Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

La peggiore della storia
Il bilancio provvisorio dei danni del sisma del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, la capitale d’Haiti, e le città limitrofe è quello della più grande catastrofe della storia moderna: i danni all’infrastruttura sono stimati in 14 miliardi di dollari, i morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie e quindi s’è azzardata la cifra realista di 300mila morti), sono 230 000, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 i feriti; 559 i dispersi; 1 milione e mezzo le persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila i senza tetto; 509 202 gli sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi mentre la piaga delle zanzare e la stagione delle piogge sono le maggiori minacce per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni.
Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Il Venezuela, da anni presente sull’isola con progetti di cooperazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ha incrementato il suo contingente di protezione civile già dal 13 gennaio, ha condonato il debito haitiano con Petrocaribe e gestisce gli aiuti in varie tendopoli (Video Intervista Capo Missione Venezuela-3 parti).
Mentre il presidente haitiano Renè Preval si trovava in Messico per assistere al Vertice per l’Unità dell’America Latina e dei Caraibi, un sistema di alleanze regionali che si dovrebbe contrapporre all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) controllata dagli USA, è stata fissata la data del 31 marzo in cui l’Onu e i paesi donatori discuteranno i piani per la ricostruzione di Haiti. L’Unione Europea ha annunciato un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione: si parla di decentramento amministrativo, di rifondazione dello stato e ricostruzione del paese, si promette la cancellazione del debito estero anche se non si dice che potrebbe venire prontamente rimpiazzato da nuovi debiti accesi per la ricostruzione e la cooperazione internazionale…

Sfilate di stelle cadenti e politica internazionale
Il trentasettenne rapper Wyclef Jean, ex membro del gruppo Fugees residente negli Stati Uniti, ha ricevuto il 26 febbraio scorso un premio dell’associazione NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) come riconoscimento dei suoi sforzi umanitari in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio. Il musicista ha la nazionalità haitiana ed è stato il primo tra le “star” a livello mondiale a visitare Port au Prince dopo la catastrofe, seguito poi dall’attore Sean Penn, patrocinatore del CRS (Catholic Relief Service), un’agenzia che sta gestendo gli aiuti in molte tendopoli in cui s’è insidiato l’esercito americano, da Angelina Jolie, come rappresentante dell’UNICEF, e da John Travolta che ha portato il sacro verbo e la solidarietà di Scientology in terra caraibica. George Clooney s’è invece limitato a un multimilionario Telethon per la raccolta fondi mentre gli ex presidenti Bill Clinton e G. W. Bush (non è uno scherzo) si sono associati per la creazione di un fondo speciale promosso su questo sito www.clintonbushhaitifund.org e in televisione. Sono tutti dei filantropi?
Nonostante siano in qualche modo apprezzabili gli sforzi degli uomini politici e di spettacolo oltre che delle agenzie, delle ONG e delle numerose chiese cristiane e cattoliche che operano ad Haiti per raccogliere fondi, non ci si può dimenticare di alcune considerazioni circa gli interessi e le intenzioni nascoste di questo tipo di solidarietà. Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, tradizionalmente gli USA, il Canada e la Francia che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata a delle politiche specifiche, a delle preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.

Dalla USAID a Sarkozy
Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), molto presente anche ad Haiti con gli aiuti del terremoto, subordina da sempre i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste e reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. L’anno scorso il governo del Distrito Federal, la capitale del Messico, ha perso i contributi della USAID proprio perché è stato legalizzata la libertà di decisione delle donne in tema di aborto.
Delmas.jpgTorniamo ad Haiti. In febbraio le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, dei coniugi Clinton a più riprese e infine quella di Sarkozy, primo presidente francese in visita nella storia indipendente di Haiti, sottolineano come, oltre al Brasile, anche la Francia, gli USA e il Canada vogliano mantenere forme di controllo-aiuto sul paese. Sono i primi interessati ad evitare l’ingerenza russa, cinese e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo), probabilmente abbondanti nelle acque haitiane, e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori (già oltre un milione di haitiani vivono negli USA contro 9 milioni e mezzo in patria).
Il presidente francese è stato ad Haiti in una visita lampo di 5 ore lo scorso 17 febbraio e ha presentato un pacchetto di aiuti da 326 milioni di euro sottolineando che Haiti non ha bisogno di tutele esterne, in allusione alla presenza militare americana e alle ipotesi di un “protettorato” per Haiti, e che il progetto di ricostruzione del paese sarà tutto haitiano. Ecco, magari invece le imprese, i materiali, i futuri debiti esteri, i capitali, le lobby politiche, i giacimenti minerari e i nuovi mercati saranno anche un po’ più francesi di prima, oltre che americani e canadesi. Suonerà sarcastico ma il prode Nicolas ha addirittura ringraziato Haiti perché grazie all’ex colonia caraibica “il francese è potuto diventare la seconda lingua ufficiale delle Nazioni Unite”, “bella soddisfazione!” dirà la maggioranza degli haitiani che parla il creolo.

Gli USA e le agenzie, un po’ di storia e colpi di stato
Un esempio interessante di cosa intendo per “elementi ideologici e discrezionali” è rappresentato dal caso di Wyclef Jean e della sua fondazione Yelè Haiti che dal 2005 raccoglie fondi per borse di studio, progetti ambientali, sportivi e artistici per il paese caraibico. Suo zio, Raymond Joseph, è uno degli uomini dell’establishment d’Haiti a Washington e nel marzo 2004 fu nominato ambasciatore di quel paese negli USA dal duo repressore formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue.
Come dichiarato in un’intervista da Tom Luce, presidente dell’Ong statunitense Hurah-inc attiva da molti anni ad Haiti con progetti di cooperazione e protezione della popolazione in collaborazione con Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti), questi arrivarono al potere spodestando il presidente legittimo Jean-Bertrande Aristide dopo la sua deportazione nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. L’operazione venne messa in atto da agenti della CIA e propiziata da mesi di destabilizzazione e crisi provocata da bande di paramilitari e da vari elementi d’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, in particolare della Francia di Chirac e Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni), ed il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che è in realtà un’agenzia reazionaria ed etero diretta che ha ricevuto finanziamenti anche dalla Commissione Europea.
Che successe in realtà durante il golpe del 2004?
Una versione storica di quelle caotiche settimane sostiene che Aristide si sia dimesso in seguito a una crisi istituzionale e si sia quindi dichiarato impotente di fronte a una serie di “rivolte popolari”. Queste ribellioni erano in realtà provocate da squadroni armati dall’opposizione con metodi terroristici e illegali perciò lo stesso ex mandatario haitiano ha sempre negato la versione ufficiale (o statunitense) della vicenda. Alcuni periti traduttori negli Stati Uniti hanno confermato che il testo originale della presunta lettera di dimissioni scritta in creolo dall’ex presidente non costituiva affatto una rinuncia all’incarico.
Sempre a detta di Luce e secondo gli articoli del giornalista americano Kevin Pina, anche l’IRI (International Republican Institute), un’emanazione del governo statunitense creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di insegnare la democrazia nel resto del mondo e finanziata con denaro pubblico prelevato ogni anno dalle tasche dei tax payers USA, ha realizzato sistematicamente quest’opera di sovvertimento dell’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI legata al partito democratico statunitense è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è stato invece ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambi sono finanziati all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

…e lo zio di Wyclef è ancora lì
Dunque nel biennio 2003-2004 l’IRI utilizzò fondi dell’agenzia nordamericana USAID, organizzazione presente in quasi tutta l’America Latina e oggi ampiamente coinvolta nella raccolta e gestione degli aiuti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, per corrompere parlamentari e fornire armi a circa 600 ribelli che si organizzarono in squadroni della morte al comando di Guy Philippe, ex capo della polizia della seconda città di Haiti, Cap-Haitien, e dell’ex sergente golpista dell’esercito Louis-Jodel Chamblain. Questi criminali di guerra sono stati in seguito presentati come dei freedom fighters (lottatori per la libertà) agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla propaganda ufficiale dell’epoca post Aristide.Gringos.jpgMalgrado i milioni e milioni di dollari spesi per la “promozione delle democrazia” e dei candidati pro-yankee con strategie tipiche della guerra fredda e una costante violenza politica, questi sforzi finanziari, mediatici e militari non hanno dato i loro frutti visto che nessun candidato della destra reazionaria ha potuto ottenere consensi generalizzati ad Haiti e la gente continua in massa a sostenere Aristide e non crede alle versioni adulterate della storia del secondo colpo di stato perpetrato ai suoi danni. Lo stesso Guy Philippe si candidò nel 2006 ed ebbe solo l’1% dei suffragi, cosa che rivelò lo scarsissimo consenso e anzi il ribrezzo che la sua figura suscitava nella popolazione che lo identifica tuttora come un mercenario, paramilitare e narcotrafficante.
Dopo tutti questi anni così turbolenti l’ambasciatore Raymond Joseph, il personaggio con cui ho aperto questa parentesi storica, venne comunque riconfermato a Washington da Renè Preval, l’attuale capo di Stato haitiano poco propenso ai cambiamenti sgraditi all’elite.

Wyclef Jean, l’istruzione e la solidarietà tronca
Ma torniamo ancora alle stelle cadenti della solidarietà. Per poter chiudere l’esempio sulla fondazione di Wyclef Jean bisogna prima sottolineare che il 95% delle scuole haitiane prevede il pagamento di tasse d’iscrizione e il sistema scolastico nel suo complesso è dominato pesantemente dalle istituzioni private e confessionali, dalle Ong e dai piccoli imprenditori dell’educazione a pagamento, con le relative esclusioni dal diritto universale allo studio che ne derivano e che hanno contribuito insieme ad altri fattori economici e sociali a una situazione insostenibile: alti tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i 5 anni e uno su 14 prima dell’anno di vita, la speranza di vita è di soli 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetismo della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano un’istituzione educativa non supera il 50%, Oltre 500mila bambini in età scolastica non sono mai entrati in una scuola (Rapporto Clacso-Rebelion sull’Educazione). La Unesco ha stabilito che almeno la metà delle 15mila scuole elementari e medie del paese sono state danneggiate severamente o distrutte e così anche il ministero della pubblica istruzione e le altre sedi dei poteri statali. Messe.jpg
Soprattutto per le ragazze dei quartieri poveri (ma non solo) è molto difficile concludere gli studi a livello secondario inferiore e superiore dati i costi delle istituzioni scolastiche private e il regime escludente che le governa, oltre al fatto che il sistema sociale e culturale prevalente è ancora legato alla tradizione cattolica conservatrice, a una vera e propria abitudine alla dipendenza materiale e spirituale della popolazione dal benefattore di turno o dalla volontà divina vista come fatalità o destino predeterminato. Tra gli altri, questi fattori spingono le donne ad essere relegate ai soli ruoli di casalinghe e madri, regolarmente abbandonate dai rispettivi mariti dopo pochi anni di convivenza e procreazione. Quindi tra un figlio e un altro, tra un uragano devastante e un terremoto, le possibilità concrete di uno sviluppo umano, lavorativo e sociale sono ridottissime per le donne che gestiscono giorno per giorno l’economia e la vita domestiche in uno stato endemico d’emergenza e privazione. Le donne sole a capo di una famiglia numerosa sono la normalità a Porto Principe.
Le borse di studio concesse con le donazioni in favore della fondazione Yelè vengono promosse al pubblico come strumenti importantissimi che beneficiano ogni anno migliaia di bambini, ma questa è solo una parte della verità. Infatti, come informa Tom Luce in un’intervista, il godimento di queste elargizioni è ristretto solo alcune istituzioni private religiose e non è fruibile dai singoli individui richiedenti, quindi è inutile cercare di intervenire e segnalare i casi delle famiglie e dei bambini veramente più bisognosi, dato che questi non vengono nemmeno considerati dagli uffici e dagli operatori preposti in loco i quali adottano piuttosto un modus operandi burocratico e ostacolante.

Fine della prima parte (1/3)

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMexFoto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiaction.net/
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/

http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
Lamericalatina.Net

2 risposte a “Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

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