voti per approvare qualsiasi articolo della nuova Magna Carta, che probabilmente conferirà il potere di veto sulle questioni più sensibili alla vecchia classe politica, sia quella rappresentata dalla destra ora al potere, sia il centro-sinistra dell’ex Concertación, che ha governato in Cile per più di 20 degli ultimi 30 anni. In secondo luogo, la Convenzione non potrà discutere gli accordi internazionali già stretti dal Cile. Si tratta di una restrizione importante, poiché tra questi ci sono una trentina di trattati di libero scambio, firmati con decine di paesi, che legano fortemente l’economia cilena all’esportazione di materie prime e colpiscono i diritti dei lavoratori e l’ambiente.

    Seggi indigeni riservati

    “Quando è stato firmato l’Accordo noi non eravamo presenti nella trattativa, i popoli originari non erano priorità per l’élite politica” spiega Elisa Loncón, candidata mapuche e attivista per i diritti educativi e linguistici dei popoli originari. Il dibattito sui seggi riservati ai popoli indigeni e afro-discendenti è stato mantenuto in sospeso e rimandato fino a dicembre, lasciando poco tempo alle comunità per organizzare le loro candidature ed escludendo la popolazione afro, concentrata nel nord cileno. Alla fine sono stati riservati 17 seggi su 155 costituenti ai 10 popoli indigeni, che costituiscono il 12.8% della popolazione secondo l’ultimo censimento del 2017.

    Nella nuova Costituzione, secondo Loncón, sarà cruciale stabilire “la plurinazionalità e l’interculturalità, fondate sul diritto alla libera autodeterminazione dei popoli originari, che a sua volta si implementa con l’autonomia territoriale, dove possiamo definire e sviluppare il nostro modo di vita, la nostra lingua e la relazione con la natura e la spiritualità”.

    Correre come indipendente

    Riuscire a candidarsi è stata un’altra grande sfida che i rappresentanti della società civile non appartenenti a partiti politici hanno dovuto affrontare. L’alto numero di firme richieste per la candidatura degli indipendenti è stato ridotto solo a dicembre, su pressione di numerosi settori sociali che si vedevano impossibilitata la partecipazione.

    Nonostante il poco tempo a disposizione, alla chiusura delle candidature si è osservata una proliferazione di liste indipendenti, in alcuni casi coordinate su scala nazionale, in altri concentrate su territori specifici. Questo fenomeno è in parte dovuto alla delegittimazione che ha subito l’intero arco politico istituzionale durante le proteste, come confermano diversi sondaggi che mostrano un’intenzione di voto sbilanciata verso gli indipendenti (81% secondo Data Influye, 64% per Ipsos e Espacio Público). Inoltre, vi si può leggere una capacità di organizzazione della società civile che è ancora vitale nonostante i lunghi mesi di quarantena e le misure restrittive che hanno forzatamente svuotato le piazze cilene nel 2020.

    D’altro canto la frammentazione delle liste è un fattore di debolezza nel sistema elettorale cileno che, pur essendo proporzionale, divide il paese in collegi di dimensioni ridotte, dove risultano favoriti i candidati uniti in grandi coalizioni. Per questo motivo, la destra cilena ha formato una lista unica in cui i partiti attualmente al governo si sono alleati al Partito Repubblicano, di estrema destra. Al contrario, il campo progressista è più diviso: da una parte c’è il centro-sinistra tradizionale, con la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista e altri partiti minori uniti nella Lista Apruebo. Dall’altra c’è il blocco Apruebo Dignidad che riunisce il Frente Amplio, il Partito Comunista e altre forze politiche già unite nella campagna per l’approvazione del referendum. Infine, altri partiti appartenenti alla sinistra hanno deciso di correre da soli: l’Unione Patriottica, alleata con lo dello storico Movimento della Sinistra Rivoluzionaria (MIR), il Partito Umanista, la lista trotzkista del Partito Operaio Rivoluzionario, e il Partito Verde Ecologista.

    Oltre alla Convenzione Costituente, il prossimo 11 aprile i cittadini saranno chiamati a votare anche sindaci, consiglieri comunali e, per la prima volta, governatori regionali. La posta in gioco è alta e la somma dei quattro voti potrebbe creare non poca confusione, senza contare che i partiti hanno infrastrutture ed esperienza davanti alla campagna elettorale, che mancano del tutto agli indipendenti.

    La scommessa

    Al di là delle forme che ogni settore sociale ha scelto per intervenire nel processo costituente, è chiaro a tutti che l’obiettivo principale è modificare le strutture dello Stato per ridistribuire il potere e decentrarlo. Secondo Ignacio Achurra, attore teatrale e televisivo, sindacalista nel campo della cultura, che si presenta con Apruebo Dignidad, “abbiamo un sistema che concentra eccessivamente il potere nella figura presidenziale, è un retaggio culturale quasi monarchico, che deve essere smantellato per pensare a un altro sistema di governo”.

    Manuela Royo, avvocata con una lunga storia di difesa dei prigionieri politici mapuche e candidata per la stessa lista nella regione dell’Araucanía, intende “aprire spazi di partecipazione che siano deliberativi, dove il popolo, i cittadini, possano decidere quali leggi vogliono, come devono agire i loro rappresentanti, come deve essere distribuita la ricchezza. Vogliamo uno Stato solidale e non sussidiario, come è stato finora”. Royo rappresenta Modatima, movimento in difesa dell’ambiente, e sottolinea “come tema centrale la protezione della natura e dei beni comuni, primo fra tutti l’acqua, che dovrebbe essere considerata un diritto umano”.

    Un altro grande protagonista del processo costituente è stato fin dall’inizio il femminismo, asse trasversale di tutte le rivendicazioni emerse dalla rivolta. In quasi tutte le liste di indipendenti ci sono donne che provengono da spazi femministi, la parità di genere nella Convenzione è stata una conquista collettiva e le candidate stanno assumendo un ruolo di primo piano, cominciando anche a coordinarsi a livello nazionale per imporre nell’agenda costituente questioni chiave come i diritti sessuali e riproduttivi delle donne.

    Infine, in questa fase sarà centrale “non abbandonare la piazza”, come afferma Natalie Arriagada, del Movimento per una Casa con Dignità, che ha deciso in assemblea di sostenere la sua candidatura in una lista indipendente. “Per la prima volta abbiamo scelto di intervenire in un processo elettorale” spiega, però subito aggiunge: “È essenziale che il popolo rimanga attento e organizzato. Dobbiamo essere capaci di portare la deliberazione fuori dalla sala della Convenzione, nei territori, di denunciare i tentativi di minare il processo e di mobilitarci quando sia necessario”.

    Oltre la Costituente

    Una nuova Costituzione per il Cile significa liberarsi dell’eredità del pinochetismo e chiedere conto dei debiti accumulati dalla democrazia neoliberista e classista degli ultimi trent’anni. Ma per far sì che questo avvenga, e che il tutto non si trasformi in un’operazione gattopardesca, sarà fondamentale costruire meccanismi che vincolino la Convenzione alle organizzazioni e assemblee territoriali durante la redazione della nuova Carta Magna, testo che dovrà comunque essere ratificato da un plebiscito finale. La regola dei due terzi, d’altra parte, potrebbe anche determinare che in molti punti la Costituzione non sia risolutiva, e molti aspetti del cambiamento saranno lasciati in mano al gioco elettorale e all’azione di governo. Il terremoto sociale che ha attraversato il paese nell’ultimo anno e mezzo, in questo senso, difficilmente lascerà intatti gli equilibri politici precedenti. 

    Nel 2021 il Cile è chiamato a ridisegnare il suo scenario politico, non solo con una nuova Costituzione, ma anche rinnovando le cariche di sindaci, consiglieri e governatori; a novembre, inoltre, voterà per il seggio presidenziale, dove la battaglia è ancora del tutto aperta. La vecchia Concertación, che negli ultimi decenni non è stata capace di imprimere un cambio di rotta nelle politiche pubbliche, rimarrà probabilmente fuori dai giochi. L’estrema destra di stampo “bolsonarista”, che stava emergendo fortemente prima dei tumulti di ottobre grazie alla leadership di José Antonio Kast, sembra aver perso slancio di fronte a un cambio di egemonia culturale nella società che ha portato il malcontento verso forme di solidarietà sociale e di lotta di classe. È probabile quindi che la sfida presidenziale vedrà una polarizzazione tra l’attuale politico di punta della destra, Joaquín Lavín, che si sta rinnovando con posizioni di maggior apertura sociale e un opportunistico appoggio all’Apruebo nel plebiscito di ottobre, e il comunista Daniel Jadue, attuale sindaco di Recoleta, che i sondaggi danno come favorito nelle intenzioni di voto, nonostante un certo distacco storico tra il Partito Comunista e la maggior parte dei movimenti sociali cileni. La probabile resistenza di un regime in cui i militari occupano ancora un ruolo di fortissima tutela politica e le contraddizioni già evidenziate dalla parabola di molti governi progressisti in Sudamerica sono oggi incognite importanti che aleggiano sul futuro dell’estallido cileno.

  • Latinoamericando: Ecuador, il futuro in gioco

    Latinoamericando: Ecuador, il futuro in gioco

    di Gustavo Claros

    Nelle elezioni presidenziali di domenica scorsa in Ecuador, nessuno ha raggiunto il quorum richiesto, per cui si attende il ballottaggio dell’11 aprile. Ci colleghiamo con Quito per ascoltare il professore Davide Matrone e la sua presentazione dei candidati. La seconda pagina è dedicata a come il tema dell’aborto viene trattato in diversi paesi della regione, dopo l’approvazione nel parlamento argentino. Raccontiamo, infine, una triste storia di un femminicidio, avvenuto dopo 18 denunce per maltrattamento. Al microfono Giulia De Luca, giornalista free lance e voce di Radio3 Mondo.

  • Ecuador: un nuovo ciclo politico?

    Ecuador: un nuovo ciclo politico?

    di Decio Machado da Nueva Sociedad

    Commento di Daniele Benzi

    Traduzione di Alice Fanti, Alessandro Peregalli e Manuela Loi

    In un clima di incertezza dovuto al Covid-19, lo scorso 7 febbraio si sono celebrate le elezioni presidenziali in Ecuador. Contrariamente alle aspettative, l’affluenza alle urne è stata elevata e i risultati alquanto inattesi. Proponiamo un commento a caldo di Decio Machado pubblicato da Nueva Sociedad che ci offre un resoconto conciso ma impeccabile della situazione. In queste ore, tuttavia, lo spettro di possibili brogli da parte dell’autorità responsabile del processo elettorale per favorire il passaggio al secondo turno del candidato dell’oligarchia finanziaria Guillermo Lasso, a scapito del candidato del partito indigenista Pachakutic Yaku Pérez, contro il correista Andrés Arauz il prossimo 11 aprile, rendono l’atmosfera ancora più incerta e tesa della vigilia.

    Decio Machado è un sociologo, giornalista, consulente politico ed esperto in comunicazione che vive in Ecuador da molti anni. È cofondatore di diversi progetti editoriali alternativi tra cui la storica rivista spagnola Diagonal e più recentemente di Ecuador Today. Membro dell’Universidad Nómada del Sur, coordina seminari critici di geopolitica in America Latina. Insieme a Raúl Zibechi, nel 2016 ha pubblicato il libro Cambiar el mundo desde arriba. Los límites del progresismo. [Daniele Benzi]

    Il correismo, rappresentato da Andrés Arauz, ha vinto al primo turno delle elezioni ecuadoriane, ma non è riuscito a evitare il ballottaggio. Il conservatore Guillermo Lasso e il dirigente indigeno Yaku Pérez si stanno disputando, un voto alla volta, il passaggio al secondo turno dell’11 aprile. Sconfitto nella Sierra, dove i settori popolari sono più organizzati, e con il suo zoccolo duro elettorale nella Costa, Arauz parrebbe avere più possibilità di vittoria contro il “banchiere dell’Opus Dei” che contro il candidato di Pachakutik.

    Il 7 febbraio, l’Ecuador ha assistito a uno dei processi elettorali più inusuali della sua storia. Inusuale a causa della pandemia, inusuale perché si doveva scegliere tra sedici tandem elettorali per la Presidenza della Repubblica e inusuale anche per i costanti rumori di possibili brogli elettorali che hanno animato i social network nell’ultima settimana.

    I tre anni e otto mesi di governo di Lenín Moreno hanno lasciato il paese sfinito. Nel sentire generale della società ecuadoriana, c’è la speranza che questo periodo finisca quanto prima e che si consegnino i pieni poteri governativi al nuovo assegnatario. In parallelo, assistiamo a una silenziosa fuga dal paese di coloro che hanno preso le decisioni in questo stesso periodo: tra i vari, sia Richard Martínez, ex Ministro delle Finanze e artefice degli accordi con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), che María Paula Romo, ex Ministra del Governo e principale responsabile della repressione nelle manifestazioni dell’ottobre 2019, sono oggi residenti a Washington.

    L’Ecuador soffre del deterioramento generalizzato di pressoché tutti gli indicatori sociali, sia macro che microeconomici, e della credibilità delle istituzioni pubbliche. In un quadro nel quale il divario tra establishment politico e società è sempre più ampio, cresce in modo esponenziale la povertà, l’accattonaggio minorile, l’abbandono scolastico, i suicidi, l’indebitamento famigliare, l’insicurezza civica, il deterioramento del mercato del lavoro, la disoccupazione, l’indebitamento esterno e il discredito delle istituzioni. Nonostante questo processo fosse già in corso, le condizioni sono diventate drammatiche a causa dell’impatto della pandemia da COVID-19. Forse la conseguenza più brutale di tutto questo sono state le oltre 40.000 morti nel 2020, molto al di sopra della media dei decessi degli anni precedenti.

    È in questo contesto che le due principali tendenze politiche ad oggi esistenti nel paese hanno definito le proprie strategie elettorali. Da un lato, l’opzione correista guidata da Andrés Arauz – dato che a Rafael Correa era legalmente proibito candidarsi – che ha scelto come narrativa principale “il ritorno della speranza” nel paese o che invita “semplicemente a paragonare il precedente governo con quello attuale e pensare a quando stavamo meglio”. Dall’altro lato, il conservatorismo capeggiato da Guillermo Lasso – in coalizione con il Partito Sociale Cristiano (PSC) di Jaime Nebot – che cerca di sottolineare come Lenín Moreno sia stato in origine il candidato appoggiato da Rafael Correa e che rappresenti pertanto un simbolo della continuità. Tutto ciò nonostante la svolta verso posizioni politiche neoliberali dell’attuale governo si sostenesse proprio con l’appoggio dei gruppi parlamentari di Lasso e Nebot nell’Assemblea Nazionale. In sintesi, la sfaldatura politica elettorale si posizionava tra – a priori – le due grandi tendenze ideologiche del correismo contro l’anticorreismo, una polarizzazione che ha giovato a entrambe le tendenze.

    Senza polarizzazione

    In questo contesto, dei quattordici tandem presidenziali che accompagnavano le due principiali fazioni politiche in lotta, ce ne sono stati due in grado di imporre delle tendenze alternative. Da un lato, la candidatura social-liberale di Xavier Hervas sul fronte della Sinistra Democratica (ID), un partito in picchiata da molti anni e, dall’altro, il braccio politico del movimento indigeno, il movimento Pachakutik con Yaku Pérez come candidato, attivista ambientalista ed ex prefetto de Azuay.

    Mentre Hervas, giovane imprenditore dell’agribusiness, si è posizionato come il candidato outsider di questa contesa, rappresentando “il nuovo” con una strategia comunicativa molto creativa e spigliata che è riuscita a raggiungere target di giovani urbani e settori istruiti della classe media, Pérez ha capitalizzato il patrimonio delle manifestazioni dell’ottobre 2019 –episodio di lotta sociale brutalmente represso dagli apparati di sicurezza dello Stato– e della difesa della Pachamama, insieme al rifiuto per il correismo in diverse zone andine, grazie alla sua opposizione alle politiche estrattive e alla difesa dell’acqua. Grazie a ciò, il candidato indigeno è entrato in sintonia anche con i giovani, in questo caso con una sensibilità ambientale, e con settori urbani marginalizzati che, soprattutto a Quito, si sono mobilitati insieme ai gruppi indigeni. “Yaku è il popolo” è stato lo slogan costruito intorno alla figura del rappresentante indigeno durante la campagna.

    Queste strategie alternative si sono piano piano fatte spazio nella società ecuadoriana, arrivando a generare un nutrito e silenzioso aumento del consenso a alle nuove leadership. Tutto ciò mentre un “banchiere dell’Opus Dei e del feriado bancario [del 1999]” come Guillermo Lasso si contendeva la partita a un livello superiore con Andrés Arauz, il “candidato del bolivarianismo chavista appoggiato dai gruppi terroristi colombiani come le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale)”. Così si screditavano le une con le altre queste due fazioni politiche in competizione.

    Il correismo dovrà senza dubbio fare un aggiustamento di conti interno dopo questo primo turno. Ogni strategia elettorale parte da un’analisi del contesto. La realtà dimostra che la campagna di Arauz si è basata su dei sondaggi errati, insistendo negli ultimi quindici giorni sul fatto che avrebbero vinto al primo turno, risultato per il quale avevano bisogno di raggiungere il 40% ed ottenere dieci punti di differenza sul secondo candidato. E, di conseguenza, si sono posizionati pubblicamente con la solita arroganza che viene dal sentirsi vincitori in anticipo, senza fare cenni politici a nessun settore al di là della loro “tifoseria agguerrita”.

    Parallelamente, e tenendo conto che i messaggi all’elettorato costituiscono il 50% di una strategia elettorale, la campagna di Lasso non avrebbe potuto essere più confusa e disperatamente disorganizzata. Ha iniziato promettendo un milione di posti di lavoro e ha finito per impegnarsi a raddoppiare la sua proposta iniziale, aggiungendo solo nell’ultima settimana della campagna due delle sue principali promesse: vaccinare nove milioni di ecuadoriani nei primi cento giorni del suo governo e aumentare il salario minimo -che negli ultimi sette anni non ha smesso di considerare eccessivo- del 20%. Nessuna di queste proposte faceva parte del suo programma iniziale.

    Risultati e prospettive

    Mentre viene scritto questo articolo, il conteggio ufficiale indica che il maggior sostegno popolare in questo primo turno è andato al candidato correista. Arauz ha circa il 32% dei voti validi. Al secondo posto, Pérez e Lasso combattono voto a voto, entrambi con circa il 19% e con una differenza di pochi decimi, inizialmente a favore del candidato indigeno. Infine, al quarto posto ci sarebbe Hervas con un sorprendente 16%.

    Nonostante il conteggio sia molto avanti, circa il 14% delle schede presenta incongruenze, soprattutto nei seggi elettorali della costa, una regione nella quale Lasso ha più sostegno di Pérez. Qui apro una parentesi: sia il populismo progressista che quello conservatore hanno avuto storicamente più seguito nella regione costiera del paese rispetto ai territori della Sierra e dell’Amazzonia, caratterizzati da una maggiore presenza indigena, una maggiore densità organizzativa popolare e una cosmovisione più lontana dal clientelismo politico. In ogni caso, questo presuppone che alla fine Lasso potrebbe prevalere su Yaku Pérez e arrivare al secondo turno, l’alternativa indubbiamente preferita da parte del correismo, che cerca di presentare la contesa in base alla narrazione classica popolo contro oligarchia, cosa che non potrebbe fare con il rappresentante di Pachakutik.

    Le spade sono incrociate e il movimento indigeno rimane in allerta e in attesa. È molto probabile che vedremo forti mobilitazioni di questo settore in difesa del voto, il cui risultato è una pietra miliare storica senza precedenti nella politica ecuadoriana. Tuttavia, il conflitto interno all’indigenismo è assicurato se Lasso andrà al secondo turno l’11 aprile. Infatti Pérez, difficilmente inquadrabile in una visione ideologica classica nonostante provenga da una militanza giovanile maoista, ha sostenuto Guillermo Lasso al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017 contro la candidatura di Lenín Moreno, che in quel momento si pensava identificato con Correa. La sua giustificazione allora fu: “un banchiere è preferibile a una dittatura, che ci ha spogliato dei nostri territori, che ha dichiarato lo stato d’eccezione…”.

    Con Yaku Pérez al secondo turno e senza la necessità di dover negoziare con i settori conservatori -la maggior parte del voto non correista andrebbe a questa opzione senza bisogno di accordi politici, e lo stesso Lasso ha detto che voterebbe per lui– Arauz avrebbe più difficoltà ad aggiungere voti a quelli già ottenuti domenica scorsa. Allo stesso tempo, il maggior gruppo parlamentare sarà di tendenza correista, che probabilmente otterrà 49 seggi sui 137 dell’Assemblea Nazionale, cioè senza maggioranza assoluta. In un ipotetico governo Arauz il suo movimento non avrebbe la maggioranza, per cui dovrebbe negoziare con le altre due principali forze parlamentari: Pachakutik, con circa 27 seggi, e Sinistra Democratica con 18, entrambe tendenze politiche non conservatrici.

    In sintesi, le grandi sconfitte di questa domenica sono state la destra e le élite sociali ed economiche ecuadoriane. Ma allo stesso tempo, il popolo ha espresso il desiderio di rompere la dicotomia correismo/anticorreismo che ha marcato gli ultimi quattordici anni di politica nazionale. La società ecuadoriana esige una rigenerazione della sua leadership e della sua rappresentanza, così come un discorso politico differente per i prossimi anni.

    L’ipotesi di una vittoria di Lasso al secondo turno sembra poco probabile. Né i giovani, che sono la maggioranza degli elettori, né il mondo rurale si sentono identificati con questo candidato che partecipa alle elezioni presidenziali per la terza volta. Allo stesso tempo, la tendenza conservatrice con prevalenza nella regione della Costa, il PSC, ha ottenuto il peggior risultato della sua storia in molti di quelli che fino a questo momento erano considerati suoi feudi territoriali. Né Lasso né Nebot presentano il profilo per continuare a guidare la destra ecuadoriana.

    Allo stesso tempo è difficile immaginare una sopravvivenza del correismo senza la figura di Rafael Correa al potere o, almeno, occupando un incarico di rappresentanza popolare. Lo scenario più probabile è che il progressismo ecuadoriano entri in un processo di rinnovamento, forse guidato da Arauz -un giovane 36enne ex ministro di Correa-, più legato a posizioni ideologiche che all’elogio della figura del suo leader carismatico. Se ciò accadesse, genererebbe inevitabilmente forti tensioni interne, che in un modo o nell’altro sono già emerse durante l’attuale campagna. In quest’ultima, infatti, la questione della lealtà e del tradimento è stata sempre presente. In ogni caso, oggi Arauz dipende da Correa per vincere le elezioni, così come domani sarà Correa a dipendere da Arauz per risolvere i processi giudiziari ai quali è stato sottoposto, in molti casi in modo estremamente forzato, durante questi quasi quattro anni di residenza fuori dal paese. Ancora in attesa di vedere chi si disputerà il ballottaggio dell’11 aprile e quale sarà il risultato, il voto del 7 febbraio ha segnato probabilmente un punto di svolta nella storia recente dell’Ecuador. Assisteremo alla configurazione di una nuova cartografia politica nazionale nei prossimi due anni, una domanda sociale che è stata chiaramente espressa dal voto.

    Infine, resta da vedere come il movimento indigena si comporterà nei ruoli istituzionali. La sua storia recente, plasmata dalla rivolta dell’Inty Raymi del 1990, rivela che il suo potenziale ha più a che fare con il mondo dei movimenti sociali e dell’organizzazione comunitaria che con la rappresentanza elettorale. L’ultima volta che il Pachakutik ha partecipato come alleato di un governo nazionale, quello di Lucio Gutiérrez, è scivolato in una grave crisi dalla quale ha impiegato anni per riprendersi.

  • “No soltar la calle”. Intervista a Natalie Arriagada, candidata alla costituente cilena per i movimenti per il diritto all’abitare

    “No soltar la calle”. Intervista a Natalie Arriagada, candidata alla costituente cilena per i movimenti per il diritto all’abitare

    Di Alessandro Peregalli e Susanna De Guio

    Operatrice sociale di 33 anni, madre single, militante di lunga data del comitato di Maipú, municipio periferico di Santiago, del Movimiento de Pobladoras y Pobladores Vivienda Digna, un’organizzazione che porta avanti lotte per il diritto all’abitare, Natalie Arriagada Acosta è candidata al suffragio per la Convenzione Costituzionale del prossimo 11 aprile in Cile. Si presenta nel distretto 8 per la lista “Indipendenti e Movimenti Sociali dell’Apruebo”, una delle tante reti di movimenti e sindacati di base sorte negli ultimi mesi per portare le istanze sociali ad essere protagoniste della difficile transizione costituente. Il suo obiettivo dichiarato è no soltar la calle, cioè non abbandonare le piazze, ma portarle, attraverso una mobilitazione permanente, a affiancare, condizionare e incidere dal basso su tutto il processo di scrittura della nuova costituzione. Un processo che, non a caso, si debe solo alla tenacia, al coraggio, alla predisposizione alla lotta di un popolo che da più di un anno è in stato di vera e propria insurrezione, pagando oltretutto un costo umano altissimo, con più di 30 manifestanti uccisi dai Carabineros, centinaia di feriti, spesso con perdita degli occhi, e migliaia di prigionieri politici. Un processo che però è riuscito a creare una frattura profonda e irreversibile nel sistema di democrazia sequestrata e di neoliberismo radicale di cui il Cile è modello in tutto il mondo. Un processo che, infine, è comunque reso difficile da un’elite che non ha intenzione di concedere facilmente diritti sociali rivendicati da decenni, e che ha posto, attraverso l’Accordo per la Pace e la Giustizia Sociale del 15 novembre 2019 (firmato anche da partiti dell’opposizione e della coalizione di sinistra Frente Amplio), duri ostacoli alla scrittura di una nuova costituzione, come il principio dei ⅔ per approvare gli articoli, che darà potere di veto alla classe politica (ed economica) e il divieto di ridiscutere gli accordi intenazionali, tra cui una trentina di trattati di libero scambio. Limiti che solo una forte lotta popolare, insieme a una maggioranza nella Convenzione Costituzionale, potrà sperare di rompere e superare.

    Dicci due parole sul suo movimento “Movimiento de pobladoras y pobladores Vivienda Digna”.

    I bassi salari, l’alto indebitamento delle famiglie e il saccheggio immobiliare del suolo hanno prodotto nel nostro paese, come in molti altri, un alto deficit di alloggi e città profondamente segregate, con aree di primo mondo per i ricchi e ghetti per gli altri.

    La nostra organizzazione esiste per lottare per le nostre figlie, per i nostri anziani, per le nostre famiglie, per rivendicare il diritto a un alloggio dignitoso e a una città giusta per tutti coloro che la città la vivono e costruiscono ogni giorno, le lavoratrici e i lavoratori del nostro paese.

    Come è nata la decisione di candidarti?

    L’anno scorso, dopo averne discusso nelle nostre assemblee, abbiamo deciso di appoggiare l’opzione dell’Approvo – Convenzione Costituzionale e allo stesso tempo di mettere sul tavolo la nostra richiesta di Abitazioni Degne e di Città Giusta. È stata la prima volta nella nostra storia che abbiamo scelto di intervenire in un processo elettorale, ma la decisione non è stata così difficile da prendere poiché siamo stati parte attiva delle lotte che sono riuscite ad aprire questo momento costituente.

    Dopo la schiacciante vittoria nel plebiscito di ottobre, la nostra organizzazione ha discusso ancora una volta i passi da seguire. In quel momento eravamo d’accordo sulla necessità di mantenere una voce dei quartieri periferici nel dibattito, di promuovere l’unità, soprattutto programmatica, tra le forze sociali indipendenti dai partiti dell’ordine, e di tenere alta la lotta per non delegare il processo agli stessi di sempre. Su questa base, la nostra organizzazione ha deciso di proporre una candidatura propria, che oggi affronta le elezioni insieme ad altri movimenti sociali come il Collegio dei Docenti, la lotta per l’acqua pubblica, il movimento NO+AFP (un movimento contro l’oligopolio di fondi di pensione privati, che ha in mano le pensioni di tutti i lavoratori cileni, NdT), e altri.

    Quali sono gli obiettivi centrali che una nuova costituzione dovrebbe raggiungere?

    Penso che si possano riassumere in due assi centrali.

    Da un lato, vogliamo una costituzione che ponga le basi per superare il regime neoliberale che stiamo subendo da quattro decenni. Una nuova costituzione che sancisca un sistema economico basato sulla collaborazione e la solidarietà, che dia priorità al bene comune e all’interesse sociale, che permetta allo Stato di svolgere tutte le attività economiche che servono a questi obiettivi e che protegga le nostre risorse naturali per le generazioni presenti e future.

    E d’altra parte, vogliamo una costituzione pienamente democratica, libera da veti, da caste e dalla tutela pinochetista. Vogliamo una costituzione che promuova attivamente l’esercizio della sovranità popolare, che permetta le iniziative popolari di legge e la revoca dei mandati. Una costituzione che riduca la concentrazione del potere e promuova un effettivo decentramento territoriale, che riconosca e incorpori i processi democratici locali, valorizzi e rispetti la diversità e la pluralità culturale dei nostri popoli. Una Costituzione che garantisca e promuova uguale dignità e uguali diritti a tutte le persone, dall’infanzia alla vecchiaia, che salvaguardi l’autonomia sui nostri corpi e sulle nostre identità, che assicuri la piena uguaglianza di uomini e donne nella vita pubblica e privata e il pieno godimento di una vita libera dalla violenza patriarcale, coloniale o di qualsiasi altro tipo.

    Quale sarà la vostra strategia per raggiungere questi obiettivi, come porterete avanti la mobilitazione sociale in tempo di costituente? E come immagini la dialettica tra le mobilitazioni di piazza e la politica istituzionale, soprattutto considerando le trappole dell’Accordo del 15 novembre?

    Affinché questi principi siano effettivamente inclusi nella nuova costituzione, è essenziale che il popolo rimanga attento, vigile e organizzato intorno al processo costituente. Dobbiamo essere capaci di portare la deliberazione fuori dalle sale di riunione fino ai territori, di denunciare i tentativi di minare il processo e di mobilitarci quando è necessario. Il processo istituzionale è una possibilità per terminare questa lunga transizione che abbiamo vissuto, ma non è una chiusura della lotta popolare. Al contrario, apre un periodo di riconfigurazione in cui avremo bisogno più che mai dell’unità e della capacità di lotta dei movimenti sociali.

    Sembra che a marzo organizzerete un “viviendazo”, di cosa si tratta?

    Non tutto è processo costituente. In Cile, la crisi scatenata dalla pandemia è stata pagata da noi lavoratori e lavoratrici, con i nostri risparmi pensionistici e i nostri rimborsi per licenziamento.

    Uno dei fattori più gravi della crisi è relativo agli alloggi. In primo luogo, perché solo ora i ricchi hanno scoperto che noi poveri viviamo in condizioni di sovraffollamento, lontano dai nostri luoghi di lavoro precari e con reti di assistenza fragili o inesistenti e, quindi, le misure sanitarie come la quarantena o il distanziamento sociale sono francamente ridicole per la grande maggioranza della popolazione.

    In secondo luogo, perché la crisi ha spinto che lavorano nella povertà un numero enorme di lavoratori e lavoratrici, il che ha un impatto diretto sulla voce più costosa dei nostri bilanci familiari, cioè la casa. I prezzi degli affitti sono incontrollabili e i mutui inaccessibili in un paese dove la metà dei lavoratori guadagna meno dell’equivalente di 450 euro al mese. La politica di edilizia sociale del governo è come prosciugare il mare con un secchio e per di più, data l’assoluta mancanza di strumenti di gestione del territorio, ora hanno deciso addirittura di elargire sovvenzioni direttamente ai progetti immobiliari privati, proprio come fa il modello neoliberale in istruzione o sanità.

    Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Il numero di persone che vivono nelle baraccopoli è salito alle stelle. Così come gli accampamenti o le occupazioni di terre, dove sempre più famiglie sono costrette a vivere senza accesso all’acqua potabile o ai servizi igienici di base.

    Il “viviendazo” cercherà di gettare luce evidenza sull’importanza critica di questa realtà, che alla fin fine è un’ulteriore espressione della privatizzazione della crisi.

    Uno dei problemi che si pone è la dispersione delle liste presentate dall’opposizione e dalla sinistra in generale, soprattutto perché la legge elettorale tradizionalmente favorisce i grandi partiti: pensa che avere più liste di sinistra possa essere un elemento positivo (aumentare la partecipazione) o negativo (rafforzare la destra o l’ex Concertación)?

    La pluralità di alternative per il superamento del regime neoliberale è proprio una chiara espressione della totale illegittimità del sistema politico e in particolare dei partiti. È un ulteriore sintomo dell’esaurimento del tipo di democrazia che fu negoziato con la dittatura di Pinochet.

    Se questa realtà favorisca o meno una forza o un’altra, nessuno può prevederlo con certezza in questo momento. Ma se il plebiscito di ottobre ha chiarito una cosa, è che quando la nostra gente sente che in una votazione è in gioco la politica e non solo l’elezione dell’amministratore in carica, va a votare in massa. Siamo convinti che in aprile supereremo ancora una volta la partecipazione che si è avuta nel plebiscito e non c’è dubbio che in un modo o nell’altro lo schiacciante 80% dell’Approvo si esprimerà a favore delle forze del cambiamento.

    Come immagini che possa funzionare l’organo costituente? Cos’è necessario porre nel regolamento?

    Il nostro interesse principale è che il popolo sia il vero protagonista del processo costituente. Per questo, è essenziale che la Convenzione definisca meccanismi di funzionamento che promuovano la partecipazione popolare, adattandosi al contesto sanitario in cui ci troviamo. Per nessuna ragione accetteremo che la Convenzione funzioni come l’attuale Congresso, in cui dopo l’elezione nessuno ha più notizie dei candidati eletti. I suoi tempi e la sua forma devono rispettare la deliberazione popolare, la costruzione del consenso e la responsabilità. La Convenzione, le sue segreterie e le sue commissioni devono funzionare in modo pubblico, trasmettendo e diffondendo le delibere e gli accordi nella loro interezza attraverso un’adeguata piattaforma digitale, salvaguardando spazi e tempi di dibattito nei territori.

    Dici che una delle tue priorità è lottare per la “partecipazione e la deliberazione delle donne popolari”; quali orientamenti concreti porteresti alla Convenzione a questo proposito?

    Seguendo l’idea precedente, affinché la Convenzione esprima effettivamente la sovranità popolare e non finisca per essere un congresso di uomini bianchi come è stato nel corso della storia, dobbiamo essere in grado di assicurare le condizioni materiali minime affinché tutte e tutti noi possiamo partecipare. In questo modo, la Convenzione non dovrebbe solo rendere pubbliche alcune pagine web, ma dovrebbe promuovere attivamente degli orientamenti formativi prima dei dibattiti, garantire che alcune tappe del suo itinerario includano delle vacanze lavorative e, soprattutto, fare in modo che nessuno sia lasciato fuori perché sta facendo un lavoro di cura.

    Cosa significa aver raggiunto la parità di genere nella convenzione costituente e cosa implica concretamente?

    La parità di genere è un’altra conquista nella lotta secolare delle donne per il loro pieno riconoscimento come esseri umani. Rappresenta la correzione formale di un’ingiustizia materiale molto concreta che impone determinati ruoli e funzioni alle donne, escludendole dal processo decisionale e dalla vita pubblica.

    Per quanto riguarda la convenzione costituente, la parità obbliga che le liste siano integrate in proporzioni uguali di uomini e donne e assicura anche che il risultato dell’integrazione dopo il conteggio dei voti sia altrettanto equo.

    Tuttavia, la parità rimane una risposta formale. La partecipazione popolare e, in particolare, la partecipazione delle donne lavoratrici alla vita pubblica del paese è ancora lontana dall’essere garantita.

    Ci sono componenti del movimento femminista che criticano la partecipazione alla Convenzione Costituente? Qual è la relazione o il dialogo con questi settori?

    Non lo so. Ma credo di no. Il femminismo è un pilastro centrale di tutte le alternative al neoliberismo che vengono proposte in questo processo. E non solo è presente nei programmi ma, ovviamente, in praticamente tutte le liste di indipendenti e movimenti sociali ci sono candidature di compagne che provengono da spazi femministi o che promuovono il femminismo nelle loro organizzazioni, e la nostra non fa eccezione.

  • Diritti a Sunset Park, dove è la polizia a essere «Wanted»

    Diritti a Sunset Park, dove è la polizia a essere «Wanted»

    New York. Un’alba di pattuglia con gli attivisti di NYC ICE Wìatch, per impedire gli abusi dell’agenzia federale anti migranti irregolari, che nelle cosiddette «città santuario» non esita a operare sotto mentite spoglie per aggirare la legge. Una linea attiva 24 ore su 24 riceve segnalazioni, foto e video di elementi ritenuti «sospetti». Sempre pronto a intervenire, Chris confida nel fatto che essere bianco lo protegga. «Almeno lo spero»

    di Marco Dalla Stella, da ilManifesto del 27/01/2021

    Sono le 5 del mattino di un giovedì qualunque a Sunset Park, Brooklyn. Piove. Chris, un uomo alto e robusto, con una barba color rame che gli spunta da sotto la mascherina, è il primo ad arrivare. «Sei qui per la pattuglia?», chiede. «Sì», rispondo.

    Da lì a poco arrivano quattro uomini e una donna, tutti sulla ventina tranne uno, che sembra il capo. Parlano in inglese ma hanno origini messicane. Iniziano a darci istruzioni. «Cercate auto di produzione statunitense, con i finestrini oscurati», dice Jorge Muniz-Reyes, uno dei fondatori del gruppo. «Se notate qualcosa di strano, segnalatelo sulla chat del gruppo». Poi ci consegna un malloppo di volantini e mi aggiunge alla chat privata di Signal, un servizio di messaggistica istantanea criptato, considerato più sicuro dei suoi omologhi WhatsApp e Telegram. Osservo i volantini. Ci sono le foto di quattro uomini ripresi da una videocamera di sicurezza. Uno di loro ha un giubbotto con la scritta NYPD, l’acronimo della polizia di New York. Sopra l’immagine, la parola «Wanted», ricercato.

    (Così come altri attivisti presenti in questa storia, Chris ha chiesto di non pubblicare il suo cognome per timore di ritorsioni da parte della polizia).

    Le immagini stampate sui volantini sono state riprese verso le sette del mattino del 7 ottobre, quando sei uomini hanno provato a forzare l’ingresso in un edificio residenziale a Fort Greene, Brooklyn. Per circa due ore hanno battuto su porte e finestre – rompendone una – intimando alle persone all’interno di aprire.

    Alcuni residenti hanno affermato si trattasse di agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia di immigrazione statunitense, intenta a condurre un arresto. Alla fine, nessuno è stato arrestato e i presunti agenti se ne sono andati, lasciando terrorizzate le persone all’interno degli appartamenti.

    Secondo gli attivisti del gruppo Sunset Park ICE Watch, di cui fa parte Chris, si è trattato di agenti di ICE camuffati da poliziotti. Non sarebbe la prima volta. Nel corso degli anni l’Immigrant Defense Project, un’associazione di legali che monitora le attività di ICE sul territorio di New York, ha documentato diversi episodi in cui gli agenti di immigrazione hanno mentito riguardo la loro identità per condurre un arresto. «Per anni, ICE ha utilizzato strategie ingannevoli per detenere persone migranti, e mentre queste diventavano più consapevoli dei loro diritti, le strategie si sono evolute nei modi più spregevoli», si legge sul loro sito. Nel 2018, l’associazione ha ottenuto e reso pubblici documenti interni dell’agenzia che dimostrano come simili strategie siano parte integrante della formazione ricevuta dagli agenti.
    Il contesto legale in cui avvengono queste pratiche, conosciute come ruses, trabocchetti, è tuttavia controverso.

    «Si tratta di una questione irrisolta», mi ha spiegato Ghita Schwarz, avvocata presso il Center for Constitutional Rights, un’organizzazione di patrocinio legale senza scopo di lucro. Sulla base del Quarto Emendamento della Costituzione – quello che impedisce perquisizioni non giustificate – nei casi di diritto penale è possibile ottenere la revoca di prove ottenute in modo illecito. Questo però non avviene nei casi di immigrazione. «I tuoi diritti sono così ridotti nei casi di immigrazione che è quasi impossibile affrontare tali questioni», mi spiega Schwarz.
    Gli agenti di ICE raramente hanno un mandato di un giudice. Per entrare in una proprietà privata, hanno quindi bisogno del consenso dei proprietari. Ma il consenso può essere un concetto astratto. «Se ti bussano alla porta dicendo che sono della compagnia del gas, che c’è un’emergenza e devono assolutamente aprire, è da considerarsi consenso?», chiede retoricamente Schwarz.

    Ma ICE non ha mai ammesso l’utilizzo di simili strategie. «Sono tutte illazioni senza fondamento» – dice Marcus Johnson, il portavoce di ICE, al telefono -, agli agenti è proibito identificarsi come un soggetto diverso da ICE o dalla polizia, visto che sono sono agenti federali, e in nessun caso agenti del corpo di polizia di New York».

    Nello stato di New York ci sono circa 866 mila migranti irregolari, secondo una stima fatta dal Migration Policy Institute. Questi sono in gran parte localizzati a New York, dove contribuiscono all’economia cittadina principalmente in settori quali la gastronomia e l’edilizia. Più di un terzo proviene dal Messico e dall’America Centrale.

    New York è una delle cosiddette «città santuario» degli Stati Uniti, come vengono chiamate quelle città la cui giurisdizione impedisce o ostacola forme di cooperazione con l’agenzia di immigrazione. Per questo motivo la presenza di un giubbotto con la sigla della polizia locale durante un operativo di presunti agenti di ICE ha destato tanto stupore.

    Verso metà della nostra pattuglia, Chris butta un occhio al telefono. Le altre squadre di pattuglia, tutte composte da coppie, hanno iniziato a mandare messaggi di allarme.

    – «La polizia attiva da queste parti».
    – «Ho sentito anche alcune sirene».
    – «Credo di aver visto un agente sotto copertura».
    – «Tienici aggiornati porfa».

    Per ora non sembra esserci bisogno di noi. Dovesse confermarsi la presenza di ICE però, Chris è pronto a muoversi. Confida nel fatto che essere bianco e cittadino lo protegge da possibili abusi. «O almeno è quello che spero», mi dice ridendo. Io penso al mio visto da studente e mi chiedo se non sia il caso di lasciar perdere.

    Avevo conosciuto Chris circa due settimane prima, durante una formazione per ronde anti-ICE. Seduti in cerchio sul prato di Prospect Park, a Brooklyn, insieme a una quarantina di altri volontari siamo stati accolti dagli organizzatori di NYC ICE Watch, un neonato gruppo di attivisti il cui obiettivo è creare una rete di cittadini per impedire le deportazioni dei migranti irregolari.

    «La cosa più importante è familiarizzare con il quartiere», ha detto Andre, uno dei formatori, usando un megafono, «parlate con le persone. Imparate cosa è normale e cosa non lo è».

    Le istruzioni sono di pattugliare le strade tra le cinque e le sette del mattino, quando si verificano secondo gli attivisti la maggior parte delle operazioni contro i migranti irregolari. Se dovessimo notare qualcosa di insolito, abbiamo il compito di segnalarlo tramite una linea telefonica attiva 24 ore su 24, allegando foto e video degli elementi che consideriamo sospetti. A quel punto, se la presenza di ICE dovesse essere confermata un messaggio verrebbe inoltrato a più di 1,000 iscritti invitandoli a presentarsi nel luogo in cui sta avendo luogo l’operazione per filmare gli agenti e, possibilmente, impedire l’arresto delle persone migranti. «Gli renderemo la vita impossibile», mi ha detto Andre, riferendosi agli agenti dell’immigrazione.

    Una delle partecipanti al workshop, Sara, ha 50 anni ed è originaria di Pittsburg, mi ha spiegato che si è convinta a partecipare dopo aver visto il video del presunto raid di Fort Greene. »Stanno usando metodi sempre più ingannevoli. È inquietante».

    Ma riconoscere un raid di ICE non è sempre facile. Il 21 ottobre la polizia ha arrestato un attivista, Brian Garita, 27 anni, che aveva cercato di impedire un arresto mettendosi di fronte all’auto degli agenti, impedendone la manovra. Al telefono, mi ha spiegato che gli agenti avevano rifiutato di identificarsi e aveva quindi pensato si trattasse dell’immigrazione. Invece, poco dopo, ha scoperto che si trattava di agenti della U.S. Postal Inspection Service che stavano arrestando un uomo accusato di traffico di stupefacenti. «Noi facciamo le pattuglie unicamente contro ICE – mi ha detto Garita -, non vogliamo ostacolare altre agenzie, soltanto ICE, perché utilizza strategie aggressive e ingiuste».

    Garita, Chris e gli altri attivisti non sono gli unici ad essere preoccupati dalla scarsa trasparenza delle operazioni di ICE. Il 9 ottobre scorso, due giorni dopo i fatti di Fort Greene, il sindaco di New York, Bill de Blasio, ha inviato una lettera al direttore di ICE, Tony H. Pham, esprimendo preoccupazione per la tendenza dell’agenzia ad arrestare migranti con l’inganno. «Queste attività compromettono la volontà e la serenità della comunità migrante nell’interagire con la polizia».

    ICE ha risposto lamentandosi della scarsa cooperazione della polizia locale, e annunciando la conclusione di un’operazione che ha portato all’arresto di 54 persone nell’area metropolitana di New York di cui, secondo quanto riportato, almeno l’80% con precedenti penali e condanne pendenti.

    La pattuglia si conclude alle sette del mattino, puntuale. «Stasera è stata piuttosto tranquilla», mi dice Chris prima di andare a casa per preparare le sue due figlie, accompagnarle a scuola e spostarsi a Manhattan dove lavora. Io mi trattengo a un Dunkin’ Donuts, sorseggiando un pessimo caffè. Un paio di ore dopo il telefono vibra, è un messaggio di Chris. «Domani, 5 am, stesso posto».