Sinistre euro-latinoamericane: intervista a Donato Di Santo

Izquierda Democratica 021

Intervista a Donato di Santo (nella foto a sinistra), ex sottosegretario agli Esteri con delega per l’America Latina nel secondo governo Prodi 2006-2008 ed ex responsabile America Latina del PCI, Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014. Di Fabrizio Lorusso

Che insegnamenti possiamo trarre dalle esperienze politiche latinoamericane dell’ultimo decennio?

Secondo me dovremmo sviluppare ad ampliare le nostre relazioni sia politiche che istituzionali con l’America latina perché la presenza storica italiana in America Latina, se non si nutre di un approfondimento e soprattutto di un aggiornamento rispetto a quello che sta succedendo, il rischio poi è di limitarsi soltanto ai luoghi comuni e alle notizie, diciamo così, più appetibili, magari per ragioni di cronaca più o meno nera, o non si di quale colore. Quindi di solito non si vede quello che effettivamente, nel bene e nel male, sta succedendo nella realtà e si è presi alla sprovvista quando si viene a sapere, per esempio, che il PIL della Bolivia cresce al 6% in media e allora qualcuno dice: “Ma che succede?”. Oppure si viene a sapere che in Messico ci sono più di 1500 imprese italiane e tanti altri esempi che si potrebbero fare. Questa è una prima base per ipotizzare una risposta.

Poi, nel merito, questo serve non soltanto per conoscere, ma anche per farci conoscere. L’Italia sarebbe un ottimo partner per moltissimi di questi paesi che cercano un accompagnamento economico non più, come dire, di carattere subalterno, come avveniva fino a qualche decennio fa, e non solo per vendere le materie prime. Anche perché a un certo punto la Cina non comprerà più solo, per esempio, la soia oppure altre materie prime e loro si rendono sempre più conto che se non si costruisce anche una struttura produttiva nazionale, mentre vendono materie prime e fanno PIL sulla base di questo, a un certo punto cascherà l’asino. E quale partner migliore per costruire una struttura produttiva soprattutto legata al mondo della piccola e media impresa se non un paese che ha tutta l’esperienza di questa tipo d’impresa e che ha quella tecnologia intermedia e che non ne è geloso, che può fornire anche un apporto e conoscenza tecnologica. Quindi questo sicuramente è il massimo per queste realtà. Tutti questi contatti, compresi quelli più politici, potrebbero andare nella direzione di sviluppare quel famoso sistema paese che, se funzionasse come nel caso di altri paesi europei, potremmo dire di essere molto più “ben messi”.

Parlando delle delle sinistre latinoamericane, divise tra quelle di governo e di opposizione e presenti qui in quest’incontro internazionale, che spunti possono arrivare per la realtà italiana?

Sicuramente ci sono spunti perché, per esempio, se noi avessimo studiato una ventina d’anni fa meglio il Brasile e non ci fossimo limitati al Carnevale e poco più, avremmo potuto, in qualche modo, essere più attrezzati. Perché quello che è successo in Italia con Berlusconi è successo prima con Marihno, il padrone della rete TV Globo. Solo che lui era così potente che non s’è dovuto presentare in prima persona e ha presentato, piuttosto, il presidente Collor de Mello. Poi con Collor è andata com’è andata e s’è sviluppata un’altra dinamica. In molti di questi paesi stanno succedendo delle cose che parlano anche alla sinistra italiana. Cioè, la Nueva Concertacion cilena è un’esperienza interessantissima che dice cose anche all’Italia. Il Frente Ampliouruguaiano, un’aggregazione di forze diversissime che vanno dal centro all’estrema sinistra che da 40 anni stanno tutte sotto lo stesso ombrello. Parlano, dialogano, litigano, ma l’ombrello sta sempre aperto e copre tutti quanti. Diciamo poco? Non sarebbe questa un’esperienza interessante almeno da conoscere per una realtà italiana in cui ogni volta che cerchiamo di costruire qualcosa ne combiniamo più di Bertoldo? E così via, gli esempi sarebbero tanti…

Un’altra cosa che politicamente è un veicolo sicuramente d’intercambio proprio di esperienza politica sono i poteri locali. Come in Italia la forza della sinistra nasce nei poteri locali, quindi le grandi città, le regioni, eccetera, e poi pian pianino si trasferisce anche a livello nazionale, c’è stato un periodo in America Latina, tra venti e dieci anni fa, in cui non c’erano ancora tutti questi governi, alcuni definibili di sinistra, di centro-sinistra o altri che personalmente definisco “populisti”. Comunque non c’era tutta questa variopinta realtà dei governi latinoamericani. Prima erano tutti governi di destra e centro-destra, pur essendo già finita la stagione delle dittature militari, però in quel periodo successe che le sinistre latinoamericane, mentre cominciavano a rinnovarsi, iniziarono a capire che il potere locale era un luogo dove sviluppare le proprie capacità. Perciò si creò questa situazione: la maggior parte della popolazione era governata dalle forze di sinistra nei poteri locali e in nessun paese, o forse solo uno, queste erano al governo. Città come Buenos Aires, Rosario, Porto Alegre, San Paolo, Santos, Bogotà, Caracas, Asunción, che cominciò per prima, Città del Messico, Managua, San Salvador, e altri dipartimenti, regioni e comuni minori erano governati dalle sinistre. Quindi queste esperienze sono certamente momenti di forte dialogo. A quest’incontro c’era, ieri, il sindaco di Città del Messico e oggi c’è Antonio Navarro Wolff che, prima, è stato un capo guerrigliero, ma fino a pochi mesi fa è stato governatore di uno stato colombiano, quello di Nariño. E così via, cioè si potrebbe fare un elenco infinito della capacità che ha avuto la sinistra latinoamericana di partire dal potere locale per poi costruire, nelle forme più diverse, livelli di governo nazionale.

Che ne pensi di quest’incontro sulle sinistre democratiche in America Latina e nel mondo qui a Città del Messico?

Mi ha colpito molto quest’esperienza, quest’incontro, perché pensavo a una cosa più tradizionale in cui gli esponenti di sinistra si parlano fra loro e ok, va anche bene, ma appunto pensavo a qualcosa di più scontato. Mi devo ricredere e personalmente penso che i centri di ricerca, alcuni legati al PRD [Partido Revolución Democrática, messicano] che hanno organizzato l’evento hanno centrato nel segno. Poi ci sono sempre piccole smagliature o cose che si possono discutere e vale sempre per tutti. Però, è importante il fatto di avere aperto un dialogo con alcune delle più importanti personalità intellettuali del Messico come Henrique Krauze, che apertamente si definisce liberale, e come altri che non so come si definiscono, ma di certo non sono organicamente legati alla sinistra e ancora meno alla destra. Ormai sono 25-30 anni che bazzico questi paesi e posso dire che è la prima volta, per quel che mi risulta, che in sede politica e non in un salotto o in una conferenza intellettuale c’è questo confronto, questo dialogo molto rispettoso, aperto, vero e autentico. Per me è stata questa la cifra di tutto l’evento.

S’è parlato oggi di almeno due politiche “sensibili”, quasi dei tabù in Italia: legalizzazione o regolazione delle droghe, coppie di fatto e matrimoni gay. C’è qualcosa da imparare?

Beh, di Americhe Latine ce ne sono tante, però possiamo dire che in generale loro erano più “economicisti” di noi e ora stanno riuscendo ad affrontare anche cose che, tra l’altro in società in parte ancora maschiliste, parlano al futuro e a quelle che sono le contraddizioni, i diritti, le esigenze e le problematiche verso la costruzione di un futuro, non guardando il passato. Quindi c’è questa capacità di guardare al tema della povertà e dell’ingiustizia e di trattarlo non più solo in termini “economicisti” ma anche in termini di diritti civili. La mia reazione da cittadino, visto che non si tratta qui di essere “esperti” di qualcosa, è auspicare che anche da noi possa succedere lo stesso.

Partendo dall’America Latina e dal tentativo di costruire diritti e stato sociale, che sfide vedi in Italia e in Europa per le sinistre?

Da semplice elettore o militante penso che debba ricominciare a prevalere la politica, quindi dobbiamo uscire da questa “tenaglia” europea per cui parlare di Europa sembra essere come parlare di un funerale o di qualche “costrizione fisica”. Dunque bisogna riprendere a costruire l’idea di un’Europa federale. Dobbiamo andare nella direzione di un’Europa che inizia ad avere una struttura federale e degli organismi di governo europei, quindi non solo la moneta, ma proprio una vera Federal Reserve europea, dei sindacati più integrati o un esercito, eccetera. Non possono più essere solo obiettivi nazionali perché ok, tagliamo gli F35 e va benissimo, ma poi? Cosa succede nel resto d’Europa? Sto dicendo delle banalità, ma è solo per fare degli esempi di massima sulla direzione da prendere e su temi fondamentali, come quelli dell’Europa sociale e dell’unità continentale.

Vedi anche: intervista a Francesca d’Ulisse (Dipartimento esteri PD-Responsabile per l’America Latina), Congresso Izquierda Democrática (“Sinistra democratica”), Città del Messico, 29 aprile 2014.  [Link all’intervista]

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