La Santa Muerte e la stampa italiana (Prima parte)

di Fabrizio Lorusso :::::::::::::::::::::::::: www.carmillaonline.com

santamuertevelas.JPGVorrei scagliare nel www una critica costruttiva per evitare che anche in Italia la figura e il culto messicano della Santa Muerte vengano mistificati. La speranza è che non diventino un’esca succosa e stereotipata per pigri giornalisti che riportano fonti di terza mano e cercano la notizia facile anziché indagare sulle origini dei fenomeni sociali e dei loro relativi problemi. Infatti dall’inizio di quest’anno si sono moltiplicati in rete i post e le note in italiano sulla devozione alla Santa secondo una linea “sensazionalista” che molto probabilmente si rifà ad analoghi articoli tendenziosi usciti su vari siti e giornali in inglese e spagnolo. Spesso ci si occupa della frontiera Messico-Usa come fosse un immenso teatrino di marionette sataniche e narcos tatuati.
Il problema generale è la cornice di esotismo e superficialità con cui ancora oggi vengono trattati molti temi latino americani e messicani, in particolare la violenza, il narcotraffico, la migrazione, l’emarginazione e la povertà nelle metropoli, la storia e la cultura popolare, indigena o meticcia che sia. E se poi nei racconti e nelle immagini, nel contenuto del quadro, si piazzano un po’ di rosso sangue a macchie, qualche luogo comune e un mix al gusto di astratti misteri, ben venga per stampa e Tv. E pure per Internet, chiaro. Al tutto gli si dà un bel titolo che menzioni dei sacrifici umani, una santa mortale e oscura, un po’ di vittime, droga e sparatorie. L’espediente fa molta scena e genera visite (o vendite sul cartaceo).

L’arte astratta e surrealista applicata al giornalismo è una pratica ancestrale, non la scopro io, ma serve a trasmettere un’informazione correttamente? Non penso proprio e spesso non è nemmeno questo l’interesse di chi scrive, purtroppo.
Dato che il culto alla Santa Muerte è ancora poco conosciuto e relativamente giovane, provo a evidenziarne alcuni tratti qui prima che sia tardi e che continui ad essere usato per dare spiegazioni facili ai problemi del Messico. Userò una rassegna stampa per ragionarci su, visto che nell’ultimo mese sono usciti alcuni articoli sulla scia dell’arresto di un personaggio noto come “l’arcivescovo della Santa Muerte”, David Romo, e in seguito ad alcuni casi di omicidio nella settentrionale Ciudad Juarez che la polizia ha definito come sacrifici umani alla Santa Morte.
E’ un modo grossolano di sviare l’attenzione. I morti per le faide tra narcotrafficanti non mancano mai (oltre 3000 a Juàrez nel 2010), perciò in tanti si sono cimentati nell’arte di mischiare eventi e guerre diverse per cuocere un minestrone di news con chili jalapeño dentro. Ci si concentra su un paio di casi senza spiegare nulla, dimenticando il quadro.
Intanto vi invito a visitare tre siti in italiano per capire meglio i punti nodali e la storia del culto e poi continuo col soliloquio: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/ & http://www.opificiociclope.com/OC/index.php/2010/07/santa-muerte/ & http://www.instoria.it/home/santa_muerte.htm

L’immagine della Santa Muerte, uno scheletro con falce e bilancia ricoperto da una tunica di uno o più colori, attira certamente l’attenzione e rischia di perturbare le placide giornate di sole tanto a chi vive in Messico quanto a chi sta in Italia. I motivi e i modi sono diversi. Diapositiva85.JPGPer i messicani la visione di uno scheletro in una casa o per la strada non rappresenta di per sé un’esperienza terrificante, anzi.

I teschi e le catrinas – le famose raffigurazioni degli scheletri vestiti da donne borghesi (vedi le foto del teschio coperto di fiori gialli e il disegno dello scheletro col cappello da signora borghese) – sono dappertutto e sono legate al culto cattolico del giorno dei morti riadattato secondo il canovaccio di un folclore nazionalista dalle origini precolombiane, almeno nelle intenzioni. L’idea del mix tra le razze viene qui declinata in un ambito squisitamente religioso e popolare. Questa, però, è la morte addomesticata dalla chiesa e dallo stato.

Nelle zone in cui, invece, la tradizione indigena s’è relativamente conservata esiste una familiarità col tema della morte che non si collega più di tanto alle immagini, alle statuine e ai dolci a forma di cranio e alle ofrendas colorate che si vedono in documentari e cartoline. Queste cose piacciono assai ai bambini e ai turisti. Piuttosto si riferisce alla concezione della fatalità, del ciclo vita-morte e delle relative cerimonie che sono ancora molto diverse tra loro nei territori lontani dalla capitale, il centro uniformante dell’identità nazionale.

Per quanto riguarda la Santa Muerte, che è un’altra cosa ancora, chi vive in Messico è stato abituato dalla stampa scandalistica, da alcuni scrittori modaioli e pure dai mass media “seri”, nazionali ed esteri, ad associarla semplicemente al mondo del narcotraffico e della delinquenza, ai quartieri più poveri e pericolosi o a qualche setta satanica e ai rituali cubani della santeria, nel migliore dei casi. In America, Stati Uniti compresi, la tendenza sta però cambiando e da alcuni anni a questa parte i reportage e i documentari stanno reinterpretando e ricollocando il culto alla Santa Muerte in un ambito più vicino alla realtà storica e antropologica di questa devozione popolare che nasce nei quartieri poveri, dove il rischio e la morte sono il pane quotidiano, e nel mondo agricolo tradizionale.
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E’ un culto diffuso da decenni, forse da secoli, all’interno delle famiglie e custodito gelosamente dai patriarchi e dalle matriarche. Per questo è avvolto da una nube di miti e misteri che solo i guardiani degli altari privati e pubblici riescono a far sfumare.

Agli italiani probabilmente la morte scarnificata evocherà sentimenti ancestrali di rifiuto e il ricordo di qualche affresco in un ossario o in una chiesa di provincia. Oppure rievocherà dei thriller-film statunitensi, le magliette degli Iron o la giacca di qualche motociclista. Questo è pop, è memoria collettiva e fotografica ma non c’entra con l’essenza del culto messicano se non marginalmente e comunque solo negli ultimi anni. Son fattori che vendono e fanno vendere, iniziano a legarsi al culto e al merchandising ma le due iconografie non vanno confuse. Dunque la Santa Muerte da una parte, i vecchi film dell’orrore e le copertine dei Cd, dall’altra. La Santa Muerte da una parte, le catrinas, i teschi e gli scheletri del giorno dei morti, dall’altra.

Ultimamente anche in Italia il giornalismo sta cominciando a fare uso delle foto e dell’iconografia della morte santificata messicana scoprendone con dieci anni di ritardo le virtù scandalistiche e promozionali. Chiaramente la sua presenza negli articoli serve solo a creare un’equazione sul Messico che è immediatamente vera per il lettore ma fuorviante perché basata su presupposti fallaci: VIOLENZA = NARCOS = MORTE = RELIGIONE, SUPERSTIZIONE = SANTA MUERTE = MADONNA DEI NARCOS.
L’escamotage di associare la violenza solo ai narcos e questi alla morte sembra funzionare. Peccato che passare dalla morte vera, quella delle sparatorie col cuerno de chivo, quella dei clandestini in cerca del sogno oltre il Rio Bravo, quella dei conflitti agrari e familiari o dei femminicidi lungo la frontiera con gli Usa, al culto alla Santa Muerte come forma d’espressione e credenza popolare sia un atto di malafede o d’ignoranza.

La falce della morte comincia a servire per pubblicare articoli riguardo a un paese e una regione dimenticati che non si vogliono capire fino in fondo. Dato che non si riesce ad avere una copertura decente degli esteri nei media mainstream, allora “il resto del mondo”, sfuma e si rimpicciolisce fino a diventare un racconto mitologico: oltre le Colonne d’Ercole appena si nota il Medio Oriente, a volte ci sono la Libia, l’Egitto o la Russia, appaiono (s)fumati un po’ gli Usa, pezzetti d’Europa e forse la Cina. Il resto è barbarie, terzo mondo, e son miliardi di persone buone per il folclore, le epidemie, la falsa solidarietà e le guerre, tanto quelle ci sono sempre.

Smetto di sparare sulla Croce Rossa e cito qualche articolo sul fenomeno della Niña Blanca, uno dei soprannomi della Santissima Morte. Prima di cominciare appunto qui un incipit molto rispettato e propiziatorio per le preghiere che a Lei vengono elevate a Città del Messico e dintorni, cioè dal Texas alla Pampa, senza pretese. Santa Muerte de mi corazòn, no me desampares con tu protecciòn. (Santa Morte del mio cuore, non mi lasciar senza la tua protezione).Santa1sep10.jpg

E’ sintomatico delle tendenze appena illustrate un contributo di Guido Olimpio sul Corriere Esteri dal titolo: Messico.. Delitti e rituali a Ciudad Juàrez. Il sacrificio umano per «Santa Muerte». Omicidi commessi in onore della «signora delle ombre», la protettrice dei criminali.
E poi l’inizio… In Messico non si uccide solo per la droga, ma anche in onore di Santa Muerte, la protettrice dei criminali. Vittime sacrificali offerte alla “Signora delle ombre”. Almeno due delitti, avvenuti in questi giorni nell’area di Ciudad Juarez, sarebbero stati compiuti secondo un rituale legato a Santa Muerte. Quale sarà mai questo rituale non si sa.

Raccontare alla Repubblica dei lettori che tra i 30mila morti provocati in 4 anni dalla cosiddetta “guerra al narcotraffico” in Messico ce ne sono un paio che vengono “dedicati” alla Santa Muerte non è che aiuti a capire poi molto. Soprattutto perché se sono avvenuti omicidi a Ciudad Juarez secondo queste modalità, ebbene sarebbe più che altro utile spiegare perché a Juàrez muore tanta gente (nel 2010 è stata la città più violenta del mondo per numero assoluto di assassinii) e perché i membri delle gang cittadine (sono circa 500 le bande giovanili) al soldo dei cartelli della droga avevano eventualmente qualche connessione con quel culto.

Infatti la Santissima Muerte non è necessariamente la protettrice dei criminali e non è legata a rituali che coinvolgono “vittime” sacrificali. Chi solo dà adito a queste versioni dei fatti e a interpetazioni parziali del culto, magari ricalcando qualche testata straniera, non ha molto chiara la tematica oppure opera da qualche lontana scrivania. La critica vale anche per i giornali messicani che per anni hanno sfornato articoli e falsi scoop su qualche setta satanica che usava l’immagine dello scheletro con la falce.

Come già detto, è molto facile associare la Santa Muerte alla magia nera, alle sette che sacrificano animali, al sangue e alla morte tout court ma si cade in un banale inganno. Non è escluso che alcuni sciamani e maghi a pagamento usino effettivamente anche la statua della Muerte per i loro rituali, così come hanno fatto alcuni famosi delinquenti arrestati in passato (Il mozza orecchie, Mochaorejas, e Osiel Càrdenas, capo del Cartello del Golfo, tra gli altri), ma questo non c’entra molto con il culto popolare che le viene reso. Il nesso serve solo a condire la notizia, ancor di più se questa arriva in Italia dove poco si scrive e si comprende riguardo ai narcotrafficanti e a la violenza del Messico. Leggi e vedi l’intervista a uno studioso del culto, Alfonso Hernández, su Carmilla e…in Video.

Molte persone, tra cui anche i criminali, in Messico hanno tatuaggi di santi e professano una fede religiosa come anche i camorristi e i mafiosi in Italia. Come la gente comune, ecco. Le immagini e le credenze più popolari tra i trafficanti sono sicuramente quelle cattoliche della Virgen de Guadalupe e di San Judas Tadeo e dopo, forse al terzo posto, la Santa Muerte e poi più lontano anche Jesús Malverde, un altro personaggio considerato santo e spesso citato dai giornali con una storia diversa rispetto agli altri. Malverde è infatti una specie di bandito che toglie ai ricchi per dare ai poveri, un Robin Hood del settentrionale stato di Sinaloa che viene venerato dall’inizio del secolo scorso. E’ amato dalla gente comune così come dai delinquenti di ogni livello e dai capi del narcotraffico messicano.

Comunque sia, perché se ho un tatuaggio di San Ippolito sulla spalla e uccido qualcuno, non faccio notizia, ma se ho la Santa Muerte o qualche altro santo proibito (e sono tantissimi in queste terre ma nessuno pare tanto inquietante come la Muerte…), allora la morbosità del pubblico e dei giornali è subito soddisfatta?

Un altro dettaglio: non c’è traccia o uso comune in Messico del termine “signora delle ombre” per parlare della Niña Blanca, alias La Patrona, La Señora, La Hermosa, la Niña Bonita, La Jefa e tantissimi altri. “La signora delle ombre” è il titolo di un romanzo di Philippa Gregory del 1997 che racconta di una suora con poteri soprannaturali nell’Inghilterra del XVI secolo e quindi ci porta decisamente fuori strada. Spero di ottenere smentite per aggiungere eventualmente un altro epiteto alla già lunga lista di quelli più usati.

Ci sono santuari – il più importante è a Ciudad Juarez – e piccoli templi dove sono sistemate delle statuine che raffigurano la Grande Mietitrice con la falce in mano. I fedeli depongono bottiglie di tequila (che vuol significare il calice), mele (simbolo del peccato), denaro, dolciumi, collane e sigarette. Poi si raccolgono in preghiera, a volte recitando il rosario. Esiste anche un piccolo manuale con i 26 rituali “per conseguire salute, denaro e amore”. Pochi giorni fa, la polizia ha arrestato David Romo, un ex ufficiale, sposato con cinque figli, autoproclamatosi “vescovo” della setta. Per anni, il predicatore ha cercato di sfruttare il seguito popolare per Santa Muerte. Ne traeva vantaggi economici e supporto.
La “grande mietitrice” è un termine poco usato in Messico e probabilmente è un mezzo calco dall’inglese “grim reaper” (come una band britannica di heavy metal nata nel 1979) che però significa “inesorabile, lugubre mietitrice”, cioè la Parca o morte. Nessuna ricerca etnografica (ma chiaramente se ne può discutere!) associa l’offerta di tequila al “calice”, né le mele al peccato originale come descrive il testo in corsivo.
Questi sono elementi più legati alla tradizione santera e Yoruba cubana, in cui si offre del rum, con un pizzico di nazionalismo alcolico. Per saperne di più, vale davvero la pena lggersi il romanzo Tù la pagaràs di Marilù Oliva e chiudiamo il discorso. La mela s’interpreta soprattutto come nutrimento e vita e non tanto come peccato originale. I manuali coi rituali sono decine e vanno presi per quello che sono: tentativi di stabilire delle regole formali per un culto ancora molto spontaneo. A volte fungono da testimonianze scritte delle pratiche più comuni. Alcuni fanno anche guadagnare dei pesos alle case editrici.
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Ci sono tantissimi altari pubblici per le strade, nelle nicchie di vicoli e case di ringhiera, dentro a delle chiesette o cappelle che sono dedicate alla Santa Muerte in Messico, soprattutto nella capitale dove si contano oltre 700 altari. Sono diffusi anche nel centro del paese (zona del Bajìo, Zacatecas, Hidalgo), a Veracruz, nel nord e in alcune città statunitensi.
Che il più importante del paese e quindi del mondo sia un “santuario” a Juàrez, non è effettivamente dimostrabile. Forse il riferimento era a un altare molto speciale che sarà eretto in un penitenziario di Ciudad Juàrez con 13mila pesos (circa 1000 dollari) di finanziamento statale: sarebbe il primo costruito con denaro pubblico. Oppure si trattava del santuario della famiglia Salazar aperto il 15 agosto 2010 che è il primo che apre le sue porte al pubblico in città. Comunque il più noto centro di preghiera e diffusione del culto è a Tepito, nel centro di Città del Messico.

Chiaramente il titolo di altare “supremo” è arbitrario ma i ricercatori e gli esperti, oltre alle gente che è il riferimento per verificare l’ipotesi, indicano quello di Tepito come il più importante per affluenza, storia e notorietà. Gli seguono probabilmente l’oratorio di Doña Blanca e il santuario nazionale fondato da David Romo che si trovano a pochi isolati dal centro storico. Gli altri altari e immagini della Señora “famosi” si trovano a Zacatecas e Hidalgo dove si adora la figura scarnificata di San Bernardo che rappresenta la Morte Santificata. Certo. L’uso strumentale di Juàrez e dell’immaginario legato al femminicidio e alla morte violenta prevale quando si deve dare notizia di questa “religione nera” come la si definisce nell’articolo vagheggiando un po’.
Sul caso di David Romo, nulla da eccepire.

Ormai non è un personaggio rappresentativo ma è piuttosto “mediatico” e per anni è stato intervistato da tutti. Ha influito sulla storia recente della devozione, ha organizzato manifestazioni di piazza e ha seminato altari e diaconi per mezzo Messico. Si è autoproclamato leader di una cosa che non esiste, la chiesa, intesa come istituzione centralizzata, della Santa Muerte in Messico e per ora le sue torbide vicende giudiziarie confermano un detto sulla Santa, cioè che Lei non “protegge la gente cogliona, né porta in alto la gente stronza” (No solapa pendejos ni enaltece a cabrones). Anche nel caso di Romo, la notizia d’impatto cerca sempre un capo da sputtanare e su cui fare un po’ di gossip, eccolo.

Continua presto…

4 risposte a “La Santa Muerte e la stampa italiana (Prima parte)

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