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  • La marcia dei defunti

    La marcia dei defunti

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    Aritana Yawalapiti, Cacique Generale del XINGU

    Quasi 100.000 vittime del Governo Bolsonaro e siamo così codardi da normalizzare un crimine contro l’umanità compiuto in nostro nome

    di Eliane Brum da El País

    traduzione di Daniele Benzi e Manuela Loi

    Vorrei cominciare esprimendo il mio orrore nello scrivere quest’articolo sui 100.000 morti mentre altre centinaia di loro sono ancora vivi e lottano per la vita. Tutti sappiamo che presto raggiungeremo i 100.000 morti. E questo è orrore. E non sappiamo quante altre migliaia si aggiungeranno, perchè in Brasile non esiste nessun controllo sulla diffusione del covid-19. Proverei orrore anche se si trattasse soltanto della fatalità di un virus. Ma sono convinta che non è di questo che si tratta. Una convinzione basata su fatti, come deve essere per una giornalista che manifesta la sua opinione. Il mio orrore è infinitamente più grande proprio perchè siamo testimoni di un genocidio messo in atto da Jair Bolsonaro e da tutti i suoi funzionari – con o senza uniforme, con le stellette sul petto o meno – che hanno il potere di decidere. Il mio orrore è scrivere sapendo che raggiungeremo i 100.000 morti e sentire che non abbiamo la forza per impedire un genocidio e, inoltre, che non abbiamo gente sufficiente – in Brasile e nel mondo – da sommare alla lotta per fermare un crimine contro l’umanità.

    Chiedo perdono ai morti per la nostra debolezza come popolo. Chiedo perdono a nome dei giuristi e degli intellettuali che preferiscono negare perché, in fondo, Bolsonaro sarebbe solo un incompetente – e non un assassino consapevole e seriale. Qualcuno ancora storce il naso parlando di “banalizzazione”, denunciando che il termine sarebbe stato volgarizzato, senza rendersi conto che sono loro che banalizzano più di 1.000 morti al giorno. Chiedo perdono a nome di quella parte dei giornalisti che preferisce essere “imparziale” davanti ad un massacro, come se la presunta imparzialità fosse una scusante per la loro omissione in quanto esseri umani. Chiedo perdono a nome di chi sostiene Bolsonaro poiché riceve dal governo 600 reali al mese, perché conosco molte persone in situazione di povertà che esigono il rispetto del proprio diritto di essere assistite dallo Stato in una situazione di emergenza, ma non accettano la morte dell’altro. Chiedo perdono a nome di coloro che credono sia sufficiente firmare una petizione mentre si contano i morti. Chiedo perdono per quella parte dell’élite intellettuale volontariamente puerile in politica e priva del coraggio personale di assumere il proprio ruolo storico per fermare lo sterminio. Chiedo perdono per quella parte pusillanime della popolazione che, con le più svariate scuse, delega all’altro il compito di affrontare le questioni più difficili. Chiedo perdono per me stessa, per non essere in grado di fare il minimo sufficiente.

    Tutti i giorni mi alzo dal letto e vado a dormire chiedendomi qual è il ruolo di una giornalista, di una cittadina, di una persona umana quando è testimone di un genocidio, e provo orrore perché già non so più cosa fare, perché sono state mandate almeno quattro petizioni al Tribunale Penale Internazionale ma, di fronte alle dimensioni di questo disastro, è ancora insufficiente il movimento internazionale di denuncia. Ancora sono molto pochi coloro che usano il proprio spazio per dare un nome all’orrore. E quindi, una volta di più, chiedo perdono per ciò che non può avere perdono.

    Chiedo perdono a te, grande Aritana, cacique di Xingu, per la tua voce dalle molte lingue silenziata per sempre, perché Bolsonaro ha lasciato la foresta aperta agli agenti del virus, molti dei quali rispondono al nome degli usurpatori di terra e dei cercatori d’oro, e lo ha fatto con il sostegno dei generali della sua corte, eredi di una dittatura che ha assassinato 8.000 indigeni, nell’impunità. Chiedo perdono perché tanti bianchi pensano che negare misure di emergenza e persino acqua potabile agli indigeni nella pandemia, come ha fatto il governo, sia per “incompetenza” o un “fallimento della politica nella lotta contro il covid-19”. Chiedo perdono a te, Don Bié, Manoel da Cruz Coelho da Silva, quilombola[1] di Frechal, nel Maranhão, perché troppe persone pensano che morire più neri che bianchi sia “normale”. Ti chiedo perdono, Zia Uia, Clarivaldina Oliveira da Costa, quilombola di Rasa, a Rio de Janeiro, perché dopo tanti secoli di lotta per esistere in un paese fondato sul corpo degli schiavi, sei morta di razzismo. Chiedo perdono a te, Carlilo Floriano Rodrigues, che hai allevato sette figli con tanto affetto, e hai camminato con coraggio anche senza una gamba. A te, Alayde Antônia Rossignolli Abate, che non ti separavi mai dal tuo cane di nome Paçoca. Chiedo perdono a te, Roosevelt Guimarães Soares, che mentre eri in vita ti svegliavi alle tre del mattino per vendere angurie al mercato. Chiedo perdono a te, Delcides Maria Oliveira, che durante l’infanzia hai vinto la fame a cucchiaiate di caffè ma non sei riuscita a superare l’indifferenza del governo per i morti del covid-19. Chiedo perdono a te, adolescente Yanomami, morto a 15 anni e sepolto in una terra straniera come se il tuo corpo fosse un oggetto.

    Io chiedo perdono a tutti i 100.000, ognuno col suo nome, la sua storia, i suoi desideri, le sue debolezze, i suoi sogni ed amori. I loro gesti che il crimine ha fermato per sempre. Chiedo perdono agli Innumerabili trasformati in numero ed alle Lucciole la cui luce è stata spenta dall’indifferenza di Bolsonaro per le loro vite. “E allora?”, ha detto il genocida, quando erano 5 mila morti per una “febbriciattola”.

    Chiedo perdono per la vita spezzata dalla sete di morte di colui che ha detto, giovedì scorso, davanti all’approssimarsi di 100.000 brasiliani deceduti: “Andiamo avanti con la vita e troviamo un modo per liberarci da questo problema”. Chiedo perdono poiché Bolsonaro può essere presidente solo perché ci sono milioni di persone identiche a lui, che mostrano la stessa indifferenza per la vita dell’altro, camminando senza mascherina per farti morire asfissiato.

    Chiedo perdono a coloro che sono stati sepolti in tombe senza nome. Chiedo perdono a coloro che sono stati sepolti in scatole di cartone perché mancava una bara. Chiedo perdono a coloro che hanno sofferto l’indecenza di iniziare a decomporsi in casa, perché non c’era un servizio pubblico per raccogliere i loro corpi, sottoponendo le persone care alla tortura di provare repulsione per l’odore di coloro che amavano. Io chiedo perdono a te, piccolo yanomani, che sei stato sepolto lontano dalla tua terra e dal tuo mondo, senza il lamento dei tuoi genitori, senza il saluto del tuo popolo e che pertanto non avrai pace né lascerai i vivi in pace.

    Chiedo perdono a tutti quelli che non sono stati pianti sulla tomba, a coloro che sono stati sepolti da un becchino che non li conosceva, costringendo la vita de vivi al flagello del mancato addio e quindi alla non elaborazione del lutto. Chiedo perdono ai becchini sottoposti alla brutalità dello Stato. Chiedo perdono agli operatori sanitari che rischiano la vita giorno dopo giorno e vengono aggrediti per strada su istigazione del Presidente della Repubblica. Chiedo perdono al piccolo Xavante che, quando è morto, ha contagiato parte della sua gente che non aveva ricevuto nessuna guida per proteggersi da un altro virus. Chiedo scusa agli indigeni che, per vivere in città, si sono visti strappare la loro identità dallo stesso Stato che li ha espulsi dalle loro terre. Poiché le loro morti non vengono conteggiate per ciò che sono – indigene – vengono uccisi una seconda volta. Chiedo perdono per avere permesso che la gente sia trattata come una cosa e per aver reificato noi stessi, normalizzando lo sterminio.

    Io chiedo perdono non perché senta una “colpa cristiana”, come sono già stata “accusata” in passato. Chiedo perdono perché sento una responsabilità collettiva, perché sono responsabile per quello che hanno fatto e per quel quello che fanno nel mio e nel tuo nome. Bolsonaro sta perpetrando un genocidio in nostro nome quando sostituisce un professionista sanitario competente in epidemie con un militare senza esperienza nella sanità. Sta perpetrando un genocidio in nostro nome quando distribuisce clorochina e idrossiclorichina persino alle popolazioni indigene, medicinali la cui inefficacia contro il covid-19 è già stata provata scientificamente, nonché i loro rischi. Sta perpetrando un genocidio in nostro nome quando blocca le risorse destinate ad affrontare la pandemia mentre negli ospedali mancano addirittura i sedativi per alleviare il dolore delle vittime. Sta perpetrando un genocidio in nostro nome quando proibisce che si adottino misure di sicurezza e incoraggia le persone ad andare in strada senza mascherine. È possibile continuare ad elencare altre azioni di Bolsonaro che dimostrano la sua intenzione di uccidere. E anche di lasciar morire, che è un altro modo di uccidere, poiché un governante ha la responsabilità costituzionale di proteggere la popolazione del paese che governa.

    Io chiedo perdono. E affermo anche che, per quanto pochi, continueremo a resistere. I popoli che sono stati massacrati, come gli indigeni, stanno producendo le proprie statistiche e la propria memoria. É una maniera di riconoscere la vita di quelli che muoiono e restituirgli la dignità della verità nella morte. Di fronte ai crimini contro l’umanità, i necrologi hanno acquisito il significato della resistenza. Raccontare la storia e le storie è diventato un atto di ribellione – affinché i morti possano vivere come memoria e i loro assassini non sfuggano alla giustizia. Resistiamo [rac]contando i morti in più di un senso – come statistica affidabile, come identità riconosciuta, come storia raccontata. Ci ribelliamo trasformando i necrologi di coloro che sono stati uccisi in storie di vita, perché di fronte alle azioni ed alle omissioni di Bolsonaro e del suo Governo, morire di covid-19 non è una morte naturale per malattia, è una morte per omicidio volontario.

    Noi, che siamo quelli che Bolsonaro ed il suo Governo non sono ancora riusciti ad uccidere, ricorderemo e faremo ricordare. E quando moriremo, i nostri figli ricorderanno. E quando i nostri figli moriranno, i nostri nipoti ricorderanno.

    Caro Jair Bolsonaro, cari generali, cari civili coinvolti nei crimini contro l’umanità per il covid-19: io spero che sarete perseguitati dai 100.000 morti. Io spero che un giorno qualcuno faccia un film sulla marcia dei defunti a Brasilia, annunciando il ritorno nel nostro continente del realismo magico, poiché la realtà che ci avete imposto ci ha privato anche della possibilità della fantasia. Allora, guidati dal grande Aritana, che porterà tra le sue braccia i cadaveri senza sepoltura dei bambini yanomami, 100.000 indici additeranno i vostri volti. Potreste essere in grado, forse, di sfuggire ai tribunali. Non sfuggirete alla memoria.

    [1] Quilombola è l’abitante di un Quilombo. Si tratta di insediamenti demografici che sotto diversi nomi si sono costituiti  in molte aree dell’America latina durante il periodo coloniale per dare rifugio, principalmente ma non solo, agli schiavi africani ed ai loro discendenti fuggiti dai loro padroni. In Brasile, la costituzione del 1988 ha riconosciuto il diritto di proprietà della terra alle comunità Quilombolas e lo stanziamento di fondi da parte dello Stato per implementare dei progetti diretti a salvaguardare e valorizzare il patrimonio storico-culturale degli afrobrasiliani residenti in queste aree. [NdT]

  • RUIDO #4 – Isadora Romero, fotografia comunitaria tra materia e magia

    RUIDO #4 – Isadora Romero, fotografia comunitaria tra materia e magia
    da Amazona Warmikuna (Isadora Romero)

    Per il quarto numero della nostra rubrica Ruido, dedicata alla fotografia latinoamericana, abbiamo intervistato Isadora Romero, narratrice visuale ecuadoriana che produce la sua arte da una prospettiva femminista e promuovendo un approccio collaborativo e trans-mediale. 


    Di Gianpaolo Contestabile

    Nei tuoi progetti combini l’uso della fotografia digitale con il video, la scrittura, le polaroid e il ricamo. Da dove nasce questa esigenza di utilizzare diversi strumenti e formati? 

    Ho studiato cinema prima ancora di studiare fotografia, quindi per me la foto rappresenta uno dei tanti formati che esistono, e a volte può’ essere limitato quando devo raccontare determinate storie. L’immagine è uno strumento ma quando mi imbarco in un progetto ci sono altre sensazioni, intenzioni, che con la sola immagine digitale non posso catturare né trasmettere, è lì che nasce la necessità di trovare altri media e altri formati. Credo inoltre che la fotografia sia un’arte e uno strumento comunicativo molto rigido, che viene percepito dall’esterno come un mezzo di comunicazione piatto, la gente crede che ciò che appare nella fotografia sia la realtà, c’è ancora questa concezione che vede le fotografie come qualcosa di reale. Potendo utilizzare altri strumenti posso espandere e rendere la fotografia più flessibile e fluida. Per questo ho iniziato a creare progetti multimediali con le immagini che stavo realizzando, facendo video e catturando audio.

    da Ra’Yi (Isadora Romero)

    Per il progetto 7.8, che documenta i sopravvissuti al terremoto del 2016 in Ecuador, le persone ritratte sono intervenute sulle loro fotografie. Era un bisogno che avevamo insieme a Misha Vallejo, l’altro fotografo con cui ho collaborato. C’era il bisogno di creare qualcosa mentre tutto intorno a noi era andato distrutto, per cui abbiamo usato le polaroid che sono istantanee, che sono oggettuali, sono qualcosa che può essere toccato. Volevamo che le persone fotografate potessero toccare la materialità dei loro ritratti. Hanno scelto dove volevano essere ritratte e hanno partecipato al processo di generazione dell’immagine direttamente sul posto. Dopodiché hanno descritto con le loro parole cosa stava succedendo, cosa sentivano. Abbiamo scelto questa strada anche per allontanarci dal giornalismo rapido, che copre questo tipo di eventi tragici e drammatici scattando una fotografia veloce che poi diventa una statistica. Volevamo rallentare e cambiare questo processo per renderlo più materiale. E’ nata poi la necessità dell’oggetto e quindi questo progetto è diventato un libro, dove il tattile è molto importante per la storia che viene raccontata.

    da 7.8 (Isadora Romero)

    Con Bordado (ricamo) è successo qualcosa di simile, lo abbiamo realizzato ad  Atitlan, in Guatemala, come parte del progetto Campo 20 Fotografi. Anche in quel caso volevamo generare una collaborazione perché spesso la foto risulta troppo unidirezionale, c’è solo il fotografo, la sua testa e il suo occhio, e anche tutti suoi preconcetti e il suo sguardo soggettivo di fronte a ciò che ritrae. Così ad Atitlan abbiamo parlato con le donne vittime di violenza di genere e abbiamo preso parte al processo raccontando le nostre storie di discriminazione e violenza. Nel bordado c’è qualcosa di molto importante, è un momento in cui le donne si incontrano come in un momento di catarsi, per cui le abbiamo chiesto di procurarsi delle fotografie, e altre le abbiamo generate noi, che rappresentassero i momenti di violenza. A quel punto abbiamo iniziato a ricamare su queste immagini come in un rito di guarigione. La cosa fondamentale di tutto il progetto è stato il momento in cui si è svolto l’incontro. In questo senso sono interessata alla fotografia in quanto può dialogare sia con chi la guarda, sia con me stessa in quanto fotografa, sia con chi sto interagendo, è come un ponte attraverso il quale mi interessa esplorare diverse narrazioni.

    da Bordado (Isadora Romero)

    Nella tua biografia sono citati diversi premi importanti legati al fotogiornalismo, allo stesso tempo le tue foto sembrano andare oltre la semplice documentazione giornalistica, come riesci a includere la finzione, il simbolismo e la magia nei tuoi progetti?

    All’inizio della mia carriera, nel mondo del foto-giornalismo e della fotografia documentaria, mi dicevano che le mie foto erano troppo artistiche per poter essere pubblicate su una rivista o su un giornale. Nel mondo dell’arte invece mi dicevano che le mie foto erano troppo foto-giornalistiche per poter essere esposte in una galleria. Personalmente mi piace stare su questa frontiera, perché considero la fotografia un linguaggio fluido e non mi identifico in nessuna delle due categorie. A causa di questa concezione, è stato difficile potermi guadagnare da vivere con quello che stavo facendo all’inizio del mio percorso professionale. Credo che oggi ci sia molta più apertura rispetto alla soggettività che si cela dietro l’immagine, una soggettività che, sempre rispettando tutti gli standard etici del foto giornalismo, può espandere l’immaginario dello spettatore rispetto alle storie che vengono raccontate, per esempio attraverso il simbolismo. Già negli anni ’70 Susan Sontag scriveva che non veniamo più scosse dal dolore che vediamo nelle immagini, siamo così abituate a vedere ogni giorno sangue e morte che non ci colpiscono più, non generano nessun cambiamento. Credo che all’interno del foto giornalismo stia nascendo la consapevolezza che lasciando spazio al simbolismo e cercando di aprire domande invece che dando tutto per scontato, possiamo far sì che lo spettatore si connetta da un’altra posizione. Le nostre forme di conoscenza non sono solo strettamente cognitive, c’è molto spazio per comprendere e percepire le immagini anche da un punto di vista emotivo.

    da Chalchiutlicue (Isadora Romero)

    Sento di essere stata influenzata dal modo in cui il mondo mi è stato raccontato sin da quando ero piccola, c’era molta magia, molta finzione, qualcosa che fa parte della cultura latinoamericana. Penso inoltre che i media siano colonizzati da queste storie violente e spettacolari che ovviamente sono necessarie e riescono a generare notizie immediate, ma allo stesso tempo vedo che stanno nascendo nuove narrazioni. Mi sembra che per esempio molte donne latinoamericane riescano ad andare oltre questo modello, raccontando il quotidiano per mostrare dove viene costruito il tessuto sociale. Purtroppo queste storie difficilmente raggiungono i mass media. Ma anche questo sta cambiando, vedo un interesse crescente verso altri tipi di storie, altri tipi di narrazioni. Spero che la barca continui a muoversi in questa direzione.

    da Chalchiutlicue (Isadora Romero)

    Quali sono i principali cliché della fotografia che si occupa di America Latina?

    Lo sguardo coloniale e il folklorismo con cui sono stati rappresentati i latinoamericani è dovuto innanzitutto al fatto che la maggior parte delle fotografie che circolano nei media mainstream, i quali hanno sede generalmente al di fuori dell’America Latina, sono state realizzate da persone esterne, che hanno le proprie idee, i propri pregiudizi, i propri modi di vedere. Non credo che questo sia sbagliato ma se questa diventa l’unica narrazione che si consuma ed esporta allora sì che abbiamo un problema, perché stiamo lasciando da parte molte voci. In questo modo si privilegia uno sguardo più superficiale, quindi c’è molta folklorizzazione, c’è molta vittimizzazione. Fino all’inizio del XXI° secolo, l’America Latina è stata sempre rappresentata come un luogo avvolto nella violenza e nella povertà, è stato il suo stigma visivo. E’ importante mettere in discussione questa rappresentazione perché se continuiamo a consumare questo tipo di immagini che si auto-definiscono allora rischiamo di finire per sentircele incollate alla nostra identità. A questo si aggiunge la sofferenza delle donne, le foto di donne che soffrono, piangono, un’immagine così straziante che si ripete in svariate situazioni. Fortunatamente ora ci sono molti più narratrici che parlano da altri luoghi, che parlano di violenza, perché ovviamente non è che dobbiamo smettere di parlare delle cose che accadono e di fatto continuiamo a essere paesi terribilmente disuguali, ma ora stiamo esplorando altre modalità di espressione che si allontanano da questo vittimismo e che posizionano lo spettatore in un luogo che stimola il coinvolgimento. Perché non dobbiamo dimenticare che sono i problemi globali quelli che si traducono nelle nostre disuguaglianze.

    da Amazona Warmikuna (Isadora Romero)

    Uno dei tuoi progetti che più di tutti riescono a trasmettere un messaggio politico attraverso le scene di vita quotidiane è Amazona Warikuma, come é nata l’idea di realizzare questa storia?

    Questo progetto è iniziato nel 2007, un periodo durante il quale mi recavo spesso in una comunità indigena chiamata Sarayaku, nell’Amazzonia ecuadoriana, accompagnando altri fotografi per realizzare un lavoro documentaristico. La comunità di Sarayaku è situata nelle profondità della giungla e può essere raggiunta solo in aereo o in barca, ed è una comunità estremamente importante per l’Ecuador e l’America Latina perché hanno vinto una causa davanti alla Corte Interamericana dei diritti umani contro lo Stato ecuadoriano per aver consentito l’ingresso di imprese petrolifere che hanno svolto esplorazioni e perforazioni per sfruttare il petrolio nel loro territorio, una manovra che viene proibita dalla costituzione. Durante una delle nostre visite siamo arrivati casualmente ​​durante una festa tradizionale che si celebra ogni tre anni e durante la quale gli uomini vanno a caccia nella giungla per una quindicina di giorni, e le donne rimangono nel villaggio. Il fotografo con cui lavoravo andò con i cacciatori mentre a me mi dissero che non potevo accompagnarli perché sono una donna e le donne non vanno a caccia. Quindi mi sono detta “wow, cosa farò qui per 20 giorni?”.

    da Amazona Warmikuna (Isadora Romero)

    Già durante le visite precedenti ero rimasta incuriosita dalla loro concezione e comprensione del territorio, dalla loro lotta per proteggerlo, una lotta che viene alimentata giorno dopo giorno nella quotidianità. Di questo ne avevo parlato molto con le donne della comunità la prima volta che ci ero andata nel 2007, e durante quelle giornate di festa ho avuto l’opportunità di approfondire il loro rapporto con il territorio e la necessità che avevano di proteggerlo. Mi ricordo che pensavo quanto fosse incredibile ritrovarmi lì a vivere in un territorio di sole donne, di donne guerriere, era come stare tra le Amazzoni. All’epoca avevo iniziato a documentarmi su queste tematiche e avevo letto come gli spagnoli raccontavano nelle loro lettere l’incontro con le donne guerriere dell’Amazzonia. Durante quel periodo nella comunità vedevo riflesso e mescolato il mito con ciò che stavo vivendo. Per me è stata un’esplorazione simbolica, un incontro con la loro cosmovisione, con la conoscenza della loro quotidianità, del rapporto che esiste tra di loro, con la  comunità, con i figli e l’ambiente. Ho appreso la differenza tra il concetto occidentale di conservazione ambientale e la loro concezione di un mondo interconnesso, nel quale se un albero si ammala significa che anche l’essere umano probabilmente si ammalerà. Il progetto è stato un’esplorazione simbolica di ciò che stavo vivendo con loro, e anche un’elaborazione del mio shock culturale nel ritrovarmi in un territorio che nonostante l’appartenenza alla giurisdizione ecuadoriana mi era totalmente sconosciuto. Questo cercare di condividere con loro e immischiarmi in questo territorio femminile è stata un’esplorazione personale, ho esplorato la mia femminilità e l’origine stessa della forza del femminile.

    da Amazona Warmikuna (Isadora Romero)

    Oltre a essere coordinatrice del capitolo ecuadoriano della Women Photography hai anche insegnato fotografia in diversi luoghi del continente, credi che la fotografia possa funzionare come uno strumento di cambiamento sociale?

    Penso che la fotografia in sé non sia in grado di cambiare più di tanto la realtà, a volte noi fotografe crediamo che il nostro lavoro sia estremamente importante per il mondo ma credo che sia una convinzione presuntuosa. Quello che invece possiamo fare è riuscire a generare legami tra le persone che vogliono conoscere alcune storie e noi che invece gliele possiamo raccontare in un modo particolare. Attraverso questo processo di scambio si può generare consapevolezza, si possono creare reti. Molte di noi che generiamo immagini ci chiediamo continuamente da dove le stiamo costruendo, quale narrativa stiamo alimentando, come il nostro lavoro riproduca modelli colonialisti, razzisti, machisti, come possiamo cercare di non replicarli? Penso che questa sia la cosa più arricchente del mio lavoro, soprattutto ora che posso mantenere aperto questo dibattito con altre persone e colleghe che si fanno le mie stesse domande. Penso che in questo particolare momento della storia del mondo sia essenziale ripensare questi modelli e non riprodurli con le nostre immagini. Quindi per quanto mi riguarda, partecipare nei processi educativi è sempre stato qualcosa di molto importante. Anche perché le donne, soprattutto le donne latinoamericane e del Sud globale, hanno avuto storicamente minori opportunità di accedere a un’istruzione di qualità, ai luoghi dove si generano i dibattiti, alle opportunità di mostrare il proprio lavoro o generare reddito. Per questo credo che costruire reti sia fondamentale, e proprio per questo abbiamo fondato una collettiva di fotografe latinoamericane che si chiama Ruda. Un gruppo nato proprio da questa esigenza comune, dal fatto che stiamo raccontando diverse tematiche che hanno però dei punti in comune.  E’ fondamentale capire dal nostro punto di vista di donne e dissidenze sessuali come vediamo i nostri territori e i nostri problemi. Forse questa è la parte più arricchente del mio lavoro, la condivisione quotidiana con altre fotografe: ci svegliamo e ci chiediamo come affrontiamo questo problema, come ci relazioniamo le une con le altre o come ci posizioniamo in una determinata situazione. Ovviamente ritengo necessario e interessante anche creare collegamenti e scambi con la comunità oltre che tra noi addette ai lavori.

    da Polvo de estrellas (Isadora Romero)

    In Octubre documenti la rivolta popolare del passato autunno nella capitale ecuadoriana, come ti sei organizzata per fotografare questo particolare momento storico?

    Questo lavoro è nato perché quando è scoppiata la rivolta non si capiva bene cosa stava succedendo. Le mie compagne di collettiva mi dicevano: “hey Isa, sai una cosa? Non abbiamo capito cosa sta succedendo in Ecuador, puoi dircelo?”. Solo che io non avevo risposte, e tutti i media dicevano cose che sapevo non essere vere. Poi ho iniziato a leggere molte affermazioni che circolavano sui social network che contenevano un livello di razzismo che non pensavo esistesse nel mio Paese. Come hai visto in altri miei lavori, non sono una fotoreporter da scoop giornalistici, impiego molto più tempo e costruisco storie a lungo termine, ma in quel momento era urgente per me uscire in strada e vedere con i miei occhi quello che stava succedendo. Ho deciso però di non stare in prima linea, soprattutto perché era molto pericoloso, c’era un livello di repressione incredibile. Ho preso quella decisione anche perché le immagini degli scontri sono quelle che vediamo sempre pubblicate sui media, per me però, per arrivare a quella prima linea devono esserci stati prima molti eventi storici all’interno del tessuto sociale che non possiamo non rendere visibili. Uno di questi è ovviamente il razzismo e il modo in cui venivano viste queste persone che hanno dovuto lasciare le loro famiglie, i territori, gli animali, per venire a rivendicare legittimamente i loro diritti e come la classe media e alta di Quito stava protestando contro di loro dicendo cose di un razzismo brutale. Il livello di disconnessione dalla realtà era così estremo che le popolazioni indigene, che erano la maggioranza all’interno delle proteste, non venivano nemmeno concepite come esseri umani.

    da Octubre (Isadora Romero)

    Era diventato importante quindi restare indietro e osservare cosa succedeva nelle retrovie. Chi si prendeva cura dei bambini e chi preparava da mangiare per loro. Comunicare l’umanità di questi soggetti durante tutto quel trambusto e la velocità degli accadimenti. Era importante per me raccontare quei momenti di calma perché nessuno la stava comunicando. Ovviamente credo che sia fondamentale parlare della repressione, del fatto che stavano sparando negli occhi della gente, che stavano lanciando gas lacrimogeni in faccia ai bambini, cose che ho visto e vissuto anch’io, ma credo anche che nutrire esclusivamente questo linguaggio non ci porti da nessuna parte. Quello che ho fatto è stato utilizzare l’account della nostra collettiva per condividere le immagini e raccontare in prima persona cosa stava succedendo, e le persone che in quel momento non trovavano informazioni sui media online hanno iniziato a fare riferimento al nostro account. Ovviamente erano informazioni che dovevano essere verificate, ma è stata un’esperienza importante perché di lì a poco sarebbe successa la stessa cosa in Cile, e abbiamo fatto lo stesso con una nostra compagna da Valparaiso, e poi anche in Colombia e Bolivia, tutti questi fatti erano interconnessi, e noi stesse abbiamo potuto generare dei dibattiti, dei confronti che ti permettono di capire qual è il sistema che è stato imposto in America Latina e che in quel momento, in realtà da sempre, stava cominciando a crollare, e a generare malcontento.

    da Octubre (Isadora Romero)

  • Colonialismo, violenza di Stato e prigione politica mapuche in Cile

    Colonialismo, violenza di Stato e prigione politica mapuche in Cile

    Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, la quale ha messo Piñera nel mirino degli organismi internazionali come artefice di una crisi dei Diritti Umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche.

    Proteste mapuche nel sud del Cile, agosto 2020, Julio Parra per Mapuexpress.org

    Di Edgars Martínez Navarrete per Mapuexpress

    traduzione di Alessandra Cristina e Susanna De Guio


    Non tutti i detenuti in Cile valgono allo stesso modo. Mentre ad un terzo della popolazione penale del paese (13.321 reclusi su un totale di 39.677) è stata concessa la modifica della misura cautelare o del compimento della condanna, che ha portato i reclusi ad uscire di prigione per decreto giudiziale dal 18 marzo di quest’anno, lo Stato ha deciso di mantenere in carcere più di 30 detenuti politici mapuche in diversi centri penitenziari. Alcuni di questi, nel pieno della crisi dovuta alla pandemia, sono in sciopero della fame da più di tre mesi. Come se non fosse abbastanza, tra i beneficiari della misura c’è anche Carlos Alarcón Molina, un poliziotto che si trovava in custodia cautelare perché accusato dell’omicidio di Camilo Catrillanca nel novembre del 2018.

    Il governo di Sebastián Piñera è rimasto indifferente alle richieste dei prigionieri mapuche in sciopero della fame, anche se queste riguardano l’apertura di un tavolo delle trattative e il rispetto del Convegno 169 dell’ILO [organizzazione internazionale del lavoro] che si riferisce alla prigione indigena. Nonostante questi siano dei punti stipulati nell’ambito di base della legge, il governo preferisce fare finta di niente aggravando le condizioni di salute dei comuneros nelle carceri cilene.

    Oltre ad un’eccessiva perdita di peso dovuta allo sciopero della fame, i detenuti mapuche sono estremamente esposti al contagio per il COVID-19, dato l’indebolimento che ha sofferto il loro sistema immunitario. Lontani dai loro territori e impossibilitati a vedere le loro autorità culturali, lo stato di salute dei prigionieri in sciopero della fame corre un rischio vitale imminente. Un caso estremo è quello del machi (autorità spirituale mapuche) Celestino Córdova, al quale è stato proibito di tornare al suo spazio sacro (Rewe) per rinnovare le forze spirituali di cui ha bisogno un’autorità come lui. 

    Oltre a questa indifferenza, un’altra delle strategie di frammentazione che il governo ha esercitato per indebolire il movimento di sostegno ai prigionieri è quella dei trasferimenti arbitrari che puntano a deviare certi imputati verso centri penitenziari lontani dai loro territori di origine. La custodia cautelare che sta scontando Tomás Antihuen Santi a Concepción, a più di 150 km dalla sua casa, e le minacce di trasferire gli 11 detenuti mapuche dal carcere di Lebu a Concepción (stessa distanza) sono un esempio concreto di questa strategia divisoria, considerando che le famiglie e le comunità sono i principali sostegni spirituali, morali e materiali degli scioperanti.

    Nonostante ciò, davanti a tale situazione i prigionieri mapuche e le loro famiglie non sono soli. Nel mezzo dell’attuale crisi dovuta alla pandemia, nelle ultime settimane in tutto il territorio nazionale si sono moltiplicate le diverse dimostrazioni in supporto alle loro richieste. Occupazione delle strade, manifestazioni nelle principali città del paese, atti di sabotaggio al capitale forestale nel sud del Cile e occupazione di diverse strutture governative e regionali sono state parte del repertorio della protesta articolato dalle comunità e dalle organizzazioni mapuche che insistono nel chiedere al governo di aprire una via democratica di comunicazione per risolvere le richieste dei prigionieri in sciopero. Durante queste azioni donne, bambine e bambini mapuche sono stati fortemente repressi da parte della polizia cilena, arrivando a trascorrere giornate intere trattenuti in diversi centri penitenziari.

    Ma non solo la polizia o l’esercito – che sono ancora dispiegati nel Wallmapu, teoricamente a causa della “crisi pandemica” – si sono incaricati di reprimere il movimento di sostegno ai prigionieri. Di fronte all’occupazione  da parte delle comunità e lov mapuche dei comuni di Curacautín, Victoria, Ercilla, Traiguén e Collipulli nella IX regione, come misura per fare pressione, durante la notte del 1° agosto di quest’anno decine di persone, convocate da proprietari terrieri e dirigenti dei settori forestale e agro-esportatore della zona, hanno picchiato le famiglie, incendiato i loro veicoli e sgomberato violentemente le strutture con la complicità della polizia. Per di più, hanno distrutto gli spazi sacri che le comunità mapuche mantenevano nelle città per incontrarsi e svolgere varie attività. Evidentemente, questi livelli di violenza non sono stati criminalizzati dal governo con la stessa mano dura con cui vengono trattati il mapuche o il povero. Tali atti sono stati persino giustificati sui media dalla destra nazionale e dai gruppi complici del neoliberismo, rimanendo finora impuniti di fronte alla giustizia.

    Proteste mapuche nel sud del Cile, agosto 2020, Julio Parra per Mapuexpress.org

    I responsabili politici di tale scenario e coloro che traggono profitto da questi atti razzisti non sono esattamente gli esecutori diretti, che agiscono come complici consapevoli della violenza padronale, ma le élite economiche e suprematiste bianche che hanno mantenuto la loro accumulazione di capitali, lo sfruttamento e l’espropriazione a partire da un sistema coloniale che ha storicamente minato le condizioni di vita sia del popolo mapuche che dei settori popolari cileni, alimentando le gerarchie razziali, la violenza tra gli oppressi e affrontando settori costruiti sull’immaginario eurocentrico. Una guerra tra poveri, travestita da conflitto “etnico”, a vantaggio dei potenti.

    Non è un dato minore che tali livelli di violenza si siano verificati pochi giorni dopo la visita nella zona del ministro dell’Interno Víctor Pérez Varela, viaggio in cui, oltre a delineare le nuove misure di controinsurrezione e repressione contro il movimento mapuche, ha offerto il suo sostegno a diverse corporazioni economiche della regione. Sono stati proprio i settori organizzati di queste corporazioni, famosi per le loro politiche anti-mapuche, e di estrema destra – come la Asociación de Agricultores de Malleco o la Agrupación Paz y Reconciliación en la Araucanía (APRA) – che, secondo l’audio in circolazione sui social network, hanno convocato i civili a riunirsi la notte del 1° agosto per linciare le famiglie mapuche che stavano occupando i comuni dell’Araucanía.

    Nonostante questo contesto di violenza, che mostra la reale profondità del problema nel sud del continente, si è manifestato a livello mondiale il sostegno alle giuste richieste dei prigionieri politici mapuche. Le diverse reti di solidarietà nazionali e internazionali hanno inviato messaggi di solidarietà ai detenuti e alle loro famiglie, chiedendo che lo Stato del Cile applichi le disposizioni contenute nella Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, e hanno esposto il pericolo che corrono i membri della comunità quando sono imprigionati in dure condizioni di sovraffollamento. Attraverso la pagina mapuche AUKIN sono stati raccolti e riprodotti decine di comunicati e video inviati da diverse parti del mondo, tra cui i messaggi del Congresso Nazionale Indigeno (Messico), del comune autonomo di Cherán (Messico), dell’Ongi Etorri Errefuxiatuak Araba (Paesi Baschi), del popolo Nasa (Colombia), di organizzazioni popolari in Argentina, Italia e Cile, del movimento internazionale di solidarietà con il Kurdistan e dei collettivi femministi comunitari in Bolivia, insieme a molti altri.

    Ogni ora che passa è terribile per lo stato di salute dei prigionieri politici mapuche. A quasi tre mesi dall’inizio dello sciopero della fame, l’indolenza di Sebastián Piñera dimostra il carattere razzista e repressivo dello Stato cileno. Come è già successo davanti alla resistenza dei popoli indigeni e durante la rivolta popolare di ottobre, che ha messo Piñera nel mirino degli organismi internazionali come artefice di una crisi dei Diritti Umani, siamo testimoni di come il governo stia per macchiarsi di nuovo le mani con sangue mapuche. 

  • Via della Mafia / 1

    Via della Mafia / 1

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    Settimo episodio de “La Via”, il podcast in spagnolo curato da Federico Larsen, il giornalista argentino ripercorre la storia delle mafie italiane – uno dei fenomeni piú stereoripati legati alla penisola – raccontando anche la loro presenza in America Latina.


    Via della Mafia / 1

    En este doble episodio dedicado a las mafias italianas, recorremos la historia y la actualidad de uno de los fenómenos más conocidos de Italia, y más estereotipado también. Detrás de Cosa Nostra, ‘Ndrangheta y Camorra hay muchos mitos. Y mucho desconocimiento. Probamos aquí a contar algo de estas organizaciones, que están y actúan inclusive en América Latina.

  • Mario Paciolla was killed as a Colombian activist

    Mario Paciolla was killed as a Colombian activist
    Grafica di Temblores ONG

    Di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi da Il Manifesto Global



    The murder of an Italian social worker is the latest by a repressive regime, under which death and torture of dissidents are normal.



    Paciolla was in San Vicente as a collaborator of the United Nations Verification Mission in Colombia, on account of the presence in this municipality of one of the 24 Territorial Training and Reincorporation Spaces (ETCR) provided for in the Peace Agreements signed by the FARC-EP and the Colombian government in 2016.

    In these areas, designed to promote the disarmament and reintegration into society of former guerrillas, the UN is carrying out the mandate of monitoring and verifying the ceasefire and ensuring that human rights are safeguarded.

    Paciolla’s body was found with signs of lacerations, and while at first the Colombian authorities called it a suicide, the statements of Anna Motta, Paciolla’s mother, put this version of events into question right from the start.

    Motta said that her son had booked a flight back to Italy on July 20, and that he had confided in her that he had got himself into “trouble,” that he “felt dirty” and that he couldn’t wait to dive back “into the waters of Naples.” In addition to his mother, other people close to Paciolla have also said a suicide scenario was implausible, and the Colombian authorities have finally opened a murder investigation.

    According to his friend Claudia Julieta Duque, a journalist and human rights activist, in June Paciolla had had a conflict with the United Nations Verification Mission that was employing him, and on that occasion a colleague had accused him of being a spy; moreover, he had received a formal warning from his superiors for having expressed his disagreement with what he considered to be discriminatory management of the COVID-19 emergency by the UN.

    Paciolla’s murder cannot be considered something that came out of the blue, but is part and parcel of the climate of structural violence that runs through the country and the failure of the peace process that has not brought benefits to the Colombian population.

    Since the signing of the 2016 peace agreement in Havana under the Santos government, more than 135 former guerrillas and 970 social leaders and human rights activists have been murdered. The reintegration of ex-fighters into society, first through the system of Transitory Normalization Zones of Transformation (ZVTN), transformed from Aug. 15, 2017 into Territorial Training and Reincorporation Spaces (ECTR), has failed.

    A year after the Agreements, the ambiguity of the government’s programs and the distrust of the former officers among the ex-fighters were already evident, the latter denouncing a fundamental absence on the part of the institutions and showing great concern about their own security and about the fact that they were exposed to attacks by paramilitary groups.

    The administration of the current president, Ivan Duque, widely considered to be a puppet of the power group of Álvaro Uribe—the former extreme right-wing president opposed to the Peace Agreements—has been the protagonist of several scandals as it implemented hardline, iron-fist policies.

    During these months marked by the COVID-19 emergency, the president has rejected the bilateral ceasefire proposal put forward by the other historic Colombian guerrilla group, the ELN.

    The military scandals have brought into view the darker side of the current president’s intransigent policy, as for example in the case of the bombing of a dissident FARC cell on Aug. 30 in San Vincente del Caguán, which caused the death of at least eight children, and to which one must add the cases of kidnapping and rape of indigenous girls by Colombian soldiers.

    The corruption of the current government has been highlighted by its ties with the drug trafficker Josè Guillermo Hernandèz aka Ñeñe, killed in Brazil in 2019, who appears in several photos with the higher-ups of the Colombian police, army and administration under Duque, of which he was one of the main financial backers and—according to wiretaps—to whose electoral victory he contributed by buying and selling votes and deploying the influence of illicit capital.

    Duque’s administration is a model of corrupt and authoritarian government that shows itself to be in full continuity with his “godfather,” Alvaro Uribe, not by chance nicknamed Il Matarife (The Butcher), from the title of a web series that accused him of genocide and exposed his connections with Colombian narco-paramilitary groups.

    Uribe’s warmongering policy started the Democratic Security program that has promoted the systematic assassination of guerrillas and generated the phenomenon of “falsos positivos,” a practice by the Colombian army that involves the kidnapping of civilians from marginal areas, dressing them up in military clothes, killing them and claiming they were guerilla combatants in order to collect government rewards.

    It seems that the Colombian state, bound to the power centers of drug trafficking, paramilitarism and multinationals, has an interest in perpetuating the climate of violence and conflict against the dissident FARC cells and the ELN guerrilla group. This type of policy, involving military action—both legal and illegal—fuels the systematic violation of human rights and the suspension of the constitutional guarantees of protection and security.

    The proof can be seen in the killing of hundreds of social leaders, the violence against indigenous peoples, the repression of dissent and the implementation of major mining projects without prior local consultation.

    San Vincente del Caguán, which was the seat of the failed peace negotiations between 1999 and 2002, is in fact at the center of the interests of the oil industry that is transporting barrels of crude oil every day under the supervision and protection of the army.

    The militarization of the territories foments conflict, destroys the social fabric and forces entire communities to displace themselves against their will by facilitating the incursion of mining multinationals that are encountering no resistance to their projects.

    Last autumn, hundreds of thousands of people across the country joined the general strike called by dozens of trade unions, student movements, indigenous organizations and LGBTQIA+ collectives, with the slogan, “They even stole our fear.”

    Although the mobilizations began peacefully, the state’s response was brutal: the militarization of cities, curfews, the killing of protesters and the criminalization of the protests in the mainstream media. With the arrival of the pandemic, the protests stopped, but the violence against community activists defending the local territories continued. 95 activists have been murdered since the beginning of the pandemic crisis in Colombia.

    The tangle of economic, criminal and political interests that support Duque’s weak leadership have every interest in keeping tensions high and continuing the militarization of the country—the main ally of the US in the region—to ensure the continued exploitation of raw materials and to suppress dissent.

    As in the case of Giulio Regeni, the murder of Mario Paciolla is part of a spatial and temporal context in which murder, enforced disappearance and torture used against social dissent are daily practices of repression.

    The activists with whom Paciolla has collaborated in recent years, working to pressure the authorities in order to avoid the most dire consequences, are well aware of the risks they are exposing themselves to in opposing the power groups that control the Colombian territory.

    One of the reasons why Paciolla was in Colombia was to help social movements and the civilian population with his work in order to limit the risk of violent attacks.

    We don’t know what “dirty things” Paciolla came into contact with, nor what were the reasons behind the conflict with his superiors in the United Nations that preceded his death, but it is certainly the case that the violence suffered by Paciolla’s body must be contextualized in a climate of war and terror that is affecting an entire country and has its roots in the interest groups that are governing it. Paciolla was murdered as a Colombian activist.

  • Colombia, arresti domiciliari per l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez

    Colombia, arresti domiciliari per l’ex presidente Álvaro Uribe Vélez
    Cacerolazo per la decisione della Corte Suprema nel centro della capitale (AP)

    La decisione della Corte suprema: l’ex presidente incriminato per corruzione e frode, reati registrati durante il processo che lo vede imputato per i suoi legami con il gruppo paramilitare Bloque Metro


    di Gianpaolo Contestabile e Simone Scaffidi, da Il Manifesto

    Martedì 4 agosto la Corte Suprema di Giustizia colombiana ha confermato l’ordine di custodia domiciliare per l’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez. È la prima volta nella storia della nazione che vengono imposte misure di questo tipo a un ex-presidente della Repubblica. La decisione della Corte è dovuta ai presunti reati di corruzione e frode a carico di Uribe registrati durante il processo che lo vede imputato per i suoi legami con il gruppo paramilitare Bloque Metro. Il processo ruota intorno alla vicenda della tenuta Guacharacas, nella regione di Antioquia, di proprietà della famiglia Uribe, dove nel 1983 un commando guerrigliero sferrò un attacco uccidendo il padre dell’attuale senatore ed ex-presidente Álvaro Uribe Vélez.

    Secondo le testimonianze raccolte durante il processo, nella tenuta della famiglia Uribe, l’ex presidente avrebbe contribuito a fondare il Bloque Metro, un gruppo paramilitare di estrema destra facente parte delle sanguinarie Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Tra il 1996 e il 2002 il Bloque Metro ha operato in 45 municipi della regione di Antioquia organizzando centri di addestramento militare e le sue reclute sono state accusate di sequestri, sparizioni, torture, omicidi selettivi e esposizione di cadaveri con fini intimidatori.

    Lo scandalo giudiziario investe anche l’attuale presidente Ivan Duque, di cui Uribe è considerato il padrino politico. Duque è infatti il leader del partito Centro Democratico fondato da Uribe, e come il suo predecessore sta promuovendo una politica dell’intransigenza e del pugno duro contro i gruppi guerriglieri e la dissidenza politica. I due sono accomunati anche da un altro scandalo che sta facendo scalpore sui media colombiani, ovvero la morte di Samuel David Niño Cataño.

    Cataño era il pilota privato di Uribe e uno dei sostenitori della campagna elettorale di Duque. Il suo corpo è stato rinvenuto dall’esercito guatemalteco a Sayaxché, nella regione del Petén, alla frontiera con il Messico, luogo in cui il pilota si è schiantato mentre trasportava cocaina per il Cartello di Sinaloa, potente gruppo narcotrafficante messicano. Cataño è considerato il contatto che ha reso possibile il sodalizio tra l’attuale amministrazione guidata da Duque e il narcotrafficante José Hernández Aponte, detto il Ñeñe, trovato morto lo scorso anno in Brasile e accusato di aver comprato voti per la campagna elettorale di Duque.

    Questo scandalo mette in risalto la corruzione dello Stato colombiano e la collusione del partito Centro Democratico con il paramilitarismo e la violenza che continua a mietere vittime tra la popolazione. Nel 2020 sono già stati uccisi 100 attivisti e leader sociali e secondo l’ultimo rapporto di Global Witness la Colombia è il paese con il maggior numero di omicidi di difensori ambientali del mondo. Sotto il governo di Uribe sono stati uccisi 5763 civili attraverso la dinamica dei falsos positivos, promossa dal programma governativo di Sicurezza Democratica, e dalla firma degli Accordi di Pace ad oggi 210 ex combattenti della guerriglia sono stati ammazzati.

    Nella conferenza stampa svoltasi nelle ore successive alla notizia delle misure preventive ai danni dell’ex-presidente, il senatore e attivista per i diritti umani Ivan Cepeda, che in passato era stato accusato proprio da Uribe di aver manipolato le testimonianze durante il processo che lo vede come imputato, ha sottolineato come la decisione della Corte abbia “consolidato la democrazia” e abbia sancito l’inizio di una nuova fase nel percorso verso il raggiungimento della giustizia in Colombia. Nel frattempo i sostenitori di Uribe si sono dati appuntamento per manifestare sostegno e chiedere la libertà del loro leader, sfilando in automobile per le strade di diverse città del Paese, tra tricolori, magliette della nazionale di calcio e slogan che indicano Uribe come “ vittima della magistratura mafiosa delle Farc”.

    Sulle reti sociali i giovani colombiani hanno accolto la notizia con un’ondata di felicità: c’è chi dice che è il giorno più bello della sua vita e chi è cauto e scrive che ancora non ci crede. Nel frattempo alcune organizzazioni sociali come il Congreso de los Pueblos hanno organizzato diversi cacerolazos (forma di protesta rumorosa mediante l’utilizzo di utensili da cucina) per rimarcare la colpevolezza di Uribe e la sua collusione con il sistema di violenza e corruzione che continua a dilaniare il Paese.

  • L’Onu dichiara piena collaborazione alle indagini per il caso di Mario Paciolla ma ribadisce la linea del silenzio 

    L’Onu dichiara piena collaborazione alle indagini per il caso di Mario Paciolla ma ribadisce la linea del silenzio 

    Paciolla

    di Simone Scaffidi da Il Manifesto

    In una nota pubblicata sul sito ufficiale, Farhan Haq, portavoce del Segretario Generale António Guterres, informa che l’Onu sta “cooperando pienamente con le autorità colombiane incaricate di determinare le cause della morte” di Mario Paciolla affinché “le circostanze vengano pienamente chiarite”.

    Tra le misure adottate per agevolare le indagini il portavoce ha indicato la revoca dell’immunitá ai funzionari della Missione di Verifica in Colombia – che possono dunque da oggi rilasciare interviste sul caso di Mario Paciolla – e la disponibilitá nel fornire informazioni e rendere disponibili all’esame delle autoritá competenti gli effetti personali e le attrezzature di lavoro del loro collaboratore.

    Le Nazioni Unite rompono il silenzio all’indomani delle dichiarazioni della famiglia Paciolla-Motta rilasciate all’edizione napoletana de La Repubblica: “L’Onu in veritá non mostra di essere minimamente collaborativa. Dall’inizio di questa tragica vicenda, dalla prima telefonata non è emerso alcun sentimento di vicinanza, umanitá, dolore, nei confronti di genitori che aspettavano un figlio da riabbracciare”.

    Il portavoce sottolinea inoltre la “stretta comunicazione con il governo italiano”, che durante la commemorazione di Mario Paciolla, attraverso le dichiarazioni del Presidente della Camera Roberto Fico e il Ministro degli Esteri Luigi di Maio, si è impegnato nella ricerca della veritá e della giustizia. E assicura “piena cooperazione con le autoritá italiane”.

    La nota si chiude ribadendo la cooperazione alle indagini ma anche la volontá di non “commentare i dettagli del caso o speculare sull’esito delle indagini, poiché sarebbe inappropriato farlo”. Con queste parole viene riconfermata la linea del silenzio e della “discrezione” adottata fino a qui dall’Onu e la cautela di attenersi alle veritá giudiziarie.

  • Cile, libertà ai prigionieri politici mapuche

    Cile, libertà ai prigionieri politici mapuche
    Proteste per l’occupazione da parte di alcuni integranti della comunità mapuche a Curacautín, Regione del Bio Bio, 27/07/2020. Fonte: PiensaPrensa

    Di Alessandra Cristina e YungayTeVe

    Nella regione del Bio Bio, a sud del Cile, il 27 luglio sono state occupate le strutture di 4 municipi da parte di integranti della comunità mapuche per sostenere lo sciopero della fame che 9 prigioneri politici, tra cui il machi Celestino Córdova, stanno portando avanti da più di 90 giorni.

    In seguito alla visita nelle stesse zone del neo ministro degli interni Víctor Pérez, che per l’occasione ha affermato che ”in Cile non esiste la prigione politica”, cittadini armati di spranghe e catene si sono riuniti fuori dai municipi, con la complicità di Carabineros de Chile, per colpire i manifestanti mapuche in un atto di razzismo estremo.

    Questo video, realizzato dalla commissione comunicazione dell’Assemblea Autoconvocata del Barrio Yungay di Santiago, spiega brevemente la situazione.

    Per saperne di più:

    https://www.facebook.com/yungayteve

    https://www.instagram.com/yungay_te_v/

  • Il dibattito sulla Bolivia e il ruolo di García Linera nell’impasse del processo di cambiamento

    Il dibattito sulla Bolivia e il ruolo di García Linera nell’impasse del processo di cambiamento

    Delle proteste iniziate per dei presunti brogli elettorali sono sfociate a novembre dell’anno passato in un colpo di Stato in Bolivia. Il primo presidente indio nella storia del paese cercava un quarto mandato in virtù di una dubbia sentenza della Corte costituzionale emessa in barba al risultato di un referendum che nel 2016 aveva respinto, sebbene di misura, la possibilità di una nuova rielezione. Nella sinistra latinoamericana non c’è stato accordo sulla qualifica di “golpe” fino a quando non è emersa la natura del governo succeduto alle “dimissioni obbligate” di Evo Morales. Il dibattito è stato infuocato e senza esclusione di colpi. In Italia sono stati pubblicati due ottimi interventi di Enrico Padoan e Alessandro Peregalli.  

    Bisogna ammettere in ogni caso che è curioso un golpe nel quale non solo non viene sciolto il parlamento, ma che permette all’ex partito di governo, il MAS, il quale ha riconosciuto quasi sin dall’inizio l’esecutivo illegittimo, di conservare la maggioranza assoluta in entrambe le camere e di usarla per rendere difficile la vita ai golpisti. A cominciare dalla definizione di un nuovo calendario elettorale, il cui percorso accidentato in tempi pandemici, da maggio a settembre e adesso un’altra volta fino ad ottobre, rischia però di essere il preludio di un secondo e stavolta probabilmente meno controverso colpo di Stato. Tutti i sondaggi danno infatti vincente Luis Arce, l’ex super ministro dell’economia del precedente governo. È necessario allora domandarsi perché la scelta di un candidato di ricambio, dopo quattordici anni di presidenza ininterrotta di Evo Morales, non sia avvenuta prima, senza bisogno di forzare le fragili istituzioni democratiche del Paese creando le premesse dell’attuale situazione.   

    Qualunque sia la lettura sul “governo dei movimenti sociali”, nonché sui fatti tragici di novembre, è abbastanza verosimile ritenere che i concetti ed i paradigmi teorici ed ideologici che ci trasciniamo dietro dal XX secolo facciano fatica a cogliere fenomeni intricati come il golpe dell’anno passato, il cui assaggio avevamo già avuto in Paraguay nel 2012 e in Brasile nel 2016. Lo sbocco di ottobre è difficilmente imputabile a oscuri complotti imperialisti-oligarchici, di certo non inizialmente, e meno che mai alle posizioni a volte discutibili di alcuni settori e personalità della sinistra critica del MAS durante lo svolgersi degli avvenimenti. Resta da chiedersi quanto i concetti ed i paradigmi teorici ed ideologici che abbiamo ereditato dal XX secolo siano ancora validi per caratterizzare delle esperienze politiche che a sinistra abbiamo sicuramente sovraccaricato di aspettative e, spesso, di ingenue ed (in)utili mistificazioni ed omissioni.

    Un caso interessante è la recente uscita in Italia di “Democrazia, stato, rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XXI secolo” (Meltemi, 2020). Si tratta di una raccolta di interventi di Álvaro García Linera, raffinato teorico ed ideologo del processo boliviano, nonché vicepresidente del Paese dagli albori del governo di Evo Morales, con un passato nella militanza radicale indianista dell’altopiano e successivamente un’attività di insegnamento e ricerca alla UMSA di La Paz. Quello che si direbbe un intellettuale organico, per definizione e chissà vocazione oltre che convinzione. L’articolo che abbiamo deciso di pubblicare è invece di un militante della sinistra comunitarista boliviana, estremamente critica delle posizioni e della gestione pubblica di García Linera. Può essere letto come complemento alle interpretazioni più o meno edulcorate ed astratte delle tesi del libro di Carlo Formenti, Paolo Ferrero, Sandro Mezzadra, Sebastiano Usai e Alessandro Visalli. Come sostiene Mauro Alcócer Hurtado è tempo di fare un bilancio di quanto successo in Bolivia. Un bilancio che sia crudo, audace, frontale, incisivo e senza false modestie. Non per distrarsi con dibattiti interminabili tralasciando la lotta contro i golpisti, ma perché se non si impara dagli errori passati, domani inciamperemo di nuovo sullo stesso sasso. [Daniele Benzi]

    Il dibattito sulla Bolivia e il ruolo di García Linera nell’impasse del processo di cambiamento

    A sei mesi dal sanguinario golpe fascista in Bolivia del 10 novembre 2010 che ha rovesciato il governo di Evo Morales, si è avviato un dibattito sulle cause che hanno portato a questo terribile risultato.

    Di Mauro Alcócer Hurtado da Rebelión

    Traduzione di Manuela Loi e Daniele Benzi

    Alcuni autori boliviani hanno già pubblicato studi preliminari al riguardo: Rafael Bautista (“Bolivia: genesi e natura del golpe”), Jorge Viaña (“Il ciclo statale delle lotte in Bolivia 2006-2019, cronaca di una morte annunciata”) e Hugo Moldiz (“Colpo di stato in Bolivia, la solitudine di Evo Morales”). L’aspetto curioso è che, fino ad ora, nessun dirigente di spicco del precedente governo ha compiuto un’autocritica politica completa. Dobbiamo riconoscere che promuovono campagne internazionali di denuncia contro il governo golpista di Jeanine Añez, ma una cosa non rimpiazza l’altra: denunciare il golpe non sostituisce la necessità di un bilancio dei successi e degli errori.

    Il silenzio più evidente su questo argomento è quello di García Linera, che per quasi 14 anni è stato vicepresidente di Evo Morales. Essendo allo stesso tempo ideologo e gestore pubblico, García Linera è stato Presidente dell’Assemblea Legislativa (Congresso nazionale dei deputati e senatori) e membro permanente dei gabinetti di Morales nel potere esecutivo. Non vi è stato argomento (economico, politico, sociale, comunicativo, ambientale, di affari esteri, sicurezza), sul quale non si sia pronunciato, stiamo dunque parlando di un personaggio chiave del processo politico dato che le sue idee influivano in maniera determinante – nel bene o nel male – nelle azioni governative. Stando così le cose, può Álvaro García continuare a eludere il dibattito?

    In seguito al colpo di stato, in Bolivia le cose non hanno fatto altro che peggiorare. La repressione militare e della polizia, che ha già lasciato un saldo di almeno 35 morti nelle stragi di Yapacani, Sacaba e Senk’ata, si è intensificata nelle ultime settimane con l’incarcerazione illegale di centinaia di attivisti sociali leader delle proteste, così come cibernauti che esprimono critiche al governo di fatto. L’economia è sprofondata nella recessione e nella disoccupazione, con gravi conseguenze di penuria o rincaro del cibo e delle medicine. I diritti lavorativi sono violati quotidianamente, lasciando i lavoratori in una situazione precaria. Gli abusi razzisti contro i nativi aymara e quechua sono una cosa ormai comune in un paese che, fino a poco tempo fa, si fregiava di essere il più avanzato in America Latina in quanto a inclusione sociale. La crisi dovuta alla pandemia del Covid 19 (le cui reali dimensioni vengono occultate alla popolazione e alla comunità internazionale dal governo Añez) potrebbe lasciare in Bolivia 4000 morti e 48.000 persone contagiate, secondo le proiezioni dell’ex-ministro della sanità, Anibal Cruz, sospeso dall’incarico per essersi negato a manipolare informazioni.

    Noi che siamo rimasti in Bolivia a lottare contro i golpisti che hanno avuto l’audacia di bruciare la nostra wiphala[1], abbiamo l’obbligo di analizzare criticamente il “processo di cambiamento”, per non ripetere gli errori che hanno portato alla sua sconfitta. È in questo contesto che interpelliamo García Linera, perché si assuma la responsabilità di essere l’autore intellettuale di due concetti non rivoluzionari che hanno portato a una pratica governativa che ha frenato, dall’interno, il processo di trasformazione durante il governo di Evo Morales. Questi due concetti sono: 1) la proposta del “capitalismo andino” come obiettivo della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, agganciandola alle politiche di moderazione pattata che hanno finito per preservare il capitalismo estrattivista; 2) l’atteggiamento collaborazionista con la borghesia, definita niente meno come “alleata del processo”, secondo la logica per cui i grandi investitori privati sono soggetto economico necessario al capitalismo andino.

    Il “capitalismo andino”. A metà del 2005, dopo un percorso politico nell’indianismo[2] nel tentativo di unire l’insurrezione delle comunità aymara con la teoria marxista, cosa che gli è costata svariati anni di carcere, Álvaro García è stato scelto dal Movimento al Socialismo (MAS) per accompagnare Evo Morales alla vicepresidenza. Allora stava già iniziando a suscitare sorpresa il suo tono politicamente discreto, molto distante da qualsiasi radicalismo, che si sforzava di mostrare in un programma televisivo chiamato “Il Pentagono”. Nello stesso 2005, come parte di una riconversione politica e di una negazione di quanto scritto negli anni ‘90, ha esposto la sua idea di “capitalismo andino”, definito inizialmente come segue:

    “Il nostro obiettivo non può essere il socialismo, poiché non esistono le condizioni materiali per il suo raggiungimento. Più concretamente propongo un modello di capitalismo adeguato alle caratteristiche del nostro paese, provvisoriamente chiameremo questo modello capitalismo andino amazzonico” [ii].

    Le critiche rivoluzionarie a questo approccio conservatore non si sono fatte attendere, ma Álvaro García rispondeva in maniera petulante: “In Bolivia ci osserva questa sinistra cadaverica, quella degli anni ‘50 e ‘70, pseudo marxista, praticamente un fantasma, di fronte alla quale sorge una nuova sinistra indigena di azione collettiva con una struttura, ideologia e simbologia proprie” [iii].

    Poiché le critiche da parte dei veri comunitaristi e persino da parte del Movimento al Socialismo non sembravano cessare, il candidato alla vicepresidenza si è visto costretto a cambiare il suo approccio iniziale, cercando di dare ad intendere che non si riferiva tanto a un modello economico che amministrasse solamente il sistema capitalista, quanto a una lunga fase di transizione post-neoliberale. Lo ha esposto in un articolo scritto nel gennaio 2006, nelle cui parti essenziali si poteva leggere quanto segue:

    “Il trionfo del MAS apre una possibilità di trasformazione radicale della società e dello Stato, ma non in una prospettiva socialista (almeno sul breve termine), come sostiene una parte della sinistra. Allo stato attuale ci sono due ragioni che non permettono di intravedere la possibilità di un regime socialista nel nostro paese. Da un lato esiste un proletariato demograficamente minoritario e politicamente inesistente; e non si costruisce il socialismo senza il proletariato. Secondo: l’indebolimento del potenziale comunitarista agrario e urbano (…) Il potenziale comunitario che fa scorgere la possibilità di un regime comunitarista socialista passa, ad ogni modo, attraverso il rafforzamento e l’arricchimento delle piccole reti comunitarie che ancora sopravvivono. Questo permetterebbe, tra 20 o 30 anni, di poter pensare a un’utopia socialista (…) Le sfide della sinistra nella gestione di questioni pubbliche si indirizzerebbero fondamentalmente verso l’avvio di un modello economico che ho chiamato, provvisoriamente, capitalismo andino-amazzonico. Ovvero la costruzione di uno Stato forte, capace di regolare l’espansione dell’economia industriale, di estrarre l’eccedente e trasferirlo all’ambito comunitario per rafforzare le forme di auto-organizzazione e uno sviluppo mercantile squisitamente andino e amazzonico” [iv].

    In questo argomento è presente una fallacia storica: “non si costruisce il socialismo senza proletariato”. Fortunatamente non si sono fatti guidare da questo assioma i rivoluzionari in Vietnam o a Cuba, dove il proletariato era demograficamente esiguo. Lì hanno perseverato nel realizzare vere e proprie rivoluzioni di orientamento socialista, con le conseguenti misure di trasformazione strutturale.

    Ma lasciamo che sia García stesso, non il raffinato gradualista del 2005 ma il ribelle socialista del 1991, a rispondere a questa fallacia:

    “Marx ci mostra come le lotte delle masse non capitaliste possano assumere un profondo carattere rivoluzionario adottando il “punto di vista del proletariato”, ovvero, le lotte delle masse lavoratrici non capitaliste contro l’avanzamento borghese possono assumere in determinate condizioni lo stesso carattere progressivo e rivoluzionario di quello che può adottare il proletariato in un momento determinato”. [v]

     “La possibilità di rivoluzionare la società non si basa sulla quantità di queste forze produttive, né nel numero dei proletari, ma sull’esistenza più o meno generalizzata di questi, qualsiasi sia il loro numero, nella lotta radicale del lavoro vivo per autodeterminarsi al di sopra e contro il modo d’essere imposto dalla borghesia”. [vi]

    Come si interpreta questa contraddizione così evidente tra ciò che scriveva García negli anni novanta e ciò che ha fatto quando è entrato a far parte del governo 15 anni dopo? Non risponde certamente a una maturazione teorica perché, se così fosse, avrebbe scritto qualche libro riesaminando integralmente i postulati di gioventù che abbiamo potuto leggere nelle opere “Di demoni nascosti e momenti di rivoluzione” (1991) e “Forma valore, forma comunità” (1995). Ma non ce n’è neanche uno. Per questo motivo si può qualificare quanto fatto da Álvaro García come un cambiamento di rotta pragmatico, carente di onestà intellettuale.

    Ma questa non è l’unica osservazione alla via gradualista proposta da García nel 2006. All’alba del governo di Morales, il vicepresidente si era posto un obiettivo pratico, che si sarebbe rivelato un tranello negli anni successivi: occorre “cavalcare” il capitalismo post-neoliberale dall’interno, in modo da consolidare lo Stato e fortificare le reti comunitarie, e poter così pensare, in un futuro lontano (20 o 30 anni), a un’utopia socialista.

    Quattordici anni fa, agli inizi del governo di Evo Morales, noi comunitaristi abbiamo affermato che, con la sua teoria del cambiamento graduale (prima il “post-neoliberalismo, poi il “post-capitalismo”) formulata in termini così effimeri, Álvaro García avrebbe condannato il processo di trasformazione boliviano a rimanere dentro i confini del capitalismo. Non siamo stati gli unici a mettere in guardia da questo pericolo, ricordiamo ciò che ha scritto il fratello Raul Prada Alcoreza, noto pensatore marxista in Bolivia: “Proporre il capitalismo andino dopo 6 anni di lotta per la sovranità, contro le poliformi strutture coloniali, non significa altro che proporre un nuovo colonialismo interno che continuerà a distruggere le relazioni comunitarie in una decodificazione culturale e una colonizzazione dei corpi in una patria ristretta”.

    Opportunamente e con parole simili, noi comunitaristi abbiamo messo in guardia Evo Morales dal fatto che il vicepresidente stesse usando il suo passato politico in maniera opportunistica, presentandosi come un quadro teorico d’avanguardia mentre, di fatto, sarebbe diventato un ostacolo al processo di trasformazioni rivoluzionarie in Bolivia. Oggi, dopo le vicende accadute nel nostro paese, possiamo tristemente dire che la realtà ci ha dato ragione.

    Il collaborazionismo con la borghesia. Dalla premessa che bisogna costruire un “capitalismo andino” deriva la conclusione politica ed economica secondo la quale è necessario ottenere la collaborazione della borghesia, che si è iniziato a definire “nazionale e patriottica”.

    L’idea di rafforzare una “borghesia nazionale” per un cammino autonomo di sviluppo, si è dimostrata essere una chimera già da tempo e ormai nessuno studioso serio proporrebbe qualcosa di simile. All’interno del dibattito economico [vii] continentale di più di mezzo secolo fa è rimasta plasmata l’idea che non può esistere in America Latina, e tanto meno in Bolivia, una “borghesia nazionale”. Se in un determinato momento si è potuto pensare che potesse nascere, ciò è avvenuto nel periodo posteriore alla grande depressione capitalista iniziata nel 1929, quando si è cercato di applicare in alcuni paesi (Argentina, Messico, Brasile) il modello di industrializzazione sostitutivo delle importazioni. Ma, essendosi questo modello esaurito con la grande espansione economica dopo la seconda guerra mondiale con il predominio del capitalismo statunitense, la cosiddetta “borghesia nazionale”, nella misura in cui si integrava al mercato mondiale, divenne sempre più dipendente dai grandi capitali transnazionali.

    Una caratteristica dei progetti che definiscono lo sviluppo all’interno del capitalismo con forte regolamentazione statale, come nel caso della teoria linerista del “capitalismo andino”, è che quanto più passano gli anni tanto più si devono fare concessioni alla grande impresa privata. Questo si deve alla necessità pratica del proprio modello economico che ha bisogno dell’investimento diretto di capitali privati per preservare la stabilità economica e un certo livello di crescita.

    In Bolivia tutto ciò è successo con chi ha amministrato il governo per quasi 14 anni, applicando la ricetta gradualista: si è finiti con l’amministrare il capitalismo, per giunta nella sua versione estrattivista, senza riuscire a trasformarlo.

    Tuttavia, se facciamo riferimento ai principali dirigenti, bisogna distinguere il caso di Evo Morales da quello di Álvaro García. Nostro fratello Evo Morales si è sempre fatto guidare da un solido legame con la sua base sociale contadina, che subisce l’oppressione causata dalla sussunzione formale del potere economico del capitale sulle comunità. Questo spiega perché Evo non abbia cambiato, durante tutti questi anni, l’identità del Movimento al Socialismo (MAS) come partito politico anticolonialista, antimperialista e anticapitalista.

    Il caso di García è diverso. Uomo di classe media senza nessuna base sociale organica che lo controlli, deciso a diventare l’interlocutore ufficiale del settore imprenditoriale, convinto di quello che lui stesso ha definito “concezione patteggiata del potere”, ha iniziato ad agire in termini sempre più funzionali alla sicurezza giuridica richiesta dalle organizzazioni borghesi e dalle imprese multinazionali.

    Nel 2007, con la nazionalizzazione degli idrocarburi già avvenuta [viii], il vicepresidente ha dato il via ad una nuova svolta pragmatica: il consolidamento dello Stato (con le nazionalizzazioni) non sarebbe più stato orientato alla costruzione di un modello volto a trasferire l’eccedente verso il settore sociale e comunitario dell’economia [ix]. Il nuovo orientamento prevedeva che lo Stato diventasse la forza trainante dello sviluppo di un “modello economico produttivo” ispirato ad alcune esperienze asiatiche (Corea del Sud, Giappone), nelle quali lo Stato assume il ruolo di regolamentazione interna e ampliamento delle opportunità negli affari e nei mercati di esportazione per gli imprenditori borghesi.

    Vediamo ciò che Álvaro García affermava proprio nel 2007 in un’intervista rilasciata a Santa Cruz, città nella quale risiede la borghesia più potente della Bolivia:

    “Succede che lo Stato è l’unico che può unire la società, è l’unico che assume la sintesi della volontà generale e che pianifica il quadro strategico ed è il primo vagone della locomotiva. Il secondo è rappresentato dall’investimento privato boliviano; il terzo è l’investimento estero; il quarto la micro-impresa; il quinto l’economia contadina e il sesto l’economia indigena. Questo è l’ordine strategico nel quale deve essere strutturata l’economia del paese”. [x]

    Cominciavano così le lusinghe al grande investimento privato nazionale (borghese) e straniero (imprese transnazionali). Dove era rimasto il settore contadino? Al quinto posto. Dove le forme di produzione indigene? Al sesto posto. Dove le imprese operaie autogestite? Non le menziona nemmeno. Che fine hanno fatto le iniziative economiche collettive del settore sociale dell’economia, che non sono pubbliche-statali e neanche private-capitaliste? Non le ha mai prese in considerazione.

    Questa era la formula della governabilità patteggiata con la borghesia: stabilità politica per il governo in cambio di certezza giuridica per i capitalisti. Inevitabilmente ciò ha modificato l’impostazione programmatica che il MAS aveva difeso nell’Assemblea Costituente del 2006-2008: il Modello Economico Sociale Comunitario. Questo modello prendeva come punto di partenza il consolidamento dello Stato attraverso nazionalizzazioni sempre più profonde in aree strategiche dell’economia. Ma ha avuto vigenza solo tra il 2006 e il 2008, quando sono state effettuate le nazionalizzazioni più importanti: quella degli idrocarburi, quella della principale impresa di telecomunicazioni, quella della miniera di Huanuni, quella di un’impresa metallurgica a Oruro, quella dell’impresa nazionale di energia elettrica. Fino a questo punto è arrivata la politica governativa, poiché in seguito hanno iniziato ad avere più peso gli interessi degli investitori nazionali e stranieri. Álvaro García lo ha ammesso nel 2010, quando durante una conferenza in Argentina ha affermato che:

     “Il paese sta progressivamente acquisendo le proprie risorse, frutto dei processi di recupero del gas e del petrolio, le telecomunicazioni e l’energia elettrica, cioè le 4 aree che abbiamo proceduto a nazionalizzare: gas, petrolio, energia elettrica, telecomunicazioni e parte dell’industria mineraria. Ci siamo fermati dopo questa prima spinta e sicuramente in seguito dovremo riprendere un nuovo impulso per progredire nelle altre aree che permettano allo Stato capacità di gestione, capacità di amministrazione e di investimento e fondamentalmente di distribuzione della ricchezza”. [xi]

    Questo nuovo impulso non è mai arrivato. Gli accordi per una governabilità patteggiata lo hanno ostacolato in virtù di un discorso governativo secondo il quale: “non bisogna mandare segnali negativi all’investimento privato”.

    In cambio di questa sicurezza giuridica sulle loro proprietà e investimenti, che avrebbe avuto l’effetto di ingiunzione sul modello economico da applicare negli anni successivi, la borghesia ha abbandonato la cospirazione politica alla fine del 2008 e ha iniziato a coordinare azioni economiche con il governo di Evo Morales. A suo modo, anche la borghesia è stata pragmatica: essendosi resa conto che avrebbe potuto continuare a realizzare buoni affari con un governo che non la rappresentava, ne ha accettato la convivenza. La collaborazione concordata è durata, da parte dei grandi capitalisti, il tempo necessario per evitare una nuova radicalizzazione governativa, preservando e incrementando durante quegli anni il proprio potere economico, fino alla decisione di sostenere, come classe sociale, il golpe fascista del novembre 2019.

    Durante il governo di Evo Morales in Bolivia, è stato il suo vicepresidente Álvaro García il promotore più entusiasta e fautore dei patti con la borghesia, presentata niente meno che come “alleata” del processo di trasformazione. Quando si riuniva con i suoi rappresentanti parlava loro di certezza giuridica degli investimenti, del ruolo positivo che assumevano nell’economia nazionale, dell’importanza del loro modello capitalista imprenditoriale e di come il governo stesse appoggiando l’agenda padronale. Per dimostrare quanto detto, esporrò brevemente alcuni avvenimenti significativi:

    Nell’ottobre del 2014 il vicepresidente ha partecipato nella città di Santa Cruz alla cerimonia per il 50esimo anniversario della Camera degli Agricoltori e Allevatori dell’Oriente. La CAO è l’organizzazione degli imprenditori agricoli ed allevatori che si dedicano alla monocoltura e all’esportazione di materie prime e che richiedono costantemente sovvenzioni, crediti, più terre e garanzie affinché non vengano espropriati i loro beni. García Linera ha proposto a questi borghesi agiati di estendere la proprietà agraria a un milione di ettari all’anno per favorire il settore agroindustriale, usando queste parole: “Faremo tutto ciò che sarà necessario, con leggi, norme amministrative, crediti. Fateci sapere che cosa vi occorre, vi aiuteremo con tutto ciò di cui avrete bisogno, oggi abbiamo i due terzi del congresso perciò non ci saranno impedimenti per raggiungere questo obiettivo. L’ampliamento delle terre destinate all’agricoltura è una priorità per il paese e voi siete i principali attori di questa strategia”. [xii]

    Nel giugno del 2015 ha raggiunto la frontiera con il Cile, nel dipartimento del Potosi, vicino all’enorme miniera di San Cristobal, per dire agli investitori giapponesi della Sumitomo: “In questi ultimi giorni sono arrivate minacce che avrebbero staccato la corrente, che avrebbero occupato San Cristobal, il Governo non lo permetterà…voi fate un buon lavoro, continuate a fare bene il vostro lavoro”. [xiii] La multinazionale Sumitono sfrutta la più grande miniera di concentrati di zinco-argento e piombo-argento in Bolivia. Il suo contributo fiscale è sempre stato infimo in confronto agli utili milionari che ottiene, sia in territorio boliviano sia fuori dal paese, e nonostante ciò ha beneficiato della maggiore protezione da parte del Governo.

    Nel marzo 2016, García è stato invitato all’insediamento del nuovo consiglio della Camera di Industria, Commerci e Servizi (CAINCO) presso la città di Santa Cruz. La CAINCO è l’ente borghese più potente della Bolivia. Vediamo il commento sull’insediamento fatto da un giornale boliviano: “Il vicepresidente Álvaro García Linera ha proposto ieri notte un’alleanza tra Stato e settore imprenditoriale per incoraggiare lo sviluppo dell’economia boliviana, in un momento in cui le sorti dell’economia mondiale non sono affatto confortanti. García Linera ha sostenuto che il Governo non sarà rivale né concorrente degli imprenditori, bensì un alleato per lo sviluppo economico.” [xiv]

    Torno a ripeterlo: per tutti gli anni (2006-2019) della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, García è stato il principale ideologo della collaborazione con la borghesia per la crescita economica, ha conferito a questo collaborazionismo una forma teorica. L’ex vicepresidente non è un eterodosso, come gli piace definirsi, è un eclettico che si vanta di essere “aggiornato” e che prende in prestito concetti di autori europei come Negri, Bourdieu, Foucault, Harvey, Piketty e altri, adeguandoli ai suoi fini pratici, anche se nel farlo non rispetta la logica interna di questi concetti e li deforma.

    Chiaro esempio di questo è la grossolana interpretazione del pensiero del teorico comunista italiano Antonio Gramsci. In occasione della XX riunione annuale del Foro di San Pablo dei partiti politici di sinistra e di centro-sinistra dell’America Latina tenutosi a La Paz, a Álvaro García è toccato pronunciare un discorso. In questa dissertazione, parlando di come si sarebbero dovuti comportare i governi progressisti in relazione ai “gruppi di potere economico”, si è inventato nientemeno che questa perla: “Come si costruisce l’egemonia? Non dimenticate: bisogna sommare Lenin a Gramsci. Occorre sconfiggere l’avversario, e questo è Lenin. E adesso Gramsci: si deve incorporare l’avversario, ma non in quanto avversario organizzato bensì in quanto avversario sconfitto”. [xv]

    All’illustre marxista italiano non era mai venuto in mente che la borghesia sarebbe diventata alleata della rivoluzione proletaria. Ci sono numerosi scritti di Gramsci che lo confermano, citiamone uno: “Il criterio metodologico su cui si deve fondare l’esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante rispetto ai gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata; ed è dirigente dei gruppi affini o alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente ancor prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la conquista del potere); in seguito, quando esercita il potere e anche quando lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante, ma deve continuare ad essere anche dirigente”. [xvi]

    Come si può notare, Álvaro García utilizzava Gramsci nel modo peggiore, per giustificare la sua visione collaborazionista con la borghesia. Secondo l’italiano, il proletariato organizzato deve cercare di diventare dirigente dei settori sociali affini o alleati, vale a dire i settori contadini e altri settori di lavoratori urbani per poi divenire, attraverso una rivoluzione, dominante rispetto alla borghesia. García l’ha reinterpretato dal punto di vista del suo gradualismo: la borghesia diventava affine e alleata, perciò occorreva integrarla in qualità di avversario sconfitto.

    A causa di questo tipo di approccio si spiega la graduale perdita di credibilità di García tra le organizzazioni rivoluzionarie in Bolivia. Così anche tra le organizzazioni sindacali, che lo ricordano come promotore degli interessi padronali. Stessa cosa anche tra le organizzazioni contadine indigene, che lo incolpano degli errori commessi da Evo Morales. Per queste ragioni, il linerismo è oggi scomparso dalla Bolivia.

    Non è dunque per la sua attuale importanza nella politica boliviana che mi interessa saldare i conti con l’ex-vicepresidente. In nessun modo. Ma per il ruolo avuto nel processo di cambiamento, Álvaro García Linera con le sue concezioni neocoloniali ha avuto la sua parte di responsabilità nell’impasse della cosiddetta rivoluzione democratica e culturale, che ha finito con l’essere uno dei motivi – certamente non l’unico – che hanno logorato il governo di Evo Morales fino alla sua caduta.

    Non sto dicendo che García Linera sia il colpevole della caduta, sarebbe un eccesso inaccettabile e un’ingiustizia, considerato il fatto che ha contribuito anche positivamente. Dico che a causa dell’attuazione della concezione ideologica linerista, il processo boliviano non è andato oltre. É risaputo che nelle dinamiche sociopolitiche, così come nella vita, ciò che non va avanti, perde forza, finisce con l’impantanarsi e infine retrocede. E non è solamente una questione di correlazione tra le forze sociali, dato che anche questa correlazione si costruisce; è una questione di lotta tra concezioni ideologiche rivoluzionarie e non rivoluzionarie che finiscono, come nel caso della Bolivia, per indebolire alcune forze sociali e per preservare e incrementare il potere economico di altre.

    É il momento di fare un bilancio di quanto successo in Bolivia. Un bilancio crudo, audace, frontale, incisivo, senza false modestie. Non sto proponendo che ci distraiamo con dibattiti interminabili tralasciando la lotta contro i golpisti, sarebbe assurdo. La resistenza in Bolivia non si fermerà e noi continueremo a correre rischi assieme a un popolo eroico, che si è nuovamente tramutato in quello che i nostri padri chiamavano i guerrieri dell’arcobaleno (wiphala). Non si tratta nemmeno di voltare pagina, come suggerisce qualcuno, se non impariamo dagli errori passati, domani inciamperemo nuovamente sullo stesso sasso.

    Note dell’autore:

    i Componente del “Colectivo de Estudios Comunitarios Larama” della città di El Alto, Bolivia. Questo articolo è frutto di una collaborazione collettiva.

    ii Rivista La Prensa, intervista a Álvaro García, edizione del 30 agosto  2005. La Paz, Bolivia.

    iii Dichiarazioni di Álvaro García a BBC.com. Dicembre 2005.

    iv García, Álvaro. “El capitalismo andino – amazónico”. In Le Monde Diplomatique, gennaio 2006.

    v García, Álvaro. “De demonios escondidos y momentos de revolución”. La Paz, 1991. Página 112.

    vi García, Álvaro. “De demonios escondidos y momentos de revolución”. La Paz, 1991. Página 289.

    vii Possiamo menzionare molti autori economisti che hanno preso parte al dibattito: André Gunder Frank, Vania Bambirra, Theotonio Dos Santos, Ruy Mauro Marini, Osvaldo Sunkel, Raúl Prebisch.

    viii Il 1 maggio 2006, il governo di  Evo Morales ha nazionalizzato per decreto gli idrocarburi pur non espellendo le imprese nazionali che operavano nel paese.

    ix  Alcuni tecnocrati che formavano parte del governo del MAS cercano di confondere dicendo che sono stati distribuiti trattori, che si è rafforzato il fondo indigeno e che si è aumentato il budget dei municipi rurali. Nonostante questo sia vero, si possono qualificare queste politiche solo come “fattori di redistribuzione” delle entrate, che non hanno cambiato affatto la matrice capitalista.

    x Rivista El Deber, intervista a Álvaro García, edizione del 21 gennaio 2007. Santa Cruz, Bolivia.

    xi García, Álvaro. Conferenza “Propiedad privada, propiedad pública y comunidad” presso  Universidad Popular Madres de Plaza de Mayo, Centro de Estudios Económico y Monitoreo de Políticas Públicas. Buenos Aires, 6 octubre 2010. Página 11.

    xii Portal del periódico El Deber. Santa Cruz, Bolivia. 28 de octubre de 2014.

    xiii Periódico La Razón digital. La Paz, Bolivia. 27 de marzo de 2015.

    xiv Periódico Los Tiempos digital. Cochabamba, Bolivia. 18 de marzo de 2016.

    xv Partecipazione  di Álvaro García alla XX Riunione del Foro di San Pablo. La Paz, Bolivia. 28 agosto 2014. Archivio video al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=M_GLRjNTzKg

    xvi Antonio Gramsci. “El problema de la dirección política en la formación y el desarrollo de la nación y del Estado moderno en Italia”. In Antologia. Selezione, traduzione e note di Manuel Sacristán. Siglo XXI edizioni. Madrid, Spagna. Sedicesima edizione. 2007. [“Il problema della direzione politica nella formazione e lo sviluppo della nazione e dello Stato moderno in Italia”. Il Risorgimento, Editori Riuniti, Roma 1996].

    [1] Bandiera a sette colori delle popolazioni indigene della regione andina. Nel 2009 venne riconosciuta costituzionalmente come simbolo dello Stato boliviano (N.d.T.).

    [2] Corrente politico-ideologica radicale nata in Bolivia nella seconda metà del XX secolo per la liberazione delle popolazioni indigene (N.d.T).

  • Paciolla, poliziotti indagati dopo le «pulizie» dell’Onu

    Paciolla, poliziotti indagati dopo le «pulizie» dell’Onu

    di Claudia Julieta Duque da El Espectador

    traduzione di Simone Scaffidi da Il Manifesto

    La Procura generale della Nazione ha ordinato di indagare gli agenti della Sezione di indagine criminale (Sijin) della polizia di San Vicente del Caguán che hanno permesso a membri della Missione di Verifica dell’Onu in Colombia di raccogliere gli effetti personali del volontario Mario Paciolla e alterare il luogo dove è stato trovato morto il 15 luglio scorso.

     Una volta accertato che la Sijin è venuta meno al suo dovere di vigilare l’appartamento – nel quartiere Villa Ferro – dove viveva il volontario italiano e che ha agito con negligenza permettendo l’alterazione della scena dei fatti da parte della Missione Onu – si tratta di ostruzione alla giustizia – il procuratore di Florencia ha citato gli agenti responsabili delle procedure iniziali: Yomer José Velandia Casallas, Jesús Alberto Rada Gutiérrez, Carlos Alberto Cerón Anacona e Cristian David Giraldo López.

    Tale negligenza ha permesso che il giorno successivo alla morte di Paciolla i funzionari dell’Unità di indagine speciale (Siu) del Dipartimento di salvaguardia e sicurezza delle Nazioni unite, ascritto alla Missione di Verifica, ripulissero il luogo e raccogliessero gli effetti personali dell’italiano. In questo modo si è persa la possibilità di ricostruire i fatti e recuperare nuove prove attraverso la dovuta catena di custodia.

    Secondo l’inventario trasmesso alla famiglia Paciolla-Motta in Italia, la Missione ha raccolto dal suo appartamento più di sette milioni di pesos in contanti (circa 1.500 euro, ndt), le carte di credito, il suo passaporto, una camera Canon EOS700D con i rispettivi obiettivi, la custodia e la scheda SD, un mouse, una chiavetta usb, un mp3, diverse agende, quaderni, ricevute e fotografie, i suoi vestiti e altri effetti personali.

    La collaborazione dell’Onu alle indagini giudiziarie ha visto la presenza durante l’autopsia del responsabile dell’Unità medica della Missione, Jaime Hernán Pedraza Liévano, nonostante non sia un esperto forense.

    La Procura ha inoltre ordinato il reperimento nelle prossime ore di alcune prove, tra le quali la dichiarazione di Christian Leonardo Thompson Garzón, responsabile della Sicurezza della Missione dell’Onu a San Vicente del Caguán, che Mario Paciolla ha chiamato il 14 di luglio alle 22, poche ore prima di morire.

    Secondo il suo curriculum, che fino a ieri appariva su LinkedIn, Thompson Garzón è un sottufficiale ritirato dell’esercito, amministratore aziendale e tecnico in Scienze militari che ha occupato ruoli amministrativi, operativi e dirigenziali tanto a livello nazionale come internazionale e che ha lavorato oltre che per l’Onu anche per società minerarie e di idrocarburi.

    Ho inviato sette domande al responsabile della Missione di Verifica, Carlos Ruiz Massieu, in relazione alle azioni che potrebbero comportare l’ostruzione delle indagini della Procura in Colombia e in Italia, sul destino degli effetti personali di Mario Paciolla e sullo svolgimento della chiamata effettuata a Thompson Garzón.

    L’alto funzionario è restato in silenzio e ha delegato la responsabile stampa della Missione, Liliana Garavito, che ha risposto con un breve paragrafo esplicitando la volontà dell’organismo di collaborare alle indagini. Tuttavia, l’atteggiamento dell’Onu sta dimostrando il contrario.