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  • MESSICO, TLATELOLCO. 2 OTTOBRE 1968, NON SI DIMENTICA !

    Studenti, attivisti e membri di numerose organizzazioni della società civile hanno manifestato nel pomeriggio del 2 ottobre scorso per commemorare i 39 anni della strage di Piazza Tlatelolco nella quale, a seguito di un’operazione militare partita alle 18.10, morirono oltre 300 persone (fino a 500 secondo fonti extra-ufficiali) che si erano radunate per discutere di democrazia, libertà politiche e strategie di lotta contro l’autoritarismo del regime fondato sul Partido Revolucionario Insitucional (PRI). Il 1968 era anche l’anno delle Olimpiadi nelle quali il Messico avrebbe mostrato al mondo i simboli della modernità che, finalmente, sembrava aver raggiunto la terra azteca in un contesto di presunta democrazia e sviluppo generalizzato. Il 2 1968 ottobre segnò profondamente la politica e la società messicana infliggendo un duro colpo al movimento studentesco, centrato soprattutto sull’attivismo degli studenti della UNAM (Universidad Nacional Autonoma de Mexico, una delle più grandi e prestigiose del mondo) e del Politecnico che rivendicavano un’apertura democratica.
    Ciononostante, anche il regime messicano a partito “egemonico” e “pragmatico”, come lo ha definito il politologo Giovanni Sartori, cominciò da quel momento un lento declino che condusse ad una degenerazione costante del modello economico e sociale, basato sul corporativismo e la retorica populista, con un ricorso sempre più drastico alla repressione ed alla “guerra sporca” o di “bassa intensità” contro qualsiasi manifestazione del dissenso.
    Il 10 giugno del 1971 si consumò l’ultimo atto di una lotta degli apparati dello Stato contro i tentativi di rinascita del movimento studentesco, in realtà già ferito a morte dopo il 1968, con la programmazione da parte degli apparati di polizia di un’azione d’infiltrazione di provocatori in una manifestazione pacifica. L’operazione, compiuta da parte di corpi speciali chiamati “Falchi” – Halcones – servì per giustificare il subitaneo interevento della polizia e la dispersione dei manifestanti, lasciando sul campo 120 morti civili (c’è un documentario recensito su http://www.jornada.unam.mx/2006/06/04/005n1pol.php ed anche le rivelazioni e fotografie pubblicate su http://www.jornada.unam.mx/2006/06/04/003n1pol.php).
    Dopo quei tragici accadimenti, si seguì la strategia del sequestro di persona (desapariciòn), dell’infiltrazione, della violazione dei diritti umani e dell’uccisione degli oppositori politici che non riuscirono ad articolare risposte di massa coerenti e non si costituirono più come un movimento sociale capace di minacciare le strutture di potere almeno fino al 1986-87, anno del primo ritorno in auge dell’attivismo politico studentesco con lo sciopero nella UNAM.
    Questa politica, documentata ottimamente dall’agenzia speciale creata ad hoc nel 2002 dal governo di Vicente Fox e chiusa recentemente dopo la pubblicazione del suo primo rapporto integrale sui crimini di quegli anni, era accompagnata da una retorica fortemente antiamericana e terzomondista che ricalcava il discorso del regime cubano e l’ideologia di sviluppo e riscatto nazionale del presidente egiziano Nasser. In politica estera si privilegiava la relazione con la America Latina e, quindi, il Messico divenne la patria di moltissimi rifugiati delle dittature del Cono Sud (Cile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile).
    Internamente la pratica del partito dominante in Messico era invece determinata da interessi politici strettamente legati al mantenimento del potere grazie alle risorse petrolifere, incrementatesi in seguito a nuove perforazioni e all’impennata dei prezzi internazionali del greggio. Non c’era dunque spazio per la dissidenza che, inizialmente, lungi dal nutrire aspirazioni rivoluzionarie, cercava di democratizzare la vita politica e sociale del paese. In seguito alla repressione e dovuta alla vocazione totalizzante dei governi del PRI, si generò una radicalizzazione dei gruppi oppositori che a volte optarono per la ribellione armata e la militanza nelle numerose guerriglie che si articolavano sul territorio.
    L’esigenza centrale dell’ultima manifestazione del 2 ottobre scorso, cui hanno partecipato circa 14mila persone, si concretizza nel mantenimento, anno dopo anno, di una memoria sofferta che si rende attiva nel richiedere un giusto castigo per i responsabili, in primis l’ex Primo Ministro nel 1968, e successivamente Presidente della Repubblica dal 1970 al 1976, Luis Echeverria. La marcia ha sancito la rinascita formale del “Fronte Nazionale Contro la Repressione”, organizzazione sociale nata nel 1979 contro la guerra sporca e che ora lotta per scongiurare la criminalizzazione della protesta sociale e denunciare la minaccia pendente sui difensori dei diritti umani ignorate dal governo attuale del Presidente Felipe Calderon Hinojosa.
    TRATTO DA:
    http://www.altrenotizie.org/alt/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=28511
    http://www.itanica.org/modules.php?name=News&file=article&sid=437

  • Relazione finale della Commissione Civile Internazionale dei Diritti Umani sul caso Oaxaca

    Relazione finale della Commissione Civile Internazionale dei Diritti Umani sul caso Oaxaca

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    La Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) ha consegnato il primo marzo al Ministero dell’Interno messicano il rapporto che ha realizzato sulle violazioni alle garanzie fondamentali a Oaxaca, durante gli oltre 10 mesi di protesta popolare in quella regione. Le autorità si sono impegnate ad analizzare il documento e ricercare i responsabili visto che, secondo la ONG internazionale, ci sono almeno 23 casi di omicidio irrisolti.
    Dopo oltre 7 ore d’attesa, alle 5 del pomeriggio i rappresentanti dell’organismo internazionale sono stati ricevuti dal vice-ministro dell’Interno, Abraham González Uyeda, con cui hanno tenuto una riunione di circa due ore.
    Testimonianze degli attori coinvolti
    La CCIODH, formata soprattutto da attivisti europei, ha consegnato il documento finale che raccoglie le ricerche che sono state portate a termine nello stato di Oaxaca, nel sud del Messico, nel dicembre e gennaio scorsi. Il report riunisce le testimonianze di tutti gli attori sociali coinvolti nel conflitto: membri della APPO, autorità statali, detenuti e difensori dei diritti umani, così come di organismi e persone che non sono in favore del movimento dei professori.
    Per poter risarcire le violazioni alle garanzie fondamentali degli abitanti di Oaxaca, l’organismo internazionale raccomanda al governo messicano di sveltire le ricerche e sanzionare i responsabili.
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    Oltre a una serie di videoregistrazioni con le testimonianze, la commissione fa un riepilogo puntuale di quali sono le violazioni commesse dai funzionari locali e federali, enfatizzando i danni sociali e psicologici delle loro azioni.
    Secondo le dichiarazioni di Ignacio García, integrante della commissione, il viceministro s’è impegnato ad analizzare le denunce e testimonianze incluse nel documento, oltre a investigare i delitti in cui sono coinvolti funzionari. Ad ogni modo, sono state denunciate la lentezza e l’insufficienza della giustizia a Oaxaca. I rappresentanti della ONG hanno rilasciato interviste in una conferenza stampa in cui è stata richiesta la presenza a Oaxaca di una delegazione della Unione Europea e dell’Alto Commissariato dell’ONU per i Diritti Umani visto che il conflitto non può darsi assolutamente per concluso. S’è sottolineato, inoltre, che urge un’azione dei governi locale federale per risolvere i problemi e le domande sociali che hanno dato origine al conflitto data la possibile ed imminente riattivazione della violenza nella regione. In effetti, si segnala la presenza di attori politici che si dedicano a riattivare le frizioni in modo violento come sta succedendo dopo la creazione fittizia dell’antagonista sezione 59 del sindacato dei docenti per ridurre le forze della “ribelle” sezione 22.
    Grave, la non identificazione e incarcerazione di responsabili
    La commissione ha avvertito che è grave che ci siano ancora circa 50 detenuti, senza prove concrete, appartenenti al movimento e che, tra i violatori dei diritti umani, “non ci sia stato nemmeno un arresto dopo tante morti e repressioni, fatto che induce sospetti” nei confronti delle autorità che, in questi casi, tendono a sviare e applicare misure diverse. “Uno stato di diritto che funziona deve basarsi sull’applicazione giusta della legge, senza discriminazioni ed esclusioni” e “il conflitto sociale non si risolve con la forza”, ha ribadito Ignacio Garcia.
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    Data la vicinanza temporale dei gravi eventi repressivi di Atenco, Pasta de Conchos, Lazaro Cardenas e Oaxaca, la commissione internazionale ha richiesto la presenza della Unione Europea nella vigilanza del rispetto delle garanzie fondamentali in Messico, sulla base della clausola democratica contenuta nel trattato di libero commercio in vigore tra le due parti, la quale stabilisce l’eventuale rottura del trattato se una di queste non rispetta i diritti umani. La risoluzione del caso Oaxaca e delle violazioni di Atenco risultano importantissime per definire un precedente rilevante nel rapporto tra Stato e società e, soprattutto, per prevedere le modalità di negoziazione e rispetto dei diritti umani in futuro. Anche il Segretario Esecutivo della Commissione Nazionale dei Diritti Umani, organo che, in verità, è rimasto piuttosto al margine del conflitto, ha realizzato un incontro con i membri della commissione internazionale e ha garantito l’emissione di una relazione ufficiale in merito.
    Commento di Fabrizio Lorusso, corrispondente dal Messico
    Sebbene spesso discordino tra di loro, le dichiarazioni di diversi funzionari pubblici di Oaxaca (per es. http://www.jornada.unam.mx/2007/03/03/index.php?section=politica&article=004n1pol ) sottolineano, ancora una volta, la scarsa volontà politica di azione efficace nei confronti dei gravi problemi che affliggono la regione: povertà, violazione dei diritti umani, negazione del conflitto, omicidio per citare quelli tristemente più noti. Scaricare responsabilità e denunciare la scarsità delle risorse sono parte di una strategia implementata dai governanti locali per recuperare legittimità e margini di manovra.
    Il governo di Ulises Ruiz sta cercando, attraverso una campagna televisiva che ha preso piede recentemente sulle catene nazionali, di restituire credibilità alle sue azioni senza risolvere a fondo i problemi. La distribuzione clientelare di risorse e la repressione fisica per sedare e incorporare i movimenti sociali nel Messico del PRI erano la norma ma la pratica recente non sembra comunque avere ceduto alle pressioni democratizzanti che provengono da alcune parti della società e dalle pressioni internazionali. In questo senso le campagne pubblicitarie che fomentano l’investimento, il turismo e l’idea di sicurezza, tanto usate anche nel caso del Chiapas dopo l’esplosione del conflitto dell’EZLN, costituiscono uno strumento di legittimazione ingannevole e oscurantista.
    Leggi anche su: http://www.itanica.org/modules.php?name=News&file=print&sid=341
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  • DICO e PACS: Messico batte Italia uno a zero

    DICO e PACS: Messico batte Italia uno a zero

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    La “Ley de las Sociedades de Convivencias” e l’opposizione.
    Mentre in Messico il governo del Distretto Federale, vale a dire l’autorità che gestisce la Città del Messico, metropoli di oltre 20 milioni di abitanti, discute la depenalizzazione totale dell’aborto e minaccia l’uso del fast – track per sveltirne l’approvazione, è già entrata pienamente in vigore la Legge delle Società di Convivenza promulgata nel novembre scorso che ha dato riconoscimento alle coppie di fatto per i cittadini regolarmente registrati all’anagrafe della capitale messicana .
    Il provvedimento, approvato dal governo interino di Alejandro Encinas del partito di sinistra PRD (Partido Revolucion Democratica), è frutto di 6 anni di sforzi e fallimenti ed è stato fortemente difeso tanto dal precedente sindaco della città, l’ex candidato presidenziale Andres Manuel Lopez Obrador, come da quello attuale, Marcelo Ebrard. Si presenta ora l’esigenza di estendere la legislazione progressista della capitale a tutto il paese ma, comunque, un primo passo è stato fatto e sono falliti i tentativi di ricorso dei partiti dell’opposizione, in particolare il più conservatore PAN (Partido Accion National). Gli argomenti principali contro la legge sono stati ampiamente smentiti dalla realtà visto che , con buone dosi di catastrofismo, che si sarebbe rotta l’istituzione familiare classica, che sarebbe cresciuto a dismisura l’onere per l’erario oppure che i diritti sanciti erano già inclusi nella giurisprudenza e nelle sentenze (cosa che non li eleva a legge valida per tutti). In realtà la legge recepiva cambiamenti già in atto da decenni nella società civile e non voleva cambiarla dall’alto come proclamavano alcuni.
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    Superare le contraddizioni sociali
    Il grande risultato politico ottenuto dall’amministrazione capitalina acquisisce un significato maggiore se consideriamo la realtà sociale messicana, caratterizzata da forti tratti maschilisti, patriarcali e tradizionalisti, oltre che da un alto livello di penetrazione del cattolicesimo nei gangli vitali della società civile e politica. In generale, l’accettazione ed il riconoscimento di una varietà di forme di convivenza che escono dagli schemi familiari tipici viene ancora vista come un importante e discusso tabù sociale, mentre nemmeno si vuole affrontare il tema della diversità degli orientamenti sessuali. Ciononostante, sembra che almeno una parte di questo Messico sempre in ritardo e attanagliato da problemi di base che minano la stabilità della società civile abbia potuto accettare la presenza e la pratica dell’omosessualità e della convivenza prematrimoniale, e che abbia preceduto alcuni paesi sviluppati, tra cui il nostro, con il loro dibattito spesso depistato da forze antiliberali e conservatrici.
    Nel resto del mondo e in Italia
    La legge approvata a Città del Messico, infatti, possiede evidenti analogie con misure simili già adottate in numerosi paesi europei, tra cui “i cattolici” Spagna e Portogallo, e riprende i punti principali del disegno di legge concepito in Italia dai ministri per la Famiglia Rosy Bindi e per i Diritti e le pari opportunità Barbara Pollastrini, che, tra le atre cose, detta regole sul fronte dell’assistenza in caso di malattia, nelle decisioni in materia di salute e in caso di morte, nei trasferimenti della sede lavorativa. Sono previste regole chiare anche sui diritti di successione, sugli obblighi alimentari che, nel caso italiano, scatterebbero dopo almeno 3 anni di convivenza, nella successione dei contratti di affitto. Oltre i 9 anni dall’inizio della convivenza sarebbe possibile concorrere alla successione dell’altro convivente e tener conto della relazione di fatto nell’assegnazione di un alloggio popolare o di edilizia residenziale pubblica.
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    E’ chiaro che la tendenza internazionale al riconoscimento e stabilizzazione legislativa delle nuove unità sociali (si chiamino DICO o PACS), che è arrivata anche nel lontano Messico e, quindi, nel cuore di un’America Latina da sempre considerata in termini di cattolicesimo e tradizionalismo, deve far riflettere soprattutto una società statica come la nostra. Rappresentati da un’instabile maggioranza parlamentare, la quale vive in balia di compromessi congiunturali e crisi endemiche, ci stiamo orientando pericolosamente verso scelte poco coraggiose e attendiste che nuocciono tanto all’immagine esterna del paese come alle sue componenti più dinamiche e aperte al cambiamento.

    Leggi anche su:  http://www.socialpress.it/article.php3?id_article=1591

  • Diritti umani e cultura dell’impunità in America Latina: dalla “guerra sucia” al conflitto di Oaxaca

    Diritti umani e cultura dell’impunità in America Latina: dalla “guerra sucia” al conflitto di Oaxaca

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    Direttamente da Washington, è arrivata a rompere l’amenità delle vacanze pasquali la denuncia di Human Right Watch (HRW) per gli scarsi risultati ottenuti dalla procura speciale creata nel 2002 dall’ex-presidente messicano Vicente Fox (2000 – 2006) con lo scopo di investigare i casi di tortura, sparizione, esecuzioni sommarie e altre gravi e sistematiche violazioni commesse durante la cosiddetta “guerra sucia” (guerra sporca) degli anni 60, 70 e 80. Come segnala l’organizzazione umanitaria, il primo sforzo serio del Messico per ottenere giustizia è risultato un palese insuccesso visto che non s’è avuta nessuna condanna e i responsabili non sono stati nemmeno identificati. Lo smantellamento della Procura Speciale per i Movimenti Sociali e Politici del Passato, come si chiamava l’organo preposto all’indagine della guerra di bassa intensità condotta dal governo messicano contro numerosi gruppi che rappresentavano forse l’unica forma reale d’opposizione e dissidenza politica, è stato concluso formalmente poco prima della Pasqua, dopo la destituzione, già avvenuta il 30 novembre scorso, del procuratore generale Daniel Cabeza de Vaca.
    Forse l’unico riconoscimento che è doveroso attribuire all’agenzia creata da Fox è l’elaborazione del rapporto su 18 anni di guerra sporca in Messico che si può scaricare alla pagina http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB180/index.htm e che descrive minuziosamente uno dei capitoli più oscuri e drammatici, oltre che poco conosciuti all’estero, della storia della falsa democrazia messicana durante la fase discendente del regime a partito unico (il PRI, Partido Revolucionario Institucional). In effetti non esiste una pagina web dell’organismo governativo da poco cancellato e non si trova traccia del suo rapporto finale in siti ufficiali messicani e questi sono elementi che testimoniano la scarsa volontà di diffusione delle informazioni al di là degli annunci altisonanti in favore dei diritti umani che si sono succeduti negli anni del governo Fox. Ad ogni modo, se da una parte è stato fatto un primo sforzo di chiarezza e sistematizzazione di tipo storico, dall’altra non s’è proceduto né alla necessaria riparazione del danno né all’ammissione pubblica dei delitti commessi da parte dello Stato e dei suoi rappresentanti attuali e passati. Rimane, quindi, l’amaro sapore dell’impunità e dell’impotenza, reso ancora più pungente dalla conoscenza e l’apprendimento sofferto dei crimini, che alla fine saranno imputati a fantasmi fuggiti tra documenti bruciati e archivi sotterrati dai terremoti della non giustizia messicana.
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    Nell’altro estremo della regione latino americana, nell’Argentina post – crisi del presidente peronista Nestor Kirchner, è in corso, invece, un profondo revisionismo e stanno tornando a galla le colpe legate ai crimini efferati commessi durante l’ultima dittatura militare (1976 – 1983). La cancellazione delle Leyes de Amnistia, una serie di provvedimenti legali approvati all’inizio della nuova tappa democratica per proteggere militari e criminali di Stato, è stata formalizzata, infatti, da una decisione della Corte Suprema argentina nel giugno del 2005. Il provvedimento è stato accolto con giubilo dalla società civile e dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani ed ha favorito la riapertura di importanti processi nei confronti dei principali responsabili di un regime che ha scandalizzato il mondo intero con oltre 15.000 (ma si arriva a parlare anche di 30.000) oppositori desaparecidos. L’attitudine bellicosa e nazionalista dei militari, elevatisi a estremi difensori di un atollo di patria perduta oltre 100 anni prima, si autodistrusse in seguito alla Guerra delle Isole Malvine o Falklands, che tra l’aprile ed il giugno del 1982 causò oltre 600 vittime tra i militari argentini sconfitti dalle truppe del Regno Unito. Anche in Uruguay, paese insanguinato da una crudele dittatura militare tra il 1973 e il 1985, si sta muovendo qualcosa e il governo del Frente Amplio guidato da Tabaré Vazquez sta mettendo in discussione la Ley de Caducidad che impedisce qualunque processo dei crimini perpetrati in quegli anni.
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    Il caso argentino e quello uruguaiano, purtroppo, rappresentano una rara eccezione se osserviamo globalmente la situazione dell’America Latina che, dopo il ritorno della democrazia formale o elettorale negli anni 80, ha mantenuto gli apparati giudiziari relativamente deboli costruiti durante le dittature. D’altronde lo stesso ex dittatore cileno (1973 – 1990) Augusto Pinochet, è morto senza essere stato condannato e si procede ora contro alcuni membri della sua famiglia e del suo clan per cercare almeno di recuperare gli avanzi del patrimonio defraudato alla società cilena. La cultura dell’illegalità ereditata dai regimi di fine secolo scorso ha creato a sua volta una dannosa cultura dell’impunità: in America Latina il 95% dei delitti comuni non viene punito mentre in Messico e in Guatemala la media è del 98%. In quest’ultimo paese, il conflitto armato ha prodotto oltre 200.000 vittime dal 1962 al 1996 ma sembra che non ci sia possibilità alcuna per i magistrati spagnoli che si occupano del caso, primo fra tutti il giudice Santiago Pedraz, di ottenere l’estradizione, tra gli altri, dell’ex-Presidente de facto Efrain Rios Montt (1982 – 1983) che aspira invece all’immunità dato che s’è candidato a un seggio come deputato nel prossimo parlamento. Sempre in Guatemala, nel febbraio scorso sono stati assassinati a colpi di pistola tre deputati salvadoregni appartenenti al Parlamento Centroamericano e, poco dopo, i tre poliziotti accusati del delitto sono stati freddati in carcere senza che fossero accertate responsabilità. La speranza di risolvere questi casi così eclatanti sta lasciando lentamente spazio all’oblio da parte della stampa e degli stessi governi coinvolti.
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    Per quanto riguarda El Salvador, paese che insieme alla Colombia guida la triste classifica del numero di morti violente per capita nella regione, si può affermare che, dopo la fine della guerra civile nel 1992, è sprofondato in un’ininterrotta scalata di violenza dovuta alla povertà estrema e all’esclusione sociale. Questo ha portato a una progressiva militarizzazione degli apparati statali e ad un incremento delle forze di polizia. Proprio i corpi speciali, l’esercito e la polizia sono i principali responsabili dell’incremento nelle violazioni dei diritti umani. Bisogna sottolineare che la Colombia e El Salvador sono tra i pochi paesi latinoamericani che continuano a inviare massicciamente i loro ufficiali e soldati a “istruirsi” nella celebre Escuela de las Americas di Fort Benning, in Georgia, Stati Uniti. Nato negli anni 40, questo sinistro centro di addestramento militare ha incrementato la sua influenza anche grazie alla costruzione di una sede nella selva di Panamà ed ha visto passare nei suoi campi oltre 70.000 soldati latinoamericani. Almeno 11 dittatori sono usciti dalla scuola, tra di loro gli argentini Leopoldo Galtieri (1981-82) e Roberto Viola (1981), i boliviani Hugo Bánzer Suárez (1971-78) e Luis García Meza (1980-81), il guatemalteco Efraín Ríos Montt (1982-83) e il cileno Augusto Pinochet (1973-90). Un altro allievo eccellente della Scuola è stato il maggiore dell’esercito salvadoregno Roberto D’Aubuisson, creatore degli squadroni della morte in El Salvador e autore morale dell’assassinio dell’arcivescovo Oscar Romero nel 1980. Altri personaggi in posizione di secondo piano imposero la tortura e l’assassinio come una routine militare: Vladimiro Montesinos, numero due di Fujimori in Perù (1990-2000), era un allievo eccellente della Scuola, così come Manuel Contreras, capo dei servizi segreti della dittatura cilena e responsabile degli assassinii del cancelliere Orlando Letelier nel 1976 e dell’ex capo dell’Esercito Carlos Prats nel 1974.
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    Tornando di nuovo sul fronte messicano, il direttore per le Americhe di Human Right Watch ha condannato l’immobilismo istituzionale dichiarando perentoriamente che “l’ufficio del procuratore speciale può anche essere smantellato, ma la necessità di risanare l’eredità di abusi passati rimane” e, quindi, “il Messico deve ancora trovare una strada per adempiere al suo obbligo di ricercare e giudicare questi casi”. Senza dubbio il 2006 è stato un anno da dimenticare per le fragili istituzioni messicane che, incapaci di canalizzare il malcontento dei quasi 50 milioni di poveri che vivono di migrazione e precarietà, hanno dovuto ricorrere a metodi repressivi in ripetute occasioni ad Atenco, a Città del Messico, nello Stato del Michoacan ed infine nella splendida città di Oaxaca dove, dal maggio scorso, imperversa un grave conflitto sociale che è costato oltre 20 morti. Alla fine di marzo è stato reiterato lo stato di allerta e di pericolosità riguardante Oaxaca da parte dell’ambasciata statunitense in Messico che cerca tiepidamente di fare pressione affinché le ricerche giudiziarie sull’omicidio del giornalista indipendente Brad Will, ucciso durante gli scontri che alcuni infiltrati del PRI hanno provocato contro integranti della APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) il 27 ottobre 2006, possano condurre ai colpevoli. D’altro canto, il governo messicano ha mostrato la sua cattiva disposizione nei confronti di un’analisi trasparente dei fatti e, anche grazie alla connivenza di mass – media antidemocratici, ha sempre privilegiato la colpevolizzazione dei membri della APPO piuttosto che ricercare i responsabili nelle file del corrotto governo dello Stato presieduto dal governatore Ulises Ruiz. La verità sul caso Brad Will potrebbe risultare decisamente scomoda per il governo del PAN e del suo alleato PRI visto che un’eventuale accertamento delle responsabilità porterebbe alla luce le strategie repressive, basate anche sulla contrattazione di sgherri e pistoleros per rompere marce e assemblee, che sono state usate dal governo di Oaxaca non solo in questo conflitto ma in oltre trent’anni di lotte.
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    Nella sua prima visita a Oaxaca il 29 marzo 2007, il Presidente messicano, Felipe Calderon, del Partido Accion Nacional (PAN, formazione politica di netto stampo conservatore), ha incontrato il governatore Ulises Ruiz che lo ha salutato come “presidente legittimo” sottolineando l’alleanza politica che il PRI e il PAN mantengono a livello locale e nazionale contro i partiti di opposizione che formano il Frente Amplio Progresista (Partido Revolucion Democratica, Convergencia e Partido Trabajadores). Le parole del governatore, orientate a riconfermare il dogma della legittimità presidenziale, assumono evidentemente delle tinte grottesche e inquietanti dato che tanto il signor Ulises Ruiz come il presidente Calderon sono stati eletti con un margine strettissimo di voti e hanno scatenato le proteste delle opposizioni a causa di accertate irregolarità elettorali, in un paese che possiede una lunga tradizione fatta di frodi e brogli di ogni tipo. Il presidente Calderon ha ribadito la necessità di superare i problemi di corruzione, abuso, impunità e violenza nella zona per cercare di cicatrizzare le ferite di una lotta senza vincitori, ma non ha specificato di fronte a Ruiz quali sarebbero le modalità precise per uscire dal baratro in cui questo s’è rinchiuso dopo lo scoppio del conflitto. Calderon ha propugnato in tutto il paese una politica di militarizzazione per lottare contro il narcotraffico ma la sua iniziativa non ha brillato per efficacia nonostante la campagna propagandistica che pretende di dimostrare il contrario a colpi di cifre sugli arresti e sui chili di cocaina sequestrati. In oltre quattro mesi di governo le iniziative del tandem PAN – PRI non si sono pronunciate a favore delle necessarie riforme del sistema fiscale, per renderlo più progressivo, e delle istituzioni sempre più prive di legittimità.
    In questo contesto, Iñaki García, portavoce della “Comisión Civil Internacional de Observación de los Derechos Humanos” (CCIODH), ha affermato che è “un’ingenuità pensare che il conflitto sia risolto” e ha avvertito che “ritardare le misure di giustizia può far esplodere di nuovo la violenza”. Sulla stessa linea è intervenuta la sezione 22 del sindacato dei docenti di Oaxaca che ha chiesto il rispetto degli accordi che, in pieno conflitto, erano stati comunque sottoscritti dalla precedente amministrazione ma che oggi sembrano essere ancora lettera morta e rischiano di riattivare gli scontri. Nel documento che la Commissione ha consegnato al Ministero degli Interni messicani si raccolgono le drammatiche testimonianze di tutte la parti coinvolte nel conflitto e si analizzano le innumerevoli violazioni dei diritti umani dei cittadini di Oaxaca.
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    Il resoconto presenta una situazione riprovevole e decisamente preoccupante che gli abitanti di questa regione, tra le più povere del Messico insieme al Chiapas, Guerrero e Veracruz, sopportano da decenni e alla quale non s’è voluto porre rimedio alcuno. La logica istituzionale basata sull’autoritarismo applicata in pieno ventunesimo secolo ha prodotto l’inevitabile radicalizzazione dei movimenti sociali a cui è stata sbarrata ogni via ragionevole di dialogo mentre le autorità competenti si dimostravano incapaci di trovare soluzioni accettabili. Le radio gestite dal governo di Oaxaca, come la ormai tristemente nota Radio Ciudadana 99.1 FM e i siti internet (si veda l’allarmante pagina web http://www.oaxacaenpaz.org.mx/ ) costruiti ad hoc per stroncare il movimento oppositore ricorrono a subdoli proclami che incitano “i cittadini lavoratori onesti” alla violenza e al ristabilimento “dell’ordine” ad ogni costo.
    Morti, sparizioni, manipolazione dei mezzi informativi, sequestri lampo, maltrattamenti, violenze sessuali e psicologiche, violazione delle garanzie individuali, giudiziarie e della libertà d’espressione, repressione fisica e tortura sono solo alcune delle accuse rivolte alle autorità locali e centrali tanto dalla CCIODH quanto dalla commissione governativa ufficiale, la controversa Comision Nacional de los Derechos Humanos (CNDH), che s’è espressa ufficialmente sui fatti di Oaxaca solo nel mese di marzo. In realtà, come segnala lo stesso rapporto della commissione internazionale, queste pratiche, nello Stato di Oaxaca e nel resto del Messico, vengono da molto lontano e sono state denunciate durante almeno tre decenni da una parte minoritaria della società civile e dal movimento dei docenti che è nato più di 25 anni fa. E’ a partire dalla sterile inflessibilità dell’ultimo governatore, eletto senza l’adeguata legittimazione democratica, e dall’inasprimento delle pratiche repressive contro l’opposizione e i giornali liberi, come il quotidiano Noticias de Oaxaca, che i docenti e poi il resto della società oaxaquegna hanno intrapreso una lotta che ha cominciato a sensibilizzare l’opinione pubblica nazionale e internazionale aprendo un cammino nuovo per la riforma dello stato e il riconoscimento delle pratiche democratiche e condivise che già si realizzano nelle comunità locali.
    Leggilo anche su…
    http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=5058

  • Oaxaca – Italia: preoccupante la partecipazione del nostro paese come “invitato speciale” del Governo di Oaxaca

    Oaxaca – Italia: preoccupante la partecipazione del nostro paese come “invitato speciale” del Governo di Oaxaca

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    Passato ormai un anno dallo scoppio del drammatico conflitto sociale che ha portato alla morte accertata di oltre 20 militanti del sindacato nazionale degli insegnanti di Oaxaca e della APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), il governatore Ulises Ruiz, responsabile di un apparato repressivo che ha sistematicamente violato i diritti umani della popolazione nella regione negli ultimi anni, ha convocato l’Italia come paese ospite per il Festival di primavera “Humanitas”, alla sua terza edizione, che si terrà dal 4 al 13 maggio. Sebbene il nostro paese non abbia preso ufficialmente posizione rispetto alle violazioni in atto a Oaxaca e al conflitto che ha sconvolto questa meravigliosa città per dodici mesi, la partecipazione di artisti italiani ad una manifestazione governativa può rappresentare, a mio giudizio, un indubbio motivo di preoccupazione per la comunità italiana in Messico e non mette certamente in buona luce l’immagine dell’Italia né di fronte agli altri paesi europei né di fronte allo stesso popolo di Oaxaca e del Messico intero.
    Mentre la APPO esige la liberazione dei detenuti politici, ancora in carcere per lo più con accuse fabbricate ad hoc dopo gli scontri del 25 novembre scorso tra i manifestanti e la Polizia Federale Preventiva, il Governo locale promuove con un certo cinismo il ritorno del turismo nel mondo delle favole che si pretende creare a Oaxaca e stimola gli investimenti nel quadro del controverso Piano Puebla Panamà (http://www.planpuebla-panama.org), resuscitato dal Presidente messicano Felipe Calderòn e dai suoi omologhi centroamericani proprio il mese scorso. Intanto le autorità locali sembrano voler dimenticare che i terribili abusi commessi non sono stati né investigati né castigati in tutti questi mesi, l’impunità regna sovrana e nessun serio cambiamento istituzionale è stato intrapreso in favore dell’inclusione sociale.
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    Una quarantina di studenti della Universidad Autonoma Benito Juarez de Oaxaca, simpatizzanti della APPO, hanno rioccupato pacificamente per un giorno Radio Universidad, ridando voce al segnale di protesta e speranza che in tante occasioni s’era fatto sentire nei momenti più tesi della storia del movimento. In occasione delle celebrazioni del Primo maggio tutte le strade hanno portato al zocalo, la splendida piazza centrale della città. Studenti, lavoratori in generale, impiegati federali, professori e integranti della APPO sono arrivati a migliaia nella Plaza de la Constitucion per celebrare un’importante festa civica, formulare le proprie domande e rivendicare la democratizzazione dello Stato.
    Nonostante l’impresentabilità internazionale del Governo di Oaxaca, alla luce delle pesanti raccomandazioni ricevute dalla Commissione Civile Internazionale per l’Osservazione dei Diritti Umani (http://cciodh.pangea.org/index/index.shtml), dalla Commissione Nazionale e dalla Commissione Interamericana per i Diritti Umani, numerosi artisti italiani, forse ignari della situazione politica locale, hanno accettato di partecipare a un’iniziativa che avrebbe il fine di “far sí che la cultura della Regione di Oaxaca sia lo strumento che rinforzi le condizioni di vita dei suoi cittadini nei sensi più diversi: nella identitá, nel convivere, nello sviluppo economico, nello sviluppo sociale e quindi provocare che Oaxaca mostri alla Repubblica Messicana e non solo, ma anche al mondo, la sua diversità culturale manifestata con delle attività continue che promuovano la convivenza, con la finalità di rilanciare la crescita economica” (http://www.humanitas.gob.mx/italiano/quienes.html). Buone intenzioni per una volontà politica dimostratasi, nei fatti, inesistente. Le iniziative del governante Ulises Ruiz cercano di esorcizzare lo spettro del suo isolamento politico e istituzionale dopo che, tanto il suo partito, il PRI (Partido Revolucionario Institucional), come il più conservatore PAN (Partido Accion Nacional), hanno in più occasioni preso le dovute distanze a causa del suo ingiustificabile operato.
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    Gli artisti nostrani che hanno aderito all’evento sono tra gli altri: la cantante Filippa Giordano, la compagnia teatrale Teatro Tascabile di Bergamo, la banda popolare Fiati Sprecati di Firenze, il direttore musicale Leonardo Gasparini, la fotografa Roberta Vassallo e Vittorio D’Onofri. L’ambasciata italiana sembra negare di aver dato appoggi ufficiali e partecipato direttamente all’organizzazione dell’evento ma non si può escludere che si siano facilitati aspetti logistici affinché i singoli artisti potessero partecipare o essere contattati. Dopo tutto la pagina e la propaganda legata all’evento parlano chiaramente dell’Italia come paese invitato e non di singoli artisti o personalità rilevanti. Inoltre il sito ufficiale del’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico riporta la pubblicità della manifestazione e i link. Ad ogni modo l’associazione del nome Italia e dell’immagine internazionale della nostra cultura con l’attività di un Governo palesemente antidemocratico e repressore sarà il risultato inevitabile di questa scelta che è stata almeno in parte rettificata dall’espressione della dovuta distanza da parte della comunità italiana presente in Messico. Una parte della comunità italiana in Messico s’è mossa in questo senso e ha pubblicato sul giornale nazionale La Jornada una nota che segna questo distacco (http://www.jornada.unam.mx/2007/05/06/index.php?section=opinion&article=002a2cor).
    Leggi anche su:
    http://americalatina.blogosfere.it/2007/05/preoccupante-partecipazione-dellitalia-al-festival-humanitas.html
     Di Fabrizio Lorusso dal Messico

  • Lettera aperta ai parlamentari italiani: un anno di Messico

    LETTERA APERTA ALLA DELEGAZIONE PARLAMENTARE ITALIANA
    Nuovamente il Messico attraversa una situazione di crisi. L’attuale presidente, Felipe Calderón ha ottenuto la presidenza nel 2006 solo grazie ad un magro e molto contestato mezzo punto di vantaggio sul candidato della sinistra, Andrés Manuel López Obrador. Molto sensibile all’immagine che proietta all’estero, il suo governo diffonde l’idea che nel paese regna un clima di pace, favorevole ai diritti umani e, soprattutto, agli investimenti.
    Di fronte a ciò, consideriamo utile che la delegazione conosca anche voci indipendenti. Secondo l’autorevole Ong, Servicios y Asesoría para la Paz (Serapaz), vi sono nel paese ben 432 conflitti nei seguenti ambiti: elettorale, media, movimenti sociali e narcotraffico.
    http://www.serapaz.org.mx/paginas/principal.html
    L’attuale offensiva contro la delinquenza organizzata, principale bandiera del governo Calderón alla ricerca disperata di legittimazione, ha prodotto finora più di mille morti in soli cinque mesi – la maggioranza fra le “forze dell’ordine” – dimostrando che il primo potere in Messico è quello del narcotraffico. Le narcoejecuciones registrate quotidianamente dai media nazionali sono superate in numero solo dai bollettini dei caduti di guerra in Iraq.
    In tale contesto si moltiplicano le violazioni ai diritti umani. Il caso più grave è probabilmente quello dello stato di Oaxaca dove, con l’arrivo al potere di Ulises Ruiz Ortiz, il vecchio modello fondato sulla gestione di cacicchi corrotti e senza scrupoli, è stato riciclato al servizio di una dubbia “modernizzazione”.
    Come Calderón, Ruiz Ortiz è prodotto di una probabile frode elettorale. Appena “eletto”, dichiarò guerra al quotidiano locale “Noticias de Oaxaca”, mandando a bruciare i chioschi dove era in vendita ed occupando militarmente la sua sede, senza tuttavia riuscire a farlo tacere. Poi venne il turno della Sezione 22 del sindacato degli insegnanti elementari -70.000 iscritti-, un organismo indipendente con una lunga tradizione di lotta. Il 14 giugno 2006, Ruiz Ortiz scatenò il finimondo contro gli insegnanti che avevano occupato il centro della città per ottenere miglioramenti salariali. Come risposta, la popolazione insorse spontaneamente ed il 23, circa 400 organizzazioni sociali dettero vita alla APPO -Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca- che si unirono intorno ad una sola richiesta: la destituzione di Ruiz.
    I risultati sono noti: 25 vittime comprovate, tutte dalla parte della APPO (tra le quali due giornalisti; Brad Will, dell’agenzia indipendente Indymedia e Raúl Marcial Pérez, del “Gráfico”, quotidiano di Juxtlahuaca, una località indigena a circa 200 km dalla città di Oaxaca), centinaia di feriti, circa 300 arresti ed un numero non precisato di desaparecidos. Perché desaparecidos? Semplicemente perché si è persa ogni traccia di un gran numero di persone e, temendo rappresaglie, i parenti non osano sporgere denuncia. Tutto ciò è stato ampiamente documentato da organismi dei diritti umani sia nazionali che internazionali.
    http://cciodh.pangea.org/quinta/070120infconclusionesrecomendacionesita.shtml
    Attualmente rimangono in prigione una quarantina di cittadini che, in gran parte, non sono neppure militanti della APPO. Dietro una calma ingannevole, la città vive nel terrore: gli ultimi 3 arresti, ingiustificati, risalgono a venerdì 27 aprile.
    Oaxaca è lo specchio del Messico che, nel contesto latinoamericano, è oggi il paese dove si documenta il maggior numero di violazioni ai diritti umani. La situazione cominciò ad inasprirsi nell’ultima tappa del governo Fox (2000-2006). A Guadalajara, nel 2004, l’allora governatore Francisco Ramírez Acuña (oggi ministro degli interni) scatenò una dura repressione contro militanti no global, in occasione del Terzo Summit America Latina, Caribe e Unione Europea. Circa 70 giovani furono arrestati e maltrattati senza aver commesso nessun delitto e 45 di loro passarono lunghi mesi in prigione.
    Episodi analoghi si verificarono a Lázaro Cárdenas (Michoacán) dove, nell’aprile 2006, la polizia aggredì i lavoratori dell’impresa siderurgica Las Truchas (Sicartsa). Risultato: due morti e 42 feriti. Più conosciuto è il caso dei contadini di San Salvador Atenco (non lontano da Città del Messico), selvaggiamente brutalizzati nel maggio dello stesso anno. In quell’occasione, la Policia Federal Preventiva (PFP) si rese colpevole di 2 omicidi, di efferati atti di violenza e decine di stupri (http://cciodh.pangea.org/index_4atenco.html ). Nessun agente fu tuttavia processato, mentre invece i militanti del movimento vennero detenuti in prigioni di massima sicurezza e tre di loro hanno recentemente subito l’assurda condanna a 67 anni di carcere.
    Il governo Fox ha lasciato a quello di Calderón una pesante eredità di circa 400 prigionieri politici, ma la cifra è in aumento per via della repressione nei confronti di altri movimenti sociali. A titolo d’esempio, ricordiamo che nei mesi scorsi si sono verificate percosse e arresti di numerosi cittadini che manifestavano contro l’apertura della miniera San Xavier (San Luís Potosí) e contro la visita di George Bush a Merida, Yucatán. Contemporaneamente si riportano arresti di membri della Otra campaña, il movimento civile che promuove l’EZLN, mettendo in pericolo il già precario processo di pace con gli zapatisti.
    Secondo la Federazione Internazionale dei Giornalisti, il Messico è il paese più pericoloso per esercitare la professione, soprattutto nei casi di denuncia dei crimini connessi al narcotraffico ed alla corruzione (quotidiano La Jornada, 3 gennaio 2007). Tra l’ottobre 2005 e il dicembre 2006, si sono verificati 9 casi di giornalisti assassinati e 2 desaparecidos. http://www.impunidad.com/statistics/stats_anoypais.htm
    Per aver denunciato una rete di pedofili altolocati, la giornalista Lydia Cacho è stata arrestata, minacciata e poi liberata solo grazie a massicce proteste pubbliche. Il suo calvario non è però finito, visto che l’ultimo attentato -dal quale si è miracolosamente salvata-, risale alla settimana scorsa.
    Come nel passato, la geografia della repressione percorre le regioni indigene: Chiapas (dove si assiste ad un preoccupante ritorno della violenza paramilitare), Oaxaca, Veracruz, Guerrero, Hidalgo, Puebla, San Luís Potosí. Come nel passato, l’esercito è lo strumento di una violenza assassina e fratricida. Lo stupro e assassinio dell’anziana Ernestina Ascención (a Zongolica,Veracruz) da parte di militari è stato attribuito a “complicazioni gastrointestinali”. Incredibilmente questa versione -a cui nessuno crede- è stata avallata dalla stessa Commissione Nazionale dei Diritti Umani (CNDH), il che non ha fatto altro che rendere più acuto il vuoto istituzionale.
    La lista dei crimini di stato potrebbe continuare, ma risulterebbe troppo estesa. Citeremo solo lo stupro e le torture a 13 prostitute a Castaños, Coahuila (di nuovo da parte di militari) ed il fatto che ai 400 noti femminicidi di Ciudad Juárez se ne aggiungono costantemente altri in molte regioni del paese.
    A tutto ciò, bisogna aggiungere un altro indizio inquietante. Il Senato ha recentemente approvato un pacchetto di riforme che, dietro l’allineamento alla dottrina antiterrorista di Bush, comporta la criminalizzazione di tutte le proteste sociali. Infatti, la nuova redazione dell’articolo 139 del codice penale federale –già approvata dal Senato ed attualmente in discussione alla Camera- prevede condanne dai 6 ai 40 anni per i colpevoli non solo di “terrorismo”, ma anche di “fare pressione sulle autorità” (“La Jornada”, 27 aprile 2007).
    L’involuzione autoritaria del governo messicano – in particolare: l’impiego crescente dell’esercito in funzioni di ordine pubblico, la militarizzazione e la sospensione delle garanzie individuali in ampie zone del territorio nazionale, la creazione incostituzionale di una nuova polizia militarizzata (Cuerpo de Fuerzas de Apoyo Federal) agli ordini diretti del presidente della Repubblica, il ricorso sempre più frequente alla tortura e alle violenze sessuali da parte delle forze dell’ordine, il rinnovato assedio di corpi paramilitari alle comunità indigene, l’uso dell’apparato giudiziario per reprimere le proteste sociali e la dissidenza politica, l’attacco costante ai diritti dei lavoratori e della popolazione in generale come il rincaro dei generi di prima necessità e la recente riforma del sistema pensionistico e di previdenza sociale, l’assenza di una effettiva legislazione antimonopolistica, la crescente emigrazione illegale verso gli Stati Uniti – costituisce una flagrante violazione di numerosi trattati internazionali ratificati dal Senato messicano.
    L’Acuerdo de Asociación Económica, Concertación Política y Cooperación fra il Messico e l’Unione Europea, entrato in vigore il 1º ottobre 2000, recita nel suo articolo 1:
    “El respeto a los principios democráticos y a los derechos humanos fundamentales, tal como se enuncian en la Declaración Universal de los Derechos Humanos, inspira las políticas internas e internacionales de las Partes y constituye un elemento esencial del presente Acuerdo.”
    Come italiani residenti in Messico, ci sentiamo profondamente preoccupati. Di conseguenza, richiediamo che la vostra delegazione riferisca in Parlamento le informazioni di cui sopra e, anche attraverso il ministero degli Esteri, faccia pervenire al governo messicano una richiesta di garanzia del rispetto dei diritti umani. Nel caso specifico di Oaxaca, ci uniamo alla petizione della Comisión Civil Internacional de Observación por lo Derechos Humanos (CCIODH), di sollecitare la presenza dell’ufficio dell’Alto Commissionato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani.
    Leggi anche su: http://www.alol.it/article_read.asp?id=269
    Claudio Albertani, Carlo Almeyra, Rossella Bergamaschi, Nina Caldarella, Manuela De Rosas, Matteo Dean, Donatella Di Benedetto, Clara Ferri, Francesca Gargallo, Laura Longhino, Sabina Longhitano, Fabrizio Lorusso, Massimo Modonesi, Paolo Pagliai, Rosalba Piazza, Gianni Proiettis, Anna Maria Satta, Teresa Scolamacchia, Luciano Valentinotti.

  • SGOMBERATO L’ACCAMPAMENTO DELLA APPO A CITTA' DEL MESSICO e REINSEDIAMENTO

    Di Fabrizio Lorusso, corrispondente dal Messico
    Città del Messico, 19 marzo 2007. Alle ore 23 e 45 della notte di ieri, 18 marzo, durante i festeggiamenti del Festival della Primavera nel centro storico, un gruppo di granaderos e di poliziotti locali, per ordine del Capo del Governo della città, Marcelo Ebrard, è arrivato nei pressi dell’accampamento della APPO. Da sei mesi almeno 200 integranti della Asamblea Popular di Oaxaca mantenevano un avamposto presso il Senato della Repubblica messicana per chiedere la destituzione del governatore Ulises Ruiz e la liberazione dei detenuti politici di un conflitto che, in circa 10 mesi, ha causato oltre 20 morti, decine di detenzioni illegali e ripetute violazioni dei diritti umani e politici fondamentali (per informazioni consultare il sito ora in italiano della CCIODU: http://cciodh.pangea.org/quinta/070120infconclusionesrecomendacionesita.shtml ).
    Sgombero notturno e repliche
    Da fonti extraufficiali e secondo quanto riportato dalla APPO, (http://www.asambleapopulardeoaxaca.com/boletines/?p=263 )
    un commando di poliziotti e funzionari del Governo del Distretto Federale, preceduti da bande di infiltrati, ha sgomberato con la violenza e non senza scontri i manifestanti accampati nella Plaza dedicata all’architetto Manuel Tolsà. Il materiale e le strutture dei manifestanti (computer, bancarelle, coperte, tende, ecc.) sono state sequestrate o distrutte. Verso le 2 del mattino i circa 50 picchiatori e infiltrati si sarebbero ritirati per permettere il completamento dello sgombero da parte del corpo dei granaderos. Contrariamente a quanto affermato dalle autorità locali, decine di accampati sono risultati feriti, compreso Gustavo Sosa Villavicencio, fratello dell’ormai noto Flavio Sosa, uno dei portavoce dell’assemblea arrestato lo scorso 4 dicembre. Le transenne sistemate dai granaderos proteggono la piazza e impediscono agli integranti della APPO di rioccupare la zona. Questi si sono comunque mantenuti uniti e si stanno riorganizzando, anche grazie alla solidarietà cittadina, a pochi isolati di distanza. La risposta della APPO non s’è fatta attendere e questa ha organizzato per la giornata di martedì 20 marzo una marcia di protesta nel centro della capitale contro lo sgombero. Il portavoce dell’organizzazione, Florentino López, ha ribadito altresì la sua posizione critica nei confronti del governo del DF ed il sindaco Marcelo Ebrard che, sostiene, ha realizzato una discutibile politica di connivenza con il Governo Federale del Presidente Felipe Calderon.
    Implicazioni politiche
    Circa sei mesi fa, quando l’accampamento è stato impiantato nel centro cittadino, il Governo locale lo aveva tollerato in quanto vi era un certo consenso ed un relativo appoggio politico dell’amministrazione del Partito della Rivoluzione Democratica (PRD) verso il movimento di Oaxaca che lottava contro il PRI, partito nemico alleato del PAN anche nel parlamento nazionale. Anche se attualmente il PRD continua, a parole, ad appoggiare la causa della APPO, in vista delle elezioni che si terranno quest’anno nello stato di Oaxaca, sembra che il governo di Ebrard nel D.F. stia applicando una politica di mano dura che mette sullo stesso piano i venditori ambulanti, di solito abusivi, operanti nel centro storico, i centri di smistamento della droga e della pirateria, concentrati nel quartiere isola di Tepito, ed i cittadini che reclamano pacificamente il rispetto e la riparazione per i diritti violati a Oaxaca. Se da una parte si adduce che il blocco delle vie pubbliche costituisce un “delitto contro la comunità” ovvero uno sfregio allo stato di diritto, dall’altra viene negata la possibilità di riconoscere degnamente e in modo istituzionalizzato le richieste e le vessazioni di una parte sostanziale della società oaxaqueña.
    AGGIORNAMENTO A MAGGIO 2007
    A pochi giorni dallo sgombero violento, l’accampamento della APPO e’ stato ristabilito in Plaza Manuel Tolsa’, dove era stato installato circa sei mesi fa dopo i fatti violenti del 25 di novembre scorso a Oaxaca. Continua quindi l’esercizio del diritto di manifestazione pacifica di una parte della societa’ di Oaxaca che rivendica, anche qui nella capitale, la liberazione dei detenuti politici e la destituzione di Ulises Ruiz visto che non sta esercitando piu’ in modo pieno i suoi poteri nello stato del sud. Le condizioni delle tende e le installazione dei manifestanti sono comunque peggiorate visto che il Governo della capitale ha negato loro la fornitura di acqua potabile e di bagni mobili.
    Leggi anche su: http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=2&ida=&idt=&idart=7582 

  • In spagnolo: il passaggio storico dalla egemonia inglese a quella degli Stati Uniti in America Latina

    In spagnolo: il passaggio storico dalla egemonia inglese a quella degli Stati Uniti in America Latina

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    (http://www.flickr.com/photos/91431940@N00/120759705”Flickr)
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    L’articolo in spagnolo (di tipo accademico) è una rassegna storica sul periodo della fine dell’ottocento e inizio novecento che segna la prima ascesa dell’egemonia statunitense in America Latina e nel mondo. La fase alta dell’egemonia USA arriverà poi con la fine della Seconda Guerra Mondiale anche se già da prima, appunto, si potevano notare gli elementi della costruzione del potere duro e del consenso di questa potenza.
    ECCOLO QUI:
    in PDF:
    http://online.unisc.br/seer/index.php/barbaroi/article/viewFile/142/95

    in HTLM:

  • Storia di oaxaca: aggiornamento dicembre 2006 e inizio 2007

    Storia di oaxaca: aggiornamento dicembre 2006 e inizio 2007

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    Liberazione di detenuti e ritiro parziale della polizia federale a Oaxaca, Messico

    Dopo oltre un mese e mezzo di occupazione del centro storico di Oaxaca, sabato 16 dicembre 2006 è avvenuto il ritiro parziale di circa la metà dei 4000 effettivi della (PFP) Polizia Federale Preventiva inviati da Città del Messico per cercare di “ristabilire l’ordine e la legalità” nel noto centro turistico. Inoltre, sono stati rilasciati dal carcere di Nayarit 43 dei 141 detenuti che erano stati arrestati e, in seguito, deportati nel nord del paese durante gli scontri violenti tra i manifestanti della APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca) e la PFP il 25 novembre scorso. Le cauzioni per la liberazione dei detenuti oscillano tra i 3000 e i 150.000 euro e sono state coperte, in questo caso, dal Governo dello Stato di Oaxaca. Sostiene il leader sindacale Enrique Rueda che “la liberazione dei compagni catturati è avvenuta attraverso una negoziazione politica visto che il regolare processo giuridico avrebbe preso dei mesi”.

    Nonostante questi segnali di distensione e il parziale ritorno alla normalità della vita nel capoluogo, continuano ad arrivare denunce che mantengono in stato d’allerta le associazioni per la difesa dei diritti umani. Domenica 17 c’è stata la manifestazione delle donne di Oaxaca ed anche un atto pubblico d’accoglimento dei primi detenuti che ritornavano alle proprie case. La APPO ha convocato una nuova mobilitazione pacifica per la giornata di venerdì 22 dicembre. E’ prevista una marcia dei membri della Assemblea Popolare che sono stati picchiati e perseguitati per rendere pubbliche le violazioni che hanno caratterizzato l’operazione repressiva e le provocazioni della polizia a partire dalla sua incursione il 29 ottobre fino agli ultimi scontri di novembre.

    A questo proposito abbiamo raccolto la preziosa testimonianza del oaxaqueño Artemio Martinez, membro del Comitè Cerezo Oaxaca, organizzazione che lotta per la liberazione dei fratelli Cerezo e i diritti dei detenuti in generale (http://www.comitecerezo.org/ ), e volontario della LIMEDDH (Liga Mexicana para la Defensa de los Derechos Humanos). Dopo l’arresto di uno dei portavoce più conosciuti della APPO, Flavio Sosa, lo scorso 4 dicembre i governi locale e federale hanno dichiarato la fine del movimento mentre “questo si considera formato dalle basi e privo di una leadership e gerarchia definite anche se si riconosce il ruolo importante dei portavoce come Sosa e Florentino Lopez per intavolare negoziazioni e rapportarsi ai mezzi di comunicazione. Inoltre è molto complicato il controllo di associazioni eterogenee e di una militanza così numerosa e a questo scopo è stato celebrato il Congresso Costituente dell’Assemblea il mese scorso”.

    Flickr imageAlle accuse provenienti da più parti che insinuano una strumentalizzazione del movimento da parte dei partiti politici, specialmente del PRD dell’ex-candidato presidenziale Lopez Obrador, Artemio ribatte specificando che la APPO “è una unione includente in cui uno dei partecipanti è il PRD o parti di questo partito così come lo sono i professori, le donne, i movimenti indigeni e gli studenti; la protesta propone un governo popolare, è anti repressiva e contraria alle affiliazioni e interessi di partito”. Infatti, la riforma profonda dello stato passa dalla “sparizione dei poteri esistenti, la destituzione del governatore e il riconoscimento dei diritti democratici delle comunità, incluso il sistema di usi e costumi che già funziona nella maggior parte dei Comuni”.

    Intanto continua la vessazione di categorie specifiche, organizzazioni della APPO e volontari. Esempio eclatante è l’ordine di arresto contro Jessica Maya responsabile della Lega Messicana Diritti Umani a Oaxaca per “l’occupazione del canale numero 9 della TV locale mentre costei si trovava là come intermediaria per la liberazione delle persone detenute in quella operazione; addirittura appare in una foto scattata tendenziosamente quando, secondo l’accusa, capeggiava l’azione illegale”. In questo modo ha operato la propaganda televisiva e governativa che ha definito i detenuti del 25 novembre come “altamente pericolosi” per poterli internare nel settentrionale stato di Nayarit, lontano dai propri familiari “nonostante non ci siano delitti federali imputabili né atti di delinquenza comune che giustificano il trasferimento”.

    Continua Artemio sostenendo che “oltre alle misure di provocazione diretta con infiltrazioni nelle manifestazioni e lancio preventivo di lacrimogeni, si è proceduto, come ad Atenco il maggio scorso, alla perquisizione sistematica di case con la violenza, ai pestaggi, alle catture con invenzione di accuse e minacce fisiche e psicologiche dirette a familiari e integranti del movimento”. Dopo gli scontri del 25 novembre, la polizia è autorizzata a portare armi e fare rastrellamenti giornalieri. Si entra in case private e negozi per eseguire ordini di cattura fittizi contro chiunque sia stato identificato come integrante della APPO o semplicemente contro persone sospette o presunti attivisti.

    Flickr imageIl conflitto, che dura ormai da più di sette mesi e che era cominciato come una protesta sindacale dei docenti, s’è esteso ai gruppi della società civile che hanno creato la APPO come risposta all’onda repressiva che il governatore dello Stato, Ulises Ruiz, ha scatenato contro il movimento pacifico dei professori. Alle domande strettamente sindacali si sono quindi aggiunte delle richieste politiche come la riforma costituzionale dello Stato, la destituzione del governatore e la democratizzazione di istituzioni obsolete che, dopo 77 anni di governo di un solo partito, il PRI, non sono assolutamente in grado di canalizzare il malcontento.

    Anche su: http://americalatina.blogosfere.it/2007/05/storia-del-conflitto-in-oaxaca-2-parte.html

    DI FABRIZIO LORUSSO, MEXICO DF

  • STORIA DI OAXACA: DA MAGGIO 2006 al 25 NOVEMBRE 2006 (Seconda Parte)

    STORIA DI OAXACA: DA MAGGIO 2006 al 25 NOVEMBRE 2006 (Seconda Parte)

    Flickr imageLUGLIO AGOSTO

    Il 2 luglio si vota e dopo qualche giorno inizia a Città del Messico la rivolta di Lopez Obrador (del PRD, Partido Revolucion Democratica, più o meno di sinistra) per far ricontare i voti uno per uno e dare certezza alle elezioni che Calderon (del PAN, Partido Accion National, di destra) ha vinto con un margine di soli 240mila voti su 42 MILIONI e dopo una campagna sporca dei mezzi di comunicazione (TV azteca e TeleVisa, scaricatevi su e-mule o google video il documentario o estratti di Canal seis de julio: “Teledictadura” oppure “Aventuras en Foxilandia”, per favore ! ).

    A OAXACA, vengono occupate alcune radio e TV dai professori che iniziano a discutere il ritorno a lezione in attesa di qualche notizia dal governo centrale. Nel DF e in internet si inizia a sentire Radio Planton con la diretta di tutti gli avvenimenti di Oaxaca.

    IMPLICAZIONI NAZIONALI DEL CONFLITTO

    1 – Il PAN avrà bisogno del PRI per avere la maggioranza parlamentare che appoggerà il futuro governo nazionale messicano dal 1 dicembre. Ulises Ruiz, gobernador de Oaxaca è del PRI. Calderon, presidente spurio, come lo chiamano qui, è del PAN. Viene logica un’alleanza per calmare il conflitto e non destituire il governatore in cambio di posti di rilievo nel futuro governo e di un appoggio politico reciproco.

    2 – La destituzione del governatore di Oaxaca da parte di un movimento popolare aprirebbe la strada a vie rivoluzionarie da parte del candidato sconfitto della sinistra Lopez Obrador che potrebbe fare la stessa cosa per ottenere lui la presidenza a livello nazionale. Era realmente improbabile ma così dicevano quelli che s’opponevano al movimento di Oaxaca quest’estate…

    LA RICHIESTA DI “DESAPARICION DE PODERES”

    Allora, risulta che l’uscita del governatore, salvo sua rinuncia, può essere decretata solo dal Senato dopo un’analisi della situazione dello Stato e dopo che questa camera abbia deliberato che non ci sono le condizioni di governabilità, insomma che è stato perso il controllo e che quindi si fanno scomparire tutti i poteri del governatore. Questo processo di analisi e decisione inizia in settembre, quasi al quarto mese di occupazione delle piazze e vie del centro e dopo che la stampa e la TV hanno aperto una campagna di terrore e intimidazione contro i manifestanti.

    Il Senato dice che Oaxaca è governabile e non destituisce il governatore. La realtà è diversa ma nessuno lo saprà. La TV inizia a mostrare gli “atti violenti” che la APPO commette, le strade sporche, le barricate e comincia la campagna per spingere mediaticamente il governo centrale a una risoluzione con “mano firme” e invio della polizia federale preventiva (PFP) contro i ribelli.

    PARAMILITARI E REPRESSIONE

    Mentre le negoziazioni proseguivano senza risultati concreti, ecco che gruppi paramilitari, priisti, sbirri del governo e pistoleros sono entrati nella dinamica del conflitto per generare pressioni, vittime nella APPO (tra morti e desaparecidos), infiltrazioni nelle manifestazioni e scontri armati. Questa ha iniziato a rinforzare barricate nella città e preparare difese. Non dico che non ci siano attori violenti nella APPO o gruppi radicali. Però sostengo anche che i 15 o 16 morti, i circa 140 incarcerati (presos politicos) e i 40 scomparsi che fino ad ora ha causato il conflitto sono tutti inequivocabilmente di un bando solo: dei manifestanti. Punto e a capo.

    Flickr imageOTTOBRE 2006

    Quando la APPO si apprestava, dopo una grande marcia-carovana di 500 km a piedi di militanti e simpatizzanti attraverso tutte le regioni da Oaxaca alla capitale del Messico, a installarsi nel centro di Città del Messico, vengono feriti alcuni suoi integranti da spari provenienti dagli uffici del Ministero dell’Interno in pieno giorno. Continuano spari e attentati notturni contro le barricate e gli accampamenti dei manifestanti a Oaxaca.

    29 OTTOBRE: INGRESSO DELLA POLIZIA FEDERALE PREVENIVA IN CITTA’

    In seguito alla uccisione di un maestro e di un giornalista americano (Bradley Will) in una sparatoria tra membri del PRI e della APPO, si crea la scusante per l’entrata della PFP, polizia mandata dal DF e integrata anche da militari, per liberare l’accampamento nel zocalo di Oaxaca con la violenza. Due morti negli scontri. La APPO ripiega nel campus della Università Autonoma Benito Juarez. Altri scontri e “vittoria” (di Pirro) della APPO presso l’università, zona in cui la polizia non riesce a penetrare.

    NOVEMBRE

    Manifestazioni, conferenze e marce pacifiche sono state organizzate nella città di Oaxaca ogni fine settimana tra provocazioni, gas lacrimogeni e pietre gettate dai tetti delle case e dai poliziotti installati permanentemente nel centro urbano.

    La APPO ha promosso un congresso costitutivo per proporre le riforme costituzionali nello Stato, la destituzione del governatore Ruiz, l’uscita della PFP dalla città, la liberazione dei prigionieri politici e la democratizzazione delle istituzioni. Il PRD e Lopez Obrador hanno appoggiato timidamente il movimento solo in alcuni momenti cogliendo l’opportunità quando gli faceva comodo. In caso di nuove elezioni a Oaxaca, sarebbe il partito favorito per la vittoria.

    Il Subcomandante Marcos e l’EZLN, insieme ad altre organizzazioni indipendenti, hanno promosso in Chiapas e altri stati il blocco di strade e manifestazioni pacifiche in favore dle movimento di Oaxaca e dell’uscita della polizia federale dalla regione. Continuano a Oaxaca le manifestazioni di gruppi sociali vari, donne, indigeni e associazioni. Le marce sono quasi sempre infestate da Gas Lacrimogeni mischiati con pepe e peperoncino urticante.

    25 NOVEMBRE: l’ennesima manifestazione della APPO, che questa volta si proponeva di accerchiare per 48 ore il zocalo di Oaxaca, viene dispersa violentemente dalla polizia che riguadagna tutte le zone del centro al controllo statale e, ancora oggi, le mantiene sotto controllo permanente. Scontri per più di 5 ore. 141 detenuti, tra donne, ragazzi e anziani. Si denunciano abusi e torture sui detenuti. Per tenerli lontani dai familiari sono stati traslatati in blocco a Nayarit nel nord del paese, dopo essere stati giudicati altamente pericolosi. Attualmente c’e’ un accampamento fuori dal carcere a Nayarit dove i familiari cercano di assistere i loro cari.

    Da questa data la polizia è autorizzata a portare armi e fare rastrellamenti giornalieri. Si violano case private e negozi per eseguire ordini di cattura fittizi contro chiunque sia stato identificato come integrante della APPO o semplicemente contro persone sospette o presunti attivisti. Tutti sono a rischio, compresi i membri di associazioni di diritti umani che cercano a stento di comunicare i familiari coi carcerati. Dopo che Calderon è asceso alla Presidenza della Repubblica Messicana il 1 dicembre, alcuni leader della APPO (in particolare il noto Flavio Sosa) sono venuti a negoziare con il nuovo governo nella capitale ma sono stati arrestati e sono attualmente in prigione.