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Haiti never dies

L’organizzazione AUMOHD di Haiti, e il suo Presidente, Evel Fanfan, stanno lavorando per realizzare 2 importanti progetti: 1) La Radio dei lavoratori; 2) L’acquisto di un immobile che diventi la Casa dei lavoratori. Nel settembre 2011 Evel è stato per la seconda volta in Italia (grazie all’associazione Nova) con una serie di conferenze intitolate “Haiti. L’isola che non c’è. L’emergenza continua”. Grazie a questo viaggio Aumohd ha potuto rinnovare gli appelli a non dimenticare Haiti ed è entrata in contatto con la Fiom per seguire i progetti in favore dei lavoratori a Porto Principe. Ho lavorato con Evel un mese nel febbraio 2010, poco dopo il terremoto del 12 gennaio che fece oltre 250mila vittime e un milione di sfollati, quando mi ospitò ad Haiti presso la sede della sua associazione, l’Aumohd, che rimase miracolosamente in piedi in mezzo alle macerie degli edifici vicini. Oggi rischia di scomparire e quindi lanciamo da Carmilla un appello. La giornalista Romina Vinci, appena tornata da Porto Principe, ha inviato un articolo per sensibilizzare sul tema e darci una testimonianza diretta della situazione. Scarica la lettera del presidente dell’Aumohd QUI.[Fabrizio Lorusso]

Di Romina Vinci. C’è chi chiede dieci euro di tivvù ai cittadini per dare vita ad un Servizio Pubblico, e chi considera la televisione solo una chimera, perché il suo Servizio pubblico vuol dire acqua potabile, istruzione, sanità, lavoro luce, elettricità.
Ma si sa, la rete non ha confini, e chissà se gli echi del picco di ascolti di un Servizio Pubblico andato in scena per due giovedì in Italia (rivisitato nella cornice ma non nei contenuti) sono arrivati fino oltreoceano, a toccare le coste del paese più nero d’America, Haiti.
Fatto sta che il giorno dopo, di buon mattino Evel Fanfan, presidente dell’AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani, ha lanciato un appello per l’acquisto di una casa dei lavoratori a Port au Prince. “Dears Friends of HAITI – si legge nella lettera – AUMOHD needs to buy urgently a house for the workers, You can support our work with only Ten (10) Euros, you, your group, your family and your friends”.

Certo, il mood diverge, e non poco: da una parte si cerca un sostegno per mettere su una trasmissione televisiva che dà spazio a evanescenti meteorine dello spettacolo, le quali si ritrovano catapultate nel mondo delle escort e dei bunga bunga. Dall’altra parte invece si chiede un aiuto per mantenere in vita un’associazione no profit che, nata nel 2002, ha dato una voce a migliaia di haitiani, difendendone i diritti. Ma il claim è sempre lo stesso: “dieci euro, solo dieci euro, tu, la tua famiglia, i tuoi amici”. Semplice coincidenza? Forse.
Quel che è certo è che in Italia sono stati raccolti 900 mila euro, frutto della donazione di ben 90mila cittadini, i quali hanno permesso di dare vita alla settima edizione di un talk show che lo scorso anno ha toccato uno share del 20,71%.

Ma basterebbe un decimo della stessa cifra,ad Haiti, per continuare a mantenere in vita un’associazione che, il prossimo mese di giugno, è costretta a sfrattare dal luogo che l’ha ospitata per quasi dieci anni.
“Nel 2004 AUMOHD ha offerto assistenza legale gratuita a 1.348 giovani finiti in carcere in dubbie circostanze. Nel 2008 – continua la nota dell’associazione – AUMOHD ha fornito sostegno a 296 lavoratrici licenziate illegalmente. Oggi i nostri uffici ricevono ogni giorno una decina di lavoratori che chiedono assistenza legale, formazione, possibilità di incontro e solidarietà”.
Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.

Haiti è il paese più povero d’America, ed anche il più densamente popolato. La vita media delle persone è di 16 anni. Secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite.Haitigentebandiera.jpg Ma guai a mostrare questi numeri a Evel Fanfan, si rischia di mandarlo su tutte le furie. “Haiti non è il paese più povero delle Americhe – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”.

E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione. L’ultimo episodio risale al mese di agosto e vede alcuni soldati uruguaiani accusati di violenza sessuale ai danni di un giovane haitiano.

“I vostri dieci euro saranno un mattone di una casa di cui ci sarà un unico padrone, il pubblico, ovvero voi”: afferma con grinta il messaggio lanciato da Servizio Pubblico che ha fatto il giro del web, auspicando “un pezzettino di televisione senza padroni economici e senza padrini politici”.
“Dieci euro per mantenere aperta la speranza di un futuro per Haiti”: chiede Evel Fanfan, uno a cui una casa serve davvero.
Chi vuole aiutare l’organizzazione haitiana può contattare il suo Presidente, EvelFanfan, al suo indirizzo mail: presidenteaumohd@yahoo.fr oppure visitare il sito operativo dal 2010: Haiti Emergency

L’iniziativa Haiti Emergency ha sostenuto le attività di Aumohd ad Haiti in diverse occasioni con la realizzazione di un carnevale per i bambini, il sostegno ai lavoratori ospitati e aiutati presso Aumohd, l’acquisto di materiali necessari per le attività e il primo viaggio di Evel Fanfan e Gaelle Celestine in Italia e in solidarietà con la città de L’Aquila nel 2010.
Questo video è una testimonianza di quel viaggio. Da allora l’emergenza post-terremoto non è rientrata, anzi, è anche insorta la piaga del colera che ha fatto oltre 6500 morti e 500mila contagi.

Diario da Haiti (ultimo). Sopravvivenza, paura e rinascita

di Fabrizio Lorusso

DafneBNRojo.jpgDafne è bellissima. Dafne è la profondità dell’oceano e l’oro dimenticato dei pirati, è la terra d’Africa emersa in mezzo a uno sciame di isole abbandonate da qualche Dio stanco sull’orizzonte dei Caraibi. Dafne è fisicità assordante e feconda, è l’anima viva del pacifico nella violenza dell’Atlantico, col suo sguardo conteso e straziato da mille predoni e dalla natura. Lei è tranquillità e rassegnazione, forza e fede, povertà e dignità, ma le hanno insegnato a dipendere, a piangere, a difendere il suo pezzo di cielo contro gli altri, contro tutti gli altri suoi simili e dissimili. Ama la dignità del suo quartiere e la comunità che l’ha cresciuta, ascolta sempre la sua musica, il suo Dio, la sua lingua che si prende gioco del francese e dei francesi. Ogni sera Dafne prega cantando e scrive su un foglio bianco tutto quello che ricorda di sé stessa, nella speranza di trovare un lavoro qualunque. Dafne è Haiti, luce in mezzo alla morte.

Un giorno vorrebbe ricostruirsi una casa e scampoli di vita qui nel suo paese che adesso è una prigione calda e umida, amata e temuta, dalla quale è impossibile uscire, anche volendo, anche provando. Molti suoi compagni d’infanzia, amici e conoscenti non sono più vivi, mentre a lei e ad altri milioni è venuta meno l’esistenza come cittadini: la loro identità dinnanzi allo Stato è stata cancellata dalla madre terra devastante. I documenti di tutti sono spariti, le identità pubbliche e i passaporti giacciono sotto cumuli di macerie o svolazzano in qualche discarica. La vicina Repubblica Dominicana, gli Stati Uniti, il Messico e l’Europa chiedono visti d’ingresso difficilissimi da ottenere per la maggior parte della popolazione haitiana.

Dafne ha anche un figlio di quattro anni di nome Jean Paul e spera che il suo destino non sia quello di diventare un mansueto schiavo moderno di qualche multinazionale canadese o americana. Intanto sarebbe già un privilegio se tra un paio d’anni ci fosse la possibilità di mandarlo a scuola, almeno alle elementari, dato che l’educazione è un bene caro e preziosissimo ad Haiti, un paese che vanta un sistema scolastico in cui lo Stato s’è dichiarato sconfitto abdicando alle sue funzioni di base e che è da decenni dominato dalle istituzioni religiose e dai piccoli imprenditori dell’istruzione: questi lo hanno reso altamente escludente e tra i più “privatizzati” del mondo. Alla stessa Dafne mancano un paio di quadrimestri per concludere le superiori visto che tra doveri familiari, come per esempio prendersi cura di un figlio trascurato dal padre biologico, costi proibitivi, uragani, terremoti ed emergenze varie la continuità negli studi non è proprio a portata di mano per lei.

A pochi giorni dal terremoto su Porto au Prince, quando Jean Paul seguiva sua madre tenendola per mano mentre lei si lanciava alla conquista di uno spazio vitale per piazzare la tenda in mezzo al prato dell’ex campo da golf dell’esclusivo Petion Ville Country Club, si vedevano ancora gli aiuti umanitari che venivano gettati dall’alto, dagli elicotteri verdi degli americani che erano fonte di aspettative e preoccupazioni. Sopravvivenza e viveri in cambio di una nuova occupazione militare? Il ricordo dell’invasione dei marines e delle vittime innocenti del 2004, in seguito al sequestro e alla deportazione nella Repubblica Sudafricana del presidente Aristide realizzata dalla CIA, è ancora fresco ad Haiti e sono numerosi i gruppi che periodicamente manifestano in favore del ritorno di Aristide in patria di fronte alle ambasciate dei paesi che furono più o meno direttamente coinvolti nella destabilizzazione del suo governo come appunto gli USA, la Francia e il Canada.
Dal terremoto son passate alcune settimane ma anche stasera per Dafne e famiglia l’unica alternativa è dormire sotto un telone di plastica blu con altre dieci persone, alcuni sconosciuti e altri amici d’infanzia e parenti, giovani e vecchi, uomini e donne, tutti insieme in una nuova cellula asfissiante della tendopoli che non ha smesso mai di crescere e che ora alberga più di 60mila persone.

Cantare e pregare sono pratiche indissolubili ad Haiti e in questi giorni sono forse l’unico palliativo e sfogo collettivi per tutta la sofferenza interiore accumulata dalla gente. Il lutto nazionale del 12 febbraio scorso, decretato dal presidente Preval, s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana successivo con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella spianata centrale di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si riuniscono nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. IoeJean.jpgIl rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri stranieri che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.

Dopo la catarsi nazionale del week-end di lutto a metà febbraio sembra cominciare una fase di rinascita in città, alcune scuole riaprono, si riaccendono i generatori d’elettricità in alcuni ristoranti e nei piccoli negozi, i ritmi di banche, trasporti e supermercati si normalizzano in qualche modo e le strade principali assumono un aspetto più umano dato che le macerie vengono sgomberate e gli edifici pericolanti sono finalmente protetti da balaustre o nascosti completamente da impalcature e pareti di lamiera. Le notizie sui fondi stanziati dalla comunità internazionale per la ricostruzione e le promesse di rinascita lanciate da preti predicatori e politici messianici puntano a stimolare l’ottimismo laddove la realtà tenderebbe ancora a frenarlo, ma si sa che le idee positive e le ferme convinzioni aiutano a vivere e a creare, dunque speriamo insieme ai nostri anfitrioni.

In TV hanno passato la notizia della visita lampo del presidente francese Sarkozy il quale ha promesso aiuti e solidarietà, ma non ha voluto parlare del risarcimento che la Francia dovrebbe pagare ad Haiti per restituirle il debito storico che il paese caraibico dovette versare per 144 anni alla potenza europea in cambio della sua indipendenza, ottenuta con una vittoria militare ma non riconosciuta dalla ex madre patria nel 1804. Gli Stati Uniti schiavisti e in espansione ci misero invece 60 anni per riconoscere ufficialmente la prima repubblica libera e indipendente dell’America Latina che s’era emancipata abolendo la schiavitù, pratica comune e legale in molti stati del nascente colosso del nord, ed era composta al 99% da popolazione discendente da africani.

Ma torniamo all’attualità. E’ la prima volta nella storia che un presidente francese viene in visita nel paese caraibico e purtroppo l’impressione è che si sia trattato di un tour panoramico farcito con una retorica dai toni post coloniali durante il quale un mandatario europeo preoccupato di non perdere il poco d’influenza che gli resta nella regione non risparmia battute irrispettose quando ringrazia il popolo haitiano, parte del mondo francofono ma orgoglioso anche della propria lingua nazionale detta creolo, per aver permesso alla lingua francese di diventare la seconda per importanza alle Nazioni Unite dopo l’inglese. Non credo che i feriti che Sarkozy ha visto per 5 minuti all’ospedale militare si siano veramente commossi in seguito a queste sue toccanti dichiarazioni.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri.

Il settore agricolo fuori dalla capitale ha tenuto ma non costitutiva comunque un gran traino per l’economia già prima della catastrofe e ora è minacciato dalla massiccia quantità di derrate alimentari e prodotti agricoli che stanno invadendo il mercato e cannibalizzando quelli locali. Per fortuna alcune Ong hanno cominciato saggiamente ad acquistare i beni destinati alla donazione umanitaria dai produttori locali anziché farli arrivare costosamente dall’estero ma ancora non basta. Messafuori.jpgUn’altra maniera efficace di ricostruire ed aiutare sarebbe la previsione e realizzazione di progetti di decentramento della popolazione e dei lavoratori che da “senza tetto” e disoccupati potrebbero convertirsi in piccoli proprietari agricoli nelle regioni limitrofe e nelle zone abbandonate del paese secondo gli schemi del cooperativismo e dell’associazionismo che viene però osteggiato da molti settori dell’elite nazionale avversi a tali a forme di impresa. Proprio in questa direzione vanno gli sforzi di Hurah-Inc, una Ong statunitense che collabora con Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), verso la costituzione di una cooperativa di lavoratori-proprietari a Galette Chambon, località situata a metà strada tra Port au Prince e il confine dominicano (LINK A DETTAGLI SUL PROGETTO).

Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi come Dafne a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego anche grazie ai contatti del presidente dell’associazione Evel Fanfan. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.
Ogni mattina io e Diego diamo lezioni di spagnolo a un gruppo di ragazzi della (ex) facoltà d’ingegneria civile dell’Università di Porto Principe che attendono la ripresa delle lezioni e la ricostruzione di alcune sedi della loro casa di studi seriamente danneggiata dal terremoto del 12 gennaio scorso. Nessuno di loro ha perso la casa ma non hanno comunque più nessuna attività che permetta loro di vivere degnamente. Alcuni membri delle loro famiglie si sono rifugiati nelle campagne per non costituire un peso e per cercare qualche piccolo lavoro o almeno una sussistenza alimentare minima.

Anche la famiglia di Evel, sua moglie con i genitori e i suoi tre figli, sono tornati ad Aquin, loro città d’origine, per cercare condizioni di vita accettabili mentre Evel deve fare la spola tra la capitale e questo paesino di pescatori praticamente tutti i week end. Ci hanno ospitato per un paio di giorni nel giardino di casa e mentre camminavamo per le stradine della cittadina venivamo seguiti da orde di bambini curiosi che ci gridavano senza malizie “blanc! blanc!”, cioè “bianco! bianco!”, immolandosi spasmodicamente davanti agli obiettivi di camere e videocamere per essere immortalati e magari chiederti una monetina. A P.A.P. (abbreviazione per Port au Prince) c’è invece la variante mista inglese-francese per richiamare l’attenzione dello straniero a passeggio, “hey you, hey blanc!”. A volte è meglio non farci caso ma la maggior parte delle volte non ci riesco e mi giro per educazione e per capire se questa volta vogliono dei soldi, delle tende, il cappellino che porto o il sacchettino di uova che ho in mano.

L’ultima settimana ad Haiti scorre lentamente, è turbata dall’insonnia e da un timore latente provocati da quelle che chiamano scosse di assestamento, ma che solo assestano colpi durissimi a un fragile senso di sicurezza e normalità che noi, i compagni dell’associazione e il popolo delle tendopoli avevamo raggiunto e costruito nelle prime settimane di febbraio. A dir la verità gli stranieri e i visitatori dell’ultima ora non temono i terremoti tanto quanto chi li ha vissuti sulla propria pelle, ma ad ogni modo la relativa tregua che la terra concede tende a tranquillizzare le anime e i corpi di tutti. Dopo due notti in cui la terra oscilla e batte botte, come scriveva il poeta Dino Campana, con colpi di alcuni secondi a 5 gradi della scala Richter, abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della costruzione in cui siamo ospitati da quasi un mese alla zona giardino-parcheggio. La revisione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd, implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare come un branco d’indemoniati.

La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere il nostro sonno turbato, però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per l’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio ignorante e trasognato. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un boato grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta. La mattina dopo apprendiamo con sgomento che il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato un’informazione falsa ed esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dall’ANSA: il terremoto è stato forte ma “solo” del 4,7 grado scala Richter, non del settimo come acclamato in home page dai principali quotidiani italiani con un titolone rosso sangue che non fa altro che spaventare gli apatici internauti, oltre ai nostri amici e parenti, e attirare qualche visita in più sul sito.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano parzialmente rientrate verso la fine di febbraio, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione delle piogge, prevista a partire da aprile, e degli uragani da luglio-agosto. Questi mesi si caratterizzano da sempre per il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, per il caldo asfissiante e umido e infine per l’endemico proliferare di mosche e zanzare, insetti onnipresenti e accaniti che sono spesso portatori di malattie difficili da curare come dengue e malaria. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando.

Alcuni di questi ospitano decine di migliaia persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano maiali e capre a volontà. Nell’ultima settimana abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere quotidianamente tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Non parliamo poi delle strade prive di asfalto o cemento che sono in pratica fatte di polvere e terra battuta durante il giorno e restano imbevute di fanghiglia se solo pioviggina un po’ durante la notte. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fango e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione sopra i terreni in cui si dorme e si montano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.

Ancora oggi a Porto Principe mancano i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica e quindi la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo mentre per avere energia elettrica i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina ma solo per alcune ore al giorno. In compenso la televisione mostra orgogliosamente schiere di tecnici specializzati della compagnia elettrica haitiana che sarebbero al lavoro giorno e notte per stabilire o ripristinare le linee danneggiate dal sisma, cosa che appare agli occhi del telespettatore come una bella fiaba per addormentarsi sereni.

Da marzo sono di nuovo a Città del Messico sistemando memoria e scritti su Haiti. Il terremoto a Concepcion, in Cile, mi ha impressionato profondamente e ha di nuovo scosso la mia coscienza dato che alcuni amici dell’Universidad Nacional Autonoma de Mexico vivono proprio in quella città e hanno perso la casa. Ciononostante non ho dimenticato la gravità estrema della situazione ad Haiti, anzi. I ricordi, le esperienze e le persone di Porto Principe mi accompagneranno sempre e comunque in Messico, in Italia e nelle pagine di articoli e diari come questo.
Di nuovo segnalo un blog utile per le donazioni per Haiti e per l’Aumohd che è poi un invito a non dimenticare: http://prohaiti2010.blogspot.com/

La fine del diario da Haiti pretende d’essere poesia. Un delicato vaneggiamento bilingue tratto dalla serie “Poeticas mentiras” in italiano e spagnolo.

Haitiana
Sei stata amore e città per disgrazia
principessa, ogni volta, conquistata
bersaglio della polvere e del fuoco estraneo
vittima delle buone intenzioni
che sempre han turbato il tuo tempo breve
e il tuo sacrificio di madre buona e sola.
Ma se si trattasse di ferite mortali, tutte mute
io non ti starei ringraziando
con la mia insolenza da straniero
perché hai lasciato il mio sguardo libero
di accarezzare i tuoi occhi d’amara vita.
Li vedo, profondi d’universo
scintille nere, stelle esiliate dal cosmo
tremando come terra rotta
e le tue pupille d’oscurità sono il mio mistero
timide come la schiena della luna.
Abbiamo avuto un giorno di visite tra tombe incrinate
abbiamo sfiorato gli odori delle anime di notte
e ci siamo seduti nella solitudine delle macerie.
Il frastuono delle ossa e dei mattoni
ha sepolto i silenzi monchi
ha affogato il porto dei dolori invincibili
ha sbattuto l’aria contro l’aria
ha spento il battito della voce inquinata di grigi canti.
La memoria del mondo ha paralizzato gli orologi
ci ha ricordato la forza e l’attesa del bambino vagabondo
ha consolato lo strazio del padrone con la parola dello schiavo.
Insieme abbiamo pianto l’età senza futuro dell’orfano
e abbiamo pulito il sangue della terra tremenda e peccatrice
che è scorso tra quelle due placche uscite dall’inferno:
ieri, hanno sparato un tuono di violenza sul tuo viso, haitiana mia
che continui a stare in piedi, orgogliosa delle tue notti senza tetto.

Haitiana
Fuiste amor y ciudad por desgracia
princesa del puerto, marea despojada
blanco de polvos y fuegos ajenos
víctima de las buenas intenciones
que siempre han turbado tu tiempo breve
y tu sacrificio de madre sola.
Pero si se tratara de heridas mortales, todas mudas
no estaría yo dándote las gracias
con mi osadía de extranjero
porque dejaste mi mirada libre
de acariciar tus ojos de vida amarga.
Los veo, profundos de universo
centellas negras, estrellas desterradas del cosmos
temblando como tierra rota
y tus pupilas de oscuridad son mi misterio
tímidas como la espalda de la luna.
Tuvimos un día de visitas entre tumbas agrietadas
rozamos los olores de las almas en la noche
y nos sentamos en la soledad de los escombros.
El estruendo de los huesos y los ladrillos
sepultó los silencios mancos
ahogó el puerto de los dolores invencibles
estrelló el aire contra el aire
apagó el latido de la voz contaminada de cantos grises.
La memoria del mundo paralizó los relojes
nos recordó la fuerza y la espera del niño vago
consoló el asolo del amo con la palabra del esclavo.
Juntos lloramos la edad sin futuro del huérfano
y limpiamos la sangre de la tierra tremenda y pecadora
que se escurrió entre esas dos placas salidas del infierno:
ayer, dispararon un trueno de violencia en tu cara, mi haitiana
que sigues de pié, orgullosa de tus noches sin techo.
Canale video QUI

Album foto QUI

LamericaLatina.Net

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (3/3)

USAFlessioni.jpgQuesta è la terza e ultima parte del reportage di Fabrizio Lorusso sulle guerre infinite e dimenticate di Haiti, un paese sconvolto da endemiche catastrofi naturali come uragani e terremoti, ma che inoltre ha provato sulla propria pelle tutti gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Il resto della sua storia parla di dittature e dinastie familiari corrotte, di paternalismo della comunità internazionale, di repressione sociale sul fronte interno, di mattanze di stato e di una lunga serie di tentativi di rinascita frustrati, soprattutto a partire dagli anni novanta dopo le prime elezioni formalmente “democratiche” che furono seguite da puntualissimi colpi di Stato e spietate repressioni. Perciò il terremoto del 12 gennaio, i morti, i crolli e la disperazione rimbalzati su schermi e giornali hanno solo ricordato al mondo l’esistenza di una situazione drammatica che esisteva da anni e che ora aggiunge un altro triste capitolo ma forse anche qualche opportunità alla sfortunata storia del popolo hatiano.

War by proxy e stragi di Gran Ravine
In questo contesto (descritto nelle prime due parti dell’articolo) cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (“war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”). Il 20 agosto 2005 ben 50 persone sospettate di militare nel partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Port au Prince durante un evento sportivo cui presenziavano circa 5000 spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo. Il giorno seguente 5 persone del quartiere Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case. In seguito alle segnalazioni di Aumohd e Hurah, un distaccamento di soldati della Minustah cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti a rischio mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra militanti di fazioni opposte per favorire il dialogo pacifico e la riconciliazione. Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza tragica mattanza che lasciò un saldo di 26 vittime, 300 abitazioni bruciate e 2000 sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare 15 poliziotti colpevoli di quei fatti.

Minustah ed eserciti stranieri ad Haiti
I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono in parte ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la Minustah riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro delle presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni, dominvano le periferie.QuartierDelmas.jpg Alla fine del 2006 il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti e sequestratori non meglio identificate, nel senso che si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse accettata anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile e contribuirono a creare il falso mito di una città violenta e selvaggia che ha bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.

Il mito della violenza
Questo mito è stato reinventato dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti mentre in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altri capitali latino americane e ha vissuto in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita nel gennaio 2010. Durante la nostra permanenza non abbiamo mai visto e nemmeno letto sui media locali o ricevuto informazioni dai nostri interlocutori sulle scene di violenza per la strada o sulle barricate di famigerati “ribelli” che sono state invece riprodotte a raffica dalle televisioni di tutto il mondo per creare un’immagine distorta del popolo haitiano e aprire le porte a quella che molti percepiscono come un’invasione. Alla luce di tutto ciò gli haitiani si chiedono legittimamente come mai gli aiuti vengano accompagnati dai marines e dall’esercito USA (22mila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a 13mila unità), dalla gendarmeria francese o addirittura dai carabinieri e militari italiani. Riguardo queste presenze di piccoli contingenti direi che sembrano una ridicola sfilata diplomatica di cattive intenzioni che aiuta a nascondere e legittima l’imponente presenza americana.

Quanto abbiamo bisogno di loro?
Un altro mito simile al precedente è che l’esercito americano doveva supplire alla mancanza di coordinamento della Minustah, dovuta alla morte di 59 dei suoi alti funzionari il 12 gennaio, e soprattutto doveva proteggere i cittadini haitiani e stranieri dagli atti di sciacallaggio della popolazione e anche dai 7000 pericolosissimi delinquenti fuggiti dalle carceri di Porto Principe dopo il sisma. Bene, la Minustah ha un mandato dell’Onu per operare ad Haiti e gli eserciti stranieri no. Inoltre è stata ricostituita in pochi giorni e ora funziona normalmente. Ad ogni modo c’era anche la polizia haitiana sul campo mentre la Minustah si ricomponeva.Esercitocanada.jpgGli atti di “sciacallaggio” che abbiamo visto inizialmente in TV e su Internet erano nella maggior parte dei casi i gesti estremi di folle di disperati e affamati che avevano perso tutto e si sono normalizzati in pochi giorni con l’arrivo degli aiuti. D’altro canto se il cibo, l’acqua o le tende vengono lanciati da un aereo in mezzo a un prato oppure vengono distribuiti disordinatamente per strada, cosa che continua a succedere ora con le tende, allora è logico che i più forti prendano di più e che le scaramucce si trasformino in risse. Ma ciò non dipende dagli haitiani quanto piuttosto da chi li provoca. Per quanto riguarda i 7000 detenuti scappati bisogna ricordare che almeno il 90% di questi era stato accusato o condannato ingiustamente, dato l’altissimo livello di corruzione del sistema giudiziario segnalato da numerose organizzazioni per la difesa dei diritti umani nazionali ed estere. Dunque non c’è nessun pericolo di rivoluzioni armate tramate dai fuggitivi.

La situazione attuale a Port au Prince e Haiti
Dopo il terribile sisma del 12 gennaio che ha distrutto o danneggiato circa l’80% degli edifici della capitale Porto Principe, si è prodotta una situazione analoga a quella delle borse di studio del signor W. Jean (di cui abbiamo parlato nella prima pate dell’articolo) con la distribuzione degli aiuti internazionali che stanno inondando i magazzini delle Nazioni Unite presso l’aeroporto Toussaint L’Ouverture ma che non stanno arrivando a tutti i terremotati.
Una buona parte della popolazione che ha perso la propria casa o ha ancora paura di ritornarci vive negli oltre 300 accampamenti sparsi per Porto Principe. Questi possono accogliere da qualche centinaio fino ad alcune migliaia di persone ciascuno e di solito sono controllati e gestiti alla buona dai consiglieri comunali di zona e dalla polizia nazionale haitiana. Un po’ defilati operano i militari statunitensi che abbiamo visto girare sia armati che disarmati e le Ong straniere presenti in alcune di queste tendopoli (Video Tenda Ong Save the Children e Video Soldati Americani e Bambini). Sono queste ultime che normalmente distribuiscono aiuti a una buona parte della gente che abita nelle tendopoli secondo criteri prestabiliti dalle organizzazioni coinvolte. I mercatini per le strade e nei campi vendono pochi prodotti come uova, peperoncini, aglio, fagioli, banane, pane, scatolame, riso, acqua e medicine recuperate al “mercato nero degli aiuti”. Il trasporto urbano dei minibus, detti tap-tap, funziona regolarmente così come le banche non crollate e i Western Union mentre le scuole, i negozi, i ristoranti aprono solo poche ore al giorno grazie all’energia dei generatori a benzina. I supermercati rimasti in piedi funzionano regolarmente ma sono un lusso per i ricchi e per chi almeno ha perso il lavoro. Per un quadro chiaro della situazione segnalo i contributi video del giornalista Peter Hallward: LINK.

La tendopoli di Delmas 40-B
Sulla superficie dell’ex club di golf di Petion-Ville alla fine della Via Delmas 40-B sono stipate oltre 3000 tende per un totale di sfollati stimato tra le 30 e le 50mila persone, cifra che supera quella di tutte la altre tendopoli installate in città dopo il 12 gennaio. L’esercito e i marines americani sono appostati su una collina che domina il territorio pianeggiante sottostante in cui i tendoni e i teloni degli sfollati e le strutture di pronto soccorso e distribuzione dei viveri di alcune Ong come Oxfam e Save the Children si sono moltiplicati giorno dopo giorno fino a saturare lo spazio visibile e calpestabile (Intervista Responsabile Missione USA Campo Delmas-3 parti).InsideCamp.jpgCirca ogni ogni settimana il personale del Catholic Relief Service passa a fare un censimento nelle tende che ospitano 10-15 persone ciascuna e che vengono assegnate a una donna scelta in qualità di responsabile di un gruppo di persone o di più famiglie. Ogni donna a capo di una tenda riceve quindi una tesserina colorata che le dà diritto a un sacco di riso da 25kg e altri beni da ripartire e consumare nei i sette giorni seguenti insieme ai membri del suo gruppo. L’acqua per l’igiene personale e i bagni arriva ogni giorno in grandi cisterne dell’Onu e del governo haitiano e di solito finisce nel primo pomeriggio: a volte con un po’ di fortuna si riesce a fare una doccia negli spazi pubblici allestiti in varie zone del campo anche poco prima che faccia buio, altrimenti bisogna aspettare il giorno dopo.
La zona pianeggiante della tendopoli è gestita dalla autorità di zona di Porto Principe e dai funzionari del governo haitiano che svolgono periodicamente censimenti e inchieste sulle condizioni di vita della popolazione (Intervista Impiegate Governo haitiano). I principali problemi sono di tipo igienico e sono causati dal sovrappopolamento, dalle zanzare e altri insetti, dalla presenza di capre, maiali, cani e gatti che sguazzano nei residui solidi e organici abbandonati nei sentieri e infine dalla spazzatura buttata nei fiumiciattoli e nelle conche dell’ex campo da golf. Anche se non sono ancora scoppiate epidemie gravi il pericolo è altissimo così come è alto il rischio d’incendio dovuto all’abitudine di cucinare all’interno delle tende servendosi di braci e carbone. La stagione delle piogge e degli uragani in avvicinamento fa paura visto che le tende sono state costruite su spianate e colline da cui colano fiumi di fango e detriti ogni volta che c’è un temporale. Il drenaggio non esiste e le tende si riempiono d’acqua piovana, fanghiglia e sporcizia trascinata dai punti più alti del campo.

E fuori dalle tendopoli?
C’è anche però una massa di centinaia di migliaia di abitanti che sono ancora per le strade, in spazi aperti come parchi, marciapiedi, parcheggi e piazze oppure in case precarie ad alto rischio di crollo. Poi ci sono quelli che sono emigrati nell’hinterland di Port au Prince o nelle campagne alla ricerca di condizioni di vita più accettabili. Per tutti loro la solidarietà internazionale è ancora una parola vuota a meno che non abbiano nelle vicinanze qualche centro di distribuzione internazionale o non “risiedano” temporaneamente in qualche campo allestito dai contingenti civili o militari inviati da USA, Venezuela, Cuba, Repubblica Dominicana, Canada e altri. I contingenti militari e civili di ogni paese hanno più o meno preso “possesso” di una o più tendopoli per fornire i servizi di base alla popolazione di solito in collaborazione con alcune Ong specializzate e compatibili “politicamente”.
Tutti cercano qualcosa da fare, da vendere, da riciclare ma il grande assente è il lavoro: almeno 90mila posti sono andati persi definitivamente mentre la maggior parte delle attività produttive e dei servizi non hanno ripreso le loro attività e forse non lo faranno per mesi e mesi quindi tantissime persone vivono di aiuti, di espedienti e delle rimesse dei familiari all’estero. E’ normale che uno straniero venga avvicinato da varie persone per la strada che gli chiedono lavoro, soldi, cibo oppure gli offrono servizi di traduzione, accompagnamento eccetera. L’impressione è che anche prima del terremoto la gente fosse in qualche modo abituata a vivere nella precarietà e povertà più estreme, ma ora è cresciuta a dismisura la massa di senza tetto che han fatto della strada la loro casa e speranza.

Gli aiuti selettivi e la coalizione per Haiti
La ricezione del grosso degli aiuti non è una questione che riguarda i singoli cittadini bisognosi quanto piuttosto una pratica burocratica complessa che è subordinata alla partecipazione a speciali riunioni o cluster. Ogni giorno alle 4 del pomeriggio le delegazioni delle Ong si recano a Tabarre, una località fuori città nei pressi dell’aeroporto della capitale, e presentano le loro credenziali come richiedenti di aiuti in natura, per esempio medicine, materiali vari, strumenti da lavoro o cibo disponibili presso le sedi gestite dall’Onu, ed entrano così in una lista di beneficiari.
La quasi totale esclusione delle piccole associazioni locali deriva da svariati fattori logistici, linguistici e culturali e dalla mancanza d’informazione riguardante queste possibilità di contatto con le Nazioni Unite, ma il problema è soprattutto la scarsa visibilità e credibilità internazionale di cui godono rispetto alle arcinote “multinazionali stelle della solidarietà” che non hanno bisogno di certificazioni e presentazioni per ottenere quello di cui hanno bisogno per le loro operazioni ad Haiti.NinaHaiti.jpgAlcune grandi organizzazioni come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono comunque non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto hanno altre fonti di finanziamento e vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare e un’immagine di neutralità che devono difendere. All’opposto le piccole realtà locali hanno serie difficoltà nell’approccio al complicato linguaggio tecnico e specializzato dei cluster dell’Onu e in molti casi sono state gravemente compromesse dal sisma sia nelle loro possibilità di risposta e interazione con le istituzioni internazionali sia nel numero e nelle capacità concrete dei loro integranti. Malgrado la presenza indiscutibile di tutti questi ostacoli e di evidenti limiti di funzionamento delle associazioni haitiane, la loro presenza ed esperienza storica sul territorio e nei quartieri popolari è un patrimonio grandissimo e insostituibile che andrebbe valorizzato ai fini di un intervento più rapido ed efficace dove ancora la luce della solidarietà non arriva.
Da un paio di mesi circa una sessantina di associazioni, sindacati indipendenti e gruppi del non-profit e della società civile stanno unendo le loro forze per accedere agli aiuti e per acquisire visibilità di fronte all’Onu, al sistema politico nazionale e alla comunità internazionale In questo senso stanno elaborando un programma di azione e delle proposte su temi come istruzione, diritti umani, economia, lavoro, genere e altri da presentare a un’assemblea nazionale prevista per il 19-20 marzo e poi alla conferenza dell’Onu sulla ricostruzione di Haiti a New York il 31 marzo prossimo.
Questa “Coalizione per Haiti” rappresenta per ora l’unico tentativo concreto di rompere il monopolio decisionale del malridotto sistema politico haitiano e delle potenze straniere sui destini del paese. L’obiettivo è quello d’influire sulle decisioni partendo dalla conoscenza acquisita sul campo da ogni membro della coalizione che spera di poter far sentire la propria voce cercando di evitare altresì i rischi di cooptazione o esclusione della società civile in questo delicato processo.
(Intervista al coordinatore del movimento, Jean Luc Dessables, 5 parti).

Leggi qui la prima parte: LINK

Leggi la seconda parte: LINK

Versione completa in spagnolo: LINK o da TELESUR QUI

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex
Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti

Alcune fonti necessarie:

CANALE VIDEO DI KEVIN PINA DOCUMENTARI CITE’ SOLEIL e GRAND RAVINE: QUI

http://www.haitiaction.net/http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4

Lamericalatina.Net

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (2/3)

di Fabrizio Lorusso

Bimbahaiti.jpgQuesta è la seconda parte di un reportage sulla storia di Haiti, prima e dopo il tremendo terremoto che ha colpito la sua capitale, Porto Principe, ormai due mesi or sono. La disgrazia di un paese e i problemi profondi della sua gente vengono dal passato e non dipendono solo dalla sfortuna, dagli uragani o dalla geologia.
S’è tanto discusso di aiuti umanitari e solidarietà in Europa e negli USA, ma non si discute mai dell’estrema dipendenza cui il popolo haitiano è da sempre stato abituato: dipendenza religiosa, economica, educativa, energetica, politica e spirituale da qualche salvatore, Dio o potenza straniera. In generale non amo credere alle spiegazioni facili, attribuire la colpa di tutti i mali sempre e solo all’imperialismo, agli americani o ai francesi, oppure a un gran complotto internazionale, però l’esperienza diretta ad Haiti mi ha mostrato una realtà innegabile: una nazione orgogliosa e pacifica costantemente repressa dall’esterno e dall’interno nei suoi slanci di emancipazione, uno stato al limite del fallimento che dipende, così come i suoi cttadini, dalla cooperazione interessata dei paesi ricchi e dall’ottusità della sua stessa classe dirigente.
Alcuni hanno denunciato il “populismo” dell’ex presidente di Haiti, Aristide, spesso definito dai media come un prete-messia, ma senza cognizione di causa o secondo gli stereotipi classici da sempre diffusi sull’America Latina. Ciononostante Aristide (due volte presidente eletto tra il 1990 e il 2004 e due volte forzato in esilio dopo dei colpi di stato) aveva delle idee chiare su come far uscire Haiti dalla spirale di dipendenza e sottomissione, ma la forza delle idee approvate democraticamente a volte deve cedere alle bombe e ai machete dei pochi potenti che non sono d’accordo dentro e fuori dal paese.

Aristide e gli anni 90
Ma in origine da dove venivano tanto astio e avversione contro l’ex prete Jean-Bertande Aristide? Si trattava davvero di una figura così pericolosa e radicale come veniva presentato da certi settori statunitensi e internazionali? A cosa si deve la sua quasi eterna popolarità in patria? Pur non potendo rispondere esaustivamente a queste domande, credo che qui sia utile chiarire brevemente alcuni aspetti della sua traiettoria.
Nato nel 1953 e proveniente da una famiglia povera del nord di Haiti, Aristide venne cresciuto dai preti salesiani e potette studiare filosofia e psicologia fino al livello post-universitario in patria e anche in Italia, in Grecia e in Israele. Nel 1983 fu ordinato sacerdote dell’ordine salesiano, si stabilì a Porto Principe in una piccola parrocchia di periferia e divenne un esponente della cosiddetta “teologia della liberazione”, l’ala più progressista ed egualitaria della chiesa cattolica in America Latina che entrò in aperto contrasto con la visione moderata e conservatrice delle gerarchie vaticane e del Papa Giovanni Paolo II, un grande alleato anticomunista dell’amministrazione USA di “Reagan-Rambo”. I sermoni di Aristide e le sue interviste incitavano il popolo alla rivoluzione e alla lotta per una vera uguaglianza sociale e venivano trasmessi dalla radio cattolica nazionale. Questo suo attivismo politico gli causò frizioni coi salesiani che infine lo espulsero dall’ordine nel 1988, ancor prima della decisione definitiva di abbandonare la chiesa e sposarsi con la cittadina statunitense Mildred Toullot nel 1994.
Nel 1990 Aristide ottenne il 67% dei voti e divenne il vincitore delle prime vere elezioni democratiche ad Haiti con una piattaforma di stampo socialdemocratico favorevole alle classi più povere (l’80% della popolazione viveva e vive tuttora in uno stato d’indigenza) che prevedeva forme di redistribuzione dei redditi e l’universalizzazione dell’accesso al sistema sanitario e all’istruzione.

1991. Primo colpo di Stato contro Aristide
Nel settembre 1991 una serie di conflitti istituzionali tra il presidente e il parlamento, insieme ad un clima di crescente violenza politica attizzata dall’opposizione, fecero da sfondo all’attuazione di un colpo di stato manu militari architettato dalla CIA che lo costrinse fuori dal paese per i successivi tre anni, dal 1991 al 1994, e impose alla presidenza il giudice Joseph Nerette, in realtà una marionetta agli ordini del comandante dell’esercito Raoul Cedras.  La versione ufficiale è che tutto avvenne “secondo la costituzione” con modalità molto simili a quanto successo col golpe in Honduras nel giugno 2009 o di nuovo ad Haiti con lo stesso Aristide nel 2004.Cartellohaiti.jpg Il rientro del presidente in patria dopo il suo esilio triennale negli Stati Uniti venne accompagnato da un compromesso negoziato, o meglio obbligato, con l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), la Banca Mondiale e con l’allora presidente USA, Bill Clinton (lo stesso che oggi promuove una “filantropica” raccolta fondi insieme a Bush), che imponeva uno stop alle politiche sociali volute da Aristide e un’adesione incondizionata ai precetti del Consenso di Washington che costituì un lucchetto sicuro per blindare i margini di manovra dei futuri governi del paese. Di ritorno Aristide riuscì per lo meno a smantellare l’esercito e a sostituirlo con una polizia nazionale.

1995. Prima presidenza di Preval
Dal 1995 al 2000 Renè Preval, l’attuale capo di stato haitiano che fu primo ministro nel 1991 (anche se non era formalmente membro del partito di Aristide chiamato Lavalas), ebbe la sua prima occasione come presidente e Aristide fu nominato primo ministro: in pratica un’inversione di ruoli durante un mandato caratterizzato dalla relativa discesa del tasso di disoccupazione ma anche dall’opposizione parlamentare del partito Lavalas alle politiche di privatizzazione e aggiustamento strutturale implementate da Preval.
Anche nel 2000, nonostante i precedenti cinque anni di relativo immobilismo e i milioni di dollari investiti dalle agenzie internazionali presenti sull’isola per costruire una sottospecie di democrazia secondo i loro gusti, le elezioni favorirono il candidato supportato dal partito Fanmi Lavalas (nuovo nome del Lavalas) che fu ancora Aristide, il quale venne però accusato di frode e subì il boicottaggio elettorale e parlamentare attuato da un’opposizione intransigente e antidemocratica prima e dopo il voto.

2000. Il ritorno di Aristide
Appena entrato in possesso delle sue facoltà costituzionali il neoeletto presidente annunciò ufficialmente la richiesta alla Francia del pagamento di 21 miliardi di dollari ad Haiti come corrispettivo attualizzato all’anno 2000 dell’annoso debito di guerra che gravò per 144 anni (dal 1804 al 1948!) sul popolo haitiano. Chiesacapra.jpgInfatti la potenza coloniale francese impose il pagamento di una somma enorme e ingiusta (per avere un’idea della cifra, questa era equivalente al doppio di quanto ottenne la Francia dalla vendita agli USA delle sue colonie nordamericane, gli stati dell’Arkansas, Missouri, Iowa, Oklahoma, Kansas, Nebraska, Minnesota e Dakota) alla sua ex colonia liberata quando questa si alzò in armi e guadagnò la sua indipendenza nel 1804: Haiti cominciò la sua storia con un debito pluridecennale, ma diventò la prima repubblica “nera” d’America, la prima ad abolire la schiavitù, la prima a dare il voto alle donne e la seconda a proclamarsi libera e indipendente nell’emisfero occidentale anticipando di fatto gli altri paesi latino americani.

Divide et impera
In questi primi anni di governo e fino al secondo golpe del 2004, come dichiarato in intervista da Tom Luce, sembra funzionare la politica del divide et impera messa in atto dall’opposizione contro Aristide. Infatti da una parte si verifica un progressivo allontanamento dei gruppi più radicali d’ispirazione marxista, mentre dall’altra alcuni collaboratori storici del presidente legati al mondo cattolico progressista, come il sacerdote Max Dominique, prendono le distanze dal movimento che loro stessi hanno contribuito a fondare. Si denunciano i tentativi del presidente di giustificare la violenza in caso di legittima difesa e dunque la sua parziale rinuncia a forme lotta politica non violenta in seguito all’ondata di attacchi di natura paramilitare cui venivano sottoposti i militanti del suo partito Fanmi Lavalas. Queste divisioni interne favorirono un processo di debilitamento e delegittimazione istituzionale che fu esasperato da una guerra sporca a livello nazionale orchestrata dalla CIA e dal gruppo 184 che riuscirono infine a concludere con successo il colpo di stato del febbraio 2004 di cui abbiamo già parlato.
Si veda: http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html

2004 – 2006. Il signor mattanza
Fu durante il governo di Alexandre e Latortue, patrocinato da G. W. Bush che inviò un migliaio di marines subito seguiti dagli eserciti francese e canadese, che la violenza politica e la repressione tornarono ad essere il pane quotidiano per molti haitiani. La repressione dei marines e dell’esercito d’occupazione statunitense fece alcune vittime innocenti (anche se hanno sempre negato tali crimini) mentre i movimenti sociali, la società civile e i partiti politici fedeli all’ex presidente Aristide in esilio, in primis il Fanmi Lavalas da lui creato nel 1996 per sostituire il preesistente Lavalas (“la valanga”, del 1991), sperimentarono un retrocesso democratico di un ventennio e rivissero gli eccessi dell’epoca del dittatore Baby Doc, Jean-Claude Duvalier (al potere dalla morte di suo padre nel 1971 fino al 1986). Il giovane Duvalier, eletto a soli 19 anni, aveva a sua volta ben appreso la professione del repressore da suo padre, il “presidente assoluto” Francois Duvalier detto Papa Doc, creatore della spietata polizia segreta dei Tonton Macoutes, che fu sciolta solamente nel 1986 dopo che aveva fatto oltre 30mila vittime. Dopo alcuni mesi d’occupazione americana, nel giugno 2004 entrarono in funzione le forze militari dell’Onu, i 7000 caschi blu della Minustah (Missione della Nazioni unite per la Stabilizzazione ad Haiti) che è composta da una sezione militare e una di polizia, entrambe sotto il comando formale del contingente brasiliano ma in realtà controllate a distanza dagli USA e in minor parte dal governo haitiano. L’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava dunque rispondere più a delle esigenze d’immagine e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale dominazione americana.

Fine della seconda parte (2/3)

Leggi qui la prima parte: LINK

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/

Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMex

Foto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album HaitiAlcune fonti necessarie:

http://www.haitiaction.net/
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
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Haiti. Entrevista a jefe misión de Venezuela. Intervista capo missione venezuelana


Questa è la prima parte dell’intervista a Landy, capo della missione di protezione civile venezuelana ad Haiti, Porto Principe, che insieme al gruppo della Repubblica Dominicana, sono stati i primi ad arrivare un giorno dopo il terremoto del 12 gennaio scorso. intervista realizzata il 18 febbraio 2010 presso l’ambasciata venezuelana a Port au Prince.

Esta es la primera parte de la entrevista a Landy, jefe de la misión de rescatistas y de la protección civil de la República Bolivariana de Venezuela, entre los primeros en llegar a Puerto Príncipe junto con los grupos de Rep. Dominicana. Entrevista realizada el 18 de febrero en la Embajada de Venezuela de Puerto Príncipe.

Qui la fine dell’intervista, parte 2 e 3:

Sigue aquí el fin de la entrevista, parte 2 y 3:

La fuerza de rescate Simón Bolivar, Venezuela, los campamentos, los planes y la reconstrucción

2/3 http://www.youtube.com/watch?v=esF6er6ISsk&feature=related

La presencia norteamericana y sus provocaciones hacia Venezuela, la seguridad y la vida en los campos, la relación con otros países en la tarea humanitaria, la relación con la gente

3/3 http://www.youtube.com/watch?v=ciuPWsdAjFs&feature=related

Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Campo.jpgQuesto reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/

La peggiore della storia
Il bilancio provvisorio dei danni del sisma del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, la capitale d’Haiti, e le città limitrofe è quello della più grande catastrofe della storia moderna: i danni all’infrastruttura sono stimati in 14 miliardi di dollari, i morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie e quindi s’è azzardata la cifra realista di 300mila morti), sono 230 000, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 i feriti; 559 i dispersi; 1 milione e mezzo le persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila i senza tetto; 509 202 gli sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi mentre la piaga delle zanzare e la stagione delle piogge sono le maggiori minacce per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni.
Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Il Venezuela, da anni presente sull’isola con progetti di cooperazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ha incrementato il suo contingente di protezione civile già dal 13 gennaio, ha condonato il debito haitiano con Petrocaribe e gestisce gli aiuti in varie tendopoli (Video Intervista Capo Missione Venezuela-3 parti).
Mentre il presidente haitiano Renè Preval si trovava in Messico per assistere al Vertice per l’Unità dell’America Latina e dei Caraibi, un sistema di alleanze regionali che si dovrebbe contrapporre all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) controllata dagli USA, è stata fissata la data del 31 marzo in cui l’Onu e i paesi donatori discuteranno i piani per la ricostruzione di Haiti. L’Unione Europea ha annunciato un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione: si parla di decentramento amministrativo, di rifondazione dello stato e ricostruzione del paese, si promette la cancellazione del debito estero anche se non si dice che potrebbe venire prontamente rimpiazzato da nuovi debiti accesi per la ricostruzione e la cooperazione internazionale…

Sfilate di stelle cadenti e politica internazionale
Il trentasettenne rapper Wyclef Jean, ex membro del gruppo Fugees residente negli Stati Uniti, ha ricevuto il 26 febbraio scorso un premio dell’associazione NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) come riconoscimento dei suoi sforzi umanitari in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio. Il musicista ha la nazionalità haitiana ed è stato il primo tra le “star” a livello mondiale a visitare Port au Prince dopo la catastrofe, seguito poi dall’attore Sean Penn, patrocinatore del CRS (Catholic Relief Service), un’agenzia che sta gestendo gli aiuti in molte tendopoli in cui s’è insidiato l’esercito americano, da Angelina Jolie, come rappresentante dell’UNICEF, e da John Travolta che ha portato il sacro verbo e la solidarietà di Scientology in terra caraibica. George Clooney s’è invece limitato a un multimilionario Telethon per la raccolta fondi mentre gli ex presidenti Bill Clinton e G. W. Bush (non è uno scherzo) si sono associati per la creazione di un fondo speciale promosso su questo sito www.clintonbushhaitifund.org e in televisione. Sono tutti dei filantropi?
Nonostante siano in qualche modo apprezzabili gli sforzi degli uomini politici e di spettacolo oltre che delle agenzie, delle ONG e delle numerose chiese cristiane e cattoliche che operano ad Haiti per raccogliere fondi, non ci si può dimenticare di alcune considerazioni circa gli interessi e le intenzioni nascoste di questo tipo di solidarietà. Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, tradizionalmente gli USA, il Canada e la Francia che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata a delle politiche specifiche, a delle preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.

Dalla USAID a Sarkozy
Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), molto presente anche ad Haiti con gli aiuti del terremoto, subordina da sempre i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste e reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. L’anno scorso il governo del Distrito Federal, la capitale del Messico, ha perso i contributi della USAID proprio perché è stato legalizzata la libertà di decisione delle donne in tema di aborto.
Delmas.jpgTorniamo ad Haiti. In febbraio le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, dei coniugi Clinton a più riprese e infine quella di Sarkozy, primo presidente francese in visita nella storia indipendente di Haiti, sottolineano come, oltre al Brasile, anche la Francia, gli USA e il Canada vogliano mantenere forme di controllo-aiuto sul paese. Sono i primi interessati ad evitare l’ingerenza russa, cinese e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo), probabilmente abbondanti nelle acque haitiane, e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori (già oltre un milione di haitiani vivono negli USA contro 9 milioni e mezzo in patria).
Il presidente francese è stato ad Haiti in una visita lampo di 5 ore lo scorso 17 febbraio e ha presentato un pacchetto di aiuti da 326 milioni di euro sottolineando che Haiti non ha bisogno di tutele esterne, in allusione alla presenza militare americana e alle ipotesi di un “protettorato” per Haiti, e che il progetto di ricostruzione del paese sarà tutto haitiano. Ecco, magari invece le imprese, i materiali, i futuri debiti esteri, i capitali, le lobby politiche, i giacimenti minerari e i nuovi mercati saranno anche un po’ più francesi di prima, oltre che americani e canadesi. Suonerà sarcastico ma il prode Nicolas ha addirittura ringraziato Haiti perché grazie all’ex colonia caraibica “il francese è potuto diventare la seconda lingua ufficiale delle Nazioni Unite”, “bella soddisfazione!” dirà la maggioranza degli haitiani che parla il creolo.

Gli USA e le agenzie, un po’ di storia e colpi di stato
Un esempio interessante di cosa intendo per “elementi ideologici e discrezionali” è rappresentato dal caso di Wyclef Jean e della sua fondazione Yelè Haiti che dal 2005 raccoglie fondi per borse di studio, progetti ambientali, sportivi e artistici per il paese caraibico. Suo zio, Raymond Joseph, è uno degli uomini dell’establishment d’Haiti a Washington e nel marzo 2004 fu nominato ambasciatore di quel paese negli USA dal duo repressore formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue.
Come dichiarato in un’intervista da Tom Luce, presidente dell’Ong statunitense Hurah-inc attiva da molti anni ad Haiti con progetti di cooperazione e protezione della popolazione in collaborazione con Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti), questi arrivarono al potere spodestando il presidente legittimo Jean-Bertrande Aristide dopo la sua deportazione nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. L’operazione venne messa in atto da agenti della CIA e propiziata da mesi di destabilizzazione e crisi provocata da bande di paramilitari e da vari elementi d’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, in particolare della Francia di Chirac e Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni), ed il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che è in realtà un’agenzia reazionaria ed etero diretta che ha ricevuto finanziamenti anche dalla Commissione Europea.
Che successe in realtà durante il golpe del 2004?
Una versione storica di quelle caotiche settimane sostiene che Aristide si sia dimesso in seguito a una crisi istituzionale e si sia quindi dichiarato impotente di fronte a una serie di “rivolte popolari”. Queste ribellioni erano in realtà provocate da squadroni armati dall’opposizione con metodi terroristici e illegali perciò lo stesso ex mandatario haitiano ha sempre negato la versione ufficiale (o statunitense) della vicenda. Alcuni periti traduttori negli Stati Uniti hanno confermato che il testo originale della presunta lettera di dimissioni scritta in creolo dall’ex presidente non costituiva affatto una rinuncia all’incarico.
Sempre a detta di Luce e secondo gli articoli del giornalista americano Kevin Pina, anche l’IRI (International Republican Institute), un’emanazione del governo statunitense creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di insegnare la democrazia nel resto del mondo e finanziata con denaro pubblico prelevato ogni anno dalle tasche dei tax payers USA, ha realizzato sistematicamente quest’opera di sovvertimento dell’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI legata al partito democratico statunitense è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è stato invece ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambi sono finanziati all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

…e lo zio di Wyclef è ancora lì
Dunque nel biennio 2003-2004 l’IRI utilizzò fondi dell’agenzia nordamericana USAID, organizzazione presente in quasi tutta l’America Latina e oggi ampiamente coinvolta nella raccolta e gestione degli aiuti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, per corrompere parlamentari e fornire armi a circa 600 ribelli che si organizzarono in squadroni della morte al comando di Guy Philippe, ex capo della polizia della seconda città di Haiti, Cap-Haitien, e dell’ex sergente golpista dell’esercito Louis-Jodel Chamblain. Questi criminali di guerra sono stati in seguito presentati come dei freedom fighters (lottatori per la libertà) agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla propaganda ufficiale dell’epoca post Aristide.Gringos.jpgMalgrado i milioni e milioni di dollari spesi per la “promozione delle democrazia” e dei candidati pro-yankee con strategie tipiche della guerra fredda e una costante violenza politica, questi sforzi finanziari, mediatici e militari non hanno dato i loro frutti visto che nessun candidato della destra reazionaria ha potuto ottenere consensi generalizzati ad Haiti e la gente continua in massa a sostenere Aristide e non crede alle versioni adulterate della storia del secondo colpo di stato perpetrato ai suoi danni. Lo stesso Guy Philippe si candidò nel 2006 ed ebbe solo l’1% dei suffragi, cosa che rivelò lo scarsissimo consenso e anzi il ribrezzo che la sua figura suscitava nella popolazione che lo identifica tuttora come un mercenario, paramilitare e narcotrafficante.
Dopo tutti questi anni così turbolenti l’ambasciatore Raymond Joseph, il personaggio con cui ho aperto questa parentesi storica, venne comunque riconfermato a Washington da Renè Preval, l’attuale capo di Stato haitiano poco propenso ai cambiamenti sgraditi all’elite.

Wyclef Jean, l’istruzione e la solidarietà tronca
Ma torniamo ancora alle stelle cadenti della solidarietà. Per poter chiudere l’esempio sulla fondazione di Wyclef Jean bisogna prima sottolineare che il 95% delle scuole haitiane prevede il pagamento di tasse d’iscrizione e il sistema scolastico nel suo complesso è dominato pesantemente dalle istituzioni private e confessionali, dalle Ong e dai piccoli imprenditori dell’educazione a pagamento, con le relative esclusioni dal diritto universale allo studio che ne derivano e che hanno contribuito insieme ad altri fattori economici e sociali a una situazione insostenibile: alti tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i 5 anni e uno su 14 prima dell’anno di vita, la speranza di vita è di soli 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetismo della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano un’istituzione educativa non supera il 50%, Oltre 500mila bambini in età scolastica non sono mai entrati in una scuola (Rapporto Clacso-Rebelion sull’Educazione). La Unesco ha stabilito che almeno la metà delle 15mila scuole elementari e medie del paese sono state danneggiate severamente o distrutte e così anche il ministero della pubblica istruzione e le altre sedi dei poteri statali. Messe.jpg
Soprattutto per le ragazze dei quartieri poveri (ma non solo) è molto difficile concludere gli studi a livello secondario inferiore e superiore dati i costi delle istituzioni scolastiche private e il regime escludente che le governa, oltre al fatto che il sistema sociale e culturale prevalente è ancora legato alla tradizione cattolica conservatrice, a una vera e propria abitudine alla dipendenza materiale e spirituale della popolazione dal benefattore di turno o dalla volontà divina vista come fatalità o destino predeterminato. Tra gli altri, questi fattori spingono le donne ad essere relegate ai soli ruoli di casalinghe e madri, regolarmente abbandonate dai rispettivi mariti dopo pochi anni di convivenza e procreazione. Quindi tra un figlio e un altro, tra un uragano devastante e un terremoto, le possibilità concrete di uno sviluppo umano, lavorativo e sociale sono ridottissime per le donne che gestiscono giorno per giorno l’economia e la vita domestiche in uno stato endemico d’emergenza e privazione. Le donne sole a capo di una famiglia numerosa sono la normalità a Porto Principe.
Le borse di studio concesse con le donazioni in favore della fondazione Yelè vengono promosse al pubblico come strumenti importantissimi che beneficiano ogni anno migliaia di bambini, ma questa è solo una parte della verità. Infatti, come informa Tom Luce in un’intervista, il godimento di queste elargizioni è ristretto solo alcune istituzioni private religiose e non è fruibile dai singoli individui richiedenti, quindi è inutile cercare di intervenire e segnalare i casi delle famiglie e dei bambini veramente più bisognosi, dato che questi non vengono nemmeno considerati dagli uffici e dagli operatori preposti in loco i quali adottano piuttosto un modus operandi burocratico e ostacolante.

Fine della prima parte (1/3)

Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMexFoto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiaction.net/
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
Lamericalatina.Net

Diario da Haiti (5): mattoni e speranze da Port au Prince

Dopo alcuni giorni di permanenza a Port au Prince decidiamo di esplorare il centro città con una telecamera digitale, una macchina fotografica e la consapevolezza del fatto che lo spettacolo non sarà gradevole dato che il terremoto non è stato benevolo con questa zona della città che è tra le più disastrate. Un po’ tutti abbiamo in mente le immagini televisive del Palazzo nazionale a pezzi, della cattedrale in rovine, del mercato generale e dei ministeri distrutti da quei 36 secondi d’immane violenza tellurica. Montiamo in due su una motocicletta di fabbricazione cinese, inconfondibile con le sue tinte giallastre scolorite, le luci rotte, il clacson improbabile, i suoi tre metri di scotch a sigillare le parti in plastica già rotte dal suo primo giorno di vita: si tratta di una Vague (vaga…) DSM Super Moto 125cc semi automatica e pericolosa. Armati di prudenza partiamo in discesa lungo la gran via Delmas diretti verso il Mar dei Caraibi che s’intravvede oltre la cappa di smog insieme ad alcune portaerei che intorbidiscono ancor di più il panorama di un porto occupato da forze straniere e pieno d’aiuti umanitari “in attesa di destinatari adeguati”.


Quelli dell’ONU non sono i buoni
In città i caschi sono un optional buono per gli eleganti, i timorosi e i membri delle forze armate dell’ONU (la minacciosa polizia dal casco blu della Minustah, la United Nations Stabilization Mission in Haiti) quindi scegliamo un’armatura minimalista con cappellini, occhiali da sole e bandane. Dal 2004 le Nazioni Unite sono presenti ad Haiti con questa missione comandata dal Brasile che agglomera nei suoi ranghi truppe di tanti paesi lontani ed esotici come il Nepal e lo Sri Lanka, gente che dei Caraibi non sa nulla e nemmeno capisce la lingua locale, ma forse si cerca proprio questo nelle missioni internazionali per poter avere degli esecutori fedeli e disinteressati al momento di prendere decisioni controverse o repressive. In alcuni casi la Minustah ha svolto dei compiti di protezione della popolazione vessata dalla polizia e dai paramilitari haitiani, ma è altresì tristemente famosa per le terribili violazioni ai diritti umani perpetrate ai danni della popolazione di Citè Soleil, uno dei quartieri più poveri della capitale dove l’ex presidente Aristide, sequestrato dalla CIA e deportato nella Repubblica Centroafricana il 29 febbraio 2004, è ancora oggi molto popolare. Infatti nel 2006 l’allora neo presidente della Repubblica Renè Preval, successore di Boniface Alexandre, il giudice costituzionale gradito agli americani che fu presidente ad interim (2004-2006) dopo la deportazione di Aristide in Africa, diede esplicitamente il permesso ai militari delle nazioni unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri contro delle presunte bande di delinquenti. Una parte di queste “bande” veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse innegabile anche la presenza di gruppi non politici di criminali “veri” o presunti, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti e furono palesemente sproporzionati e crudeli. In generale per la maggior parte degli haitiani si tratta di una forza esterna ed inutile, una polizia che viene ad aggiungersi alla corrotta autorità locale e all’endemica presenza degli eserciti stranieri, soprattutto l’americano e il canadese. Il tutto in un paese poco propenso alla violenza.


Disagio infrastrutturale
Quindi oggi niente casco, tra l’altro non ce l’abbiamo neanche. Tornando alle strade della città terremotata, lo stile di guida dell’abitante di Porto Principe si basa per metà sull’uso criminoso del clacson per passare sempre e comunque e per metà sulle accelerazioni spericolate e i sorpassi indiscriminati anche, perché no, sul marciapiede. L’infrastruttura stradale è precaria, come le vite degli sfollati nelle tende, come le decine di case puntellate da sbarre di metallo e pronte a cadere non appena vi sarà una replica del sisma del 12 gennaio. E alcune continuano a crollare davvero, hanno fatto il loro ultimo sforzo prima di franare del tutto e portarsi via gli ultimi ricordi di chi ci viveva. Nei viali più trafficati i semafori sono stati sistemati su dei cavi barcollanti e su degli alti piloni solamente un paio d’anni or sono e appaiono come degli spaventapasseri inermi di fronte alla massa veicolare urbana in movimento che non li prende troppo sul serio.
A mio avviso la grande urbe azteca, la Città del Messico da 25 milioni di abitanti e oltre 5 milioni di veicoli, è quasi tranquilla e ordinata in confronto. Certo anche lì bisogna schivare buche enormi e taxi arrabbiati ma l’impressione è che Porto Principe raggiunga comunque impensabili livelli di anarchia circolatoria. La Rue Delmas sfocia in una rotonda squallida e caotica al centro della quale è stata posizionata una statua grigia di una donna che chiede pietà con le mani al cielo e che forse nelle intenzioni del pianificatore urbano doveva essere un monumento storico, ma i fumi dei camion e i fischi incessanti di alcuni elementi della polizia stradale, impettiti e affumicati d’astio nella loro divisa ocra e cinerina, creano intorno a quella un ambiente ostile e infecondo che ne azzera la funzione simbolica e celebrativa.


Che fare?
Sono molti i pali della luce e dei semafori che pendono pericolosamente verso il centro della strada con quell’inclinazione pisana che in questo caso non promette nulla di buono ma ricorda a tou moun (tutti, tout le monde, in creolo) che la ricostruzione deve cominciare al più presto e come annuncia ogni sera in TV il presidente “dobbiamo rifondare la nazione, decentralizzare, uscire dalla capitale, ottenere più tende e aiuti ma anche che le imprese straniere vengano a produrre qui per riattivare l’economia”.
Non è così facile per milioni di persone che hanno perso casa e lavoro ma alcuni progetti di cooperazione stanno lavorando in questo senso: per esempio l’organizzazione non-profit statunitense Hurah-Inc, partner di Aumohd Haiti, gruppo di avvocati per i diritti umani con cui sto lavorando qui a Port au Prince, oltre a promuovere una raccolta fondi alternativa e sicura rispetto ai canali tradizionali della multinazionali della solidarietà (LINK QUI PER CONTRIBUIRE!!), sta implementando un progetto per creare una cooperativa di lavoratori agricoli e dare lavoro a circa 20mila senza tetto della capitale haitiana in campi e terreni già pronti per essere sfruttati vicino al confine dominicano.


Non ti pago
Il dollaro haitiano è un’entità monetaria non ufficiale, anzi è solo un modo di dire come quando in Italia usavamo il termine “scudo” per indicare 5mila lire. Equivale a 5 Gourdes, il nome della valuta in uso ad Haiti, ma lo straniero in terra caraibica spesso non lo sa e lo scambia facilmente per il dollaro americano oppure lo percepisce come uno scherzo linguistico – economico mirato a confonderlo e frodarlo. Dopo un po’ però si impara come gestire la questione dei valori e ci si arrangia dignitosamente anche con le insolite banconote da 25 o da 250 Gds, tagli alquanto bizzarri ed esotici. Spesso i prezzi praticati dai venditori per i bianchi sono diversi e tendenti al rialzo ma la selva umana peggiore da attraversare nelle strade principali sono i cambiamonete, dei rumorosi ragazzini con mazzetti di dollari in mano pronti a farti vedere sulla calcolatrice che tirano fuori dalla tasca quanto il loro tasso di cambio sia vantaggioso rispetto agli altri della piazza, quest’ultima intesa letteralmente, come spazio fisico cittadino, non come “mercato finanziario”. Le banche sono state le prime istituzioni a riaprire i battenti dopo il terremoto ma questi cambiavalute gli fanno una concorrenza spietata. Caricati (ma non troppo!) di moneta locale possiamo affrontare ogni evenienza nel centro della città dove l’aria che si respira è di sconforto e distruzione: una casa su due è crollata del tutto o in parte mentre molte altre sono abbandonate, le strade sono polverose, soffocanti e trafficatissime, piene di capre e maiali, spazzatura e disperati. La motocicletta si ferma ogni 500 metri in mezzo a folle curiose, bancarelle tutte uguali, venditori di canna da zucchero e impazienti tap tap, i piccoli bus colorati che sfrecciano stipati di anime per le vie di Port au Prince alla modica cifra di 5 Gds per una corsa. E’ imbarazzante perché tutti ci parlano, ci gridano, si prendono un po’ gioco di noi, ma magari vogliono anche aiutare e non lo capiamo ogni volta che ci fermiamo sul ciglio della strada a spingere la poderosa imprecandole dolcemente di ripartire. Dopo un paio d’ore di incursioni nei territori della devastazione e del disordine optiamo per un tranquillo ritorno a casa cullati dal suono dei soliti clacson e dalla luce pallida del tramonto.

CentroHatiCarmilla146.jpgPiano di lavoro
Per un paio di sere consecutive il maestro Evel Fanfan ha spiegato a me e a Diego la storia dell’Aumohd e i successi ottenuti in questi anni nella difesa delle persone incarcerate ingiustamente dalla corrotta e abusiva autorità giudiziaria e dalla polizia di Haiti. Dopo la fondazione avvenuta nel 2002, con il passare del tempo gli avvocati associati in questo gruppo, attivo in molti quartieri periferici, si sono occupati sempre più di casi gravissimi di violazioni dei diritti umani messi in atto da forze paramilitari che hanno scosso il paese negli ultimi 5-6 anni, come conseguenza delle macchinazioni della CIA e delle famiglie dell’establishment contrarie al progetto nazionale dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide. La serie di massacri di Grand Ravine ad opera della polizia haitiana e di gruppi, armati dalle forze d’opposizione, rispondevano ad un chiaro obiettivo di annichilamento politico dei seguaci di Aristide anche se venivano presentati come lotta alla delinquenza, un ritornello che spesso sentiamo ripetere da governanti, mezzi d’informazione e gente poco informata un po’ in tutti i paesi. Allo stesso modo le cosiddette rivolte popolari che hanno portato alla crisi istituzionale e alla successiva deportazione via sequestro dell’ex mandatario haitiano sono cominciate dalla frontiera con la Repubblica Dominicana con il patrocinio e le armi degli agenti segreti statunitensi. L’Aumohd è riuscita a far condannare e incarcerare 15 poliziotti implicati in quei fatti di sangue a costo della sicurezza di alcuni dei suoi membri. E’ per questo che ogni giorno vediamo entrare un losco figuro negli uffici qui a Delmas 49, si tratta di un poliziotto sornione e depistato che è la scorta assegnata dallo stato haitiano a Evel per garantire la sua incolumità. Non si fa vivo quasi mai il tutore della legge, ma ufficialmente esiste, insomma c’è, e quando si presenta gli si dà anche un piatto di riso e fagioli per ricordarglielo.


La clinica da ricostruire a un mese dal terremoto
Nuovo giorno e mondo nuovo. Oggi si spala a dovere. Evel organizza un gruppo di abitanti del quartiere per ripulire un’area di 30 metri quadrati occupata dalle macerie di un paio di case crollate. Tutta la zona è in realtà una maceria in movimento, col suo grigiume di polveri e mattoni ma anche con tutta la sua gente pronta ad ascoltare, a organizzarsi e a lavorare se si riesce a intravedere una buona idea. Questo pomeriggio Evel ne regala una agli abitanti di Delmas 40 che si riuniscono e decidono di seguire la sua visione: riabilitare uno spazio che si sta lentamente trasformando in una fogna a cielo aperto dove pascolano un paio di suini in un centro d’assistenza medica provvisorio ma efficace. Infatti il personale medico (sono tutte dottoresse) di una delle cliniche del quartiere distrutte dal sisma del mese scorso è disposto a riprendere le attività anche gratuitamente se vengono dati loro gli strumenti necessari per il lavoro, gli spazi, le medicine e gli aiuti logistici del caso. Quindi da una parte stiamo lottando per ottenere degli aiuti materiali dalle agenzie internazionali, obiettivo difficile che ancora oggi lascia in stand by tutto il progetto, dall’altra servono braccia per creare lo spazio. I vicini di casa, le donne, i bambini e anche alcuni passanti si uniscono al nostro sforzo per ripulire la strada e lo spazio destinato alla clinica che verrà poi coperta da teloni di plastica che abbiamo già provveduto a reperire. Mentre iniziamo a lavorare con le pale, con le mani e le carriole alcuni rasta in bicicletta ci salutano calorosamente e altri personaggi del quartiere all’apparenza minacciosi ci ringraziano in un inglese maccheronico, in francese o in creolo a seconda dei casi. Alcuni non muovono un dito, si avvicinano, salutando e ringraziando anche loro come fossimo io e Diego gli unici responsabili e dirigenti di quell’opera collettiva e dinamica nata quasi spontaneamente dopo un discorso infervorato del nostro amico Evel. Presto ci accorgiamo che vogliono solo chiedere se per caso ci sarà lavoro dopo la riattivazione della clinica e offrono i loro servizi per il prossimo futuro senza fare nulla nel presente. Non apprezziamo molto e continuiamo a lavorare.


Piano piano verso la una del pomeriggio raggiungiamo la clamorosa cifra di venti persone coinvolte nello sgombero, tutti sudatissimi sotto un sole che sferza frustate calde inverosimili mentre si attiva la solidarietà degli osservatori compassionevoli, quelli che guardano la fatica dei più ma non vogliono rimanere inerti e allora comprano bibite fresche ai poveri spalatori. Un bambino raccoglie tutte le carte da gioco perse da qualche vittima tra le rovine e riesce quasi a ricomporre un mazzo da poker completo mentre io dispongo ordinatamente su un muretto tutti gli oggetti ben conservati che recuperiamo per mantenere in qualche modo la memoria degli antichi padroni di casa. Ad ogni mattone che lanciamo lontano l’impressione è che le persone buttino via anche un pezzo della paura e del vivo ricordo del terribile terremoto per mettere al loro posto un’opera nuova, un pezzo in più di questa catartica creazione di esistenze e futuri che dovrà essere la ricostruzione di Haiti.

Evento per Haiti a Roma. Domenica sera, 28 febbraio

A sostegno della popolazione e della dignità di Haiti.

ROMA DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010

L’appuntamento è per le 19.30 in VIA SAN TOMMASO D’AQUINO 11/A.

Aperitivo + musica e videodiretta da Haiti

A seguire: Proiezione film THE AGRONOMIST di Jonathan Demme

Ingresso 3 euro + 3 euro aperitivo

L’intero ricavato della serata andrà in favore di Selvas.org che collabora con L’Associazione di avvocati haitiani volontari AUMOHD

Organizza AIN http://www.itanica.org/

Circolo Leonel Rugama

itanica.roma@libero.it

Appello

L’Associazione di avvocati haitiani

volontari AUMOHD, Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit “è in dovere di lanciare un appello urgente a tutti i suoi amici e sostenitori, a tutti gli amici di Haiti per aiutarci tramite un contributo che ci possa permettere di supportare i senza tetto, ricostruire le infrastrutture distrutte dell’AUMOHD, e aiutare le famiglie in difficoltà.”

Ecco i siti per le donazioni:

http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html

http://prohaiti2010.blogspot.com