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  • Intervista: Tepito ¡Bravo el Barrio! (Mostra Foto Mexico)

    Intervista: Tepito ¡Bravo el Barrio! (Mostra Foto Mexico)

    Tepito ¡Bravo el barrio! es un proyecto fotográfico de Francisco Mata mediante el cual el espectador realiza un recorrido por las calles, callejones, vecindades, templos y tiendas de la zona comercial de Tepito “de la mano” de los propios habitantes de esta zona del Distrito Federal.

    Mata, quien iniciara su carrera como fotoperiodista a mediados de los ochentas en el periódico La Jornada, presentó esta exposición en 2006 en la Galería José María Velasco, localizada en el barrio de Tepito, con el fin de que se convirtiera en un juego de espejos donde los propios tepiteños se pudieran ver frente a frente, reflejados en la fotografía.

    Por cuestión del azar y de los misteriosos vínculos culturales que se dan en el país, Tepito ¡Bravo el barrio! se presentó el miércoles 30 de enero de 2008 en la Galería de Exposiciones Temporales del Metro –la primera exhibición dedicada a la fotografía que se presenta en este recinto-.

    Algunas horas antes de la apertura de la galería al público, Tampicocultural entrevistó al fotógrafo Francisco Mata quien nos explicó, entre otras cosas, cómo fue posible que un pedazo de Tepito saliera del DF.

    Publicada en Tampico Culural el 5 de febrero de 2008. Sopra: foto di un bacio di un devoto della Santa Muerte, santa popolare patrona del quartiere di Tepito a Città del Messico. Sotto: foto di un abitante del quartiere e dei suoi tatuaggi su tutto il corpo. Tatoo mania. Entrambe sono foto contenute nel libro del fotografo Francisco Mata “Tepito. Bravo el barrio”

  • Documentario Italiani in Messico – Los que llegaron

    Documentario Italiani in Messico – Los que llegaron

    Un breve documentario del Canal 11 (Messico) sulla storia della comunità di Chipilo, Puebla, e sulla migrazione degli italiani in Messico (link articolo in spagnolo)

    A mediados del siglo XIX los gobiernos liberales de México fomentaron proyectos de colonización del país, con el fin de poblar el extenso territorio y desarrollar el campo. Entre los extranjeros invitados a impulsar la agricultura se eligió a los italianos por ser blancos, católicos y de origen latino. Así, los italianos se establecieron en el actual municipio veracruzano de Gutiérrez Zamora, en donde fundaron una primera colonia que sirvió de modelo a muchas otras, las cuales se formaron en otros lugares de la República.

    En Chipilo, próximo a la Ciudad de Puebla, en 1882 se estableció una colonia formada por unos 3 mil inmigrantes italianos, provenientes de la región septentrional del Véneto, al norte de Italia. Ellos vinieron a México en busca de tierras fértiles y huyendo de la pobreza que azotaba la región en esa época.

    Para los años veinte, después de la Primera Guerra Mundial y una vez concluida la etapa armada de la Revolución Mexicana, la inmigración italiana se duplicó. Hoy en día existen aproximadamente 13 mil residentes de ciudadanía italiana en México, y se estiman 85 mil mexicanos descendientes de italianos.

  • Il Romanzo di Una Strage di Marco Tullio Giordana

    Il Romanzo di Una Strage di Marco Tullio Giordana

    Riprendo questa critica da Carmilla sul nuovo film di Marco Tullio Giordana “Il romanzo di una strage”: “Il romanzo di una strage”: un film ammiccante, menzognero, pavido, vigliacco, politicamente corretto, cialtrone di Girolamo De Michele – Il romanzo di una strage è, in prima battuta, un titolo ammiccante. Pasolini, Il romanzo delle stragi, io so ma non ho le prove: avete presente? Quella roba lì. Quella roba che nel film non c’è. Detto fuori dai denti: cominciano a svenderli a 3×2, i pasoliniani de noantri che si riempiono la bocca col coraggio della verità, il dovere della verità, la religione della verità fino all’estremo, e poi continuano a ruzzolare e razzolare come e peggio di prima. Il modo peggiore di uccidere una seconda o terza volta Pasolini è quello di usarlo come specchietto per le allodole: e Giordana, dopo aver girato un film su Pasolini nel quale, com’era suo dovere di intellettuale, lasciava intendere altri scenari e altri finali al di là di quelli giudiziari ufficiali, tradisce se stesso, il suo mentore e il pubblico con un film nel quale non si arriva neanche alle verità giudiziarie, figurarsi spingere lo sguardo un filo più in là.

    Il romanzo di una strage è, quindi, un titolo menzognero. Perché “romanzo” dovrebbe alludere a un’opera di fantasia che non replica il reale, ma lo arricchisce attraverso una grammatica delle immagini che sopravanza quella grammatica delle parole che ripete il mondo. E in tal modo rende possibile dire ciò che la parola non può dire: la potenza della fantasia, si direbbe nella lingua di Dante. Ricorda Goffredo Fofi che il cinema italiano fu capace, all’indomani di dittatura e guerra, di opere che raccontarono ciò che ancora non si aveva la forza di dire. A l’alta fantasia qui mancò possa, si potrebbe dire: ma ciò ch’è certo è che qui s’è parsa la sua (di Giordana) nobilitade.

    corrierepinelli.jpgIl romanzo di una strage è, dunque, un film pavido. Che non ha il coraggio di dire che non segmenti marginali o laterali dello Stato, ma lo Stato in quanto tale, o se si preferisce l’altra faccia dello Stato, il doppio Stato, pianificò e attuò coscientemente la strategia della tensione, delle stragi, dei depistaggi, al fine di “destabilizzare per stabilizzare”. A mettere la bomba (la “seconda”, quella “vera”) sono stati figuri di secondo o terzo piano, esaltati e manovrati da soggetti stranieri, o al massimo dei “servizi” – espressione buona per indicare tutti e nessuno. Non c’entra la Democrazia Cristiana, non c’entrano i padroni (neanche quelli che, tra una sambuca e un motorino, finanziavano lo stragismo), non c’entrano Guida e Allegra, non c’entra neanche Junio Valerio Borghese, e alla fine probabilmente nemmeno Umberto D’Amato. Al massimo i colonnelli greci, che tanto non ci sono più. Tutto qui, quel che c’è da sapere? Ne sapevamo di più non dico dalle contro-inchieste – a partire da La strage di Stato [qui] –, ma dal memoriale di Moro. Non c’era bisogno di Cattleya, di un cast sontuoso (e in buona parte meritorio), del pacchetto Giordana-Petraglia-Rulli. O forse sì, c’era proprio bisogno di loro. Perché, lo spiego tra breve

    Il romanzo di una strage è un film vigliacco: ma appena un filino. Giusto un pelo, un pelino di vigliaccheria: ma pelo di cinghiale, spesso e duro. Debole coi deboli, indulgente coi potenti: piuttosto li si fa passare per coglioni (Rumor), sant’uomini cascati dal pero (Moro), iracondi poco ragionevoli (Saragat), stronzi (Guida e Allegra), ma colpevoli e complici mai. Valpreda (come in generale gli anarchici tutti, e anche Feltrinelli) è raffigurato come un esaltato, uno che ha tanti di quei lati oscuri da aver potuto davvero metterla, la bomba (quella “finta”). E per rafforzare questo quadro – tanto Pietro non può più difendersi, e di parenti che si battono per la sua memoria non ne sono rimasti, e anche se fossero nessuno dirige un giornale – il Valpreda del film, come il mostro della “macchina del terrore” che vollero fosse – fa su e giù da Milano a Roma, da Roma a Milano, poi di nuovo a Roma con la vecchia 500… Poco importa che in questi 40 anni Carla Fracci abbia confermato che Valpreda era a Roma per un provino alla RAI, dove si incontrarono e si salutarono (e le pressioni da lei ricevute per tacerlo); poco importa che Valpreda nei giorni dopo la strage era a letto col febbrone: «l’accusa voleva un Valpreda completamente fuori di senno che porta la bomba (in taxi), si costruisce un alibi milanese (a casa sua), si precipita a Roma (mostrandosi in pubblico), infine ritorna a Milano (per dare nuova conferma all’alibi milanese) e, veramente diabolico, si presenta al giudice Amati». Sono parole, queste, di Marco Nozza, Il pistarolo, Saggiatore, 2011, p. 45: libro che Giordana dichiara di aver letto. E Nozza è anche presente nel film – uno dei pochi meriti di questa pellicola, è di rendere onore ai “pistaroli” – Nozza, Cederna, Stajano, Palumbo. Ma è un onore anch’esso un po’ vigliacco: ogni volta che c’è da dire qualcosa di scomodo – l’agente Annaruma non è stato assassinato dai manifestanti, Pinelli aveva ambedue le scarpe ai piedi, cose così – è sempre la voce di un giornalista che lo dice: Fotopatacca.jpgmai una telecamera che inquadra, mai il film che mostra, figurarsi se Giordana ha il coraggio di dirvi cos’è davvero successo al Pinelli, quella sera che a Milano era caldo. Dietro al dito dei pistaroli gli autori del film si nascondono, metti mai che arrivi una querela… Basterebbe mostrare la foto del cosiddetto “riconoscimento” di Valpreda, lui scarmigliato e insonne in mezzo a quattro agenti vestiti da manichini Facis: ma così è troppo facile, si corre il rischio di dire la verità. E Valitutti, il testimone che NON VIDE uscire Calabresi dalla stanza della defenestrazione [qui la sua testimonianza]? Cucchiarelli, nel suo Il segreto di piazza Fontana, fa fare a Pinelli, Calabresi e compagnia il giro dei quattro cantoni della Questura, neanche fossero le stanze di Hogwarts, per trovare un angolo nascosto alla visuale di Valitutti: Giordana lo trasforma in un mezzo scemo che vede Calabresi uscire, poi tace, poi mente. Sapete, gli anarchici…
    E Pinelli? Uno schizzetto di fango, ma piccolo, appena appena: il sospetto che le bombe sui treni, l’8 agosto 1969, le abbia messe lui. È vero, verissimo, che alla fine apprendiamo che quelle bombe le misero i fascisti: ma la modalità del prefetto ex machina che verbosamente rivela tutto ha un impatto retorico ben diverso da un sospetto che è stato più volte reiterato nell’azione filmica. Ma forse Giordana, Rulli e Petraglia queste cose da cinematografari non le sanno, faranno un altro mestiere. Resta che Pinelli viene assolto dallo spettatore non perché la trama lo dimostri: perché a rappresentarcelo come un uomo buono ci mette la sua faccia Favino. La responsabilità di mostrare il vero Pino Pinelli, Giordana non se l’è presa: c’era il rischio di far fare una brutta figura al commissario Calabresi. Per la cronaca: Pinelli quelle bombe non poteva averle messe, perché era su un treno partito da dieci minuti quando il treno su cui furono messe arrivò in stazione a Milano. È scritto negli atti (Sofri lo riporta a p. 89 del suo 43 anni), bastava leggerli: Giordana e gli sceneggiatori dicono di averlo fatto, sarà…

    funeralipinelli-300x200.jpgIl romanzo di una strage è un film politicamente corretto, che conclude una trilogia iniziato con Maledetti vi amerò e La caduta degli angeli ribelli. Nel mezzo, Rulli e Petraglia ci hanno infilato anche la sceneggiatura di La prima linea. Cos’hanno in comune questi docu-film? Il racconto di un decennio depurato del contesto sociale, delle lotte, delle ragioni del conflitto di classe. A parte qualche corteo e qualche manganellata, del conflitto di classe stesso. Lo spettatore ideale presupposto da Giordana è quell’archetipico cretino che ritorna in Italia in Maledetti vi amerò, ed è riuscito, dal Venezuela (ma dov’era? In cima a una montagna?) a non sapere nulla di quel che era accaduto in Italia: per sapere dell’assassinio di Aldo Moro ha bisogno di un commissario di polizia che gli fa leggere il numero di “Lotta Continua”. Gli spettatori a cui Giordana si rivolge sono così: non sanno nulla, e si fidano ciecamente del nulla che Giordana & C. hanno da dire loro. E quello che Giordana ha da raccontare loro è una storia rassicurante, nella quale i conflitti sociali sono opera di qualche svitato (“Svitol” è per l’appunto il nome del protagonista del suo primo film), di cui forse non sappiamo molto, ma tant’è… «Com’è possibile che ci si possa accontentare di parodie di ricostruzione storica come questa, da opera dei pupi, da filodrammatica e da sceneggiata, da museo delle cere, da gara paesana di imitatori, tra santini e macchiette e tra opposti buoni e i morti non possono più parlare, i vivi che sanno tacciono, i “servizi” – nazionali e internazionali – continuano, come hanno sempre fatto, a insabbiare, a inquinare, a manovrare, i politici a preferire la retorica alla persuasione», si chiede Goffredo Fofi: perché è rassicurante sapere che qualcun altro pensa e provvede per noi – sia pure un Aldo Moro santo subito fin dalla prima inquadratura, impersonato da un insopportabile Fabrizio Gifuni con il suo perenne essere-sopra-le-righe, e al quale bisognerebbe dire che non solo non è Gian Maria Volonté, ma neanche Roberto Herlitzka. Più inquietante sarebbe scoprire che il conflitto aveva delle cause, che c’è stato davvero, che ha lasciato delle tracce, degli sconfitti e dei vincitori. Ma questo sarebbe cinema, di quello vero.

    Il romanzo di una strage è, infine, un film discretamente cialtrone. Lascia che siano le facce degli attori, e non la trama e la tecnica narrativa, a orientare il pubblico: provate a mettere al posto di Favino e Mastrandrea due facce qualunque, per dire. Che Moro e Calabresi siano da santificare, s’è detto, lo si capisce dalle prime inquadrature: il film comincia nel 1969, ma ciò che è accaduto ai due è retroattivamente già presente nella fisiognomica, e pazienza se Calabresi il vizio di interrogare gli anarchici sulla balaustra della finestra lo aveva anche prima. Per Valpreda no, non c’è retroazione: ha pagato e sofferto come pochi, ma la faccia che resta impressa è quella dell’esaltato del ’69. Stesso discorso per l’espressione da genio malvagio che accomuna Delle Chiaie e Freda: fisiognomica di basso livello davvero. E tra un’inquadratura piatta e una scelta scenica banale (dovrà pur passare in televisione, questa roba), senza mai un piano-sequenza degno di questo nome, un movimento di macchina originale, un’inquadratura particolare, arriviamo al gran finale, con la famosa finestra nella “famosa stanza” inquadrata in secondo piano, in leggera dissolvenza, mentre in primo piano D’Amato spiega a Calabresi che la terra gira attorno al sole, l’erba di una volta era più verde e i neri hanno il ritmo nel sangue. Da un regista come Giordana non si può pretendere che impari, riguardandosi chessò, Deserto rossoProfessione reporter, come Antonioni riusciva a fare di una finestra un’immagine alla Mark Rothko. «Com’è che artisti, intellettuali e professionisti delle comunicazioni di massa, dei settori più ufficiali di esse, non riescano mai o quasi mai a raccontare degnamente il tempo passato e a essere all’altezza dei problemi di questo, che dei primi ha ereditato il peggio?», si chiede ancora Fofi: beh, se non sono capaci dei fondamentali del mestiere, la risposta c’è. E la domanda diventa un’altra, che forse è poi la stessa: com’è che questa Italia osanna come intellettuali e artisti gente così?

    Su Il romanzo di una strage consigliamo anche la lettura delle recensioni di Jumpinshark [qui], di Christian Raimo [qui] e di Corrado Stajano [qui].

  • La Santa Muerte – Documentario Discovery Channel Completo

    La Santa Muerte – Documentario Discovery Channel Completo

    Grazie a YouTube. che ora permette di caricare video lunghi, finalmente ho ritrovato questo documentario intero che sfuggiva e sfuggiva da tempo… del Colegio de la frontera norte. La pagina della Santa Muerte continua quindi a crescere: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

    En México existe un culto que se ha extendido rápidamente: el de la Santa Muerte. Esta sombría segadora, considerada santa por sus seguidores y satánica por la Iglesia Católica es venerada por personas cuyas vidas están (o se autoperciben) en peligro en un contexto-país de violencia e incertidumbre sistémica.

  • Il segreto di Piazza Fontana: un’occasione persa

    Il segreto di Piazza Fontana: un’occasione persa

    di Francesco “baro” Barilli e Saverio Ferrari @Carmilla Come contributo alla discussione sul film Il romanzo di una strage, e sul libro Il segreto di piazza Fontana al quale il film di Marco Tullio Giordana è in parte ispirato, ripubblichiamo dal sito Reti Invisibili, ringraziando gli autori, la recensione di Barilli e Ferrari (18 giugno 2009), che anticipa alcuni degli argomenti contenuti nel libro di Adriano Sofri 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film [qui il download]. A questa recensione (accresciuta da questo articolo di Saverio Ferrari) è seguita una polemica tra gli autori e Cucchiarelli, che è possibile leggere quiqui, e soprattutto qui, dove si apprende che Cucchiarelli millanta un mai concesso assenso di Licia Pinelli, come si apprende dalla lettera di Claudia, figlia di Pino e Licia Pinelli ivi riportata [G.D.M.]

    Il segreto di Piazza Fontana, scritto da Paolo Cucchiarelli e uscito per l’editore Ponte alle Grazie (pag. 704, € 19,80), è un lavoro interessante e inquietante nella prima parte, sconcertante e irritante nella seconda. Fonde elementi di inchiesta a voli pindarici dell’autore – che si fanno via via più fantasiosi, depotenziandone il contenuto – e appare viziato alla base da un difetto: il cadere in ricostruzioni azzardate, con concessioni alla più sfrenata dietrologia. Un limite che rende il libro non una sorta di verità definitiva sulla “madre di tutte le stragi”, come è stato pubblicizzato, ma un contributo che rischia di mettere in ombra persino la parte di verità già accertata.

    Le due bombe nella banca, quelle “scomparse” e “l’ingenuità” degli anarchici

    Quel giorno, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, sarebbero state portate due bombe. Una di matrice anarchica; dotata di timer e trasportata nella banca da Pietro Valpreda, era destinata a un attentato dimostrativo, dovendo esplodere quando gli uffici erano già chiusi e privi di persone. La seconda, più potente, sarebbe stata portata dai fascisti; dotata di accenditore a strappo e di una miccia, fu fatta esplodere prima di quella anarchica, innescando forzatamente pure questa. Fu l’ordigno a miccia a causare la strage, e la strategia era finalizzata ad addossare l’attentato alla sinistra. Più precisamente, i fascisti non intendevano fermare il proprio depistaggio a poche schegge dell’ambiente anarchico, ma volevano arrivare fino all’editore Giangiacomo Feltrinelli. In questa ottica Valpreda, pur restando sostanzialmente innocente, torna ad essere figura assai discutibile: ingenuo burattino dei fascisti, stragista involontario, testa calda che si accompagnava a frequentazioni dubbie, mentitore per necessità. Un conto è però ricordare Valpreda come un ingenuo (anche commentatori più benevoli con l’anarchico lo ricordano così), ben altra cosa è descriverlo come una marionetta teleguidata che segue indicazioni altrui senza porsi domande o dubbi: il suo comportamento, nella ricostruzione di Cucchiarelli, rasenta più l’imbecillità che l’ingenuità. Si pensi solo che avrebbe ritirato la bomba, da collocare alla banca, nella sede degli studenti greci simpatizzanti col regime dei colonnelli…
    Gli attentati certi del 12 dicembre ’69 furono 5. A Milano, oltre che in Piazza Fontana, un ordigno venne ritrovato inesploso alla Banca commerciale italiana di Piazza della Scala. Fu fatto frettolosamente brillare, con la conseguente compromissione di materiali che potevano rivelarsi utili nelle indagini. Altre tre bombe furono collocate a Roma. Una esplose nei sotterranei della Banca nazionale del lavoro. Le altre due scoppiarono in successione presso l’Altare della Patria.
    Secondo Cucchiarelli quel giorno a Milano sarebbero falliti altri due attentati. Questa voce fu riportata già da alcuni quotidiani nei giorni successivi il 18 dicembre 69: i giornali riferirono di una conferenza stampa tenuta il giorno precedente dagli anarchici del circolo del Ponte della Ghisolfa. Secondo tale fonte, la sera del 12 dicembre sarebbero stati ritrovati altri due ordigni inesplosi, uno in una caserma militare e uno in un grande magazzino; la Questura milanese smentì la circostanza. Ne “Il segreto di Piazza Fontana” si ipotizza che anche questi due ordigni fossero di matrice anarchica, e che pure questi dovessero essere manomessi o raddoppiati dai fascisti, per rendere più pesante il bilancio stragista.
    E qui si torna alla “stupidità” degli anarchici, che doveva essere, se si vuol credere al libro, una loro caratteristica endemica: secondo l’autore è Giovanni Ventura a portare l’11 dicembre due bombe ai coniugi Corradini, e sempre secondo Cucchiarelli si tratta proprio dei due ordigni “scomparsi”. Va sottolineato che i Corradini erano attivisti anarchici tornati in libertà solo il 7 dicembre, dopo mesi di carcere per gli attentati del 25 aprile, un’accusa per cui buona parte del loro gruppo era ancora detenuta. In questo contesto appare inverosimile che due persone da poco scarcerate si espongano con leggerezza a una simile operazione: per i Corradini si andrebbe oltre l’imbecillità…

    Il ruolo di Pinelli e la sua morte

    lapidepino.jpgPure il ferroviere anarchico dal libro esce innocente, ma non privo di macchie. Quel giorno Pinelli avrebbe intuito la trappola fascista in cui stavano per cadere i suoi compagni e si sarebbe adoperato per evitare che le altre due bombe scoppiassero a Milano. Per questo avrebbe fornito un alibi falso a chi lo interrogava, facendo insorgere sospetti sul suo conto; nella concitazione dell’interrogatorio, sarebbe nata una colluttazione, sfociata nella mortale caduta dal quarto piano della Questura milanese.
    Nel caso Pinelli, la ricostruzione della dinamica della caduta appare valida, anche se non viene aggiunto nulla di nuovo al panorama, che già contemplava la colluttazione e la morte “incidentale” tra le ipotesi.
    Da sottolineare – anche se a livello di pura aneddotica – che se gli altri anarchici sono rappresentati come sciocche marionette, secondo Cucchiarelli Pinelli avrebbe mandato messaggi cifrati su Valpreda addirittura utilizzando l’enigmistica (pag. 246)! Ci sfugge, in un simile ambiente, chi avrebbe potuto coglierli: certo non i suoi compagni.

    Quando la dietrologia inganna

    Come già accennato, Cucchiarelli ha sicuramente svolto un grande lavoro di documentazione, e – almeno per quanto riguarda la prima parte del libro – si può supporre che le intenzioni fossero sincere. In un video sul web (C6.tv) ha dichiarato «Gli anarchici sono rimasti vittime di una trappola, predisposta nel tempo (durante tutto il 69, con l’aiuto e la copertura dello stato e dei servizi segreti) affinché fossero il capro espiatorio, coloro che dovevano pagare per questa trappola». Affermazione nella sostanza condivisibile, ma non c’era bisogno di un lavoro così imponente per formularla. Il lavoro giudiziario su Piazza Fontana è stato già notevole: certo, incompleto sul piano degli esiti penali e per questo deludente, ma molte cose sono state appurate, specie nell’ultima istruttoria, conclusa in Cassazione il 3 maggio 2005. In Veneto fu costituito, nell’alveo di Ordine Nuovo, un gruppo eversivo che aveva cervelli e manovalanza principalmente nelle cellule di Padova e Mestre. E’ in questo ambito che vengono realizzati gli attentati del ’69, da quelli incruenti della primavera-estate fino a quello tragico del 12 dicembre. Per quanto riguarda responsabilità personali nessuno è stato condannato, ma su Franco Freda e Giovanni Ventura, principali esponenti padovani del gruppo, tutti e tre i gradi di giudizio hanno espresso una valutazione – citando un commento del Giudice Salvini scritto il 15 maggio 2005 per il periodico dell’ANPI – di «colpevolezza storica, anche se non traducibile in una sentenza di condanna», essendo i due soggetti già stati assolti in un altro processo e per il noto principio giuridico secondo cui nessuno può essere processato due volte per lo stesso reato, se nel frattempo è stata già emessa una sentenza definitiva di assoluzione. In questo quadro fa eccezione Carlo Digilio, e sul particolare correggiamo un errore – formale ma di un certo rilievo – di Cucchiarelli. Ne Il segreto di Piazza Fontana l’autore annovera pure Digilio fra gli assolti (per prescrizione). In realtà l’artificiere di fiducia di Ordine Nuovo nel Veneto fu condannato in primo grado: si riconobbe che aveva svolto, come confessato, una consulenza tecnica sull’esplosivo poi usato nella strage. Appello e Cassazione non hanno smentito quella sentenza, a cui l’interessato non oppose ricorso. La prescrizione, in questo caso, non inficia la condanna, che è passata in giudicato rendendo Digilio tecnicamente l’unico colpevole processualmente accertato per la strage.

    I finti scoop

    In un’inchiesta complessa come quella su Piazza Fontana (intricata di suo, inquinata dai noti depistaggi, ormai appesantita da anni che la rendono ancora più difficoltosa) è normale affidarsi, oltre che ai fatti, a ragionamenti logico deduttivi o a intuizioni. L’importante è non farsi accecare dalla voglia di giungere a un risultato, spacciando le ultime per fatti acclarati. Purtroppo è proprio in questo tranello che cade Il segreto di Piazza Fontana.
    Tutta la spiegazione sulla doppia bomba alla Banca dell’agricoltura resta una teoria non sorretta da elementi solidi. Peraltro, c’è un dato storico che a Cucchiarelli sembra sfuggire: che i fascisti abbiano ideato una strategia complessa per addossare la strage agli anarchici è cosa ormai condivisa da tutti, e così pure che questa sia risultata efficace per lungo tempo. Perché i fascisti avrebbero dovuto renderla ancora più intricata di quanto già non sia apparsa negli anni?
    Come ha ricordato Sofri nel suo ultimo libro (La notte che Pinelli), le indagini si orientarono verso gli anarchici, e su Valpreda in particolare, ben prima del “riconoscimento” di quest’ultimo, avvenuto la mattina del 16 dicembre: addirittura dal tardo pomeriggio del 12 dicembre, quando Pinelli viene invitato in Questura. Pinelli segue da via Scaldasole col proprio motorino il Commissario Calabresi che, con la propria vettura, carica con sé Sergio Ardau, un altro anarchico. È lo stesso Ardau a ricordare che Calabresi e Panessa (funzionario di polizia che avrà un ruolo chiave nella successiva caduta del ferroviere anarchico) gli parlarono già durante il viaggio, accennando già in quel momento alla matrice anarchica dell’attentato e alle responsabilità di Valpreda. I fascisti, insomma, potevano seminare su un terreno già pronto al raccolto, senza complicarsi la vita fra doppie bombe, ordigni scomparsi, manovalanza inconsapevole (Valpreda) e consapevole (il vero attentatore); tutti elementi che, aggiungendosi a una tela già fitta, rischiavano di indebolirla invece di consolidarla. Da notare anche che ne Il segreto di Piazza Fontana si affronta pure un’altra ipotesi che per anni ha affascinato storici e magistrati: quella del “sosia di Valpreda”, ossia del neofascista che sarebbe stato prescelto per compiere l’attentato proprio per la sua somiglianza con l’anarchico. Cucchiarelli in proposito arriva a una conclusione bizzarra: essendo due le bombe da depositare nella Banca, ci fu sì Valpreda, ma pure il suo sosia, entrambi arrivati sul posto con due distinti taxi. Anche in questo caso si tratta non solo di un particolare poco spiegabile (se si aveva la certezza di far compiere l’attentato a Valpreda e di incastrarlo con un riconoscimento, perché anche l’altro attentatore doveva essere un sosia dell’anarchico?), ma pure di un appesantimento organizzativo che poteva mettere a repentaglio l’operazione.
    Peraltro, la coltre di silenzi e depistaggi gravante su Piazza Fontana in questi quarant’anni si è parzialmente disgregata anche nell’ambiente neofascista e ordinovista, e pure questo è un elemento non tenuto in debita considerazione da Cucchiarelli. Specie nell’inchiesta Salvini, iniziata alla fine degli anni 80 e sfociata nel processo concluso nel 2005, molti “camerati” hanno parlato, alcuni dando un contributo alla ricostruzione dell’eversione nera e stragista. Digilio, Siciliano, Bonazzi, Vinciguerra e altri hanno aperto il proprio album dei ricordi, alcuni vagamente, altri in modo preciso e circostanziato. Pure sull’intenzione di far ritrovare in una villa di Giangiacomo Feltrinelli timer analoghi a quelli usati il 12 dicembre Cucchiarelli non svela niente di nuovo: nell’ultima istruttoria ne hanno parlato Giusva Fioravanti, Bonazzi, Calore e persino Giannettini (l’agente Zeta del Sid, pesantemente implicato nelle indagini fin dagli anni ’70). Dunque, perché mai in questo mare di rivelazioni (molte delle quali fatte da persone ormai non perseguibili penalmente, quindi contrassegnate da minori margini di ambiguità) non è emerso nulla sulla pista della doppia bomba? Se nell’immediato si trattava di particolari da sottrarre accuratamente alle indagini, i motivi di un’uguale riservatezza in rivelazioni di trent’anni successive non paiono spiegabili.
    Considerazioni a parte sono invece dovute a un altro particolare che Cucchiarelli evidenzia nel libro: il ritrovamento di un pezzo di miccia, menzionato nella fase iniziale delle indagini e poi inspiegabilmente uscito di scena, che fa pensare a un ordigno il cui innesco fosse di tipologia diverso da quello ormai consolidato nella storia di Piazza Fontana (ossia: un innesco a miccia in luogo del famoso timer). Questo particolare è forse il più rilevante fra quelli apparsi nella prima e più interessante parte del volume, nonché difficile da controdedurre. Resta però un elemento solitario, da solo insufficiente per avallare ricostruzioni alternative a quella che la Magistratura ha già puntualmente descritto, pur senza arrivare a responsabilità personali. Un elemento che invece Cucchiarelli utilizza davvero come una miccia, per accendere il motore che lo porterà su un percorso che, da qui in poi, si fa arbitrario.

    I timer: ricostruzione interessante, conclusioni discutibili

    piazzafonta.jpgCucchiarelli fa una lunga dissertazione sui timer (da 60 e 120 minuti) comprati dal gruppo di Freda e Ventura per Piazza Fontana e in generale per l’operazione del 12 dicembre. In particolare si sofferma sull’intercambiabilità e sulla modificabilità dei “dischi orari”. Il suo intento è dimostrare che un timer da 120 minuti potesse essere trasformato in uno da 60, ingannando così un potenziale “attentatore in buona fede”, il quale si sarebbe convinto di posare un ordigno la cui esplosione era stata programmata due ore dopo l’innesco, mentre in realtà il tempo concesso alla detonazione era dimezzato.
    La riflessione sulla manomissione dei dischi-tempo è interessante, ma crea alcuni buchi logici nella stessa ricostruzione di Cucchiarelli, di cui l’autore sembra non accorgersi o liquida con superficialità.
    Se la bomba “anarchica” era destinata a esplodere per induzione, cioè grazie a quella posata accanto dai fascisti e con l’innesco a miccia, perché si doveva modificare il timer? A quel punto sarebbe andato benissimo il temporizzatore da due ore, il risultato sarebbe stato analogo. Anzi, tutto sommato sarebbe stata una metodologia persino più sicura: si sarebbero evitate operazioni ridondanti (la modifica del timer) scongiurando pure l’ipotesi – seppure remota – che l’attentatore potesse accorgersi della manomissione.
    Inoltre, l’ipotesi di alterazione dell’orario di scoppio sembra accordarsi, più che con la teoria cara a Cucchiarelli del doppio attentatore, con quella del gesto singolo. Si tenga conto che anche nell’ambiente ordinovista molti attentati, almeno fino al dicembre 69, erano puramente dimostrativi. In questo contesto, la sostituzione del timer poteva essere funzionale a vincere eventuali resistenze – etiche o semplicemente pragmatiche – di un singolo esecutore materiale, pedina parzialmente inconsapevole di una regia superiore, che avrebbe portato la bomba nella banca convinto di non causare una strage. Questa ipotesi spiegherebbe pure le voci, circolate per molto tempo anche nell’estrema destra, della “strage per errore”: pur essendosi rivelata una convinzione errata (e probabilmente da certuni fatta circolare ad arte) non è escluso che nell’ambiente ci fosse chi aveva validi motivi per essersela formata. Questa soluzione manterrebbe la strage nel solo alveo fascista, e sarebbe pure coerente col quadro organizzativo generale ordinovista, laddove, è bene ricordarlo, era presente una compartimentazione piuttosto rigida, in cui non sempre la “bassa manovalanza” era pienamente consapevole delle decisioni assunte ai livelli superiori.
    Cucchiarelli pare accorgersi dell’incongruenza, ma la liquida con poche parole: «con i timer contraffatti con le manopole da 120 minuti ci si era assicurati che il disastro avvenisse, anche se fosse esplosa solo la bomba anarchica». Un po’ poco per supportare la teoria.
    Anche nel caso dei timer la ricostruzione de Il segreto di Piazza Fontana risente di due limiti. In primo luogo, si allunga la filiera organizzativa dell’attentato, andando a supporre una ricchezza di elementi che – seppure concatenati razionalmente – rendono la strategia dei fascisti troppo machiavellica, quando una più lineare sarebbe stata non solo ugualmente funzionale, ma soprattutto maggiormente priva di rischi d’intoppo: raddoppiando gli ordigni si aumentano il personale necessario e i margini di incertezza (basta il ritardo o l’anticipo di pochi minuti nell’entrare nella banca, e tutto diventa più difficile da gestire), in definitiva si aumenta la possibilità di venire scoperti. In secondo luogo, Cucchiarelli denota un limite che permea pure il resto del lavoro: nel seguire una propria deduzione non tiene conto del fatto che le intuizioni spesso portano a strade alternative. L’autore, invece, in questo come in altri casi ne segue una sola, quasi che – affascinato da un solo percorso – abbia trascurato ogni alternativa che lo possa portare a conclusioni diverse. Ad esempio, tutta la vicenda delle due bombe scomparse potrebbe avere ben altra spiegazione: il loro ritrovamento potrebbe essere stato impedito per lo stesso motivo per cui fu fatta brillare la bomba alla Commerciale Italiana, ossia per evitare che si risalisse in breve tempo alla matrice fascista degli attentati.

    Le fonti e la loro attendibilità

    Lo ribadiamo: dopo un inizio interessante, è nella seconda parte del libro che Cucchiarelli perde il senso della misura. A un certo punto sembra abbandonare l’approccio investigativo (inizialmente seguito meticolosamente, pur se con conclusioni discutibili) per scegliere quello fantapolitico. Ma nel cambio di registro narrativo lo scrittore fa di peggio, avvicinandosi non alla fantapolitica lucida e metaforica di Orwell, ma a quella molto meno nobile di Dan Brown. Lo schema è lo stesso: un segreto inconfessabile a conoscenza di pochi all’origine di una battaglia nascosta tra uomini e apparati. Alcuni vengono assassinati per il segreto che hanno scoperto. Cucchiarelli decodifica segni e messaggi indecifrabili, raccoglie verità da personaggi ancora nell’ombra…
    Ma chi sono le fonti rivelatrici delle nuove “verità” di Cucchiarelli? Innanzitutto, Silvano Russomanno, ex dirigente del Sisde, ossia un funzionario di quei servizi segreti che operavano anche infiltrando neofascisti negli ambienti di sinistra, in particolare in quelli anarchici. E poi c’è Mister X, nella descrizione di Cucchiarelli «un fascista operativo, uno che sapeva e che agiva». In altre parole, un pezzo grosso della destra extraparlamentare dell’epoca, che protetto dall’anonimato conduce il libro alle “scoperte” più eclatanti. È Mister X a confermare l’esistenza delle bombe anarchiche e della miccia, a rivelare il particolare del doppio taxi e del doppio attentato, a ricostruire il percorso delle borse… È dunque un personaggio anonimo a tracciare trama ed essenza del libro: lasciamo al lettore ogni valutazione circa la necessità di altri riscontri oggettivi o circa l’attendibilità che possa attribuirsi a tale fonte.
    Su Il segreto di Piazza Fontana l’impressione complessiva è che Cucchiarelli si sia fatto prendere la mano dalle sue ricerche, in una specie di bulimia investigativa che gli fa vedere segreti dove segreti non esistono, che gli fa scambiare la dietrologia, solo perché ben documentata, il mezzo più opportuno per risolvere non solo Piazza Fontana, ma pure il caso Pinelli, l’uccisione di Mauro Rostagno (secondo l’autore ucciso da Lotta Continua, conclusione in contrasto con evidenze giudiziarie emerse di recente), la morte di Feltrinelli e l’omicidio Calabresi (ad avviso di Cucchiarelli assassinato, per aver scoperto “il segreto”, da Lotta Continua in combutta con i servizi segreti). Decisamente troppo per un libro che denuncia il proprio limite fin dalla copertina, dove si afferma «finalmente la verità sulla strage», con un’enfasi che del volume sottolinea, più che la natura, i limiti di una scarsa umiltà. Il segreto di Piazza Fontana è, se non un depistaggio, un’occasione mancata. O forse un’operazione politica utile a ingenerare confusione e mettere in ombra importanti acquisizioni giudiziarie, tra cui l’innocenza degli anarchici, approfittando di un clima revisionista e cialtronesco che oggi rende possibile far rientrare dalla finestra veleni e sospetti già da tempo usciti dalla porta principale della storia.

  • Scendimi il cocco dalla palma (video educational)

    Scendimi il cocco dalla palma (video educational)

    Una complicata ed “equilibrata” professione spiegata in meno di 4 minuti di video educational dal tropico pacifico e costiero. Galleria foto dell’operazione cocco in giardino qui.

    Sotto. Il trailer del film A better life che narra le vicende di un messicano emigrato negli Usa che si dedica proprio a questo lavoro, tirar giù i cocchi. Non ha vinto l’Oscar ma era nelle nomination.

  • Scendimi il cocco dalla palma (foto gallery)

    Scendimi il cocco dalla palma (foto gallery)

    Uno dei lavori più pericolosi dell’economia tropicale costiera: tirar giù i cocchi dalla cima di palme di almeno 20 metri arrampicandosi a piedi nudi con solo con un paio di corde e un machete in mano. Costo del servizio: 3-4 euro a palma, mancia inclusa. Vantaggio: recuperare almeno 10-15 cocchi maturi ripieni d’acqua o latte e polpa del frutto che, se non lo si “scende” (si no se baja…), rischia di cadere in testa agli sventurati che passano sotto la palma nel momento sbagliato (e non solo quanto tira vento). Nel film A better life – Una vida mejor, il protagonista (Demian Bichir, nominato all’Oscar 2011 come miglior attore per la sua interpretazione di un messicano emigrato negli USA) fa proprio questo lavoro in California, cioè va di giardino in giardini nei più esclusivi quartieri residenziali della west coast a scalare le palme e far cascare i le noi di cocco.

    Bájame el coco de la palma – No Albur, But Reality – (foto gallery @Puerto Escondido – Oaxaca)

  • Proteste contro ENEL in Colombia

    Proteste contro ENEL in Colombia

    Questa è la versione sintetica di un mio articolo (integrale a questo link) su un caso quasi ignorato dai media italiani, ma che indubbiamente ci riguarda così come riguarda, molto più da vicino, le popolazioni interessate dal progetto per la diga El Quimbo di ENEL-ENDESA (controllata spagnola di ENEL con molti affari in Sudamerica) nel cuore della Colombia. Le somiglianze con i fatti e le questioni ancora aperte della Val di Susa e dei No Tav sono lampanti.

    Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e all’italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia.

    La prima pietra è stata posta nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.

    Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettaridelle terre più produttive della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

    Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. El Quimbo, 0,4 GW a regime per coprire il 4% – c’è chi stima un massimo dell’8% – del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i “pionieri” della presunta modernità a tutti i costi” e i difensori dell’ecosistema e del territorio: industria ed energia, miniere e idrocarburi, secondo il modello promosso dal governo oppure sostenibilità locale e ambientale? La posta in gioco è alta e le posizioni paiono inconciliabili.

    I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non voler lasciare nulla sul territorio: si stima unaperdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici una volta che la centrale sarà entrata in funzione.

    Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. Ad oggi sono state identificate solo 1700 persone per gli indennizzi secondo l’impresa, mentre Asoquimbo ne calcola almeno 3700. Molte compensazioni non sono state corrisposte, ma i lavori vanno avanti.

    “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”.

    Miller Dussan, ricercatore e leader di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Parla anche di privilegi e accordi con i grandi proprietari terrieri ma di un disinteresse per le esigenze degli altri abitanti.  Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

    Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

    Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda” (che potete giustamente vedere qui sotto), con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione.

    Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di“interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

    Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta che è rientrata pacificamente e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

    Ma la corte dei conti e la magistratura stanno ora indagando sulle accuse contro Emgesa per le violazioni dei diritti umani e ambientali e sui contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con la Impregilo, la più grande impresa italiana di costruzioni, per la realizzazione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”.

    Link Utili

    Articoli in italiano
    El Quimbo – Il grido di Matambo

    El Quimbo – Caso aperto

    L’Enel e la diga El Quimbo

    Altri in spagnolo, video e documentari

    Reportage di TeleSur

    Black Out di protesta e documentario

    Video protesta in Italia
    Blog di Miller Dussan

  • Un nuovo Papa messicano?

    Un nuovo Papa messicano?


    Oggi i giornali d’oltreoceano titolavano “Un nuovo Papa Messicano” per sottolineare l’entusiasmo con cui la città di Guanajuato e il Messico hanno ricevuto il pontefice e auspicare una rinnovata azione apostolica nei paesi ispanofoni dell’America Latina. Domani è il turno di CubaIn Brasile c’è già stato nel 2007 e ci tornerà nel 2013, ma è un caso un po’ a parte (vedi foto-grafico in fondo). Ratzinger ha incontrato il presidente Felipe Calderón e ieri c’è stato il primo bagno di folla che, senza dubbio, sarà seguito da quello di oggi alla collina del Cubilete (vedi articolo sintesi qui). Ciononostante  (e indipendentemente dalle simpatie e credenze religiose dei vari analisti che ne hanno parlato) ci sono alcune ombre sulla visita di Benedetto XVI che da qualche settimana a questa parte sono state al centro del dibattito nei media messicani. In Italia non se n’è parlato, ma vediamo rapidamente quali sono.

    1) I costi straordinari per l’erario statale, già impoverito e in costante emergenza, e per i comuni della regione di Guanajuato hanno superato i 100 milioni di dollari e non tutti sono finiti, logicamente, in infrastruttura e investimenti lungimiranti e produttivi. Ok, è una visita di Stato, ci può stare. Ma non è proprio così, infatti, il Vaticano e l’episcopato (sotto il mantello della visita di Stato) parlanodi una visita eminentemente pastorale, rivolta ai cattolici. Allora i dubbi sulle spese sostenuti da tutti i messicani (che sono cattolici solo all’82%) sono legittimi.

    2) Si viene a saldare un debito, hanno dichiarato in più occasioni le gerarchie cattoliche messicane. La regione è stata abbandonata. Infatti, il Brasile ha “solo” il 68% di cattolici e l’America Centrale in certe zone è scesa intorno al 50% della popolazione, quindi avanzano i movimenti pentecostali, il protestantesimo e anche le altre religioni. La visita mira a recuperare un po’ il tempo e i fedeli perduti (come è legittimo attendersi, per carità).

    3) Il Papa non incontrerà le vittime del padre pedofilo (che ha anche 6 figli sparsi per il mondo) Marcial Maciel, fondatore della influente congregazione dei Legionari di Cristo in Messico, nonostante lo abbia fatto in altri paesi, anche in Europa. Ci si chiede come mai non voglia affrontare e in qualche modo sanare il problema qui. Forse perché la Chiesa è meno presentabile: sta per uscire, infatti, un libro “La volontà di non sapere”, dei ricercatori messicani Barba, Athié e González che ripercorrono la vicenda di Marcial Maciel. A sei anni dalla presa di distanza del Vaticano e a quattro dalla sua morte, gli studiosi mostrano ora i documenti che spiegano come a Roma già dagli anni quaranta fossero noti i comportamenti deviati del sacerdote (e nessuno abbia fatto nulla). Ne 2006 fu semplicemente ordinato a Maciel di ritirarsi a vita privata e in preghiera, bella compensazione per le vittime.

    4) I tre candidati alla presidenza Repubblica sono stati invitati e parteciperanno alla messa (non a un incontro politico o di stato) del Papa, indipendentemente dalla loro fede (uno, quello delle sinistre, Andrès Manuel Lòpez Obrador, non è nemmeno cattolico romano) e cercheranno così di accattivarsi l’elettorato cattolico e partecipare a un atto di pre-campagna elettorale. E’ anche probabile che Lopez Obrador abbia voluto fare atto di presenza (sempre per opportunità politica, come gli altri due) per non distanziarsi molto dai rivali, infatti la visita papale in un bastione del conservatorismo messicano è stata interpretata da molti opinionisti sin dall’inizio come una mossa dal sappore elettorale dei partiti di governo.

    5) La campagna comincia il 1 aprile, ufficialmente, e un’apparizione mediatica di massa come questa non poteva essere ignorata dai tre moschettieri. E ok. Ma la visita arriva anche quando è in fase di approvazione una riforma importante della Costituzionemessicana che potrebbe ribadire e sistemare il concetto di libertà religiosa e quello di Stato laico, ma anche (se passa nei termini proposti dal partito conservatore, il PAN di Felipe Calderòn) aprire all’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche che in Messico, diversamente da quanto succede in Italia, è (o era) proibito. La riforma non è stata approvata prima della visita di Ratzinger, ma le speculazioni mediatiche parlavano di un eventuale regalo della politica per il Papa che, però, non è stato consegnato in tempo (e non sappiamo se lo sarà in futuro, ma intanto se ne parla).

    6) Aborto. Guanajuato e molti altri stati del Messico hanno (come dicono) “protetto la vita” dal concepimento, cioè hannopenalizzato l’aborto in qualunque sua forma e condizione, quindi semplicemente le donne vanno in galera se lo praticano. A Guanajuato i casi sono stati molti. A Città del Messico, la politica di apertura sull’interruzione di gravidanza, invece, ha portato benefici (come in tutti i paesi in cui il tema è regolato e si permette l’aborto legale a certe condizioni anziché reprimere).

    7) Violenza. Javier Sicilia, portavoce del Movimento per la Pace con giustizia e dignità in Messico, che lotta per la fine dell’offensiva militare dello stato contro i narcos e l’inizio di una politica sociale di ricostruzione e di riparazione verso le vittime, aveva chiesto con una lettera al Papa una sua “uscita dal protocollo”, quindi un suo appello deciso per la fine di questa guerra sanguinaria tra i cartelli e tra questi e lo stato, che ha solo portato a violazioni di massa dei diritti umani e a 60mila morte, 16000 desaparecidos e 250mila “trasferimenti forzati” di persone nel paese. Si dice che Ratzinger ne abbia parlato con Calderòn ma a parte questo e un appello generico alla fine della violenza, nient’altro.

    Si tratta davvero di un nuovo “Papa messicano”?

  • Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

    Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

    Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.

    La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
    Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

    Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.

    Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
    I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.

    Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.

    D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.

    Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

    Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

    Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
    Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

    Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

    Il 22 marzo gli oppositori al progetto de El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
    Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni – soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.

    Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.

    Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

    Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.

    El Quimbo – Il grido di Matambo

    El Quimbo – Caso aperto

    L’Enel e la diga El Quimbo
    Reportage di TeleSur
    Black Out di protesta e documentario

    Video protesta in Italia
    Blog di Miller Dussan