Inicio

  • Video Port au Prince, Haiti (3). Cattedrale a pezzi e il ritiro americano (?)


    L’arcivescono di Porto Principe è morto sotto le macerie della cattedrale capitalina il 12 gennaio, giorno del terremoto che ha cambiato la storia di Haiti. Fino a pochi giorni fa c’erano ad Haiti qualche migliaio di soldati dell’ONU – MINUSTAH (della forza di controllo presente qui dal 2004 in realtà, quando il presidente Aristide venne cacciato dal paese e vi fu un vero e proprio colpo di Stato) accompagnati da ben 22mila militari americani giunti a pioggia dopo il sisma e dislocati nell’aeroporto e nei campi di accoglienza degli sfollati senza tetto in tutta la città. La minaccia di un’occupazione militare che possa stabilire una specie di protettorato sembra una possibilità concreta in un paese che ha perso la maggior parte dei deboli apparati statali e ha visto la distruzione fisica dei ministeri e del palazzo del governo.
    Mercoledì 24 febbraio il presidente francese Nicolas Sarkozy verrà in visita a Port au Prince e sorvolerà la città in elicottero con il presidente haitiano Preval per osservare le zone distrutte dal terremoto e probabilmente verrà annunciato l’ammontare di un’aiuto economico significativo. La Francia non vuole restare indietro negli affari legati alla sua ex-colonia e allo stesso tempo desidera limitare l’ingerenza americana e brasiliana nel paese. Lo stesso ministro degli esteri brasiliano, Celso Amorim, ha dichiarato che auspica la continuazione della missione ONU che è capeggiata dal Brasile e il ritiro di tutte le altre forze militari straniere quando l’emergenza sarà rientrata. La visita di Sarkozy è la prima di un mandatario francese dal 1804, anno dell’indipendenza di Haiti dalla Francia.
    Ciononostante questa settimana è arrivato l’annuncio del ritiro di 9mila uomini che porterà la presenza USA a 13mila unità “solamente”. Pur restando comunque la principale autorità presente ad Haiti, l’esercito USA ha ridimensionato il suo impegno. Ad ogni modo il presidente haitiano Renè Preval è vicino all’establishment che propiziò la fuga ed esilio di Aristide nel 2004 ed è anche bene accetto alla diplomazia nordamericana. Governa da una tendopoli e con poche forze un popolo orgoglioso ma anche dipendente dagli aiuti in questo momento (e spesso nella sua storia) con una elite che preferisce il cosiddetto “imperialismo su invito” alla lotta nazionale per lo sviluppo e l’equità. In questi giorni di crisi estrema (ma forse anche durante un’annata normale) non si trovano prodotti haitiani, tutto viene da fuori, dagli USA e dalla Repubblica Dominicana, nulla apporta alla ricchezza nazionale salvo le rimesse dei connazionali all’estero da cui milioni di cittadini dipendono. Quindi può anche darsi che gli USA preferiscano alleggerire i costi della missione una volta che si siano consolidati i meccanismi di distribuzione degli aiuti e i piani di ricostruzione per poi continuare ad avere un controllo light ma pur sempre efficace sul governo haitiano e sulle risorse minerarie, includendo anche il petrolio, che sembrano abbondare nei mari e nei territori haitiani.
    Dopo il giorno di lutto con stop di tutte le attività decretato per il 12 febbraio e il martedì grasso di vacanza il paese sembra pronto a riprendere le attivita: le scuole non danneggiate dal terremoto hanno ripreso le attività regolarmente, anche se si segnala un alto tasso di diserzione; a Port au Prince 4000 istituti educativi sono stati danneggiati o distrutti quindi la ripresa non è ancora possibile e si attendono le scuole mobili (la repubblica Dominicana per esempio ne ha donate 15 da 40 posti a sedere l’una che saranno operative in alcune città di frontiera); l’aeroporto Toussaine-Louverture, dopo oltre un mese di chiusura, dovrebbe riaprire il 19 febbraio ai voli commerciali di alcune compagnie come Air France, American Airlines e Air Canada. Ieri la Banca Interamericana per lo Sviluppo ha stimato in circa 14 miliardi di dollari i costi della ricostruzione e ha parlato di vari decenni di crescita prima che il paese possa recuperare il suo prodotto interno pre-terremoto.
    Vi raccomando ancora il sito per le DONAZIONI (che non vanno perdute nella burocrazia) in favore di Aumohd, l’associazione presso cui sto lavorando qui a Port au Prince, Haiti, e che offre servizi alla comunità e sta lavorando a vari progetti di cucina comunitaria e di pronto soccorso per la popolazione colpita dal sisma: http://prohaiti2010.blogspot.com/

  • Video Port au Prince, Haiti (2). In moto tra rovine e


    In questo video girato da una motocicletta che versa in uno stato pietoso ai limiti di una ragionevole e dovuta rottamazione che non arriverà mai, attraversiamo il centro della città di Port au prince, capitale di Haiti, a qusi un mese dal terremoto del 12 gennaio scorso che ha causato oltre 220mila vittime con una scossa di un minuto del 7,3 grado della scala Richter. Le strade sono piene di gente e il traffico è caotico. Tutti cercano qualcosa, vendono, parlano o semplicemente vagano in attesa della notte. La città è diventata un’immensa tendopoli da oltre un milione di “abitanti sfollati” che dormono negli accampamenti ufficiali (gestiti dal governo e protetti dall’esercito americano e dall’Onu) o in quelli autorganizzati in spazi pubblici e per le strade.
    L’infrastruttura cittadina dalle strade agli edifici pubblici e privati sembra essere stata colpita da settimane di bombardamenti. nel video passiamo vicino al mercato generale lungo la via Dessalines, una delle grosse arterie che conducono al vero e proprio centro, la zona in cui si trovavano il Palazzo presidenziale, sede del potere escutivo, e la cattedrale, entrambi distrutti dal sisma. Nel centro si trova anche il campo di rifugiati più grande del paese e la gente viene in questa zona per comprare a buon mercato i pochi prodotti e lo scatolame che si trovano: aglio, uova, pasta, acqua in bottiglia o in sacchettini e poc’altro. Le macerie e la spazzatura invadono tutte le strade e in alcune di queste si sente ancora la puzza moplto forte dei cadaveri rimasti sotto piani e piani di edifici crollati e non ancora esplorati e ripuliti (sono la maggior parte).
    La stagione delle piogge si avvicina e abbiamo già avuto un paio di anticipi questa settimana: le vie s’inondano dfi fango e i campi dei rifugiati diventano invivibili. La spazzatura dentro i campi e per la strada non viene portata via ma solo in parte smaltita dalla gente che fa ovunque dei falò per bruciare quel che si può. Gli aiuti della comunità internazionale arrivano ai campi più grandi ma non riescono a coprire tutte le necessità degli abitanti. Ad ogni modo l’intenzione degli americani è di non rendere stabili le strutture dei campi per poter procedere al più presto alla costruzione di fabbricati e case di legno più sicure. Non sembra che vi sia però un piano chiaro in tal senso e quindi la ricerca di tende coperte e teli di plastica resta una priorità per gli haitiani senxza una casa.
    Segnalo l’appello per le donazioni che servono davvero, cioè per poter dare qualcosa all’associazione che ci ospita qui a Porto principe che è haitiana e non è legata a nessun circuito internazionale ma è molto utile e presente a livello locale nel quartiere Delmas: http://prohaiti2010.blogspot.com/ I progetti a breve sono la riapertura con personale medico locale di un piccolo centro-clinica per le necessità di base della popolazione; una cucina comunitaria per circa 60 pasti caldi al giorno. Ogni euro conta !

  • Note di Diego Lucifreddi. Olio di gomito in guanto di velluto

    Note di Diego Lucifreddi. Olio di gomito in guanto di velluto

    Di tutte le cose che abbiamo portato dal Messico, una in particolare una stata una bella scelta. Siamo andati a scavare le macerie e i guanti di carnaza pagati 50 pesos sono risultati preziosi per non rovinare la nostre manine bianche.
    Il metre Evel Fanfan, avvocato che ha lasciato la carriera per seguire l’associazione per i diritti umani, ha in progetto di rimettere in piedi il centro medico della zona, ma prima bisogna sgombrare e pulire il luogo destinato – in realtà andrebbe bonificato ma adesso sembra troppo complicato – e quindi ci siamo armati di pale e siamo andati a iniziare l’opera.
    Arrivati sul posto nella peggiore ora per i lavori di fatica in un paese tropicale, il nostro ospite raduna gli abitanti del quartiere e gli spiega il suo progetto.
    Memore della lezione che un pompatissimo giornalista del Corriere della Sera gli aveva rifilato alcune sere prima, Evel spiega che bisogna prendere in mano il proprio destino, che se aspettano che qualcuno faccia qualcosa per loro stanno freschi e che lui è pronto a dirigere le operazioni per rimettere in moto il centro medico in virtù del fatto che ha contatti per ricevere medicinali, oltre a quelli che gli abbiamo portato noi, che non sono molti ma almeno per iniziare vanno bene.
    Devo anche aggiungere che le ultime cose che ho scritto potrebbero non essere vere, perché intendo a malapena il francese, mentre il creolo non so nemmeno dov’è di casa, però l’entusiasmo era quello e certe cose non c’è bisogno di capirle alla lettera.
    La gente della comunità tira fuori gli strumenti e le cariole, qualcuno si tappa la bocca con uno straccio e fanno incetta degli eleganti guanti (gli eleguanti) scamosciati gialli, a qualcuno un destro al compagno il sinistro, chi rimane senza avrà i guantini da chirurgo, poco efficaci, ma meglio di niente.
    Maneggiare la pala è difficile se non lo si sa fare, quindi preferiamo raccogliere le pietre più grandi e lanciarle alla nostra destra, dove si accumuleranno un’altra volta, ma almeno sarà un po’ più in là, e non sarà più qua.
    Il surrogato di cemento si sgretola facilmente mentre si scava, salta all’occhio che la casa costruita con quel materiale non avrebbe potuto resistere neanche al soffio del lupo cattivo, figuriamoci a più d’un minuto di shaker terrestre.
    Almeno una decina di persone lavorano, compresi due bambini che non si risparmiano affatto, tra gli sguardi dei passanti. Un paio di ragazzi si avvicinano a noi, les blanc, pensando che magari siamo agenti dell’Onu e americani generici e ci chiedono se abbiamo del lavoro da offrirgli.
    A parte che ne il personale Onu, ne i marines americani stanno per la strada a farsi il culo in un ora proibitiva per farselo, io gli dico che al massimo possono scavare con noi, ma gratis, d’altronde come tutti stanno facendo. Uno dei due ci casca, inizia un po’, poi capisce che la sua aspirazione nella vita era un’altra, e se ne va.
    In tre ore abbiamo finito, l’ultima ramazzata al cemento e tutto sembra pulito – il concetto di pulito va esteso all’infinito, così come quello di igiene – e il mio timore di trovare qualcosa che prima era vivo e ora non più sotto le macerie si è rivelato infondato. In cambio abbiamo quasi ricostruito un mazzo di carte, qualche scarpa, un paio di secchi, un’insegna su legno intagliato che riporta la scritta “famille” e basta.
    La seconda parte della giornata sarà dedicata alla ricerca dei famosi teloni da costruzione per coprire dalle intemperie la hall del nuovo centro.
    A proposito dei teloni, l’ambasciatore americano sul posto, a spiegato che non si stanno distribuendo le tende, perché poi magari alla gente piace vivere lì dentro e non si muovono più, potrebbero scambiarlo per un campeggio – come è successo in Abruzzo – e ritardare i lavori per una pronta ricostruzione. Quindi – parole dell’ambasciatore – si distribuiscono solo tapis, ma noi manco quelli abbiamo visto.
    Qui sembra di stare come nella seconda guerra mondiale, e infatti gli americani hanno mandato i soldati.

  • Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

    Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

    di Fabrizio Lorusso
    Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.
    Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.
    Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.
    In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.
    L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.
    Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.
    Continuo a segnalare  QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.
    A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):
    http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

  • Video Port au Prince, Haiti (1). Distruzione dello Stato, centro città e i ladri di bambini


    Come dicevamo nei diari e negli articoli pubblicati su questo blog,  su Selvas, su Carmilla, su LatinoamericaExpress e altri siti che ci aiutano nella diffusione delle notizie e i contributi da Port au prince, lo Stato haitiano è stato fisicamente distrutto e il presidente Renè Preval  governa da una tendopoli con i ministri sopravvissuti e la protezione dell’Onu e degli americani arrivati in massa sull’isola (circa 20mila soldati). In questo video Paul e Evel, due amici che ci stanno ospitando ed aiutando qui ad Haiti, mostrano a me e Diego la distruzione che ha messo in ginocchia la capitale del paese, Port au prince e il suo centro.
    Il palazzo nazionale e la cattedrale sono crollati così come i palazzi minesteriali e tantissimi uffici, abitazioni private e monumenti. L’80% delle costruzioni è stato danneggiato o distrutto, quindi la popolazione ha dovuto abbandonare le proprie case e andare a dormire per la strada e negli accampamenti. Anche in centro ne è stato allestito uno enorme che accoglie migliaia di persone.  Sembra la fine di una guerra ma forse è solo l’inizio, l’inizio degli sforzi per costruire un paese nuovo o per ricostruire la stessa cosa, sia a livello sociale che a livello architettonico. La città di Leogane, a una trentina di chilometri da Porto Principe, è stata invece rasa al suolo.
    Visto che spesso i media italiani seguono un caso che fa scalpore per prolungare la presenza di una notizia e in qualche modo cercano di trovare il “caso”, l’aspetto morboso o divertente, e così  generano un interesse indotto in un pubblico ammaliato e stanco di parlare di terremoti e morti, ecco che anch’io voglio citare la soluzione di un caso che “ha fatto sclapore” ma che è stato abbandonato. Si tratta di quello degli americani membri di un gruppo religioso che avevano cercato di portarsi via 33 bambini haitiani che secondo loro avrebbero avuto un destino migliore mentre invece molti avevano i loro genitori qua a Porto Principe, li stavano quindi rapendo. Sono stati fermati alla frontiera e arrestati ma l’altro giorno un giudice haitiano li ha stranamente liberati. Non capisco la decisione ma credo che 20mila soldati USA e 537 milioni di dollari di aiuti lanciati su Haiti possano essere una pista per capire le influenze della Corte. Spesso non serve nemmeno tanto, bastano pochi dollari per cambiare il destino di un prigioniero ad Haiti. Oggi ancor di più visto che lo Stato è più assente che mai.
    Appello per poter aiutare l’associazione in cui stiamo lavorando e che non ha altre risorse al momento (non iceve nulla nonostante i lodevoli sforzi della comunità internazionale…): http://prohaiti2010.blogspot.com/

  • Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

    Port au Prince e la notte di pioggia a un mese dal terremoto

    Ad Haiti non è ancora ufficialmente iniziata la stagione delle piogge, per fortuna manca ancora qualche mese come nel resto dei Caraibi, ma anche qui ci sono i mesi pazzi e alle 4 del mattino dell’11 febbraio, la capitale ha vissuto ore di disagio e paura per le piogge intense cadute durante alcune ore. Rispetto agli uragani che periodicamente sconvolgono il paese o alle piogge torrenziali di maggio e giugno quello dell’altra sera poteva considerarsi solo uno “sfogo temporalesco” notevole ma non eccessivo. Purtroppo anche un po’ d’acqua può far notizia.
    Circa un milione e duecentomila sfollati si sono infatti ritrovati ai bordi di fiumi di fango e detriti, con le loro tende e i giacigli invasi dall’acqua, secondo un copione che potrebbe ripetersi ogni giorno se nelle prossime settimane non verrà risolto il problema delle abitazioni. Gli accampamenti ufficiali e spontanei che sono stati allestiti nei parchi, nelle piazze e per le strade non sono pronti per drenare i flussi d’acqua piovana e quindi gli interventi previsti dalla comunità internazionale, dalle autorità e dagli stessi campi autogestiti dovranno presto cercare di risolvere questo problema.
    Ormai le cifre relative alle vittime hanno superato ogni stima iniziale e si parla di 220mila morti mentre dal punto di vista degli aiuti ricevuti i giornali locali (segnalo “Le Nouveliste”) riportano un altro dato allarmante fornito dal Bureau de coordination des affaires humanitaires (Ocha) che segnala che solo 50mila famiglie (cioè 272mila persone) hanno ottenuto “materiali d’emergenza” come tende e materassi. Per chi non ha un tetto proprio questi beni elementari si trasformano in preziose ancore di salvataggio e, sebbene non costituiscano una dimora stabile e dignitosa, sono pur sempre un appiglio utile e, direi, quasi un privilegio. Per questo motivo Evel Fanfan, il presidente dell’associazione (Aumohd) che ci ospita nel quartiere Delmas, ci aveva chiesto di portare tende e materiali da campeggio come le pile elettriche e i sacchi a pelo oltre alle sempre necessarie medicine. Anche qui nel parcheggio dove abbiamo piantato un paio di canadesi ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare protezione dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti, protette solamente da un telone di plastica, non venissero danneggiati.
    In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. Intanto però la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che siamo americani.
    L’ambasciatore ha anche risposto a una domanda di un giornalista haitiano su una questione poco nota: una percentuale (intorno al 3%) dei soldi raccolti negli USA viene incamerata come contributo direttamente dall’esercito americano anziché venire usata per l’acquisto di ulteriori beni per gli haitiani e a questo Mr. Merten ha affermato che per ora gli Stati Uniti hanno stanziato ufficialmente 537 milioni di dollari e che quindi si giustifica un piccolo prelievo sulla raccolta fondi. E’ vero che ogni paese gestisce le proprie missioni umanitarie in modi differenti però possiamo dire che i cittadini americani che hanno donato per Haiti lo stanno effettivamente facendo col 97% del loro denaro e con il restante 3% stanno anche pagando la missione dell’esercito, cosa che forse non era chiarissima e che può assimilarsi a una tassa nascosta. E’ stato anche annunciato un relativo allentamento delle norme migratorie riguardanti gli haitiani che si trovavano negli USA prima del 12 gennaio e che potranno rimanere legalmente nel paese per altri 18 mesi.
    Il 12 gennaio tutto il paese si ferma per ricordare le vittime del terremoto a un mese dalla catastrofe. Si pregherà dalle 7 del mattino alla sera tardi. Sarà un giorno di calma e di riflessione per cercare di intravedere la speranza, gli aiuti, la ricostruzione e il futuro.
    Continuo a segnalare QUESTO LINK . per le donazioni dato che sto lavorando con loro qui a Port au Prince e stanno cercando in varti modi di aiutare la popolazione del quartiere esclusa dalla solidarietà internazionale ufficiale.
    A questo link invece c’è un album fotografico sulla capitale haitiana che spero possa interessarvi e da cui si può attingere citando la fonte (!):
    http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

  • Diario da Haiti (3): il viaggio da Santo Domingo a Port au Prince

    Diario da Haiti (3): il viaggio da Santo Domingo a Port au Prince

    di Fabrizio Lorusso
    Centro106.jpgA quasi un mese dal disastroso terremoto di 7,3 gradi della scala Richter che ha colpito la capitale di Haiti, Port au Prince (o all’occorrenza Porto Principe), causando oltre 200mila morti e un milione di sfollati, il paese si trova in un costante stato d’emergenza ed è praticamente isolato dal resto del mondo dato che gli scali aerei e navali internazionali sono controllati dall’esercito americano, dalla Minustah (United Nations Stabilization Mission in Haiti) e dai contingenti militari inviati da tutto il mondo. Quindi per raggiungere Port au Prince, si deve passare dalla vicina Repubblica Dominicana. Partiamo in due da Città del Messico a Santo Domingo in aereo e poi da lì via terra si dovrà attraversare tutta l’isola da est a ovest lungo una strada precaria e trafficata, l’unica. Al nostro arrivo a Santo Domingo ci accoglie Narciso, un anziano giornalista e uomo politico dominicano, militante del Partito Comunista, combattente durante la rivoluzione dominicana del 1965 e nella resistenza contro l’invasione statunitense fu più volte esiliato a partire dall’inizio degli anni sessanta da quando lottava contro la tirannia del dittatore Rafael Leonidas Trujillo.

    A Santo Domingo
    Narciso è un idealista generoso e combattivo che non esita a offrirci la sua ospitalità e i suoi scritti praticamente senza nemmeno conoscerci e decide di pagar lui un hotel nella zona coloniale della capitale dominicana solo per il fatto che stiamo andando ad Haiti per provare a dare una mano. Al check in della Copa Air in Messico constatiamo il raggiungimento del limite massimo di peso consentito, 46 kg a testa in totale: siamo strapieni di medicinali, tende, filtri per l’acqua, vitamine, bottiglie d’alcol, apparecchi vari come cellulari, macchine digitali e batterie, guanti da lavoro e perfino cancelleria, tutti beni che non si trovano ad Haiti oppure sono carissimi.
    Verso sera io e Diego, il mio compagno d’avventure, restiamo soli con l’albergatore e questi, cercando di creare una maldestra complicità, ci spiega ridacchiando che Narciso è una “specie di comunista” e che sta sempre contro tutti i governi e che purtroppo, insomma, è stato sempre osteggiato perché non scende mai a patti e aderisce ai circoli di attivisti bolivariani promossi dal presidente venezuelano Hugo Chavez. Il nostro non ha cattive intenzioni ma si accorge subito che forse è stato un po’ troppo spontaneo con due sconosciuti e quindi sente il dovere di una rettifica “beh, però è una gran persona oltre ad essere un cliente fisso!”. Notte, zanzare, pensieri. Sappiamo che dobbiamo prepararci a guardare in faccia persone che hanno perso tutto, che non hanno più una casa, una famiglia, un lavoro né uno Stato di riferimento dato che quasi tutti i ministeri e gli uffici pubblici sono crollati e il presidente Rene Preval prova a “gestire la cosa pubblica” tramite dei messaggi televisivi serali trasmessi da una tendopoli che è protetta dai mezzi blindati USA, dalla polizia locale e dai caschi blu dell’ONU. Gli autobus per Porto Principe partono uno dietro l’altro non appena si riempiono di persone da una stazione relativamente moderna dove bisogna fare la fila dal mattino presto per sperare d’ottenere l’agognato biglietto.Centro129.jpg La calca dentro e fuori dall’ufficio vendite è impressionante e i più agguerriti sono i gruppi di haitiani che confondono gli agenti della sicurezza usando un mix linguistico franco-creolo-spagnolo davvero ammirevole mentre io cerco di inserirmi in una curiosa fila circolare che degenera in bolgia ogni quattro minuti. Il Caribe Bus è per i ricchi: quaranta dollari USA di viaggio più altri trenta per tasse alla frontiera, varie ed eventuali. Verso le 9 salutiamo Narciso che ci ha pazientemente accompagnato anche in questa occasione e montiamo sull’autobus coi posti da conquistare e la fame già sedata da alcune tortine burrose consumate in caffetteria.
    Storia e razzismo
    Da oltre duecento anni due stati decidono le sorti dell’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che poi si chiamò La Hispaniola. La Repubblica Dominicana è un paese ispanofono più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una certa stabilità politica. Nel secolo XIX il paese più potente e fiero era invece Haiti mentre oggi, forzando un po’ una comparazione valida per molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana arriva a rappresentare quello che sono la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè dei paesi confinanti e prosperi verso cui emigrare, con più lavoro e migliori stipendi ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” (nera in questo caso) rispetto all’identità nazionale predominante (per esempio meticcia, europea o WASP). Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Frasi spesso ripetute anche in casa nostra, mi pare. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere paura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina o la fobia del terromoto? Attenzione, dico io, noi veniamo dal Messico, culla della vendetta di Montezuma e del virus A H1N1, non avete paura?
    Risentimenti
    Per opera della stampa, del discorso politico, dell’ideologia nazionale e dei libri di storia di stampo revanscista è ancora vivissimo il ricordo della “vergognosa” conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, quarant’anni dopo Haiti, la quale seppe invece lottare e vincere contro la Francia di Napoleone già nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA e la primissima che abolì la schiavitù e volle sposare i principi della Rivoluzione francese. Dal canto loro gli haitiani hanno di che lamentarsi dei vicini dominicani che nel 1937, durante la lunghissima dittatura (1930 – 1961) del generale Trujillo e per ordine di quest’ultimo, si sono resi protagonisti di un vero e proprio olocausto, una persecuzione di haitiani che fece oltre 20mila vittime con il tragico pretesto di “ripulire la frontiera e la razza”.
    Frontiera e polvere
    La frontiera di Jimanì è un caos totale che ci fa perdere ore e ore in mezzo alla polvere delle strade sterrate e agli autobus parcheggiati col motore acceso in transito verso Porto Principe. Alcuni chilometri prima abbiamo superato i convogli e le ruspe dell’esercito italiano che stazionavano in alcune spianate ai bordi della strada principale, probabilmente in attesa di ripartire di notte per non creare ingorghi apocalittici ed evitare il caldo, e che pare abbiano dovuto fare un giro assurdo per i mari dei pirati prima di poter approdare nelle acque dominicane e proseguire via terra. Un po’ come noi insomma, ma forse meno motivati. Verso sera il traffico nei pressi della congestionata capitale haitiana completa l’opera e un viaggio di 6 ore teoriche si allunga fino a quasi 12 ore totali. Gli ultimi 30 chilometri prima dell’arrivo sono solo un’anteprima rispetto a quanto vedremo in città: un brulicare di gente per strada comprando, vendendo, cercando, trasportando e parlando; file di tende, materassi, coperte e dimore improvvisate sul ciglio della strada e sui marciapiedi distrutti, case crollate con oggetti, elettrodomestici e utensili che emergono dalla polvere come testimonianza di una vita che non c’è più, sparita nel nulla sotto le macerie o dispersa in una strada qualunque della metropoli senza legge. O meglio, senza Stato, che forse a volte è meglio se si riattivano le forme di vita comunitaria e autonoma ma non mi spingerei oltre. Qui la situazione è un’altra.
    Port au Prince
    Quando Evel e il suo amico poliglotta Paulo ci vengono a prendere in jeep alla stazione degli autobus è ormai notte ma la città continua a restare sveglia e a muoversi in cerca di cibo, acqua, giacigli, aiuti. L’odore acre e intenso che entra dai finestrini è la morte, ci dicono. E’ la puzza dei cadaveri che ancora sono sotto le macerie e non si possono portare via perché non ci sono le ruspe e nessuno osa più addentrarsi nel cemento in frantumi. O forse è l’umore dei vivi che richiama i soccorritori sempre più scoraggiati ma con un filo di speranza, com’è successo oggi con il ritrovamento di un uomo ancora vivo dopo tre settimane di vita negli inferi. Centro005.jpgI nostri anfitrioni ci raccontano i primi momenti drammatici in cui sono riusciti a scampare il pericolo per pura fortuna e la fase seguente di normalizzazione che in realtà continua tuttora e andrà avanti per mesi, dato che la cultura della sopravvivenza a Porto Principe coincide con quella dell’emergenza permanente, basti pensare che meno di due anni fa furono gli uragani a sconvolgere la nazione più povera dell’emisfero occidentale. Le strade asfaltate sono solo quelle grandi e transitate, le arterie principali dell’ingarbugliato tessuto urbano. Invece le altre vie languiscono ai margini della tanto sognata e discussa modernità, prive di luce e servizi, incomplete e bucate a causa della corruzione politica che colloca il paese agli ultimi posti di tutte le classifiche stilate in materia e che da sempre ha mangiato le sue risorse e defraudato la sua gente come quando, per esempio, il figlio del dittatore François Duvalier, Jean-Claude, detto Baby Doc, che governò tirannicamente Haiti, la rovinò economicamente e poi fu accolto a Parigi in un esilio dorato nel 1986.
    L’Aumohd
    Arrivati. Evel Fanfan, l’amico haitiano che ci ha permesso di venire qui e che ci ospiterà nelle strutture della sua associazione, è il presidente dell’Aumohd, un gruppo locale di avvocati per la difesa dei diritti umani che spesso hanno dovuto conciliare le loro attività in campo giuridico con i compiti umanitari e di protezione della popolazione del quartiere in seguito a terremoti e uragani. Sfruttando la loro esperienza nel lavoro in favore delle persone condannate ingiustamente e gli abitanti dei quartieri disagiati, gli avvocati e i collaboratori dell’Aumohd stanno cercando sia di riprendere in parte le loro attività “ordinarie” sia di aiutare la gente del quartiere Delmas, la zona della periferia cittadina in cui ci troviamo, con dei progetti di cucina comunitaria, con la distribuzione di medicine, la fornitura di servizi di base come Internet ed elettricità per ricaricare i telefonini oltre alla ricerca dei famosi aiuti internazionali che ancora non hanno lambito né questo gruppo né la maggior parte della popolazione di Delmas che dorme per la strada e negli accampamenti. In questo senso stiamo promuovendo una raccolta fondi mirata a supplire la mancanza attuale di altre fonti di reddito per i membri dell’associazione e della comunità del quartiere che possono avere un impatto molto più diretto: vi invito a sottoscrivere QUI.
    Il Diario continua…
    Foto da Haiti: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

  • Note di Diego Lucifreddi. Quando un telo ti cambia la vita, ad Haiti

    Note di Diego Lucifreddi. Quando un telo ti cambia la vita, ad Haiti

    di Diego Lucifreddi, da Port au Prince

    Soprattutto le donne camminano per strada caricando pesi sulla testa. Non solo cose pesanti, ho visto una ragazza portare in equilibrio il piatto da cui stava mangiando.
    A distanza di un mese la gente continua a avere paura di una replica del terremoto.
    La casa del nostro ospite è crollata, ma per fortuna l’ufficio è ancora in piedi, e infatti ci siamo sistemati qui. Evel ci ha assicurato che l’edificio è apposto, glielo ha detto un ingegnere, e che possiamo accomodarci con tranquillità dove vogliamo, stanno magari attenti che le cose là fuori non stiano tremando.
    Lui comunque dorme all’aperto, prima su un materasso sistemato per terra, adesso in una delle tende che gli abbiamo portato.
    Con 4 teloni di plastica blu, di quelli che noi chiamiamo da campeggio, ha involto il cortile che adesso ospita 6 persone, e tutti quelli che vengono occasionalmente durante la giornata.
    Anche la cyberpostazione è sotto il tendone composta da un tavolo, due stampanti varie laptop dal vintage all’ultra moderno e una piccola tv, dove domenica scorsa sono riuscito a vedere la partita della Roma. Il sistema è alimentato da un generatore a benzina rumoroso e puzzolente e collegato per mezzo di un accrocco di cavi e trasformatori in cui scorazzano lucertoloni e topolini.
    Siamo addirittura collegati a internet, un po’ alternativamente.
    E tutto questo sotto e grazie ai teloni che proteggono dal sole, dalla notte e soprattutto, se fissati per bene, evitano che anomali temporali tropicali si portino tutto via.
    È così efficace che lo useranno anche per la sala di accoglienza del prossimo centro medico che l’associazione vuole riattivare nel quartiere,
    Il tapis quindi è diventato proprio un materiale da costruzione: leggero, adattabile, colorato, forse ecosostenibile ma non certo economico, infatti l’inflazione “sciacalla”, quella che fa alzare i prezzi in occasione delle sciagure, su questo bene necessario ha colpito del 50%.
    Oggi una signora che forse mi ha visto bianco, mi ha chiesto perché non gliene regalavo un paio di metri.

  • Note di viaggio di Diego Lucifreddi…fino a Port au Prince

    Note di viaggio di Diego Lucifreddi…fino a Port au Prince

    di Diego Lucifreddi
    Il pullman del Caribe Tour supera i mezzi dell’esercito italiano accostati sulla destra che aspettano la notte per raggiungere la zona del disastro. I tir e le scavatrici sbarcati a Santo Domingo perché Haiti non ha un porto adatto, devono attraversare l’isola, ma non possono muoversi efficacemente a causa della strada stretta e sterrata, emblema dei rapporti difficili trai due stati.
    Arrivando alla frontiera tra la Repubblica Dominicana e lo stato haitiano, sembra come se il terremoto sia finito precisamente qui proveniente dalla parte occidentale dell’isola.
    Disordinati si muovono nella polvere e tra le pietre i cambiavalute con i mazzette di soldi in mano, i venditori di cinture e occhiali da sole, i bambini sciusciá per un dollaro, i poliziotti in divisa
    inutilmente, i ragazzi che girano in tondo su piccole moto e un flusso di mezzi carichi che va verso Port au Prince.
    Entriamo a Haiti e inizio a osservare attraverso il finestrino per capire in che zona iniziano i danni del terremoto, ma anche se tutto malandato ancora non si nota nulla.
    Le prime istallazioni dell’ONU si vedono entrando in cittá dove sono state allestite le prime tendopoli vicino l’ambasciata americana formate da igloo lunari con capacitá di 20 persone -con l’accortezza che si muovano poco e che tutte vadano molto d’accordo.
    In periferia la gente si muove frenetica ma sembra tutto normale, se vogliamo vedere “la disperacion” dobbiamo raggiungere il centro, ci dicono.
    Siamo ospitati nel quartiere di Delmas, una lunga strada che scende fino al mare e da cui si diramano centinaia di vicoli numericamente ordinati. Noi siamo al Delmas 49.
    Giá la mattina un calore tropicale, con il sole si notano le macerie a cumuli lungo le strade e la polvere bianca mescolata all’aria.
    In questo quartiere molte case sono ancora in piedi, alcune deformate nel senso est ovest dell’onda sismica con grandi crepe o crolli parziali.
    Invece le case distrutte a volte si accartocciano o il tetto le schiaccia e se erano di piú piani, adesso assomigliano a un sandwich, altre si sbriciolano completamente, si frantumano come in una
    esplosione composta e formano un cumulo gigante e é difficile credere che quel monte grigio prima era qualcosa dove ci viveva qualcuno.
    La macerie ancora nascondono i corpi delle vittime, ma non l’odore dei cadaveri che si confonde con quello dell’immondizia accumulata e si diffonde nei rivoli d’acqua marcia.
    Le cose impressionanti da vedere: un edificio distrutto e ancor di piú un edificio distrutto tra due rimasti perfettamente in piedi, un mazzo di fiori tra le macerie, le scritte sui muri per salutare i propri vicini morti, le lenzuola bianche esposti agli angoli delle strade per segnalare “help, we need water, food, medicine”.
    Le cose che non si vedono: gli aiuti.

  • Diario da Haiti (2): i vicini e la violenza immaginata

    Diario da Haiti (2): i vicini e la violenza immaginata

    L’unico stato confinante con Haiti è la Repubblica Dominicana che è un paese ispanofono ed è più ricco e sviluppato del suo vicino francofono, anche grazie al turismo e a una relativa stabilità politica (ma il discorso è molto più complicato). Quindi due stati si spartiscono l’isola in cui sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che venne chiamata La Hispaniola. Due popoli apparentemente diversi ma in realtà più simili tra loro rispetto a quanto si pensi, date le mescolanze secolari e i rapporti necessari però non sempre cordiali tra questi vicini di casa. Mentre nel secolo XIX il vicino potente e fiero era Haiti, nel secolo scorso i ruoli si sono lentamente invertiti e, magari forzando un po’ un paragone valido in molte terre di confine dell’America Latina, la Repubblica Dominicana rappresenta oggi quello che è la Costa Rica per il Nicaragua, l’Argentina per la Bolivia o gli Stati Uniti per il Messico, cioè un paese confinante e prospero verso cui emigrare, con più lavoro e migliori salari ma anche tanto risentimento, discriminazione ed esclusione nei confronti di una popolazione percepita come “etnicamente differente” rispetto all’identità nazionale predominante.
    Per le strade di Santo Domingo e persino nelle colonne dei principali quotidiani nazionali non è difficile sentire commenti razzisti sui vicini haitiani cui vengono attribuite spesso le colpe degli incidenti, dei furti e in generale dei problemi del paese che “sarebbe più ricco se avesse altri vicini, se potesse avere un’immigrazione migliore”. Alcuni tassisti ci hanno detto di avere pura dei contagi e le malattie provenienti da Haiti senza però specificare di che si tratta. Una nuova epidemia di suina? C’è chi ancora ricorda la conquista di Santo Domingo da parte delle truppe insorte dal presidente haitiano Jean-Pierre Boyer nel 1822. Infatti la Repubblica Dominicana divenne indipendente solo nel 1844, 40 anni dopo Haiti che invece lottò e vinse contro la Francia di Napoleone nel 1804, diventando la prima Repubblica indipendente in America dopo gli USA. Storia a parte, si sentono commenti simili a quelli dei tassiti e della gente comune di Santo Domingo anche nella “bianca” Costa Rica quando si parla dei Nicas, cioè i nicaraguensi, che costituiscono ormai oltre il 10% della popolazione del Costa Rica e svolgono i lavori più umili. In tema di migrazione ho avuto occasione di pensare anche al mio paese dato che a freddo una ragazza haitiana dell’università mi ha chiesto ieri se in Italia è vero che siamo razzisti, come rispondereste?
    Un ammonimento datomi da alcuni albergatori dominicani riguardava il pericolo della violenza e del sequestro che mi avrebbe dovuto scoraggiare dal partire per Port au Prince, ancor di più adesso che, a detta loro, l’anarchia e la disperazione si stanno impossessando di quella città incivile e inospitale. Ciononostante il sequestro, l’omicidio e la violenza in generale sono una caratteristica ricorrente delle grandi metropoli latino americane e di Città del Messico, capitale in cui risiedo da 8 anni e in cui il cosiddetto sequestro express (una modalità di rapimento che dura poche ore, quanto basta per costringerti a prelevare il massimo disponibile dallo sportello Bancomat un paio di volte), lo scippo e il furto sono il pane di tutti i giorni per migliaia di cittadini.
    Chiaramente ci si può aspettare un tasso di criminalità più alto nei quartieri e nelle città più povere, disuguali e disagiate ma non si tratta né di un’equazione matematica né di un teorema automaticamente verificato. All’università ci insegnavano che i migliori economisti sono quelli che non ti dicono mai “sì” o “no”, ma rispondono sempre “dipende” a qualsiasi domanda riguardante l’economia o le scienze sociali e volevano farci capire che spesso la realtà è più complicata della teoria accademica o della speculazione mediatica.
    In questo senso mi interessava conoscere l’opinione degli abitanti di Port au Prince su quanto all’estero viene raccontato e mostrato riguardo al tema della violenza per le strade della capitale haitiana e dell’immagine selvaggia e drammatica che viene inoltrata dai mass media verso tutte le TV e i PC globalmente interconnessi. Ragazzi che sparano a ragazzi, repressioni da parte delle forze dell’ordine e degli eserciti occupanti, scene di disperazione e di lotta da strada per accaparrarsi aiuti lanciati da aerei timorosi d’atterrare, un popolo sull’orlo di una crisi non di nervi ma “pre-rivoluzionaria” e infine la notizia dei fanatici americani arrestati mentre trafugavano alcuni bambini alla frontiera che rimbalza più forte del terremoto del 12 gennaio: l’idea della violenza immaginata si trasforma in una verità che può arrivare a giustificare pubblicamente la presenza delle armi, delle portaerei, dei soldati e degli elicotteri militari, gli unici mezzi che sorvolano tutto il giorno i cieli di Porto Principe.
    Bene. Senza negare che vi siano stati alcuni importanti disordini e delle scene di disperazione atroci, dovute anche all’incuria e alla disorganizzazione nella distribuzione degli aiuti, la gente spaventata e stipata negli accampamenti, i venditori di strada e le organizzazioni della società civile ci tengono a comunicare che, malgrado la tragedia sia appena cominciata e sia una delle peggiori della storia, loro sono solidali e tristi ma non distrutti, bisognosi e arrabbiati ma non violenti. Negli accampamenti approntati in queste settimane nelle vie secondarie, nei parchi e nei giardini, la vita comunitaria s’è riattivata coi meccanismi della solidarietà e della distribuzione delle poche risorse disponibili. Esistono anche le speculazioni ma non sono l’unico sistema. Esiste la violenza ma non è la regola, almeno non molto di più di quanto lo sia a Bogotà o a Caracas. Camminando per le strade delle zone dell’hinterland l’impressione è che la gente sia abituata alle catastrofi e che quasi si potesse percepire l’arrivo del terremoto. In tanti hanno perso tutto, casa cose amici parenti speranze arti, ma in tanti stanno recuperando qualcosa, a poco a poco. Mentre ci si addentra nei vicoli e ci si orienta lentamente nel dedalo di tende, ci si sente stranamente sicuri, forse ingenuamente ammaliati da tante persone che cercano di aiutare, chiedono di essere ascoltate o si offrono per svolgere dei piccoli lavori come traduttori, aiutanti, cuochi improvvisati o guide. Tutto serve insomma.
    Su Facebook in molti mi hanno chiesto a chi o come fare donazioni veramente utili che non finiscano nella spirale burocratica, quindi segnalo QUESTO LINK.
    Di Fabrizio Lorusso