Inicio

  • Cile, la Carta vira sul nero

    Cile, la Carta vira sul nero
    Seggio elettorale del comune della Pintana, Santiago del Cile, 7 maggio 2023 (Javier Astudillo)

    di Susanna De Guio da Il Manifesto

    Domenica 7 maggio a Santiago del Cile è stata fredda e plumbea, in sintonia con la confusione e il disorientamento che regnava alle urne. Per la seconda volta negli ultimi tre anni la popolazione è stata chiamata a scegliere le persone designate a scrivere una nuova Costituzione.

    IL PRIMO TENTATIVO era iniziato con il plebiscito del 25 ottobre 2020 e con un 78% di voti favorevoli a cambiare la Costituzione del 1980, ereditata dalla dittatura, poi confermato dall’elezione dei membri della Convenzione, il 15 e 16 maggio 2021, con numerose figure indipendenti, provenienti dai movimenti sociali e dalla società civile. La Costituzione che hanno scritto, osservata attentamente in tutto il mondo per le sue caratteristiche progressiste, è stata però scartata bruscamente con il plebiscito finale il 4 settembre scorso. Il 61% degli aventi diritto ha rifiutato il testo costituzionale elaborato durante un anno intero dai 155 rappresentati eletti.

    L’ATTUALE PROCESSO costituente è cominciato subito dopo, quando il presidente Boric ha riunito le Camere alla ricerca di un accordo per riproporre alla cittadinanza il cambio della Costituzione, tassello fondamentale della sua agenda di governo. Questa volta però i candidati appartengono tutti ai partiti politici seduti nel Congresso, sono solo 50 i “consiglieri” scelti con il compito di votare un progetto di Costituzione già preparato da una Commissione di Esperti che sta lavorando da marzo, a sua volta selezionata dallo stesso Congresso e che vede, tra le sue fila, vecchi volti della politica cilena e perfino figure legate alla dittatura di Pinochet, come Hernán Larraín Fernández, chiamato a presiedere l’inizio dei lavori della Commissione e fortemente criticato dalle organizzazioni per i diritti umani.

    Questa domenica nel comune della Pintana, territorio di estrazione popolare nella periferia sud della capitale, la maggior parte delle persone stava ancora decidendo per chi votare mentre aspettava in fila davanti alle urne. «Non ho trovato un candidato che mi rappresenti» dice Ana María, di 31 anni. «Sono venuta a votare perché è obbligatorio, non tanto per convinzione» aggiunge, non è molto interessata al nuovo processo costituente perché sente che la politica è sempre manipolata. Al contrario Rodrigo, 41 anni, ritiene importante questa elezione perché «qui si decide il futuro del Paese», però allo stesso tempo ammette: «Non ho fiducia in questo processo costituente». Nemmeno lui ha ancora scelto il suo candidato.

    ALLE URNE si è presentato l’84% degli aventi diritto, una novità per un Paese come il Cile, dove storicamente l’affluenza è bassa. Ma l’effetto del voto obbligatorio ha portato molte persone a votare senza sapere per chi. Priscila, 37 anni, non sarebbe andata a votare, «non sono informata, non ne ho avuto il tempo però non mi sembra che sia circolata molta informazione in generale».
    Il vincitore assoluto del nuovo Consiglio Costituente è stato il Partido Republicano, di estrema destra e rappresentato da Antonio Kast, che si era conteso il governo del Cile con Gabriel Boric nelle ultime elezioni presidenziali. Con 22 seggi su 50, è stato il partito più votato, nonostante si presentasse da solo, e può ora allearsi con la coalizione della destra tradizionale, che ha ottenuto altri 11 seggi: insieme raggiungono la maggioranza assoluta, non avranno bisogno quindi di negoziare gli articoli della nuova Carta con la coalizione di governo, che ha ottenuto 17 seggi, né con i partiti della storica Concertación, che sono rimasti senza nemmeno un rappresentante.

    LA COMPOSIZIONE dell’anteriore Convenzione costituzionale mostrava una fotografia opposta: il Partido Republicano non aveva ottenuto neanche un seggio, e in generale il risultato dei partiti politici era stato inferiore a quello delle liste indipendenti. Nel voto di domenica influisce anche il malessere per l’inflazione e la precarietà lavorativa lasciata dalla pandemia, ma soprattutto un giudizio negativo della gestione dell’attuale governo Boric, che ha ormai abbandonato una narrativa politica propria per fare sua l’agenda securitaria della destra.

    SECONDO LO STORICO e accademico Sergio Grez, le cause di questo risultato si comprendono solo se si osserva tutto il processo politico recente del Cile a partire dalla rivolta sociale del 2019. «Il fracasso del primo percorso costituente era scritto nel dna dell’Accordo per la Pace che ne stabiliva le regole, firmato a porte chiuse dai partiti allora rappresentati al Congresso» ricorda prima di analizzare il presente: «Il processo attuale è una versione più conservatrice e reazionaria: la casta politica ne ha il controllo dall’inizio alla fine. Non solo il Consiglio che si è eletto domenica si limiterà ad accogliere o rifiutare il testo proposto dagli esperti, ma è previsto anche un Comitato tecnico di ammissibilità, che controllerà se gli articoli approvati sono compatibili con 12 basi costituzionali già stabilite e immodificabili. Tutto questo è antidemocratico, è la negazione del diritto alla libera determinazione, è la negazione del potere costituente originario».
    Per queste ragioni Sergio Grez è uno dei firmatari dell’appello al voto nullo che è circolato nelle settimane precedenti alle elezioni, con l’appoggio di numerosi accademici e collettivi politici e sociali. Anche due deputati e un senatore si sono posizionati pubblicamente per il voto nullo, perché questo processo costituente di fatto non permette di decidere nulla alla popolazione. «La nuova Costituzione è la reazione delle classi dominanti e della casta politica alla rivolta popolare dell’ottobre 2019» conclude Grez.

    OLTRE ALL’IMPENNATA di consensi all’estrema destra, fenomeno ormai riconoscibile in diversi Paesi tra cui l’Italia stessa, questa elezione mostra un dato che la stampa cilena si è assicurata di nascondere: hanno votato nullo oltre 2 milioni di persone, il 17% del totale, un numero che sfiora il risultato della coalizione della destra tradizionale (21%), dopo il Partido Republicano (35%) e dopo la coalizione di governo (28%). Se in soli tre anni i repubblicani hanno spostato l’intero asse politico verso destra, sull’altro versante cresce l’indignazione e uno scontento che potrebbe trasformarsi in un altro rifiuto del nuovo testo costituzionale, che andrà a plebiscito in dicembre.

  • Boletín sobre desapariciones en Guanajuato / mayo de 2023

    Boletín sobre desapariciones en Guanajuato / mayo de 2023

    1. Número de desapariciones en GTO

    Información obtenida mediante la Unidad de transparencia de la Fiscalía General del Estado (FGE) y la Comisión Nacional de Búsqueda indica que la cifra actualizada al 15 de abril de 2023 de personas desaparecidas en Guanajuato es de 3 mil 666 personas (181 anteriores al 1/1/2012; 3,485 posteriores) (Folio 112093900049523).

    Se confirma que el número de personas desaparecidas, sin contar la cifra negra de quienes no han denunciado una desaparición, ha crecido seis veces entre abril de 2018 y abril de 2023.

    Irapuato, Celaya, León, Salamanca y Pénjamo siguen siendo, a lo largo de los últimos 5 años, las ciudades con más personas desaparecidas en términos absolutos, respectivamente con 411, 376, 361, 179, y 140 casos (dato CNB), lo cual nos habla de la persistencia del fenómeno y de la incapacidad institucional para acotarlo.

    En términos relativos, respecto de su población, cabe destacar que, hasta septiembre de 2022, Villagrán tenía la tasa más alta de desapariciones cada 100mil habitantes (133.2); Apaseo el Alto la segunda (119.6); Cuerámaro la tercera (119), Abasolo la cuarta (96.5), y finalmente Pénjamo la quinta (93.3).

    Particularmente grave, pero ausente de la agenda política y mediática, la situación de Pénjamo: tanto en números absolutos como sobre la población está entre los primeros cinco municipios con más desapariciones.

    2. Situación forense

    En Guanajuato hasta abril de 2023 había 2,088 cuerpos en distintos lugares de resguardo de las autoridades, entre identificados, no identificados y/o sin reclamar.

    La cifra ha estado aumentando constante y paulatinamente en los últimos dos años: por un lado, se debe a la centralización del resguardo de los cuerpos, pero, por otro, es síntoma de la crisis de violencia, desapariciones y patrones de ocultamiento clandestino en la entidad.

    Desglosando los datos: había 1,186 cuerpos en el panteón forense de la FGEG en la capital del estado, 77 cuerpos en Servicios Médicos Forenses (al 20 de abril de 2023) y 825 en fosas comunes municipales. 

    3. Fosas clandestinas y sitios de hallazgo en Guanajuato

    En Guanajuato por lo menos se han registrado 351 fosas clandestinas con centenares de cuerpos y restos humanos en los últimos años. 

    El dato se desglosa así.

    De 2009 a julio de 2020, investigaciones académicas documentaron 109 fosas clandestinas localizadas en el estado. 

    Desde entonces, hasta el 28 de abril de 2023, la Comisión Estatal de Búsqueda ha localizado otras 242 inhumaciones ilegales dentro de unos cincuenta sitios de hallazgo, así que, en Guanajuato en total, por lo menos hay 351 fosas clandestinas o sitios de ocultamiento irregulares.

    En Juventino Rosas la comisión estatal registró 56 fosas clandestinas y en Celaya 27, desde 2020: entonces, tan solo estos dos municipios, cercanos y colindantes entre sí, dan cuenta del 30% de las 242 fosas encontradas en Guanajuato desde agosto de 2020, destacando la enorme gravedad y descontrol de la seguridad en la región.

    4. Opacidad

    De estos sitios, según datos de la fiscalía estatal, entre 2019 y marzo de 2023, fueron recuperados 422 cuerpos.

    Sin embargo, se estima que puedan ser muchos más, ya que el dato de FGE no contempla todos los sitios de hallazgo contabilizados en este informe.

    Además, por transparencia, la FGE sólo comunica la existencia de 18 contextos de hallazgo (Anexo Folio 112093900040523), muchos menos de los que efectivamente existen y que fueron procesados por la Comisión Estatal de Búsqueda, o bien, registrados con anterioridad al 2020 por la prensa.

    Cabe destacar que, si la Comisión trabaja estos sitios y encuentra cuerpos, o bien, si cualquier persona o las buscadoras encuentran restos humanos en algún lugar, estos deberán ser procesados y llevados a resguardo por parte de la FGE, así que ésta no puede no conocer, no registrar o no informar sobre estos lugares y los hallazgos correspondientes.

    Asimismo, aún no tenemos en Guanajuato un registro de fosas clandestinas y comunes, como lo mandatan las leyes vigentes, ni en versión pública ni en una versión bajo reserva de consulta. Las propuestas de modificación legislativa al Congreso local para construir y publicar los registros, planteadas por la Plataforma por la Paz y la Justicia en Gto, a la fecha han sido desatendidas.

    5. Fosas clandestinas delatan impunidad y un contexto de violaciones sistemáticas y generalizadas a los derechos humanos

    Muchas fosas comunes se encontraron recientemente cerca de centros urbanos, carreteras transitadas y comunidades rurales pobladas.

    La gran mayoría de las fosas fueron realizadas en diferentes momentos (diacrónicas).

    Los sitios de exterminio y las inhumaciones ilegales contienen fosas comunes y entierros múltiples, hechos a lo largo de meses o años, sin que la autoridad lo impidiera.

    Esto habla de un contexto de violencias extremas, de impunidad y tolerancia de parte del Estado, mismo que, a través de sus niveles de gobierno e instituciones, no ha mostrado presencia material y simbólica, más allá de operativos militares, de fuerzas estatales y conjuntos de tipo reactivo o disuasivo.

    Habla de que el Estado tenía conocimiento y tenía que prevenirlas, pero no lo hizo.

    Asimismo, el patrón de fosas y otros tipos de sitio de ocultamiento habla de que las violaciones han sido sistemáticas, las desapariciones son seriales y recurrentes, y su ocultamiento responde a patrones específicos, pero con algunos rasgos comunes, para cada subregión del estado y de los municipios.

    Además, las desapariciones son generalizadas, afectan a la población de manera indiscriminada y masiva, siendo conducidas muchas veces por actores armados de distinta naturaleza, legales e ilegales (hasta 2022, había tan solo 18 condenas por desaparición forzada en Guanajuato, aunque por aquiescencia u omisión de servidores públicos en las desapariciones, se tienen documentados muchos más casos).

    6. El contexto en contra de la incolumidad de las buscadoras

    La Plataforma por la Paz y la Justicia, junto con organismos internacionales y organizaciones civiles, ha documentado seis asesinatos en contra de personas buscadoras en Guanajuato, la entidad más peligrosa del país para ejercer el derecho a buscar y ser buscados: el de Teresa Magueyal, el 2 de mayo de 2023; de Rosario Zavala Aguilar en 2020; de Francisco Javier Barajas y un buscador de Pénjamo en 2021; de Ulises Cardona Aguilar 2022 y de María Carmela Vázquez en 2022. 

    Ante este contexto, la lucha de 20 colectivos de búsquedas, principalmente integrados por mujeres, y de las buscadoras independientes en la entidad constituya una reserva moral y política contra las mafias y la indolencia de las autoridades, así como un empuje para que las instituciones actúen. Este 10 de mayo, Día de la madre, no habrá nada que festejar y, más bien, habrá marchas masivas para la verdad, la justicia y la memoria de más de 110mil desaparecidxs en México.

    Por Fabrizio Lorusso – Plataforma por la Paz y la Justicia en Guanajuato / Proyecto Pronaces Conacyt 2022-2024 n. 319130: “Incidencia política de las familias de personas desaparecidas en Guanajuato y Jalisco a partir de procesos organizativos y de construcción de memoria”

    Relacionadas sobre contexto de Guanajuato:

    https://www.animalpolitico.com/sociedad/guanajuato-asesinatos-entidad-violenta-personas-buscadoras

    https://lasillarota.com/guanajuato/estado/2023/5/10/en-guanajuato-mas-de-600-madres-buscan-sus-hijos-desaparecidos-427819.html

  • Guanajuato es una fosa

    Guanajuato es una fosa

    Guanajuato es una fosa porque, en el contexto de las violencias sociopolíticas y estructurales que caracterizan su modelo de “desarrollo del subdesarrollo”, en palabras del sociólogo alemán André Gunder Frank (QEPD), la fosa común se ha vuelto una metáfora del terror en la entidad.

    Masacres en balnearios, secuestros masivos de mujeres, matanzas en anexos, trata de blancas y giros negros proliferantes, tráfico de migrantes, desapariciones forzadas y sitios de exterminio son emergencias endémicas en el paisaje forense local, tristemente normalizadas por el discurso oficial y opacadas por los incipientes estridores de la precampaña y la contienda interna al gobernante Partido Acción Nacional.

    Las tareas de seguridad pública son compartidas entre fuerzas militares y civiles, con casi 12 mil efectivos de Sedena y Guardia Nacional, y otros tantos po-licías estatales y municipales. El blindaje castrense y los operativos conjuntos han crecido desde 2016, como remake de estrategias fallidas, junto con la escalada de múltiples violencias, y no han redundado en niveles aceptables de seguridad.

    En Romita el secretario de seguridad pública y dos oficiales fueron detenidos en febrero por desaparición forzada e inhumación clandestina de tres personas. En Juventino Rosas la policía municipal fue liquidada en octubre de 2021, debido a infiltraciones del crimen organizado.

    En los pueblos del Rincón, fronterizos con Jalisco, y en Celaya, emergen redes macrocriminales de extorsión al empresariado, un giro disputado entre grupos del crimen organizado, policías locales y hasta fuerzas federales.

    En marzo los papás del joven empresario Jair Martínez, secuestrado y asesinado en Irapuato, reclamaron a la fiscalía no haber actuado a tiempo para rescatarlo cuando ya tenían ubicado su paradero. Ese mismo mes, seis mujeres celayenses fueron asesinadas y únicamente fragmentos de ellas se recuperaron en una fosa. Alertan buscadoras y autoridades de que, cada vez más, los cuerpos son destruidos y calcinados, no sólo enterrados.

    Guanajuato es una fosa porque, dentro de los enredos de impunidad y colusión, han sido más contundentes los mensajes de las mafias que las acciones concretas o simbólicas del Estado para combatirlas. Parece, entonces, que Guanajuato es la “grandeza de México”, como reza el lema oficial, y que no pasa nada, aunque se registran 3 mil 666 personas desaparecidas, seis veces más que en 2018, y al menos 351 sitios de hallazgo de cuerpos y restos humanos.

    El alcalde de San Felipe es investigado por tráfico de migrantes, por su posible participación en una red delincuencial, destapada en abril, y la liberación de 86 personas secuestradas en Matehuala.

    El estado sigue primero a nivel nacional por los asesinatos de policías y los homicidios dolosos en general. Los periodistas que denuncian se arriesgan a sufrir agresiones físicas, morales y digitales, o acusaciones infundadas para censurar su trabajo. Por ejemplo, Arnoldo Cuéllar, director de Poplab.Mx, es perseguido por dos fiscalías, en Guanajuato y Nuevo León, por destapar con su equipo un caso de espionaje en su contra y denunciar las artimañas de poderes fácticos y legales.

    En León, a más detenciones, más estímulos a los policías, así que hay rondas y redadas selectivas y recurrentes, de hecho, que afectan las colonias y las poblaciones más vulnerables y segregadas. Según testimonios de víctimas, policías de tránsito y municipales conocen y toleran rutas y puntos de distribución de drogas, pactan con taxistas y conductores de Uber, ubican casas de pánico y de seguridad. Los cuerpos policiacos de Irapuato, Celaya y León ya son conocidos por sus agresiones a marchas pacíficas y su saña contra las mujeres.

    La criminalización y revictimización de las familias, a veces investigadas ellas mismas como sospechosas, o sujetas a pillajes por las autoridades, completan el cuadro de la crónica guanajuatense.

    Estas muestras son intersticios de una necromáquina, diría Rossana Reguillo, y de lo que Samuel Schmidt llama crimen autorizado: bisagras del dispositivo que reproduce o permite las desapariciones u otros delitos, dentro de un entramado criminal en que entran grupos armados o paramilitares, como Jalisco Nueva Generación y Santa Rosa de Lima, en contubernio con ciertos sectores del Estado.

    Teresa Magueyal fue asesinada el 2 de mayo en San Miguel Octopan, Celaya. Buscaba a su hijo, José Luis Apaseo Magueyal, desaparecido el 6 de abril de 2020, y ahora serán sus compañeras quienes continúen, solidariamente. Su colectivo, Una Promesa Por Cumplir, en 2022 sufrió abusos de agentes de investigación, según reporta la Comisión Nacional de Derechos Humanos, y ahora pide justicia, protección y revisión del Mecanismo de Protección para Personas Defensoras de Derechos Humanos y Periodistas, ya que lo tienen activado, pero no ha sido efectivo.

    La Plataforma por la Paz y la Justicia en Guanajuato, además del caso de Teresa, documentó los asesinatos de Rosario Zavala Aguilar en 2020; de Francisco Javier Barajas y un buscador de Pénjamo en 2021; de Ulises Cardona Aguilar y María Carmela Vázquez en 2022. La Unión Regional de Búsqueda del Bajío y el Comité contra las Desapariciones Forzadas de la ONU repudiaron estos crímenes, exigen su esclarecimiento y seguridad para las buscadoras. Este 10 de mayo, Día de la Madre, no habrá nada qué celebrar. Nos lo recordará la 12 Marcha por la Dignidad Nacional: Madres buscando a sus familiares desaparecidos, buscando verdad y justicia.

    Por Fabrizio Lorusso / Desde el diario mexicano La Jornada del 06/05/2023

    Si quieres escuchar el artículo:

    📺Videolectura youtu.be/x_AZkgTjOhk
    🗞️Versión Impresa jornada.com.mx/2023/05/06/opinion/017a1pol
    💾Versión Web jornada.com.mx/notas/2023/05/06/politica/guanajuato-es-una-fosa-20230506/

  • LOS SUEÑOS NO SE DESALOJAN

    LOS SUEÑOS NO SE DESALOJAN

    A las comunidades, colectivos y organizaciones solidarias con la liberación territorial La Loma de la Abuela en San José Atzompa, Oaxaca.

    Queremos denunciar el intento de desalojo que tuvo lugar el día jueves 4 de mayo en la casa de la Loma de la Abuela. El señor Damián Gallardo Martínez, ex preso político y víctima de tortura por parte del Estado mexicano, se presentó con un machete durante la ceremonia de la danza de la lluvia tratando de obligarnos a desalojar la casa y ofendiendo nuestra espiritualidad Maya y diversa de diferentes pueblos. A pesar de tener un acuerdo para habitar la casa y su territorio, el señor Gallardo nos quiere desalojar sin mayor explicación.

    Seguimos resistiendo porque hemos pactado no ceder a sus presiones y liberar este espacio para desarrollar caminos comunitarios y autónomos de sanación, de libre determinación y en defensa de la vida. La casita sigue sirviendo para resguardar a compas con desplazamiento forzoso, para defender territorios en Abya Yala, para procesos de sanación colectivos para mujeres que sufrimos de violencia, para acuerpar a compas migradas y que van de paso y no tienen a dónde quedarse, para procesos de educación popular feministas comunitarios, y para procesos espirituales energéticos vinculados al agua, aire, fuego y tierra, y para resguardar la vida de la defensora perseguida Aura Lolita Chavez Izcaquic.

    Seguimos resistiendo pero tenemos mucho miedo por la presencia de hombres con armas de fuego en el camino a la casa.

    Hacemos responsable a Damián Gallardo de cualquier ataque de aquí en adelante a la casa de la Loma de la Abuela. Tenemos miedo por nuestra vida, la vida de quienes nos vienen a acuerpar, por qué también entre ellas hay niños y niñas.

    Hemos aclarado que la agencia comunitaria de San José Atzompa logró hasta ahora rechazar en asamblea la entrada de la Guardia Nacional, pero vimos vehículos sospechosos hacer rondines cerca del territorio en San José Atzompa.

    Repudiamos las campañas de difamación y de odio en contra de nosotras por parte de supuestas organizaciones sociales que aseveran que el señor Gallardo no estuvo acá el día de la amenaza de desalojo. Por lo que exigimos que se investigue de forma inmediata los hechos que estamos denunciando por qué nuestras vidas están en riesgo.

    Invitamos a compañeras, compañeros y compañeres solidaries a sumarse al resguardo y salvaguardia de nuestra vida y del territorio liberado.

    No queremos la intervención del Estado y sus fuerzas policiacas, militares, jurídicas u ONGs que puedan solapar e intimidarnos para silenciar este caso, porque creemos que no es un caso aislado. Por eso, llamamos a compañeras, compañeros y compañeres a que investiguen los hechos y los vínculos de poderes de lo que estamos denunciando.

    Quedamos en alerta permanente y en guardia.

    ¡No somos delincuentes, no somos criminales, los sueños no se desalojan!

  • Un vaccino problematico

    Un vaccino problematico

    L’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro deve affrontare diversi guai giudiziari e per uno di questi gli hanno requisito l’abitazione. Di questo e di una contestata riforma dell’istruzione in Brasile ne parliamo con Alessandro Peregalli, dell’Universidade Federal de Juiz de Fora, a Minas Gerais.
    Il secondo collegamento lo facciamo con Buenos Aires per parlare del cosiddetto “Tango Nuevo” e dell’arrivo a Padova di un esponente di spicco di questa musica: il gruppo Tanghetto. Ne parliamo con il suo fondatore e leader, Max Masri.

  • Il non benvenuto

    Il non benvenuto

    Juan Guaidó, fra i leader dell’opposizione venezuelana, ha provato ad entrare in Colombia ma senza il gradimento di Gustavo Petro. Intanto quest’ultimo va avanti con i negoziati di pace, mentre deve risolvere una crisi all’interno del proprio governo. Di questa situazione complessa ci parla da Bogotà Giacomo Finzi, docente di Relazioni Internazionali e Teoria Politica Universidad Nacional de Colombia e Universidad de los Andes. Alla seconda parte andiamo in Perù per parlare dei migranti venezuelani che provano a passare la frontiera con il Cile, molti dei quali tornano indietro. E poi c’è da capire come se la passa il governo Boluarte dopo le proteste finite lo scorso febbraio. Lo spiega da Lima il cooperante internazionale Daniele Ingratoci.

  • La visita che sfida

    La visita che sfida

    Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, visita diversi paesi dell’America Latina, con il Brasile come destinazione principale e di sfondo la guerra in Ucraina. Ma quanto questo paese è presente nella regione? E come reagisce Washington a questa visita? A raccontarlo da Fortaleza Fabio Gentile, professore di scienze politiche università federale del Ceará, e dall’Italia Fabio Bozzato, giornalista free lance per diverse pubblicazioni italiane. (Foto di Fabio Rodrigues, Pozzebom/Agenzia Brasil)

  • A valorização da escuta na etnografia de Raúl Zecca Castel

    A valorização da escuta na etnografia de Raúl Zecca Castel

    A antropologia diz respeito aos seres humanos, às pessoas. E não devemos errar ao considerar essas vidas como um “objeto de pesquisa”.

    por Arnaldo Cardoso, especial para o Jornal GGN

    Há dez anos não se podia antever quão fértil seria a primeira viagem do jovem antropólogo italiano Raúl Zecca Castel (Milão, 1985) à República Dominicana, para uma pesquisa de campo junto aos “migrantes haitianos que, ao chegarem ao país vizinho na ilha de Hispaniola eram, e ainda hoje são levados para o interior, onde serão explorados como trabalhadores agrícolas nos canaviais e confinados nos bateyes, aglomerados de barracos que levam o nome de um termo de origem taína referindo-se ao ‘lugar onde os indígenas jogavam’, mas que hoje indica aquelas comunidades de herança colonial inicialmente concebidas como medidas de contenção para esses trabalhadores, em sua maioria homens e irregulares, portanto obrigados a não saírem do perímetro, para não correr o risco de serem pegos pela polícia e deportados”.

    Dois anos depois seria publicado “Come schiavi in libertà” (Edizioni Arcoiris, 2015) com os resultados de sua pesquisa. Depois vieram “Mujeres. Frammenti di vita dal cuore dei Caraibi” (Edizioni Arcoiris, 2020), a tradução de “Chapeo” (Edizioni Arcoiris, 2022) de Johan Mijail e a recentíssima publicação de “Mastico y trago. Donne, famiglia e amore in um batey dominicano” (Editpress, 2023).

    Raúl, que nos concedeu a entrevista abaixo, vive em Milão e mantém estudos com foco em migração e escravidão contemporânea, a partir de sua experiência com a presença haitiana na República Dominicana. É professor de Antropologia Visual na Academia de Belas Artes de Santa Giulia de Brescia e de História Social da Mídia, na Universidade de Milão.

    Seu interesse pela América Latina antecede suas pesquisas acadêmicas no Caribe. Sempre acompanhou com admiração e se envolveu desde muito jovem com o trabalho de seu pai, o respeitado documentarista Adriano Zecca que tem entre seus muitos trabalhos para a RAI – canal de televisão estatal italiana – e outras emissoras, documentários sobre realidades da Guatemala, Peru, Bolívia e Brasil, deste último, vão de entrevistas com o então jovem sindicalista Luiz Inácio Lula da Silva, na década de 1980, até o recente “L’Angelo dela Strada” sobre o trabalho social do padre Júlio Lancellotti. Em 2021 o documentarista recebeu o prêmio de melhor documentário no Nepal International Film Festival (NIFF) com “Ritorno all’eden perduto” que retrata o retorno de Adriano Zecca – desta vez com sua família – ao encontro do povo Mentawai, na ilha de Siberut, na Indonésia. A viagem original e respectivo documentário ocorreu em 1969.

    Segue principais trechos da entrevista originalmente feita em italiano, abaixo em tradução livre.

    Arnaldo Cardoso – Dos desastres ambientais provocados nos últimos anos por grandes corporações mineradoras nacionais e internacionais operantes no Brasil às atividades do garimpo ilegal em terras indígenas, essas realidades tem demandado medidas políticas e policiais e provocado vivo debate no país.

    Em seu artigo de janeiro de 2019 no El País, você relatou a complexa realidade da exploração de ouro na mina Pueblo Viejo, na província de Sánchez Ramírez, República Dominicana. Se para alguns a mina é vista como um “monstro” ameaçando a vida de comunidades inteiras, para outros é vista como fonte de emprego e desenvolvimento.

    Você acredita que uma maior divulgação dos fatos a partir da perspectiva dos mais prejudicados nesses empreendimentos extrativistas e de outras realidades de exploração em países do Sul Global, pode contribuir para uma mudança positiva nas correlações de forças existentes, portanto no enfrentamento desses problemas?

    Raúl Zecca Castel – A mina Pueblo Viejo, administrada pela multinacional canadense Barrick Gold, é uma das maiores minas a céu aberto do mundo. Decidi visitar as comunidades próximas e ouvir a voz dos moradores porque me interessava entender o impacto que uma empresa extrativista desse porte poderia gerar na vida das pessoas e no meio ambiente. Fiquei muito impressionado com a dupla narrativa que envolve este colosso: de um lado, associações e movimentos familiares que denunciam os efeitos desastrosos na saúde, na contaminação das águas e dos campos cultivados; do outro muitas vozes que apoiam a mineradora porque ela traz empregos e desenvolvimento. É difícil estabelecer a verdade, especialmente na ausência de um Estado forte/eficiente que possa fazer uso de monitoramento imparcial, mas o que é certo é que a presença da mina é altamente divisiva e cria tensões violentas nas comunidades locais. A própria Barrick Gold, que tem operações de mineração em muitos outros países, tem má reputação e esteve envolvida em desastres ecológicos e violência. Se é verdade que a empresa gasta muito em projetos de apoio às comunidades, por exemplo trazendo serviços como eletricidade ou programas de alfabetização, também é verdade que estamos cada vez mais habituados às chamadas operações de greenwashing, onde por trás destas ações se escondem muitos outros interesses e, sobretudo, responsabilidades. Sem dúvida, ouvir as vozes daqueles que são diretamente afetados pela presença da mina e pelas operações de extração é essencial, sobretudo, para entender a perspectiva de quem lida diariamente com essas realidades. Acredito que só a partir de uma compreensão “empática”, de dentro, é possível imaginar e implementar uma mudança.

    AC – O antropólogo francês Bruce Albert que recentemente lançou um segundo livro em parceria com o xamã yanomami Davi Kopenawa relatou em recente entrevista que os cânones científicos que regem a produção acadêmica, inclusive na Antropologia, ainda representam dificuldades para a integração dos achados da pesquisa etnográfica, das falas dos sujeitos das comunidades estudadas, com a teoria clássica. Você enfrentou problemas desse tipo para apresentar à academia os resultados de suas pesquisas de campo?

    RZC – Concordo com Bruce Albert acerca dessa dificuldade. A antropologia nasceu como conhecimento positivista no contexto científico ocidental e carrega todo o peso disso. Ainda hoje, apesar da viragem interpretativa e reflexiva que marcou a disciplina, persiste uma espécie de ambição naturalista, pelo que não podemos negar certas resistências académicas no que diz respeito ao tema da restituição etnográfica. Referindo-me à minha experiência pessoal, por exemplo, procuro sempre manter uma espécie de duplo registro: académico, para responder às necessidades da comunidade científica, e popular, para dialogar com não especialistas e, sobretudo, para realmente “devolver” os resultados da pesquisa àqueles que a tornaram possível, os interlocutores de campo. Assim nasceu “Mujeres, Fragments of life from the heart of the Caribbean”, um livro puramente etnográfico, porque recolhe os testemunhos diretos de sete mulheres com quem tive a oportunidade de conversar longamente durante a minha última estadia na República Dominicana, e é um livro no qual,  como antropólogo não atuo como um filtro em relação a essas histórias, mas ao mesmo tempo é um livro que acredito que teria sido impossível de fazer sem uma abordagem antropológica; uma abordagem que me permitiu acessar as histórias de vida dessas mulheres. Finalmente, histórias que retornei materialmente aos protagonistas, já que o livro também foi publicado na edição dominicana. Por outro lado, tive que sistematizar e teorizar os resultados dessa mesma pesquisa em um volume de cunho científico-acadêmico, sacrificando a maioria das vozes diretas, para alimentar o debate sobre os estudos de gênero. E assim nasceu “Mastico y trago. Mulheres, família e amor em um batey dominicano”, que acaba de ser publicado pela Editpress.

    AC – Conte-nos um pouco mais sobre o processo de investigação para a realização de “Mastico y trago. Donne, famiglia e amore in un batey dominicano”.

    RZC – Esta pesquisa e este livro não teriam sido possíveis sem a experiência de campo anterior alcançada em 2013, quando estive em várias comunidades dominicanas para investigar as condições de vida e trabalho dos trabalhadores empregados nas plantações de cana-de-açúcar. Naquela ocasião, o objeto de minha pesquisa era as condições de trabalho dos migrantes haitianos e assim passei meu tempo nas plantações, acompanhando os trabalhadores em sua luta diária pela sobrevivência. A monografia resultante (“Como escravos em liberdade”) expressou assim apenas o ponto de vista dos homens, negligenciando completamente o componente feminino. Daí a urgência de voltar ao campo para inverter a perspectiva de investigação, dedicando a pesquisa à vida das mulheres da comunidade. Então, compartilhei meu dia a dia com elas, passando dias inteiros em sua companhia, conversando e participando de todas as atividades em que estavam envolvidas. Isto permitiu-me aceder à dimensão mais íntima e privada das suas vidas, mas acima de tudo criar um diálogo mútuo, onde até a minha intimidade e a minha vida privada foram fundamentais para construir uma relação de confiança que, para além da relação de investigação, marcou o nascimento de verdadeiras amizades. A especificidade da antropologia é que ela diz respeito aos seres humanos, às pessoas, às vidas. Acho que nunca devemos cometer o erro de considerar essas vidas como um “objeto de pesquisa”.

    AC – Sobre a publicação do livro “A queda do céu” (2010) em parceria com o xamã yanomami Davi Kopenawa, o antropólogo francês Bruce Albert declarou “O que me guia é o desejo de restituir a palavra dos yanomamis”. Muitos trabalhos recentes com comunidades e indivíduos silenciados por processos de exploração e opressão tem invocado a ideia de uma justiça restaurativa, que restitui direitos alienados, repara, restaura. Sentimento semelhante te motivou para a escrita de seu livro “Mujeres”?

    Não diria “restituir”, tal como não gosto da expressão “dar voz”, porque implica sempre uma perspectiva etnocêntrica e uma assimetria de poder, onde “nós” nos colocamos como salvadores dos “outros”, os chamados “sem voz”, mas a verdade é que estes “outros” sempre tiveram voz e palavras; voz e palavras que “nós” de vez em quando silenciamos, negligenciamos, marginalizamos, estigmatizamos. Pessoalmente, prefiro dizer que ouvi. Há uma anedota que considero muito significativa na minha experiência e que diz respeito precisamente a esta dinâmica. Quando comecei a me interessar pelas histórias de vida das mulheres das comunidades onde fazia minhas pesquisas, acreditava que como homem não teria acesso à dimensão mais íntima de suas experiências, mas foi o contrário. Um dia uma mulher me parou na rua me repreendendo porque eu ainda não tinha ido na casa dela ouvir a sua história, a história que ela tinha para me contar. Por fim, outra mulher me disse que nenhum homem jamais se interessou por suas palavras, por suas histórias, porque todos sempre se interessaram apenas por seu corpo. O fato de eu ouvi-las foi um fato sem precedentes. Mas não lhes dei voz, não lhes dei as palavras. Eu apenas ouvi e relatei o que elas me disseram.

    Arnaldo Cardoso, sociólogo e cientista político formado pela Pontifícia Universidade Católica de São Paulo (PUC-SP), pesquisador, escritor e professor universitário.

    O texto não representa necessariamente a opinião do Jornal GGN. Concorda ou tem ponto de vista diferente? Mande seu artigo para dicasdepauta@jornalggn.com.br. A publicação do artigo dependerá de aprovação da redação GGN.

  • La riforma contestata

    La riforma contestata

    Il governo del Cile porta avanti una riforma legislativa molto contestata che da più libertà alle forze di sicurezza, dopo l’omicidio di alcuni carabinieri. Spiega la situazione, in diretta da Santiago, la sociologa Susanna Di Guio. Mentre Lula incontra, in Cina, Xi Jinping e l’ex presidente brasiliano Dilma Rousseff, ci occupiamo anche dell’omicidio in Brasile di alcune bambine mentre erano a scuola. Lo racconta l’esperto Alessio Surian, dell’Università di Padova.

  • Per conoscere Mario

    Per conoscere Mario

    Il 15 luglio 2020 scompariva in Colombia Mario Paciolla, il cooperante napoletano con intense attività anche per le Nazioni Unite, in un caso dove manca ancora la verità e la giustizia e per questo c’è il sito https://leaks.marioveritas.org. Abbiamo parlato con mamma Anna per conoscere meglio chi era Mario e come se lo ricorda oggi.
    Poi riproponiamo un’altra intervista che abbiamo fatto al giornalista, recentemente scomparso, Gianni Minà.