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Cile, cronache di un risveglio

di Pablo Mardones per Tiempo Argentino + Galleria fotografica
traduzione di Alioscia Castronovo per DinamoPress
Sabato scorso la rivolta cilena ha compiuto una settimana. Tutto accade a grande velocità. Secondo il presidente, siamo passati da essere «la vera oasi in America Latina» all’essere «in guerra» ed infine, ha chiesto perdono offrendo un pacchetto di misure riformiste. Manifestazioni di massa, canti, musiche e cacerolazos si sono opposti a manganellate, assassinii, violenze sessuali, torture e coprifuoco. Ci sono state enormi manifestazioni di fronte alle ambasciate cilene a Buenos Aires, Barcellona, e New York, dibattiti nel parlamento francese e articoli di giornale sulla situazione cilena in tutto il mondo.

Foto: Pablo Mardones Il mio stato d’animo, così come quello della maggioranza delle persone, cambia a un ritmo vertiginoso. Mi sveglio con l’angoscia ascoltando le notizie sui media (non sappiamo più a chi credere), cerco di sostenere per quanto possibile persone che non riescono a dormire, sentono gli elicotteri e hanno incubi relativi alla dittatura, e poi esco a manifestare nel pomeriggio, suonando musica in strada e abbracciando persone sconosciute. Non c’è nessuna psiche che possa sostenere tutto questo!
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“Il ballo degli esclusi”, ipotesi e interrogativi dalla ribellione popolare in Cile

di Hernán Ouviña e Henry Renna* da Zic.it
27 ottobre 2019: Oggi in Cile si celebra una settimana di rivolta popolare, iniziata venerdì 18 ottobre, giornata nella quale migliaia di studenti della Regione Metropolitana hanno organizzato una giornata di evasione di massa nella metropolitana di Santiago, a seguito dell’ennesimo tentativo da parte dei governi neoliberisti di depredare e privatizzare i beni comuni, espresso in quest’occasione nell’ennesimo aumento del costo del biglietto della metropolitana imposto dal governo di Sebastián Piñera.

Foto: Pablo Mardones Otto giorni di insubordinazione collettiva che sono iniziati come protesta per l’aumento di 30 pesos del costo dei mezzi di trasporto pubblico [1] ma che, se analizzati approfonditamente, rappresentano il disprezzo nei confronti di trent’anni di neoliberismo sfrenato. In questi giorni abbiamo assistito a un’ondata di disobbedienza contro il famoso modello cileno, fino a ieri definito dai governi della Concertación come “giaguaro latinoamericano” e oggi dal governo Piñera come “oasi dell’America Latina” [2].
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¿Dónde están? ¿Cuántos son? Se dispara la crisis de las y los desaparecidos en Guanajuato

[Por Fabrizio Lorusso – Colaboración con SoyBarrio – PopLab – Desinformémonos] @FabrizioLorusso]Abrir Facebook todos los días, a toda hora. Recorrer muros virtuales, calles reales, y buscar. Encontrar el rostro de las y los desaparecidos de México. De las víctimas de un crimen que va en contra de toda la sociedad y que, junto con la oleada de violencia homicida descontrolada de los últimos cuatro años, arrastra también a Guanajuato. Un estado que representa un antiguo y extinto oasis de paz (¿quién recuerda cuándo fue eso?), en donde siempre se dijo que no pasaba y no pasaría nada. Pero hoy las personas que nos faltan ya son demasiadas.
Según datos obtenidos por el autor vía la Unidad de Transparencia de la Fiscalía General del Estado (oficio 558/2019, folio 02686819 del 21 de octubre de 2019) y cifras asentadas en otra petición ciudadana (oficio 526/2019, folio 02534319 del 4 de octubre de 2019), en Guanajuato hay 2,098 personas desaparecidas, denunciadas en el fuero común, al 30 de septiembre de 2019. El total sube a 2,104 personas, si se agregan las seis personas desaparecidas, denunciadas en el fuero federal, que, al 30 de abril de 2018, estaban registradas en el RNPED (el hoy extinto Registro Nacional de Personas Extraviadas y Desaparecidas del Secretariado Ejecutivo del Sistema Nacional de Seguridad Pública).
Entonces, el total es de 2,104 personas que permanecen desaparecidas al 30 de septiembre, o sea más del triple de las que fueron registradas en el RNPED hace un año y medio, que eran 621.
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Perché l’Argentina è in crisi, di nuovo

di Dario Clemente da Jacobin Italia
Nel paese del «pareggio egemonico» la società in fermento eccede continuamente la politica e lo stato, provocando rotture cicliche. Così si spiega il fallimento del presidente Mauricio Macri, giunto ancora prima del termine del suo primo mandato.

AP Photo: Natacha Pisarenko Nel febbraio di tre anni fa, l’allora presidente del consiglio italiano Matteo Renzi dichiarava alla stampa: «L’Argentina è uno dei posti più solidi e stabili per possibilità di investimento». Evidentemente non aveva preso nota degli ultimi settant’anni. È un vero e proprio ritornello far coincidere la «decadenza argentina» con la storia che inizia con il primo governo peronista, nel 1945. Dare la colpa al peronismo è lo sport preferito della élite nazionale, ma qualcosa di vero c’è. Non nel senso che si tratti veramente dell’origine di tutti i mali, certo, ma il primo peronismo ha significato l’ingresso sulla scena politica delle masse lavoratrici, scompaginando quello che fino ad allora era stato un gioco ristretto alle classi dominanti. Da lì nascono le basi per quello che il gramsciano d’Argentina Juan Carlos Portantiero, animatore negli anni Sessanta della rivista Pasado y presente su esempio dell’Ordine Nuovo torinese, chiamerà «pareggio egemonico». L’espressione venne coniata in quel periodo per rappresentare il gioco impossibile della dominazione in Argentina, bloccato da un equilibrio egemonico tra differenti frazioni della borghesia alle quali si era aggiunta la classe operaia più combattiva del continente, organizzata in sindacati potenti e rappresentata dal peronismo sul terreno elettorale. I diversi tentativi di sbloccare questo pareggio forzando un disciplinamento della struttura sociale, il periodo dittatoriale del 1966-’69 e soprattutto del 1976-’82, ma anche la fuga in avanti neoliberista durata per tutti gli anni Novanta, si sono conclusi con un fallimento strepitoso e spesso suggellato da un’insurrezione popolare: il Cordobazo del 1969 nel quale Pasado y presente ebbe un ruolo importante, la sconfitta nella guerra delle Malvinas/Falklands nel 1982, le giornate epiche del «Que se vayan todos» nel 2001.
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Stato di ribellione in Cile

di Radio Kurruf e Radio Agüita
tradotto da Susanna De Guio e Gianpaolo Contestabile.
In Cile si stanno vivendo le proteste più grandi mai viste da quando è ritornata la “democrazia”. Mentre il governo decreta lo stato d’eccezione e il coprifuoco in diverse città, il popolo cileno si dichiara in stato di ribellione. Tutto è cominciato a Santiago, il 14 ottobre, con una mobilitazione degli studenti delle scuole superiori, decisi a non pagare il metro in risposta al rincaro del prezzo del biglietto (1). Questo comportamento, che secondo la legge viene sanzionato con una semplice multa, è stato fortemente represso per tre giorni consecutivi. Il 18 ottobre hanno sparato ai manifestanti in piena Stazione Centrale.

foto: Frente Fotografico -
Il modello cileno: governare con la violenza e i privilegi

di Pablo Mardones, da Tiempo Argentino + Galleria Fotograficatradotto da Susanna De Guio e Gianpaolo Contestabile.
Sono nato durante la dittatura e in pieno coprifuoco. Mio padre, al volante, sventolava un fazzoletto bianco mentre mia madre si teneva la pancia con entrambe le mani per non partorire nell’auto. Avevano paura che le forze di sicurezza confondessero le ragioni della loro fretta e fermassero l’auto con violenza. In Cile si viveva così: la vita e la morte erano segnate dalla paura, dalla persecuzione. Oggi, quarantun anni dopo, mi ritrovo in strada, commosso e pieno di speranza. Le forze di sicurezza stanno lì, come in passato; però la paura non è più la stessa. Questo è senza dubbio un momento unico e irripetibile per questa sottile frangia di terra.
A differenza che in Cile, in Argentina le manifestazioni in strada e l’espressione pubblica delle rivendicazioni sono socialmente legittimate, e sono quotidiane. Nel mio paese queste pratiche erano anestetizzate. Mentre gli argentini e le argentine sono famosi per scendere in strada quando i loro diritti vengono toccati, i cileni e le cilene sono visti come sottomessi, muti. Questo sguardo l’ho percepito vivendo e viaggiando in diversi paesi, in occasioni in cui emergevano i “però voi in Cile state bene” oppure a volte, in modo più sarcastico, “voi siete i migliori alunni” dell’allineamento alle politiche neoliberali. Oggi questo meccanismo si è rotto: la bolla è scoppiata, la pentola a pressione – forse la metafora più appropriata – è esplosa. (altro…)
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Appello internazionale per il Cile: ¿Cuál democracia?


Condividiamo questo appello internazionale per il Cile, lanciato attraverso la piattaforma change.org.
Se desiderate firmare andate qui.
La dittatura militare instaurò in Cile un modello economico e sociale di sperimentazione neoliberale, da allora il popolo cileno è costretto a vivere in una società profondamente diseguale.Pensioni e salari che non permettono di superare la soglia della povertà; alta percentuale di studenti e lavoratori indebitati; rifiuto delle rivendicazioni che chiedono una nuova Costituzione, diversa da quella scritta dal governo di Pinochet; sistema sanitario pubblico in crisi e sistema sanitario privato inaccessibile per i più; saccheggio delle risorse naturali; scandali di corruzione nelle istituzioni politiche e di sicurezza pubblica.
L’aumento del costo del trasporto pubblico, applicato il 7 di ottobre, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Così dal 14 ottobre, gli abitanti della capitale, in particolare gli studenti delle scuole secondarie, hanno manifestato pacificamente contro questo misura, mettendo in atto delle “evasioni” massive del pagamento del biglietto della metropolitana.
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Desembarca Diego Fusaro en América Latina: cuando la nueva derecha se disfraza de Marx y Gramsci


Como grupo de investigadores e investigadoras, trabajadores y trabajadoras, y activistas residentes en México y América Latina, deseamos expresar sorpresa y preocupación ante la reciente publicación por parte de la editorial Siglo XXI del libro Antonio Gramsci. La pasión de estar en el mundo, escrito por Diego Fusaro y traducido del italiano por Michela Ferrante. Esta publicación se suma a varias más en medios divulgativos, periodísticos y académicos españoles y latinoamericanos. Por ejemplo, la editorial española de izquierda El Viejo Topo tiene en su catálogo cuatro obras de Fusaro. La Migraña, revista de análisis político de la Vicepresidencia del Estado Plurinacional de Bolivia, también publicó un artículo suyo y son muchos los medios, entre independientes, mainstream, y de diferentes inspiraciones políticas, que reproducen entrevistas y textos del autor italiano. No queremos cuestionar en sí la elección editorial: vivimos en un mundo y en una región en donde, de la mano de la emergencia de gobiernos autoritarios y de extrema derecha, derechos fundamentales como la libertad de prensa, de pensamiento y de enseñanza crítica están cada vez más bajo ataque y hay que defenderlos a toda costa.
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«Siamo plurinazionali e con le dissidenze sessuali»

Di Susanna De Guio da Jacobin Italia
All’Encuentro de Mujeres argentino duecentomila donne hanno costruito un’agenda politica comune. Dopo trentaquattro anni l’evento compie un salto storico.
Un fiume in piena
Si è appena concluso, ed è stato il più grande Encuentro Nacional de Mujeres, appuntamento che da 34 anni, a metà ottobre, in Argentina convoca le donne a una tre giorni di dibattiti, seminari, laboratori, per tessere legami, scambiare esperienze e analisi, costruire un’agenda politica comune, cospirare insieme per transformarlo todo, trasformare la società intera, perché abbattere il patriarcato implica ripensare ogni ambito della vita collettiva.

Nato dall’iniziativa di un gruppo di donne che erano state nel 1985 a Nairobi, alla conferenza ONU di chiusura del Decennio della donna, il primo incontro richiamò circa mille donne a Buenos Aires con il desiderio e la necessità di confrontarsi e organizzarsi per combattere le diseguaglianze di genere. A partire dal 2015, quando è esploso il movimento NiUnaMenos in Argentina, anche l’Encuentro è cresciuto esponenzialmente. Se le mobilitazioni dell’anno scorso per la legalizzazione dell’aborto si sono conquistate il nome di “marea verde”, a partire dal colore del fazzoletto simbolo della Campagna per un Aborto Libero, Sicuro e Gratuito, la metafora continua nelle numerose e creative espressioni di quella che alcune chiamano la quarta ondata del movimento femminista: come un fiume in piena, corre rapido e sembra inarrestabile.

di Alessandro Peregalli e Susanna de Guio