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  • Conflitto di Oaxaca, Messico: scarcerato uno dei portavoce della APPO, Flavio Sosa, dopo un anno e cinque mesi di detenzione

    Conflitto di Oaxaca, Messico: scarcerato uno dei portavoce della APPO, Flavio Sosa, dopo un anno e cinque mesi di detenzione

    Flavio Sosa conferenza stampa

    Città del Messico.  Sabato scorso, 19 aprile, è stato liberato per mancanza di prove Flavio Sosa Villavicencio, uno dei portavoce più conosciuti del movimento sociale di Oaxaca, la APPO (Asamblea Popular de los Pueblos de Oaxaca), dopo 17 mesi passati in carcere in seguito alle accuse fabbricate contro di lui per furto, danni, sequestro, lesioni, sedizione e attacchi alle vie di comunicazione.

     Flavio Sosa è stato più volte ed erroneamente identificato dalla stampa messicana come il presunto leader del movimento, come se tutto il conflitto che ha coinvolto la regione di Oaxaca con manifestazioni, picchetti e scioperi di centinaia di migliaia di persone durante un anno (a partire dal maggio 2006) potesse ricondursi alla volontà di un piccolo gruppo di sovversivi che, secondo questa versione ufficiale e tendenziosa, avrebbero cooptato una massa di contadini, indigeni e poveri contro il governo locale di Ulises Ruiz.

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    Ma la realtà nel regno di Ruiz e del PRI (Partido Revolucionario Institucional), al governo da quasi ottant’anni in questa zona, era un’altra. Sosa ha ribadito che continuerà a “camminare affianco al popolo” e che “non si tratta di una lotta personale contro Ruiz quanto piuttosto di una sfida per la trasformazione democratica delle istituzioni”, un processo incompleto in tutto il paese.

    Il 4 dicembre 2006, a soli tre giorni dall’inizio del governo dell’attuale presidente messicano, Felipe Calderon, il signor Flavio Sosa venne arrestato con suo fratello Horacio e altri attivisti a Città del Messico, mentre si apprestava a partecipare ad una riunione con alcuni esponenti del Ministero dell’Interno. E’ l’attivista politico che ha scontato più mesi di carcere in seguito ai tragici eventi che insanguinarono Oaxaca per almeno sei mesi con un saldo di 25 morti, centinaia di feriti, detenuti e ripetute violazioni dei diritti umani. L’escalation di violenza contro i professori scioperanti e la APPO portò a reazioni spropositate da parte di entrambi i bandi in lotta. Queste, a loro volta, furono prese come pretesto per l’ingresso in città di 4000 membri della purtroppo nota e militarizzata PFP, Polizia Federale Preventiva, nell’ottobre 2006. Il 25 novembre, infine, gli scontri, le violazioni, i feriti e i 141 detenuti, subito isolati dal mondo e deportati a centinaia di chilometri di distanza. Accuse false, scambi di persona, violenze fisiche e psicologiche, tortura e mancanza completa di diritto e diritti segnarono quelle giornate. Anche per questi atti e per gli eccessi di brutalità si può parlare ancora infelicemente di “macelleria messicana” e lo stesso Sosa ha parlato di “politica terrorista contro la gente di Oaxaca”.

    Durante mesi, è stata condotta una campagna mediatica contro i personaggi più in vista, i consiglieri del movimento sociale di Oaxaca come Florentino Lopez o la maestra Carmen Lopez, che, come suggerisce la parola “portavoce” e come riporta la stessa Lopez in un’intervista, avevano “in realtà il semplice incarico di mantenere i rapporti con la stampa all’interno di una struttura integrata da oltre mille consiglieri con diritto di voto e caratterizzata da processi decisionali democratici e votazioni su ogni punto della agenda politica”, quale è la APPO appunto. La maggiore visibilità di alcuni consiglieri dell’Assemblea per un determinato periodo è stata costantemente identificata come una leadership dalla stampa e dalle TV nazionali (divise in due catene private, TV Azteca e Tele Visa), spesso propense al sensazionalismo e alla condanna facile.

    Polizia Federale Preventiva a Oaxaca

     

     

    I problemi attuali della società messicana, specialmente degli stati più poveri come Oaxaca, il Chiapas, Guerrero o Veracruz, non sono stati ancora affrontati adeguatamente dalle autorità. Basti pensare al conflitto costante tra i partiti politici a livello locale e nazionale (in questi giorni il Parlamento è occupato dai membri dell’opposizione del FAP-Frente Amplio Progresista contro la riforma energetica di Calderón) e, a Oaxaca, alla forte emarginazione sociale ed economica, al potere del narcotraffico e alla crescita delle morti violente (oltre 2600 l’anno scorso in tutto il paese) e dell’impunità a tutti i livelli.

     

     

    LEGGI IL COMUNICATO STAMPA DELLA LIMEDDH OAXACA:

    http://espora.org/limeddh/IMG/doc/Boletin_Libertad_de_Flavio_Sosa.doc 

    DA: http://www.globalproject.info/art-15776.html 

  • Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana

    Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana

    Juanchito non chiude mai. Questo mitico sobborgo di Cali, la terza metropoli più popolosa della Colombia dopo Bogotà e Medellin, è famoso in tutto il mondo per le notti eterne a suon di salsa, cumbia e merengue che diventano mattina in un batter d’occhio e, all’occorrenza, in un aspirare di polvere bianca incessante e frenetico. Cali è la capitale della salsa, la musica e il ballo latini per eccellenza, e Juanchito (pronuncia italiana “huancito”) è la sua filiale sempre aperta come uno sportello ATM. Qui il divertimento e la rumba varcano il labile confine dell’eccesso e l’illegalità, si concentrano in un chilometro di strada oltre il celebre ponte, immortalato dalle canzoni del Grupo Niche e dell’Orchestra Guayacan, che costituisce una frontiera ideale tra due mondi paralleli.

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    Alle 2am il centro urbano chiude i battenti e i woofer smettono di pulsare. La legge è formale e severa con i locali notturni, mentre tergiversa e chiude un paio d’occhi alla volta sulla circolazione della cocaina, l’eroina, l’ecstasi e la mercificazione del sesso femminile in città. Verso le tre, il popolo della “farra” (o della “fiesta”) converge sui poli discotecari di Juanchito (salsa e latino) e di Menga (techno), appositamente creati poco fuori dal recinto cittadino per evadere le norme sugli orari e continuare indisturbati fino alle 8 del mattino. Per una settimana faccio parte dell’ameno e contraddittorio marasma, di cui posso amare il gusto per il ballo ed anche l’eccesso ma di cui non posso ignorare lo sfruttamento, l’ingiustizia e la devastazione.
    Come nel caso delle giovani prostitute, diciottenni o ventenni sfruttate da una sequela di baby gangsters e famigerati protettori poco più grandi di loro. Basta farsi un giro in macchina per le periferie cittadine e fermarsi presso i numerosi agglomerati di auto e taxi, parcheggiate in doppia fila fuori da portoni anonimi ed enormi caseggiati di cemento, per capire le dimensioni del fenomeno. I bordelli e le case d’appuntamento funzionano 24 ore su 24 e le ragazze sono gestite da padroni intransigenti che definiscono i loro turni come in una tragica catena di montaggio just in time. Clienti ubriachi, giovani avventurieri, cocainomani in giacca e cravatta e “rispettabili” anziani malati d’insonnia si siedono su divani in pelle e scelgono la merce. Sono disposti a pagare anche “multe” di 70 dollari per liberare la “favorita” e portarla fuori dalla casa (“liberarla”) per una o più ore, ad una media di 30 dollari all’ora. Denaro che poco conta per il cliente medio, spesso in cerca di compagnia ma anche di consolazione per le sue erotiche insufficienze. Questi “pochi dollari” fanno invece la differenza per Maria Dora Paola Vanessa, una giovane colombiana che ha quattro nomi da utilizzare a seconda del caso: uno con la famiglia, uno coi clienti e un paio con i magnacci che nemmeno sanno ricordare qual è quello vero. Da quando, all’età di 17 anni, è stata abbandonata dal fidanzato e ha deciso di allevare suo figlio da sola, ha considerato la possibilità di lavorare in proprio, in qualche negozio, ristorante o fabbrica di fiori.

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    Sforzi inutili visti i bassissimi salari e la precarietà del lavoro. Le famiglie d’origine delle ragazze, molte delle quali sono già madri, vivono in una precarietà economica assoluta e tendono ad emarginarle per il disonore e per non voler sopportare l’onere di un’altra bocca da sfamare. Forse ci si può permettere di vivere tutti sotto lo stesso tetto, ma, si dice “ormai la ragazza è adulta, ha avuto un bambino ed è l’unica responsabile”. Anche se il marito è morto in una sparatoria. Anche se lui è emigrato negli Stati Uniti e ha fatto perdere le sue tracce. L’opzione più plausibile resta quella della prostituzione, magari solo per un anno o due, mentre si finiscono gli studi frequentando le scuole superiori speciali il sabato mattina. Intanto i rischi di contrarre malattie veneree aumentano spaventosamente, così come la dipendenza dalla cocaina, che viene consumata tutte le sere della settimana e, di solito, gentilmente pagata dai clienti a solamente 3 dollari al grammo. Si perpetua, così, lentamente, la sottomissione ai “protettori”, i veri approfittatori del business che si spartiscono quasi tutti i guadagni.

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    Nonostante tutto, a Cali il turismo esiste e prolifera. La città, fondata nel 1536 dal conquistatore spagnolo Sebastian de Belalcazar,  possiede un passato coloniale e una serie di attrazioni di rilievo come alcune colline panoramiche, i conventi e le chiese del centro, le sue piazze coi palazzi neoclassici, i tipici chiostri pullulanti di vita e colori e l’ombra di palme di 20 metri d’altezza. Si dice, a ragione, che le più belle ragazze della Colombia vengano da qui e che il suo Festival, organizzato ogni anno tra Natale e Capodanno, attiri i migliori gruppi e ballerini di salsa e cumbia. Questi si sfidano per le strade e, soprattutto, nelle discoteche della Avenida 5 e Juanchito.
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    Lungo la Avenida 5, che per il clima e l’atmosfera generale ricorda un caotico lungomare, ti viene offerto di tutto dagli insistenti procacciatori e pusher che passeggiano su e giù nella zona: sesso, droga, alcolici, dischi piratati, dollari, serate al night, pasticche ma anche cibo, alloggio e “pacchetti turistici” che includono coca, ragazze e motel. Cali è anche la capitale della chirurgia estetica, dove molte ragazze possono scegliere di rifarsi il seno o le labbra come regalo per il loro quindicesimo compleanno, età simbolica e forse più importante dei 18 anni in tutta l’America Latina. In questa terra in cui è sempre estate, si mischiano con disinvoltura gli antipodi della corruzione e del divertimento, della sensualità e dell’innocenza, della droga e dell’ossessione estetica personale.

    La metropoli, vanta da circa un decennio il record di circa 2300 omicidi all’anno (quasi 7 al giorno) su poco più di due milioni di abitanti e oltre 15000 delitti totali commessi, la maggior parte dei quali restano impuniti e sono legati alle dispute del “Cartel de las drogas de Cali”. Nel 1993, in seguito alla morte violenta di Pablo Escobar, il più noto narcotrafficante colombiano degli anni ottanta, il cartello dei distributori di Medellin, di cui era a capo, ha subito un processo d’irreversibile declino che ha portato ad alcuni effetti a catena.

    Prima di tutto, i distributori messicani, che prima erano solo degli intermediari che favorivano l’accesso al mercato USA, hanno potuto accrescere il loro potere di negoziazione e la loro presenza nei mercati internazionali. In secondo luogo e grazie a questo progressivo cambio della guardia, il costo della cocaina in Messico è diventato accessibile anche alle classi medio – basse generando una domanda nazionale che prima si limitava  soprattutto agli oppiacei e alle droghe leggere in genere, ampiamente coltivati e consumati in terra azteca. Infine, in Colombia, i distributori si sono riuniti intorno al Cartello di Cali, permettendo la rinascita di un potere di vendita e contrattazione dei trafficanti nazionali rispetto ai messicani e agli statunitensi.

    Tutto ciò ha provocato l’evoluzione generale dell’economia della Valle del Cauca, la splendida regione colombiana dal clima caldo – umido dove passa il fiume omonimo, verso un modello di narco – dipendenza in cui, in un modo o nell’altro, le attività e i soldi girano intorno e si relazionano tacitamente con il commercio degli stupefacenti. Tutti pagano un tributo, il commercio fiorisce ma è causa di disuguaglianze crescenti e la violenza diventa abitudine, si mastica e si assimila come una pasticca che inebria e lascia un retrogusto di tristi memorie e indifferenza sociale.

    Una situazione paradigmatica in America Latina e simile, sotto molti punti di vista, a quella della città messicana di Tijuana, megalopoli di frontiera e gemella della vicina e ordinata San Diego (U.S.A.). E’ il  confine geografico e mitico con il “primo mondo” che è diventato un crocevia di anime, degrado, contrabbandieri, di denaro della droga e della prostituzione riciclato da orde di teenagers statunitensi in cerca di emozioni proibite. Negli ultimi trent’anni, fattori come la disuguaglianza economica e delle opportunità, il massacrante lavoro nelle fabbriche di assemblaggio (le famose “maquiladoras”), la connivenza del potere politico e la dissoluzione del tessuto sociale, uniti alla crescita smisurata del commercio, non sempre lecito, hanno indotto e accentuato fenomeni riprovevoli quali gli oltre 600 omicidi di donne a Ciudad Juarez, il traffico di minori e la persecuzione armata dell’emigrazione lungo gli oltre 3000 km di confine tra il Messico e gli Stati Uniti.

    Nel suo “piccolo”, un’altra frontiera molto più a sud che marca il confine tra il Messico e il Guatemala, ci riporta ad una realtà geografica e umana analoga e disperata: ancora un fiume da attraversare, i flussi del narcotraffico, gli assalti e, anche qui, la migrazione illegale. Il Messico tratta i migranti centroamericani anche peggio di quanto non facciano gli Stati Uniti con gli stessi messicani. Non è raro incontrare gruppi di guatemaltechi e salvadoregni stipati in centri di detenzione a Tapachula, nello stato messicano del Chiapas, i quali hanno dovuto patire le vessazioni e spoliazioni da parte delle sanguinarie bande della “Mara Salvatrucha” per poter attraversare la frontiera. A tal proposito rappresenta una fonte impedibile la lettura del romanzo, profondamente calato nella dimensione sociale, scritto dal messicano Ramirez Heredia dal titolo “La Mara”, che ha saputo tradurre in letteratura una verità difficile e ignorata che viene patita da migliaia di migranti in cerca del sogno “messicano”, semplice passaggio intermedio verso il più concreto ma sempre distante “sogno americano”.

    Quelli che hanno potuto pagare o che sono riusciti da soli a passare senza essere fermati dai corpi della “MIGRA” (polizia di frontiera) messicana, aspettano un famigerato treno che, in teoria, li dovrebbe condurre più a nord, a Veracruz, nel Golfo del Messico, ma che, invece, li porta spesso nelle mani della stessa polizia appostata in attesa di mordidas, le mazzette pagate in dollari per poter passare, o ansiosa di catturare questi avventurieri disperati della speranza. Come se non bastasse, alcuni di loro cadono sotto il treno nel tentativo di saltar su e soffrono gravi mutilazioni che li costringono alla resa se non alla morte.

    In definitiva, le condizioni della vita di frontiera, ai margini, si riproducono spesso, in tutte le sue tragiche modalità, anche nei grandi hub latinoamericani come Cali e la stessa Città del Messico, che costituiscono centri di smistamento e di attesa di ogni tipo di merce, tra le quali si contano drammaticamente anche le persone trasformate in oggetti: uomini e donne, bambini, rifugiati politici, abitanti di villaggi sfollati dalla guerriglia o dalla povertà e migranti in genere (o aspiranti a tale “status”) rappresentano i nuovi senza patria nei territori della frontiera globale del Messico e della Colombia.
    Pubblicato sul Numero 101, 4.2007 della rivista “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”. QUI  http://www.giannimina-latinoamerica.it/

  • Comunicato alla stampa sull'uso di Bella Ciao in Messico

    Comunicato alla stampa sull'uso di Bella Ciao in Messico

    Bella Ciao! vs. Coca-Cola

    ……………. Liberta' 
    Anonimi fruitori del mezzo televisivo, ci hanno informato che una nota multinazionale ha recentemente realizzato uno spot televisivo il quale, per promuovere il suo nuovo prodotto, utilizza le melodie di una conosciuta canzone popolare italiana, Bella Ciao!. Detto spot é attualmente trasmesso dai canali televisivi commerciali messicani ed argentini. Già l’appropriazione di una melodia popolare per le finalità di lucro ci appare come una scelta discutibile sotto il profilo di sottrazione di un bene collettivo messo a disposizione del guadagno del privato. Ma il caso specifico ci indegna per i protagonisti di questa storia. Da un alto la Coca-Cola Company, dall’altro Bella Ciao!La prima é una nota multinazionale degli alimenti e delle bevande, che ha saputo in questi anni diventare una delle imprese a livello globale più presenti e ricche; e che ha dimostrato di esserci riuscita a scapito delle comunità  produttive e di consumatori dove é presente. La seconda é una canzone del vasto canzoniere della guerra partigiana contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. La canzone di per sé cantata solo in certi territori liberati dalla lotta partigiana ha tuttavia assunto il ruolo di protagonista nel secondo dopoguerra, attraversando lotte e movimenti sociali che in Italia hanno costruito la sudata democrazia che oggi, ancora una volta, si rimette in gioco nell’attuale crisi politica italiana. E seppur meno cantata nell’Italia di oggi, negli ultimi vent’anni Bella Ciao! ha attraversato mari e monti per imporsi come canto delle resistenze e le lotte per la democrazia e contro ogni fascismo nel mondo. Oggi Bella Ciao! si canta in spagnolo in tutta l’America Latina, riuscendo a rompere i muri avendo conquistato anche una celeberrima traduzione inglese negli USA. Non ci sorprende la scelta di Coca-Cola Inc.. Non é la prima volta, né sarà l’ultima, che il capitale globale rappresentato da questa e molte altre imprese si appropri illegittimamente di note, linguaggi, modi, saperi e desideri che la collettività esprime con i suoi strumenti. Non vogliamo però farci sorprendere dal facile tentativo di dimenticare, lasciar perdere, far passare. Non accettiamo che Bella Ciao! possa essere associata ad una impresa le cui pratiche commerciali e lavorative sono oggetto di molteplici denunce per violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo; un’impresa che impone un modello di consumo assolutamente pericoloso per la salute collettiva; un’impresa, infine, che diffonde una visione della vita assolutamente falsa e senza memoria. La memoria che abbiamo noi é un’altra: é quella della dignità, la pace, la libertà, la speranza che le nota di Bella Ciao! esprimono. Per questo continueremo a camminare sulle note di Bella Ciao! nella costruzione di una società più giusta e libera. AlterITA -collettivo di professori di linguacultura italiana in Messico- (Carlo Almeyra, Andrea Cirelli, Matteo Dean, Manuela Derosas, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Barbara Origlio) Per aderire, visitare: http://www.alteritamessico.blogspot.com  

    Prime adesioni (su oltre 200 pervenute fino ad ora):

    1. Dario Fo (Nobel per la Letteratura, Italia)
    2. Franca Rame (Attrice e scrittrice, Italia)
    3. Valerio Evangelisti (Scrittore, Italia)
    4. Ascanio Celestini (Attore e scrittore, Italia)
    5. Confederazione COBAS – Italia
    6. Alfio Nicotra (giornalista, Italia)
    7. Rosario Ibarra (Senatrice e difenditrice dei diritti umani, Messico)
    8.  Guillermo Almeyra (Giornalista, Argentina)
    9. Hector de la Cueva (Alleanza Sociale Continentale)
    10. Jose’ Maria Calderón (Dir. del Centro Studi Latinoamericani, UNAM, Messico)
    11. Angel Guerra Cabrera (giornalista, Messico)
    12. Luciano Valentinotti (artista italiano, Messico)
    13. REBOC Red Boicoteo Coca Cola

    Leggi gli articoli sul caso qui:

    Articolo in spagnolo sulla Jornada, quotidiano messicano

    http://www.jornada.unam.mx/2008/03/23/index.php?section=opinion&article=016a2pol

    Comunicato italiano  http://www.selvas.org/newsMX0208.html 

    Articolo in spagnolo riportato dal giornale Clarín Cile

    http://www.elclarin.cl/index.php?option=com_content&task=view&id=10848&Itemid=2626

    Articolo apparso anche sul Manifesto di Alessandro Portelli

    http://alessandroportelli.blogspot.com/2008/03/bella-ciao-e-la-pubblicit-della-coca.html

    Articolo in italiano su Emigrazione Notizie

    http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4515&mese=2&anno=2008

  • Detenzioni e violazioni contro 52 indigeni kichwa e achuar peruviani a Iquitos, Perù: silenzio stampa e contro-manifestazioni

    Detenzioni e violazioni contro 52 indigeni kichwa e achuar peruviani a Iquitos, Perù: silenzio stampa e contro-manifestazioni

    Città di Iquitos, Loreto,  Perù.

     La Pluspetrol, impresa argentina che opera presso i fiumi Corrientes, Tigre, Pastaza e Macusari della regione amazzonica peruviana, suole assumere la sua manodopera tra le popolazioni kichwa e achuar della zona. Le comunità indigene di Nueva Andoas, base della Pluspetrol nella regione, hanno cercato in varie occasioni di aprire un tavolo per il dialogo con la dirigenza dell’impresa sui temi salariali e contrattuali che li riguardano. Non avendo ottenuto risposta, le comunità hanno intrapreso delle azioni di protesta lo scorso 20 marzo, occupando alcuni spazi di proprietà dell’azienda per richiedere aumenti salariali, corsi di formazione del personale e una maggiore partecipazione alle decisioni aziendali e dei programmi di sviluppo per le comunità locali. 
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    Nella foto. Immagine di repertorio di un’analoga protesta realizzata nel 2006 contro l’impresa Petroplus.Trovate le immagini di quegli eventi qui http://www.flickr.com/photos/30112997@N00/sets/72157594357489302/ …..
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    ………………………………….Toma de lote Petroplus ……………………………
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    La reazione del Ministero dell’Interno del Perù (attualmente governato dal partito APRA-Alianza Popular Revolucionaria Americana del Presidente Alan Garcia) s’è concretizzata con l’invio di centinaia di poliziotti della DINOES (Direccion Nacional Operaciones Especiales) da Lima per reprimere le manifestazioni. Secondo le prime testimonianze in loco “circa due o trecento uomini sono giunti in elicottero (ricordiamo che Iquitos si trova nel mezzo della selva amazzonica del Perù dalla parte del Brasile e vi si arriva per via aerea o fluviale) e hanno cominciato a disperdere la folla con i lacrimogeni. Il costo di tale operazione potrebbe essere stato finanziato dalla stessa compagnia petrolifera”. Negli scontri sono morti tre indigeni e un poliziotto della DINOES. 52 membri della comunità locale sono stati arrestati arbitrariamente nelle loro case, accusati di terrorismo, sequestro e possesso illegale di armi. Sono stati anche deportati nelle città di Iquitos e Nauta dove si trovano attualmente privati della libertà e della possibilità do comunicare con l’esterno visto che le autorità non parlano nemmeno coi giornalisti. La stampa in generale non ha parlato di questi avvenimenti. I detenuti sono stati separati in differenti stazioni di detenzione senza che venissero date informazioni ai familiari e, inoltre, 17 di loro parlano solamente le lingue kichwa e achuar, il che potrebbe produrre ulteriori abusi. La lista dei detenuti non è stata pubblicata dalle autorità ma viene diffusa da organizzazioni per la difesa dei diritti umani che stanno raccogliendo lettere di protesta da inviare al Ministro degli Interni, Luis Alva Castro: ministro@mininter.gob.pe e al “Gobierno Regional de Loreto”: informatica@regionloreto.gob.pe. L’opinione dei familiari e dei cittadini della zona è che “la compagnia Pluspetrol pretende di infliggere una punizione esemplare contro questo gruppo di manifestanti per prevenire future mobilitazioni delle popolazioni della regione stanche dei suoi maltrattamenti salariali e le sue dubbie pratiche ambientali”.  Il 26 e il 28 marzo scorsi, come risulta dalle testimonianze dei notiziari radiofonici peruviani (ascoltabili a questi link: (1) 29/03/08 Real Win MP  e (2) 26/03/08 Real Win MP ), il Fronte Patriotico di Loreto (dal nome della regione in cui si trova la città di Iquitos) ha convocato una manifestazione cui hanno partecipato centinaia di studenti, lavoratori e dirigenti di base per esigere la liberazione dei detenuti. La marcia, controllata da un minaccioso contingente della Polizia Nazionale del Perù, anch’essa arrivata prontamente da Lima per arrestare altri manifestanti del 20 marzo, s’è conclusa presso la sede della Divisione per l’Investigazione Criminale di Iquitos con un picchetto. Inoltre, la Red Ambiental Loretana, organizzazione della società civile che sta protestando insieme al Comite de Lucha de Loreto, (http://www.redambientalloretana.org/es/) prevede  nuove mobilitazioni per il 2 aprile, una notte culturale in favore dei detenuti il 4 aprile e uno scipero generale per il 10 aprile. 

    Per saperne un po’ di più:

    http://www.servindi.org/archivo/2008/3698  http://www.cnr.org.pe/index.php  http://amazoniamagica.blogspot.com/2008/03/demandan-liberacin-de-nativos-detenidos.html

     

    Consulta qui la lista dei detenuti diffusa da http://www.prensaindigena.org.mx/Noti115.html

    o leggi lista e articolo su: http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4733 

  • Lettera studenti UNAM sul caso dei messicani uccisi nel campo delle FARC in Colombia

    Lettera studenti UNAM sul caso dei messicani uccisi nel campo delle FARC in Colombia

    Farc Colombia Riporto la lettera diffusa ai mezzi d’informazione da parte degli studenti della UNAM, in particolare dagli studenti del Post Laurea in Studi Latinoamericani che sono stati demonizzati dalla stampa nazionale, non solo quella sensazionalista, insieme a tutti i colleghi e amici della Facoltà di Filosofia e Lettere come fossero loro stessi dei gurriglieri.

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    Gli studenti della facoltà e, in generale, dell’università sono stati accusati (dopo che 4 di loro sono stati freddati un mese fa dall’esercito colombiano in pieno territorio ecuatoriano) di essere membri o collaboratori delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la più importante e attiva gurriglia colombiana)semplicemente perchè si trovavano nel campo di detta organizzazione con scopi accademici e giornalistici oppure perchè, in passato, avevano partecipato a gruppi e collettivi dedicati all’attività politica in Messico. No Mas Farc marcha colombia

     

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    Nella foto. La marcia spontanea convocata via internet che ha visto milioni di colombiani nelle strade contro le FARC lo scorso 4 febbraio. La guerriglia colombiana è la più antica del continente ma, rispetto alle origini, ha subito un processo di declino ideologico, economico e politico che l’ha portata a dipendere dal narcotraffico e a creare uno stato nello stato che poco c’entra con gli ideali libertari e di giustizia sociale di cui si faceva portatrice.……….. 

    La lettera in spagnolo redatta dagli studenti in Messico nasce come reazione alla campagna denigratoria dei mezzi stampa ufficiali contro alcune facoltà della Universidad Nacional Autonoma de Mèxico, una delle più grandi università del mondo e la più importante dell’America Latina.

    Nella foto sotto, l’altro lato della medaglia. Il Presidente colombiano Alvaro Uribe e i suoi nessi con i paramilitari (le squadre che per anni hanno terrorizzato la popolazione per assolvere una supposta funzione anti-guerriglia e di sicurezza nazionale) e gruppi di dubbia moralità.

    Uribe y comandante Estaban

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    .A la opinión pública


    La comunidad del posgrado de Estudios Latinoamericanos de la Universidad Nacional Autónoma de México manifiesta su más profundo rechazo y preocupación por el ataque militar de las fuerzas armadas colombianas en territorio ecuatoriano, violando gravemente la soberanía de Ecuador y las convenciones de Ginébra. Repudiamos el asesinato de nuestros compañeros, los estudiantes mexicanos Natalia Verónica Velásquez Ramírez, Juan González del Castillo, Fernando Franco y Soren Ulises Avila, así como nos preocupa la situación de la universitaria Lucía Andrea Morett Álvarez, gravemente herida durante el ataque.

    A raíz de esto, se ha iniciado un linchamiento mediático contra la UNAM y su actividad académica en América Latina. Al respecto queremos resaltar que en el ejercicio de la libertad de investigación, la labor de esta casa de estudios contribuye al desarrollo del pensamiento crítico, en particular al entendimiento de la problemática sociopolítica latinoamericana desde todos sus aspectos, entre los que se destacan por su relevancia política los movimientos sociales, incluidos los que recurren a la vía armada. Estudiar estos temas permite colocarlos más allá del escenario mediático y amplía las fuentes de acceso a una información objetiva en beneficio de la ciudadanía.

    Asimismo, vemos con creciente preocupación el intento de ciertos medios de comunicación de desacreditar y criminalizar de manera generalizada los espacios administrados por colectivos estudiantiles dentro de la universidad, tal como la difamación de varios de nuestros compañeros. La libertad de expresión y de organización constituyen derechos democráticos fundamentales. En este sentido, la UNAM ha sido, es y será una institución que ofrece espacios abiertos donde nos es posible ejercer estos derechos.

    Nosotros defendemos estos espacios y el derecho a la militancia política, y condenamos enérgicamente los intentos de difamación de la organización política estudiantil y de nuestros compañeros. Expresamos igualmente nuestro rechazo a la incomprensión fomentada por los medios masivos de comunicación sobre nuestra labor intelectual al estigmatizar y restringir ciertos temas de investigación.

    En respuesta, exigimos que se brinden las garantías y libertades para ejercer lo que no solamente es nuestro derecho, sino nuestra obligación con la sociedad.


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    otras y más informaciones:
    http://www.latinoamericanistas.net/

  • Ma in Messico, che ci fa Bella Ciao con la Coca?

    Cosa direste se, tanto per fare un esempio, l’inno nazionale italiano o la marsigliese venissero storpiati e poi utilizzati per pubblicizzare in televisione un prodotto di una nota multinazionale americana, non propriamente tra le più nobili e apprezzate nel mondo? Bene, forse ad alcuni l’iniziativa farebbe semplicemente sorridere mentre per altri risulterebbe un terribile insulto o uno scherzo di cattivo gusto.


    Qualcosa di simile sta succedendo in Messico con il nuovo spot di una bibita energetica, venduta anche in Italia, che risponde al nome di Aquarius e che sta diffondendo candidamente in TV la musica e le parole della nostra “Bella Ciao!” in versione ska – punk. Su numerosi blog e forum on-line in lingua spagnola, gruppi di entusiasti adolescenti e video ammiratori, quelli che si dedicano a votare su Internet le “reclame più belle dell’anno”, si sfidano per indovinare il titolo della canzone e poterla possedere scaricandola, “alguien sabe el titulo de la cancion del espot? La quiero…”. Intanto altri tristemente rispondono con un pizzico di compiacimento che sì, sanno tutto di lei, “se llama Bela Chau!, la publicidad es genial”. Poco geniale e divertente sembrerà a chi ancora ricorda e conosce il significato della resistenza, delle sue lotte, i suoi caduti e i suoi simboli. Una proposta promozionale che sarebbe stata improbabile e scandalosa in Italia, in terra azteca sta aprendo mercati senza grandi opposizioni e senza una dovuta opera di controinformazione in proposito. Il bombardamento mediatico dello spot sta trasformando la nota canzone partigiana, memoria di avvenimenti lontani ma vivi, in un anonimo balletto da spiaggia, successo dell’estate consumabile sotto il sole del tropico come fosse un soft drink amaro e banale. Il problema è che, sebbene non si tratti formalmente di un inno nazionale, la canzone ha assunto nel tempo un ruolo simbolico e affettivo fondamentale per la memoria storica italiana e non solo. In tutta l’America Latina da tempo si ascoltano e si ballano le sue note in italiano e anche nella versione tradotta all’inglese la quale riesce, in qualche modo, a servirsi della “lingua globale” per scavalcare ermetiche frontiere, guadare fiumi militarizzati e varcare muri artificiali e ideologici. I valori di libertà e speranza che il testo e la musica di Bella Ciao! rappresentano sono, ancora oggi, un baluardo contro tutte le repressioni e le tirannie da cui questa fetta di mondo è stata costantemente minacciata. Già di per sé, l’appropriazione di una melodia popolare per finalità di lucro appare come una scelta discutibile visto che promuove lo sfruttamento di un patrimonio collettivo per un puro e semplice guadagno privato. Ma in questo caso, inoltre, non si possono trascurare i protagonisti di questa sgradevole storia pubblicitaria: da un lato abbiamo la sottomarca Aquarius della Coca-Cola Company la quale, dopo essere diventata fieramente il baluardo di un modello consumista spinto al massimo in tutti gli angoli del globo, sta cercando di ripulire la sua immagine sbandierando una presunta responsabilità sociale, tutta da costruire, nei paesi in cui opera, nonostante le sue condotte siano state, in passato, alquanto discutibili e tendenzialmente monopolistiche; dall’altro c’è la canzone della resistenza partigiana contro l’occupazione nazi – fascista degli ultimi tragici anni del Secondo Conflitto Mondiale in Italia. Se da un punto di vista puramente commerciale può essere vero quanto afferma il quotidiano argentino La Nacion che, parlando del nuovo marketing della multinazionale di Atlanta, sostiene che ormai “la componente emozionale e, quindi, irrazionale è fondamentale per commercializzare le marche ed è la piattaforma di campagne con una creatività orientata alla trasmissione dell’intangibile”, sicuramente è deprecabile come tale ragionamento (o meglio tale dogma) si stia così facilmente estendendo a tutte le realtà umane, sociali e storiche che non hanno molto a che vedere con il business per se. L’uso commerciale delle tracce insostituibili della memoria collettiva mondiale è, in fondo, una pratica radicata, una tentazione facile per il marketing soprattutto ora che, con la globalizzazione dell’economia e la rivoluzione nelle telecomunicazioni, servono ed urgono dei modelli interculturali cui attingere e, perché no, dei nomi e dei simboli da trasformare in marche.
    Alcune di queste forse, una volta, erano il patrimonio di qualche popolo o cultura locale, e racchiudevano una porzione di un mondo ormai dimenticato. Oppure sintetizzavano cosmovisioni che vengono oggi vituperate nell’ambito di una cultura a senso unico e diventano, quindi, molto più facili da sfruttare e omologare per altri fini, come se fossero degli asset gratuiti pronti per l’uso col minimo sforzo: l’economicità dell’operazione è servita.E’ il caso della campagna recentemente diffusa in Spagna per Aquarius dall’agenzia Mrs. Rushmore la quale utilizza il nome, già famoso a livello internazionale, di una Radio Comunitaria di Buenos Aires, chiamata “La Colifata”, per tentare di creare un’associazione tra l’ideale di successo dello sportivo e dell’atleta, target degli spot, e le ammirevoli iniziative  intraprese da questo gruppo di operatori sociali. La stazione radio “La Colifata”, fondata il 3 agosto 1991 dal Dottor Alfredo Olivera con lo scopo di aiutare la riabilitazione dei pazienti dell’ospedale neuropsichiatrico “Josè Tiburcio Borda” di Buenos Aires, è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una frequenza FM (la 100.1) e ottenere ascolti nell’ordine del milione. Il progetto di radio comunitaria, avviato per il recupero delle persone colpite da patologie psichiche e neurologiche, è stato copiato in altri paesi come la Francia e la Spagna ed ha ottenuto notevoli risultati in termini di integrazione degli ex pazienti nella società e cooperazione con l’ospedale psichiatrico di provenienza.
    Quasi nello stesso periodo nasce la bibita Aquarius. Era il 1992 e probabilmente nessuno poteva immaginare che i destini di due progetti così diversi si sarebbero incontrati in uno spot pubblicitario che, sebbene abbia ricevuto una calda accoglienza del pubblico spagnolo, rappresenta comunque un esempio in più del processo di appropriazione mediatica e commerciale messo in atto da numerose multinazionali per rigenerarsi grazie al lavoro sociale svolto e sofferto, in fin dei conti, da altri soggetti inizialmente emarginati e snobbati da tutti. In pratica, una marca commerciale internazionale ha voluto stabilire un nesso ed arrivare a identificare molti dei suoi caratteri distintivi con quelli di un’altra sorta di “marca”, La Colifata, che però incarna valori veri e vissuti, non solo propagandati, che sono legati a esperienze di tipo sociale, partecipativo e autogestito. La Coca-Cola Inc. ha scelto in diverse occasioni di contrattare delle agenzie pubblicitarie esterne per realizzare campagne adatte al “mercato latino”, cioè gli hispanos residenti negli U.S.A. e gli abitanti dell’area latinoamericana con l’aggiunta all’occorrenza anche della Spagna e del Portogallo. Ed è così che la neonata Agenzia Santo di Buenos Aires è stata incaricata del lancio messicano (e prossimamente in Argentina) di questo soft – drink ibrido, l’Aquarius, che assomiglia ad un mix tra acqua tonica, energy drink e vecchie conoscenze come sprite e fanta dai sapori un po’ più adulterati del solito.
    L’agenzia responsabile dello spot che usa Bella Ciao!, la Santo, è sul mercato da circa due anni ma è già diventata una delle più aggressive ed innovatrici in Sudamerica con clienti “di spicco” come Unilever, il giornale argentino “Clarin” e la stessa Coca-Cola. La reazione della società civile in Messico è stata, per ora, irrilevante e l’incarico di diffondere l’informazione su Bella Ciao!, i suoi significati e l’uso indebito che se ne sta facendo, è stato rilevato da alcuni gruppi organizzati di italiani all’estero come il collettivo AlterIta che sta sensibilizzando l’opinione pubblica e raccogliendo le firme affinché tutti possano manifestare il proprio dissenso attraverso il suo blog all’indirizzo  http://alteritamessico.blogspot.com/. Si stanno anche raccogliendo tra intellettuali, sindacalisti, accademici e personalità di spicco le adesioni a un comunicato stampa che verrà presto diffuso nei media messicani e italiani con il fine di non dimenticare e semplicemente lasciar perdere come spesso accade quando l’apatia conquista i cuori e la memoria.
    Un blog argentino dove si parla della “riscoperta” della canzone
    http://www.zavalablog.com.ar/2008/01/28/bella-ciao/
    Per ascoltare la canzone: http://boomp3.com/m/bdf6a4bb54ba 

  • Narcos e narcotraffico in Messico: dalle origini all’epoca del Presidente Felipe Calderón

    Narcos e narcotraffico in Messico: dalle origini all’epoca del Presidente Felipe Calderón

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    Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Accion Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
    Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato. Grazie alle risorse generate dall’industria petrolifera e dalla crescita economica oltre che al sistema di governo autoritario centrato sul PRI come partito egemonico a tutti i livelli, il potere politico riuscì a imporre certe regole di condotta che vietavano al crimine organizzato la partecipazione nella gestione politica, proibivano l’introduzione massiccia di droghe nel mercato interno mentre tolleravano l’esportazione e, infine, esigevano una certa obbedienza alla volontà statale.
    Negli ultimi 10 anni, l’indebolimento dello Stato, l’alternanza nel potere politico e la crescente, anche se non completa, democratizzazione delle istituzioni a livello nazionale e regionale hanno condotto alla rottura delle precedenti reti fiduciarie tra la politica e il mondo del narco. In un sistema federale come quello messicano, il progressivo aumento delle competenze dei governatori locali, eletti direttamente dai cittadini in ogni singolo stato, ha favorito l’ulteriore frammentazione dei livelli di gestione della relazione con il crimine organizzato che ha spinto verso l’incremento del consumo locale e la violenza come metodo di intimidazione contro la popolazione, le forze dell’ordine e i politici non graditi.
    Ad ingigantire il potere strategico, già alto per la vicinanza agli USA, dei cartelli del narcotraffico messicano è stata anche la lenta ma costante ritirata dei loro omologhi colombiani che, dopo la morte di Pablo Escobar e la dissoluzione del potente cartello di Medellin nel 1993, hanno perso il monopolio della distribuzione verso il mercato statunitense, il più grande del mondo per tanti prodotti tra cui gli stupefacenti. Inoltre, il controverso Plan Colombia, implementato nel 2000 dall’allora Presidente colombiano Andres Pastrana. Questo piano è stato poi ripreso, insieme ad altre durissime e costose operazioni militari, spesso alternate e confuse con l’antiguerriglia, anche dall’attuale Capo di Stato Alvaro Uribe ed ha comportato un impegno economico, tecnico e militare diretto degli Stati Uniti in Colombia che ha costretto alla difensiva i signori della droga anche se non ha fermato la violenza e il commercio illecito.
    Sul fronte messicano, per combattere il narcotraffico il Presidente ha ordinato un anno fa il dispiegamento di quasi 30mila soldati inizialmente nel suo Stato natio, il Michoacan, e poi in altri 7 stati dominati dai cartelli della droga, soprattutto nel nord del paese. Poi in realtà gli uomini inviati nei territori dell’operazione sono stati circa 10mila e la loro distribuzione è risultata abbastanza arbitraria e ha generato risultati tuttora in discussione ed evoluzione. Le politiche di controllo della domanda e del consumo nazionale, le ipotesi di liberalizzazione parziale oppure la sensibilizzazione dei think tanks e dei decisori statunitensi sul medesimo tema sono tutti elementi poco considerati e troppo spesso rinviati indefinitamente dalla classe politica e dalla stessa società civile (e non solo in Messico…).
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    Ed è proprio in questa carenza che sta il nucleo del problema: s’è adottata una strategia aggressiva basata sull’induzione del terrore nella gente via spot radiofonici e TV e sull’estirpazione dell’offerta attraverso l’intervento militare massiccio, maggiori controlli doganali e distruzione di coltivazioni come in Colombia. Il risultato è che s’è demonizzato il narco come fosse un nemico esterno alla società, un cancro che nulla a che vedere, per esempio, con il “buon messicano” padre di famiglia o con lo studente, target principali del bombardamento mediatico in corso, e s’è ignorato il lato importantissimo del consumo interno e delle politiche per ridurre la domanda anche negli USA. Dagli anni ottanta, quando Ronald Reagan dichiarò guerra alle droghe nel suo paese (e nel resto del mondo), l’azione repressiva è stata rivolta quasi solo contro l’offerta nei paesi produttori tra cui spiccavano la Colombia, il Messico, il Perù e la Bolivia. Questa prospettiva, osteggiata da una parte del mondo accademico e dagli anti-proibizionisti, implicava una sorta di diritto naturale d’ingerenza negli affari interni di numerosi paesi latinoamericani da parte della potenza del nord tramite l’imposizione di finanziamenti discrezionali, somministrazione di “assistenza tecnica”, istruzione e presenza effettiva di tipo militare. Perciò, mentre cadeva il muro di Berlino e la URSS collassava, la lotta alle droghe stava diventando uno dei nuovi pilastri che, insieme alla migrazione e al terrorismo, avrebbero sostituito il “pericolo comunista” e legittimato discorsi e azioni degli USA negli anni a venire.
    Ora, un po’ più a sud al di là del Rio Bravo, dopo un sessennio perduto in cui l’ex Presidente Vicente Fox ha lasciato mano libera alla delinquenza, i costi delle principali droghe sono diminuiti drasticamente nel mercato interno e le esportazioni verso gli USA sono cresciute. Oggi un grammo di cocaina costa solamente 2 dollari in Colombia e 7,8 in Messico mentre la marijuana costa rispettivamente 80 e 40 centesimi di dollaro per ogni 10 grammi. Secondo uno studio della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, il business totale legato al narcotraffico coinvolge circa 250mila persone e raggiunge la cifra di 15 miliardi di dollari ai quali possono sommarsi ragionevolmente i 9 miliardi di dollari prodotti dal traffico di armi e controllati in gran parte dagli stessi cartelli della droga. E’ chiaro che le dimensioni mastodontiche di questo giro d’affari sono l’aspetto evidente e quantitativo di un sottofondo culturale più nascosto, complesso e qualitativo che è fatto di proibizionismo, bigottismo, compartecipazione ai guadagni e connivenza da parte del potere, difficili scelte di vita della gente comune e di gruppi criminali che sono “Stati nello Stato”.
    In risposta a tutto ciò, s’è deciso di militarizzare il conflitto e seguire, così, il tipo di lotta promosso, senza grandi risultati, da Reagan oltre vent’anni fa e dal colombiano Uribe ancora oggi. L’iniziativa del presidente messicano, denominata inizialmente “Operativo Michoacan”, ha portato a risultati discutibili sul piano pratico anche se la propaganda ufficiale s’è sforzata di giustificarla e di promuoverne gli eventuali vantaggi per la società intera: quello che importa è l’aspetto quantitativo e le cifre da sfoggiare sul sequestro della droga e gli arresti mentre non interessa molto se i processi non si concludono e se i politici coinvolti non hanno sanzioni. Per esempio, si diffondono abbondantemente i dati incoraggianti sulle oltre 50 tonnellate di cocaina sottratte al mercato e ai circa 100 capi mafiosi estradati negli USA ma si tralasciano gli aumenti nei consumi interni e il record di 2360 esecuzioni (500 in più rispetto al 2006) registrate nell’ultimo anno e che sono legate, in gran parte, al narcotraffico e alla diffusione illegale delle armi da fuoco .
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    Un altro elemento da considerare è la dissoluzione progressiva delle reti sociali comunitarie e degli usi e costumi (sociali, giuridici e politici) dei villaggi rurali che vengono intimiditi dalla presenza militare e osteggiati nello svolgimento naturale delle loro pratiche abituali con il fine d’imporre unilateralmente lo Stato di diritto e la legge ordinaria a scapito delle tradizioni. La caccia alle streghe lanciata contro qualunque cosa che odori di “protesta sociale” o, sull’altro fronte, di narco, così come l’incarcerazione indiscriminata (tanto per far numero) hanno condotto a una serie di abusi correlati e discriminazioni sofferte dalle mogli, dai figli e, in generale, dalle famiglie e comunità dei presunti colpevoli di delitti contro la salute oppure, ed è il caso di Atenco e Oaxaca nel 2006 , dei simpatizzanti dei movimenti sociali i quali subiscono gli eccessi di un sistema basato sulla cultura giuridica della “presunzione di colpevolezza” . In questo modo il discorso di George Bush sulla “sicurezza nazionale statunitense” si trasforma, in Messico, nella retorica anti-narco e anti-dissenso sociale mascherata dagli slogan della lotta al terrorismo, includendo in questa definizione un gran numero di fattispecie interpretabili con una flessibilità giuridica piuttosto pericolosa che non garantisce i diritti del cittadino .
    In mezzo a mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata infine suggellata la strategia governativa grazie all’approvazione di un aiuto straordinario, incluso nel cosiddetto Plan Merida, di 1,4 miliardi di dollari per 4 anni da parte del Parlamento USA affinché il Messico compri, da imprese statunitensi, materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceva, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana è che l’intervento, seppur indiretto, di un paese straniero come gli Stati Uniti, così interessato al destino della cocaina in transito nel Messico ma così poco attento, per esempio, alle esigenze dei suoi migranti, possa costituire una parziale restrizione alla sovranità nazionale nel momento in cui gli aiuti finanziari e tecnici vengano subordinati all’adozione di politiche interne prestabilite oppure all’ingresso di personale militare straniero. Calderon ha garantito che non avverrà nulla di quanto vaticinato dall’opposizione ma i dubbi restano tra chi ha ribattezzato il Plan Merida con il nome di Plan Mexico, in analogia con il più contestato e ormai decennale Plan Colombia . Nonostante gli sforzi fatti e alcuni risultati, quantitativamente significativi, i sette cartelli che operano nel paese hanno intensificato le loro reazioni e i loro avvertimenti perpetrando omicidi e decapitazioni intimidatorie tanto di agenti delle forze dell’ordine come di giornalisti e membri di bande rivali in quasi tutte le 30 entità statali (sulle 32 del Messico) in cui sono presenti.
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    Rimangono le incertezze rispetto all’evoluzione futura del conflitto interno che il paese vive silenziosamente da decenni e che è esploso rumorosamente alla fine del governo Fox: l’applicazione dal 2008 degli aiuti USA con il Plan Merida, il rispetto dei diritti umani, la situazione delle carceri, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna, le connessioni narco – politica, la riforma della giustizia (approvata pochi giorni fa dalla Camera) e l’auspicabile formulazione di proposte integrali e incrociate USA – Messico e domanda – offerta per inquadrare il problema in modo coerente e rispettoso delle differenti esigenze nazionali.
    Siti di riferimento:
    Lista dei carteli messicani: Cartel de Tijuana dei fratelli Arellano Felix, Cartel de Colima degli Amezcua Contreras, il Cartel de Juarez fondato da Amado Carrello Fuentes, il Cartel de Sinaloa del Chapo Guzman e del Guero Palma, il Cartel del Golfo, quello di Oaxaca e quello del Millennio dei Valencia. Da : http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=218320
    http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.html#002485  e El almanaque mexicano 2008 di Sergio Agauyo Quezada, p. 167.
    http://www.viaggiareliberi.it/oaxacasituazionepolitica.htm  
    Sulla discriminazione delle famiglie dei narcos e presunti tali, il libro di Corina Giacomello, “Rompiendo la zona del silenzio”,
    http://www.jornada.unam.mx/2007/08/26/index.php?section=cultura&article=a08n1cul 
    http://www.jornada.unam.mx/2007/05/12/index.php?section=opinion&article=019a1pol  
    http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2007/10/23/soberania-nacional-garantizada-frente-a-iniciativa-merida-asegura-segob
    Leggilo anche su: http://www.emigrazione-notizie.org/articles.asp?id=267 e
    http://www.forumdemocratico.org.br/?Page=View&ID=1547
    http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002500.html

  • Articolo sulla situazione dell'agricoltura messicana e le proteste per l'apertura commerciale del NAFTA

    Articolo sulla drammatica situazione dell’agricoltura messicana e i problemi di milioni di contadini. Proteste e manifestazioni a Città del Messico. Nel video, in spagnolo, il commento sulla situazione messicana di Julio Hernandez del quotidiano La Jornada.
     


    Link all’articolo su http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idart=10281 o su http://emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4449 
    Il Nafta in La Patria Grande
    http://www.lapatriagrande.net/04_opiniones/fabrizio_lorusso/nafta.htm
    Vota Il nafta in Ok Notizie
    http://oknotizie.alice.it/go.php?us=39a148404670024e

  • Caso Patricia Troncoso e diritti umani in Cile. Il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo

    Caso Patricia Troncoso e diritti umani in Cile. Il peso della dittatura nel governo della Concertazione e nelle Leggi Antiterrorismo

    Di Litta Soto e Fabrizio Lorusso da: http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002520.html
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    ***Articolo di Litta Soto Villagrán
    Traduzione all’italiano e ampliamento di Fabrizio Lorusso***
    *Una vez perdido el honor, sin tierra, ya no queda nada…
    Una volta perduto l’onore, senza terra, non resta più nulla…*
    In Cile lo sciopero della fame è diventato uno dei mezzi più utilizzati come atto di protesta e opposizione contro le ingiustizie politiche, lavorative e umanitarie. In questo senso, i mapuche, discendenti delle popolazioni originarie che abitavano l’attuale territorio cileno prima della conquista spagnola, sono dovuti ricorrere a questo tipo di azione politica estrema come risposta alle misure che i diversi governi della Concertazione, l’unione di “centro sinistra” tra i democristiani e i socialisti che governa il Cile dal 1990 e la cui presidenta attuale è Michelle Bachelet, hanno implementato riguardo a quella che erroneamente si è venuta a chiamare la “questione mapuche”. Le diverse azioni di protesta cominciano senza dubbio con il processo di deportazione e separazione delle differenti comunità indigene nel periodo dittatoriale di Augusto Pinochet Ugarte (1973 – 1989). Ciononostante, la politica verso gli indigeni portata avanti dallo Stato cileno dall’epoca dell’indipendenza all’inizio del secolo XIX è stata fondamentalmente caratterizzata dalla volontà di assimilare in qualunque modo possibile le popolazioni autoctone.
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    Già dal diciannovesimo secolo, lo Stato favorì la realizzazione di aste pubbliche delle estensioni territoriali più grandi storicamente abitate dai mapuche, soprattutto negli anni 1873 e 1874. In quel caso, vennero svenduti lotti o parcelle di terra di 100, 200 e 400 ettari, con la proibizione, solo formale, che una persona potesse acquisire più di 2000 ettari totali. Ciononostante, alcuni latifondisti e speculatori riuscirono ad aggirare questo divieto grazie a dei prestanome con cui fecero incetta di terreni. Anche se la stessa legislazione vietava la vendita dei terreni usciti dalla divisione delle comunità per un periodo di vent’anni dal momento della formalizzazione dell’alienazione, non vennero impedite altre forme di sfruttamento come l’affitto per 99 anni che, di fatto, era una violazione dei criteri stabiliti dalla legge (1). La situazione in seguito non migliorò.
    Il cruento colpo di Stato dell’undici settembre 1973 e l’adozione delle politiche economiche neo-liberiste ha segnato una chiara regressione nel riconoscimento dei diritti degli autoctoni. E’ stato il periodo più duro per le comunità che hanno visto la loro progressiva liquidazione e integrazione forzata. Dal punto di vista legale, gli indigeni sono spariti dal territorio e dal sistema nazionale grazie ai ben noti Decreti Legge 2.568 e 2.750. Malgrado il carattere oggettivamente pericoloso e discriminatorio di tali misure, molti membri delle comunità rurali si sono rassegnati alla consegna e svendita dei titoli rappresentativi della proprietà individuale della terra. Questa forma di cooptazione non ha comunque risolto il problema relativo alle modalità con cui gli indigeni percepiscono e controllano le iniziative provenienti dallo Stato wingka (=invasore in lingua mapuche) (2).
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     E’ così che il 28 maggio 1979 viene emanato il Decreto Legge No  2.568 sulla “Divisione delle Comunità Indigene” e, nonostante il profondo rifiuto della popolazione autoctona, la sua promulgazione e messa in atto si realizzò senza la minima considerazione di questa minoranza. La legge permette ad ogni individuo di una comunità di ottenere formalmente l’assegnazione di titoli individuali di possesso e usufrutto di appezzamenti anche dentro a una riserva territoriale che era comunitaria e di proprietà degli indigeni. In pratica, il Decreto sancisce che, dalla data in cui entra in vigore, i piccoli terreni o parcelle risultanti dalla divisione delle riserve finiranno di essere considerate come terre indigene e i loro padroni perderanno lo status di “membro della comunità indigena o abitate indigeno”. Inoltre, lo Stato iniziò ad alienare le terre distribuite dalla riforma agraria, voluta dal Presidente Salvador Allende all’inizio degli anni settanta per difendere le proprietà indigene e proteggere la loro cultura, a imprese forestali che, in seguito, avrebbero piantato in massa degli alberi di pino, prodotto commercializzabile e redditizio a sua volta protetto dallo Stato attraverso il Decreto Legge 701/1974 sul Fomento Forestale (3).
    Più tardi, queste aziende furono assorbite da grandi gruppi imprenditoriali e si trovano attualmente ad operare nelle aree forestali delle regioni VIII, IX e X in cui esistono gravi conflitti ecologici e sociali tra le comunità indigene e le imprese (4).
    Melodia mapuche
    L’eredità storica e la tradizione repressiva nei confronti di queste popolazioni, insieme all’implementazione delle citate leggi, hanno generato forti critiche da parte delle organizzazioni indigene e contadine cilene, della Chiesa e delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani presenti nel paese e questo s’è tradotto in diverse forme di resistenza. Attualmente, l’attivista mapuche Patricia Troncoso sta scontando una pesante sentenza di 10 anni e 1 giorno, in base alle Leggi Antiterroriste ereditate dal regime e applicate all’occorrenza contro alcuni nemici politici. La condanna è stata inflitta a lei ed altri 4 indigeni per l’incendio del terreno privato “Poluco Podenco” avvenuto durante i movimenti di protesta del dicembre 2001. Dalla prigione della città di Victoria, la detenuta politica sta protestando contro le condizioni fortemente punitive e repressive della legislazione antiterrorista cilena e dal 12 ottobre 2007 è entrata in uno sciopero della fame che ha prodotto diverse reazioni nella società civile e negli apparati statali. Una di queste è stata la risposta, negativa, che ha dato il potere Esecutivo riguardo al caso di Patricia e alle possibilità di un intervento umanitario diretto in suo favore. Il Governo ha ribadito l’indipendenza del potere giudiziario cileno e la sua competenza in merito che già s’è esaurita in tutti i livelli di giudizio confermando la sentenza punitiva. Malgrado tutto, la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha richiesto allo Stato cileno l’informazione legata al caso e alle preoccupanti condizioni di salute attuali dell’attivista.
     In tema di rispetto dei diritti umani e del lavoro, è doveroso, infine, sottolineare come il Cile non abbia ancora aderito alla Convenzione 169 della OIT (Organizacion Internacional del Trabajo), fatto che ha originato numerose polemiche interne visto che questo accordo permetterebbe il riconoscimento dei popoli originari, indigeni e delle tribù come sovrani su un territorio che potrebbe addirittura erigersi a Stato indipendente (5).
    Concludiamo l’articolo invitando alla lettura delle ultime sul caso Troncoso (http://www.univision.com/contentroot/wirefeeds/50noticias/7379433.html ) e all’ascolto delle dichiarazioni di Patricia Troncoso:

     
    (http://www.flickr.com/photos/73942470@N00/241289465 )
    NOTE
    Litta Soto ? E’ giornalista e ricercatrice cilena, Master in Studi Latinoamericani e dottoranda della UNAM, Città del Messico
    Fabrzio Lorusso ? E’ accademico e giornalista italiano, Master e Dottorato in Studi Latinoamericani alla UNAM, Messico. http://fabriziolorusso.wordpress.com   
    (1) Per riconosciuti studiosi come Aylwin e Castillo, la “nuova forma di proprietà della terra imposta dalla legge, oltre ad essere contraria ai costumi ed usi mapuche, viene a impedire decisamente la loro sussistenza economica e culturale. Nei fatti, il processo di separazione attuato dalle norme cilene non ha rispettato gli spazi comuni che per secoli erano esistiti nella terra indigena, come quelli destinati alle cerimonie religiose o al riposo dei defunti”.
    (2) Conviene inoltre far notare che la prospettiva antropologica (cioè quella che parte dalla categorie, interpretazioni e strategie proprie degli indigeni) risulta assente dalla maggior parte degli studi sociali e giuridici che trattano la natura e gli impatti delle politiche “indigeniste”.
    (3) Un’altra modalità di espulsione degli indigeni è avvenuta con la colonizzazione straniera a partire dal 1874 ed è continuata fino al periodo della dittatura militare in cui s’è rinforzata. Il Governo ha sviluppato un sistema di reclutamento degli emigranti da mandare in Cile e ha promulgato leggi che favorivano le operazioni di compagnie private di colonizzazione. La legge del 4 agosto 1874 sui colonizzatori stranieri favoriva gli immigranti europei con terreni gratuiti, tolti ai popoli indigeni del sud del Cile, e il pagamento del biglietto dal porto d’origine alla colonia cilena.
    (http://www.atinachile.cl/content/view/116455/UnaSugerenciaalMinistroSecretarioGeneralde_Gobierno.html )
    (4) Documento sulle politiche territoriali della CONADI (entità governativa per lo sviluppo indigeno http://www.conadi.cl ).
    (5) Ringrazio Litta, amica e compagna di Dottorato, per l’invio e il lavoro svolto con questo report dal Cile con la speranza che si possa diffondere al massimo l’informazione anche in Italia.

     

  • Che lavoro farò da grande. Giornalista o cantante di musica popolare? Incursione nel Messico della violenza diffusa

    Che lavoro farò da grande. Giornalista o cantante di musica popolare? Incursione nel Messico della violenza diffusa

    Il funerale del cantante messicano Sergio Gomez, volto noto del gruppo K-Paz de la Sierra , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale . Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007 .

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    Nell’ultima settimana, sono stati tre gli artisti messicani uccisi da scariche di pallottole e, per il momento, sembrano ignoti i moventi precisi degli omicidi. Josè Luis Equino, trombettista del gruppo “Los Conde”, è stato trovato morto in un fiume dello Stato di Oaxaca; Zayda Peña, cantante della banda “Zayda y Los Culpables”, è stata raggiunta da colpi di pistola in un motel di Matamoros e poi finita mentre era all’ospedale; infine, Sergio Gomez, il più famoso a livello nazionale e negli Stati Uniti, è stato sequestrato da alcuni uomini armati che l’hanno torturato e ucciso nello stato di Michoacan, nel centro del paese. L’anno scorso morì un altro idolo delle masse, Valentin Elizalde, alias El Gallo de Oro, che venne raggiunto insieme al suo manager da un gruppo di sicari dopo un concerto a Renosa, città di frontiera con gli Stati Uniti. Tornando ancora un po’ più indietro, nel 1995, un’altra morte per molti versi oscura ha fatto entrare nel mito la cantante di cumbia – pop Selena, vittima in Texas della ex – presidentessa del suo stesso fan club, probabilmente per motivi passionali.

    La ondata di violenza che sta colpendo il mondo dei gruppi messicani ha suscitato numerosi commenti ed ipotesi circa le possibili implicazioni dei loro membri in affari illeciti collegati, più o meno direttamente, ai potenti cartelli del narcotraffico che, come la maggior parte di questi artisti, hanno le loro radici e il loro pubblico nel nord del Messico. Si dà adito all’idea semplificatrice che dietro agli omicidi di questi personaggi pubblici, amati e seguiti dalla gente, ci siano i sicari dei narcotrafficanti che vogliono offrire punizioni esemplari ribadendo che “non esiste immunità” possibile per le loro vendette nemmeno per i cantanti.

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    Nonostante in alcuni casi possa essere esistita una qualche connessione tra la scena musicale popolare e il mondo del narco, è probabile che i motivi di questa violenza “normalizzata” siano più profondi e radicati nella stessa società, nei suoi costumi e nella diffusione di modelli comportamentali basati sulla violenza, il machismo, le armi, la cultura dell’eccesso, dell’alcol e, infine, dell’impunità quasi sicura. Sono gli stessi motivi che lasciano presupporre una responsabilità importante da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie nel costante proliferare delle mattanze di donne a Ciudad Juarez e nella relativa tolleranza che si concede agli uomini rei di delitti contro le loro stesse mogli, figlie e vicine, in un ambiente dominato dalla corruzione e la connivenza delle autorità con i boss mafiosi della regione .

    Un altro fattore che supporta questa tesi è l’eterogeneità delle vittime che sembrano avere in comune la professione di musicisti ma che non conformano un movimento musicale e culturale compatto, anzi, si distinguono nettamente tra di loro tanto per il successo che ottengono quanto per il genere di cui sono i portatori. Infatti, è necessario distinguere tra il genere del “corrido” o “narco-corrido”, che sviluppa temi legati all’illegalità e al mondo del traffico di droga, dalla musica grupera in generale, la quale canta temi festaioli e d’amore invitando al ballo di coppia con il tipico movimento detto paso duranguense. A questo ambiente, in particolare, appartengono le vittime degli omicidi “eccellenti” degli ultimi mesi e sembra che non vi fossero relazioni né tra di loro né con alcun gruppo di narcotrafficanti o mafiosi.

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    L’allarmismo creato da alcuni mezzi di stampa e televisione ha portato alla cancellazione di concerti e ha accresciuto il mito della maledizione delle band messicane che, invece, costituiscono semplicemente un bersaglio facile e riconoscibile, come altri (ad esempio i giornalisti), di una violenza diffusa capace di esplodere dovunque vi siano grilletti facili, fiumi d’alcol, omertà, conflitti repressi e assenza istituzionale. Como citavo poco sopra, anche quella del giornalista sembra essere una professione a rischio in Messico e, in questo caso, è stata riscontrata una responsabilità diretta dei cartelli del narcotraffico: dal 2000 al 2007 l’ONG Giornalisti senza Frontiere ha contato 24 omicidi di giornalisti, quasi sempre immischiati in ricerche sul mondo della droga, e ha collocato il Messico al secondo posto per pericolosità nell’esercizio di questa professione dopo l’Iraq.

    Link di riferimento:

    * http://www.eluniversal.com.mx/notas/466722.html

    http://www.globalproject.info/art-13658.html

    http://www.cali.gov.co/modules.php?modload&name=Corporativo&file=index&id=1761

    http://noticias.kinoki.org/presentado-el-documental-preguntas-sin-respuesta-los-asesinatos-y-desapariciones-de-mujeres-en-ciudad-juarez-y-chihuahua/print/

    http://onda-grupera.com/articles/patrulla-81-cancela-presentaciones.html *

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    http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=9545