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Sesso, droga e…salsa. Notizie di frontiera tra Cali, Città del Messico e Tijuana

Juanchito non chiude mai. Questo mitico sobborgo di Cali, la terza metropoli più popolosa della Colombia dopo Bogotà e Medellin, è famoso in tutto il mondo per le notti eterne a suon di salsa, cumbia e merengue che diventano mattina in un batter d’occhio e, all’occorrenza, in un aspirare di polvere bianca incessante e frenetico. Cali è la capitale della salsa, la musica e il ballo latini per eccellenza, e Juanchito (pronuncia italiana “huancito”) è la sua filiale sempre aperta come uno sportello ATM. Qui il divertimento e la rumba varcano il labile confine dell’eccesso e l’illegalità, si concentrano in un chilometro di strada oltre il celebre ponte, immortalato dalle canzoni del Grupo Niche e dell’Orchestra Guayacan, che costituisce una frontiera ideale tra due mondi paralleli.
Alle 2am il centro urbano chiude i battenti e i woofer smettono di pulsare. La legge è formale e severa con i locali notturni, mentre tergiversa e chiude un paio d’occhi alla volta sulla circolazione della cocaina, l’eroina, l’ecstasi e la mercificazione del sesso femminile in città. Verso le tre, il popolo della “farra” (o della “fiesta”) converge sui poli discotecari di Juanchito (salsa e latino) e di Menga (techno), appositamente creati poco fuori dal recinto cittadino per evadere le norme sugli orari e continuare indisturbati fino alle 8 del mattino. Per una settimana faccio parte dell’ameno e contraddittorio marasma, di cui posso amare il gusto per il ballo ed anche l’eccesso ma di cui non posso ignorare lo sfruttamento, l’ingiustizia e la devastazione.
Come nel caso delle giovani prostitute, diciottenni o ventenni sfruttate da una sequela di baby gangsters e famigerati protettori poco più grandi di loro. Basta farsi un giro in macchina per le periferie cittadine e fermarsi presso i numerosi agglomerati di auto e taxi, parcheggiate in doppia fila fuori da portoni anonimi ed enormi caseggiati di cemento, per capire le dimensioni del fenomeno. I bordelli e le case d’appuntamento funzionano 24 ore su 24 e le ragazze sono gestite da padroni intransigenti che definiscono i loro turni come in una tragica catena di montaggio just in time. Clienti ubriachi, giovani avventurieri, cocainomani in giacca e cravatta e “rispettabili” anziani malati d’insonnia si siedono su divani in pelle e scelgono la merce. Sono disposti a pagare anche “multe” di 70 dollari per liberare la “favorita” e portarla fuori dalla casa (“liberarla”) per una o più ore, ad una media di 30 dollari all’ora. Denaro che poco conta per il cliente medio, spesso in cerca di compagnia ma anche di consolazione per le sue erotiche insufficienze. Questi “pochi dollari” fanno invece la differenza per Maria Dora Paola Vanessa, una giovane colombiana che ha quattro nomi da utilizzare a seconda del caso: uno con la famiglia, uno coi clienti e un paio con i magnacci che nemmeno sanno ricordare qual è quello vero. Da quando, all’età di 17 anni, è stata abbandonata dal fidanzato e ha deciso di allevare suo figlio da sola, ha considerato la possibilità di lavorare in proprio, in qualche negozio, ristorante o fabbrica di fiori.Sforzi inutili visti i bassissimi salari e la precarietà del lavoro. Le famiglie d’origine delle ragazze, molte delle quali sono già madri, vivono in una precarietà economica assoluta e tendono ad emarginarle per il disonore e per non voler sopportare l’onere di un’altra bocca da sfamare. Forse ci si può permettere di vivere tutti sotto lo stesso tetto, ma, si dice “ormai la ragazza è adulta, ha avuto un bambino ed è l’unica responsabile”. Anche se il marito è morto in una sparatoria. Anche se lui è emigrato negli Stati Uniti e ha fatto perdere le sue tracce. L’opzione più plausibile resta quella della prostituzione, magari solo per un anno o due, mentre si finiscono gli studi frequentando le scuole superiori speciali il sabato mattina. Intanto i rischi di contrarre malattie veneree aumentano spaventosamente, così come la dipendenza dalla cocaina, che viene consumata tutte le sere della settimana e, di solito, gentilmente pagata dai clienti a solamente 3 dollari al grammo. Si perpetua, così, lentamente, la sottomissione ai “protettori”, i veri approfittatori del business che si spartiscono quasi tutti i guadagni.

Nonostante tutto, a Cali il turismo esiste e prolifera. La città, fondata nel 1536 dal conquistatore spagnolo Sebastian de Belalcazar, possiede un passato coloniale e una serie di attrazioni di rilievo come alcune colline panoramiche, i conventi e le chiese del centro, le sue piazze coi palazzi neoclassici, i tipici chiostri pullulanti di vita e colori e l’ombra di palme di 20 metri d’altezza. Si dice, a ragione, che le più belle ragazze della Colombia vengano da qui e che il suo Festival, organizzato ogni anno tra Natale e Capodanno, attiri i migliori gruppi e ballerini di salsa e cumbia. Questi si sfidano per le strade e, soprattutto, nelle discoteche della Avenida 5 e Juanchito.

Lungo la Avenida 5, che per il clima e l’atmosfera generale ricorda un caotico lungomare, ti viene offerto di tutto dagli insistenti procacciatori e pusher che passeggiano su e giù nella zona: sesso, droga, alcolici, dischi piratati, dollari, serate al night, pasticche ma anche cibo, alloggio e “pacchetti turistici” che includono coca, ragazze e motel. Cali è anche la capitale della chirurgia estetica, dove molte ragazze possono scegliere di rifarsi il seno o le labbra come regalo per il loro quindicesimo compleanno, età simbolica e forse più importante dei 18 anni in tutta l’America Latina. In questa terra in cui è sempre estate, si mischiano con disinvoltura gli antipodi della corruzione e del divertimento, della sensualità e dell’innocenza, della droga e dell’ossessione estetica personale.
La metropoli, vanta da circa un decennio il record di circa 2300 omicidi all’anno (quasi 7 al giorno) su poco più di due milioni di abitanti e oltre 15000 delitti totali commessi, la maggior parte dei quali restano impuniti e sono legati alle dispute del “Cartel de las drogas de Cali”. Nel 1993, in seguito alla morte violenta di Pablo Escobar, il più noto narcotrafficante colombiano degli anni ottanta, il cartello dei distributori di Medellin, di cui era a capo, ha subito un processo d’irreversibile declino che ha portato ad alcuni effetti a catena.
Prima di tutto, i distributori messicani, che prima erano solo degli intermediari che favorivano l’accesso al mercato USA, hanno potuto accrescere il loro potere di negoziazione e la loro presenza nei mercati internazionali. In secondo luogo e grazie a questo progressivo cambio della guardia, il costo della cocaina in Messico è diventato accessibile anche alle classi medio – basse generando una domanda nazionale che prima si limitava soprattutto agli oppiacei e alle droghe leggere in genere, ampiamente coltivati e consumati in terra azteca. Infine, in Colombia, i distributori si sono riuniti intorno al Cartello di Cali, permettendo la rinascita di un potere di vendita e contrattazione dei trafficanti nazionali rispetto ai messicani e agli statunitensi.
Tutto ciò ha provocato l’evoluzione generale dell’economia della Valle del Cauca, la splendida regione colombiana dal clima caldo – umido dove passa il fiume omonimo, verso un modello di narco – dipendenza in cui, in un modo o nell’altro, le attività e i soldi girano intorno e si relazionano tacitamente con il commercio degli stupefacenti. Tutti pagano un tributo, il commercio fiorisce ma è causa di disuguaglianze crescenti e la violenza diventa abitudine, si mastica e si assimila come una pasticca che inebria e lascia un retrogusto di tristi memorie e indifferenza sociale.
Una situazione paradigmatica in America Latina e simile, sotto molti punti di vista, a quella della città messicana di Tijuana, megalopoli di frontiera e gemella della vicina e ordinata San Diego (U.S.A.). E’ il confine geografico e mitico con il “primo mondo” che è diventato un crocevia di anime, degrado, contrabbandieri, di denaro della droga e della prostituzione riciclato da orde di teenagers statunitensi in cerca di emozioni proibite. Negli ultimi trent’anni, fattori come la disuguaglianza economica e delle opportunità, il massacrante lavoro nelle fabbriche di assemblaggio (le famose “maquiladoras”), la connivenza del potere politico e la dissoluzione del tessuto sociale, uniti alla crescita smisurata del commercio, non sempre lecito, hanno indotto e accentuato fenomeni riprovevoli quali gli oltre 600 omicidi di donne a Ciudad Juarez, il traffico di minori e la persecuzione armata dell’emigrazione lungo gli oltre 3000 km di confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Nel suo “piccolo”, un’altra frontiera molto più a sud che marca il confine tra il Messico e il Guatemala, ci riporta ad una realtà geografica e umana analoga e disperata: ancora un fiume da attraversare, i flussi del narcotraffico, gli assalti e, anche qui, la migrazione illegale. Il Messico tratta i migranti centroamericani anche peggio di quanto non facciano gli Stati Uniti con gli stessi messicani. Non è raro incontrare gruppi di guatemaltechi e salvadoregni stipati in centri di detenzione a Tapachula, nello stato messicano del Chiapas, i quali hanno dovuto patire le vessazioni e spoliazioni da parte delle sanguinarie bande della “Mara Salvatrucha” per poter attraversare la frontiera. A tal proposito rappresenta una fonte impedibile la lettura del romanzo, profondamente calato nella dimensione sociale, scritto dal messicano Ramirez Heredia dal titolo “La Mara”, che ha saputo tradurre in letteratura una verità difficile e ignorata che viene patita da migliaia di migranti in cerca del sogno “messicano”, semplice passaggio intermedio verso il più concreto ma sempre distante “sogno americano”.
Quelli che hanno potuto pagare o che sono riusciti da soli a passare senza essere fermati dai corpi della “MIGRA” (polizia di frontiera) messicana, aspettano un famigerato treno che, in teoria, li dovrebbe condurre più a nord, a Veracruz, nel Golfo del Messico, ma che, invece, li porta spesso nelle mani della stessa polizia appostata in attesa di mordidas, le mazzette pagate in dollari per poter passare, o ansiosa di catturare questi avventurieri disperati della speranza. Come se non bastasse, alcuni di loro cadono sotto il treno nel tentativo di saltar su e soffrono gravi mutilazioni che li costringono alla resa se non alla morte.
In definitiva, le condizioni della vita di frontiera, ai margini, si riproducono spesso, in tutte le sue tragiche modalità, anche nei grandi hub latinoamericani come Cali e la stessa Città del Messico, che costituiscono centri di smistamento e di attesa di ogni tipo di merce, tra le quali si contano drammaticamente anche le persone trasformate in oggetti: uomini e donne, bambini, rifugiati politici, abitanti di villaggi sfollati dalla guerriglia o dalla povertà e migranti in genere (o aspiranti a tale “status”) rappresentano i nuovi senza patria nei territori della frontiera globale del Messico e della Colombia.
Pubblicato sul Numero 101, 4.2007 della rivista “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”. QUI http://www.giannimina-latinoamerica.it/ -
Narcos e narcotraffico in Messico: dalle origini all’epoca del Presidente Felipe Calderón

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Nel 2007, il Presidente del Messico, Felipe Calderón (del conservatore PAN, Partido Accion Nacional), stabilì come priorità per il suo Governo la lotta al crimine organizzato su cui sarebbero ricaduti “tutto il peso e la forza dello Stato”. L’ambizione presidenziale era quella di poter ridurre significativamente i cosiddetti delitti contro la salute, cioè, fuori dalla terminologia giuridica, le attività di spaccio e commercio di sostanze stupefacenti illegali, soprattutto cocaina, droghe sintetiche e marijuana.
Storicamente il fenomeno del narcotraffico cominciò ad apparire nel Messico del boom economico degli anni sessanta (periodo del desarrollo estabilizador) e settanta (periodo del desarrollo compartido) nel contesto di una relazione perversa e occulta con lo Stato. Grazie alle risorse generate dall’industria petrolifera e dalla crescita economica oltre che al sistema di governo autoritario centrato sul PRI come partito egemonico a tutti i livelli, il potere politico riuscì a imporre certe regole di condotta che vietavano al crimine organizzato la partecipazione nella gestione politica, proibivano l’introduzione massiccia di droghe nel mercato interno mentre tolleravano l’esportazione e, infine, esigevano una certa obbedienza alla volontà statale.
Negli ultimi 10 anni, l’indebolimento dello Stato, l’alternanza nel potere politico e la crescente, anche se non completa, democratizzazione delle istituzioni a livello nazionale e regionale hanno condotto alla rottura delle precedenti reti fiduciarie tra la politica e il mondo del narco. In un sistema federale come quello messicano, il progressivo aumento delle competenze dei governatori locali, eletti direttamente dai cittadini in ogni singolo stato, ha favorito l’ulteriore frammentazione dei livelli di gestione della relazione con il crimine organizzato che ha spinto verso l’incremento del consumo locale e la violenza come metodo di intimidazione contro la popolazione, le forze dell’ordine e i politici non graditi.
Ad ingigantire il potere strategico, già alto per la vicinanza agli USA, dei cartelli del narcotraffico messicano è stata anche la lenta ma costante ritirata dei loro omologhi colombiani che, dopo la morte di Pablo Escobar e la dissoluzione del potente cartello di Medellin nel 1993, hanno perso il monopolio della distribuzione verso il mercato statunitense, il più grande del mondo per tanti prodotti tra cui gli stupefacenti. Inoltre, il controverso Plan Colombia, implementato nel 2000 dall’allora Presidente colombiano Andres Pastrana. Questo piano è stato poi ripreso, insieme ad altre durissime e costose operazioni militari, spesso alternate e confuse con l’antiguerriglia, anche dall’attuale Capo di Stato Alvaro Uribe ed ha comportato un impegno economico, tecnico e militare diretto degli Stati Uniti in Colombia che ha costretto alla difensiva i signori della droga anche se non ha fermato la violenza e il commercio illecito.
Sul fronte messicano, per combattere il narcotraffico il Presidente ha ordinato un anno fa il dispiegamento di quasi 30mila soldati inizialmente nel suo Stato natio, il Michoacan, e poi in altri 7 stati dominati dai cartelli della droga, soprattutto nel nord del paese. Poi in realtà gli uomini inviati nei territori dell’operazione sono stati circa 10mila e la loro distribuzione è risultata abbastanza arbitraria e ha generato risultati tuttora in discussione ed evoluzione. Le politiche di controllo della domanda e del consumo nazionale, le ipotesi di liberalizzazione parziale oppure la sensibilizzazione dei think tanks e dei decisori statunitensi sul medesimo tema sono tutti elementi poco considerati e troppo spesso rinviati indefinitamente dalla classe politica e dalla stessa società civile (e non solo in Messico…).
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Ed è proprio in questa carenza che sta il nucleo del problema: s’è adottata una strategia aggressiva basata sull’induzione del terrore nella gente via spot radiofonici e TV e sull’estirpazione dell’offerta attraverso l’intervento militare massiccio, maggiori controlli doganali e distruzione di coltivazioni come in Colombia. Il risultato è che s’è demonizzato il narco come fosse un nemico esterno alla società, un cancro che nulla a che vedere, per esempio, con il “buon messicano” padre di famiglia o con lo studente, target principali del bombardamento mediatico in corso, e s’è ignorato il lato importantissimo del consumo interno e delle politiche per ridurre la domanda anche negli USA. Dagli anni ottanta, quando Ronald Reagan dichiarò guerra alle droghe nel suo paese (e nel resto del mondo), l’azione repressiva è stata rivolta quasi solo contro l’offerta nei paesi produttori tra cui spiccavano la Colombia, il Messico, il Perù e la Bolivia. Questa prospettiva, osteggiata da una parte del mondo accademico e dagli anti-proibizionisti, implicava una sorta di diritto naturale d’ingerenza negli affari interni di numerosi paesi latinoamericani da parte della potenza del nord tramite l’imposizione di finanziamenti discrezionali, somministrazione di “assistenza tecnica”, istruzione e presenza effettiva di tipo militare. Perciò, mentre cadeva il muro di Berlino e la URSS collassava, la lotta alle droghe stava diventando uno dei nuovi pilastri che, insieme alla migrazione e al terrorismo, avrebbero sostituito il “pericolo comunista” e legittimato discorsi e azioni degli USA negli anni a venire.
Ora, un po’ più a sud al di là del Rio Bravo, dopo un sessennio perduto in cui l’ex Presidente Vicente Fox ha lasciato mano libera alla delinquenza, i costi delle principali droghe sono diminuiti drasticamente nel mercato interno e le esportazioni verso gli USA sono cresciute. Oggi un grammo di cocaina costa solamente 2 dollari in Colombia e 7,8 in Messico mentre la marijuana costa rispettivamente 80 e 40 centesimi di dollaro per ogni 10 grammi. Secondo uno studio della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, il business totale legato al narcotraffico coinvolge circa 250mila persone e raggiunge la cifra di 15 miliardi di dollari ai quali possono sommarsi ragionevolmente i 9 miliardi di dollari prodotti dal traffico di armi e controllati in gran parte dagli stessi cartelli della droga. E’ chiaro che le dimensioni mastodontiche di questo giro d’affari sono l’aspetto evidente e quantitativo di un sottofondo culturale più nascosto, complesso e qualitativo che è fatto di proibizionismo, bigottismo, compartecipazione ai guadagni e connivenza da parte del potere, difficili scelte di vita della gente comune e di gruppi criminali che sono “Stati nello Stato”.
In risposta a tutto ciò, s’è deciso di militarizzare il conflitto e seguire, così, il tipo di lotta promosso, senza grandi risultati, da Reagan oltre vent’anni fa e dal colombiano Uribe ancora oggi. L’iniziativa del presidente messicano, denominata inizialmente “Operativo Michoacan”, ha portato a risultati discutibili sul piano pratico anche se la propaganda ufficiale s’è sforzata di giustificarla e di promuoverne gli eventuali vantaggi per la società intera: quello che importa è l’aspetto quantitativo e le cifre da sfoggiare sul sequestro della droga e gli arresti mentre non interessa molto se i processi non si concludono e se i politici coinvolti non hanno sanzioni. Per esempio, si diffondono abbondantemente i dati incoraggianti sulle oltre 50 tonnellate di cocaina sottratte al mercato e ai circa 100 capi mafiosi estradati negli USA ma si tralasciano gli aumenti nei consumi interni e il record di 2360 esecuzioni (500 in più rispetto al 2006) registrate nell’ultimo anno e che sono legate, in gran parte, al narcotraffico e alla diffusione illegale delle armi da fuoco .

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Un altro elemento da considerare è la dissoluzione progressiva delle reti sociali comunitarie e degli usi e costumi (sociali, giuridici e politici) dei villaggi rurali che vengono intimiditi dalla presenza militare e osteggiati nello svolgimento naturale delle loro pratiche abituali con il fine d’imporre unilateralmente lo Stato di diritto e la legge ordinaria a scapito delle tradizioni. La caccia alle streghe lanciata contro qualunque cosa che odori di “protesta sociale” o, sull’altro fronte, di narco, così come l’incarcerazione indiscriminata (tanto per far numero) hanno condotto a una serie di abusi correlati e discriminazioni sofferte dalle mogli, dai figli e, in generale, dalle famiglie e comunità dei presunti colpevoli di delitti contro la salute oppure, ed è il caso di Atenco e Oaxaca nel 2006 , dei simpatizzanti dei movimenti sociali i quali subiscono gli eccessi di un sistema basato sulla cultura giuridica della “presunzione di colpevolezza” . In questo modo il discorso di George Bush sulla “sicurezza nazionale statunitense” si trasforma, in Messico, nella retorica anti-narco e anti-dissenso sociale mascherata dagli slogan della lotta al terrorismo, includendo in questa definizione un gran numero di fattispecie interpretabili con una flessibilità giuridica piuttosto pericolosa che non garantisce i diritti del cittadino .
In mezzo a mille polemiche, nell’ottobre scorso è stata infine suggellata la strategia governativa grazie all’approvazione di un aiuto straordinario, incluso nel cosiddetto Plan Merida, di 1,4 miliardi di dollari per 4 anni da parte del Parlamento USA affinché il Messico compri, da imprese statunitensi, materiali bellici, mezzi di trasporto e attrezzature varie per la lotta contro i narcos e riceva, altresì, assistenza tecnica per il loro impiego. Il sospetto, non ingiustificato, di una parte della società messicana è che l’intervento, seppur indiretto, di un paese straniero come gli Stati Uniti, così interessato al destino della cocaina in transito nel Messico ma così poco attento, per esempio, alle esigenze dei suoi migranti, possa costituire una parziale restrizione alla sovranità nazionale nel momento in cui gli aiuti finanziari e tecnici vengano subordinati all’adozione di politiche interne prestabilite oppure all’ingresso di personale militare straniero. Calderon ha garantito che non avverrà nulla di quanto vaticinato dall’opposizione ma i dubbi restano tra chi ha ribattezzato il Plan Merida con il nome di Plan Mexico, in analogia con il più contestato e ormai decennale Plan Colombia . Nonostante gli sforzi fatti e alcuni risultati, quantitativamente significativi, i sette cartelli che operano nel paese hanno intensificato le loro reazioni e i loro avvertimenti perpetrando omicidi e decapitazioni intimidatorie tanto di agenti delle forze dell’ordine come di giornalisti e membri di bande rivali in quasi tutte le 30 entità statali (sulle 32 del Messico) in cui sono presenti.

Rimangono le incertezze rispetto all’evoluzione futura del conflitto interno che il paese vive silenziosamente da decenni e che è esploso rumorosamente alla fine del governo Fox: l’applicazione dal 2008 degli aiuti USA con il Plan Merida, il rispetto dei diritti umani, la situazione delle carceri, il ruolo dell’esercito nella sicurezza interna, le connessioni narco – politica, la riforma della giustizia (approvata pochi giorni fa dalla Camera) e l’auspicabile formulazione di proposte integrali e incrociate USA – Messico e domanda – offerta per inquadrare il problema in modo coerente e rispettoso delle differenti esigenze nazionali.
Siti di riferimento:
Lista dei carteli messicani: Cartel de Tijuana dei fratelli Arellano Felix, Cartel de Colima degli Amezcua Contreras, il Cartel de Juarez fondato da Amado Carrello Fuentes, il Cartel de Sinaloa del Chapo Guzman e del Guero Palma, il Cartel del Golfo, quello di Oaxaca e quello del Millennio dei Valencia. Da : http://www.cronica.com.mx/nota.php?id_nota=218320
http://www.carmillaonline.com/archives/2007/12/002485.html#002485 e El almanaque mexicano 2008 di Sergio Agauyo Quezada, p. 167.
http://www.viaggiareliberi.it/oaxacasituazionepolitica.htm
Sulla discriminazione delle famiglie dei narcos e presunti tali, il libro di Corina Giacomello, “Rompiendo la zona del silenzio”,
http://www.jornada.unam.mx/2007/08/26/index.php?section=cultura&article=a08n1cul
http://www.jornada.unam.mx/2007/05/12/index.php?section=opinion&article=019a1pol
http://www.jornada.unam.mx/ultimas/2007/10/23/soberania-nacional-garantizada-frente-a-iniciativa-merida-asegura-segob
Leggilo anche su: http://www.emigrazione-notizie.org/articles.asp?id=267 e
http://www.forumdemocratico.org.br/?Page=View&ID=1547
http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002500.html -
Che lavoro farò da grande. Giornalista o cantante di musica popolare? Incursione nel Messico della violenza diffusa

Il funerale del cantante messicano Sergio Gomez, volto noto del gruppo K-Paz de la Sierra , tenutosi il 9 dicembre scorso a Indianapolis, si unisce agli oltre 2600 celebrati negli ultimi 12 mesi per seppellire le vittime di morti violente in un Messico, la maggior parte per motivi legati al narcotraffico. Il 97% di questi delitti è rimasto impunito e non sembra che si possano intravedere delle luci in fondo al tunnel d’impunità e lentezza in cui sono incagliati le procure nazionali, quelle statali e gli organi di giustizia in generale . Purtroppo i dati che testimoniano la violenza estrema della società e i casi irrisolti rappresentano una caratteristica ormai comune a tutti i paesi dell’area latinoamericana, specialmente El Salvador, Honduras e Colombia dove, per citare un esempio drammatico, basta considerare una sola città, Cali, per avere lo stesso numero di omicidi che registra tutto il Messico, circa 2400 solo nel corso del 2007 .

Nell’ultima settimana, sono stati tre gli artisti messicani uccisi da scariche di pallottole e, per il momento, sembrano ignoti i moventi precisi degli omicidi. Josè Luis Equino, trombettista del gruppo “Los Conde”, è stato trovato morto in un fiume dello Stato di Oaxaca; Zayda Peña, cantante della banda “Zayda y Los Culpables”, è stata raggiunta da colpi di pistola in un motel di Matamoros e poi finita mentre era all’ospedale; infine, Sergio Gomez, il più famoso a livello nazionale e negli Stati Uniti, è stato sequestrato da alcuni uomini armati che l’hanno torturato e ucciso nello stato di Michoacan, nel centro del paese. L’anno scorso morì un altro idolo delle masse, Valentin Elizalde, alias El Gallo de Oro, che venne raggiunto insieme al suo manager da un gruppo di sicari dopo un concerto a Renosa, città di frontiera con gli Stati Uniti. Tornando ancora un po’ più indietro, nel 1995, un’altra morte per molti versi oscura ha fatto entrare nel mito la cantante di cumbia – pop Selena, vittima in Texas della ex – presidentessa del suo stesso fan club, probabilmente per motivi passionali.
La ondata di violenza che sta colpendo il mondo dei gruppi messicani ha suscitato numerosi commenti ed ipotesi circa le possibili implicazioni dei loro membri in affari illeciti collegati, più o meno direttamente, ai potenti cartelli del narcotraffico che, come la maggior parte di questi artisti, hanno le loro radici e il loro pubblico nel nord del Messico. Si dà adito all’idea semplificatrice che dietro agli omicidi di questi personaggi pubblici, amati e seguiti dalla gente, ci siano i sicari dei narcotrafficanti che vogliono offrire punizioni esemplari ribadendo che “non esiste immunità” possibile per le loro vendette nemmeno per i cantanti.

Nonostante in alcuni casi possa essere esistita una qualche connessione tra la scena musicale popolare e il mondo del narco, è probabile che i motivi di questa violenza “normalizzata” siano più profondi e radicati nella stessa società, nei suoi costumi e nella diffusione di modelli comportamentali basati sulla violenza, il machismo, le armi, la cultura dell’eccesso, dell’alcol e, infine, dell’impunità quasi sicura. Sono gli stessi motivi che lasciano presupporre una responsabilità importante da parte delle istituzioni politiche e giudiziarie nel costante proliferare delle mattanze di donne a Ciudad Juarez e nella relativa tolleranza che si concede agli uomini rei di delitti contro le loro stesse mogli, figlie e vicine, in un ambiente dominato dalla corruzione e la connivenza delle autorità con i boss mafiosi della regione .
Un altro fattore che supporta questa tesi è l’eterogeneità delle vittime che sembrano avere in comune la professione di musicisti ma che non conformano un movimento musicale e culturale compatto, anzi, si distinguono nettamente tra di loro tanto per il successo che ottengono quanto per il genere di cui sono i portatori. Infatti, è necessario distinguere tra il genere del “corrido” o “narco-corrido”, che sviluppa temi legati all’illegalità e al mondo del traffico di droga, dalla musica grupera in generale, la quale canta temi festaioli e d’amore invitando al ballo di coppia con il tipico movimento detto paso duranguense. A questo ambiente, in particolare, appartengono le vittime degli omicidi “eccellenti” degli ultimi mesi e sembra che non vi fossero relazioni né tra di loro né con alcun gruppo di narcotrafficanti o mafiosi.

L’allarmismo creato da alcuni mezzi di stampa e televisione ha portato alla cancellazione di concerti e ha accresciuto il mito della maledizione delle band messicane che, invece, costituiscono semplicemente un bersaglio facile e riconoscibile, come altri (ad esempio i giornalisti), di una violenza diffusa capace di esplodere dovunque vi siano grilletti facili, fiumi d’alcol, omertà, conflitti repressi e assenza istituzionale. Como citavo poco sopra, anche quella del giornalista sembra essere una professione a rischio in Messico e, in questo caso, è stata riscontrata una responsabilità diretta dei cartelli del narcotraffico: dal 2000 al 2007 l’ONG Giornalisti senza Frontiere ha contato 24 omicidi di giornalisti, quasi sempre immischiati in ricerche sul mondo della droga, e ha collocato il Messico al secondo posto per pericolosità nell’esercizio di questa professione dopo l’Iraq.
Link di riferimento:
* http://www.eluniversal.com.mx/notas/466722.html
http://www.globalproject.info/art-13658.html
http://www.cali.gov.co/modules.php?modload&name=Corporativo&file=index&id=1761
http://onda-grupera.com/articles/patrulla-81-cancela-presentaciones.html *
Leggilo anche su:
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=9545










Riporto la lettera diffusa ai mezzi d’informazione da parte degli studenti della UNAM, in particolare dagli studenti del Post Laurea in Studi Latinoamericani che sono stati demonizzati dalla stampa nazionale, non solo quella sensazionalista, insieme a tutti i colleghi e amici della Facoltà di Filosofia e Lettere come fossero loro stessi dei gurriglieri.


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