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  • Giustizia per “Miguel” e per il Chiapas

    Giustizia per “Miguel” e per il Chiapas

    LA STORIA. Radiologo, contadino, ciclo-attivista. Michele Colosio viveva e lottava al fianco delle comunità locali, San Cristobal del las Casas. 20 mesi dopo il suo omicidio il processo al presunto killer non è ancora iniziato. La famiglia e gli amici si mobilitano per chiedere la verità

    Lo spazio di cura solidale autogestito Yi’ bel Ik’ Raiz del viento a San Cristobal de las Casas, con cui Michele Colliso collaborava

    Di Gianpaolo Contestabile da Il Manifesto

    La sera dell’11 luglio 2021, Michele Colosio viene ferito da un colpo d’arma fuoco dietro casa sua, nel quartiere Relicario, a San Cristobal de Las Casas, in Chiapas. Durante il tragitto in ospedale un infarto gli toglie la vita. Aveva 42 anni. I segni riportati sulle nocche delle mani dimostrano che Michele ha lottato fino all’ultimo con il suo aggressore per difendere la propria vita così come da anni si batteva per migliorare le condizioni di vita delle comunità con cui collaborava.

    COLOSIO SI ERA TRASFERITO nel sud nel Messico nel 2013 dopo aver prestato servizio all’ospedale civile di Brescia lavorando come radiologo per cinque anni con i bambini del reparto di oncologia pediatrica. Conosceva già il Messico perché una volta finiti gli studi universitari aveva intrapreso un viaggio in America Latina collaborando come volontario con varie associazioni, fra cui Vientos culturales.

    Dopo la morte del padre «ha fatto la scelta di licenziarsi e partire per San Cristobal perché la città gli era rimasta nel cuore – raccontano la mamma Daniela e il fratello Claudio -, diceva che era una città magica, che lì si respirava bene, c’è una certa armonia e le persone si vogliono bene».

    SAN CRISTOBAL DE LAS CASAS è stata per anni la meta di giovani provenienti da tutto il pianeta con l’obiettivo di costruire un mondo diverso. La vicinanza con le comunità zapatiste, i progetti sociali, gli spazi artistici e culturali hanno reso questa cittadina unica nel suo genere. Michele faceva parte di questo esercito internazionale di artigiani, artisti ed attivisti che hanno trovato una nuova casa nell’altipiano del Chiapas. A San Cristobal, collaborava con la Casa della Salute Comunitaria “Yi’bel Ik’ – Raíz del viento”, uno spazio di cura solidale e autogestito. Con l’associazione Rueda Libre Chiapas acquistava rottami di biciclette per aggiustarle e donarle ai bambini delle comunità. Aveva creato un suo logo, Biciketl, con cui stampava magliette con disegni di varie biciclette per promuovere uno stile di vita sostenibile.

    LA MAMMA DANIELA RACCONTA che Michele aveva comprato un terreno in una comunità indigena a 12 chilometri da San Cristobal per realizzare i suoi progetti biosostenibili: «Amava e rispettava la madre terra – ricorda Daniela -, ripeteva che tutti dipendiamo da lei e per questo merita rispetto. Fedele al suo motto era entrato nell’ottica del contadino, gli piaceva sporcarsi le mani con la terra, allevava animali, coltivava e produceva formaggi».

    L’uccisione di Michele sancisce per molti il segnale che l’utopia possibile di San Cristobal, il mondo dove costruire altri mondi, assomiglia oggi sempre di più all’incubo che si vive nel resto del paese.

    Il primo gennaio del 1994, dal municipio di San Cristobal, la comandancia dell’EZLN lanciò al mondo un grido di pace ma oggi questa stessa città si sta trasformando in un’attrazione turistica dove i gruppi criminali riciclano soldi e sfilano armati per le vie del centro facendo fuoco indisturbati.

    Le organizzazioni narcotrafficanti di Sinaloa e Jalisco si scontrano per il controllo del territorio con armamenti militari e le stesse popolazioni originarie finiscono coinvolte nell’economia criminale. Sempre più isolate le comunità zapatiste, a causa della pandemia e dell’avanzata dei gruppi armati criminali o legati alle strutture partitiche che reprimono i movimenti sociali.

    MICHELE AVEVA DECISO di restare e di resistere dal basso con il suo lavoro comunitario senza lasciarsi intimidire dal clima di violenza che ormai abbraccia tutto il Chiapas.

    Nel gennaio del 2022 viene arrestato il presunto killer di Colosio, ma resta un mistero il movente dell’omicidio e gli eventuali mandanti, dato che la scena del crimine non sembra essere compatibile con un tentativo di rapina finito male. Dopo più di un anno e mezzo il processo non è ancora iniziato, lo scorso primo marzo è stata rimandata per la terza volta l’udienza preliminare, ma la famiglia di Michele non demorde: «Sono passati 20 mesi da quando è successo questo orrendo crimine e purtroppo, per diversi motivi, siamo ancora in attesa che si svolga il processo. Chiediamo giustizia per Michele e vogliamo che si scopra la verità al più presto».

    Tra il 2011 e il 2021, il numero di omicidi dolosi nello stato del Chiapas è triplicato e solo nell’1.6% dei casi viene condannato l’autore del crimine. Per rompere il muro di impunità sono nate iniziative da entrambi i lati dell’oceano per ricordare l’impegno sociale e ambientale di Michele Colosio. In Chiapas, a San Cristobal, i collettivi Rueda Libre e Huerta de Todos hanno organizzato una biciclettata per chiedere giustizia per Michele e omaggiare il suo impegno come attivista in difesa dell’ambiente. A Borgosatollo, in provincia di Brescia, la famiglia di Michele ha finanziato una piantumazione di alberi in sua memoria vendendo le magliette con il logo disegnato dal radiologo bresciano.

    LA SPERANZA È CHE PRESTO si possano incontrare tutti i responsabili dell’agguato che ha tolto la vita a “Miguel”, come lo chiamavano in Messico, per rendere giustizia all’attivista italian e alla sua famiglia, rompendo il clima crescente di omertà e paura in una cittadina che negli anni è stata simbolo di coraggio e solidarietà.

  • Addio ad un grande testimone

    Addio ad un grande testimone

    Dal Brasile di Lula e di Bolsonaro alla Cuba dei Castro e l’Argentina dei Kirchner. LatinoAmericando omaggia Gianni Minà, un amico del programma, proponendo una serie di interviste che ha rilasciato in tanti anni. Una testimonianza che, fra le altre cose, racconta di come e perché la stampa italiana dimentica l’America Latina e fa un ripasso della storia recente della regione.

  • Rompere l’accerchiamento: la strage di Ciudad Juarez

    Rompere l’accerchiamento: la strage di Ciudad Juarez

    Condividiamo il comunicato della Rete di Migranti del Centro di Abya Yala in relazione alla morte di almeno 39 persone nel centro di detenzione migratorio di Ciudad Juarez (Messico) lo scorso 27 marzo. Le vittime sono decedute in seguito a un incendio scaturito nel centro di reclusione e in un video diffuso dai media si vedono gli agenti dell’Istituto Nazionale Migratorio abbandonare i detenuti tra il fumo e le fiamme senza aprire le celle. Per questo diverse organizzazioni sociali stanno denunciando l’accaduto come un massacro di Stato. Di seguito il video della denuncia della defensora del popolo Maya Ki’che che invita a rompere l’accerchiamento mediatico razzista e xenofobo: https://fb.watch/jBRHLRtmpt/


    RED DE MIGRADAS Y RACIALIZADAS DE ABYA YALA CONTRA EL EXTRACTIVISMO

    EN LA RED DE LA VIDA NO HAY FRONTERAS!

    PRONUNCIAMIENTO TERRITORIAL ANTE EL CRIMEN DE LESA HUMANIDAD.

    DENUNCIAMOS, REPUDIAMOS Y CONDENAMOS LA MASACRE DE MIGRANTES EN CIUDAD DE JUAREZ.

    A LOS PUEBLOS EN MOVIMIENTO.

    A LAS COMUNIDADES DE ABYA YALA.

    A LOS MUNDOS VINCULADOS A LA GENTE DE ABAJO, DEL SUR NORTE ESTE Y OESTE DE NUESTRA GRAN ABYA YALA

    Nos pronunciamos con indignación ante LA MASACRE ocurrida en Ciudad de Juarez, en el centro de detención en el Estado de Chihuahua, donde fueron calcinadas más de 70 personas migradas y racializadas de quienes hasta la fecha ya han muerto 40. De ellas 28 personas son de Guatemala, 1 de Colombia, 1 de Ecuador, 12 de El Salvador, 13 de Honduras, 12 de Venezuela. Esto sucedió en la noche del 27 al 28 de marzo de 2023. Decenas de personas migradas de distintos territorios de Abya Yala fueron torturades y asesinades.

    El lugar de esta masacre fueron las instalaciones federales del Instituto Nacional de Migración (INM) en México, situado entre la frontera con Estados Unidos.

    Las personas sobrevivientes se han quejado que en el INM les trataban mal a elles y sus familias, por ser migrantes. Comunican que justo horas antes de la masacre, el INM arrestó a más de 70 personas migrantes que estaban en las cercanías vendiendo artesanías para su sustento. Horas después las personas recién arrestadas, desde adentro del espacio en incendio, exigían al guardia que les dejara salir pues se estaban asfixiando, pero el guardia les negó la libertad y la vida.

    Biden, AMLO y Giammattei, son parte de estructuras de Estados Criminales, terroristas, que lanzan campañas de racismo y xenofobia institucional, cometen masacres premeditadas, ante muros visibles y muros invisibles. En cortos tiempos se han cometido muchos delitos en esos territorios que han quedado en la impunidad.

    Ya tan solo denunciar que estos desplazamientos son forzosos, es un peligro, es un riesgo, para quienes hemos tenido que salir de nuestros territorios. Por las sanciones y órdenes de expulsión, o por el riesgo de ser encarcelados o encarceladas en otros territorios, donde no nos ven como sujetas de derecho. Así se promueve la impunidad, y el terror a romper el silencio.

    Los desplazamientos forzosos se dan por hambruna, sequías, violencia, despojo, saqueo, invasión de empresas transnacionales en nuestros territorios, privatización del agua, invasiones territoriales. Se trata del racismo, y de un sin fin de razones más. No es que salimos porque se nos da la gana. Salimos por las guerras, por las amenazas en nuestros lugares de origen, y por los ataques de invasiones.

    Estas violencias estructurales son manejadas por mafias corporativas. Nos quieren sumisas, calladas e inmovilizadas.

    Desde aquí denunciamos: ¡El INM capturó premeditadamente a las personas migrantes para luego asesinarles! O sea, fue un crimen premeditado.

    Gobiernos, gobernadores, supuestas autoridades, no queremos más lamentos ni condolencias. Ya nadie les cree las excusas de accidentes. Ni siquiera les creemos sus promesas, ni que cumplan sus chantajes de apoyar a las víctimas y a sus familias.

    ¡Ustedes deben trabajar para el pueblo! Su cargo no es excusa para su abuso de poder. Al contrario, conlleva responsabilidades que ustedes dijeron podían cumplir y por eso están en ese cargo, al servicio del pueblo, el verdadero estado.

    ¡Queremos que de una vez por toda respeten nuestros derechos como personas migrantes!

    El artículo 13 de la Declaración Universal de los Derechos Humanos establece que toda persona tiene derecho a circular libremente y a elegir su residencia, en el territorio del Estado de su preferencia.

    Las personas tenemos los mismos derechos, migrando o no. Y cuando estamos migrando, somos además sujetos especiales de derecho, ya que pertenecemos a poblaciones cuyos derechos han sido más vulnerados.

    No podemos tolerar que nuestros gobiernos sean títeres del imperialismo de Estados Unidos, intensificando desplazamientos forzosos, con militarizaciones asfixiantes, que controlan fronteras para intereses de las élites locales, de narcotraficantes, paramilitares, y de empresas extractivas.

    Ratificamos que migrar no es un delito y seguiremos luchando por ello. El migrar es una medida de sobrevivencia, no es una decisión individual ni inmadura, como nos han estigmatizado.

    Las políticas migratorias, tal como están sucediendo ahora, son expresiones de prácticas del terrorismo de Estado. Son ejercicios crueles de exterminio, saqueo y tortura, con los que se criminaliza la movilidad humana,

    Exigimos:

    Trato digno y urgente a las personas sobrevivientes, atendiendo y respetando sus decisiones de desplazamiento y movilidad integral.

    Juicio y castigo, y romper el silencio.

    Memoria, verdad y justicia, inmediata.

    De forma urgente reivindicamos el derecho de las personas al asilo y al refugio digno.

    Llamamos a los pueblos y comunidades de nuestra gran Abya Yala

    A tejer más conciencia comunitaria en relación a que migrar no es un delito.

    Necesitamos establecer reciprocidad con las familias afectadas.

    No reconocemos como autoridad a los gobiernos que han masacrado a nuestra gente.

    Vamos a tejer poder colectivo para la autodefensa, pues Abya yala es nuestro territorio, cuidado por nuestras ancestralidades.

    Seguiremos recuperando nuestros territorios en disputa, defendiendo nuestra agua y tierra para la vida.

    TODES, TODAS, TODOS, SOMOS PERSONAS MIGRANTES, REFUGIADES, DISIDENTES, SEXUALES Y DE GENERO, NEURODIVERGENTES, CON DIVERSIDAD FUNCIONAL.

    SOMOS VIDA.

    ¡NINGUNA PERSONA ES ILEGAL!

    ¡MIGRAR NO ES UN DELITO!

    ¡RESPETEN NUESTROS DERECHOS!

    ¡NO MÁS RACISMO, NO MÁS XENOFOBIA!

    ¡DEJEN DE ESTIGMATIZARNOS POR SER SOBREVIVIENTES!

  • La memoria e la crisi

    La memoria e la crisi

    L’Argentina ricorda i 37 anni del Golpe di Stato nel mezzo ad una grave crisi economica e ai festeggiamenti per i mondiali di calcio. Ne parliamo col professore di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Buenos Aires, Dario Clemente.
    Il secondo intervistato prova a fare un parallelismo fra quello che succedeva con gli scomparsi negli anni 70 e quello che succede con i migranti che muoiono oggi nel Mediterraneo. Si tratta del ex console italiano a Buenos Aires durante la dittatura, conosciuto come il Shindler di Buenos Aires per le vite che ha salvato, Enrico Calamai.
    (Foto: Leandro Teysseire. Pagina/12)

  • Narrar el regimen salvadoreño: entrevista a Oscar Martínez

    Narrar el regimen salvadoreño: entrevista a Oscar Martínez

    por Simone Ferrari

    El pueblo salvadoreño lleva un año bajo Estado de excepción. Militarización de las ciudades, detenciones masivas, juicios sumarios contribuyeron a reducir drásticamente las tasas de homicidio del país, convirtiendo a Bukele en el presidente más popular de América Latina. Los videos difundidos por el gobierno salvadoreño, donde se muestran a miles pandilleros humillados, arrodillados y obligados a correr uno encima del otro, suscitaron olas de celebración en el debate público continental.  

    Sin embargo, detrás de la enorme máquina de propaganda de Bukele se esconden detenciones de inocentes, eliminación del estado de derecho, acuerdos subterráneos con las maras para permitir la huida de sus líderes y decenas de muertos en las cárceles. Al mismo tiempo, la eliminación sustancial de la separación de poderes en el país ha reducido drásticamente las posibilidades de investigación para organizaciones internacionales y periodistas.

    Entre las voces más resonantes en denunciar los abusos de poder de Bukele destaca la figura de Oscar Martínez. Escritor y periodista salvadoreño, Oscar Martínez es autor de varias novelas que exploraron a fondo dinámicas e identidades de las violencias centroamericanas (Los migrantes que no importan, 2007; La bestia, 2013; Una historia de violencia, 2016; El niño de Hollywood, 2018). Además, es jefe de redacción de El Faro, periódico cuyos sistemáticos y documentados reportajes configuran, hoy en día, una de las mayores acciones de vigilancia del poder en El Salvador.

    Las políticas de seguridad de Bukele parecen respaldadas por un consenso generalizado entre la población salvadoreña. ¿Es efectivamente así?

    Lo que ha pasado en términos de popularidad no nos permite dudar en lo más mínimo: Bukele es el presidente más popular de América Latina, es decir, el presidente quién dentro de su país tiene la opinión más favorable de sus ciudadanos. Desde que llegó al poder en junio de 2019, Bukele ha mantenido un apoyo popular superior al 80%. Lo cual nos lleva a concluir que va a ganar las elecciones inconstitucionales del 2024 y continuará siendo presidente del Salvador hasta 2029. Eso es un hecho.

    Otra cosa es lo que hizo con ese apoyo. Podemos decir que Bukele utilizó el poder ganado en las urnas para modificar las reglas del juego político de forma inconstitucional. Logró llegar a ser quien controla los tres poderes del Estado, convirtiéndose en un autócrata. El Salvador no es más una democracia. Es como mínimo un régimen híbrido que tiene algunos maquillajes de democracia y evidentes signos de autoritarismo. Esta es la situación actual, que Bukele sigue alimentando porque sabe que esa popularidad es la que lo sostendrá en las elecciones de 2024, donde por primera vez un presidente va a reelegirse de forma continua en El Salvador desde que firmamos los acuerdos de paz.

    La figura de Bukele se está convirtiendo en una referencia política para los movimientos de derecha latinoamericanos, en fase de reconfiguración después de las recientes derrotas electorales en Argentina, Brasil, Chile, Colombia y Perú. Sin embargo, su opacidad ideológica parece encontrar cierta estabilidad exclusivamente en la lucha a las maras. ¿Cree que Bukele se está proponiendo como modelo fundacional de una renovada corriente conservadora en el continente?

    Créeme que le he estado dando muchas vueltas a esa pregunta: si Bukele constituye un modelo nuevo, si ha logrado cambiar las reglas, si ha inventado una nueva forma de consolidarse en una región tan poco democrática como América Latina, donde la gran mayoría de los habitantes no ha vivido la profundización del Estado de derecho. Pero yo creo que no. Yo creo que simplemente Bukele utilizó mejor algunas herramientas y un timing muy concreto.

    ¿Qué sería lo nuevo de Bukele en el caso de El Salvador? ¿Ha construido pactos clandestinos con las pandillas para lograr tener apoyo electoral y para lograr reducir los homicidios? Esto es algo que en El Salvador lo ha empezado a hacer el FLMN en 2012: no es nuevo.

    ¿Ha sacado imágenes de cárceles donde asegura que sin que entre un rayo de luz va a dejar a los pandilleros hasta que mueran encerrados? En El Salvador el primer plan “mano dura” fue lanzado en 2003, por el presidente conservador Francisco Flores.

    ¿Ha centralizado su discurso en el tema de la seguridad y se ha vendido como el superhombre que va a solucionar los problemas? Eso es lo que hizo Antonio Saca en su presidencia entre 2004 y 2009, con el plan “supermano dura”. Es decir, no es una cuestión de originalidad. Bukele ha logrado leer los signos de su región y los ha aprovechado a su manera.

    ¿Cuáles signos?

    Los signos de una sociedad poco democrática y fácil de polarizar. Una sociedad desesperada y decepcionada por la clase política que les traicionó durante décadas. Una sociedad que ya no quiere promesas, sino milagros. Ya no quiere políticos, sino mesías. Ya no quiere que le propongan políticas públicas, sino un plan de salvación. Bukele sabe dirigirse a esas masas desesperadas. Así que no creo que Bukele haya inventado algo nuevo. Creo que ha recogido algunos de los peores elementos de fórmulas viejas y manidas que han ocurrido en América Latina, y los ha sabido utilizar de la mejor forma, como un mago propagandístico que sabe difundir e imponer su mensaje. En cierta medida, recuerda a Fujimori.

    Aprovechando un ‘enemigo fácil’: las maras, hacia las cuales la población no tiene alguna empatía.

    Correcto. Esto tiene que partir de un punto: una de las peores lecciones que el Salvador ha dado en sus años grises es que el fin de la guerra no es necesariamente el inicio de una paz. El fin de una guerra se decreta, una paz se construye. En El Salvador nunca hubo proceso de reconciliación, nunca hubo un proceso social que enseñara alternativas de diálogo diferente, generación de un tejido social sólido.

    En ese nicho prosperaron las maras: grupos criminales que han salvajizado a la población más empobrecida del país. Grupos cuya identidad cultural ha estado construida alrededor del sadismo: mientras más asesino fueras, más puntos ganabas dentro de esa jerarquía de grupo cultural violento. Así que no existe ningún tipo de solidaridad en términos de derechos humanos entre la sociedad civil, y entiendo perfectamente las razones. Al contrario, existe una vocación de venganza y una alergia a comprender las razones por las que esos grupos se crearon.

    La sociedad ha estado tan dañada y los procesos políticos han sido tan ineficientes que la población lo único que quiere es que todos los pandilleros se mueran. Si como político lo prometes, eso te va a rendir resultados electorales. Si en cambio como político propones alternativas, mediante las cuales haya una represión inteligente, con mecanismos de investigación consolidados y un sistema de jueces independientes, pero también proyectos de rehabilitación y reinserción en la sociedad, vas a perder las elecciones.

    Al salvadoreño promedio se le enseñó una lógica política muy nefasta, que en otros lugares de América Latina también ha cuajado entre la población: se le enseñó que la violencia se resuelve a balazos.

    De esta “vocación de venganza” parece apropiarse Bukele en su ejercicio mediático en las redes sociales: el presidente de Salvador está construyendo una nueva narración de la represión, donde se celebra y se mitifica el trato inhumano hacia los pandilleros encarcelados.

    Las imágenes recientes de la cárcel, del centro de confinamiento contra el terrorismo, no son nada más que un montaje cinematográfico de propaganda. Bukele escogió a sus personajes como si hiciera casting. Su gobierno puso ahí a dos mil personas tatuadas, que tenían la M y la S en la cabeza. Pero el régimen de excepción, según datos oficiales, se arrestaron 64 mil personas. La gran mayoría de ellas no tiene ningún tatuaje, y está demostrado que un gran porcentaje de las personas arrestadas no tenían ningún vínculo con las pandillas. Hay muchos casos, publicados por el periodismo y las organizaciones sociales, que demuestran que hay gente que está languideciendo en esas prisiones simplemente porque algunos policías consideraron que mostraron nerviosos cuando se le acercaron. Mientras tanto, más de 90 personas han muerto en las cárceles sin que un juez los haya condenado de ninguna forma.

    Bukele escogió una puesta en escena de lo que a él le interesaba mostrar. Si mostrara con la misma elocuencia lo que está ocurriendo realmente en las cárceles, la percepción sería totalmente diferente. En el régimen de excepción están muriendo ancianos, obreros, repartidores de comida que fueron arrestados cuando habían entrado a una colonia a repartir una pizza. Pero lo que está mostrando no es eso: es una producción cinematográfica propagandística.

    ¿Cómo se puede averiguar hoy lo que acontece en las cárceles salvadoreñas?

    Desde que Bukele consolidó su pacto con las cúpulas pandilleras encarceladas, el gobierno ha cerrado el control de las cárceles. Ya ni siquiera hay acceso a organizaciones internacionales humanitarias o para pastores evangélicos. No hay ninguna forma de tener veeduría sobre lo que pasa en las prisiones. Ni siquiera hay información pública de cuantos reos hay por cada centro penitenciario o de los índices de hacinamiento. Uno de los rasgos más característicos del régimen de Bukele es su gran interés para que la gente sepa solo lo que él quiere, y nada más. El cierre de información pública ha sido absoluto. Si en términos de políticas y seguridad estamos a un paso de ser una dictadura, yo te lo digo, en términos de información pública ya somos una dictadura.

    Estás presentando un sistema de poder extendido y capilar, el cual necesita una estructura de gobierno sólida y fiel. ¿Qué tipo de perfiles políticos rodean a Bukele?

    Bukele construyó el núcleo de su poder alrededor de su familia. Quienes realmente ostentan el poder, a pesar de no tener ningún cargo público, son sus dos hermanos, junto con algunos de sus tíos y con unos amigos íntimos desde hace décadas, como el presidente de la asamblea legislativa, uno de los principales defensores de Bukele. Estamos ante una especie de cúpula familiar de control nacional.

    Todos los demás funcionarios públicos, deputados y ministros, son cargos meramente administrativos de un perfil político muy bajo, los cuales ejecutan directamente lo que la cúpula manifiesta.  Sin embargo, entre esa cúpula y los funcionarios nombrados hay un anillo intermedio muy curioso: un grupo de venezolanos que provienen de las organizaciones de oposición al gobierno de Maduro, y que se han consolidado alrededor de la figura de Leopoldo López.

    Entraron al Salvador para dar consultorías en medio de las elecciones presidenciales y se han quedado acumulando gran cantidad de poder en el gobierno de Bukele. Muy curiosamente, han venido al Salvador a replicar toda aquella falta de democracia y persecución que dicen haber sufrido en Venezuela. Ese grupo, dirigido por una mujer llamada Sara Hannah, es el gabinete oculto que se encarga de trasladar las directrices a los funcionarios y de tomar decisiones políticas del ministerio. Son el segundo círculo de poder en el país. El resto de los funcionarios nombrados son simplemente lacayos del poder.

    Te apelo como escritor y periodista: contar los abusos del gobierno más popular del continente es un acto de doble valentía. La narración de la represión violenta de las maras generó un monstruo mediático que se autoalimenta con fáciles consensos populares, ignorando sistemáticos abusos de poder, injusticias judiciarias, muertos a mano del Estado. En un contexto tan repulsivo para el trabajo periodístico, ¿cuál es el camino para narrar la realidad social del Salvador hoy?

    Es muy complicado. No pretendo matizarlo: yo escribo para una sociedad que mayoritariamente me detesta. Es así. Hay un núcleo de lectores cercanos que consumen el periódico con criterio y que esperan sus noticias. Sin embargo, la mayoría de la gente está embelesada por un discurso que tiene rasgos religiosos: la gente no quiere que le destruyan su fe en ese hombre. Así que se opone a ser documentada sobre cuestiones que contraríen esa fe política que le han concedido a Bukele.

    ¿Qué es lo que hay que hacer? En primer lugar, el periodismo no se debe a sus lectores y a sus principios, no es un concurso de popularidad. Como ya decía Martín Caparrós, el periodismo muchas veces se trata de escribir contra el público, de decir a la gente lo que la mayoría no quiere saber.

    Esa situación ya nos había ocurrido, con alguna diferencia, con la popularidad que tuvo Mauricio Funes, cuando algunas personas de izquierda nos detestaban, porque hacíamos vigilancia del poder que el ejecutaba. Creo que lo único queda es insistir con piezas más sólidas. Si tuviera que hacer una metáfora, te diría que esto se parece a las olas enfrentándose a las rocas. La roca no tiene la voluntad de dejar de ser roca. Solo olas sólidas y constantes van a lograr horadar a la piedra, poco a poco, para debilitar estos muros impenetrables.

    No creo que sea una formula muy original: se trata de seguir haciendo periodismo, asumir el ejercicio periodístico de la mayor calidad posible, cada vez mejor documentado. En un momento como este, un error periodístico tendría consecuencias muy peligrosas.

  • Quando ti rubano l’account Google (in Messico) e le speranze

    Quando ti rubano l’account Google (in Messico) e le speranze

    Non m’era ancora successo, ma, si dice, c’è sempre la famosa e agognata prima volta. E se ti rubano l’account google completissimo? E se l’hacker ti cambia in pochi minuti, tra le 7 e 02 e le 7 e 05 del mattino, la password, il numero di cellulare per la verifica, la mail per la riverifica e tutto quanto per impedirti l’accesso?
    E se poi, già in possesso dell’account, con la mannaia insanguinata in mano dalla parte del manico a 2 mm dalla tua giugulare, l’hacker imposta anche un Token Usb e codici di autorizzazione a 8 cifre per entrare nella tua gmail, che si fa? Chiromanti. Sciamane del deserto. Fumi allucinogeni. Consultare esperti vari e famigerati che ci sono passati e lo raccontano in video. E alcuni ce l’hanno fatta, due o tre. Questa sottrazione d’identità è un tipo d’attacco comune e sublime, ma nemmeno il preciso e classico Aranzulla pare avere la bacchetta magica questa volta (almeno io non l’ho trovata).

    In Messico, dove ancora sopravvivo, era giornata-ponte. Nel senso che, il 18 marzo c’è stata la festa nazionale per ricordare l’espropriazione dell’industria petrolifera del presidente Lazaro Cardenas, decretata nel 1938 ai danni delle sette sorrelle e dei gringos. Sabato il presidente Lopez Obrador ha tenuto un mega comizio pieno d’invettive, storia ed emozioni nell’imponente piazza della Costituzione o zocalo, cuore della vita politica della capitale e del paese. Bueno.

    Quindi lunedì 20 era ponte, vacanza, “no school, no job, no identidad”, cantavano i 99 posse almeno vent’anni fa. E in effetti tutto andava bene fino a che l’hacker non m’ha sottratto la gioia, la vita sociale e l’anima politica. Drive, gmail e YouTube in una botta.

    Quando non puoi più entrare in gmail o servizi correlati da nessun dispositivo di quelli legati all’account e non puoi usare né la mail, né il cellulare per uccidere il caos mediante una chiamata o SMS, e nemmeno vanno i codici d’autenticazione a 8 cifre. La proposta di google potrebbe essere quella di farti mandare dei codici alla tua mail alternativa o di recupero, però i codici che google ti spedisce là, così come i messaggi di avviso che qualcosa o qualcuno sta facendo del male al tuo account, non servono (quasi) a niente, e solo fan sì che, forse, nel giro di 48 ore, google, così in astratto, controlli che cosa sta succedendo per decidere chi è il vero proprietario dell’account. Ma il tuo avversario hacker intanto ha già blindato la questione, attivando codici e token ed è diventato molto più legittimo di te.

    Allora per ripigliarlo l’unica via resta l’esposizione al pubblico ludribio. Cioè devi comporre un tweet che recita più o meno così (chiaramente ognuno lo potrà condire alla bisogna): @YouTubeCreators @YouTube  @google Please help, my Google and YT account were hacked and stolen, my passwords and methods of acces were changed. Please contact me for recovery and help! Thanks Per disperazione perché ci si prende gusto, c’è chi riproduce quest’appello su tutti i social che ancora gli funzionano. Valido ma forse inutile.

    Scrivilo e fallo rigirare su twitter nella lingua che vuoi, ma assicurati di lodare e segnalare in più tweets questi riscattisti del @TeamYouTube. Il Team è, infatti, l’unico servizio umanitario che ti risponderà, o almeno lo farà gentilmente e per primo, in poche ore, via messaggio privato. Per ricevere questo messaggio privato e bellissimo ricordati di seguire prima quell’account e pure gli altri, non si sa mai che volessero risponderti anche loro. Dico “bellissimo” perché riaccende le speranze e, se gli rispondi presto, mandandogli un’altro indirizzo di posta elettronica gmail non compromesso, ti inviano il link a un form dettagliato che è un po’ un test, in realtà, perché cerca di stabilire se sei o no il creatore e padrone vero dell’account YouTube violentato facendoti alcune domande. Ma è fattibile.

    Per esempio ti chiede quando hai creato il canale, la tua mail di recupero, il tuo indirizzo IP (link per vederlo rapidamente), qual è l’Url ID dell’ultimo video caricato (cioè i caratteri finali “4VJtza85g9c” del link completo: https://youtu.be/4VJtza85g9c ) e del canale stesso. Siccome non puoi più accedere al tuo canale e al youtube Studio, dove troveresti scritto l’URL ID, allora meglio se lo ottieni qui, inserendo il link del canale. Un’altra via per ricevere una qualche risposta, dopo aver provato invano le eloquenti FAQ, le varie pagine di assistenza, help e quant’altro di Google e YouTube, è la community Community YouTube (google.com), ma va generato un nuovo thread (hilo, in spagnolo) con una domanda che rivolgerai a la comunidad usando l’altro account gmail, quello che funziona.

    Parentesi quadra. [Tra un forum e un blog, tra rabbie e rassegnazioni digitali per la cosa di google e gli hackers, m’imbatto nelle news locali che obbligano all’atterraggio sulla pista della realtà: nello stato in cui vivo da 7 anni, il Guanajuato, in un solo week end fanno 36 omicidi dolosi, circa il 15% del totale nazionale dal venerdì alla domenica. A chiudere una settimana in cui sei ragazze scomparse, desaparecidas, nella città di Celaya sono state ritrovate, almeno le loro ceneri e poco altro, in una fossa clandestina. Danno la colpa al solito gruppo criminale di “presunti narcos”, il che non spiega niente e nasconde il fatto che in quella zona la polizia locale due anni fa è stata sciolta per mafia, diremmo in Italia, e il crimine è autorizzato e tollerato dalle forze statali]

    Ritorno alla banalità di google. Anche dalle risposte di qualche tecnico nella comunidad possono portarti a un link abilitato apposta per riempire il form. Dopo massimo due giorni dovrebbero risponderti, e, si spera, riabilitare il vecchio account, l’identità e tutto il resto. Per ora l’hacker ha solo spostato un paio di volte i video che ho in evidenza in home page. Ci risentiamo mercoledì o giovedì per la speranza definitiva e l’inizio dell’eterna primavera.

    Di Fabrizio Lorusso da Río Bravo blog de L’Espresso

  • Il tema che non scompare

    Il tema che non scompare

    La questione dei desaparecidos continua ad esistere nella Colombia di oggi, insieme ai colloqui di Pace. Ci colleghiamo per avere aggiornamenti con Popoyan, nel dipartimento del Cauca, per parlare col giornalista indipendente Tullio Togni.
    Poi ci occupiamo delle accuse rivolte al governo di Guillermo Lasso che stanno minacciando la sua presidenza in Ecuador. Ma anche parliamo del caso di omicidio di una leader ambientalista indigena. A raccontarlo da Quito il professore di Scienze delle Comunicazione all’Università Salesiana Davide Matrone.

  • Ci si riprova

    Ci si riprova

    A 50 anni dal Golpe di Pinochet, il Cile riprova a cambiare la sua costituzione. Quante saranno le probabilità di riuscirci questa volta? Ci colleghiamo con Santiago per parlarne con Victoria Sáez, professoressa di Storia ed ex esiliata politica. Poi vediamo, insieme al docente di scienze politiche e scrittore Emanuele Profumi, cos’è che ci insegna oggi il tragico evento del 1973.

    A 10 anni della scomparse di Hugo Chávez, concludiamo la puntata parlando del poco conosciuto inquinamento nel lago di Maracaibo, insieme a Paolo Manzo, direttore di Latin American Insider, in collegamento dal Brasile

  • La semina di Berta Cáceres

    La semina di Berta Cáceres

    L’ANNIVERSARIO E LA LOTTA CHE CONTINUA. Sette anni fa in Honduras l’omicidio della leader indigena, modello di resistenza a difesa degli ecosistemi insidiati dal capitalismo. Ritorno a La Esperanza con la figlia, Berta Zuñiga Cáceres, che oggi ne ha preso il posto

    La semina di Berta Cáceres

    Il volto di Berta Cáceres sui muri di La Esperanza – Gianpaolo Contestabile

    di Gianpaolo Contestabile, da Il Manifesto

    In questi giorni di marzo si ricorda il settimo anniversario della morte della leader del popolo lenca Berta Cáceres. Il 2 marzo di sette anni fa un commando di sicari entrò nella sua casa per ucciderla. L’evento accadde tra Intibucá e La Esperanza, due località che insieme formano la città più alta dell’Honduras. Qui, a 1700 metri di altitudine, nel 1993, Berta aveva partecipato alla fondazione dei Consigli delle Organizzazioni Popolari Indigene dell’Honduras (Copinh).

    DEL COPINH OGGI fanno parte più di 200 comunità indigene e 50 organizzazioni comunitarie unite dalla lotta al capitalismo, al patriarcato e al razzismo. Oltre a coordinare i Consigli, Berta denunciava il colpo di stato del 2009 e si batteva in prima fila per difendere il fiume Gualcarque dalla costruzione della diga Agua Zurca nella comunità di Rio Blanco.

    Un rituale promosso dal Copinh con le comunità di San Francisco de Opalaca (foto Gianpaolo Contestabile)

    Il processo giudiziario ha portato all’arresto di 7 persone, identificate come esecutori materiali dell’omicidio. Con i sicari è stato condannato David Castillo, ufficiale dell’intelligence militare e dirigente della società Desa, promotrice del progetto idroelettrico di Agua Zurca. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Castillo usava le sue risorse e i suoi contatti per sorvegliare Cáceres e il movimento di resistenza contro la diga.

    Secondo Berta Zuñiga Cáceres, figlia di Berta Cáceres e attuale coordinatrice generale del Copinh, non c’è da fidarsi troppo: «Abbiamo già visto in Honduras cosa è successo con altri processi in cui le persone vengono condannate, vanno in cassazione e poi vengono rilasciate», dice. Inoltre, alcuni mandanti dell’omicidio restano ancora oggi impuniti. Tra questi i membri della famiglia Atala Zablah che hanno azioni in istituzioni finanziarie, squadre di calcio, società immobiliari e che erano nel consiglio di amministrazione di Desa.

    GLI ATALA ZABLAH secondo la figlia di Berta «hanno finanziato la repressione, hanno preso tutte le decisioni per cercare di fermare le lotte della comunità di Río Blanco e del Copinh e sono, nei fatti, i mandanti rimasti impuniti». Inoltre segnala che la banca olandese Fmo, co-finanziatrice del progetto Agua Zurca, ha depositato più di un milione di dollari all’impresa Desa pochi giorni prima dell’omicidio di Berta. Tra i finanziatori della diga Agua Zurca promossa da Desa e dalla società cinese Sinohydro, compaiono anche la banca finlandese FinnFund e la Banca centroamericana per l’integrazione economica (Bcie). «Non è un’eccezione, è ciò che fanno molte aziende, istituti finanziari, persino banche di sviluppo in Europa e in altre parti del nord globale, è un modello che vediamo in molte comunità indigene che sono minacciate da progetti estrattivi che saccheggiano le loro risorse – denuncia Berta Zuñiga Cáceres – e questo è un ambito di lavoro che il Copinh porta avanti, denunciando gli attori internazionali coinvolti».

    LA COMUNITÀ DI RÍO BLANCO, che da anni resiste alla costruzione di Agua Zurca, subiva già attacchi, provocazioni, persecuzioni legali, sorveglianza e infiltrazioni. Nel 2013, il leader comunitario e membro del Copinh Thomas García è stato ucciso dai proiettili dell’esercito intervenuto per interrompere lo sciopero della comunità che impediva alle aziende di entrare nell’area del fiume Gualcarque. Oggi la concessione per la costruzione dell’opera è sospesa. «Dopo l’omicidio di Berta Cáceres l’azienda ha rimosso tutti i macchinari dalla zona», dice Dunia Sanchéz, leader della comunità di Rio Blanco, che però insiste nel non abbassare la guardia perché «il progetto non è stato ancora cancellato definitivamente».

    Al di là della resistenza, i consigli e le organizzazioni del Copinh hanno lavorato per costruire un potere autonomo e popolare partendo dalla cultura originaria: «Per noi – spiega la coordinatrice del Copinh – combattere mano nella mano con le comunità che difendono i fiumi e il territorio, che rivendicano le nostre forme ancestrali di organizzazione significa materializzare i nostri modi di vita come un modello alternativo in cui la cultura del popolo Lenca è molto importante». Secondo Berta Zuñiga, è indispensabile conservare la memoria delle anziane e degli anziani perché «se il popolo Lenca perde la sua identità e perde il rapporto con la terra, allora abbiamo perso la battaglia contro queste grandi aziende. Lottiamo perché crediamo e siamo convinte di questi altri modi di vivere».

    NEL PROCESSO DI ORGANIZZAZIONE comunitaria del Copinh è stato fondamentale garantire l’accesso alla terra tramite l’emissione dei titoli di proprietà ancestrali. Insieme alla lotta per la terra, il Copinh ha sviluppato diversi progetti di produzione cooperativa, di arte popolare e canali di comunicazione autonoma. Agustín Lopez, conduttore di Radio Guarajambala a La Esperanza, spiega che ci sono cinque radio comunitarie del Copinh che consentono di «informare le comunità se ci sono minacce e notificare, ad esempio, se in tal luogo si sta verificando un conflitto». Inoltre, grazie alla radio «le organizzazioni sono informate su ciò che sta accadendo nel paese». La radio come strumento di educazione popolare.

    La regia di Radio Guarajambala a La Esperanza (foto Gianpaolo Contestabile)

    LA SITUAZIONE POLITICA ATTUALE mette le organizzazioni popolari in una posizione complessa rispetto alle istituzioni. Il 27 gennaio 2022 è iniziato il mandato di Xiomara Castro, la prima donna a ricoprire la carica di presidente dell’Honduras. La sua campagna elettorale è stata caratterizzata dalla promozione di valori progressisti e dall’attenzione ai diritti dei popoli indigeni. Tuttavia, la sua leadership non si è divincolata dalle oligarchie honduregne tra cui appaiono i membri della famiglia Atala Zablah.

    Inoltre, da dicembre 2022 è in vigore lo stato d’emergenza con il coprifuoco e militari dispiegati nelle zone più povere in tutto l’Honduras. Berta Zuñiga Cáceres spiega le contraddizioni del nuovo gruppo dirigente: «Qualcosa di positivo c’è, con questo governo è diminuita la persecuzione diretta verso le organizzazioni come il Copinh. Prima la repressione era spaventosa». Allo stesso tempo la coordinatrice del Copinh denuncia gli sfratti, la repressione e i conflitti territoriali che continuano a verificarsi di fronte alla passività delle organizzazioni per i diritti umani: «Purtroppo questa dinamica non è cambiata, perché il modello economico non è cambiato. E gruppi criminali come quelli che hanno ucciso mia madre e che continuano a uccidere le compagne e i compagni del popolo Garifuna non sono ancora stati smantellati».

    A INTIBUCÁ, così come nelle tante comunità e quartieri dell’Honduras la vita di Berta Cáceres, le sue parole e il suo impegno militante continuano a essere un modello di riferimento per le nuove generazioni. Chi l’ha conosciuta, infatti, parla del suo omicidio come della «sembra de Berta», ovvero la sua semina. Perché invece di mettere fine alla sua lotta, il suo assassinio ha generato migliaia di semi di ribellione e resistenza in tutto il pianeta.

    Nonostante i tentativi di istituzionalizzare la sua figura, la lotta di Berta e del Copinh continua a destabilizzare le élite economiche e a mettere in discussione la loro violenza. Berta Zuñiga Cáceres, che raccoglie l’eredità intergenerazionale della difesa della sua terra, guida un nuovo ciclo di resistenza: «Ci sentiamo più spronati a consolidare la nostra lotta contro poteri e gruppi di interesse che continuano a saccheggiare le comunità».

  • Diritti incarcerati

    Diritti incarcerati

    Il governo salvadoregno di Nayib Bukele ha portato 2000 membri delle “pandillas” in quello che viene presentato come il carcere più grande dell’America, ma ad un costo umano e dei diritti umani assai alto. Dalla capitale del Messico la giornalista investigativa Caterina Morbiato ci racconta i dettagli. Poi, a 7 anni dell’omicidio della leader ambientalista Berta Cáceres ci colleghiamo in diretta con La Esperanza in Honduras, dove fu ammazzata, per parlare con Giorgio Trucchi. E concludiamo parlando della condanna negli Stati Uniti contro un ex ministro della sicurezza del Messico per convivenza con il narcotraffico. A spiegarlo per noi da Leon il professore Fabrizio Lorusso, della redazione di lamericalatina.net