-
Lettera al Presidente Napolitano
Illustre Presidente,
Dopo la sua decisione di firmare il decreto ‘interpretativo’, non posso che ritenermi irrimediabilmente deluso dalla sua persona. L’ultima cosa che mi rimane da fare, come cittadino, prima di dover accettare con dolore e con rabbia uno stato di cose che non può assolutamente rappresentare i miei ideali di Democrazia, Giustizia e Verità, uno stato di cose per cui persone che agiscono in palese violazione della Costituzione hanno creato un sistema di potere che sta progressivamente esautorando le istituzioni e gli organi di controllo, è farle delle semplici domande.
Innanzi tutto, chiamare quel decreto ‘interpretativo’ costituisce una presa in giro nei confronti del diritto, della Costituzione, della Repubblica, delle persone che sono morte perché l’Italia potesse diventare una Repubblica e delle persone che sono morte per evitare che cessasse di esserlo.
Lei ha avvalorato il comportamento di un gruppo di persone che, per rappresentare solo ed esclusivamente i propri interessi personali, ha utilizzato come scusa la parola libertà, commettendo un vero e proprio stupro della lingua, delle istituzioni e della storia di questo Paese. Uso il termine stupro per sottolineare la violenza di un simile atteggiamento, con cui si piegano il linguaggio e le regole con la violenza della mistificazione, della propaganda ideologica, dell’eliminazione mediatica dei nemici o dei personaggi scomodi e con forme di censura palesi e incontrovertibili.
Lei è davvero convinto, firmando il decreto, di aver agito nell’interesse del popolo italiano?
La Storia della Repubblica Italiana è costellata da una sanguinosa scia di martiri. Questi martiri sono quelle persone che hanno pagato con la vita l’adempimento a quell’ideale chiamato ‘servire lo Stato’, ideale che ogni funzionario pubblico, di qualunque ordine e grado, dovrebbe tenere presente. Parlo di persone come Ambrosoli, Livatino, Scopelliti, Borsellino, Falcone. Venerdì sera lei ha avuto nelle mani la possibilità di non firmare, e di certo, credo, ciò non avrebbe messo a repentaglio la sua vita. Invece ha scelto di firmare.
Presidente, lei ritiene di aver servito lo Stato?
Ritiene di aver agito come garante della Costituzione Italiana, che è la fonte della legge, e quindi anche del decreto che lei ha firmato? Ritiene di aver agito in osservanza della Costituzione Italiana, tramite la quale si esercita la sovranità popolare?
In internet è facilmente reperibile il filmato in cui Milioni, l’uomo passato grottescamente alla storia come ‘quello del panino’, farfuglia le proprie scuse per dimostrare di essere stato presente nell’ufficio competente entro l’orario di ufficio per depositare le firme, pur essendo uscito per andare a prendere un panino.
Il video è un divertente caso di mancata dimostrazione del miracolo dell’ubiquità, a voler essere educati.
Presidente lei ha visto quel video?
Lei ha letto i resoconti della stampa, le testimonianze di chi era presente quando è accaduto ‘l’affair Milioni’?
Perché se ha letto gli articoli e visto il video, allora la domanda è: Presidente, lei pensa che gli italiani siano stupidi? Lei pensa che gli italiani non sappiano che incidenti del genere sono semplicemente l’emerso di lotte di potere interne ai partiti, che ormai si comportano come vere e proprie aziende, e stanno creando uno stato parafascista in cui invece di un partito solo, come ai tempi del ventennio, c’è un Giano Bifronte che divora i diritti del popolo italiano adescandolo con un meccanismo di finta alternanza e sostanziale collusione?
Presidente, lei proviene dal PCI.
Oggi in Italia ‘comunista’ è usato come insulto da una parte consistente degli italiani. Questi italiani usano la parola comunista come un razzista usa la parola ‘negro’ o ‘frocio’. Usano la parola ‘comunista’ svuotandola di ogni significato politico, storico, filosofico ed etico, come se fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Le persone le cui leggi, leggine e leggiucole lei continua a firmare, alimentano questo falso ideologico per ovvi fini personali, creando un clima di propaganda che sta avvelenando il paese come un cancro comunicativo che agevola la metastasi nelle istituzioni.
Nel ‘Piano di Rinascita Democratico’ della disciolta P2, loggia deviata tra i cui iscritti figurano persone che occupano in alcuni casi posti importanti dell’amministrazione pubblica (uno di essi è Presidente del Consiglio), il Partito Comunista non è nemmeno nominato. Le sembra un caso?
Presidente, lei è ricattato?
Presidente, è vera la notizia riportata da «Il Messaggero», secondo cui lei ha ricevuto minacce?
Perché se la notizia è falsa, Illustre Presidente, lei deve provvedere a smentire una simile, gravissima, calunnia. Ma se invece la notizia è vera, lei deve rispondere al popolo italiano, oggi, e dovrà rispondere alla Storia, domani, per aver consegnato lo Stato di Diritto nelle mani di una pericolosa banda di eversori che usa la politica come strumento per acquisire e consolidare potere in modo illecito, e non come strumento legale di rappresentanza del popolo italiano, che è sovrano anche dopo il voto.
Lettera di Matteo Pascoletti -
Le guerre dimenticate di Haiti prima e dopo il terremoto (1/3)

Questo reportage nasce dall’esperienza diretta, dalle fonti documentali e giornalistiche, dalle testimonianze, i video e le interviste che io e l’amico Diego Lucifreddi abbiamo raccolto durante il mese di febbraio 2010, periodo in cui siamo rimasti nel quartiere Delmas di Port au Prince, Haiti, per collaborare con l’Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) che è un associazione di avvocati volontari dedicati alla difesa dei diritti umani e civili delle persone più povere e svantaggiate soprattutto in quartieri difficili e tristemente famosi come Cité Soleil e Gran Ravine. Visto l’alto livello di corruzione e ingiustizia sociale e giuridica ad Haiti l’associazione si occupa dall’anno della sua nascita (2002) di aiutare i cittadini imprigionati ingiustamente (circa il 90% della popolazione carceraria di Porto Principe), ma nei momenti di crisi come questo, in una metropoli sconvolta da quei 36 secondi di terremoto che ne hanno cambiato la storia, l’Aumohd e il suo presidente Evel Fanfan provvedono a fornire servizi di ogni tipo alla popolazione del quartiere, ai sindacati, ai gruppi di base e alla gente in generale nei limiti delle proprie possibilità. Sono inoltre aperti alla creazione di reti internazionali di supporto e scambio d’informazioni oltre ad accogliere persone volenterose e interessate a conoscere la realtà haitiana. Dopo il terremoto si sta promuovendo una raccolta fondi via PayPal che può consultarsi qui: http://prohaiti2010.blogspot.com/
La peggiore della storia
Il bilancio provvisorio dei danni del sisma del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, la capitale d’Haiti, e le città limitrofe è quello della più grande catastrofe della storia moderna: i danni all’infrastruttura sono stimati in 14 miliardi di dollari, i morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie e quindi s’è azzardata la cifra realista di 300mila morti), sono 230 000, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 i feriti; 559 i dispersi; 1 milione e mezzo le persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila i senza tetto; 509 202 gli sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi mentre la piaga delle zanzare e la stagione delle piogge sono le maggiori minacce per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni.
Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Il Venezuela, da anni presente sull’isola con progetti di cooperazione dell’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), ha incrementato il suo contingente di protezione civile già dal 13 gennaio, ha condonato il debito haitiano con Petrocaribe e gestisce gli aiuti in varie tendopoli (Video Intervista Capo Missione Venezuela-3 parti).
Mentre il presidente haitiano Renè Preval si trovava in Messico per assistere al Vertice per l’Unità dell’America Latina e dei Caraibi, un sistema di alleanze regionali che si dovrebbe contrapporre all’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) controllata dagli USA, è stata fissata la data del 31 marzo in cui l’Onu e i paesi donatori discuteranno i piani per la ricostruzione di Haiti. L’Unione Europea ha annunciato un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione: si parla di decentramento amministrativo, di rifondazione dello stato e ricostruzione del paese, si promette la cancellazione del debito estero anche se non si dice che potrebbe venire prontamente rimpiazzato da nuovi debiti accesi per la ricostruzione e la cooperazione internazionale…
Sfilate di stelle cadenti e politica internazionale
Il trentasettenne rapper Wyclef Jean, ex membro del gruppo Fugees residente negli Stati Uniti, ha ricevuto il 26 febbraio scorso un premio dell’associazione NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) come riconoscimento dei suoi sforzi umanitari in favore delle vittime del terremoto del 12 gennaio. Il musicista ha la nazionalità haitiana ed è stato il primo tra le “star” a livello mondiale a visitare Port au Prince dopo la catastrofe, seguito poi dall’attore Sean Penn, patrocinatore del CRS (Catholic Relief Service), un’agenzia che sta gestendo gli aiuti in molte tendopoli in cui s’è insidiato l’esercito americano, da Angelina Jolie, come rappresentante dell’UNICEF, e da John Travolta che ha portato il sacro verbo e la solidarietà di Scientology in terra caraibica. George Clooney s’è invece limitato a un multimilionario Telethon per la raccolta fondi mentre gli ex presidenti Bill Clinton e G. W. Bush (non è uno scherzo) si sono associati per la creazione di un fondo speciale promosso su questo sito www.clintonbushhaitifund.org e in televisione. Sono tutti dei filantropi?
Nonostante siano in qualche modo apprezzabili gli sforzi degli uomini politici e di spettacolo oltre che delle agenzie, delle ONG e delle numerose chiese cristiane e cattoliche che operano ad Haiti per raccogliere fondi, non ci si può dimenticare di alcune considerazioni circa gli interessi e le intenzioni nascoste di questo tipo di solidarietà. Oltre ai dichiarati obiettivi umanitari che motivano le loro missioni bisogna anche citare i vantaggi economici e d’immagine, gli elementi ideologici e discrezionali di cui ognuna di queste è portatrice come tassello necessario per la quadratura del cerchio della politica estera delle potenze straniere coinvolte, tradizionalmente gli USA, il Canada e la Francia che così esportano prodotti, influenze culturali, politiche e religiose, visioni del mondo, know how, imprese, dipendenze di vario tipo e, in sintesi, soft power nei paesi “beneficiari”. Anche la solidarietà è condizionata a delle politiche specifiche, a delle preferenze stabilite dall’agenzia che la elargisce.
Dalla USAID a Sarkozy
Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), molto presente anche ad Haiti con gli aiuti del terremoto, subordina da sempre i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste e reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. L’anno scorso il governo del Distrito Federal, la capitale del Messico, ha perso i contributi della USAID proprio perché è stato legalizzata la libertà di decisione delle donne in tema di aborto.
Torniamo ad Haiti. In febbraio le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, dei coniugi Clinton a più riprese e infine quella di Sarkozy, primo presidente francese in visita nella storia indipendente di Haiti, sottolineano come, oltre al Brasile, anche la Francia, gli USA e il Canada vogliano mantenere forme di controllo-aiuto sul paese. Sono i primi interessati ad evitare l’ingerenza russa, cinese e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo), probabilmente abbondanti nelle acque haitiane, e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori (già oltre un milione di haitiani vivono negli USA contro 9 milioni e mezzo in patria).
Il presidente francese è stato ad Haiti in una visita lampo di 5 ore lo scorso 17 febbraio e ha presentato un pacchetto di aiuti da 326 milioni di euro sottolineando che Haiti non ha bisogno di tutele esterne, in allusione alla presenza militare americana e alle ipotesi di un “protettorato” per Haiti, e che il progetto di ricostruzione del paese sarà tutto haitiano. Ecco, magari invece le imprese, i materiali, i futuri debiti esteri, i capitali, le lobby politiche, i giacimenti minerari e i nuovi mercati saranno anche un po’ più francesi di prima, oltre che americani e canadesi. Suonerà sarcastico ma il prode Nicolas ha addirittura ringraziato Haiti perché grazie all’ex colonia caraibica “il francese è potuto diventare la seconda lingua ufficiale delle Nazioni Unite”, “bella soddisfazione!” dirà la maggioranza degli haitiani che parla il creolo.
Gli USA e le agenzie, un po’ di storia e colpi di stato
Un esempio interessante di cosa intendo per “elementi ideologici e discrezionali” è rappresentato dal caso di Wyclef Jean e della sua fondazione Yelè Haiti che dal 2005 raccoglie fondi per borse di studio, progetti ambientali, sportivi e artistici per il paese caraibico. Suo zio, Raymond Joseph, è uno degli uomini dell’establishment d’Haiti a Washington e nel marzo 2004 fu nominato ambasciatore di quel paese negli USA dal duo repressore formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue.
Come dichiarato in un’intervista da Tom Luce, presidente dell’Ong statunitense Hurah-inc attiva da molti anni ad Haiti con progetti di cooperazione e protezione della popolazione in collaborazione con Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti), questi arrivarono al potere spodestando il presidente legittimo Jean-Bertrande Aristide dopo la sua deportazione nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. L’operazione venne messa in atto da agenti della CIA e propiziata da mesi di destabilizzazione e crisi provocata da bande di paramilitari e da vari elementi d’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, in particolare della Francia di Chirac e Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni), ed il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che è in realtà un’agenzia reazionaria ed etero diretta che ha ricevuto finanziamenti anche dalla Commissione Europea.
Che successe in realtà durante il golpe del 2004?
Una versione storica di quelle caotiche settimane sostiene che Aristide si sia dimesso in seguito a una crisi istituzionale e si sia quindi dichiarato impotente di fronte a una serie di “rivolte popolari”. Queste ribellioni erano in realtà provocate da squadroni armati dall’opposizione con metodi terroristici e illegali perciò lo stesso ex mandatario haitiano ha sempre negato la versione ufficiale (o statunitense) della vicenda. Alcuni periti traduttori negli Stati Uniti hanno confermato che il testo originale della presunta lettera di dimissioni scritta in creolo dall’ex presidente non costituiva affatto una rinuncia all’incarico.
Sempre a detta di Luce e secondo gli articoli del giornalista americano Kevin Pina, anche l’IRI (International Republican Institute), un’emanazione del governo statunitense creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di insegnare la democrazia nel resto del mondo e finanziata con denaro pubblico prelevato ogni anno dalle tasche dei tax payers USA, ha realizzato sistematicamente quest’opera di sovvertimento dell’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI legata al partito democratico statunitense è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è stato invece ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambi sono finanziati all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.
…e lo zio di Wyclef è ancora lì
Dunque nel biennio 2003-2004 l’IRI utilizzò fondi dell’agenzia nordamericana USAID, organizzazione presente in quasi tutta l’America Latina e oggi ampiamente coinvolta nella raccolta e gestione degli aiuti ad Haiti dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, per corrompere parlamentari e fornire armi a circa 600 ribelli che si organizzarono in squadroni della morte al comando di Guy Philippe, ex capo della polizia della seconda città di Haiti, Cap-Haitien, e dell’ex sergente golpista dell’esercito Louis-Jodel Chamblain. Questi criminali di guerra sono stati in seguito presentati come dei freedom fighters (lottatori per la libertà) agli occhi dell’opinione pubblica grazie alla propaganda ufficiale dell’epoca post Aristide.
Malgrado i milioni e milioni di dollari spesi per la “promozione delle democrazia” e dei candidati pro-yankee con strategie tipiche della guerra fredda e una costante violenza politica, questi sforzi finanziari, mediatici e militari non hanno dato i loro frutti visto che nessun candidato della destra reazionaria ha potuto ottenere consensi generalizzati ad Haiti e la gente continua in massa a sostenere Aristide e non crede alle versioni adulterate della storia del secondo colpo di stato perpetrato ai suoi danni. Lo stesso Guy Philippe si candidò nel 2006 ed ebbe solo l’1% dei suffragi, cosa che rivelò lo scarsissimo consenso e anzi il ribrezzo che la sua figura suscitava nella popolazione che lo identifica tuttora come un mercenario, paramilitare e narcotrafficante.
Dopo tutti questi anni così turbolenti l’ambasciatore Raymond Joseph, il personaggio con cui ho aperto questa parentesi storica, venne comunque riconfermato a Washington da Renè Preval, l’attuale capo di Stato haitiano poco propenso ai cambiamenti sgraditi all’elite.
Wyclef Jean, l’istruzione e la solidarietà tronca
Ma torniamo ancora alle stelle cadenti della solidarietà. Per poter chiudere l’esempio sulla fondazione di Wyclef Jean bisogna prima sottolineare che il 95% delle scuole haitiane prevede il pagamento di tasse d’iscrizione e il sistema scolastico nel suo complesso è dominato pesantemente dalle istituzioni private e confessionali, dalle Ong e dai piccoli imprenditori dell’educazione a pagamento, con le relative esclusioni dal diritto universale allo studio che ne derivano e che hanno contribuito insieme ad altri fattori economici e sociali a una situazione insostenibile: alti tassi di mortalità materna (523 donne muoiono ogni 100mila parti), un bambino su 8 muore prima di compiere i 5 anni e uno su 14 prima dell’anno di vita, la speranza di vita è di soli 59 anni per gli uomini e 63 per le donne; il tasso di alfabetismo della popolazione adulta non arriva al 60% e quello dei bambini che frequentano un’istituzione educativa non supera il 50%, Oltre 500mila bambini in età scolastica non sono mai entrati in una scuola (Rapporto Clacso-Rebelion sull’Educazione). La Unesco ha stabilito che almeno la metà delle 15mila scuole elementari e medie del paese sono state danneggiate severamente o distrutte e così anche il ministero della pubblica istruzione e le altre sedi dei poteri statali.
Soprattutto per le ragazze dei quartieri poveri (ma non solo) è molto difficile concludere gli studi a livello secondario inferiore e superiore dati i costi delle istituzioni scolastiche private e il regime escludente che le governa, oltre al fatto che il sistema sociale e culturale prevalente è ancora legato alla tradizione cattolica conservatrice, a una vera e propria abitudine alla dipendenza materiale e spirituale della popolazione dal benefattore di turno o dalla volontà divina vista come fatalità o destino predeterminato. Tra gli altri, questi fattori spingono le donne ad essere relegate ai soli ruoli di casalinghe e madri, regolarmente abbandonate dai rispettivi mariti dopo pochi anni di convivenza e procreazione. Quindi tra un figlio e un altro, tra un uragano devastante e un terremoto, le possibilità concrete di uno sviluppo umano, lavorativo e sociale sono ridottissime per le donne che gestiscono giorno per giorno l’economia e la vita domestiche in uno stato endemico d’emergenza e privazione. Le donne sole a capo di una famiglia numerosa sono la normalità a Porto Principe.
Le borse di studio concesse con le donazioni in favore della fondazione Yelè vengono promosse al pubblico come strumenti importantissimi che beneficiano ogni anno migliaia di bambini, ma questa è solo una parte della verità. Infatti, come informa Tom Luce in un’intervista, il godimento di queste elargizioni è ristretto solo alcune istituzioni private religiose e non è fruibile dai singoli individui richiedenti, quindi è inutile cercare di intervenire e segnalare i casi delle famiglie e dei bambini veramente più bisognosi, dato che questi non vengono nemmeno considerati dagli uffici e dagli operatori preposti in loco i quali adottano piuttosto un modus operandi burocratico e ostacolante.
Fine della prima parte (1/3)
Sostegno aiuti http://prohaiti2010.blogspot.com/
Video Port u Prince di Diego Lucifreddi: YouTube FabrizioLorussoMexFoto Haiti e Aumohd: Picasaweb.google.com Album Haiti
Alcune fonti necessarie:
http://www.haitiaction.net/
http://www.haitiinformationproject.net/
http://www.haitianalysis.com/
http://www.blackcommentator.com/67/67_pina.html
Trailer documentario Kevin Pina: The Untold Story
http://www.teledyol.net/KP/HUS/HUS.mp4
Lamericalatina.Net -
Note di Diego Lucifreddi. Hey you, hey blanc!

Premessa.
Le righe che seguono sono impressioni personali. Le generalizzazioni su cui baso il mio discorso sono dovute ad una conoscenza più estensiva che profonda della popolazione haitiana. Presumo la mia soggettività sia per il punto di vista assunto che per l’ipotetico pubblico a cui sono rivolte le note.
Haiti in comune con l’America Latina ha soprattutto il modello di sfruttamento usato per il continente nel periodo coloniale basato sulla coltivazione esclusiva della canna da zucchero e sullo sbilancio tra importazioni e esportazioni che ha lasciato il paese spoglio di capitali e risorse.
A giudicare dalle persone che si vedono per strada, la popolazione afrodiscendente è attorno al 100% e un bianco che gira nei vicoli del quartiere di Delmas e che si avventura nei campi d’accoglienza, non può passare inosservato.
Tutti ti guardano, un’occhiata rapida e interrogativa non te la nega nessuno e qualcuno ti indica pure con il dito: guarda là, le blanc.
I bambini più sfacciati te lo gridano appresso con una sola sillaba monotona: Blanc!
Non è un grido aggressivo, piuttosto un richiamo canzonatorio e se decidi di dargli retta, i bambini scoppieranno in una risata di scherno.
Blanc è l’uomo di carnagione chiara, caucasico, nato in una zona che include l’Europa, il Nord America e tutto l’impero, e sicuramente parla inglese: Hey you, blanc!
Mi vedono come un bipede raro, ma senza diffidenza. Passato il primo momento di riconoscimento, gli haitiani sono disposti a tentare il contatto in qualunque lingua disponibile e con entusiasmo.
Anche se ora è aumentata esponenzialmente la presenza straniera nel paese, che rende la vista dell’uomo bianco più continua e famigliare, questo atteggiamento non è cambiato, perché molti dei nuovi arrivati sono militari in divisa, e mica gli si può gridare blanc alle spalle.
Io, ragazzo senza timore e senza mezzi d’intimidazione, ho provato a mia volta a rispondere all’epiteto con un secco: Noir! Gridato con stizza in faccia all’occasionale interlocutore.
La reazione è stata un momentaneo sbigottimento, che poi è diventato un sorriso.
In pochi credo che si siano mai fermati dall’alto delle loro jeep che sfrecciano sulle strade principali, ma la dimensione di pedone da un’altra prospettiva ai tuoi occhi e a quelli di chi ti guarda.
Con Fabrizio ci siamo trovati circondati da questi bambini urlanti e festosi, in un filmato se ne contano 21 di tutte le dimensioni.Imbarazzati siamo dovuti correre via, anche se continuavano a afferrare le nostre mani. Capirai, ci siamo detti, con tutte le notizie che circolano sui rapitori d’orfani, i pargoli è meglio salutarli da lontano.
Non abbiamo mai avuto problemi, anche se a volte qualche mamma strappa via il figlio redarguendolo sulle sue frequentazioni esotiche, almeno è quello che traduco io dal creolo.
Dunque il bianco è anche simpatia. Suona però strano essere identificati per il proprio colore anche in un contesto famigliare, come quando Evel, con cui ormai viviamo da un mese, spiega al figlio che la tenda appena montata non è per lui ma pour le blanc.
Ma in fondo che sono se non un blanc, come in Messico sono un guero, per cui se chiamo nero un persona i cui avi furono portati in catene dall’africa fino questa isola e per la sua caratteristica pigmentazione cutanea risulta essere scuro di carnagione, questo si dovrebbe offendere solo nella misura in cui io avrei l’intenzione di giudicarlo attraverso il mio razzismo.
Nella storia di Haiti l’uomo bianco non ci fa una bella figura. Prima colono, schiavista e occupante, dopo l’indipendenza in appoggio della reazionaria oligarchia locale e dei ripetuti colpi di stato che tengono il paese in un cronico sottosviluppo.
Con l’uragano del 2007 e soprattutto dopo il terremoto del 2010, l’immagine tenta un riciclaggio e i bianchi si presentano come portatori d’aiuti, logico dunque che la gente ti fermi per strada per chiederti di offrirgli qualcosa che puà essere denaro – da 1 a 100 dollari -, i famosi teloni da costruzione o un lavoro.
Oggi una ragazza si è avvicinata a me, pensavo che fosse una studentessa che voleva mettere alla prova il suo inglese, e infatti mi ha detto I’m hungry. Nella lingua che fu di Shakespeare e con tutta la sua poesia, lei mi ha dichiarato che aveva fame. Certo che per una programmatrice di computer è difficile trovare lavoro in un paese senza elettricità.
Blanc è sinonimo di money. Noi siamo ricchi perché così vanno le cose, come i neri che hanno il ritmo nel sangue.
Ma il blanc sicuramente porta denaro, lo si nota dalle tasche gonfie.
Come biasimare questa affermazione empirica costruita sulla conoscenza che hanno di noi dalla televisione, principalmente quella francese, e sull’immagine del turista spendaccione, del diplomatico ben azzimato o del militare dell’ONU. Inoltre in questo momento il bianco è associato alle missioni di solidarietà e quindi se non ha i soldi, qui che c’è venuto a fare.
L’abitudine di chiedere i soldi per strada è stigmatizzata dagli stessi haitiani, perché in minor scala riconoscono lo stesso circolo dell’assistenza a perdere in cui rischia di cadere il paese caraibico.
I più avveduti denunciano il pericolo della dipendenza dall’aiuto internazionale in quanto lasciato alla discrezione del donatore e legato all’emergenza per lo più senza un programma a lungo termine.
Sulla base di queste considerazioni, anche io sono molto restio a regalare monete per strada, ma forse sono anche un po’ tirato.
Foto: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti#
Video: http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex
Appello donazioni utili (per davvero!) per Haiti: http://prohaiti2010.blogspot.com/
-
Diario da Haiti (5): mattoni e speranze da Port au Prince

Dopo alcuni giorni di permanenza a Port au Prince decidiamo di esplorare il centro città con una telecamera digitale, una macchina fotografica e la consapevolezza del fatto che lo spettacolo non sarà gradevole dato che il terremoto non è stato benevolo con questa zona della città che è tra le più disastrate. Un po’ tutti abbiamo in mente le immagini televisive del Palazzo nazionale a pezzi, della cattedrale in rovine, del mercato generale e dei ministeri distrutti da quei 36 secondi d’immane violenza tellurica. Montiamo in due su una motocicletta di fabbricazione cinese, inconfondibile con le sue tinte giallastre scolorite, le luci rotte, il clacson improbabile, i suoi tre metri di scotch a sigillare le parti in plastica già rotte dal suo primo giorno di vita: si tratta di una Vague (vaga…) DSM Super Moto 125cc semi automatica e pericolosa. Armati di prudenza partiamo in discesa lungo la gran via Delmas diretti verso il Mar dei Caraibi che s’intravvede oltre la cappa di smog insieme ad alcune portaerei che intorbidiscono ancor di più il panorama di un porto occupato da forze straniere e pieno d’aiuti umanitari “in attesa di destinatari adeguati”.
Quelli dell’ONU non sono i buoni
In città i caschi sono un optional buono per gli eleganti, i timorosi e i membri delle forze armate dell’ONU (la minacciosa polizia dal casco blu della Minustah, la United Nations Stabilization Mission in Haiti) quindi scegliamo un’armatura minimalista con cappellini, occhiali da sole e bandane. Dal 2004 le Nazioni Unite sono presenti ad Haiti con questa missione comandata dal Brasile che agglomera nei suoi ranghi truppe di tanti paesi lontani ed esotici come il Nepal e lo Sri Lanka, gente che dei Caraibi non sa nulla e nemmeno capisce la lingua locale, ma forse si cerca proprio questo nelle missioni internazionali per poter avere degli esecutori fedeli e disinteressati al momento di prendere decisioni controverse o repressive. In alcuni casi la Minustah ha svolto dei compiti di protezione della popolazione vessata dalla polizia e dai paramilitari haitiani, ma è altresì tristemente famosa per le terribili violazioni ai diritti umani perpetrate ai danni della popolazione di Citè Soleil, uno dei quartieri più poveri della capitale dove l’ex presidente Aristide, sequestrato dalla CIA e deportato nella Repubblica Centroafricana il 29 febbraio 2004, è ancora oggi molto popolare. Infatti nel 2006 l’allora neo presidente della Repubblica Renè Preval, successore di Boniface Alexandre, il giudice costituzionale gradito agli americani che fu presidente ad interim (2004-2006) dopo la deportazione di Aristide in Africa, diede esplicitamente il permesso ai militari delle nazioni unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligenza nei quartieri poveri contro delle presunte bande di delinquenti. Una parte di queste “bande” veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse innegabile anche la presenza di gruppi non politici di criminali “veri” o presunti, i metodi repressivi utilizzati dalla Minustah, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti e furono palesemente sproporzionati e crudeli. In generale per la maggior parte degli haitiani si tratta di una forza esterna ed inutile, una polizia che viene ad aggiungersi alla corrotta autorità locale e all’endemica presenza degli eserciti stranieri, soprattutto l’americano e il canadese. Il tutto in un paese poco propenso alla violenza.
Disagio infrastrutturale
Quindi oggi niente casco, tra l’altro non ce l’abbiamo neanche. Tornando alle strade della città terremotata, lo stile di guida dell’abitante di Porto Principe si basa per metà sull’uso criminoso del clacson per passare sempre e comunque e per metà sulle accelerazioni spericolate e i sorpassi indiscriminati anche, perché no, sul marciapiede. L’infrastruttura stradale è precaria, come le vite degli sfollati nelle tende, come le decine di case puntellate da sbarre di metallo e pronte a cadere non appena vi sarà una replica del sisma del 12 gennaio. E alcune continuano a crollare davvero, hanno fatto il loro ultimo sforzo prima di franare del tutto e portarsi via gli ultimi ricordi di chi ci viveva. Nei viali più trafficati i semafori sono stati sistemati su dei cavi barcollanti e su degli alti piloni solamente un paio d’anni or sono e appaiono come degli spaventapasseri inermi di fronte alla massa veicolare urbana in movimento che non li prende troppo sul serio.
A mio avviso la grande urbe azteca, la Città del Messico da 25 milioni di abitanti e oltre 5 milioni di veicoli, è quasi tranquilla e ordinata in confronto. Certo anche lì bisogna schivare buche enormi e taxi arrabbiati ma l’impressione è che Porto Principe raggiunga comunque impensabili livelli di anarchia circolatoria. La Rue Delmas sfocia in una rotonda squallida e caotica al centro della quale è stata posizionata una statua grigia di una donna che chiede pietà con le mani al cielo e che forse nelle intenzioni del pianificatore urbano doveva essere un monumento storico, ma i fumi dei camion e i fischi incessanti di alcuni elementi della polizia stradale, impettiti e affumicati d’astio nella loro divisa ocra e cinerina, creano intorno a quella un ambiente ostile e infecondo che ne azzera la funzione simbolica e celebrativa.
Che fare?
Sono molti i pali della luce e dei semafori che pendono pericolosamente verso il centro della strada con quell’inclinazione pisana che in questo caso non promette nulla di buono ma ricorda a tou moun (tutti, tout le monde, in creolo) che la ricostruzione deve cominciare al più presto e come annuncia ogni sera in TV il presidente “dobbiamo rifondare la nazione, decentralizzare, uscire dalla capitale, ottenere più tende e aiuti ma anche che le imprese straniere vengano a produrre qui per riattivare l’economia”.
Non è così facile per milioni di persone che hanno perso casa e lavoro ma alcuni progetti di cooperazione stanno lavorando in questo senso: per esempio l’organizzazione non-profit statunitense Hurah-Inc, partner di Aumohd Haiti, gruppo di avvocati per i diritti umani con cui sto lavorando qui a Port au Prince, oltre a promuovere una raccolta fondi alternativa e sicura rispetto ai canali tradizionali della multinazionali della solidarietà (LINK QUI PER CONTRIBUIRE!!), sta implementando un progetto per creare una cooperativa di lavoratori agricoli e dare lavoro a circa 20mila senza tetto della capitale haitiana in campi e terreni già pronti per essere sfruttati vicino al confine dominicano.
Non ti pago
Il dollaro haitiano è un’entità monetaria non ufficiale, anzi è solo un modo di dire come quando in Italia usavamo il termine “scudo” per indicare 5mila lire. Equivale a 5 Gourdes, il nome della valuta in uso ad Haiti, ma lo straniero in terra caraibica spesso non lo sa e lo scambia facilmente per il dollaro americano oppure lo percepisce come uno scherzo linguistico – economico mirato a confonderlo e frodarlo. Dopo un po’ però si impara come gestire la questione dei valori e ci si arrangia dignitosamente anche con le insolite banconote da 25 o da 250 Gds, tagli alquanto bizzarri ed esotici. Spesso i prezzi praticati dai venditori per i bianchi sono diversi e tendenti al rialzo ma la selva umana peggiore da attraversare nelle strade principali sono i cambiamonete, dei rumorosi ragazzini con mazzetti di dollari in mano pronti a farti vedere sulla calcolatrice che tirano fuori dalla tasca quanto il loro tasso di cambio sia vantaggioso rispetto agli altri della piazza, quest’ultima intesa letteralmente, come spazio fisico cittadino, non come “mercato finanziario”. Le banche sono state le prime istituzioni a riaprire i battenti dopo il terremoto ma questi cambiavalute gli fanno una concorrenza spietata. Caricati (ma non troppo!) di moneta locale possiamo affrontare ogni evenienza nel centro della città dove l’aria che si respira è di sconforto e distruzione: una casa su due è crollata del tutto o in parte mentre molte altre sono abbandonate, le strade sono polverose, soffocanti e trafficatissime, piene di capre e maiali, spazzatura e disperati. La motocicletta si ferma ogni 500 metri in mezzo a folle curiose, bancarelle tutte uguali, venditori di canna da zucchero e impazienti tap tap, i piccoli bus colorati che sfrecciano stipati di anime per le vie di Port au Prince alla modica cifra di 5 Gds per una corsa. E’ imbarazzante perché tutti ci parlano, ci gridano, si prendono un po’ gioco di noi, ma magari vogliono anche aiutare e non lo capiamo ogni volta che ci fermiamo sul ciglio della strada a spingere la poderosa imprecandole dolcemente di ripartire. Dopo un paio d’ore di incursioni nei territori della devastazione e del disordine optiamo per un tranquillo ritorno a casa cullati dal suono dei soliti clacson e dalla luce pallida del tramonto.
Piano di lavoro
Per un paio di sere consecutive il maestro Evel Fanfan ha spiegato a me e a Diego la storia dell’Aumohd e i successi ottenuti in questi anni nella difesa delle persone incarcerate ingiustamente dalla corrotta e abusiva autorità giudiziaria e dalla polizia di Haiti. Dopo la fondazione avvenuta nel 2002, con il passare del tempo gli avvocati associati in questo gruppo, attivo in molti quartieri periferici, si sono occupati sempre più di casi gravissimi di violazioni dei diritti umani messi in atto da forze paramilitari che hanno scosso il paese negli ultimi 5-6 anni, come conseguenza delle macchinazioni della CIA e delle famiglie dell’establishment contrarie al progetto nazionale dell’ex presidente Jean-Bertrand Aristide. La serie di massacri di Grand Ravine ad opera della polizia haitiana e di gruppi, armati dalle forze d’opposizione, rispondevano ad un chiaro obiettivo di annichilamento politico dei seguaci di Aristide anche se venivano presentati come lotta alla delinquenza, un ritornello che spesso sentiamo ripetere da governanti, mezzi d’informazione e gente poco informata un po’ in tutti i paesi. Allo stesso modo le cosiddette rivolte popolari che hanno portato alla crisi istituzionale e alla successiva deportazione via sequestro dell’ex mandatario haitiano sono cominciate dalla frontiera con la Repubblica Dominicana con il patrocinio e le armi degli agenti segreti statunitensi. L’Aumohd è riuscita a far condannare e incarcerare 15 poliziotti implicati in quei fatti di sangue a costo della sicurezza di alcuni dei suoi membri. E’ per questo che ogni giorno vediamo entrare un losco figuro negli uffici qui a Delmas 49, si tratta di un poliziotto sornione e depistato che è la scorta assegnata dallo stato haitiano a Evel per garantire la sua incolumità. Non si fa vivo quasi mai il tutore della legge, ma ufficialmente esiste, insomma c’è, e quando si presenta gli si dà anche un piatto di riso e fagioli per ricordarglielo.
La clinica da ricostruire a un mese dal terremoto
Nuovo giorno e mondo nuovo. Oggi si spala a dovere. Evel organizza un gruppo di abitanti del quartiere per ripulire un’area di 30 metri quadrati occupata dalle macerie di un paio di case crollate. Tutta la zona è in realtà una maceria in movimento, col suo grigiume di polveri e mattoni ma anche con tutta la sua gente pronta ad ascoltare, a organizzarsi e a lavorare se si riesce a intravedere una buona idea. Questo pomeriggio Evel ne regala una agli abitanti di Delmas 40 che si riuniscono e decidono di seguire la sua visione: riabilitare uno spazio che si sta lentamente trasformando in una fogna a cielo aperto dove pascolano un paio di suini in un centro d’assistenza medica provvisorio ma efficace. Infatti il personale medico (sono tutte dottoresse) di una delle cliniche del quartiere distrutte dal sisma del mese scorso è disposto a riprendere le attività anche gratuitamente se vengono dati loro gli strumenti necessari per il lavoro, gli spazi, le medicine e gli aiuti logistici del caso. Quindi da una parte stiamo lottando per ottenere degli aiuti materiali dalle agenzie internazionali, obiettivo difficile che ancora oggi lascia in stand by tutto il progetto, dall’altra servono braccia per creare lo spazio. I vicini di casa, le donne, i bambini e anche alcuni passanti si uniscono al nostro sforzo per ripulire la strada e lo spazio destinato alla clinica che verrà poi coperta da teloni di plastica che abbiamo già provveduto a reperire. Mentre iniziamo a lavorare con le pale, con le mani e le carriole alcuni rasta in bicicletta ci salutano calorosamente e altri personaggi del quartiere all’apparenza minacciosi ci ringraziano in un inglese maccheronico, in francese o in creolo a seconda dei casi. Alcuni non muovono un dito, si avvicinano, salutando e ringraziando anche loro come fossimo io e Diego gli unici responsabili e dirigenti di quell’opera collettiva e dinamica nata quasi spontaneamente dopo un discorso infervorato del nostro amico Evel. Presto ci accorgiamo che vogliono solo chiedere se per caso ci sarà lavoro dopo la riattivazione della clinica e offrono i loro servizi per il prossimo futuro senza fare nulla nel presente. Non apprezziamo molto e continuiamo a lavorare.
Piano piano verso la una del pomeriggio raggiungiamo la clamorosa cifra di venti persone coinvolte nello sgombero, tutti sudatissimi sotto un sole che sferza frustate calde inverosimili mentre si attiva la solidarietà degli osservatori compassionevoli, quelli che guardano la fatica dei più ma non vogliono rimanere inerti e allora comprano bibite fresche ai poveri spalatori. Un bambino raccoglie tutte le carte da gioco perse da qualche vittima tra le rovine e riesce quasi a ricomporre un mazzo da poker completo mentre io dispongo ordinatamente su un muretto tutti gli oggetti ben conservati che recuperiamo per mantenere in qualche modo la memoria degli antichi padroni di casa. Ad ogni mattone che lanciamo lontano l’impressione è che le persone buttino via anche un pezzo della paura e del vivo ricordo del terribile terremoto per mettere al loro posto un’opera nuova, un pezzo in più di questa catartica creazione di esistenze e futuri che dovrà essere la ricostruzione di Haiti.
-
Evento per Haiti a Roma. Domenica sera, 28 febbraio


A sostegno della popolazione e della dignità di Haiti.
ROMA DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010
L’appuntamento è per le 19.30 in VIA SAN TOMMASO D’AQUINO 11/A.
Aperitivo + musica e videodiretta da Haiti
A seguire: Proiezione film THE AGRONOMIST di Jonathan Demme
Ingresso 3 euro + 3 euro aperitivo
L’intero ricavato della serata andrà in favore di Selvas.org che collabora con L’Associazione di avvocati haitiani volontari AUMOHD
Organizza AIN http://www.itanica.org/

Circolo Leonel Rugama
itanica.roma@libero.it
Appello
L’Associazione di avvocati haitiani
volontari AUMOHD, Action des Unité Motives pour une Haïti de Droit “è in dovere di lanciare un appello urgente a tutti i suoi amici e sostenitori, a tutti gli amici di Haiti per aiutarci tramite un contributo che ci possa permettere di supportare i senza tetto, ricostruire le infrastrutture distrutte dell’AUMOHD, e aiutare le famiglie in difficoltà.”
Ecco i siti per le donazioni:
http://www.selvas.eu/AppelloHaiti2010.html
http://prohaiti2010.blogspot.com
-
La terra trema ancora. Video Port au Prince, Haiti (6). 4 scosse in 2 notti e le visite dei presidenti stranieri
Port au Prince e Haiti tremano ancora. Dopo due notti di scosse ondulatorie intorno ai 5 gradi della scala Richter abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della casa alla zona giardino-parcheggio. La rivisitazione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare.
La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere un sonno turbato però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per quest’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un tuono grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta.
Il Corriere e la Repubblica hanno pubblicato un’informazione esagerata rispetto a quanto apprendiamo dai media haitiani e dall’ANSA: il terremoto è stato forte ma “solo” del 4,7 grado scala Richter, non del 7 come acclamato in prima pagina di Repubblica on line (http://www.ansa.it/ansalatina/notizie/notiziari/amcentr/20100223114435033340.html)
La più grande catastrofe della storia moderna. Bilancio provvisorio dei danni del terremoto del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, capitale d’Haiti e città limitrofe, al 22 febbraio 2010 secondo la protezione civile haitiana: valutazione danni in 14 miliardi di dollari USA, morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie, 222 500, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 feriti; 559 dispersi; 1 milione e mezzo di persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila senza tetto; 509 202 sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi e la stagione delle piogge è una minaccia per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni. Cuba è il paese che ha fornito più medici: sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Si segnala anche la scarsità di latrine e servizi igienici nei campi di accoglienza degli sfollati dato che è ancora lontano l’obiettivo di avere una latrina ogni 20 abitanti.
Ronda di visite di capi di Stato. Intanto il presidente haitiano Renè Preval si trova in Messico per assistere ai meeting della OSA (Organizzazione Stati Americani) e per incontrarsi col presidente messicano Calderon. Si avvicina la data del 31 marzo in cui l’ONU discuetrà i piani per la ricostruzione del paese mentre l’Unione Europea annuncia un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton che visiterà l’isola la settimana prossima. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione.
Dopo Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, anche Michelle Bachelet, sua omologa cilena, è venuta in visita ad Haiti ma senza offrire milioni come Sarkozy. Ha sfoderato più che altro discorsi di solidarietà e promesse di aiuti futuri per la fase di ricostruzione, frasi diplomatiche di cortesia e di elogio al coraggio del popolo haitiano che resiste. Anche a lei Preval ha chiesto più tende mentre al summit dei leader latino americani ha chiesto più investimenti per la riattivazione dell’industria in loco e la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti esteri. Ha anche sottolineato come lo sviluppo futuro del paese non dovrà più centrarsi sulla capitale dove vive oltre il 20% della popolazione totale quanto sul decentramento.
Non mi stanco di segnalarvi un blog utile per le donazioni per Haiti e per l’Aumohd, dove stiamo lavorando come volontari: http://prohaiti2010.blogspot.com/
Port au Prince e Haiti tremano ancora. Dopo due notti di scosse ondulatorie intorno ai 5 gradi della scala Richter abbiamo saggiamente deciso di spostare le nostre tende dal primo piano della casa alla zona giardino-parcheggio. La rivisitazione del piano “notti sicure”, che prima prevedeva solamente un generale e indefinito stato di allerta mentale e l’opzione di dormire in tenda sul balcone dell’ufficio dell’Aumohd (Association des Unité Motivé pour une Haiti des Droits), implica ora un ripensamento della strategia generale. Verso mezzanotte la prima scossa che ci ha svegliato non era eccessivamente minacciosa ma qualche ora dopo la seconda ci ha fatto letteralmente sobbalzare e imprecare.
La tenda era chiusa e la cerniera introvabile, il pavimento scivolava sotto i piedi da destra e sinistra come un tapis roulant e quando sono riuscito a uccidere il dormiveglia, ad alzarmi, ad orientarmi e a uscire era ormai tutto finito, i cani abbaiavano mentre amici e vicini erano già in piedi per la strada e nei cortili. Niente di grave, solo pochi secondi, ma questa volta non posponiamo più la decisione di traslocare giù in giardino per cercare di riprendere un sonno turbato però lì almeno non ci può crollare niente in testa. Sarà la nostra nuova stanza per quest’ultima settimana, è finita l’epoca del coraggio. Mentre facciamo i bagagli un’altra bottarella di terremoto preceduta da un tuono grave e fragoroso ci riconferma la bontà della nostra scelta e ci mette addosso una leggerissima fretta.
La più grande catastrofe della storia moderna. Bilancio provvisorio dei danni del terremoto del 12 gennaio 2010, del 7,3 grado della scala Richter, su Port au Prince, capitale d’Haiti e città limitrofe, al 22 febbraio 2010 secondo la protezione civile haitiana: valutazione danni in 14 miliardi di dollari USA, morti accertati (ma molti sono ancora sotto le macerie, 222 500, il 90% dei quali nella zona cittadina; 310 928 feriti; 559 dispersi; 1 milione e mezzo di persone colpite; 1 milione duecentotrentasettemila senza tetto; 509 202 sfollati; 105 369 case distrutte; 208 164 abitazioni danneggiate. Non si segnalano ancora pericoli epidemiologici nel paese anche se una trentina di ospedali della capitale non sono operativi e la stagione delle piogge è una minaccia per le precarie tendopoli installate un po’ dappertutto a Porto Principe e dintorni. Cuba è il paese che ha fornito più medici:
sono oltre 1700 i dottori presenti ad Haiti, 1300 arrivati dopo il sisma. Si segnala anche la scarsità di latrine e servizi igienici nei campi di accoglienza degli sfollati dato che è ancora lontano l’obiettivo di avere una latrina ogni 20 abitanti.Ronda di visite di capi di Stato. Intanto il presidente haitiano Renè Preval si trova in Messico per assistere ai meeting della OSA (Organizzazione Stati Americani) e per incontrarsi col presidente messicano Calderon. Si avvicina la data del 31 marzo in cui l’ONU discuetrà i piani per la ricostruzione del paese mentre l’Unione Europea annuncia un “piano Marshall” per Haiti, secondo le parole del ministro degli esteri dell’Unione, Catherine Ashton che visiterà l’isola la settimana prossima. Per ora il totale degli aiuti europei ammonta a 609 milioni di euro di cui 309 di aiuti umanitari e 300 per la ricostruzione.
Dopo Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, anche Michelle Bachelet, sua omologa cilena, è venuta in visita ad Haiti ma senza offrire milioni come Sarkozy. Ha sfoderato più che altro discorsi di solidarietà e promesse di aiuti futuri per la fase di ricostruzione, frasi diplomatiche di cortesia e di elogio al coraggio del popolo haitiano che resiste. Anche a lei Preval ha chiesto più tende mentre al summit dei leader latino americani ha chiesto più investimenti per la riattivazione dell’industria in loco e la riduzione della dipendenza economica dagli aiuti esteri. Ha anche sottolineato come lo sviluppo futuro del paese non dovrà più centrarsi sulla capitale dove vive oltre il 20% della popolazione totale quanto sul decentramento.
-
Haiti un mese dopo: pioggia, inquietudini e speranze a Port au Prince

Articolo di F. L. riportato dal settimanale Carta del 19 gennaio 2010.
Il presidente di Haiti, René Preval, ha decretato lo stop di tutte le attività economiche ed educative nel paese per venerdì 12 febbraio, giornata di lutto nazionale per le 220mila vittime del terremoto che ha colpito la capitale Port au Prince il 12 gennaio scorso cambiando il destino di un popolo che da sempre è abituato agli sconvolgimenti drastici causati dalle vicissitudini della storia e della natura, dalle forti ingerenze postcoloniali di francesi, americani e brasiliani, così come da uragani e terremoti. Mentre le cifre sulle vittime e gli sfollati cominciano a stabilizzarsi a livelli impressionanti (un milione duecentomila persone vivono in rifugi provvisori o per strada e solo il 25% dispone di “materiali d’emergenza” come tende e materassi) e i media internazionali propiziano il lento spegnimento dei riflettori puntati sull’isola de La Hispaniola, sulle cui coste sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che è oggi divisa tra la Repubblica Dominicana e Haiti, il popolo haitiano vive ancora in uno stato di grave emergenza. Ogni sera Preval parla in diretta TV alla nazione da una tenda in cui si tiene una conferenza stampa per informare sulla situazione e cercare di confortare in qualche modo gli ascoltatori. E’ una delle poche azioni possibili in questi momenti dato che lo Stato è praticamente bloccato e atterrato in seguito alla morte di molti funzionari pubblici e alla distruzione fisica di quasi tutti i ministeri e del Palazzo nazionale.
A un mese dal catastrofico sisma di 7,3 gradi della scala Richter che ha praticamente raso al suolo la città di Leogane, che si trova vicinissima all’epicentro del sisma proprio a pochi chilometri dal centro della capitale, e che ha distrutto o danneggiato gravemente circa l’80% degli edifici della stessa Port au Prince, il paragone con un panorama postbellico e l’idea di un formicaio sempre brulicante e in costruzione sono forse le immagini più adatte per descrivere la vita e la gente qui ad Haiti. Basta camminare per la strade di Delmas, il quartiere periferico in cui mi ospitano gli avvocati dell’Aumohd (Associazione di Universitari Motivati da un’Haiti dei Diritti), un’associazione di difensori dei diritti umani che lavora nei quartieri disagiati e nelle carceri, per rendersi conto che la gente vive alla giornata cercando continuamente cibo, acqua, denaro, spazi, tende, lavoro, contatti e aiuti della solidarietà internazionale spesso difficili da ottenere nelle sovrappopolate periferie cittadine.
Molti supermercati e mercati coperti sono stati distrutti dalle scosse del terremoto e i pochi rimasti aperti non costituiscono un gran conforto per la gente comune dato che i prezzi del cibo e degli altri prodotti in genere sono proibitivi, quasi a livelli europei. In questi empori non è difficile incontrare soldati e giornalisti canadesi o americani in cerca di scatolame, pesce, verdure o lattine di birra, tutti beni introvabili nei mercati di quartiere e nelle bancarelle per la strada che si caratterizzano per la scarsa varietà e qualità degli alimenti in vendita: cipolle, aglio, pasta, riso, fagioli, dadi per il brodo, peperoncini, pane, a volte i pomodori e con un po’ di fortuna del pollo e della carne di dubbia provenienza e poco più. Negli accampamenti c’è anche l’abitudine di mangiare la carne di gatto.
Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano ora parzialmente rientrate, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione degli uragani, prevista a partire da aprile, con il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, il caldo asfissiante e il proliferare di zanzare che da sempre le caratterizzano. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando. Alcuni di questi ospitano oltre tremila persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano alcuni maiali.
Qualche giorno fa abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere tutti i giorni tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fanghiglia e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione per gli spazi in cui si dorme o dove s’istallano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.
Anche se a Port au Prince mancano ancora i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica, la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo e, per l’energia, i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina per alcune ore al giorno. In questo senso l’azione delle associazioni locali, spesso non legate al circuito delle grandi ONG e delle “multinazionali della solidarietà”, è molto importante nei quartieri marginali visto che, per esempio, la stessa Aumohd offre servizi gratuiti come la connessione a internet, la ricarica del cellulare, la disponibilità di spazi per le riunioni e per depositare prodotti di prima necessità e a volte anche pasti caldi alla gente del quartiere. Il presidente, Maitre Evel Fanfan, ha lanciato insieme all’organizzazione italiana Selvas.org una raccolta fondi per una piccola cucina comunitaria e per aprire un piccolo centro medico di quartiere al quale stiamo contribuendo direttamente anche noi italiani (siamo qui in due, io e l’amico Diego Lucifreddi).
Le informazioni su come supportare queste iniziative e sulla situazione ad Haiti si trovano in questi blog: http://prohaiti2010.blogspot.com e http://lamericalatina.net.
In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri. Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.
Il lutto nazional del 12 febbraio s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella centrale spianata di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si sono riuniti nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. Il rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri americani che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.
Foto di Fabrizio Lorusso, album: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti -
Note di Diego Lucifreddi. Il terremoto delle grandi occasioni

di Diego Lucifreddi

Il terremoto è una grande occasione per il nostro paese, ci dice Micaela, la signora haitiana che abbiamo intervistato ieri. E’ l’occasione per ripensare la struttura del paese dalle sue fondamenta.
L’allusione però è limitata all’urbanistica e all’ambiente, perché nonostante qui sia caduto l’establishment con tutti i suoi palazzi, l’idea di una ricostruzione che comprenda la società nella sua interezza sembra difficile.
Alla preoccupazione cronica degli haitiani per riempirsi la pancia e guadagnare un minimo di denaro, dopo il sisma si aggiunge quella di ristabilire una vita se non proprio normale, almeno stabile. Gli adulti coscienziosi stanno cercando un lavoro, mentre i giovani tornano alla propria rete di amicizie e si danno nuovi punti di riferimento geografico, sia solo per fare una doccia o ricaricare il cellulare.
Ora più che mai, l’ossessione è quella di tamponare compulsivamente i bisogni primari – e l’aiuto esterno ci sta riuscendo bene – ma a pochi sembra importare che nei campi d’accoglienza le baracche costruite nel fango saranno portate via dalle piogge di aprile. Presto si creerà un’altra emergenza e di nuovo ci si troverà senza una risposta, pronti a aspettare un nuovo aiuto.
Questo terremoto ha dimostrato che tutti sono vulnerabili, i poveri come i ricchi e anche i politici, che sono stati costretti a avvicinarsi al popolo, nel vero senso della parola, con cui condividono lo stato di indigenza e l’inattività.
L’ennesima catastrofe caduta sul paese ha messo in moto un processo di delegittimazione irreversibile di tutta la classe dirigente autoctona a cominciare dal presidente Prevert che può solo prendere atto della situazione e limitarsi agli appelli tra il politico e il religioso.
Gli aiuti cadono come la manna dal cielo, abbondantemente ma senza una pianificazione, manca un interlocutore credibile che incanali i copiosi flussi di denaro, forse tra la popolazione di Haiti non lo si è cercato abbastanza, e il governo USA ha pensato di risolvere il problema sovrapponendo la sua istituzione più razionale, cioè l’esercito. Nonostante questo gli americani non sono riusciti a evitare le critiche sulla lentezza e l’eccessiva burocratizzazione del loro intervento fino alle denunce di corruzione.
La funzionalità dello stato haitiano è stata abbattuta e la macchina americana ne ha occupato tutti gli apparati. Ma se questo ha dato dei vantaggi dal punto di vista pratico, l’efficacia dei smistamenti risente della mancanza di un’autorità locale che conosca bene territorio e popolazione.
Si è creata la situazione per cui chi vive nei campi per i sfollati è favorito dalla distribuzione diretta, mentre chi non e’ nell’occhio del ciclone ha difficoltà a accedere ai sacchi di riso e alle medicine.
Anche il rapimento dei bambini e le facili adozioni sono il frutto della scomparsa dello stato, che come il capitano di una nave che affonda, ha lanciato il si salvi chi può.
Il prete nella messa della domenica ha fatto appello alla fratellanza e alla carità per superare la catastrofe, mentre i battisti, comunità ben presente a Port au Prince, erano impegnati a agitare le mani al cielo, cantare e cadere in trance. Durante le celebrazioni del primo mese dal sisma, si sono ripetuti varie volte messaggi di unità tra le due confessioni, chiamate a un ruolo di aggregazione che vada più in là dei canti e dei balli.
Il terremoto ha colpito anche le forze sociali organizzate, i sindacati e le associazioni per i diritti umani che a Haiti sono sempre stati sotto minaccia e ripiegati in una posizione di difesa.
Adesso sono impegnati a sopravvivere e stanno tentando di stabilire un sistema di distribuzione degli aiuti parallelo in grado di coprire le parti dimenticate della popolazione. Data la carenza delle forze politiche istituzionali, da loro potrebbe venire un progetto di nuova nazione, anche se è molto molto difficile.
-
Diario da Haiti (4): polvere di macerie sul cielo di Port au Prince

La casona che prima del terremoto del 12 gennaio scorso a Port au Prince era la sede dell’Aumohd, un’associazione di avvocati da anni in lotta per la difesa dei diritti umani ad Haiti e per la protezione della popolazione dei quartieri disagiati, è adesso anche un rifugio d’emergenza che il suo presidente, Evel Fanfan, alcuni ex-impiegati dell’associazione, due ragazze del quartiere che hanno perso casa, anche se per fortuna i loro familiari sono vivi, e a volte vi dimorano dei collaboratori stranieri come me e Diego che vengono ad aiutare, a informare, a capire, a vivere. Siamo i primi dopo il sisma e veniamo trattati con tutte le attenzioni del caso.
Ci viene proposto di dormire in giardino o nel parcheggio sotto un tendone di plastica enorme che copre alcuni letti d’emergenze, ma preferiamo entrare in casa, salire un piano e stenderci in terrazza sui nostri materassi cinesi gonfiabili, sotto le stelle che brillano orgogliose e indisturbate sopra la città senza luce. Negli uffici del piano terra, sgomberi e puliti, c’è la lavagnetta di Evel dove hanno scritto i nostri nomi e quelli di ogni ospite “residente” dell’associazione con le sue rispettive funzioni. Nessuno osa restare fermo sotto i tetti della casa e la scalata ai piani superiori è un’impresa psicologicamente impegnativa per chi sente ancora dentro il tremolio, il frastuono, la rottura e la caduta, cioè il trauma per la devastazione concepita e attuata dalle forze della natura. Fatalismo, animismo, culto della morte, reminiscenze voodoo e religiosità profonda si fondono nella cultura haitiana con un cattolicesimo di facciata ed un protestantesimo in crescita dirompente grazie ai finanziamenti delle potenti chiese statunitensi e alla crisi della tradizione cattolica romana proprio come accade anche in Messico e in tanti altri paesi dell’America centrale e dei Caraibi.
Le proporzioni del disastroSebbene la gente in qualche modo fosse già abituata alle periodiche catastrofi naturali che la colpivano a queste latitudini caraibiche, non ci si aspettava proprio quel minuto di scosse tremende, ondulatorie, pervicaci e fatali che hanno provocato 230mila vittime, un milione e duecentomila sfollati, danni economici stimati in 14 miliardi di dollari oltre alle decine di migliaia di sepolti vivi che non verranno mai trovati e di cui spesso ci si dimentica. Una città vivissima e simile a un immenso formicaio ma ancora piena di fantasmi è quella che ci accoglie i primi giorni con la luce del sole che nel pomeriggio scalda l’aria oltre i 35 gradi. Le strade della zona si chiamano Delmas, sono contraddistinte solamente da un numero progressivo dispari per le vie che escono verso sud, e pari per quelle a nord, e tutte portano alla principale, anch’essa chiamata Delmas, ma senza numeri. E’ la via maestra che dopo 5 chilometri di discesa verso il mare sfocia nel centro di Porto Principe. La Banca Interamericana per lo Sviluppo ha recentemente pubblicato le prime stime economiche sulle dimensioni della catastrofe, indicata come la più grande della storia in relazione alla popolazione haitiana di 10 milioni di abitanti. Si parla di 14 miliardi di dollari per la ricostruzione e una previsione del futuro dalle evidenti tinte catastrofiste, di quelle che piacciono tanto agli economisti econometristi ortodossi e statisticamente ferrati, che condanna il paese a rincorrere il suo passato per decenni e decenni dato che recupererà il suo prodotto interno lordo previo al terremoto solo nel 2040. Per ora meglio restare coi piedi e le cifre e per terra, abbandonare il disfattismo della vulgata economica imperante e tornare a Delmas.
Bombardamenti della terra
L’esplorazione parte da qui, dalla 49 in su e in giù, evitando mattoni, colonne, sbarre di metallo, immensi buchi nell’asfalto e occhi disperati e imploranti di gente disposta a lavorare, aiutarci, chiedere e sapere che non siamo lì per salvare nessuno, che cerchiamo di salvarci noi dal rumore e dall’ansia dell’impotenza materiale di vincere la mala sorte, il sottosviluppo e la povertà che hanno congiurato per distruggere tutto e sottomettere un popolo già prostrato da uragani, corruzione e disuguaglianze sociali. Alcuni scorci dei palazzi crollati e le sensazioni mi riportano ai racconti, alle vecchie foto e alle letture dell’epoca postbellica nella Milano e nella Roma straziate dai bombardamenti e dalla fame. La seconda immagine è quella delle città irachene, afgane e palestinesi che sin da piccoli siamo stati abituati a conoscere passivamente in televisione, incappando nella loro disperazione durante i routinari e distratti zapping tra i Jeffersons, il Pranzo è servito e la ruota della fortuna. Villaggi e case sempre uguali, sempre grigi, polverosi di macerie e deserto, sempre torturati, occupati e sorvolati da elicotteri stranieri e gruppi ribelli non identificati. Sarà retorico o scontato ma sono le prime impressioni, quelle che non si scordano. Le mura del cimitero del quartiere Delmas sono crollate completamente in modo tale che dalla strada, passeggiando, si scorgono le tombe di marmo, spuntano imperiose le croci di ferro, si notano i fiori e i paramenti colorati in quell’angolo surreale dell’altro mondo, in quel pezzo sfortunato dell’isola de La Hispaniola, dove i morti sembrano aprire le porte di casa per accogliere tanti fratelli sofferenti tra le macerie o agonizzanti negli ospedali da campo per offrire loro un soffio di pace eterna.
Nottate in bianco e nero
I cani randagi e i galli domestici cominciano a cantare nei cortili prima delle 5 mentre le zanzare ci accompagnano numerose nel mondo dei sogni, tormentato dai veleni emanati a causa delle loro punture e dal calore intenso d’afa tropicale. La doccia si fa con l’acqua di un pozzo raccolta in un secchio gigantee deposto al centro del bagno. Un generatore di corrente a benzina ci permette di avere l’energia elettrica per qualche ora al giorno anche se il prezzo da pagare per ogni pieno di serbatoio è molto alto, siamo oltre l’euro al litro di essence o gasolio, quasi come in Italia. La moneta locale, la gourde, si cambia a 50 per un euro e 38 per un dollaro USA tanto per la strada come nelle poche banche aperte o presso gli uffici onnipresenti della Western Union. Sulla grande rue Delmas c’è l’ambasciata canadese presidiata dai soldati di quella pacifica repubblica ghiacciata che viene presa d’assalto dalla gente in attesa fuori, davanti, nei dintorni, ovunque, per ottenere un visto e scappare via lontano in cerca di gelo e lavoro.
Dopo un paio di giorni di ambientamento e pratica intensiva di un francese precario, lingua sempre utile per farsi capire anche se la gente parla di preferenza il creolo, mettiamo a frutto il lavoro di raccolta dei primi contatti svolto prima di partire con lo scopo di poter intervistare cooperanti, attivisti e giornalisti che conoscono bene il paese e che possono aiutarci nella comprensione della situazione politica e sociale ad Haiti e nelle fasi di orientamento nella selva delle procedure per l’ottenimento dei famosi aiuti internazionali. Un progetto di cucina comunitaria e uno di riabilitazione di una piccola clinica di quartiere sono quelli che l’Aumohd ha in mente di realizzare. Riusciamo nel nostro intento e prendiamo due piccioni con una fava. Due incontri in due ore che ci fanno conoscere una realtà sconosciuta ai più.
Lusso nella polvere
Il giornalista del Corriere con cui chiacchieriamo nel giardino del lussuoso Hotel Plaza conosce bene la situazione e la storia recente di Haiti e intervista Evel Fanfan con veemenza alla ricerca di qualcosa che spesso non c’è, la notizia. Una storia che dovrebbe e potrebbe coincidere semplicemente con la realtà, o meglio le rifrazioni e i riflessi di essa, ma che spesso deve diventare qualcosa di più, deve rasentare i confini del morbo scandalistico o dell’ordinaria verità politicamente corretta per poter essere raccontata all’estero, in Italia per esempio, sui media mainstream. Nell’hotel l’ambiente è surreale, estremamente rilassato e tipico dei non-luoghi alla Marc Augé, cioè di quegli spazi della postmodernità che sono identici ovunque nel mondo, come ad esempio gli aeroporti o certe note catene globali di supermercati e fast food. Schiere di giornalisti provenienti da ogni angolo della terra si scambiano opinioni, guardano partite di football, navigano su Internet a velocità da sogno e possono scegliere tra varie marche di birra al bancone del bar mentre a cento metri in linea d’aria dalla reception s’intravvede il più grande accampamento di sfollati della città con migliaia di polverosi tendoni di plastica in successione che invadono piazze, strade e panorami. Siamo a pochi passi dal Palazzo nazionale, l’edificio sede del potere esecutivo distrutto dal sisma, simbolo di uno Stato inesistente, corrotto e debole prima e dopo che la terra tremasse per un minuto il 12 gennaio scorso.
Uno Stato che attende gli aiuti e governa da una tenda allestita dagli oltre ventimila americani sbarcati in terra haitiana per evitare “problemi di sicurezza” e garantire il flusso di aiuti in natura che stanno intasando i magazzini e spesso giacciono abbandonati nei loro anfratti. L’intervista serve anche a noi per comprendere meglio il dibattito politico haitiano e la collocazione dell’attuale presidente Renè Preval di fronte all’opinione pubblica locale ed estera: dopo la cacciata del popolare presidente Jean Bertrand Aristide nel 2004, oggi in esilio in Sud Africa, in seguito a un periodo di rivolte, violenza politica e instabilità economica con un’opposizione che boicottò le elezioni del 2001 e denunciò frodi elettorali, Preval è stato visto come il suo successore naturale dato che faceva parte del suo movimento ed era già stato presidente negli anni novanta. Dal 2004 al 2006 dopo le dimissioni forzate di Aristide, il giudice della Corte costituzionale gradito agli USA, Boniface Alexandre, ascende alla presidenza per due anni caratterizzati da un alto livello di repressione politica e sociale, dopo i quali Preval sembra un’alternativa accettabile per il popolo haitiano che s’illude di trovare un nuovo “Aristide ma senza Aristide”. Di nuovo le poche famiglie dell’elite nazionale alleate con gli interessi stranieri, soprattutto americani, riescono a determinare i processi politici nazionali in funzione dei loro interessi e a far sì che il movimento e la popolarità dell’ex prete Aristide vengano neutralizzati da uno dei suoi ex alleati che garantisce loro maggiore sicurezza e stabilità rispetto al suo “radicale” predecessore.
Il secondo incontro di questa dinamica serata è invece con alcuni rappresentanti italiani della rete di ONG riunite sotto il nome di AGIRE che in Italia hanno raccolto in pochi giorni oltre 10 milioni di euro solo con gli SMS per finanziare le loro attività umanitarie qui ad Haiti. Anche da queste parti non se la passano male. Non siamo in centro ma poco importa, siamo comunque in altro mondo, fuori dal mondo. Evel Fanfan entra insieme a noi, questa volta in veste di traduttori e “mediatori culturali”, in un altro hotel dorato, il Palm Inn, una specie di grosso residence con piscina, camere e appartamentini ben decorati, puliti, con uno stile impeccabile e tutti i servizi, insomma un’oasi di tranquillità nel bel mezzo della sabbia e le rovine di Delmas 31, una via non asfaltata e non percorribile senza una jeep o un pick-up. Anche qui il ricordo catodico di Bagdad mi abbaglia ripetutamente, ma quel flash mi abbandonerà presto per lasciare posto alla visione concreta di un albergo del tipo “luna di miele a Cancun, Mexico”. Spieghiamo ai cooperanti i nostri progetti per capire che margini ci sono per ricevere degli aiuti direttamente da loro oppure da altre organizzazioni della rete, ma chiaramente non è così facile. Non è che avessimo grandi aspettative ma, nonostante la gentilezza e cortesia dimostrata dai nostri contatti del Palm Inn, c’è un po’ di delusione nel constatare come sia difficile collegare alcuni gruppi locali presenti sul territorio qui a PAP (Port au Prince come la chiamano qui con affetto) con le grosse realtà italiane del volontariato e del settore non profit. Comunque siamo solo all’inizio e ogni organizzazione ha le sue politiche. In questo caso i nostri non si occupano della zona in cui ci troviamo noi e quindi non se ne fa niente. Ci vengono dati alcuni utili consigli su come partecipare nei campi allestiti dalle Nazioni Unite alle riunioni, dette cluster, dove ci si iscrive per ottenere i materiali e beni come cibo, medicine e della solidarietà internazionale. Ci vengono dati inoltre degli indirizzi per trovare il centro di distribuzione degli aiuti italiani che si trova a Tabarre, vicino all’aeroporto. Ma senza nomi e contatti precisi è dura da quelle parti, dicono. Non è un gran bottino.
La donazione coraggiosa
Rinnovo l’invito a donare qualcosa per le attività dell’Aumohd qui a Porto Principe. Sento di poter garantire senza esitazioni circa la loro onestà e integrità nell’uso delle risorse raccolte: http://prohaiti2010.blogspot.com/ . Ringrazio chi ha già contribuito e chi deciderà di farlo saltando i canali tradizionali per aiutare direttamente questo gruppo presente in loco.
Alla prossima puntata…
Foto da Haiti: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti
Canale Video Da Porto Principe YOUTUBE: http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex
Articolo tratto da: www.carmillaonline.com -
Video Port au Prince, Haiti (4). Il Palazzo nazionale distrutto, Sarkozy e la tendopoli di Campo di Marte
La Banca Interamericana per lo Sviluppo ha recentemente pubblicato una stima dei danni del terremo del 12 gennaio ad Haiti e ha concluso che si tratta della tragedia più costosa della storia in termini di vite umane e per l’economia in relazione alla popolazione totale del paese (circa 9 milioni e mezzo di persone) e alla situazione precedente il sisma. I morti superano i 230mila e molti sono ancora sotto le macerie, l’infrastruttura distrutta viene stimata in 8000-14000 milioni di dollari (cifra superiore al PIL di Haiti di un anno) e si parla di decenni di recupero necessari per riportare l’economia allo stato in cui era prima del terremoto. Di certo non è un gran obiettivo dato che si trattava comunque del paese più povero delle Americhe. Normalmente le stime econometriche come questa si basano su una serie di variabili e fattori considerati costanti, il famoso “ceteris paribus” (a parità di condizioni) e servono spesso come unità di riferimento per orientarsi un po’ nel marasma di dati forniti e proiettati, quindi non credo si possa concludere che un paese, uno stato, un popolo siano per sempre spacciati anche perché lo sviluppo economico dipende da molti più fattori di quelli considerati di solito da queste analisi. Le proporzioni storiche dell’evento erano già note e le proiezioni economiche a futuro vanno sempre riviste.
Il presidente francese Nicolas Sarkozy verrà in visita ad Haiti mercoledì prossimo e ha annunciato che discuterà dei piani di ricostruzione e degli aiuti francesi con il presidente Preval e con i giornalisti. Il 31 marzo a New York ci sarà l’incontro all’ONU sulla ricostruzione di Haiti in cui verranno stilati e completati i piani per la città di Port au prince e le altre come Leogane che son state completamente rase al suolo. L’idea è di evitare il sovrappopolamento dell’area metropolitana in futuro (gli abitanti della capitale erano 2 milioni, il 20% del totale del paese) e cercare di non ricostruire nelle zone più a rischio. Il palazzo nazionale, per esempio, secondo i piani francesi andrebbe rifatto da un’altra parte nonostante sia un simbolo nazionale importante. Si preannunciano mesi caldi per la negoziazione degli aiuti e dei contributi di ciascun paese: le visite di Stephen Harper, primo ministro canadese, e dei coniugi Clinton a più riprese (Bill Clinton ha addirittura cominciato una campagna insieme a Bush figlio) e ora quella di Sarkozy sottolineano come, oltre al Brasile, anche Francia, USA e Canadà siano fortemente interessati a mantenere forme di controllo-aiuto ad Haiti. Sono i primi paesi interessati ad evitare l’ingerenza russa e venezuelana nei Caraibi, ad avere la priorità nell’esplorazione delle risorse minerarie (petrolifere ma non solo) probabilmente abbondanti nelle acque haitiane e a mantenere la situazione umanitaria quantomeno stabile dato il “pericolo” di emigrazioni di massa nei loro territori.
Abbiamo avuto un incontro con la sezione italiana di Medici Senza Frontiere qui a Port au Prince per cercare di capire come fare per ricevere degli aiuti in medicine, personale e materiali medici per ricostituire una piccola clinica di quartiere che operava nella zona Delmas e che potrebbe ora ricominciare a offrire i suoi servizi dato che il personale medico è sopravvissuto e non ha lavoro. Le perosne che ci hannop ricevto sono state molto gentili e ci hanno spiegato come prepararsi per entrare nelle liste delle Nazioni Unite per ricevere aiuti. Non è semplicissimo ma sembra sia possibile. Bisogna partecipare a delle riunioni settoriali, dei “cluster”, dedicate a temi specifici quali “i materiali medici” o “gli aiuti alimentari” e cercare di inserire la propria organizzazione, sia essa locale o straniera, nella lista del cluster adatto e attendere. Mi perdoneranno gli esperti delle ONG e simili per la superficialità della spiegazione!
Le grosse ONG e gli organi governativi accedono a queste risorse quasi automaticamente proprio in virtù della loro notorietà e credibilità forse lasciando in secondo piano le piccole realtà legate al territorio che devono “risalire la china” o partire da zero nelle loro relazioni con le agenzie internazionali. Alcune realtà grandi come MSF (Medicins sans frontiers) preferiscono non dipendere dagli aiuti ufficiali in quanto vi sono dei condizionamenti cui non desiderano sottostare. Non abbiamo parlato della questione specificamente ma possiamo immaginare che anche la solidarietà possa venire condizionata a delle politiche specifiche, a delle prefernze stabilite dall’agenzia che la elargisce. Per esempio in America centrale e in Messico non è un segreto che la USAID (agenzia governativa statunitense), fortemente presente anche qui ad Haiti con gli aiuti del terremoto, subordina i suoi esborsi “solidali” a politiche anti-abortiste o reazionarie rispetto alle tendenze sociali e politiche dei paesi riceventi. Tra l’altro legarsi in qualche modo all’esercito, alle truppe straniere o agli stessi caschi blu può portare a gravi problemi d’immagine per i gruppi che desiderano mantenere la loro immagine d’indipendenza e autonomia.
Riporto ancora l’appello per le donazioni all’Aumohd, l’associazione presso cui stiamo lavorando a Port au Prince è che è molto radicata nel quartiere e con le organizzazioni locali. I contributi vengono veramente consegnati al destinario e vengono utilizzati per l’acquisto diretto di medicine, tende e beni di prima necessità per gli abitanti del quartiere:
http://prohaiti2010.blogspot.com/