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Desaparecen y asesinan a integrante de CODEDI en Pochutla, Oaxaca. Denuncia y solidaridad de las organizaciones sociales. Con comunicato e corrispondenza radio in italiano

Comunicado del Comité Por la Defensa de los Derechos Indígenas CODEDI:

A LOS PUEBLOS DE OAXACA
A LAS ORGANIZACIONES SOCIALES
A LOS ORGANISMOS DE DERECHOS HUMANOS
A LOS MEDIOS DE COMUNICACIÓN LIBRES Y DE PAGA
Hoy martes 17 de Julio, aproximadamente a las once y media de la mañana hombres fuertemente armados y encapuchados y vestidos de militares irrumpieron en el domicilio del compañero Abraham Hernández Gonzales el cual se ubica en la comunidad de salchi, San Pedro Pochutla al compañero lo sacaron de su domicilio con lujo de violencia, llevándoselo después en una camioneta gris doble cabina con placas RH-70-92, escoltado por motocicletas.
Desde el momento del levantamiento se le dio el aviso a las diversas corporaciones policiacas sin que ninguna de ellas llevara a cabo algún esfuerzo para localizar al compañero, quien después de aproximadamente cinco horas, fue localizado sin vida cerca de la misma comunidad.
Hacemos responsable directo al gobierno de Alejandro Murat, por el levantamiento y asesinato del compañero Abraham Hernández, quien desempeñaba una importante labor de coordinador local de la comunidad de los ciruelos. El nulo interés del gobierno por tratar de resolver casos como este muestra una complicidad con los grupos delictivos que operan en la región y el estado, dejando a estos operar de forma libre a todas horas del día, sin que nadie los detenga, así como también muestra la farsa del operativo “playa segura”, cuando son en estos lugares donde la inseguridad se muestra con mayor fuerza, más aun en esta vuelta del PRI al estado de Oaxaca quienes como sabemos están coludidos con el narcotráfico.
Exigimos justicia y castigo para los responsables materiales e intelectuales del asesinato del compañero Abraham Hernández, así como también exigimos justicia para nuestros tres compañeros asesinados el pasado doce de febrero y que hasta la fecha el gobierno del estado no ha presentado avances de los casos y los responsables de estos crímenes siguen en libertad.
Hacemos un llamado a las organizaciones sociales a unirse en esta exigencia de justicia por los compañeros asesinados del CODEDI y por todos los luchadores sociales y defensores de derechos humanos quienes viven en un momento de constante amenaza.

ALTO A LAS AGRECIONES AL CODEDI
JUSTICIA PARA NUESTROS COMPAÑEROS ASESINADOS
¡ALEJANDRO VIVE!
¡LUIS ANGEL VIVE!
¡IGNACIO VIVE!
¡ABRAHAM HERNANDEZ VIVE!

Comité Por la Defensa de los Derechos Indígenas CODEDI, a 17 de Julio del 2018

 

FOTOGRAFÍAS DEL PLANTÓN HECHO POR CODEDI EN EL CENTRO TURÍSTICO DE SANTA MARÍA HUATULCO, PARA QUE LOS TURISTAS VEAN COMO SE MUERE DE NARCOESTADO EN MÉXICO:

 

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Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (2/2)

FRANCESANOTA.jpgQuesta è la seconda parte della cronologia-reportage sulla francese Florence Cassez, reclusa in un penitenziario messicano dal dicembre 2005. Leggi la prima parte della storia a questo link. Eravamo rimasti alla sentenza di condanna in primo grado… La messa in scena della cattura di Florence e Israel in TV, eseguita dai poliziotti della FBI messicana, la AFI, e rivelata da Florence di fronte a milioni di telespettatori tre mesi dopo, non ha scalfito le tesi dell’accusa né evitato una sentenza di condanna in primo grado (96 anni di prigione) che si basa fondamentalmente sulle dichiarazioni dei tre testimoni, non essendoci altre prove contundenti. Le irregolarità nella cattura e le incoerenze sono passate in secondo piano, mentre sembra essersi consumata la vendetta del capo della polizia García Luna, umiliato in TV da Florence. Nessun altro membro della banda viene sentenziato in questa fase. Il sospetto aleggia: come mai tanti cambiamenti nelle dichiarazioni e l’assenza di altre prove? Erano sotto shock al momento delle prime dichiarazioni e poi alcuni mesi dopo si sono ripresi oppure hanno subito una manipolazione da parte di autorità restie ad accettare i propri errori? La legge dice che le dichiarazione rese nei primi interrogatori valgono di più rispetto alle rettifiche successive, ma cosi’ non è stato a quanto pare. Gli ostaggi hanno vissuto un calvario, ma pare che Florence non abbia molto a che vedere con la loro vicenda. Sono, come ha detto la francese, i testimoni “due volte vittime”, prima della banda di rapitori, quella vera, e poi anche del potere che ne manipola i destini? In caso di errore, o peggio ancora, di mala fede, in che modo sarebbe possibile fermare la fabbrica dei colpevoli? [Scarica l’articolo intero in .pdf qui]

6 febbraio 2009. Il Presidente Felipe Calderón propone il ricorso alla Convenzione di Strasburgo offrendo (e creando una legittima aspettativa a livello diplomatico nella controparte francese), in un primo momento, una risoluzione alternativa, meno mediatica e propagandistica, che possa soddisfare Francia e Messico. In una lettera al suo collega francese sostiene che “in caso di condanna, si potrà esplorare l’applicabilità della Convenzione sul Trasferimento delle Persone Condannate del 21 marzo 1983” che hanno firmato sia il Messico che la Francia.

9 marzo 2009. In appello la condanna viene confermata e la pena ridotta a 60 anni di carcere senza possibilità di riduzioni visti i capi d’imputazione: sequestro di persona e delinquenza organizzata; è eliminata la condanna per porto d’armi e per il rapimento di Raúl, il marito di Cristina che era stato trattenuto solamente poche ore per permettergli di cercare i soldi del riscatto.

Le strade possibili, oltre alla via diplomatica aperta da Calderón che non decollerà, sono poche ma percorribili: c’è il ricorso alla Suprema Corte messicana per questioni costituzionali (mancato rispetto del “giusto processo”), la Corte Internazionale di Giustizia e, come opzione immediata, il cosiddetto “juicio de amparo”. Infatti, viene inoltrata una richiesta per un ulteriore appello, che in Messico è conosciuto come giudizio di “amparo” (=protezione, tutela dei diritti), cioè l’apertura di un nuovo processo di revisione contro una precedente sentenza.

6-9 marzo 2009. Visita ufficiale del Presidente francese Nicolas Sarkozy in Messico e in agenda c’è il caso Cassez. Nonostante le promesse fatte dal Messico a livello diplomatico, la sentenza arriva proprio durante la visita del presidente in terra azteca e questi reagisce perorando la causa di Florence di fronte al parlamento messicano.

10 marzo 2009. Prima sessione della Commissione Binazionale formata da funzionari di Francia e Messico per analizzare la possibilità di estradizione di Florence Cassez affinché sconti la pena nel suo paese: il governo messicano vuole impedire che, in caso venga rimpatriata, sia liberata dalle autorità giudiziarie francesi. I lavori della commissione si concluderanno con un nulla di fatto.

7 maggio 2009. Dichiarazioni del presunto sequestratore della banda Los Zodiaco, David Orozco, alias El Geminis, che compromettono ancor di più la situazione di Florence, accusata da Orozco di essere a capo del gruppo insieme al suo ex, Vallarta, e di aver pianificato e compiuto vari rapimenti in cui si prendeva anche cura direttamente dagli ostaggi. Clamorosamente Orozco ritratterà sostenendo che quelle dichiarazioni gli erano state estorte dalla polizia con la tortura (documento link).
Arresto del fratello di Israel Vallarta, René, e di due suoi nipoti.

Inizio giugno 2009. Florence rilascia un’intervista alla nota giornalista messicana Denise Maerker e viene trasferita poco dopo dal reclusorio femminile di Tepepan, probabilmente quello con le migliori condizioni nel paese, al penitenziario di Santa Martha da cui era già passata per un periodo nel 2006. La misura è evidentemente punitiva e viene revocata dopo le proteste del governo francese.

22 giugno 2009. Il Presidente Calderón esprime il suo rifiuto all’ipotesi di rimpatriazione della Cassez che “dovrà scontare la pena in Messico”. Le riserve e le interpretazioni della Francia alla Convenzione di Strasburgo impediscono il trasferimento di Cassez, secondo il governo messicano, viste le scarse garanzie giuridiche che Florence sconti totalmente la pena nel suo paese. In febbraio è stata creata un’aspettativa a livello diplomatico ma poi con l’arrivo dell’estate si adduce una incompatibilità tra i sistemi legata a un cambiamento drastico della posizione del Presidente Calderón: una cosa che potrebbe assomigliare a un inganno con fini elettorali per spingere il suo partito, il PAN, che è in calo nei sondaggi per le votazioni del parlamento “mid-term”. E infatti vince il PRI, il PAN è penalizzato pesantemente e l’immagine della giustizia messicana risulta pregiudicata internazionalmente.

8 dicembre 2009. Il comitato per “Florence libera” organizza una manifestazione di fronte all’Ambasciata del Messico a Parigi per ricordare i 4 anni di prigionia della loro connazionale che s’è sempre dichiarata innocente.

4 febbraio 2010. Il Governo messicano ribadisce che il caso è chiuso e, in base alle prove presentate, Cassez è colpevole dei gravi delitti che le vengono imputati per cui non sarà consegnata alla Francia.
Florence pubblica un libro “A la sombre de ma vie” in cui espone i dettagli del suo caso e si dice pronta a richiedere un nuovo processo in base agli elementi di cui dispone.
Florenceannedumexique.JPG18 maggio 2010. Nicolas Sarkozy, insiste nel chiedere al suo omologo messicano che la cittadina francese venga consegnata e possa continuare l’espiazione della pena in una prigione francese. La questione della sovranità in Messico e il nazionalismo francese, da una parte, contro quello messicano, dall’altra, non giovano alle relazioni bilaterali e ancor meno alla causa di Florence Cassez, ormai coinvolta in un gioco che è un’arma a doppio taglio: popolarità e appoggi importanti rischiano di compromettere la serenità delle decisioni giudiziarie e polarizzano le opinioni dei due popoli “contrapposti”. D’altro canto le vie legali non hanno portato a cambiamenti sostanziali, sono state a senso unico e ormai le speranze e le strade percorribili si riducono, quindi si gioca con forza la carta della diplomazia e dell’opinione pubblica.

9 febbraio 2011. Alcune organizzazioni civili vicine a posizioni governative come Alto al Secuestro (Stop ai rapimenti), di Isabel Miranda Wallace, México SOS, dell’imprenditore Alejandro Martí e Causa Común, di María Elena Morera, e la Asociación Nacional de Consejos de Participación Civil (Ass. Naz. Dei Consigli di Partecipazione Civile), di Marcos Fastlicht, esigono al Potere Giudiziario di non “non cedere” alle pressioni della Francia su Florence Cassez.

Particolarmente attivo e controverso è il ruolo della Signora Wallace che è legata al PAN e al Presidente Calderón il quale, grazie alla rilevanza mediatica e all’attivismo di questo personaggio, conduce una campagna “di pulizia” della sua immagine, fortemente compromessa da una disastrosa guerra al narcotraffico e dall’aumento dell’insicurezza. La pietra angolare dell’operazione è la cooptazione dei movimenti sociali affini che non questionano la strategia repressiva e la politica di sicurezza del Governo offrendogli legittimità e consensi: l’alleanza s’è consolidata tanto che ora la Sig.ra Wallace è la candidata ufficiale del PAN per diventare sindachessa di Città del Messico e sottrarre la città, che è un enorme bacino elettorale da 20 milioni di abitanti, al controllo delle sinistre agglomerate intorno al PRD e al sindaco Marcelo Ebrard.

10 febbraio 2011. Il settimo Tribunale Collegiale per i processi penali boccia il ricorso all’ultima possibilità di appello costituita dal “juicio de amparo”. Il deputato francese, Thierry Lazaro, in trincea da anni in favore di Florence, denuncia una “giustizia corrotta al servizio del potere” e insieme alla famiglia Cassez chiede l’annullamento delle cerimonie previste per l’Anno del Messico in Francia, un festival culturale di 10 mesi dal febbraio 2011.

14 febbraio 2011. Sarkozy riceve la famiglia Cassez e dichiara che esiste “una differenza tra il popolo messicano, profondamente amico della Francia, e l’attitudine di alcuni suoi dirigenti” e che “non lasceremo quella ragazza in prigione per altri 60 anni e spero che la ragione trionferà”. L’evento culturale franco-messicano non viene cancellato anche se, come annuncia Sarkozy, sarà dedicato a Florence Cassez. Per il Messico è un affronto e l’ambasciatore a Parigi, Carlos de Icaza, paventa la sospensione dell’evento e una crisi diplomatica.

15 febbraio 2011. Sarkozy invita a “mantenere il sangue freddo” e il Messico accetta di partecipare al festival a condizione che non vi siano riferimenti al caso giudiziario di Florence. Però si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà per la francese e continuano gli eventi a lei dedicati, quindi all’inizio di marzo viene cancellato l’Anno del Messico in Francia per mancanza delle condizioni indispensabili, sostiene il Ministero degli Esteri messicano (link).

Marzo 2011. La Suprema Corte della Nazione messicana, presieduta da Juan Silva Meza, s’è dichiarata competente e ha accettato di analizzare eventuali vizi di costituzionalità relativi al processo Cassez, in particolare riguardo al principio del giusto processo e al “juicio de amparo” o appello, quello non concesso il 10 febbraio. Questa è l’ultima speranza strettamente giuridica e interna per una revisione del suo caso. Probabilmente ci sarà una sentenza della Corte nel primo trimestre del 2012, in piena campagna elettorale per le presidenziali del 6 luglio prossimo, il che certamente non è un elemento di serenità. La composizione della Corte è cambiata recentemente e ora c’è una maggioranza che pare più orientata ad accondiscendere le posizioni ufficiali e governative.

15 novembre 2011. Il canale TV France 5 trasmette un documentario di 52 minuti realizzato dal regista franco-vietnamita Othello Khann e da Patrice Du Tertre e prodotto da Cineteve e Crea-TV: “Florence Cassez, l’ultima risorsa” allude all’attesa sentenza della Corte Suprema che potrebbe rimuovere l’impasse attuale (link video trailer e sotto il documentario incorporato all’articolo).

24 novembre 2011. La Pastorale Sociale, parte integrante della Conferenza dell’Episcopato Messicano, elabora una “opinione giuridica” in cui sottolinea la fabbricazione delle prove contro Florence che dimostrerebbero la sua innocenza e la presenta alla Corte Suprema (link).

28 novembre 2011. Dopo la trasmissione alla TV France 5 del documentario con testimonianze che contraddicono le accuse del Ministero della Pubblica Sicurezza, l’avvocato Pedro Arellano, uno dei dichiaranti e coordinatori della ricerca inviata alla Corte Suprema, è rimosso dall’incarico di segretario che ricopre presso la Pastorale Sociale dell’Episcopato: viene così penalizzata l’equipe di legali che avevano denunciato la “fabbrica dei colpevoli” mettendosi contro il governo e le alte gerarchie ecclesiastiche, proclivi al mantenimento dello status quo. Sono sempre di più i media, radio, quotidiani e riviste importanti del Messico che sollevano “ragionevoli dubbi” sul dossier della francese (per esempio, Nexos, Gatopardo).

28 dicembre 2011. Alcuni rapitori catturati nel 2008 (Sergio Islas Tapia, Leonardo Islas Martínez ed Esteban Herminio Islas Martínez) della banda “Los Tablajeros”, una cellula che la Procura ritiene sia legata a Los Zodiaco sono condannati a 180 anni di prigione per sequestro di persona e delinquenza organizzata.

29 dicembre 2011. Emessa sentenza per due presunti membri della banda Los Zodiaco: René Vallarta, fratello di Israel Vallarta, è condannato in primo grado a 48 anni di carcere e David Orozco, alias El Géminis, a 60 anni di carcere per sequestro di persona da un tribunale dello stato del Nayarit. Intanto Israel resta in attesa di giudizio (link discussione).

2 gennaio 2012. Probabilmente per la pressione della stampa (reportage di Proceso) o per un ripensamento e su richiesta di vari vescovi, l’avvocato Pedro Arellano, segretario della Pastorale Sociale, viene reintegrato nel suo posto di lavoro dall’Episcopato Messicano.

Per finire, non posso dire se Florence sia innocente o no. Posso dire, in base all’informazione raccolta, alla mia esperienza e conoscenza del Messico e alle letture sul caso, che il suo processo è stato viziato da ingerenze di ogni tipo, da logiche interne perverse, prove poco credibili e dinamiche esterne di potere, diplomatiche e politiche. I dubbi sono cosmici, le certezze poche e alle vittime non è stata resa giustizia. In questa sintesi, tra l’altro, sono state omesse le descrizioni di altri ostaggi, vittime dei “Los Zodiaco” (sempre che questa banda esista veramente nei termini presentati dalle autorità in questi anni), e di altri elementi di questa e altre bande di rapitori in stretta relazione tra di loro.

Queste connessioni, spesso anche familiari, tra varie micro-organizzazioni criminali coinvolgono molti personaggi di questa storia surreale e inquietante e portano ad alt re piste molto promettenti per la risoluzione del caso e l’eventuale arresto dei delinquenti. Peccato che nella maggior parte dei casi siano state trascurate palesemente dagli inquirenti come succede con i due fratelli Rueda Cacho segnalati dalla giovane Valeria che sono riconducibili, con connessioni familiari, agli stessi ostaggi Cristina e Christian.
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Infatti, capita spesso che vittime e carnefici siano parte del medesimo intorno familiare, lavorativo o cittadino. Pare anche che Cristina, in base ai risultati delle indagini degli avvocati della Pastorale Sociale e alla testimonianza resa da uno dei massimi esperti francesi del caso, sia stata in passato la donna di servizio di un losco faccendiere, Eduardo Margolis, che era stato socio in affari di Sébastien Cassez, ma poi i due avevano litigato e s’era aperto un contenzioso legale. Le questioni aperte restano tante.

Non si sa che cosa abbiano fatto gli ostaggi tra l’8 e il 9 dicembre, giornata in cui la AFI era già entrata nel ranch Las Chinitas e aveva già catturato Israel Vallarta e Florence. Sappiamo solo che gli ostaggi sarebbero stati condotti lì (o ci sarebbero rimasti tutto il giorno) per la messinscena televisiva. Interrogato due volte in proposito dalla giornalista messicana Carmen Aristegui, Ezequiel semplicemente ha evitato di rispondere. Ma erano davvero nel ranch da prima o stavano in una delle altre case che i rapitori della banda avevano a disposizione per la prigionia? Le indagini lasciano a desiderare in merito.

E’ possibile che Florence resti in carcere e debba scontare in Messico la sentenza di condanna a 60 anni. Potrebbe anche essere riaperto il processo oppure del tutto annullato e, in questo caso, la francese sarebbe liberata. Queste sono le tre possibilità aperte per Florence Cassez, le sue ultime risorse o chance giuridiche in seguito all’accoglimento della sua istanza da parte della Suprema Corte di Giustizia messicana. Quest’organo giuridico ha il ruolo di corte costituzionale e, in questo caso, potrebbe aprire una via d’uscita non solo per Florence, ma anche per lo stesso governo messicano che cerca di salvare la faccia di fronte alle pressioni della Francia e, allo stesso tempo, al suo paese.

Una soluzione “creativa” che non scontenti troppo nessuna delle parti, elaborata da un organo super partes che è rispettato dalla popolazione e dai politici, potrebbe riuscire dove la diplomazia, legata agli interessi delle due nazioni e specialmente dei loro presidenti, non ha potuto avere successo. Restano comunque altre strade come la Corte Interamericana dei Diritti Umani e il ricorso alla Corte internazionale di giustizia de L’Aia, per esempio, ma sono barlumi sempre più remoti vista la forza non coercitiva delle loro risoluzioni.

Concludo citando Héctor de Mauleón dal mensile messicano Nexos:

“Alla fine della storia gli unici fatti comprovati del dossier sono la manipolazione sistematica, il vizio d’origine nel trattamento agli accusati e ai testimoni, la gestione dei media per costruire versioni ad hoc. Non possiamo arrivare a sapere tramite i fascicoli del processo se Florence Cassez è innocente o colpevole; se gli ostaggi sono stati veramente rapiti e se dicono la verità nella loro prima dichiarazione oppure nella seconda o nella terza; non possiamo nemmeno sapere se sia esistita o meno l’organizzazione criminale su cui è costruito il caso, anche se è chiaro che la parte fondamentale di questa banda si trova in libertà, che ci sono state vittime, che ci son stati carnefici e che in molti momenti i carnefici sono stati gli inquirenti assegnati al caso, i quali operano all’oscuro, torturano, inducono dichiarazioni, alterano i fatti e montano spettacoli per i mass media”.

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) che potete vedere qui sotto e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso (http://www.amazon.fr/Peines-mexicaines-Florence-Jacinta-Ignacio/dp/2754015418). Infine sul sistema giuridico messicano il documentario “Presunto colpevole” qui.   Fabrizio Lorusso www.carmillaonline.com

Florence Cassez, l’ultime recours – El último recurso (documental) from Fabrizio Lorusso on Vimeo.

Web Ref

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Le monde – sintesi

Una discussione on line

El mundo – sintesi

Parlano le vittime – radio

Intervento della Chiesa

Lo strano caso di Florence Cassez e la giustizia messicana (1/2)

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Non c’è dubbio che una condanna a 60 anni di prigione equivalga praticamente a un ergastolo. E’ la pena che dall’8 dicembre 2005, giorno del suo arresto a Città del Messico, ha cominciato a scontare, presso due istituti penitenziari di questa megalopoli, la cittadina francese Florence Marie Louise Cassez Crepin, nata il 7 novembre 1974 a Lille, nel Nord della Francia. Il nome di Florence Cassez è ormai famoso in terra azteca, così come nel suo paese d’origine, ma anche in mezza Europa e in Canada, soprattutto nei territori francofoni, dove sono nati dei comitati in suo sostegno che denunciano la “fabbrica dei colpevoli” costruita dai giudici e dai politici messicani. La ragazza è da anni al centro di un caso mediatico e giudiziario che è arrivato a mobilitare sia la società francese che quella messicana, divise tra innocentisti, giustizialisti e dubbiosi. Perfino le tortuose strade della diplomazia e le alte sfere della politica sono state coinvolte a vari livelli e si sono impantanate nelle trame e negli interessi di due presidenti, sempre in cerca di astuzie elettoralistiche, e di un ambizioso poliziotto messicano, oggi diventato Ministro, che hanno reso il caso Cassez sempre più contorto.

Infatti, l’attenzione di stampa, internet e Tv è cresciuta progressivamente visto anche l’interessamento diretto del Presidente Nicolas Sarkozy, a partire dalla sua visita in Messico nel marzo 2009, e di numerosi esponenti politici della destra (UMP, Union pour un Mouvement Popoulaire) e della sinistra (PS, Parti Socialiste) francesi, unite all’occorrenza da una sorta di “umanitarismo nazionalista” bipartisan contro il sistema giudiziario del paese americano.

A sua volta il Presidente messicano Felipe Calderón, insieme al suo Ministro della Pubblica Sicurezza, l’intoccabile e controverso Genaro García Luna (l’ex poliziotto di cui sopra), non hanno risparmiato energie per riproporre un revanscismo anticolonialista ai limiti del ridicolo, soprattutto se si considera l’esigua credibilità e legittimità interne dei due personaggi menzionati e lo situazione deplorevole dello “stato di diritto” (e non solo di quello) nel paese.

L’arrivo della tanto decantata democrazia in Messico, sancito dall’alternanza al potere con la vittoria nel 2000 del conservatore Vicente Fox del PAN (Partido Acción Nacional) sull’egemonico PRI (Partido Revolucionario Institucional), partito al governo nei precedenti 70 anni, fu gravido di attese e speranze, in buona parte ad oggi disattese, e non è stato ancora accompagnato da quel mix istituzionale e culturale che apre le porte allo sviluppo della partecipazione reale della società civile alla vita democratica, tant’è che il regime ha ancora intere “legioni di scheletri” nascosti nell’armadio e, irrimediabilmente, anche nelle sue carceri.

E non si tratta solo di eredità del passato ma di nuovi mostri generati dalle enormi disuguaglianze economiche, dallo scarso rispetto dei diritti umani, dalla perdita di controllo statale in favore della criminalità organizzata, dalle mentalità autoritarie e le logiche di potere, così come dalla generalizzata frammentazione delle istituzioni e della società: il tutto in un’epoca di escalation della violenza e delle strategie repressive e militari volte al suo improbabile contenimento nel contesto della “narcoguerra”.

Ma quali sono i dettagli, le incoerenze e le certezze nello strano caso di Florence Cassez? E’ una vicenda che da anni polarizza governi e società sulle due sponde dell’Atlantico, ma in Italia è quasi sconosciuta. Partiamo dalla cronologia degli eventi per chiarire i fatti e capirci qualcosa di più, forse.

2 luglio 2000. Vicente Fox è il vincitore delle elezioni presidenziali in Messico e promette il grande cambio di rotta che meriterebbe il paese.

13 giugno 2001. Primo rapimento attribuito alla banda Los Zodiaco di cui, in seguito, Florence Cassez e Israel Vallarta, suo ex fidanzato, vengono accusati di far parte. Anzi, verranno indicati come i capi.

11 marzo 2003. Florence Cassez si trasferisce in Messico all’età di 28 anni e raggiunge suo fratello Sèbastien che lì ha avviato diverse attività imprenditoriali. Ottiene dapprima un visto turistico e poi un permesso annuale di lavoro (la famosa Forma Migratoria FM3) che le serve per prestare servizio nelle aziende “Marketing and Technologys Imported” e “Servi Bosque”.

Agosto 2004. La francese conosce Israel Vallarta che si occupa del commercio di auto usate e in passato aveva lavorato con suo fratello Sèbastien.

Ottobre 2004. Comincia l’affaire sentimentale tra i due.

Febbraio 2005. Florence da mesi collabora con varie attività del fratello e poi comincia a lavorare presso uno studio di architetti come decoratrice di interni.

15 luglio 2005. Scade il contratto d’affitto, della durata di un anno, dell’appartamento in cui Florence viveva con un’amica nella zona “Roma”, nel centro-sud della capitale messicana.
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22 luglio 2005. Florence Cassez rompe la relazione con Vallarta, incrinata già da vari mesi, e torna in Francia. Israel le offre comunque la possibilità di spostare i suoi mobili dall’appartamento appena lasciato e sistemarli temporaneamente nel ranch “Las Chinitas” che ha in affitto da alcuni anni (ed è intenzionato ad acquistare). Il patto è che se lei non dovesse ritornare in Messico, lui avrebbe il permesso di venderli. Florence parte quindi per la Francia e passa l’estate con la sua famiglia.

31 agosto 2005. Valeria, una studentessa diciottenne di Città del Messico, è rapita dalla banda Los Zodiaco e viene liberata il 5 settembre dopo il pagamento del riscatto di circa 10mila euro (180mila pesos messicani).

9 settembre 2005. Florence prende l’aereo di ritorno per il Messico. Malgrado la separazione avvenuta con Israel Vallarta, la francese, una volta tornata a Città del Messico, continua a vivere “come ospite” nel ranch “Las Chinitas” finché non decide, alcune settimane dopo, di cambiare casa.

Vallarta e Florence Cassez s’incontrano, come pattuito, la mattina dell’8 dicembre per fare il trasloco, ma vengono bloccati sulla camionetta di proprietà di Israel Vallarta e arrestati. Dopo una giornata di prigionia separati, saranno poi condotti insieme, circa 20 ore dopo, al ranch di lui e lì saranno protagonisti di un vero e proprio reality show della polizia che simulerà e reinventerà la loro cattura di fronte alle telecamere.

13 settembre 2005. Prima dichiarazione al Pubblico Ministero da parte di Valeria.

4 ottobre 2005. Data del sequestro del ventunenne Ezequiel Elizalde Flores, secondo quanto dichiarato dai suoi familiari.

19 ottobre 2005. Rapimento della famiglia Ríos Valladares formata dalla signora Cristina, da suo marito Raúl (subito rilasciato per permettergli di raccogliere il denaro per il riscatto) e dal loro figlio undicenne Christian.

6 novembre 2005. Florence viene assunta nell’hotel Fiesta Americana della zona altolocata di Polanco. Decide di prendere in affitto un altro appartamento in un quartiere limitrofo, la Zona Rosa, in cui si sarebbe trasferita con tutti i suoi mobili l’8 dicembre.

Metà novembre 2005. I familiari degli ostaggi, cioèdi Ezequiel Elizalde, da una parte, e di Cristina e Christian, dall’altra, smettono di ricevere chiamate telefoniche dai rapitori.

Fine novembre 2005. Enrique Elizalde, padre di Ezequiel, avvisa la polizia del rapimento di suo figlio avvenuto il 4 ottobre.

4 dicembre 2005. Valeria, la diciottenne vittima di rapimento in settembre, fa un ampliamento della dichiarazione alle autorità in cui dice di riconoscere come “capo banda” Israel Vallarta, l’ex compagno di Florence. Nella prima dichiarazione, per paura di parlare (secondo quanto afferma lei stessa), non fa menzione del fatto che durante la prigionia avrebbe intravisto da uno specchio collocato nella sua stanza il volto di uno dei suoi rapitori (in seguito identificato per l’appunto come Israel Vallarta).

Nei mesi di novembre e dicembre una volante effettua delle perlustrazioni in zone limitrofe a quelle in cui si ritiene sia stata imprigionata Valeria. Durante uno di questi la ragazza riconosce Israel Vallarta che viene pedinato dalla polizia nei giorni successivi. In alcune fotografie che le vengono mostrate, Valeria riconosce altresì i fratelli Marco Antonio e José Fernando Rueda Cacho, due estranei che aveva già visto perché s’erano introdotti alla sua festa di compleanno. Questi due ragazzi vengono riconosciuti anche da altre vittime di rapimenti attribuiti ai “Los Zodiaco”, però questa pista è abbandonata inspiegabilmente dagli inquirenti.

8 dicembre 2005. Arresto all’alba di Florence Cassez e Israel Vallarta, presunti sequestratori della banda Los Zodiaco. Florence la notte prima ha dormito in centro, nel suo nuovo appartamento. I due s’incontrano la mattina nel sud della megalopoli, sulla strada per Cuernavaca, precisamente al ristorante della signora Alma Delia Morales. Suo marito, Ángel Olmos, è responsabile della pulizia e manutenzione proprio del rancho di Vallarta, da tempo ne ha le chiavi in custodia e, nei giorni precedenti, per l’esattezza il 5 dicembre, non nota movimenti sospetti, tantomeno persone sequestrate nel medesimo. E questo dichiara alla polizia, seguito da sua moglie la quale conferma le informazioni e la versione del coniuge, poi scartata o forse “ignorata” dal giudice.

9 dicembre 2005. Avviene una messa in scena televisiva di alcuni agenti di polizia della AFI(Agencia Federal de Investigaciones), un’agenzia investigativa all’epoca sotto il comando di Genaro García Luna, un funzionario più volte segnalato da vari funzionari e giornalisti (http://youtu.be/gbH8UB4wKnU), per esempio Anabel Hernandez, autrice de “I signori del narco”, come l’uomo di riferimento o il “protettore” del Cartello dei narcos di Sinaloa dentro la polizia e, poi, nelle alte sfere del governo messicano (lo stesso García Luna è stato “promosso” Ministro dal Presidente Calderón alla fine del 2006).

La AFI si mette d’accordo con il secondo canale di TeleVisa (in Messico c’è un duopolio televisivo privato per cui TV Azteca e Televisa si spartiscono il grosso del mercato), e, giusto in tempo per i primi notiziari della mattina, crea ex novo il momento della cattura dei rapitori con la connessa liberazione degli ostaggi nel rancho “Las Chinitas”. Il reporter Pablo Reinah fa come se niente fosse e stabilisce il collegamento in diretta con lo studio interloquendo con il conduttore del programma “Primero Noticias”, Carlos Loret de Mola. Si fa un po’ di promozione alle mirabolanti azioni della polizia in difesa dei cittadini colpiti dalla paura e dalla violenza in cambio di una buona diretta televisiva per la conquista dello share mattutino.

Il podere appartiene a Israel Vallarta e si trova alla periferia sud della capitale, al km 29 della statale che porta a Cuernavaca. Israel viene mostrato in manette mentre Florence è sotto una coperta blu e risponde alle domande del cronista “Che ci fa qui? Sa che ci son tre persone sequestrate?”. “No, non sapevo niente, non lo sapevo”. Per i milioni di telespettatori il caso è chiuso e il Presidente Fox ha mostrato a tutti che sta lottando contro il crimine organizzato. “Il governo federale lavora per la tua sicurezza”, recitano gli spot in radio e TV.

La pericolosa banda, di sole due persone, sembra sgominata. Nel video si notano da subito delle incoerenze: il cancello esterno della proprietà è già aperto; la porta della casetta con le persone rapite è anch’essa già aperta e s’intravedono i piedi di qualcuno, poi la porta si chiude e si vede un walkie talkie professionale per terra; nella stanza c’è già Luis Cárdenas Palomino, responsabile diretto del video-montaggio e braccio destro di García Luna, alto funzionario d’intelligence per la Polizia Federale e accusato di 3 omicidi e altre nefandezze in passato; all’interno ci sono dei quadri con le foto dei presunti rapitori che, però, secondo le dichiarazioni degli ostaggi, avevano sempre il passamontagna (stanno a volto coperto ma poi lasciano foto lì in bella vista?); in una foto c’è addirittura il fratello di Florence ritratto con la sorella 9 anni prima, un indizio che fa pensare a una volontà espressa dell’autorità per danneggiarne l’immagine o implicarlo; Israel Vallarta ha le labbra gonfie e ferite, è quindi stato colpito nelle ore precedenti; anche Florence ha già le manette ai polsi e ha passato le ultime 20 ore rinchiusa in un camioncino della polizia.

La AFI era una specie di FBI messicana con compiti investigativi che è stata sostituita nel 2009 dalla PFM, Policia Federal Ministerial, diretta da Wilfrido Robledo, già noto per le terribili repressioni contro i manifestanti di Atenco nel 2006 e per la sua ostinazione, condivisa pienamente dall’ex governatore e oggi candidato presidenziale del PRI, Enrique Peña Nieto, nel negare le palesi violazioni ai diritti umani commesse durante quella sanguinaria operazione contro la popolazione. Fu chiamata ironicamente “Riscatto”: 2 morti, 207 arresti, violenza inaudita e gratuita della polizia per due giornate intere, il 3 e 4 maggio 2006, con perquisizioni di abitazioni, espulsione immediata di 5 cittadini stranieri, violenze sessuali dentro e fuori dai reclusori, tortura, fabbricazione di prove e colpevoli, sentenze sproporzionate, impunità delle forze dell’ordine e dei responsabili. Un bilancio degno del Cile di Pinochet.

9 dicembre 2005. Dichiarazioni di Israel Vallarta in cui accetta le accuse di sequestro di persona che gli vengono avanzate e, in contraddizione con quanto affermato da Alma e suo marito che lavoravano per lui, dice che da due settimane le vittime erano ostaggi nel suo ranch. La Procura Generale della Repubblica annuncia di aver smantellato la banda di rapitori con almeno 10 sequestri e un omicidio “all’attivo” di cui anche Florence farebbe parte.

Vengono depositate anche le prime dichiarazioni delle vittime: Cristina, suo figlio Christian ed Ezequiel. Cosa dicono?

L’unico che sostiene di riconoscere “una donna sui trent’anni dall’accento straniero con la R moscia” è l’ultimo dei tre, Ezequiel, che è figlio di un sequestratore e viene presumibilmente rapito per un vecchio regolamento di conti tra un membro degli Zodiaco e suo padre. Si può anche ipotizzare che Ezequiel si ritenga, in un primo momento, vittima della stessa polizia, magari alleata con la banda, che lo priva della libertà in cambio di un riscatto o per ritorsione contro suo padre.

5 febbraio 2006. Trasmissione del programma Punto de partida (Punto di partenza) durante il quale si tratta il caso Cassez e la giornalista Denise Maerker intervista il capo della AFI, García Luna, e interviene telefonicamente dalla prigione la stessa Florence che denuncia pubblicamente il poliziotto e la gran montatura. Un atto coraggioso in Messico, dove il potere s’incaponisce e non si lascia mai deridere né contraddire.

10 febbraio 2006. Il Governo messicano deve riconoscere la “pagliacciata” teatrale inscenata per motivi propagandistici e mediatici, avvenuta un giorno dopo l’effettiva cattura di Cassez e Vallarta. Secondo García Luna è “una ricostruzione della scena on demand”, però, fino ad allora, era pure servita come distrattore e mezzo pubblicitario governativo. In realtà non si tratta di una ricostruzione dei fatti per la TV ma di una vera e propria invenzione cinematografica come indicano gli indizi e le testimonianze raccolte nel corso delle indagini.

Durante la giornata e di sera i membri della famiglia Ríos Valladares entrano ed escono più volte dalla sede amministrativa della SIEDO (Subprocuraduría de Investigación Especializada en Delincuencia Organizada, una direzione o procura specializzata nella lotta al crimine organizzato). A una settimana dallo smacco subito dal “super-poliziotto” in TV, ecco che i testimoni-ex-prigionieri cambiano le loro dichiarazioni.

14-15 febbraio 2006. Nella città di San Diego, in California (USA), dapprima il bambino Christian e poi, il giorno dopo, sua madre Cristina Ríos Valladares provvedono a fare un ampliamento della loro prima dichiarazione al PM: entrambi affermano di riconoscere Florence in contraddizione con quanto avevano affermato nelle loro testimonianze ufficiali del 9 dicembre. Ora riconoscono la sua voce, la sua chioma bionda e la sua mano bianca e delicata. Però Florence lavorava a tempo pieno, anche oltre 12 ore al giorno, in un hotel lontanissimo dal ranch, quindi come faceva a occuparsi (in quanto presunta capo-banda) di 3 ostaggi e delle loro necessità?

30 marzo 2006. Compare in udienza Ezequiel Elizalde. Nelle sue testimonianze, ripetute più volte anche ai media, non omette mai un dettaglio: mostra la macchia puntiforme rossiccia sul mignolo della mano sinistra che gli avrebbe provocato la puntura di una siringa. Florence gli avrebbe anestetizzato il dito per amputarglielo, giusto poco prima della tempestiva irruzione dei poliziotti salvatori della AFI. Una perizia medica ufficiale del 12 giugno 2006 stabilisce, però, che quella è una macchia congenita. Inoltre Ezequiel afferma che “l’amputazione” stava per avvenire il 9 dicembre mattina, mentre sappiamo per certo ormai che Florence, quel giorno, è stata imprigionata in una camionetta prima del reality della sua cattura nel ranch. Degli altri 5 delinquenti della banda di cui parla questo testimone-ostaggio non si conosce l’identità e non compaiono in nessun video…

7 giugno 2006. Si presentano all’udienza grazie a un collegamento video sia Christian che la madre Cristina la quale cambia di nuovo le carte in tavola e aggiunge di essere stata violentata durante il periodo di prigionia aggiungendo un elemento, di certo non secondario, che prima semplicemente non esisteva. La stessa giudice, Olga Sánchez Beltrán, esce dalla sala bruscamente, contrariata per quanto le sue orecchie hanno appena sentito.

Nelle prime dichiarazioni il prelievo di un campione di sangue al bambino Christian era stato effettuato da tale “Hilario” mentre ora entra in gioco letteralmente “la mano” di Cassez. Prima non c’era stato “nessun maltrattamento fisico” per gli ostaggi e nemmeno riconoscevano la presenza di Florence, poi hanno dichiarato di ricordarsi di lei e ora, nella terza versione ampliata dei fatti, c’è la violenza sessuale.
chinitasrancho.jpg13 giugno 2006. Cristina Ríos pubblica una lettera sulquotidiano La Jornada confermando le sue accuse contro Florence Cassez e ribadisce che nei 52 giorni di prigionia è stata vittima anche di violenze sessuali.

Luglio 2006. Felipe Calderón Hinojosa (PAN) vince con un margine ristretto le elezioni presidenziali sconfiggendo il rivale della coalizione progressistaAndrés Manuel López Obrador (PRD, Partido Revolución Democrática) che non accetta i risultati e comincia una protesta pacifica a Città del Messico per denunciare i brogli elettorali e chiedere un nuovo conteggio delle schede (che non avverrà).

Agosto 2006. Florence Cassez cambia il suo avvocato: il messicano Jorge Ochoa, fautore di una strategia low profile e discreta con i media, lascia il posto al messicano Agustín Acosta e al francese Mark Berton che, invece, preferisce utilizzare i media per creare consenso sul caso della sua assistita, specialmente dopo che viene emessa la prima sentenza di condanna e molti politici francesi cominciano a muoversi.

Dicembre 2006. Genaro García Luna è nominato Ministro della Pubblica Sicurezza nel governo di Calderón che inizia la cosiddetta “guerra al narcotraffico” dispiegando oltre 20mila soldati nei territorio più caldi. La mancanza di legittimità in seguito a un processo elettorale viziato sin dalla campagna elettorale dovrebbe essere presto dimenticata, nei piani del neo-Presidente, se si ottengono risultati contro le piaghe che affliggono il paese: il crimine organizzato dei cartelli del narcotraffico e dei sequestratori. 5 anni dopo la militarizzazione della lotta alla delinquenza avrebbe provocato un saldo di 50mila morti e l’escalation delle guerra civile o narcoguerra messicana del secolo XXI.

25 ottobre 2007. A mezzo stampa i genitori di Florence, Charlotte e Bernard, lanciano un appello a Sarkozy che li riceve all’Eliseo e ascolta la loro storia. Dopo un’indagine dei servizi segreti francesi per conto del Presidente e previa (probabile) valutazione della convenienza politica e diplomatica del caso, Sarkozy decide di sostenere pienamente la causa della sua concittadina.

25 aprile 2008. Viene emesso il verdetto dal giudice di primo grado e Cassez è condannata a 96 anni di carcere per delinquenza organizzata, possesso e porto di armi d’uso esclusivo dell’esercito e quattro sequestri di persona (Raúl Ramírez, il figlio Christian, la moglie Cristina ed Ezequiel Elizalde: questi ultimi tre sono gli ostaggi liberati tra l’8 e il 9 dicembre). In Messico i verdetti si basano esclusivamente sulla lettura dei fascicoli e su una decisione in solitudine da parte del giudice che può anche non incontrare e vedere mai gli imputati e i testimoni.

La storia continua tra una settimana…

Siti utili:

http://site.cassez.net/

http://www.liberezflorencecassez.com/

http://www.florence-inocente.com/

http://mexicoporflorencecassez.wordpress.com/mensaje-de-florence-cassez-a-los-mexicanos-audio/

Infine consiglio due importanti documenti su Florence, il documentario Florence Cassez, l’ultime recours (in francese) a questo link e il libro Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione tardota in spagnolo, Ed. Grijalbo, 2010) e Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (in francese, First Document, 2009) di Anne Vigna e Alain Devaldo, che è il lavoro più completo sul caso. Di Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine

Silenzio complice: sequestri e stupri sulle strade del Messico

Dopo la denuncia degli abusi dell’autorità di polizia a Città del Messico, inoltrata da Livia e Mario Meléndez e postata qui ieri, riporto ora la traduzione di Clara Ferri dell’articolo scioccante di Sanjuana Martínez, pubblicato sul quotidiano messicano “La Jornada” il 13 novembre 2011 sul tema dei sequestri di persona (e di interi autobus!) che ancora avvengono sulle autostrade messicane, spesso totalmente fuori dal controllo delle autorità. Ne parlavo proprio ieri sera con un piccolo imprenditore del settore autotrasporti che segnalava soprattutto il rischio di furto totale del carico e del tir, con o senza sequestro di persona, ma sempre con vessazioni e violenze nei confronti dei camionisti. Purtroppo il caso denunciato dalla Jornada è finito molto peggio.

Denise credeva di morire. Un gruppo armato, con divise militari, ha assaltato l’autobus in  cui viaggiava da Monterrey a Zacatecas, ha sequestrato gli uomini, abbandonato a se stessi gli anziani e violentato le donne. L’incubo è durato varie ore. Il sequestro di autobus è la nuova realtà che si vive sulle statali del paese con il silenzio complice delle linee di trasporto di passeggeri.

«Siete fottuti», ha detto il capo del gruppo quando hanno aperto la porta dell’autobus. Il veicolo, di proprietà del Gruppo Senda, era partito dalla stazione degli autobus all’una e mezza di notte e dopo due ore di strada si è fermato in mezzo al deserto. Il comando bloccava la statale. Di fronte all’ordine del delinquente, l’autista ha detto al microfono: «Passeggeri, c’è un’emergenza, scendete dall’autobus».

Nello scendere, circa dodici uomini con armi lunghe e divise militari che viaggiavano su quattro furgoni, hanno obbligato i 25 passeggeri e l’autista a disporsi con il volto verso l’autobus con le mani alzate e le gambe larghe. C’erano soltanto due donne, che sono state appartate insieme ai quattro anziani presenti; il resto dei passeggeri è stato inmediatamente caricato e portato via su tre dei loro veicoli. Hanno parlato tra di loro della benzina che avrebbero usato per incendiare l’autobus. Un furgone è rimasto parcheggiato: «Salite su, puttane!», hanno ordinato, indicando loro la parte posteriore della pick up, dove c’erano due uomini vestiti da militari che aspettavano; altri due erano nella cabina posteriore e uno guidava. Sono entrati un paio di chilometri nel deserto.

Denise e Hortensia non si conoscevano, ma sono state compagne di una tragedia. La prima ha opposto resistenza ed è stata brutalmente percossa; le hanno devastato parte del viso: «Così impari, troia!», le ha detto uno mentre si tirava giù i pantaloni. «Vogliamo divertirci», ha commentato un altro mentre strappava di dosso i vestiti a Denise. Gli altri tre gli si sono uniti velocemente. L’aggressione è durata un’ora. «Si sono tirati giù i pantaloni senza togliersi il resto dei vestiti. Il peso dei loro corpi mi ha immobilizzato. A un certo punto non ho più capito che cosa dicevano, mi sono concentrata sul suono dei grilli, sulla mia famiglia, sui miei amici», racconta Denise, di 28 anni.

Sono trascorse già diverse settimane. Soffre di depressione ed angoscia, ma dopo un trattamento e una terapia può ricostruire la storia: «Ho sentito che mi avrebbero ucciso. Ho pensato che mi avrebbero lasciato lì e che nessuno avrebbe saputo ciò che mi è successo. Ho cercato la mano dell’altra donna, che non conoscevo. Lei gridava di dolore; l’ho stretta con forza ed ho sentito nella sua mano una risposta uguale. È stato così come ci siamo afferrate alla vita».

Gli stupratori parlavano spagnolo a stento, avevano l’aspetto di gente del Sud, comunicavano tra loro in una lingua indigena che le vittime non hanno potuto riconoscere: «Erano come soldati o paramilitari. È stato un atto di potere su di noi. Non ce l’avevano neanche in tiro. Sembravano drogati. Ci hanno introdotto un tubo di plastica nell’ano. Ridevano (…) poi ci hanno buttato via come dei rifiuti».

Dopo aver subito l’aggressione, si sono ritrovate nude su una collinetta della statale. Un autobus di passeggeri si è fermato; l’autista è sceso con una coperta e le ha invitate a passare direttamente alla cabina senza domandare nulla, come se la scena fosse quotidiana: “«Sono cose che succedono tutti i giorni sulle strade del paese e nessuno muove un dito».

Silenzio delle imprese

A differenza delle rapine a autobus interrurbani, negli ultimi mesi prevalgono i sequestri di autobus e passeggeri. Il mese scorso, un autobus è scomparso nel municipio di General Treviño (Stato del Nuevo León) sulla strada per Tamaulipas. «Avevano previsto una scala a Monterrey, ma non l’hanno fatta. I parenti hanno saputo che a General Treviño una persona armata ha sequestrato l’autobus con tutti i passeggeri sopra», ha detto il viceprocuratore dello Stato di Guanajuato, Armando Amaro Vallejo, dopo aver ricevuto la denuncia dei parenti per la scomparsa di sette abitanti dello stato.

Dall’inizio dell’anno ad oggi sono scomparsi circa un centinaio di abitanti di Guanajuato e di altri stati sulla strada per la frontiera, anche se il numero potrebbe essere maggiore, poiché le imprese di autobus restano in un silenzio ominoso riguardo a questi fatti per evitare il risarcimento dei danni causati ai passeggeri, il pagamento dell’assicurazione o la perdita dei clienti.

«Non possiamo garantire a nessun cittadino che non verrà rapinato in qualunque negozio, per strada o sui mezzi di trasporto, perché staremmo mentendo, ciò che possiamo fare è ridurre i fattori di rischio, che sono quelli che facilitano la realizzazione di attività illecite. Le misure finora adottate sono la contrattazione di servizi di sicurezza privata, l’installazione di barriere metal detector e di telecamere», dice Arturo Balderas Moya, direttore della Camera Nazionale di Autotrasporti  di Passaggio e Turistici (Canapat), che riconosce che i punti più pericolosi sono nella zona di confine con gli Stati Uniti; inoltre manca un coordinamento e ci sono dei “vuoti legali” e ciò ostacola le indagini.

L’anno scorso la Canapat ha registrato soltanto 136 rapine, ma non ci sono statistiche del numero di autobus sequestrati, passeggeri o autisti scomparsi, né di stupri di donne. Le linee di autobus ADO, Senda, Transpaís, Estrella Blanca, Ómnibus de México, Futura, Transportes del Norte, Ómnibus de Oriente e altre hanno centinaia di bagagli degli scomparsi stivate nei loro capolinea di città di frontiera come Reynosa, Nuevo Laredo, Miguel Alemán e Piedras Negras.

Riguardo gli attacchi sessuali alle donne, le compagnie di trasporto su autobus sono più ermetiche: «Per quanti sforzi abbiamo fatto per dare visibilità al problema degli stupri, il corpo delle donne continua ad essere un bottino di guerra. Purtroppo ci continuano a considerare come cittadini di seconda categoria, per questo non vengono a galla, perché tra gli stessi uomini si proteggono», dice Maricruz Flores Martínez, del “Colectivo Plural de Mujeres contra la Violencia”.

Riconosce che la maggior parte delle vittime non denuncia queste aggressioni sessuali per paura: «Le donne vengono violentate non solo dalla criminalità organizzata, ma anche da membri dell’Esercito. Come possiamo opporre resistenza a uomini armati? Hanno il potere delle armi e utilizzano l’arma della minaccia per evitare che le donne aggredite sporgano denuncia».

Qualche anno fa le donne venivano violentate sui taxi e siccome gli aggressori non erano armati, il fenomeno è diminuito grazie alle denunce, ai corsi educativi e alle mobilitazioni sociali; adesso –dice- il problema è maggiore, perché si tratta di uomini fortemente armati nel bel mezzo di una guerra: «Siamo completamente allo sbaraglio. Se come donne non scendiamo in piazza a gridare “Basta”, tutto continuerà allo stesso modo o peggiorerà».

Anche migranti

«Nove su dieci donne migranti vengono aggredite sessualmente durante il passaggio in Messico sulla strada per la frontiera con gli Stati Uniti», afferma Melissa Domínguez, membro della Piattaforma per lo Sviluppo Adolescente e Giovanile Indigeno. «Sono una minoranza quelle che non soffrono una violenza o un’estorsione sessuale (si va dalle molestie sessuali fino a dover “pagare” con il proprio corpo affinché l’agente della Polizia Migratoria, un militare o un trafficante le auti a varcare il confine o le lasci passare). Delle migranti che ho conosciuto, il 90 per cento ha subito delle violenze. Ho conosciuto varie donne che si fanno somministrare un’iniezione contraccettiva per evitare di essere messe incinta».

Il problema è reso invisibile, concordano Melissa Domínguez e Maricruz Flores, per la mancanza di prevenzione e di interesse istituzionale di fermarlo: «Le donne hanno ancora paura di sporgere denuncia; a volte pensano: “mi hanno già violentato, adesso posso andare avanti”, un’idea che ha a che vedere con i loro processi personali e la paura di essere deportate».

Una delle testimonianze raccolte da Belén Posada (Rifugio) del Migrante, è quella di Nancy, salvadoregna di 24 anni sequestrata da Los Zetas a Coatzacoalcos (Stato di Veracruz) e rinchiusa in una “casa di sicurezza” a Reynosa (Stato di Tamaulipas), dove c’erano solo donne utilizzate come schiave sessuali: «Durante tutto questo periodo, spesso arrivavano tre uomini messicani, i capi, e violentavano le donne come me che erano state sequestrate. Ho dovuto aspettare che mia zia mettesse insieme i soldi per pagare il mio riscatto».

Le strade della vita (o della morte)

Intitolo il post come una famosa canzone di vallenato colombiano che è un must per gli appassionati di America Latina e ci porta a una rapida riflessione sulle strade della vita e, nel caso dei migranti messicani e centroamericani, della morte, del sequestro, del pericolo, dell’espulsione e dell’umiliazione. Ecco la cartina dei percorsi che seguono i migranti centroamericani dal Guatemala agli Stati Uniti attraverso il Messico. La Commissione Nazionale per i Diritti Umani (CNDH) ha raccomandato al governo messicano, presieduto da Felipe Calderòn, di “implementare strategie che aiutino a prevenire e, se è il caso, a perseguitare e sanzionare coloro i quali commettano delitti contro questo gruppo di persone vulnerabili” e ha segnalato i 71 comuni ad alto rischio (coi quali è stata elaborata una mappa dei percorsi più pericolosi che indica in legenda i comuni stato per stato) per gli stranieri in cammino verso il “sogno americano”. Nel 2010 i migranti vittime di sequestro in Messico sono stati ben 11.300 secondo la CNDH. Non immagino a quanto possa arrivare la cifra estra-ufficiale o stimata. Intanto cresce in modo preoccupante il fenomeno delle fosse comuni in cui vengono nascosti e seppelliti a centinaia i migranti tanto in territorio statunitense come in Messico e così è anche tristemente per le mattanze che a caso colpiscono alcuni dei milioni di “nessuno” che costantemente cercano di risalire da sud a nord.

L’Ezln e la Otra campaña smentiscono tutte le voci sui sequestri

Questo post riproduce un comunicato dell’EZLN, Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale e del suo movimento politico La Otra Campaña, rinnegando il sequestro di persona come strumento di lotta. Infatti in Messico stavano circolando alcune voci false circa la possibilità che l’EZLN avesse usato (o stia utilizzando) il rapimento come metodo di lotta anche nel caso del noto politico Diego Fernandez de Cevallos, da poco liberato dopo mesi di prigionia da un gruppo guerrigliero anonimo che ha rivendicato ragioni politiche per il sequestro. Il coinvolgimento erroneo dell’EZLN potrebbe avere la funzione d’intimidire il movimento neozapatista e giustificare rappresaglie dell’esercito messicano in Chiapas e nei territori autonomi zapatisti.
Se desmiente vinculación de el EZLN y La Otra Campaña con cualquier secuestro. El día 1 de enero del 2011 comenzó a circular en algunos diarios nacionales y extranjeros, a partir de la agencia de prensa española EFE, una nota en la cual se dice que “un fiel integrante de las fuerzas insurgentes del EZLN” atribuía, mediante un comunicado, el secuestro de Diego Fernández de Cevallos al EZLN. En la confusa nota difundida por la agencia española se acusa también a distintos colectivos de La Otra Campaña de ser copartícipes de dicho secuestro, así como se refieren a varias páginas electrónicas y comunicados antiguos, de libre circulación, a disposición de cualquiera en la red, como sitios en donde buscar las pruebas para dicha acusación contra los zapatistas.

Pues bien, al correo de nuestra página llegó también completo, el “comunicado”, tal y cual llegó a los diferentes medios que hicieron y publicaron con él su nota. Bastaría con que pusieran el escrito que les llegó completo para que cualquier lector viera que es imposible que tenga un origen relacionado con el EZLN. Vamos, es incoherente a todo lo largo de su redacción, es claro que quien lo hizo no hace sino buscar protagonismo, generar confusión y servir a los intereses del poder.

La otra campaña es un movimiento político, civil y pacífico. Así ha sido desde su convocatoria y así se ha movido y actuado a lo largo de estos años. No recurre por lo tanto a secuestros para obtener recursos ni para hacer propaganda política.

Asimismo, es para todos sabido, que el EZLN, y su historia y práctica durante 27 años, desde sus inicios hasta hoy día, lo demuestran, no realiza secuestros, esto va en contra de sus principios. Por lo mismo, el EZLN no ha desarrollado ni la estructura organizativa ni la infraestructura material para este tipo de acciones. Desde el año de1994 en que los zapatistas decretaron el cese al fuego ofensivo, para darle una oportunidad a la construcción de la paz justa y digna, ha cumplido su palabra, no así el Estado mexicano que los ha agredido política, económica, militarmente desde el 1 de enero del 94 hasta nuestros días. Por todo esto es claro, y reiteramos una vez más, que ni el EZLN ni la Otra Campaña realizan secuestros. Ni el EZLN ni La Otra Campaña secuestraron a Diego Fernández de Cevallos.

Si alguien tiene simpatía o considera que políticamente es correcto practicar el secuestro, no tiene lugar en la Otra Campaña. El “guerrero Balam” como se autonombra quien mandó el comunicado al que nos hemos referido ya tuvo sus 15 minutos de fama, algunos medios retomaron fragmentos de su escrito y lo pusieron en sus primera páginas. Puede disfrutarlos. Mientras, las comunidades indígenas zapatistas sufrirán una nueva escalada de agresiones como resultado de este tipo de ocurrencias oportunistas y policiacas. Este es el verdadero peligro compañeras y compañeros, estemos pendientes ante esta nueva provocación contra los compañeros zapatistas. Por Enlace zapatista, Javier Elorriaga, Sergio Rodríguez Lascano.

México, a 2 de enero del 2011.