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Papa Benedetto XVI in Messico: politica, pedofilia e disaffezione

[Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano L’Unità del 24 marzo 2012] In vista del viaggio apostolico e di Stato di Benedetto XVI in Messico, il gennaio scorso Martín Rábago, arcivescovo di Guanajuato, aveva invitato i narcos a “non fare nulla che portasse dolore e morte”. I Caballeros Templarios, un cartello dell’Ovest messicano, ha risposto collocando undici narco-messaggi nelle città di Guanajuato e di León, uniche destinazioni della visita papale. “Benvenuto Papa”, si legge sugli striscioni che annunciano la fine di “ogni azione di guerra” dei Templari e sottolineano “non siamo assassini”.
L’arcivescovo ha invitato a non dare importanza agli annunci di questi gruppi, “non abbiate paura, sarete protetti, tranquilli”. S’attendono tre milioni di visitatori e 760.000 partecipanti solo alla messa del 25 marzo sotto la statua del Cristo del Cubilete, una collina- santuario viitata da un milione di devoti all’anno. 2200 poliziotti e la Guardia presidenziale s’occuperanno della sicurezza fino a lunedì 26, quando Joseph Ratzinger partirà per Cuba.
L’arrivo del Papa assume una rilevanza speciale per il momento politico del Messico e per la stessa Chiesa che qui affronta una costante emorragia di fedeli. “Il Papa viene a saldare un debito”, sostiene il cardinale di Guadalajara, Juan Sandoval, alludendo all’abbandono dell’America Latina che ha favorito l’espansione di protestanti, evangelici e pentecostali: in Brasile la percentuale di cattolici è scesa al 68%, in El Salvador e Nicaragua è al 50%, in Messico è al minimo storico, l’82,7%.
Su 7688 associazioni religiose, oltre 4000 non sono cattoliche e hanno ben 41.000 sacerdoti su un totale di 70.000. Il fenomeno è fortissimo nel sud del paese, dal Chiapas allo Yucatan, mentre nel centro il cattolicesimo ha mantenuto percentuali superiori al 90%.
Sull’uso del denaro pubblico s’è aperta un’altra polemica dato che i comuni e il governo hanno stanziato oltre 13 milioni per la logistica e la sicurezza nonostante Guanajuato sia la regione in cui, dopo il fanalino di coda Veracruz, la povertà è cresciuta più rapidamente, con 309.000 nuovi poveri dal 2008 e un tasso assoluto oltre il 50%. “Il Papa tratta il problema della povertà e lo sviluppo, ma sempre dal punto di vista della fede”, specifica il nunzio apostolico Christoph Pierre.
Sul fronte politico in aprile comincia la campagna elettorale per le presidenziali del 1 luglio in cui, secondo i sondaggi, il partito del presidente Calderón da sempre vicino alla Chiesa cattolica, Acción Nacional (PAN), e la sua candidata Josefina Vázquez Mota è dato perdente rispetto al centrista, ex partito egemonico, PRI, Partido Revolucionario Institucional, che candida Enrique Peña Nieto, e alla pari con le sinistre unite intorno al Partido Revolución Democrática e al candidato Andrés Manuel López Obrador. Tutti e tre i candidati sono stati invitati alla messa domenicale a cui parteciperanno per conquistare l’elettorato cattolico, una mossa propagandistica da cui nessuno ha voluto esimersi, da sinistra a destra.
Inoltre è in fase di approvazione al senato una riforma costituzionale, caldeggiata dal clero, che mira ad ampliare la libertà di culto ma che, allo stesso tempo, potrebbe aprire le porte ad un’introduzione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche. Malgrado le pressioni dei gruppi cattolici, del PAN e del PRI, l’iniziativa non è ancora passata e l’opposizione ha denunciato il tentativo di smantellare lo stato laico per fare un regalo al Papa.
Né questo tema né la riforma costituzionale saranno trattati nell’incontro privato del pontefice con Calderón il 24 marzo, riferisce Pierre, “il Papa non viene mai a dire ai politici cosa devono fare”. Édgar González, saggista ed esperto vaticanista, sostiene che “Ratzinger visiterà solo la regione di Guanajuato, il bastione conservatore e cattolico più importante del paese. Altrove il PAN, la Chiesa e le destre non sono così forti e useranno la visita papale per rafforzarsi politicamente in vista del voto”.
“La logica politica e quella temporale convergono – spiega González – c’è per esempio la drastica penalizzazione dell’aborto, l’accanimento contro le donne che finiscono in carcere per l’interruzione della gravidanza”. Nella capitale, governata da una coalizione progressista, sono legali sia l’aborto che il matrimonio omosessuale, ma nel resto del paese la situazione è capovolta con sanzioni sociali, a volte penali, enormi.
Proprio in questi giorni è prevista l’uscita del libro “La volontà di non sapere”, dei ricercatori messicani Barba, Athié e González che ripercorrono la vicenda di Marcial Maciel, fondatore a Città del Messico della congregazione dei Legionari di Cristo, colpevole di pedofilia. A sei anni dalla presa di distanza del Vaticano e a quattro dalla sua morte, gli studiosi mostrano ora i documenti che spiegano come a Roma già dagli anni quaranta fossero noti i comportamenti deviati del sacerdote. Al contrario di quanto avvenuto in altre visite papali all’estero, Ratzinger non ha in programma di incontrare le vittime messicane di pedofilia di Padre Maciel. Un altro tassello che aiuta a capire i problemi d’immagine della Chiesa in un paese che cambia più velocemente di quanto possa immaginare. Di Fabrizio Lorusso
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Messico: Florence Cassez resta in prigione

Di Fabrizio Lorusso. Su Carmilla abbiamo trattato in dettaglio il caso di Florence Cassez, cittadina francese condannata a 60 anni di carcere in Messico per rapimento che, per ora, resterà in prigione (cronologia I parte – II parte), dopo che i magistrati della Corte Suprema messicana hanno bocciato il 21 marzo il ricorso per la revisione del suo appello. L’avvocato Agustín Acosta aveva appellato alla Corte, che di solito s’esprime su questioni costituzionali, un anno fa. La settimana scorsa il giudice Zaldivar della prima sala della Corte, specializzata in materia penale, aveva presentato una proposta che chiedeva la libertà della francese per le violazioni al principio del giusto processo e il mancato rispetto dei diritti consolari da parte delle autorità al momento della cattura. I voti dei giudici sono stati due a favore e tre contro. Nello specifico si trattava di approvare o rifiutare la revisione dell’appello che nel 2011 Florence aveva perso in un tribunale ordinario. In quell’occasione il nazionalismo francese e il messicano si scontrarono duramente fino ad arrivare alla cancellazione dell’anno del Messico in Francia, un evento culturale importantissimo. Oggi, in piena campagna elettorale oltralpe e all’inizio di quella messicana (ufficialmente il primo aprile), la situazione non è cambiata e non c’erano le condizioni per una decisione serena della Corte. Il caso, comunque, non è chiuso.Rivediamo in sintesi gli eventi. La francese fu arrestata l’8 dicembre 2005 con il suo ex fidanzato Israel Vallarta, accusato di essere il capo della banda di rapitori Los Zodiaco a Città del Messico e tuttora in attesa di giudizio. I due restarono isolati e detenuti illegalmente per 24 ore. Lui veniva torturato per confessare e lei restava in una camionetta in attesa della liberazione, ignara di quello che l’attendeva.
Il 9 dicembre gli ostaggi e i presunti delinquenti furono costretti dalla polizia a creare una messinscena della cattura per compiacere le TV nazionali e la propaganda governativa, bisognosa di mostrare risultati al paese contro uno dei crimini più sentiti dalla società e in costante crescita: il sequestro di persona.
L’allora responsabile della polizia AFI (una specie di FBI azteca), Genaro García Luna, dovette riconoscere il montaggio pochi mesi dopo, quando Cassez lo accusò in diretta TV. Ciononostante dal 2006 García Luna è Ministro della Sicurezza nel governo conservatore di Felipe Calderón e artefice della guerra al narcotraffico che ha causato 60.000 morti.
Nel 2009 arrivò la sentenza definitiva contro la francese, ma l’impianto probatorio fu alterato dagli abusi delle autorità dalla cattura in poi. Molte piste credibili furono ignorate e ci si concentrò sull’incriminazione di una straniera, dal potenziale mediatico enorme, e legata a Vallarta. Ingredienti esplosivi per i media, per l’opinione pubblica alla loro mercé e per la politica che piano piano s’è infiltrata, ha manipolato, ha distorto realtà, prove e procedure per arrivare a un risultato: la colpevolezza di Florence Cassez.
Mercoledì scorso la Corte ha riconosciuto queste gravi violazioni, ma non ha ritenuto che la libertà immediata fosse la decisione adatta. Quindi la giudice Olga Sánchez, che ha votato a favore della libertà per Florence insieme a Zaldivar, redigerà un nuovo progetto di revisione che sarà votato nei prossimi mesi e potrebbe aprire a una futura revisione del processo depurato degli elementi “inquinati”. Sarebbe una “terza via” tra la conferma della sentenza di condanna e la libertà assoluta che forse farebbe contenti tutti gli attori politici e sociali coinvolti. La sfida per il Messico è epocale e forse è un aspetto poco compreso, almeno fino a poche settimane fa, anche qui oltreoceano. Si sta per definire se il paese riesce a fissare dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono come “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”, per cui con l’inganno si va avanti, sempre e comunque.
L’opinione pubblica è divisa tra il “castigo ad ogni costo e con ogni mezzo”, sotteso alla strategia anti-narcos attuale, e la “giustizia”, il rispetto dello stato di diritto per cui la presunzione d’innocenza cade solo dopo un processo completamente regolare. Per capirci di più, riprendo e amplio alcune parte dell’intervento pubblicato sul mio blog qualche giorno fa.
La posta in gioco non era quella di stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo prima o poi sarà annullato o da rifare, tornerebbe a essere pienamente innocente o “presunta innocente”). Qui si tratta di un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.Se la Corte avesse deciso per la libertà di Florence o per il rifacimento del processo eliminando le prove manipolate (tra cui includo alcune testimonianze degli ostaggi che in altre sentenze del 2011 che hanno scagionato presunti membri della stessa banda non sono state considerate come prove valide, secondo quanto rivelato dalla giornalista francese Leonore Mahieux proprio in questi giorni), avrebbe stabilito un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai), violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento. Probabilmente lo farà in un’altra sessione, con un altro progetto di revisione dell’appello e – speculo – dopo le elezioni presidenziali del primo luglio.
Ma questa decisione avrebbe sfidato il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé.Si sarebbe messo in scacco il Ministro Garcia Luna, che presto verrà denunciato per gli abusi commessi dagli avvocati francesi di Cassez, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. Anche la giornalista messicana Carmen Aristegui nel suo programma radio MVS Noticias ha cominciato a chiedersi se Garcia Luna non debba per lo meno dimettersi. Un giudice della Suprema Corte, Pardo, ha chiesto, senza fare nomi, che i responsabili vengano indagati mentre alcuni famosi penalisti hanno esplicitamente parlato del Ministro.
Quando sei vittima di un delitto in Messico, spesso lo sei tre volte: una, per il delitto stesso; due, per colpa delle autorità che spesso ti trattano come un delinquente o come un colpevole se denunci; tre, quando i processi, i testimoni e le prove sono corrotte si degenera verso la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli” pur d’incriminare qualcuno, quindi molti innocenti finiscono dietro le sbarre e i veri colpevoli restano fuori, con il pericolo per le vittime che ne deriva. E se poi i veri colpevoli sono in qualche modo collusi con l’autorità o protetti dai poteri forti, ecco che si complica ancor di più la situazione delle “3 volte vittime”.
Una decisione della Corte favorevole a Cassez in quest’epoca pre-elettorale sarebbe rischiosa, forse anche per questo è prevalsa una linea attendista.

La candidata del PAN (Partido Accion Nacional, di destra, da cui proviene il presidente Felipe Calderon) alle comunali di Città del Messico, un bastione delle sinistre, è Isabel Miranda de Wallace, un’attivista sociale che lotta contro i sequestri di persona, amica del presidente, di Garcia Luna e di altri personaggi legati al caso Cassez, che dal 2005 s’oppone alla liberazione di Florence e difende le vittime di quel caso a spada tratta e in modo evidentemente interessato. Invece il PRD, partito di sinistra al governo della capitale, s’è mantenuto, anche se cautamente, dalla parte del giudice Zaldivar.Le battaglie di Wallace, che le sono valse la candidatura, si legano alla strategia presidenziale di militarizzazione e della mano dura, alla giustizia e al castigo ottenuti e rivendicati ad ogni costo e con ogni mezzo, per cui si sostiene che il processo è stato regolare e, nel frattempo, si sfrutta la situazione attuale per intervenire, tornando prepotentemente sui media, con una buona campagna elettorale gratuita. C’è una scarsissima attenzione a cosa succede dopo un’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per definirsi un paese democratico minimamente civile.
Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano i colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini o non ci sono i mezzi e le competenze sufficienti, oppure si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità che sfiora il 98% in Messico, resta lì. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni.
La decisione che ci si aspettava e che è stata rinviata dalla Corte dovrebbe costituire una svolta per uscire da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence Cassez, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o sui giornali. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi, fare carriera e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi). Credo che anche in Italia ne sappiamo qualcosa.
Aggiornamenti e sintesi in spagnolo:
Decisione della Corte e reazioni
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/187068
http://www.sinembargo.mx/21-03-2012/186912
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/002n1polLa Procura non si cura dei diritti degli imputati
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n2polCirco mediatico
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/003n1pol
Giustizia impresentabile
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/opinion/002a1ediSuprema Corte invita il presidente a non intromettersi
http://www.jornada.unam.mx/2012/03/22/politica/005n1pol -
Città-STATO, un film di Giuseppe Spina
Sinossi
Nel sud Europa vige ancora oggi la forza di una vera e propria “città-Stato”, mezzo fondamentale alla macchina di potere nazionale. Qui gli uomini di partito e i mafiosi, i sindacalisti e gli imprenditori, i prefetti, i questori, i cardinali, camuffano il disordine con l’ordine, continuando una secolare gestione sperimentale della vita delle masse, basata su furto e corruzione, mentre le pratiche mondiali si susseguono uguali a se stesse: guerra, crisi, titoli tossici immessi nel mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento.
E’ un film che nasce con un atto illegale come unico atto possibile. Il materiale d’archivio S-VHS che va a comporre questo lavoro è solo un frammento della parte oggi in rovina nei garage di numerose televisioni locali. In mano a imprenditori asserviti all’attuale gioco politico-mafioso, questo materiale è tra le poche prove storiche di quanto accaduto in Sicilia e, in particolare, a Catania, nel periodo tra il 1992 e il 1994. Una fase di guerra civile in una nazione economicamente in ginocchio in cui la politica, l’imprenditoria e la mafia, come forza unica, si opposero a quel tentativo di ribaltare il sistema di corruzione vigente. Da questa vittoria nacque la “Seconda Repubblica Italiana”. Il film è on line fino al 26 marzo, affrettatevi!Città-STATO di Giuseppe Spina è un film di poco più di mezz’ora che raccoglie materiale di scarto di una televisione regionale siciliana del periodo ’92-’94. Una riflessione politica attorno al sorgere della Seconda Repubblica compiuta negli anni del suo tramonto. Un racconto di episodi marginali e storie dimenticate fatto riemergere con l’intento politico e polemico di denunciare l’oblio nel quale la coscienza nazionale ha relegato un passaggio storico tanto importante. Proprio in questi giorni sulla stampa nazionale si torna a parlare di quegli anni e di quella terra, dei troppi scheletri negli armadi contenuti nelle vicende processuali della strage di via D’Amelio, dell’oramai acclarata trattativa Stato-Mafia, e del controverso iter giudiziario del processo a carico di Marcello Dell’Utri, (vero e proprio padre, ma sarebbe meglio dire ‘padrino’, della II Repubblica), per concorso esterno in associazione mafiosa.Città-STATO è un lavoro ostico perché ostile, complesso perché refrattario ad univoche letture, disturbante perché non pacificato. È un’opera massimalista e militante, ma orfana di ideologie.
Città-STATO di Giuseppe Spina (Italia/2011)
Dal 16 al 26 marzo 2012 – in streaming su Rapporto Confidenziale e in CINETECA – Testi sopra da: rapportoconfidenziale.org | vimeo.com/channels/cineteca
in collaborazione con Nomadica e Moovioole
nomadica.eu | moovioole.itCittà–STATORielaborazione, montaggio e suono: Giuseppe Spina
Musica composta da: Paolo Aralla
Eseguita da: Irene Puccia (Pianoforte), Alessandro Ratoci (Elettronica)
Produzione: cinemautonome, nomadica, frameOFF
Lingua: siciliano/italiano
Formato in ripresa: S-VHS (1992-1994 di operatori sconosciuti)
Paese: Italia
Anno: 2011
Durata: 34 minuti -
Florence Cassez: dos breves documentales

Due documentari brevi ma incisivi sul caso Florence Cassez in spagnolo e francese. Leggi Post in italiano qui: LINK. Florence Cassez, Cuatro años sin luz por mfenollar: Realicé esta película para que no quede en el olvido que Florence Cassez está detenida de manera injusta en México desde hace 4 años. Florence Cassez es una francesa de 35 años acusada por la justicia mexicana de haber participado de manera activa a 4 secuestros y condenada a 60 años de prisión por estos mismos delitos que ella niega haber cometido. El juicio, al igual que la investigación policiaca, está manchado de irregularidades flagrantes y de múltiples violaciones a la Constitución Mexicana. El Presidente Felipe Calderón se opuso a que Florence fuera transferida a Francia según como lo marca el Convenio de Estrasburgo que México ratificó, al igual que Francia. Hoy en dia, Florence Cassez es considerada como rehén político por un gran número de parlamentarios franceses. y cuenta con varios comités de apoyo alrededor del mundo. Dedico esta película a Charlotte y Bernard Cassez. Michel Fénollar
A continuación de “4 años sin luz”, les presento mi segunda película, titulada “Florence Cassez, Rehén político”, para remarcar los 1700 días de detención de Florence Cassez en México. Tras los recientes descubrimientos en su favor, ¿cuánto tiempo el gobierno mexicano seguirá manteniendo a Florence como rehén? Francia no debe recibir a México en 2011 sin que Florence este libre y que se reconozca su inocencia. Michel Fénollar – Realizador
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Mondo – Mundo – Monde – World (foto del giorno)

Alejandro Xul Solar – Mundo (mi stabilisco sulla coda del serpente, l’America Latina)
Alejandro Xul Solar (Oscar Agustín Alejandro Schulz Solari, 1887-1963) è uno dei rappresentanti più significatividell’avanguardia in America Latina. Nel 1912 si recò in Europa dove rimase fino al 1924, vivendo in Italia e Germania, e facendo frequenti viaggi a Londra e Parigi. Al suo ritorno, contribuì al rinnovamento estetico proposto dal gruppo di artisti denominatoMartin Fierro (1924-1927). Amico di Jorge Luis Borges, è illustratore di diversi suoi libri. Di vasta cultura, i suoi interessi lo portarono allo studio dell’astrologia, della Kabbalah, dei I Ching, della filosofia, delle religioni e delle credenze dell’Antico Oriente, dell’India e anche dell’America pre-colombiana fino al mondo della teosofia e antroposofia, tra gli altri rami del sapere. E’ stato creatore del linguaggio pittorico denominato criollismo (rif. QUI). -
Le macerie di Haiti (5/5)

di Romina Vinci Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Perché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.
WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.
Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.
Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.
Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.
Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.
E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.
LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi – dice – perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.
LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d’acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.
Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.
Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde – voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.
PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l’onore di trascorrere tanto tempo.Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l’ospedale di primo livello.
Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.
Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.
A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.
IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.
Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.Puntate precedenti qui su Carmilla-Osservatorio America Latina o:
http://rominavinci.wordpress.com/ -
La Santa Muerte a Saltillo, Messico

Un documentario di un quarto d’ora in spagnolo sul culto alla Santa Muerte nella città di Saltillo, nel nord del Messico. Buona visione!
Foto di una Santa Muerte siciliana
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Il Messico al bivio: Florence Cassez

Il Messico sta vivendo un momento storico. Le elezioni presidenziali si terranno tra meno di 4 mesi e i giochi sono cominciati tra i tre principali candidati: Enrique Peña Nieto dell’ex partito egemonico al potere durante 70 anni (il PRI=Partido revolucionario institucional); Andres Manuel Lopez Obrador, delle sinistre PRD (Partido revolucion democratica) con PT (Partido del trabajo, del lavoro!) e Convergencia; Josefina Vazquez Mota, del PAN (Partido accion nacional), partito di destra al potere attualmente e da 11 anni con i presidenti Vicente Fox fino al 2006 e Felipe Calderon ancora per qualche mese).
Ma c’è un altro elemento molto importante per la vita politica e sociale messicana, soprattutto per definire la situazione della sua giustizia, spesso questionabile e , e del suo stato di diritto.
Credo sia un momento epocale per definire se il paese prova a stabilire dei paletti etici e giuridici chiari e se riesce a spezzare il circolo vizioso e gli stereotipi che lo dipingono como una nazione “eternamente adolescente”, con istituzioni, persone, regole, stili di vita che “non vogliono crescere”. La posta in gioco è alta: vediamo perché.
Florence Cassez è una cittadina francese in carcere per sequestro di persona e delinquenza organizzata (arrestata insieme al suo ex ragazzo, Israel Vallarta, che non è ancora stato processato dopo 6 anni), sentenziata in ultimo grado di giudizio a 60 anni di prigione. E’ però anche la vittima comprovata di un montaggio TV in cui si riprodusse, nel dicembre 2005, la sua cattura, con gli ostaggi, la polizia e i giornalisti che si prestarono a questa farsa incredibile viziando tutto il processo successivo e anche il pensiero dell’opinione pubblica. Tutti hanno fatto gli attori per ricostruire ex novo la scena del delitto e far vedere come il governo stava compiendo il suo dovere.
Tutto il processo è stato irregolare in numerosi aspetti, non solo a causa del depistaggio mediatico iniziale: uso della tortura e dell’estorsione, assenza di prove salvo le testimonianze, spesso contraddittorie e più volte rettificate in corrispondenza di vicende esterne, da parte di tre ostaggi-testimoni, infine pressioni politiche indebite. Insomma non è vero che Florence è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, nonostante le sentenze.
Il caso è molto complicato (leggi qui la nota uscita su L’Unità e qui la cronologia completa del caso), ma quel che è certo è che in questi anni s’è violata palesemente la presunzione di innocenza della francese, oltre a non rispettare, in una fase iniziale almeno, i suoi diritti come straniera, da una parte, e come residente in questo paese, dall’altra.
E’ un caso messicano di “fabbrica dei colpevoli”, (e me ne sono convinto lentamente ma in modo deciso, analizzando e ricercando) un termine tristemente noto a queste latitudini dato che la giustizia semplicemente non funziona, non molto spesso almeno. Mercoledì prossimo, il 21, la Suprema Corte di giustizia messicana, che funziona da giudice costituzionale, deve decidere se rimettere in libertà Florence Cassez annullando le sentenze contro di lei e ristabilendo la sua presunzione di innocenza per le violazioni fatte dall’autorità (a vari livelli) al principio costituzionale del giusto processo.
Le radio e le TV ne parlano tutti i giorni, il caso ha avuto negli anni (soprattutto dopo la sentenza definitiva del 2009) un’enorme risonanza internazionale ma anche tante strumentalizzazionipolitiche da parte di due presidenti, Calderon e Nicolas Sarkozy (entrambi in periodo elettorale nei loro paesi), da parte degli attori sociali locali che difendono le vittime dei delitti e dei rapimenti nello specifico e da parte dei giornalisti di tanti paesi. Ormai anche la stampa conservatrice, che prima era avversa alla liberazione di Cassez, ha cambiato le sue opinioni in proposito.
Come mai? La posta in gioco non è stabilire l’innocenza o no (e se non si riesce a farlo con processi regolari vige la presunzione d’innocenza quindi Florence, se il processo viene annullato, tornerebbe a essere pienamente innocente). Si tratta di cancellare un processo palesemente viziato all’origine e anche nelle fasi successive.
Se la Corte decidesse in questo senso, stabilirebbe un principio di giustizia più deciso e chiaro: la polizia e il potere non possono fare quel che vogliono (sembra scontato ma non lo è, mai),violando diritti e procedure, garanzie individuali e collettive con la scusa della guerra al narcotraffico o dell’emergenza rapimenti o di qualunque “priorità”, vera o fittizia, che venga creata in quel momento.
Siffatta decisione sfiderebbe il potere politico e una parte dell’opinione pubblica, ancora influenzata dalla falsa contrapposizione Messico-Francia e da nazionalismi inventati che contrappongono i due paesi, ma che non c’entrano nulla con il caso in sé. Metterebbe in scacco il Ministro Garcia Luna, lo stesso presidente e tutta la loro strategia di lotta alla criminalità organizzata, basata sulla repressione militare, sull’attacco ai cartelli di narcos, senza alternative sociali, lavorative e comunitarie per la popolazione che o emigra o delinque o vive in povertà in certe zone. C’è una scarsa attenzione a cosa succede dopo l’operazione di polizia o dopo la cattura dei presunti colpevoli, quindi allo stato di diritto, ai diritti umani, alla giustizia, ai processi, al carcere, insomma a tutto quello più serve per essere un paese democratico minimamente civile.
Il caso Cassez è diventato emblematico per la giustizia messicana: è possibile arrestare 1000 delinquenti (presunti), ma se poi si fabbricano la metà dei colpevoli, non si sanno processare, non si sanno fare le indagini, si corrompono i PM e i giudici, si fanno pressioni politiche, si lasciano in libertà i veri criminali, c’è corruzione a tutti i livelli, beh, ma a cosa serve usare i militari e la guerra e fare show televisivi con catture e sequestri di carichi di droga? Ad ogni modo non cambia nulla e l’insicurezza, altra faccia dell’impunità, resta. I veri carnefici sono fuori, i falsi colpevoli, a volte, restano dentro anni e decenni, e le vittime sono vittime due volte.
Aspettiamo la decisione della Corte per vedere se si esce da questo stato di incertezza giuridica e istituzionale, da questo incubo che, a parte Florence, coinvolge anche migliaia di cittadini imprigionati che non hanno nemmeno la possibilità e le risorse per protestare e portare il proprio caso fino alla Suprema Corte o in TV. Un incubo in cui è possibile corrompere, burlarsi dell’opinione pubblica, scherzare sempre, rubare ma sorridendo, ingannare la legge e tutto per fare i propri interessi e passare indenni, anzi essere promossi e aumentare il proprio potere (e quindi la capacità di fare i propri comodi) come quando a scuola si va avanti solo copiando.
Due video-interviste di analisi per chi parla lo spagnolo: PARTE 1 – PARTE 2
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Johan Messican a la descoverta de la Padania @SorciVerdi

Schiaccia il sorcio e scappa
prima che diventi verde
di canina rabbiaVersi Randagi**
M’ero nutrito di ombre e ricordi di libertà inzuppati nella grappa mentre andavo in cerca di una storia da raccontare. Avevo risvegliato l’indignazione contro la mediatica invenzione del terrore, il populismo e la vena repressiva imperante nel mio paese. L’imbarbarimento e la volgarità venivano ormai scambiati per genuinità e folclore. Il saggio Benjamin Franklin soleva dire che «chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza». Incompreso ieri e oggi. Sicuro e libero avevo cominciato a vagare per la selva oscura dell’abisso padano alla ricerca di un personaggio che facesse al caso mio. Un collaboratore esterno d’eccezione che con lo sguardo da eterno panchinaro della vita m’illustrasse le logiche surreali di un nord Italia in preda alla paura e alla xenofobia. C’era bisogno di un outsider innocente, un curioso scopritore della Padania leghista.
Grazie a un’inspiegabile serie di congiunzioni astro postali m’ero imbattuto in Johan Messican, JM per gli amici, il soggetto. Ero riuscito a conoscerlo e intervistarlo. Era un giovane senza patria che qualche anno prima era fuggito dal Messico per inseguire il nuovo sogno cispadano: la palpazione del benessere patinato, il godimento della sicurezza in pacchetti e il brivido della tranquillità per le strade o almeno in televisione. In effetti la italian TV s’è specializzata nello sparare raggi subliminali che inibiscono l’uso pubblico e privato delle sinapsi cerebrali. Propaga magre certezze imponendo un senso unico al colore e al pensiero. Straziante.
Io e il Messican avevamo avuto solo un breve incontro di persona dopo un lungo scambio epistolare ma avevo capito subito che non era uno sprovveduto. Per cominciare non aveva uno sguardo acefalo e nessuno l’aveva mai accostato a un pesce d’acqua dolce soprannominandolo “il trota” o “la carpa”. Altroché, consentitemi.
Johan aveva sempre sognato un futuro di “ordine e progresso” ispirato all’ottimistico lemma della bandiera brasiliana. L’aveva ammirata per la prima volta ai mondiali di México 86. Era un drappo esotico per lui e l’aveva amato sin da piccolo per tutto quel verde amazzonico che vi campeggia. Non avrebbe mai immaginato che, nel suo stesso mondo, a poche migliaia di chilometri dal suo tugurio natio, il colore della speranza, dell’ecologia e della prosperità sarebbe diventato l’elemento chiave dell’identità di un partito politico i cui membri durissimi inneggiavano alla discriminazione e al tradizionalismo. Tragiche coincidenze.
JM è apolide da trentatré anni. Capita. Dato alla luce in una zona franca non rilevata da Google Earth, era cresciuto nell’angolo più dimenticato della faccia triste dell’America. Johan aveva urlato per la prima volta lo stupore per la sua dolorosa espulsione dal ventre materno sul cucuzzolo di una verdeggiante collina di liquami e rifiuti organici. Se avesse mai avuto un documento d’identità, ci avremmo letto: nato presso Discarica Nova, località Collina Verde Marcio in Cima a Città del Messico, megalopoli altresì nota come Il Mostro.
La sua cara mamma padana, biondissima e gelosa piemontese d’onore, e suo padre, inviso rigattiere messicano dalla pettinatura incauta, l’avevano abbandonato allo scoccare del suo primo mese di vita che, si sa, è sempre il più difficile. I due scapestrati genitori gli avevano lasciato, inserita nel doppio fondo del suo primo pannolino, un’infame lettera d’addio che era risultata quasi illeggibile per ovvi motivi. I poveri cittadini della discarica l’avevano tirato su degnamente, educandolo all’arte di arrangiarsi e preparandolo a esercitare la tolleranza verso quel mondo esterno che l’avrebbe sempre considerato alla stregua di un subumano senza diritti. Ragionevolmente la sua speranza di vita non avrebbe potuto superare la soglia dei quindici mesi, giorno più, giorno meno, per colpa dei fumi sprigionati vilmente da quelle terre che il destino gli aveva affibbiato quale dimora. Sono ingiustizie che violano ogni par condicio.
Ciononostante si può dire senza ritegno che JM è uno che ce l’ha fatta. Cresciuto tra aquile sanguinarie, cocci di bottiglie di tequila e fichi d’India dal fogliame acuminato, s’era saputo ritagliare la fama di pioniere della raccolta differenziata e maestro supremo nel maneggio del machete schiaccianoci, l’arma bianca più incazzata del mondo. Aveva imparato più lingue del Papa e di altri dotti poliglotti a furia di frugare nei sacchi neri dell’immondizia umana in cerca di Cd e Dvd di tutti i paesi della Terra. Li aveva letteralmente divorati nei primi anni dell’adolescenza. Stando immerso in mezzo alla merda empirica, aveva carpito anche i segreti della mutazione genetica e delle coltivazioni di cellule staminali. Il tutto senza aprire manuali né calpestare alcun suolo universitario. La cultura, d’altronde, non sta mica solo nei libri. Fortuna.
All’età di trent’anni la voglia di fugare per sempre i dubbi circa le sue presunte credenziali di “mexipadano” D.O.C. lo aveva spinto ad avventurarsi oltreoceano nella vecchia Europa e nella ancor più vecchia e timorata Italia settentrionale. Grazie all’applicazione controllata di un potente acido smacchiante, recuperato in un tombino del suo immondezzaio, Johan era infatti riuscito a decifrare in controluce alcune parole della lettera ficcatagli nel pannolino dai suoi creatori. Gran sorpresa.
Prima che la carta venisse lacerata dalle gocce colanti del pericoloso liquido, il nostro aveva letto che la madrepatria della sua padana progenitrice era Novara. Sin da quando soleva spulciare tra i quotidiani della discarica nei primi anni del nuovo millennio, quel comune italiano era a lui già noto come “la città delle ordinanze”. Di fatto il sindaco leghista Massimo Giordano aveva sfoderato un’irrefrenabile sequela di gride manzoniane in ben nove anni di catarsi amministrativa e sociale. Johan voleva assolutamente farci una capatina prima che venisse imposta un’autarchia di mussoliniana memoria. O prima che venisse decretato l’innalzamento di una cerchia di mura difensive con tanto di fossato gremito di vetusti caimani assetati di sesso. Randagi pensieri.
Johan aveva deciso d’imbucarsi a una festa nell’immancabile transatlantico che da vari giorni era attraccato nel porto di Veracruz, nel Golfo del Messico, per rifornire la ciurma di peperoncino e vermicelli del mezcal. Quindi era partito speranzoso alla volta della serenissima Venezia come clandestino. Da alcune dichiarazioni che aveva letto su certi giornaletti Johan presentiva che laggiù i simpatizzanti dell’inveterato partito politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania lo avrebbero potuto accogliere a spranghe sguainate vista la sua qualità infame di “Clandestino-&-Perfino-Apolide”, alias “Ne-Abbiamo-Pieni-I-Maroni-Di-Voi”. Due stimmate al prezzo di una.
Per non dare nell’occhio al momento dell’arrivo aveva dovuto rubare una camicia color cachi a un mozzo ubriaco dato che sulla barca non era riuscito a trovare nessuno a cui fregarne una color “verde fosforescente pugno in un occhio”. Quella tinta era tanto cara ai seguaci di un losco individuo detto Il Senatùr e – così pensava – gli avrebbe forse permesso un livello decente d’accettazione sociale nei baronati leghisti. Aveva appreso anche il vero e intraducibile significato del “dito medio puntato verso il cielo” nel linguaggio dei sordi, sempre grazie a questo famoso e gesticolante Senatùr. Per la prima volta in vita sua aveva provato a cantare col diaframma duro in tensione ma era stato un flop. S’era cimentato con una versione tropicale del Va’ pensiero. Brutta mossa. Dico, bella la canzone, un po’ retrò, ma lui era indubbiamente stonato. Col dialetto proprio non ce l’aveva fatta ma il suo spagnolo da madrelingua dei ghetti messicani poteva essere preso tranquillamente per una versione rimasticata del milanese parlato alla Bovisa. Con quello bene o male s’è sempre potuto andare dappertutto. A volte basta poco per integrarsi, o no?
Lo si sarebbe dovuto spiegare pure a quei commercianti disperati che volevano aprire a Novara un negozio di alimentari «prevalentemente etnici». Nell’ottobre 2010 l’assessore alla Sicurezza Mauro Franzinelli sosteneva che la concentrazione eccessiva di quelle attività aveva creato in diverse zone «problemi di convivenza con la cittadinanza italiana». Troppe salsine piccanti in giro, come dargli torto? Avrebbe dovuto precisare a questi esercenti che loro, intesi proprio come persone, erano troppo “etnici”. Inoltre la vendita di «prodotti non facenti parte della tradizione culinaria ed alimentare italiana» era diventata un atto sovversivo, quasi antigienico per alcuni. La ridicola definizione dei cibi etnici, senza dubbio, non chiariva che cosa sarebbe successo ai croissant, agli hamburger, allo strudel, al gulash e al cous cous. Tantomeno a quel meraviglioso salvavita intergalattico chiamato kebab. Li avremmo tradotti nella nostra lingua patria o li avremmo proibiti?
Gli “etnici” ospiti del territorio comunale avrebbero anche dovuto fare un bel test di lingua e cultura italiana e vietare ai clienti di soffermarsi in gruppo fuori dal loro locale. Per essere efficaci sin da subito gli stranieri più etnici degli altri avevano cominciato a ricorrere all’uso criminale della loro top ten di parolacce italiane, probabilmente imparate da qualche grezzo politico alla tivù. Questa forma di “turpiloquio convincente” avrebbe dovuto far parte del test linguistico di cui sopra. Da più voci s’era suggerito pure che gli esercenti ritenuti più indifesi venissero muniti di machete schiaccianoci e scaccia-clienti come quello di Johan Messican. Power to the people.
Dopo tre settimane di delirante navigazione atlantica e mediterranea il Nostro era giunto in laguna, estenuato ma felice di poter baciare terra. Animato dal desiderio carnale di fendere la nebbia nordica col suo ferro messicano, Johan aveva poi solcato per settimane le acque incontaminate del Divino Po. Non sapeva che tempo addietro quel rio era stato benedetto dalle genti secessioniste dell’italico settentrione e vi pisciò dentro senza remore, ripetutamente. Era salpato controcorrente a bordo di un gommone a motore di proprietà di un’azienda privata specializzata in trasporti transpadani, la Migra-Zione! & Ska-Fisti S.p.a.i. (Società per Azioni Illecite).
Per quel viaggio gli avevano chiesto una cifra iniqua di duemila euro ma Johan aveva ottenuto di sganciare agli aguzzini, cioè agli “executive manager” della criminosa ditta, solamente duemila pesos messicani degli anni ottanta: pezzi da collezione, niente da dire. Per fare l’onesto ci aveva messo su anche un quadretto a colori della Madonna di Guadalupe con l’autografo falsificato di Karol Wojtyla. In pratica aveva ceduto il più bel ricordo della sua discarica ai giovani imprenditori di quella bagnarola d’acqua dolce ma s’era probabilmente risparmiato una sessione di frustrate per inadempimento contrattuale. Bella così. Peccato che poi nei pressi di Mantova una ronda di leghisti mannari aveva sbranato gli scafisti scambiandoli per immigrati dell’est veneto e allora Johan era dovuto scappare per proseguire via terra, sempre dritto verso occidente, come Colombo.
Senza manco una scivolosa idea di dove stesse andando a franare aveva attraversato risaie e praterie sterminate falcidiando tutti gli ostacoli sul suo cammino. Aveva schiacciato tafani col nudo piede e tagliato il filo spinato di recinzione di una fattoria del vigevanese col suo coltellaccio azteco. Aveva varcato a sua insaputa il confine lombardo-piemontese per poi incappare addirittura in una banda di cavalieri tradizionalisti. Questi curiosi personaggi, mascherati ridicolamente da invasori barbarici antiromani con tanto di spadoni, stendardi e armature, stavano girando uno spot per una bizzarra iniziativa elettorale. Johan aveva da subito pensato che fosse il set della pubblicità per un nuovo liquore regionale dal nome accattivante diRaBarbarossa, e aveva concepito immacolatamente lo slogan «Vota ubriaco, Bevi felice». Per porre fine a tutto questo vagabondare in mezzo a gente strana, aveva scelto di mettere la testa, i piedi e la sua arma bianca a posto.
Finalmente, emozionato e grato di poter calpestare col nudo piede gli agri concimati della civilissima regione sabauda, era stato sospinto in quel di Novara dal richiamo innato della sua piemontesità perduta. Lassù aveva improvvisato una dimora abusiva e provvisoria in uno dei più eleganti hub del sistema nazionale dei trasporti pubblici. S’era stabilito in fondo al binario 1 della stazione dei treni e ormai ci stava da quasi tre anni, temporaneamente. L’avrei incontrato proprio lì nel giorno pattuito.
Solstizio. E’ arrivato il momento di conoscere JM di persona. Quando mi metto in viaggio con la mia barba lunga e l’abbronzatura perenne, un bisunto cappellino in testa, una logora T-shirt con la scritta «Viva México Cabrones», la birra pronta da stappare dentro lo zainetto e i jeans logori del liceo vengo scambiato ovunque per un asociale che ha bisogno del deodorante, come direbbe il sobrio Mr. B. L’interregionale per Novara non fa eccezione.
Passa un carabiniere col suo cagnetto fiuta-clandestini e si rivolge (solo) a me con burocratica freddezza. “Documenti prego”. “Come mai?”, chiedo accigliato. “Comunque ho solo il passaporto, vivo all’estero e la mia carta d’identità è talmente vecchia da avere già un valore come pezzo d’antiquariato”. “Su, su, non la faccia troppo lunga, va bene il passaporto”, rassicura il tutore della legge. Glielo porgo, mi guardo intorno e lancio nell’etere una sottile provocazione. “Mi scusi, ma come mai non controlla pure quella sospetta e minuta signora vestita di nero, quella là col capo coperto e il volto nascosto che sta bofonchiando formule magiche sottovoce e non lascia riposare gli altri passeggeri?”. Il giovane militare, dapprima allarmato, volge lo sguardo sull’oscura donna e, riavutosi, esclama: “Ma è pazzo? Non vede che è una suora?”. “Ah beh, mi scusi”, preciso con candore, “pensavo fosse una di quelle minacciose mediorientali di religione musulmana che indossano il burqa, mi sono confuso, avrò visto male”.
Durante una manciata di secondi lo sketch ha il merito di riaccendere l’umore uggioso dei passeggeri nel vagone e anche il mio. Avevo letto che nel 2010 era stata appioppata una salata multa a una ragazza musulmana che, indossando il burqa in un ufficio postale di Novara, aveva violato l’ennesima ordinanza ispirata al pacchetto sicurezza versione Security Deep Trip Remix 2008 dell’illustre Ministro degli Interni Maroni. Zampa dura.
L’appuntamento con JM è al primo binario. E’ sera nuvolosa e la stazione FS della seconda città del Piemonte comincia a svuotarsi. Non c’è lezzo di pericolo, piuttosto solitudine e diffidenza. So che qui le regole le fanno rispettare. Il mio timore vero è che per provare a evitare sanzioni, avrei bisogno di almeno tre ore di mistica lettura di tutte le delibere comunali riguardanti l’umana specie e i suoi presunti comportamenti deviati. O almeno di quelle pubblicate nell’ultimo lustro. Il tempo scarseggia. L’IR per Novara entra in stazione. Ho ancora mezza Corona nella bottiglia, esco dalla carrozza e un tetro pendolare prova a redarguirmi sottovoce. “Via, via, per Dio, la butti via, ma che fa?”, dice quasi trasalendo. “Ma chi? Come? Dio? Con la birra? Dove?”, lo incalzo confusamente. E il figuro incupito, allontanandosi e sparendo come un ninja, chiarisce: “Se la beccano qua con quella bevanda alcolica son mazzate! Altro che birra ci vorrà per scordarsi della multa”. Me la scoppio alla goccia tra gli sguardi increduli degli avventori e continuo per la mia strada. Era caldina ma tanto vale. Niente multe e niente rutti per educazione.
Per fortuna scorgo subito Johan che sonnecchia sulla sua panchina di gelido metallo infestata da una patina di verderame. Da lontano sembra un sacco di patate abbandonato su un tronco d’albero appena caduto, umido di rugiada e putrido di muschio. Per uscire dal mio improbabile sottobosco ferroviario, m’avvicino a lui con passo colpevole, lo saluto gentilmente e spezzo il suo quieto vivere con la prima domanda della serata. Lui s’alza con fare sornione e mi stringe la mano abbozzando un sorriso faceto.
“Buonasera Johan, come va?”
“Peggio”.
“Come?”
“Traduco. Peor. Peggio di prima e di ieri”.
“Sei pessimista?”
“No, apolide e da ricovero. E tu? La verve messicana mi s’è spenta nelle nebbie padane. Scusa, stai già registrando? Non ho molto tempo purtroppo…”
“Sì, sì, il registratore è acceso. M’hai detto tutto del tuo passato, del tuo viaggio, ma adesso sei qui e…”
“Qui? In stazione? Nel fantomatico regno della Padania? O dici proprio a Novara City? Fa lo stesso comunque, si naviga nella stessa melma ormai. Comincio a rimpiangere la mia discarica tropicale. Che ti posso dire, c’è disagio in giro o son disagiato io, fa lo stesso”.
“Perché disagio? Sembra tutto così ordinato, pulito, cioè, so che non è molto ma alla gente piacciono queste cose…”
“Pulito fuori e sporco dentro. Il verde che più verde non si può”.
“Le macchie d’erba non vanno via nemmeno col candeggio da queste parti…”
“Eh già. Bien. Camminiamo un po’ fuori ma poi devo andarmene. Qui in stazione ci immortalano con le telecamere e ci prendono per sorci sospetti in meno di un minuto. Por suerte siamo solo in due e possiamo uscire senza rischiare multe. Se eravamo in tre o quattro, adios. E’ quasi l’ora del coprifuoco. Recuerda… Nei pochi parchi che restano aperti di notte bisogna camminare per forza, mai fermarsi. Questo sì che è pensare alla salute delle persone! E’ vietato lo ‘stazionamento’ a gruppetti, se no è come un’adunanza”.
“Sediziosa. Come quando c’era lui”.
“Bella menata la sicurezza. Una menata di mani. Guarda quel volantino appiccicato storto sul muro. Lì lì, affianco alla svastica verde fatta con lo spray. Lo vedi? Il comune organizza proprio delle belle iniziative tipo questa qua. ‘Sconfiggi il Bruto: Corso di Autodifesa Gratuito’. Secondo loro serve a ‘dare la possibilità sia agli uomini che alle donne di dotarsi di tecniche utili ad affrontare eventuali difficili circostanze’ dato che ‘è molto diffusa la sensazione di pericolo e paura tra la gente’, così dicono, non son mai venuti a Città del Messico allora, poverini. Si perdono il meglio tra l’altro”.
“Sono info-balle propagandistiche per distrarre l’attenzione dai problemi veri”.
“Vedo, vedo. A volte le leggo frasi come la tua sui giornali liberali, sensibili e tolleranti. Ma poi cosa cambia? Comunque di monnezza sono esperto, lo sai”.
“Beh, ma scherzi? Leggi il programma! Non vuoi ‘dotarti’ pure tu, scusa, di ‘tecniche di difesa con oggetti di uso quotidiano’? Insegnano anche ‘l’uso dell’istinto’. Magari così scopri che lo spazzolino da denti un bel giorno potrebbe servirti a sventare le rapine in banca o a catturare i ladri di biciclette”.
“Mi vien solo un senso di rigetto. Una cosa l’ho capita. Vi serviamo. Siamo servi vostri e vi serviamo, siamo necessari al vostro modo di vita, ai vostri soldi, anche se pure quelli son sempre meno perché vi state bruciando tutto da soli. Ma io non ci sto più. Nessuno lo dice, fate finta di niente e chi sputa più merda prende più voti. Prima gli zingari, poi i neri, i meno bianchi, quelli dell’est, dell’ovest, del sud, quelli del sud del sud, e altri ancora. Perfino tra voi lo fate da sempre, nordici e terroni. Finché non resta più nessuno. Ti racconto l’ultima.
“Certo, dimmi”.
“Ieri sera due agenti travestiti da turisti giapponesi mi hanno scattato foto per mezz’ora mentre addentavo il mio solito ‘pane arabo con pezzi di carne dentro, salsine piccanti, verdurine e patate fritte’, come dice l’insegna del negozio. Bastava scrivere kebab, no? Va beh. Quei due erano spie della questura in cerca di clandestini da schedare per fare numero. Servono alle statistiche del comune o di chissà chi. Meno male che io sono apolide e non conterò mai nulla, nemmeno se muoio. Comunque il kebab è l’unica robaccia che non mi fa rimpiangere i tacos al pastormessicani. Peccato che qui te lo devi trangugiare in un boccone e poi smammare via. Niente ‘capannelli di persone’ all’esterno dei locali, por Dios! Sono ordini dello sceriffo”.
“Beh, le adunanze culinarie fuori dalla kebabberia sono altamente sediziose. Anche l’alito difalafel è socialmente nocivo. Quindi niente alcolici né grandi abbuffate sui marciapiedi. Ti dirò di più. La parola kebab sulle insegne dei negozi non la capiva nessuno, ci voleva un’ordinanza per farla tradurre in italiano. Anche in Spagna quando c’era il generale Franco si doveva tradurre tutto nella lingua patria. D’altronde, scusa, ma oggigiorno chi non dice ‘cane caldo’ al posto di hot dog? Ormai pure l’inglese è superato, dai”.
“Hai ancora voglia di scherzare, ma forse fai bene. E’ un’arma. Ti confesso che voglio tornare a casa, se posso chiamarla così. Almeno là c’è dignità. Tra caporali e furbetti qua il lavoro e la casa sono una presa per il culo. Scappo da sto posto matto a piedi dato che i documenti in regola neanche qui li ho potuti avere. Soldi per l’aereo, meno. La mamma padana non è servita a niente. Andrò a ovest e m’imbarcherò a Lisbona. Dai, hermano, ho deciso”.
“Adiós. E grazie. Il popolo è indignado Johan, qualcosa faremo, presto”.
Lettura della parte finale del Johan Messican alla Libreria Morgana Sud di Città del Messico con l’autore e Maria Teresa Trentin – Presentazione del 15 dicembre 2011.
** [Il racconto è dedicato alla memoria dell’amico e compagno Matteo Dean, un eterno migrante – Testo di Fabrizio Lorusso tratto dalla raccolta degli “scrittori contro il rogo di libri” dal titolo Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, Ed. Alegre, Roma, 2011 – Vedi Scheda del libro QUI – Foto di Thomas Pololi – – Link originale pubblicazione on line, VicoloCannery.It]
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Le macerie di Haiti (4/5)

di Romina Vinci @Carmilla. La sveglia non è suonata, ma alle 7 in punto ero già pronta, nella piccola cappella che sorge accanto all’ospedale. Mi era stato consigliato di partecipare alla santa messa che ogni mattina celebra Padre Rick, “è un momento indimenticabile”, mi ha detto chi l’aveva già vissuto. Il rito si svolge nello spazio antistante la cappella, perché ci sono due funerali, ed un gran numero di haitiani partecipa alla funzione. Tutti vestono l’abito delle occasioni. Uomini con camicia, giacca e cravatta. Donne di bianco o di nero, o bianco e nero, e scarpe rigorosamente con tacchi. Al di là di un ristretta fetta di popolazione ancorata ai rituali vudu, la maggior parte degli haitiani è cattolica, ed è molto legata alla religione. Padre Rick celebra la messa in creolo e malgrado non capissi nulla il rito non si rivela scevro di emozioni. Perché il dolore di queste persone sfocia nella dimensione più estrema. Una donna, in particolare, la sorella della defunta, sembra posseduta.Si dimena, si butta a terra, si toglie la maglietta, si getta addosso a tutti. Nelle ultime file poi, in posizione un po’ relegata, ma allo stesso tempo più evidente appunto perché fuori dalla cornice standard, altre tre donne, sedute su di un muretto, ne imitano il delirare. Mi sembrano finte, e mi fanno tornare in mente le prefiche, quelle donne che nel Mezzogiorno venivano pagate per stare al capezzale di un defunto mettendo in scena pianti, grida e gesti di disperazione. Ecco, quelle tre signore poste lì in fondo mi lasciano la stessa impressione: non so se vengano pagate per inscenare simili performance, di certo non metterei la mano sul fuoco nel sostenere il contrario. Al termine della funzione le due bare (e avrei capito soltanto nei giorni seguenti quanto sia un lusso concedersi anche una barra), vengono caricate sul pickup e trasportate nelle celle crematorie che si trovano nello spazio dietro al Saint Damien. Nel tragitto dalla chiesa alla “sepoltura” si mette in scena una piccola processione.
VENTI DOLLARI
Sapevo che Padre Rick si reca quasi tutte le mattine in visita al quartiere slum di Cité Soleil, e così ieri gli ho chiesto se potevo accompagnarlo. Lui ha acconsentito con quel classico sorriso di premura che non nega a nessuno. Così al termine dei funerali mi reco nel suo ufficio. Sta sistemando alcuni medicinali. Iniziamo a conversare. Mi chiede se ho paura di andare in moto. Io rispondo di no, con un fare compiaciuto: ho avuto una bella palestra a Delmas, e grazie al bizzarro conducente ho acquistato una sicurezza in sella invidiabile, neanche mi reggevo più durante gli ultimi trasbordi. “E di un uomo che ti punta la pistola di fronte avresti paura?” mi domanda. Io rimango contrariata, so che non è una battuta fine a se stessa. Non rispondo, e lui mi dice che devo essere preparata, perché può succedere anzi, “succede spesso ultimamente”. Fuori dal suo ufficio c’è Conrad, un caro amico di Padre Rick. Anch’egli statunitense, passa molto tempo ad Haiti, abbracciando la missione di quel che definisce suo fratello. Lo avvicino sperando di trovare il suo conforto, gli chiedo se sia davvero così pericoloso il posto in cui stiamo per andare, lui mi risponde con una strana espressione in volto ed esclama: “Oh yes”.
Arriva Roseline, è una ragazza cresciuta in N.P.H., ha la mia stessa età e parla cinque lingue, tra cui l’italiano perfettamente. Roseline è la mia guida e la mia interprete. E’ lei che ha organizzato tutte le attività scandendo le mie giornate e, sin dal primo giorno che ci stiamo viste, mi ha sconsigliato di andare a Cité Soleil. E non senza un perché: pochi giorni prima del mio arrivo Roseline stessa è stata aggredita, mentre viaggiava su di un mezzo dell’ospedale con altre due persone. Dei ragazzi son sbucati sulla strada e hanno bloccato la vettura. Li hanno fatti scendere minacciandoli con la pistola. Roseline ha tentato di farli ragionare, perché è proibito aggredire personale sanitario, ma loro non hanno voluto ascoltare giustificazioni. Si son fatti consegnare il cellulare di Roseline e dell’autista, ed i soldi che avevano in tasca, e solo a quel punto li hanno lasciati liberi di andarsene. E’ stata chiara ieri Roseline:“Non sei obbligata ad andare ma, se vuoi farlo, io non ti accompagno”.
Padre Rick si è allontanato dall’ufficio per sbrigare le ultime faccende, e lei mi ha dato tante indicazioni. Innanzitutto dovevo lasciare tutto al campo. Il cellulare non serviva, idem i documenti, idem oggetti per il makeup o quant’altro. Divieto assoluto di portare la mia reflex, avrei dato troppo nell’occhio. Ma io non posso farne a meno, ho bisogno di raccogliere materiale fotografico. Arriviamo così ad un compromesso: avrei portato la mia macchinetta nascondendola nella borsa a tracollo, lasciando al campo la custodia. Potevo portare un solo obiettivo. E avrei tirato fuori la macchina soltanto se le condizioni lo avrebbero permesso. Infine mi ha fatto mettere venti dollari nel taschino esterno della borsa, “Così se ti aggrediscono glieli dai subito e, se sei fortunata, se li intascano e ti lasciano andare. Mai fare l’errore di uscire senza soldi: gli uomini bianchi hanno per forza del denaro, se gli dici che non hai soldi i ladri si indispettiscono e, se hanno una pistola tra le mani, non ci pensano due volte a premere il grilletto”. Esco dal Saint Damien con le fotocopia del passaporto, il blocknotes, una penna, la macchina fotografica e venti dollari sfusi nella tasca. Una banconota da venti: tanto potrebbe valere la mia vita qui.
LA CITTA’ DEL SOLE
Partiamo con tre moto, siamo in due su ogni mezzo. Il mio driver si chiama Cesar, e viaggiamo in seconda posizione. Padre Rick davanti, e Conrad dietro. In un certo senso potrei anche definirmi scortata. Il viaggio dura una mezzoretta, e i miei occhi pian piano si abituano al contesto, e si stupiscono sempre meno. Eppure c’è una cosa che proprio non riesce a lasciarmi indifferente: su strada c’è il caos completo, in primis negli incroci, però non succede mai niente, si autodisciplinano, e arrivano sempre sani e salvi a destinazione. Un cartello mi informa che siamo ufficialmente entrati a Cité Soleil. Il trambusto aumenta esponenzialmente, le strade son larghe ma la gente vi si riversa al centro ostacolando il passaggio delle mezzi. Andiamo avanti un bel po’, fin quando ci troviamo davanti uno spiazzo enorme completamente pieno di rifiuti. Al termine ecco il mare.
Capisco che siamo giunti a destinazione. Saliamo su questo manto di immondizia, arriviamo fino a costeggiare il mare lasciandolo alla nostra sinistra e, dalla parte opposta, ecco il nostro punto d’arrivo. Scendo dalla moto, do le spalle alla riva e davanti ai miei occhi si materializza quella città del sole che di “idilliaco” conserva soltanto il nome. C’è un grosso tendone al centro. A sinistra dei cantieri in operazione. Sta prendendo vita un grande edificio, in costruzione, ospiterà l’ospedale Saint Mary. E poi ci sono i lavori in corso per erigere le abitazioni finanziate dall’azienda che mi ha mandato fin qui. Sono piccole, graziose e color salmone, esprimono allegria. Ancor più in lontananza, nella stessa direzione, una schiera di casette color pastello. A sinistra invece, in una parola: l’inferno. Un grande pantano di fango e rifiuti fa da limite, al di qua della pozzanghera iniziano le baracche, fatte di lamiere vecchie, accantonate l’una sull’altra. Una schiera di bambini corrono in questa palude. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che subito mi circondano, io colgo l’attimo, tiro fuori la macchinetta e mi metto a fare foto. Loro sembrano contenti, si agitano, si danno le spinte, cercano di conquistare una posizione privilegiata davanti all’obiettivo e continuano a urlare “you you you”.
Mi viene di fianco un ragazzetto dall’aspetto trendy: jeans, camicia a quadri, occhiali da sole e coppoletta. Ho perso di vista Padre Rick e Conrad, sono sola e cerco un appoggio. Così mi rivolgo a lui chiedendogli se parla inglese, muove la testa in segno di approvazione ed io prendo quel consenso come consacrazione di un patto di fedeltà. Spunta un altro che inizia a parlarmi. E’ più piccolino, si sa esprimere soltanto con alcune frasi di circostanza in inglese, veste una canotta verde fluo e anche lui non rinuncia agli occhiali modello Ray-ban. Mi faccio accompagnare a vedere le casette e loro mi guidano con attenzione, aiutandomi anche a superare i fili che delimitano il perimetro di questi cantieri di fortuna e che, da sola, io non avrei mai visto.
IL SASSO MANCATO
Guidata dai miei due ciceroni d’eccezione perdo di vista Padre Rick. Ecco che lo vedo, circondato da un gruppo di gente. Lui mi viene incontro, tiene la mano ad una bimba. Mi spiega il progetto Fors Lakay, che prevede un gruppo di case e dei servizi di prima necessità per la popolazione quali l’ospedale, dei cyber caffè, una panetteria mobile ed altro. “Per dare il buon esempio”, ribadisce o più volte. Poi chiama Cesar e gli chiede di accompagnarmi a vedere questi Internet Point. Così Cesar va a prender la moto e mi dice di salire. Io ubbidisco, ma lui non fa in tempo ad accendere il motore che ci troviamo completamente accerchiati da un gruppo di ragazzi, che ci ostruiscono il passaggio. Sono gli stessi che poco prima, parlavano con Padre Rick.
Un ragazzo si fa spazio ed inizia ad agitarsi, ha un abbigliamento da basket, ed è evidentemente molto adirato, perché continua ad inveire contro Cesar. Tutti gli altri, in cerchio, stanno zitti, come ad avvalorarne la causa. Ad un certo punto compare un altro giovane, non ricordo neanche il suo volto, so solo che spunta da dietro e tiene nelle mani due grossi massi. Si mette proprio davanti a noi, e ne scaraventa uno con tutta violenza contro la nostra moto, rompendo il cruscotto. Rimango ferma, impassibile, gelata. Stessa cosa Cesar.
Non diamo segni di reazione. Entrambi immobili, temendo il peggio. In mano infatti ha ancora l’altro masso, avrebbe potuto scaraventarcelo in volto, colpire i nostri corpi, avrebbe potuto far di tutto con quell’arma. Gli altri non fanno nulla. C’è un silenzio infinitamente lungo, momenti concitati, attimi che non riesco a quantificare tanto ho il batticuore. Emerge dalla massa il ragazzetto con la coppoletta che, rimasto in silenzio fino ad un attimo prima, adesso prende le parti di Cesar, strillando all’amico colpevole dell’insano gesto. Quest’ultimo però non dà segni di cedimento, eccolo girarsi a sinistra, riconoscere gli altri tre driver di Padre Rick sul camioncino, dirigersi verso di loro e prendere la mira pronto a scaraventare il masso contro l’autista. Ma qualcuno riesce a bloccargli il braccio e ad allontanarlo di qualche metro da noi.
Non è finita però. Perché fanno da sponda tra lì e qui, continuando ad urlare e quando stanno lì e quando stanno qui di fronte a noi. Io sono sempre immobilizzata sulla moto senza fare il minimo movimento con il corpo. Cerco sguardi di comprensione, ma non li trovo. Il ragazzo con la coppoletta è dall’altro lato, il mio cicerone con la maglia verde fluo si è smaterializzato. Provo a conquistare qualche forma di complicità con le ragazze che mi sono intorno. “Loro comprenderanno la mia paura”, continuo a ripetermi nella mente. Ed invece mi guardano tutte con distacco e diffidenza. Comprensione alcuna, percepisco soltanto dell’astio. Spunta un bambino nudo, cammina a cantoni lasciando gocce di pipì sul suo cammino, ma nessuno bada neanche a lui. Vestito di niente e figlio di nessuno, prosegue la sua passeggiata terrificante. Io non apro bocca, resto seduta sulla moto, con le gambe cerco il contatto di quelle di Cesar. E’ come se non parlando, non reagendo, non muovendomi, stessi in qualche modo annullando la mia presenza in quel posto, far sì che io sparisca e passi inosservata. Ma non è così, e lo so bene, perché io sono bianca ed ho una macchinetta al collo, e lo so che quelle proteste sono scoppiate o in qualche modo avvalorate dalla mia presenza. Ho un obbligo morale di sentire e – soprattutto – capire il perché di simili atteggiamenti.
Passano dieci minuti, forse anche qualcosa in più, fin quando trovo il coraggio di chiedere a Cesar cosa stia succedendo. “A lot of problem”, mi risponde lui. Dopo poco mi invita a scendere dalla moto e mi dice di aspettarlo lì, lui sarebbe andato a cercare aiuto nel tendone grande. Se fino a quel momento il fatto di stare insieme a lui mi illudeva di sentirmi sicura, adesso mi sento completamente persa, sola, ed ho una paura fottuta di questo posto e di questa gente. Per fortuna arriva in mio soccorso Conrad che mi dice di andare nel tendone da Padre Rick. Eseguo gli ordini in men che non si dica, padre Rick è seduto su di un tavolo di plastica e visita le persone, la visita arriva fin fuori. Mi spiega il perché di tutto quel che è successo: i ragazzi lì fuori sono arrabbiati perché la distribuzione di riso non è stata spartita ugualmente per tutti, molto di loro è da quattro giorni che non mangiano.
“Let’s go”, mi sento dire da qualcuno che mi poggia la mano sulla spalla, e mi vuole portare fuori dal tendone. Io sono scostante, guardo questi tre uomini ma non capisco chi sono e resto ferma nel mio posto. Arriva di nuovo Conrad in mio soccorso e mi tranquillizza: sono i drivers del camioncino, mi avrebbero accompagnato loro a fare un giro nel quartiere visto che la moto di Cesar è ko. Chiedo scusa in modo dimesso, ho serie difficoltà a riconoscere le persone, non sono in grado di isolare singoli volti dal gruppo, gli haitiani purtroppo mi sembrano tutti uguali. Saliamo tutti e quattro davanti, stiamo un po’ stretti ma questo mi rassicura ancor di più. E’ meglio un mezzo con quattro ruote e dei finestrini, ad un giro in moto partito già nel peggiore dei modi. Al vano di dietro salgono al volo alcuni ragazzetti del posto, tra cui il ragazzo con la maglia fluo, che magicamente ricompare. La situazione di Cité Soleil, diversamente da Delmas, si sviluppa in piano. E rivela una drammaticità ancor più forte. Perché mentre a Delmas gli aiuti non sono mai arrivati, a Cité Soleil sì, e non è difficile capirlo. La maggior parte delle strade è asfaltata, con dei canali ai lati. Il progetto alla base dunque c’è: evitare l’allagamento del manto stradale facendo scorrere l’acqua piovana ai lati. Il punto però è che questi canali sono sommersi di spazzatura, e quindi qualunque criterio logico si annienta.
Maiali e capretti che mangiano nell’immondizia: è questa forse l’immagine più inquietante che mi porto dentro. Oltre ai bambini con i corpi deformati, il loro addome è rigonfio e le spalle così morbide da sembrare spugna: sono gli effetti della malnutrizione, di un’alimentazione squilibrata ricca di carboidrati e povera di proteine. Un camion fermo per strada ci blocca. Stiamo fermi per un po’, con i finestrini chiusi, fin quando arriva un poliziotto. I miei “compagni di viaggio” gli spiegano che sono una giornalista e che devo visitare il quartiere, lui allora sale a bordo e ci fa girare: proseguire per quella strada – a quanto mi è parso di capire – sarebbe stato troppo pericoloso. Così facciamo un percorso secondario, vedo i cyber caffe, e, dopo un po’, capisco che stiamo riprendendo la via dell’ospedale, senza tornare da Padre Rick.
FRANCISVILLE
Faccio tappa al Saint Damien meno di quindici minuti. Il fitto programma di impegni infatti è slittato a causa della mattinata abbastanza “movimentata”, ed eccomi a rincorrere l’orologio. Alle 13 in punto arrivo a Francisville, dista poco più di trecento metri dall’ospedale, lo raggiungo tranquillamente a piedi. Francisville è una città di mestieri realizzata dalla Fondazione Francesca Rava, un centro di formazione professionale che dà lavoro a decine di ragazzi e produce già in regime di autosostenibilità pane, pasta, mattoni, divise e banchi per le scuole di strada, riparazioni di auto e mezzi di soccorso d’emergenza e altre cose. Oggi è il 4 ottobre, e nella giornata dedicata a San Francesco è stata organizzata una piccola festa in onore del santo che dà nome al complesso. C’è pane e pizza per tutti, e viene fuori una bella festicciola. Via con la musica, i ragazzi ballano, ed hanno un ritmo ed un’energia dentro da far paura. Si respira un bel clima. C’è Valeria con me, ed è molto contenta: lei è proprio la responsabile del progetto di Francisville, al suo posto sarei felice anche io nel veder realizzato un tale struttura. Arriva anche Padre Rick e benedice uno ad uno tutti i capannoni di questa fabbrica sui generis. Mangiamo un pezzo di pizza anche noi, e poi rientriamo al campo. Provo a ritagliarmi qualche ora di tranquillità per mettere in ordine le idee, ma non riesco nel mio intento.
COLPO ALL’ANIMA
Alle 18 vado nell’ufficio di Padre Rick, avevo preso appuntamento per intervistarlo. E’ molto stanco, oggi è stata una giornata dura, gli chiedo se vuole rimandare l’intervista ma lui dice di no, è abituato a portare a termine tutti i suoi impegni. E’ l’uomo triste e vessato di fronte a un qualcosa più grande di lui quello che mi sta di fronte. Padre Rick mi parla di questa terra, che non riuscirà mai a riprendersi fin quando non si uscirà dal regime di sussistenza. Gli faccio domande sul contesto politico, sugli equilibri internazionali e sullo scacchiere geopolitico del paese, per pentirmene subito dopo, ma lui non si tira indietro e mi risponde, mantenendo toni equilibrati. Gli chiedo se cambieranno mai le cose ad Haiti, lui allarga le braccia e dice no, è un qualcosa di troppo grande da realizzare.
Mi racconta che è stato aggredito lui stesso, ieri pomeriggio, quando siamo tornati dalla “trasferta” al supermercato per prendere yogurt e gelati. L’avevano avvisato che c’erano stati dei tafferugli per la distribuzione di riso a Tabarre, e lui si è subito precipitato a tentare di sedare gli animi. Ed invece è stato aggredito, insieme a Wynn, colpito con delle pietre alle spalle. La follia generata dalla miseria non fa differenze di pelle, di razza, di status. E’ profondamente rammaricato Padre Rick nel rivivere quei momenti attraverso il racconto. E’ l’uomo che cede di fronte alla grandezza della povertà, e che si sente sconfitto quando la gente, la sua gente, quella gente a cui lui ha deciso di sacrificare la sua vita, gli scaglia addosso pietre che non fanno male tanto al corpo, quanto all’anima. Concludo la serata con Irene, Valeria, due cooperanti tedesche e un ragazzo haitiano N.P.H. sulla terrazza dell’ospedale, sorseggiando birra Prestige e facendoci cullare dal vento che, ad Haiti, soffia soltanto quassù.
QUOTIDIANITA’ CARA
Alle 10 raggiungo Padre Rick nel suo ufficio. E’ alle prese con dei fogli sciolti, sono le schede dei malati che ha visitato ieri a Cité Soleil, trentatré in tutto. C’è scritto nome, cognome, diagnosi, medicina richiesta. Così andiamo al Saint Luc, l’ospedale del colera che sorge al fianco del Saint Damien per prendere i medicinali da portare ai malati. Prima però ci fermiamo in un nuovo reparto in costruzione, perché c’è una tac che non funziona. Stamani è arrivato un esperto da Miami, ma neanche lui riesce a risolvere l’inghippo, è un problema di conversione dell’unità di misura della tensione della corrente, europea e statunitense. Ragionano insieme per cercare una soluzione, ma invano. Salutiamo l’esperto che se ne torna a Miami senza aver risolto il problema. Padre Rick mi dice che lui ci prova, ma di elettricità, contatori, watt e quant’altro non ci capisce nulla. Più lo osservo e più mi chiedo come faccia quest’uomo a sostenere sulle sue spalle il peso del funzionamento e del mantenimento di questa immensa struttura. Parlando arriviamo alla farmacia.
Entriamo e ne usciamo con due scatoloni pieni di medicinali, “Sto rubando tutto!” mi dice ridendo sotto i baffi. Ci raggiunge anche Wynn, carichiamo gli scatoloni sul camioncino dei tre autisti e partiamo: direzione Cité Soleil. Noi andiamo in moto, Wynn va con Cesar, ed io e Padre Rick con “Ton”, il mio nuovo driver. Per strada sono testimone oculare del primo incidente. Dalla direzione opposta alla nostra, dopo averci incrociato, una moto si schianta contro un taptap, a bordo due uomini che cadono. Noi ci fermiamo poco più avanti, ci giriamo e Padre Rick dice: “Non sono feriti, andiamo avanti”, e così Ton riparte.
Arrivati a Cité Soleil si ripete, come un copione, la scena di ieri: Padre Rick entra nel tendone dai suoi malati, e Wynn lo perdo di vista tempo pochi minuti. Eccomi di nuovo sola in balia di una marea di bambini che sanno solo urlarmi contro “You You” e mi si aggrappano tirandomi da tutte le parti. Sono tanti, uno più bello dell’altro, il più grande avrà al massimo cinque anni, il più piccolo forse tre, e indossa una graziosa maglietta azzurra con collo alla coreana, chissà dove l’avrà presa. La situazione è peggiorata rispetto a ieri in questo spiazzo della Città del Sole, perché stanotte c’è stato un brutto acquazzone, e stamani ho trovato un piccolo laghetto a far da sponda tra le baracche e le nuove costruzioni.
Raccolgo la storia di Richard, ventuno anni, vive in queste baracche. Sua madre è morta, lui deve badare alle cinque sorelle e al fratellino, perché il papà è andato via e non vuole saperne più niente di loro. Mi ha detto che è difficile andare avanti, lui va a scuola, ma ha capito che non basta per tenere acceso il fuoco della speranza. Riconosco Ton e gli vado incontro, mi fa notare dei pescatori che sono a riva intenti a tirar su le reti. Mi racconta che i bimbi sono spaventati da questi uomini, perché li picchiano se solo osano avvicinarsi: quel pesce è merce da barattare al mercato, non serve certo a sfamare dei piccoli bastardi venuti al mondo per sbaglio. Facciamo una lunga passeggiata a piedi sul manto di spazzatura, arriviamo fino al punto limite del laghetto, ed ecco che spuntano dei bambini che, per raggiungerci, sono costretti a saltare sui sassi per non cadere nell’acqua. Sembrerebbe la scena idilliaca del ruscello di un paesaggio incontaminato, peccato però che qui è inquinato anche l’ultimo granello di polvere che riempie questa terra.
ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE
Torniamo al tendone e Padre Rick ha completato le visite, possiamo andare via. Wynn non so che fine abbia fatto ma non c’è, e così Padre Rick va con Cesar, ed io resto in moto con il mio ormai amico Tou. I due veicoli viaggiano in parallelo, varchiamo downtown e Padre Rick mi fa da padrone di casa indicandomi strade, luoghi e dando nomi a edifici che io vedo ridotti a un cumulo di macerie. C’è una gran discesa e al termine riconosco un rosone trafitto. E’ la cattedrale.
Entriamo con le moto sin dentro il perimetro dell’edificio ormai crollato, mi chiedo se non sia troppo esagerato varcare un luogo che, al di là delle macerie, dovrebbe comunque conservare una sua sacralità. Ed invece appena ci fermiamo spuntano tante persone che accerchiano Padre Rick. Sono ragazzi, uomini, donne, persone anziane, anche bambini. Un giovane ha la chitarra, intona qualche nota e iniziano a cantare. Tutti sembrano felici, Ton mi spiega che queste persone vivono in baracche di fortuna sorte attorno alla cattedrale, ed attendono l’arrivo del sacerdote con ansia, è l’unico che li aiuta. I cori continuano festanti, Padre Rick chiede di cantare un “Bienvenue Romina”, e loro acconsentono con gaudio. Mi emoziona sentire il mio nome pronunciato da tutti loro. Una ragazza mi avvicina, ha in braccio una bimba di neanche due anni, e mi chiede cinque dollari per comprarle il latte. Io dico di no. Il discorso è sempre lo stesso: darli a lei implica innestare una serie infinita di richieste. Restiamo meno di una mezzoretta in loro compagnia, poi risaliamo sulle moto, e ci seguono anche altri due centauri, che si sono intrattenuti tutto il tempo con Cesar.
Passiamo davanti al palazzo presidenziale, e poi riprendiamo il sali scendi che rappresenta una delle tante costanti del territorio di Port au Prince. Mi riporta alla mente i giri con il pickup di Evel dei primi giorni, mi sembra passata una vita. Ad un certo punto ci fermiamo dinanzi un cancello verde e bianco, aspettiamo che ci aprano e ci accolgono due vigilantes molto scortesi, al punto che ci fanno lasciare le moto fuori. Chiedo a Ton dove ci troviamo, e lui mi dice che siamo arrivati all’Ospedale Generale. Rabbrividisco. Significa Morgue. Significa obitorio. Significa una montagna di corpi abbandonati a cui Padre Rick dà la benedizione e una sepoltura.
L’ODORE DELLA MORTE
Camminiamo e ci lasciamo alle spalle un primo edificio, poi svoltiamo a destra e ne costeggiamo un secondo. Iniziano quindi una serie di container, che superiamo uno ad uno. Poi appare la scritta: Morgue. Entriamo e la prima cosa che percepisco è un odore molto acre. Sembra di entrare in una macelleria che propaga il fetore all’ennesima potenza. E mai sensazione è stata più veritiera. Usciamo subito dopo. Padre Rick manda i due ragazzi unitisi a noi dopo la breve sosta nella cattedrale a comprare le sigarette. “Io non fumo e mi dà fastidio anche l’odore – mi dice – ma devo farlo per forza quando faccio quel che sto per fare, altrimenti vomito”. Arrivano le sigarette e ne prendono un paio a testa. Mi invitano a fare altrettanto, ma io dico no.
Siamo pronti, entriamo uno a uno: Padre Rick fa da apri fila, poi Cesar, Ton, i due ragazzi della cattedrale, e infine io. Percorriamo un piccolo corridoio ed iniziano una serie di celle frigorifere. Ci fermiamo dinanzi alla prima, ci segue un portantino che si fa avanti e ci apre la porta. A questa vista uno dei due ragazzi della cattedrale si volta di scatto, indietreggia per raggiungere l’uscita ma non fa in tempo e vomita sul corridoio, poco distante da me. Padre Rick entra dentro, io rimango sull’uscio, insieme agli altri. Inizia a proferire la formula della benedizione, e fa una piccola predica. Parla in inglese, per darmi modo di capire, e forse si rivolge soprattutto a me, così da guidare con il tono della sua voce i miei occhi a una vista tanto crudele.
Cosa ho davanti? Un’immagine vista sui libri di scuola, nella pagine che raccontano l’olocausto e le sue vittime. Quando si accendono i riflettori sugli orrori causati dal fanatismo nazionalista, e vengono fuori corpi accasciati l’uno sull’altro, senza alcun ordine. Ho davanti varie file di cadaveri, mi concentro su quelle a me più vicine. Parto dal basso. Alla mia destra c’è la gambina di una bambina, rosa rosa, che mi fa rabbrividire. Poco più su un altro corpicino anch’esso inerme, è nero ed è messo a pancia in sotto, con le ginocchiette piegate. A terra, in verticale, quasi ad ostacolare l’uscita, c’è un uomo con una sola gamba, e dal corpo scheletrico. E’ stato buttato lì senza criterio e senza pietà, con la sua presenza quasi distrugge quel pseudo equilibrio di file composte, quattro da un lato e quattro dall’altro. In vita probabilmente sarà stato un ribelle, uno fuori dagli schemi, e così nella morte. Oppure al contrario era una persona mite e ubbidiente, colpevole soltanto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha condotto una vita ai margini, ed ora la ferocia della morte lo pone come l’unica pedina fuori posto di uno scacchiere in ordine.
Mi restano impressi i corpi rinsecchiti emblemi di una vita infame, e quelli di bimbi piccoli piccoli. Riconosco il volto di un ragazzino di dieci anni, e mi sembra sereno, come se il sonno eterno lo avesse colto senza far rumore. E’ un caso raro però. Perché il più delle volte faccio fatica a isolare i corpi di ogni persona, perché sembrano fatti di una materia indefinita, e non si capisce dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Storie di sagome senza volti, senza nomi, senza identità. Pezzi di carne giacciono l’uno sull’altro, a ricordare che dalla terra siamo venuti, e nella terra ritorniamo. Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non ce l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini: mi verrebbe da definirlo così il Morgue.
A conclusione della celebrazione Padre Rick intona un canto, ed i ragazzi lo accompagnano. Passiamo alla seconda cella, ma non ricordo ciò che vedo. Ho rimosso. Non mi viene in mente alcuna immagine. Soltanto un vestitino rosso, ed un cappelletto di lana bianca con dei ricami a quadri gialli e rosa.
Riesco ad ovviare al cattivo odore poggiando sul naso una salvietta profumata alla menta. Non subisco lo shock che temevo, nel senso che riesco a resistere a tutte le funzioni nelle varie celle. Foto però no, non riesco a farne. Ho provato a domandarlo a Padre Rick quando eravamo fuori ad aspettare le sigarette. Lui mi ha risposto che doveva chiedere per vedere se era possibile, ma io non ho insistito oltre. La verità è che non me la son sentita.Olivier Laban-Mattei ha vinto il primo premio del World Press Photo 2011, categoria General news, con una foto scattata proprio alle pile di corpi dell’obitorio del Morgue all’indomani del terremoto. Un uomo vestito bianco getta cadaveri l’uno sull’altro, quasi fossero dei sacchi. Ebbene temo che io non riuscirò mai a fare una cosa del genere. Riuscirò a scriverne forse, soffrendo nel cercare di portar a galla le parole in grado non di descrivere, quanto meno di far immaginare una scena così agghiacciante, ma non sarò mai in grado di scattare una foto.
Non conservo la giusta lucidità. E poi credo che ci sia una soglia che merita di non esser varcata, perché altrimenti si rischia di toccare le corde della dignità umana, una dignità già messa a dura prova qui ad Haiti.
Il viaggio di ritorno scorre via senza che me ne accorga. Chiudo gli occhi e mi accovaccio alle spalle di Ton. Troppa polvere, troppo degrado, troppi pericoli che si materializzano ad ogni sorpasso, ad ogni tentativo di tagliare la strada ad un taptap o ad un furgone. E io non ce la faccio più. Per la prima volta da quando sto qui sento la necessità di non vedere. E forse perché oggi ho visto davvero abbastanza.







