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  • Le macerie di Haiti (3/5)

    Le macerie di Haiti (3/5)

    di Romina Vinci – Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio. L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano. Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”. Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

    PRIMO ADDIO

    Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé. Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta. E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada. Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

    THE WORKERS

    Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare. Si trattava di vigilantes e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.

    RICH DISTRICT

    Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato. Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino. Dopo ho visto i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.

    Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde. Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli. Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio. Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.
    Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale. E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

    IL SEGRETO DELL’ACQUA

    Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno. Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

    NEXT STEP

    Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano. Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista. Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.
    Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava.

    All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale, ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta e mi immergo nel nuovo contesto. Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”. E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo. Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa. Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia, però, e la dottoressa è già scomparsa.

    Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono dei grossi tegami, mi spiega che viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30. Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo). Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così parliamo tutti e tre in spagnolo.

    PADRE RICK

    E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica. Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti. E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre vent’anni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della Onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava, nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.

    “Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano ci si possa trovare di fronte, la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio. Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico. Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare. Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa. Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

    CENTO YOGURT

    Ci mettiamo a contare i letti con le persone ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt, bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica. Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro. C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati, è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato. A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio…
    Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.

    Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale e loro non hanno soldi per fargli il funerale. Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma. Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.
    E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza. Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri. Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione. Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

    KENSCOFF

    Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto. Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo. La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro. Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato. Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.
    Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori. Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”. Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere.

    PRIMO GIORNO DI SCUOLA

    Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola. Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto. Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista. Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno. Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque e difficilmente tornerò indietro. E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile: c’è una realtà parziale e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.

    Prima puntata QUI
    Seconda puntata QUI

  • Le macerie di Haiti (2/5)

    Le macerie di Haiti (2/5)

    Diario di Romina Vinci – Mi sveglio presto qui ad Haiti. Perché il tempo è scandito dalla luce del sole, e così, già alle sei del mattino, la mia stanza è illuminata a festa. Raggi inebrianti si accaniscono sul mio letto (non ci sono né persiane né tapparelle), riaccendendo in me la percezione di caldo asfissiante e di arsura che la notte – apparentemente – cela nelle sue tenebre. Sono in piedi già da svariate ore, chiusa in camera nella mia postazione web tutta intenta ad inviare mail proponendo reportage vari ed eventuali quando, ad un certo punto, mi sento chiamare. Stacco gli occhi dal pc, guardo dinanzi a me, oltre la finestra, oltre il terrazzo, e vedo comparire Daphney, tutta pimpante, percorrere la strada perpendicolare alla Delmas principale e che termina proprio all’angolo della sede dell’AUMOHD. E’ venuta a prendermi, e mi ha portato una baguette e un succo di frutta. Quando mangiare diventa un lusso, e da queste parti lo è, non ci si formalizza affatto sui capisaldi di una corretta alimentazione. Ed allora altro che cornetto e cappuccino, anche un panino imbottito di cipolla, e di pomodori lavati con chissà quale acqua, diventa il pasto più buono del mondo alle dieci del mattino, e a stomaco vuoto.

    E’ stata carina Daphney anche se, ripensandoci, ieri le avevo dato 50 dollari da cambiare, e non mi è tornato in tasca neanche un gourdes. Insomma, l’ha pagato con i miei soldi, ma il pensiero è sempre ben apprezzato. Si è fatta accompagnare dal parrucchiere, perché domani è il suo compleanno e vuole farsi la tinta rossa. Credo che abbia pagato ancora con i miei soldi, ed oltretutto non le sono bastati, e infatti mi ha richiesto altri cinque dollari americani.

    Soldi a parte è un’altra la nota dolente che mi affligge: il mio piede destro. Credo che si sia insaccato, perché mi fa tanto male, fatico a poggiarlo a terra, e camminare è una tortura, un’autentica sofferenza, passo dopo passo. Non ho svelato a nessuno in Italia questo pasticcio che ho combinato, rischierei di farli preoccupare oltremodo. L’unico con cui mi sono sfogata è stato Fabrizio, il mio tutorial/cicerone a distanza i cui consigli, nel corso di questi giorni, si sarebbero rivelati più importanti di un kit di sopravvivenza. Fabrizio vive in Messico da dieci anni, anche lui si sloga spesso la caviglia e, a suo dire, non è grave, nel giro di due-tre giorni passerà tutto. Lo spero tanto.

    COIFFEUSE

    La parrucchiera si trova quasi all’ingresso della bidonville di Delmas, poco distante dalla sede AUMOHD, ci siamo arrivate a piedi, con mio sommo piacere. Il suo negozio è un piccolo cubo di cemento pieno di crepe, posto leggermente al di sotto del livello della strada. C’è un lavabo all’angolino sulla sinistra, a fianco due caschi arrugginiti per la permanente, e davanti uno specchio che in orizzontale occupa la maggior parte della parete, ma è stretto in altezza. A completare l’arredamento qualche mensola e tre sedie. Al lato destro invece c’è un box di legno con dei cuscini adibito a panchina, dove sono seduta io ora. La parrucchiera è una ragazza della nostra stessa età, ha i capelli raccolti con un mollettone di plastica rosso e dei grandi orecchini a cerchio traforati che le incorniciano il viso. Manca acqua corrente in tutto Delmas, ed anche la sua attività non smentisce la regola. C’è un bidone al fianco del lavabo, dal quale lei prende acqua con una bacinella, per fare lo shampoo. Nel momento in cui sto scrivendo c’è un ragazzo sull’uscio. T-shirt bianca, calzoncini grigi con cavallo calato, è a piedi nudi. Lo osservo con la coda dell’occhio e vedo che anche lui mi sta guardando, chissà cosa pensa, forse si chiede come io possa esser finita lì dentro. Mi porgo la stessa domanda.

    L’ATTO DEL BERE

    Ad un certo punto la parrucchiera si allontana dal negozio, per rientrare poco dopo con due bustine d’acqua, una per me, l’altra per lei. Finalmente, al terzo giorno, sono riuscita a prendere in mano quest’acqua “impacchettata” che è tanto in voga qui. Ma è sorto immediatamente il problema, come si usa? Daphney era sotto il casco della permanente e parlava al cellulare con il suo fidanzato, non badava affatto a me. Così ho cercato la complicità della parrucchiera, la quale, appena capito il mio problema, è scoppiata in una bella risata. Mi ha mimato il gesto di rompere l’angolino della busta con i denti, per creare un foro. L’ho fatto, ed ho iniziato a “ciucciare” l’acqua. In teoria è sigillata, quindi no problem, è sicura ed è potabile da questo punto di vista. Ma come la mettiamo con il contatto della bocca con l’esterno della bustina? Meglio non pensare al numero di mani che l’avranno toccata prima di arrivare a me… insomma, per l’ennesima volta l’igiene è andata a farsi friggere.

    Seduta dalla mia postazione osservo l’andirivieni di persone fuori in strada, voglio provare a carpire come si sviluppi la vita da queste parti e così, per un po’, mi allontano dal negozio per fare delle foto. Daphney continua la sua conversazione telefonica, così io mi rivolgo alla parrucchiera mimandole l’atto di camminare, le indico la macchinetta che avevo al collo ed esco senza aspettare un suo gesto. E’ la prima volta che vado in giro completamente sola. Al termine di un cunicolo stretto stretto trovo una signora intenta ad allattare la sua bimba, cerca di avvicinarmi chiedendomi qualcosa. Io all’inizio mi impegno con quei pochi mezzi di francese che ho a disposizione per venire a capo della conversazione, ma capisco subito che non è per niente difficile, perché non esistono barriere linguistiche quando si conosce soltanto il linguaggio dei soldi e così, tempo cinque minuti, la saluto dicendole che non ho nulla. Una cosa è certa: ad Haiti, da sola, non vado da nessuna parte purtroppo. Parlando una lingua diversa, e senza l’apporto di un interprete, non sarei mai riuscita ad abbattere il muro di distanza che si innalza tra me bianca (e “ricca”) e loro neri (e “poveri”) .

    Maturando questa amara constatazione torno al punto di partenza. Mi fermo un po’ sulla porta a scrutare ciò che mi circonda quando arriva un ragazzo che – magicamente – parla abbastanza bene inglese. Così iniziamo a conversare. Ha due figli piccoli e sta aspettando che escano da scuola. Non ho ben capito però quale sia il suo lavoro, perché va subito al sodo: mi chiede se ho abbastanza soldi per pagargli il biglietto aereo, sarebbe venuto in Italia con me, lasciando qui figli e moglie… cosa non si fa per amore!
    E’ l’una passata quando la parrucchiera termina anche la messa in piega, e così facciamo rientro alla sede di AUMOHD. Per strada Daphney cammina tutta impettita, credo che si senta ammirata da tutti per il suo nuovo look. Io invece, da parte mia, continuo a contare i passi, visto che il dolore al piede non accenna a diminuire.

    LA DIVINA PROVVIDENZA

    Camminare per Port au Prince, e non solo per la bidonville, significa camminare tra le macerie, tra palazzi crollati e altri che stanno crollando. Sono questi ultimi a destare in me forte preoccupazione. Perché quando cammini, e hai la sfortuna di incrociare una macchina o una moto, hai meno di un secondo per scegliere: rimanere nella tua posizione e farti investire da loro, visto che non sono intenzionati a deviare il loro cammino, e quindi morire di una morte certa. Oppure spostarti, proprio sotto quei palazzi diroccati e fatiscenti, confidando che il buon Dio che non faccia arrivare una nuova scossa in quel momento. E quindi avere almeno l’incertezza della morte. Io prediligo questa seconda strada, anche perché non credo di aver tanta scelta!

    Rimaniamo un’oretta in camera ed io approfitto di uno sgabello per tenere il piede all’insù: la caviglia sta assumendo una colorazione violacea che non mi rassicura affatto. Poi usciamo di nuovo, direzione market (non posso continuare a fare lo sciopero della fame e della sete, oltre all’apparente esilio volontario). A piedi raggiungiamo la rue Delmas e prendiamo il fantastico TapTap. I TapTap sono dei graziosi furgoncini, scassati e colorati, adibiti a trasporto pubblico. Li fermi, ti fanno salire, e quando sei arrivato a destinazione basta bussare energicamente con le nocche delle mani sulla lamiera che li riveste per prenotare la fermata, facendo appunto “Tap Tap”. Salire su questi camioncini però è un’impresa, lo sanno bene le corna che non ho, ma che ho sbattuto costantemente sui ferri di metallo quando sono salita, quando sono scesa, quando sono risalita, e quando sono riscesa. Insomma, è vero che sono un po’ tarda a capire, ma qui non c’è una cosa, e dico una, dotata di un minimo confort.

    DAPHNEY

    Stare con Daphney è strano, perché non riusciamo a parlare , eppure sta sempre con me. Il punto però è che con i soldi se ne sta approfittando, e forse anche troppo. E’ vero infatti che ieri mi ha portato a pranzo a casa sua, però è anche vero che io le ho fatto cambiare 50 dollari, e non li ho visti. Idem per i 50 dollari che le ho tirato fuori il primo giorno. Superfluo precisare che al club ha pagato lei per tutti, con i miei soldi ovviamente. Prima, mentre parlavo su Skype con i miei, lei aveva aperto l’armadio dove ho poggiato la valigia e lo zaino, non voglio dire che avesse intenzione di frugare, anche perché l’ho fermata in tempo, rimproverandola. Poi siamo andati a cambiare di nuovo il denaro, prima di fare la spesa, e questa volta le ho fatto credere di avere solo banconote da un dollaro, e a quanto pare sono bastate, persino avanzate, per le mie compere. Cosa significa? Che devo darmi una regolata, anche perché se continuo così questi mi spennano, e sono solo tre giorni che sono qui.

    THE STORM

    Facciamo appena in tempo a rientrare a casa che si scatena una violenta tempesta, ed il cielo così offuscato amplifica l’idea di degrado che percepisco in ogni dove e in ogni quando. Verso le 17.30 decidiamo di spostarci a casa di Daphney, e per farlo lei chiama il nostro driver “di fiducia”, quello che con la sua moto ormai ci scarrozza dappertutto, e che si sta arricchendo alle nostre – pardon mie – spalle. Questo giochetto infatti è abbastanza remunerativo per il fortunato centauro: 20 dollari haitiani a tratta.
    Piove a dirotto, e ad ogni curva temevo di finire a terra, di piombare sul fango mettendo ko anche l’altra gamba. Invece fila tutto liscio. Sta già calando la sera quando arriviamo a destinazione. Le sorelle di Daphney ci accolgono senza troppa enfasi, sono sedute sul letto a vedere la televisione, e ci aggiungiamo anche noi. Credo che anche la tv sia un bene di consumo non accessibile a tutti, l’ho intuito dal fatto che più di qualcuno è entrato e, per un po’, si è inserito all’interno di questo quadretto familiare così estraniante dal mio punto di vista. C’è un momento addirittura in cui siamo in nove seduti su quel lettone, tra bambini, mamme e non meglio dichiarate terze presenze.

    CHUCK NORRIS

    La piccola televisioncina è l’unica fonte di luce nella stanza (visto che non esistono lampadine) e trasmette le avventure di Chuck Norris, in francese. Non posso fare a meno di pensare alla vita che queste persone conducono e mi trovo a giudicare il loro non fare niente, biasimando quell’apatia che li contraddistingue, quel fermarsi ed osservare il tempo che scorre, senza intervenire, senza dire la propria, senza alcuna volontà di riscatto. Come fanno ragazze di venti-venticinque anni, a non aver una occupazione? A passare la maggior parte del proprio tempo chiuse in una stanzetta di quattro metri quadrati, senza luce, alternando il dormire alla tv? I bambini non smettono neanche per un secondo di girarmi intorno chiedendomi soldi, io scuoto la testa decisa, a volte anche infastidita, eppure le mamme non fanno nulla per richiamarli anzi, è come se ne avvalorino le richieste. Non è con l’elemosina che si va avanti, e non sarebbero stati i miei due tre dollari a cambiare le loro vite.

    Tutto il contesto che si è venuto a creare mi fa sentire abbastanza a disagio, anche perché non riesco a capire nulla dei loro discorsi. Dopo un po’ arriva Jhonny, e finalmente mi tranquillizzo un po’, quanto meno ho un interlocutore con cui scambiare due parole. Jhonny mi racconta alcuni aneddoti del suo lavoro nel fastfood, di come a volte faccia turni anche di dodici ore per una paga misera che sovente tarda ad arrivare. Parliamo di Michel Martelly, il nuovo presidente chiamato a sollevare le sorti di Haiti ma su cui lui, a differenza di molti suoi amici, non nutre tante speranze. E poi fa leva sulla sua fede, una fede pura, basata sulla lettura delle Sacre Scritture, di quella Holy Bible che in molti nel mio paese – io per prima – non hanno mai letto in versione integrale. Nel frattempo intorno a noi si è creato molto movimento, la stanza è un andirivieni di persone, e io non riesco a capire il fine ultimo di quel girovagare.

    BLACK OUT

    Tutto d’un tratto sento un forte tuono, la tv si spegne di colpo e così anche la poca luce che emanava si dissolve. L’oscurità ci sommerge. Il buio del buio fa paura. Razionalmente la situazione è terrificante, io tengo le mani ben salde sulla borsa, con la destra cerco di aprire la cerniera per prendere la mia torcia tascabile, la sinistra invece la muovo in su e in giù, quasi a fare da scudo ai movimenti dell’altra. Jhonny continua a dirmi di stare tranquilla, e che per loro è normale non vedere niente a un palmo di distanza. Io provo a mascherare la mia inquietudine, ma temo di non esserci riuscita.

    Lui mi chiede il numero di Evel, lo chiama spiegandogli la situazione e gli chiede se può venirmi a prendere. In meno di dieci minuti Evel arriva, Jhonny mi prende la mano e mi guida nel buio, attraversando la stanza per trovare l’uscita e raggiungere la strada. Nelle tenebre i fari accesi del pick up di Evel sembrano gli occhi di un gatto nero che ti folgora al suo passaggio. Saluto Jhonny in tutta fretta, senza neanche ringraziarlo. Per salire nell’auto tento di usare la gamba sinistra, con tutte e due le mani afferro la maniglia posta sopra lo sportello per darmi la spinta con le braccia e far forza fino ad arrivare all’alto sedile, ma qualcosa va storto perché sento un dolore acuto provenire dalla gamba malconcia. Oltretutto capisco di aver messo il piede dolorante dentro una pozzanghera che deve essere profonda perché subito sento il calzino bagnato.

    IL POLLO MANCATO

    Oggi la giornata ha preso una piega diversa dalle precedenti. Questa mattina ho chiesto a Evel di intervistarlo. Volevo anche vedere questo fantomatico “quartiere dei ricchi” di cui più di qualcuno mi ha parlato. Lui mi ha dato la sua piena disponibilità, l’intervista a mezzogiorno, e poi mi avrebbe portato in giro. Subito chiamo Daphney, le faccio gli auguri (oggi è il suo compleanno), e le dico che ci saremo viste direttamente nel pomeriggio, perché la mattina avevo da lavorare con Evel. Forse lei non capisce, o fa finta di farlo, fatto sta che dopo un po’ si presenta nella mia stanza, dicendo che dovevamo andare al supermercato a comprarle il regalo. La sera prima, mentre eravamo sedute tutte sul letto di casa sua e la tv trasmetteva Chuck Norris, ha iniziato a dire che si aspettava da me un bel regalo, e che voleva un chicken, il pollo.

    A me è sembrato un po’ strano lì per lì, l’ho chiesto anche a Jhonny cosa significasse, perché se si trattava di comprare un qualcosa da condividere con il resto della famiglia beh…mai regalo sarebbe più indovinato. Jhonny però tergiversava sulla cosa, e si limitava soltanto a dirmi che il “chicken” è molto grande. Che volesse fare una festa per sfamare tutto il quartiere a spese mie? Tuttora continuo a non avere idea. Perché camminando per strada mi è capitato in più di qualche occasione di vedere persone che portavano per le zampe galline a testa all’ingiù, ma non credo che un bipede di quella dimensione possa costare un occhio della testa!

    Daphney invece sostiene che ci vogliano almeno 50 dollari per comprare il suo regalo. Mi fa vedere la lunghezza con le mani, altro che gallina, sembra una porchetta intera. Le faccio presente che ne ho soltanto 20 di dollari e devono bastarmi fino a domenica. Lei allora ridimensiona la dose, mi dice di dargliene 10 e sarebbe andata a fare la spesa da sola, ma io a quel punto mi rifiuto. Non mi piace questa gara al ribasso, le avrei comprato qualcosa da sola, magari facendomi consigliare da Evel. Se ne va via a testa bassa, triste, c’è rimasta molto male. Forse sono stata crudele, però non mi fanno impietosire queste persone, perché non si vive nella perenne elemosina. Non c’è futuro.

    ALLA SCOPERTA DI PORT AU PRINCE

    Evel è schierato in prima fila per combattere questa forma mentis acerba che chiude la sua gente nel vicolo cieco della sussistenza. E’ molto in gamba lui, ho capito però che ha una concezione del tempo tutta sua. Il nostro appuntamento infatti si è posticipato alle 15. L’intervista è durata tre quarti d’ora abbondanti, 45 minuti in cui ho fatto domande e ricevuto risposte esclusivamente in inglese: bene bene. Dopo mi ha chiesto se volevo andare con lui e Gaelle, la sua segretaria, al quartiere di Petionville. “E’ un giro breve”, mi assicura. Talmente breve che è durato cinque ore.

    Abbiamo girato Port au Prince il lungo e il largo. Dove non è passato il terremoto è rimasta un’estrema povertà sub-esistente. Tante troppe baracche, tante troppe macerie, tanto troppo degrado. Mi portano in downtown (il centro della città che se non altro può vantare di avere la maggior parte delle strade asfaltate), a vedere quel che un tempo era il palazzo presidenziale, progettato su modello dell’Eliseo, e che è crollato su se stesso il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Poi l’asfalto torna a lasciare il passo al terriccio, alle buche, ai sassi. Facciamo una breve sosta in AUMOHD, poi di nuovo in strada, per accompagnare a casa due vecchietti. Condotti a destinazione prima l’uno e poi l’altro, ci fermiamo dinanzi ad una banca e sale una ragazza. Ho capito soltanto successivamente che si tratta di un’impiegata sprovvista di macchina e ogni giorno chiede a qualcuno di accompagnarla a casa.

    Abita nella municipalità di Peguyville, non il quartiere ricco a cui io faccio riferimento, ma in ogni caso benestante, già solo perché ci sono le case. Il problema è che, essendo un posto “agiato”, tutti hanno le macchine e quindi ci abbiamo messo quasi due ore, intrappolati nel traffico, per fare pochi chilometri. Ripeto e ribadisco che attraversare questi posti di notte è assurdo, la gente si riversa per strada, le strade pullulano di persone che non si vedono, perché nero su nero si mimetizza, gli incidenti si sfiorano ad ogni passo d’uomo, perché quando attraversano la strada i pedoni si vedono – e si cercano di evitare – soltanto all’ultimo momento.

    UN: UNIT NULLE

    Se c’è una cosa che mi ha lasciato riflettere più di tutti però è il forte risentimento che Evel nutre per la MINUSTAH, la missione dei caschi blu dell’Onu iniziata nel 2004 e che tanto ha fatto parlare di sé per violazioni e abusi sulla popolazione locale, ritenuta persino responsabile del propagarsi dell’epidemia di colera che ha devastato Haiti nell’ottobre 2010. Già nel corso dell’intervista Evel non aveva celato le sue titubanze ed anche lo sdegno nei confronti dei soldati. Poi per strada ci siamo imbattuti in un mezzo del Brasile, ed è stata la fine. Perché la camionetta pretendeva che gli si facesse spazio per raggiungere l’altra carreggiata della strada. Evel ha iniziato ad inveire e a scalpitare urlando: “Che cosa volete? Che cosa fate? Qual è il vostro scopo?”. Io comprendevo la sua ira, quel che lui non capiva però è che non ha senso prendersela con quei cinque ragazzi, non erano certo loro ad aver scelto di venire qui.

    Per un attimo però ho avuto paura, perché quei militari erano armati con arma lunga, la lotta era impari, ma non si sa mai. Anche l’impiegata di banca seduta al sedile posteriore confermava le parole di Evel, dicendo che i caschi blu vengono ad Haiti soltanto per prendere soldi e andare in giro con macchine lussuose, ma che in concreto non fanno nulla per aiutare la popolazione. UN significa Unit Nulle mi ha detto Evel, sostenendo che gli haitiani li hanno soprannominati così. Insomma, una missione di pace che genera solo scontento: cambiano i posti, cambiano gli scenari e cambiano gli angoli disperati del mondo, ma il claim resta sempre lo stesso. They do nothing.

    ALLARME FUNESTO

    Si sono fatte le 21 intanto quando stiamo per tornare alla sede dell’AUMOHD, Evel mi chiede se voglio andare a casa di Daphney, ma dico di no. E’ tardi, avrei costretto anche lui ad aspettarmi, e poi per far cosa? Ho provato a chiamarla più volte nel pomeriggio, ma non mi ha risposto.
    Così Evel mi riaccompagna a casa, mi saluta, ci diamo appuntamento all’indomani e poi va via. Alle 22.30 succede quel che non mi aspetto. La connessione internet si interrompe, ed inizia a suonare un allarme. Un misto tra incredulità, tensione e terrore mi assale. E se fosse entrato qualcuno? Se qualcuno stia frugando giù nello studio di Evel? Cosa faccio io? Sale in me la paura, il cellulare è scarico non posso chiedere aiuto. Per non saper né leggere né scrivere mi chiudo a chiave in camera. La finestra è aperta, ma le grate di ferro sono chiuse, dovrei essere protetta. Ma cosa faccio? In teoria se si tratta di un allarme Evel dovrebbe essere avvisato via cellulare, altrimenti che allarme è, suona e basta? Certo che i connotati per un film dell’orrore ci sono tutti: io sola, in un posto dimenticato da Dio, senza punti di riferimento, senza telefono e senza via d’uscita. La ragione mi invita ad allontanare tutti questi pensieri apocalittici: potrebbe semplicemente essere saltata la corrente. Ma in questi casi cosa si fa? Dovrei prendere la torcia, scendere giù e raggiungere l’impianto della corrente posizionato sotto le scale, cercare l’interruttore e vedere se è tutto apposto o meno. Troppo difficile. Anche perché Evel mi aveva detto che questo posto è sicuro, e che di notte c’è la vigilanza. Ora mi chiedo: dove sono i vigilantes? No, ho deciso, rimango chiusa in camera, non esco neanche per andare in bagno. Cercherò di addormentarmi con questo rumore, non fa niente, in fondo basta farci l’orecchio.

    Link Prima Parte de Le macerie di Haiti

  • Safari Tour de Tepito @Mexico City

    Safari Tour de Tepito @Mexico City

    Un documentario breve ma intenso sull’esperienza del Safari Tour di Tepito, il barrio (rione) ribelle di Città del Messico che è una zona selvaggia e sconosciuta come la giungla. Per sopravviverci il tour è indispensabile, ma serve soprattutto ad apprezzare il patrimonio culturale immenso di questo quartiere spesso stigmatizzato, temuto e maltrattato da messicani e stranieri. ME XI CO – TE PI TO – “Molti messicani parlano male di Tepito, ma non si accorgono che ormai il Messico viene visto da fuori come il Tepito del mondo”

    “Zafari de Tepito”
    Emaupm Productions
    Un documental dentro de Tepito, en el cual el señor Alfonso Hernandez (Guia del Safari) nos habla sobre los puntos más importantes del llamado “Barrio Bravo”,en donde conoceremos su historia, su cultura, religión, asi como algunos de los personajes mas singulares de este barrio.
    -ESTE DOCUMENTAL NO TIENE FINES DE LUCRO-

  • Salvador: Film Completo di Oliver Stone

    Salvador: Film Completo di Oliver Stone

    Guerra civile a El Salvador e guerra fredda nel mondo, il potere e il popolo, il giornalismo e la guerriglia, l’omicidio di Oscar Romero o monsignor Romero, arcivescovo di San Salvador 1977-1980. La pellicola, del 1986, è doppiata in italiano.

    Nota da YouTube: Pellicola del grande Regista girata in Messico, gli interni negli studi cinematografici nord americani. Tratta la storia, un pochino romanzata, di un giornalista, inviato ne El Salvador, durante la guerra civile. La pellicola e’ introvabile. Tutte le copie si sono esaurite.

    Per chi lo volesse vedere in spagnolo, link: http://www.youtube.com/watch?v=–5Sn88bS_0 anche se non è editata benissimo questa versione…

  • Foto-Expo a Milano: Burlesque Vodoo by Zoe Vincenti

    Foto-Expo a Milano: Burlesque Vodoo by Zoe Vincenti

    Dopo il video guarda alcune foto direttamente sul sito di ZOE, LINK e poi l’8 marzo all’inaugurazione della mostra!

    Segnalo il blog dell’amica fotografa Zoe Vincenti QUI

    A photographic journey about the “Retrò” lovers in Italy.
    Burlesque performers, gangsters & gentlemen, pin up and Fellinian appearances. A phenomenon that is spreading around the globe. Perhaps the desire to return to the carefree and fabulous 50’s, has fed this “flashback” that continues to grow more and more both between common people than among the upper classes.
    This work was done from the end of 2009 to 2010. This is an on going project.
    A special thanks to Voodoo de Luxe!

    © all rights are reserved to Zoe Vincenti 2010

    FOTOGRAFIE DI ZOE VINCENTI
    MOSTRA A CURA DI ARIANNA RINALDO

    JPG PHOTO FOOD GALLERY

    inaugurazione 8 marzo 2012 ore 19:30

    In mostra fino al 30 Aprile 2012

     JPEG inaugura la stagione 2012 aprendo con la mostra “Burlesque Voodoo” di Zoe Vincenti. Durante l’inaugurazione avremo il piacere di assistere ad un assaggio dello show di Cleo Viper, tra le più intriganti performer della scena Burlesque europea ed americana! La mostra fotografica, come sempre, è a cura di Arianna Rinaldo.

    Da sempre attratta dalle sottoculture, dalle tribù metropolitane e dall’ umanità “non allineata” sono entrata in contatto con il mondo del Neo Retrò e del burlesque proprio nel momento in cui, da movimento underground e di nicchia si è trasformato in fenomeno di massa. Ho conosciuto i ragazzi della Voodoo De Luxe (ora una delle agenzie di Burlesque più famosa in Italia) durante una delle loro prime serate a Milano. Questo incontro mi ha aperto le porte di una realtà molto estesa nel tempo e nello spazio, qui in Italia e non solo. E’ stata  da subito fascinazione, non soltanto per quello che i miei occhi potevano vedere, ma per l’intera aura che avvolgeva ognuno dei personaggi che incontravo di volta in volta. Non c’è solo il burlesque e l’amore per lo stile Retrò, c’è un’ intero stile di vita dietro ad ognuna delle persone che ho conosciuto. Ho cercato di raccontare quanto sia forte la sensazione di essere altrove in questi incontri, di come queste persone vivano come in una realtà parallela a quella contemporanea quando si trovano assieme. La tribù dei Neo Retrò ha il suo mondo, i suoi riti, i suoi codici e in queste immagini ho voluto mostrarne una piccola parte. Questo lavoro nasce negli ultimi mesi del 2009 e si sviluppa lungo tutto il 2010.

    Zoe Vincenti nasce a Milano nel 1975, dove attualmente vive e lavora. Si diploma in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e dal 1996 inizia ad esprimersi con il mezzo fotografico. Il primo approccio con la fotografia è di tipo artistico e i suoi lavori raccontano del rapporto tra sé, i luoghi ed il proprio corpo. Nel 1998 espone al festival Enzimi e successivamente alla Biennale dei giovani artisti dell’Europa e del Mediterraneo a Roma. Dopo 7 anni in cui viaggia per Italia e Europa come performer in una rock band, nel 2008 torna a lavorare con il mezzo fotografico, questa volta con un approccio più documentaristico collaborando come freelance nell’editoria, discografia e sviluppando progetti personali legati a storie e temi sociali.  Website www.zoevincenti.com

    Le sue immagini sono state pubblicate su diversi magazines nazionali ed Internazionali: The Oprah Magazine (Usa), Wirtshafts Woche (De), Tempo(Tr), A/Anna (It),  Wired (IT), Playboy (It), Cosmopolitan (It),Internazionale (It), Riders (It), D Repubblica (It)

    Un ringraziamento speciale all’agenzia Voodoo De Luxe senza la quale questo lavoro non sarebbe stato possibile.

    In occasione dell’ inaugurazione  JPEG ha il piacere di presentarvi l’incredibile performer:

    CLEO VIPER  BURLESQUE PERFOMER      www.cleoviper.com

    Performer Burlesque acclamata in tutta Europa, ha studiato nelle più’ prestigiose Scuole di Teatro, prima di trovare la sua dimensione ideale nel mondo fatto di luci, colori e pajettes del Burlesque. Cleo Viper ha uno stile particolarissimo, che richiama il clima dark e noir dei primi decenni del ventesimo secolo, trasportando lo spettatore in un mondo di magia e mistero, che fa riscoprire sensazioni rare e preziose. In particolare nel suo show “il Corvo” Cleo e’ ricoperta da un maestoso costume ricco di piume e perle…rigorosamente in nero, per uno striptease dalle tonalità oscure e tenebrose, dolcemente malinconico. Ne “La Marinaretta” invece, il personaggio viene direttamente dagli scoppiettanti anni anni ’30: una marinaretta maliziosa ed un po’ imbranata, che ricrea il clima di goliardia e bravate tipico delle balere e dei porti piu’ animati del periodo.

    * tutte le immagini in mostra sono in vendita. Per maggiori informazioni contattare :   zoevincenti@gmail.com   info@jpeg-milano.it   tel. 02 89 09 22 80  –  JPEG PHOTO FOOD GALLERY        corso Italia , 22 Milano     02 89092280        www.jpeg-milano.it

  • Carmilla, No Tav e la repressione

    Carmilla, No Tav e la repressione
    VIDEO Polizia sfonda vetrata bar a caccia dei NoTav – Presento due articoli sui fatti recenti in Val di Susa firmati da Sandro Moiso ma rappresentativi della visione di CarmillaOnLine – Visita anche http://www.notav.eu/

    ARTICOLO: FECCIA ROSSA di Sandro Moiso – CarmillaOnLine

    Reporter: ”C’è il diritto di cronaca”
    Poliziotto: ”Per adesso no”

    E’ ormai evidente che la partita che si sta giocando in Val di Susa va ben al di là delle istanze ambientali, locali e anche di condanna dello sperpero di denaro pubblico su cui è cresciuta, fin dagli anni novanta, la mobilitazione del popolo No Tav.

    Oggi, tra Chianocco, Bussoleno e l’area destinata al prospetto preparatorio per il mega-tunnel ferroviario, si gioca il futuro dei rapporti tra cittadini e stato e tra capitale e lavoro.
    Non solo a livello nazionale, ma, anche, a livello europeo.

    Era inevitabile che la peggiore crisi affrontata dal sistema economico capitalistico occidentale dovesse dare luogo ad una radicalizzazione dei conflitti sociali ed ad un irrigidimento delle posizioni di chi è portavoce, esecutore e profittatore degli interessi del capitale finanziario internazionale.
    La democrazia, ammesso che quella parlamentare possa definirsi come tale, vive di compromessi e di margini, per quanto stretti, di manovra politica ed economica, ma oggi tali margini non esistono più. Il governo dei banchieri, dietro cui si nascondono i nani della politica italiana di ogni colore, non può più ammettere alcuna concessione nei confronti delle richieste provenienti dal basso.
    La separazione tra alto e basso infatti non è mai stata così netta, così definita.

    Marx con la previsione dell’impoverimento progressivo del proletariato e della classe operaia ha vinto, ma un circo infinito, e scadente più di quello di Moira Orfei, cerca di distrarre l’attenzione da ciò per convincerci ad accettare ancora una merce scadente, scaduta e priva di qualsiasi garanzia. Clown, ballerine, trapezisti novantenni, prestigiatori da strapazzo, leoni sdentati e spelacchiati occupano il centro di uno spazio mediatico attorno al quale il pubblico, anche meno smaliziato, non può far altro che sbadigliare o allibire per la scarsa o nulla qualità del programma proposto.

    Rimangono efficienti soltanto i domatori, con le loro fruste e con le loro pistole che usano, senza riguardo e con cinica violenza, su chiunque osi interferire con tale programma.
    Tutta la retorica nazionalista e populista viene dispensata a larghe mani per giustificare la repressione e la cancellazione definitiva di qualsiasi forma di resistenza e di lotta.
    L’orrido populismo pasoliniano del “poliziotto figlio del popolo” viene sbandierato insieme all’encomio per il carabiniere (“figlio di operai”) che ha sopportato la terribile provocazione di essere stato chiamato “pecorella”.

    Ma il cattivo è già stato fermato e, come ai tempi della banda Dooley & Dalton o del brigantaggio post-unitario, la foto della sua cattura è stata diffusa con orgoglio.
    Che schifo!
    Ma questo schifo, questa violenza, quest’opera di macelleria sociale, che oggi si consuma anche sulle carni di coloro che resistono al più sfrontato degli attacchi e alla più immotivata delle spese, non potranno far altro che rafforzare ed ampliare la volontà e il fronte di chi resiste.

    E questa resistenza ha già prodotto un autentico capolavoro poiché tutti i leader politici hanno dovuto gettare la maschera e mostrare il loro vero, unico volto: quello della protervia del potere, dello stato e del capitale finanziario.
    Il fuoco di fila lo aveva aperto una settimana fa il solito D’Alema, come presidente del Copasir; seguito a ruota da Bersani, Alfano, Bossi e anche da coloro che, come Di Pietro e Vendola, fingono di suggerire qualche possibile trattativa per poi condannare, innanzitutto, qualsiasi offesa ai pennivendoli di regime e qualsiasi resistenza nei confronti delle uniche , vere forze del disordine.

    Tanto la trattativa proposta non può essere costituita che dall’offerta del solito, immangiabile piatto di lenticchie. Tanto in Val di Susa quanto sul piano dei futuri contratti lavoro.
    Ed è sicuramente ridicolo chi, come Corradino Mineo, invoca il bon ton da parte di chi fa informazione, pur difendendo tutte le ragioni di chi vuole continuare ad arricchirsi sulla pelle di milioni di giovani e di lavoratori.

    Meglio chi ci chiama Feccia Rossa.
    Siamo orgogliosi di essere Feccia Rossa, come i Comunardi o gli insorti di Amburgo e Berlino del primo dopoguerra, come gli operai delle magliette a strisce degli anni sessanta e i giovani guerrieri disordinati e colorati degli anni settanta.
    Di là delle nostre linee non vediamo altro, però, che servii e cani da guardia fascisti del capitale finanziario internazionale!

    DISTRUTTO DI POLIZIA di Sandro Moiso – CarmillaOnLine

    Luca_traliccio2-.jpgDa qualche tempo le bancarelle dei libri usati stanno facendo un sacco di affari con me.
    Vado lì e scarico un sacco di libri. Sono tutti polizieschi o, meglio, poliziotteschi.
    Ma come, dirà qualcuno, non eri tu il fissato con i gialli, le crime novel, i noir?
    Certo…e allora? A me gli sbirri hanno rotto le palle.
    In tutte le forme e in tutti i sensi.
    Chiaro? Punto e stop.

    E allora basta con gli sceriffi buoni di Elmore Leonard, i cavalieri blu, i chierichetti o i ragazzi del coro di Wambaugh.
    Senza mancare di citare gli italiani.
    Sì, quelli scritti da poliziotti veri che poi, magari, qui e là citano anche Woody Guthrie, tanto per fare i piacioni democratici.
    Per non parlare dei legal thriller (mai apertone uno comunque) o di quegli orrori letterari rinchiusi nei romanzi dove primeggiano le anatomo-patologhe.

    Sempre problematiche loro: sesso, coppia, carriera… mica si fan mancare nulla per fingere di avere anche una psiche.
    Già perché la moda, da parecchi anni oramai, è questa: riempire di strazi famigliari, sessuali, carrierali (sì, sì non si dice , ma ci sta..) i protagonisti di storie dove la giustizia (borghese) deve sempre trionfare sul male.

    Anche quando se ne tracciano i contorni sociali, questo male è sempre e solo proprio un cancro.
    Che va sradicato, igienizzato, ripulito…insomma coraggio fatti ammazzare!!
    Da uomini e donne che sono come noi, che hanno i nostri stessi problemi: corna, figli, delusioni.
    Eh già, comodi così: fate sempre come cazzo vi pare e poi vi lamentate anche.
    Il pubblico deve commuoversi, appassionarsi…maledetta Hill Street giorno e notte che ne lanciò la moda televisiva. E anche Robert McKee che ne fu lo sceneggiatore e con cui nel ’91 ho pure fatto un corso di sceneggiatura.

    E poi l’87° distretto di McBain, con tutti quei poliziotti buoni, magari con la moglie cieca o muta o altro ancora. Dagli accattivanti nomi italo-americani e sempre disponibili a proteggere i deboli e ad ammazzare, quasi sempre per forza, i cattivi. Balle…come sempre.
    Senza contare che, in Italia, ci fanno anche il film problematico, come ACAB, con il poliziotto che vede il marcio tra i colleghi…ma alla fine, si sa, siamo tutti creature di Dio e, quindi, fratelli.
    Ma va, vatti a nascondere! Sparisci… eccheccazzo!!

    Così alla fine mi sono tenuto solo quelli di Hugues Pagan, Didier Daeninckx e Frédéric Fajardie, tutti ex-sessantottini non pentiti, i cui poliziotti spesso si suicidano a degna conclusione di una vita di merda. Ma il soggetto, il poliziotto in tutte le sue declinazioni letterarie, televisive e cinematografiche è così irritante che anche un genio assoluto come Jean-Patrick Manchette finì col perdere un po’ di smalto proprio nei pochi testi in cui provò a mettere in pista un poliziotto

    callaghan.jpgDi quelli televisivi attuali si è fatto l’elenco qualche giorno fa proprio qui, sulle pagine di Carmilla, e non vale più la pena di parlarne. Anche se mi piace ricordare che l’immagine rassicurante del commissario Maigret e della sua consorte, interpretati in Italia da Gino Cervi e Lina Volonghi, fu rapidamente cancellata dalla mente della mia generazione dalle cariche dei celerini e dai nervosi agenti della Digos che, nelle automobili senza segni di riconoscimento, seguivano i cortei della fine degli anni settanta stringendo nervosamente in pugno i fucili a pompa.
    Shotgun se vi piace di più l’inglese (Torino, Piazza della Repubblica, 1977 o 1978).

    Di solito quello fu sempre il massimo del dialogo che riuscirono a dimostrare con i movimenti antagonisti. Come in via Fracchia a Genova oppure con Pinelli a Milano.
    Eppure il fatto che Gino Cervi abbia prestato il volto a Maigret e a Peppone, l’irriducibile stalinista del PCI, non mi dispiace, anzi sembra suggerire qualcosa ancora valido oggi.
    Soprattutto se penso a Pinocchio D’Alema mentre discetta di ordine pubblico, rivendicando il suo ruolo di presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica), con Monti.

    maigret.jpgCome direbbe il poeta zen in un suo haiku: Eppure, eppure
    Eppure oggi il dilagare di telefilm e letteratura poliziottesca sembra aver assorbito al proprio interno qualsiasi altro tipo di realtà, con tanto di dibattito critico-letterario sul fatto che la letteratura noir abbia sostituito il romanzo realistico nella descrizione della realtà contemporanea.
    Ok, se per noir intendiamo gli autori sopraccitati con l’accompagnamento di un André Héléna o di altri come MassimoCarlotto o Serge Quadruppani o ancora, se vogliamo andare più indietro nel tempo, di un Jim Thompson o di un Cornell Woolrich.

    peppone.jpgTutti autori che non hanno mai, o quasi, avuto dei poliziotti o degli ispettori come protagonisti, ma che, anzi, spesso li hanno visti solo come antagonisti, nemici, cattivi.
    Poliziotti che si arricchiscono con traffici loschi oppure che perseguitano la plebe delle metropoli, spesso, solo per esercitare il piacere sadico del dominio. E da questo punto di vista sia sempre benedetto il film Vivere e morire a Los Angeles di William Friedkin.

    Eppure, eppure oggi si celebra con magniloquenza Mani Pulite e l’infinita retorica sull’autonomia della magistratura che servì nella sostanza soltanto ad iniziare un gigantesco e mai concluso taglio di ogni tipo di Welfare. Potremmo anzi dire che Mani Pulite servì proprio a dar vita al tatcherismo o al reganismo all’italiana.
    E a null’altro, considerato il successivo sviluppo di ogni forma di corruzione politica, sociale e mafiosa. Come l’attuale sentenza del processo Mills ancora conferma.

    Una specie di non dichiarato codice Hayes, quello che nell’America della crisi del ’29 impose che i film di gangster non dovessero più esaltare la figura del bandito, ma sempre punirla con il trionfo della Legge, ha fatto sì che si giungesse ad una sorta di nuovo patto lateranense in cui la figura dell’ agente in servizio potesse addirittura essere beatificata.
    Così come si propose qualche anno addietro per la figura del commissario Calabresi.

    Oppure all’esaltazione di un immaginario tecnologico e scientifico in cui i sistemi di indagine più costosi ed avanzati permettono di risolvere con certezza anche i casi più difficili.
    Ora questo nella patria della bufala sui “neutrini più veloci della luce” e della Gelmini appare tutto piuttosto incredibile…alla faccia dei vari CSI o delle varie Kay Scarpetta.

    Eppure, eppure giovani e meno giovani corrono felici a sostenere le liste di un ex-poliziotto semi-analfabeta e del suo stretto giro di ex-magistrati, fingendo di trovare in quel populismo maldestro, degno corrispettivo della Lega Nord, qualcosa di sinistra.
    Ma va là, iateve a cuccà, non siete buoni a caricare la sveglia…come disse un comunista napoletano ai membri del VI Esecutivo allargato dell’Internazionale ex-comunista.

    L’ordine deve regnare a Berlino ed in ogni nazione. L’ordine borghese del capitale, della finanza e della proprietà dei mezzi di produzione e la diffusione della visione letterario-poliziottesca della realtà è uno strumento fondamentale per il mantenimento dello stesso.
    La lotta di classe scompare, scompaiono le classi, rimane solo un po’ di umanitarismo d’accatto come sfondo, quando va bene, di un’eterna lotta tra il Bene e il Male, tra la Giustizia e il Caos.

    chiomonte_polizia_280xFree.jpgL’ordine deve regnare a Torino ed in ogni stazione e la continua diffusione di ipotesi di complotto locale, nazionale o internazionale che sia, deve servire a cementare la coesione sociale oppure, come il solito Grande Vecchio è solito dire, l’unità nazionale.
    Così realtà e finzione letteraria si confondono, costruiscono un mondo virtuale in cui è solo la visione politica del Capitale a trionfare.

    Così i poliziotti sono democratici in Svezia come in America, a Roma come ad Atene e il nemico è sempre il demone esterno oppure la mela marcia che inquina un sistema in sé potenzialmente perfetto.
    Tu sei il male e io sono la cura, come nei peggiori film di Callaghan.
    Ma quando mai?!

    L’ordine deve regnare in Val di Susa e non importa se il capo della polizia che si associa a D’Alema nel denunciare i pericoli provenienti dalle frange anarco-insurrezionaliste e dai rimasugli dell’antagonismo degli anni settanta è il manager di stato meglio pagato.
    Loro sono i buoni ed hanno il diritto di avere anche cinque anni di sconto per andare in pensione.
    I cani da guardia vogliono sempre un bell’osso dal padrone.

    L’ordine deve regnare nel mondo e non importa se dei pescatori indiani vengono ammazzati dai marò italiani, padroni delle acque internazionali.
    L’ordine deve regnare e non importa se un piccolo agricoltore e un compagno cade da un traliccio perché è soltanto un cretinetti.
    Ma nel riscrivere il plot della storia il movimento reale non dimenticherà nulla.

    (per Luca e per tutti i resistenti sulla A32)

  • Intervista a Italo Cassa / Scuola di Pace @RadioTreSuite

    Intervista a Italo Cassa / Scuola di Pace @RadioTreSuite

    Il 28 Gennaio 2012 Italo Cassa della Scuola di Pace è intervenuto alla trasmissione radiofonica “Radio 3 Suite” in merito alle iniziative per la nona edizione del “piccolo carnevale armonico”, il carnevale dei bambini del mondo.

    La Scuola di Pace www.lascuoladipace.org

    Iniziativa Haiti Emergency:

    www.haitiemergency.org/

  • Articolo 18: le verità nascoste

    Articolo 18: le verità nascoste

    Questo è un appello promosso da giuristi e cittadini e diffuso da Studio Legale Associato (link). Ma è anche un articolo di controinformazione molto utile per capire  e centrare meglio il dibattito confuso e tendenzioso sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la riforma del lavoro al centro dell’agenda politica attuale. Meditiamo.

    Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo  e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.

    Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie,  con forte calo di ordini e  bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale).

    Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.

    Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.

    Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente   i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola –  anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito –  esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare).

    Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici –  rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a)  di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi –  l’art. 18  si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.

    E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro.

    Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.

    Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)?  Ed è proprio vero che  il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi  Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.

    La verità è che  non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi  il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano  mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori  dagli abusi.

    Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce – illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è)  possa essere esercitato in modo arbitrario  e lesivo della dignità dei dipendenti.

    Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la  “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente  non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”.

    Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi).

    E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari.

    Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli,  scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro…).

    Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.

    Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.

    Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010  “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (…) all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”.

    Cosa si vuole di più? Perché si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.

    Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

    Elenco firmatari e adesioni sito studiolegaleassociato.it

  • Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza

    Ministero Messicano della Pubblica Insicurezza


    I due articoli che presento di seguito sono stati pubblicati con alcune modifiche sul quotidiano L’Unità del 15 e del 19 febbraio scorsi e sono legati da un filo rosso (sangue), la figura del controverso Ministro della Pubblica Sicurezza messicano (SSP=Secretaría de Seguridad Pública) ed ex direttore della Agencia Federal de Investigaciones o AFI (una specie di FBI messicana), Genaro García Luna. I due testi non hanno la pretesa di esaurire i casi e le storie cui sono stati dedicati interi libri e reportage estesi in tutto il mondo. Il primo tratta la fuga dal carcere del narco-boss del cartello di Sinaloa, Joaquín “El Chapo” Guzmán il più potente e ricco del pianeta, nel 2001 grazie alla connivenza delle autorità. Si danno alcuni spunti utili anche per capire meglio i tragici fatti di questi giorni: la fuga di 30 detenuti, probabilmente appartenenti al cartello di narcos degli Zetas, dalla prigione di Apodaca della città settentrionale di Monterrey resa possibile dalla corruzione dei secondini del reclusorio e dalla mattanza provocata da questi per coprire i fuggiaschi. Risultato: la morte di 44 prigionieri del cartello rivale, quello del Golfo. Per far scappare 30 Zetas, le autorità, i secondini corrotti, la polizia, i narcos provocano una mega rissa che fa morire altri 44 uomini. Donne, famiglie, bambini e amici fuori dal reclusorio chiedono oggi giustizia, informazioni, notizie ma forse non le otterranno mai. Torniamo a Garcia Luna. E’ uno degli artefici della strategia di Felipe Calderón, il presidente, che sostanzialmente consiste nella militarizzazione di mezzo paese e nellaguerra al narcotraffico che, secondo alcune fonti, ha ormai provocato 60mila morti dal 2007 ad oggi. Altri “artefici” della narcoguerra, i ministri degli interni Juan Camilo Mouriño e Francisco Blake Mora, sono deceduti in seguito a due misteriosi incidenti con i loro “elicotteri di Stato” nel 2008 e nel 2011 rispettivamente. Sopra potete vedere la promo-foto de “El Equipo” (La Squadra), una serie TV che è stata commissionata dal Ministero della Sicurezza alla compagnia TeleVisa nel 2010 per ripulire l’immagine della polizia e oliare i meccanismi della propaganda, ma dopo la terza puntata è stata sospesa. Spesso, ed è quanto successo con la francese Florence Cassez (nel secondo articolo), le storie di alcuni casi giudiziari sono così surreali da superare qualunque fiction televisiva.

    IL CAPO DEI CAPI

    Il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, 54 anni, noto come El Chapo, ha festeggiato in gennaio una ricorrenza speciale, forse più importante del suo compleanno: la fuga dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande, nello stato settentrionale di Jalisco, avvenuta il 19 gennaio 2001.

    In prigione Guzmán godeva di privilegi d’ogni tipo, poteva fare festini con prostitute, droga e bevande alcoliche e integrava generosamente la busta paga dei funzionari del penitenziario con migliaia di dollari. Non fu quindi difficile per lui nascondersi in un carrello della lavanderia ed evadere mentre i dirigenti dell’istituto chiudevano un occhio o due, accecati dalla corruzione e dal potere del boss.

    Da quel momento il leader del Cartello di Sinaloa, operante nelle regioni bagnate dal Pacifico messicano, ha conosciuto una vera e propria rinascita e un’enorme espansione dei suoi affari. Sembrava spacciato, imprigionato dal 1993, ma in pochi anni è entrato nella lista delle persone più influenti del pianeta secondo la rivista Forbes che stima la sua fortuna in un miliardo di dollari. La sua organizzazione controlla il 65% del mercato statunitense di cocaina e droghe sintetiche.

    Dopo la morte di Bin Laden la DEA, l’agenzia antidroga USA, lo considera il criminale più pericoloso al mondo, più potente del mitico colombiano Pablo Escobar negli anni ottanta, e ha fissato una taglia di 50 milioni di dollari.

    In 8 anni di prigione il capo ha tessuto relazioni fondamentali che, una volta tornato in libertà, ha trasformato in alleanze strategiche. E’ riuscito a consolidare una federazione di cartelli della droga con ramificazioni in Colombia, Europa e USA grazie all’associazione con i boss Ismael “El Mayo” Zambada e Juan José Esparragoza, El Azul. La loro influenza s’è estesa nell’ultimo decennio da 5 a 17 stati del Messico e ha superato quella del cartello degli Zetas, formato da ex militari e particolarmente attivo dal Nord-Est del paese al Guatemala.

    Il figlio de El Mayo, “Vicentillo”, in carcere in attesa di giudizio per narcotraffico negli Stati Uniti, ha rivelato attraverso i suoi avvocati difensori il patto segreto della DEA, il dipartimento antidroga americano, e il Chapo secondo cui dal 1998 il Cartello di Sinaloa avrebbe goduto di un buon grado d’immunità negli USA in cambio di informazioni sui cartelli rivali.

    Dal 2006, ultimo anno di presidenza del conservatore Vicente Fox, l’organizzazione del Chapo s’è consolidata a scapito dei rivali del Cartello di Tijuana, del Golfo e di Ciudad Juárez che, pur non scomparendo, si sono dovuti piegare di fronte alla supremazia della federazione di Sinaloa e all’avanzata di oltre 20.000 soldati messi in campo dal successore e compagno di partito di Fox, l’attuale presidente Felipe Calderón.

    Nel contesto attuale della “guerra al narcotraffico”, con l’esplosione della violenza, oltre 50.000 morti in 5 anni e 16.000 desaparecidos, la giornalista messicana Anabel Hernández ha rivelato nelle sue inchieste le complicità tra narcos e politici. Infatti, nonostante gli spot in radio e TV annuncino una “lotta senza distinzioni”, condotta dalle autorità contro i narcos, sono sempre più numerose le voci che, invece, denunciano la relativa “preferenza” governativa per il gruppo del Chapo.

    Le reti di connivenza, impunità e corruzione vedrebbero coinvolti direttamente gli alti ranghi della polizia e persino il braccio destro del presidente, il controverso Ministro della Sicurezza Genaro García Luna, indicato come il massimo referente di Joaquín Guzmán e il “Mayo” Zambada nel cuore dello Stato.

    In vista delle elezioni parlamentari e presidenziali del luglio prossimo, un’eventuale cattura di Guzmán potrebbe rappresentare l’ultima speranza d’invertire il calo nei consensi del partito di Calderón, Acción Nacional, e di puntellare al fotofinish la sua controversa strategia di sicurezza nazionale.

    FLORENCE CASSEZ

    Florence Cassez è una cittadina francese, reclusa in una prigione di Città del Messico dal dicembre 2005 e condannata a 60 anni per sequestro di persona. La sua storia è poco nota in Italia, ma da anni polarizza l’opinione pubblica in Francia e in Messico, due paesi che vivono un momento di fortissima tensione diplomatica e politica.

    Da entrambe le sponde dell’Atlantico il “caso Cassez” è diventato emblematico per i mass media per cui anche personaggi in vista come Alain Delon e Carla Bruni, politici come il presidente Nicolas Sarkozy e attivisti come la franco-colombiana Ingrid Betancourt la sostengono.

    Tutto inizia il 9 dicembre 2005 con un montaggio televisivo. Le due principali reti nazionali, Tv Azteca e TeleVisa, trasmettono in diretta la scena di una cattura: due presunti rapitori della banda “Los Zodiaco” di Città del Messico, sorpresi in una casupola del ranch “Las Chinitas”, sono arrestati da uomini dell’Agenzia Federale per le Indagini o AFI, una specie di FBI messicana, e tre ostaggi sono liberati in diretta.

    Florence è ripresa mentre giace a terra, semicoperta da un lenzuolo, e risponde alle domande dei cronisti: “non ne sapevo nulla, non ho niente a che vedere”. Lei e il suo ex ragazzo, il locatario del ranch Israel Vallarta, diventano subito per milioni di telespettatori i responsabili di uno dei crimini più odiati e in crescita nella società messicana: il rapimento.

    Sia i media che la polizia, con il suo capo García Luna, oggi Ministro della Sicurezza nel governo del conservatore Felipe Calderón, mettono a segno un colpo propagandistico diventando i “paladini della giustizia”.

    Gli ostaggi, Cristina Ríos e suo figlio Christian, sono interrogati subito dopo la liberazione e non rivelano la presenza di una donna tra i criminali. Florence Cassez dichiara di essere stata fermata e rinchiusa in una jeep per quasi 24 ore prima di essere condotta con la forza sul luogo della messinscena. Invece Vallarta è torturato e obbligato a dichiararsi colpevole.

    Il terzo ostaggio, Ezequiel Elizalde, rende una testimonianza in cui menziona alcuni tratti riconducibili alla francese, come i capelli o il tono della voce, ma senza riconoscerla. Nei mesi seguenti le incoerenze nelle sue dichiarazioni aumentano facendo pensare a una manipolazione esterna.

    Nel febbraio 2006 Florence Cassez riesce a intervenire in un programma TV e dalla prigione grida la sua innocenza spiegando come la sua cattura e la liberazione degli ostaggi siano state parte di un montaggio. García Luna, ospite della trasmissione, è sbeffeggiato in diretta.

    A pochi giorni dall’intervento pubblico di Cassez, gli ostaggi vengono richiamati varie volte negli uffici della polizia, poi si trasferiscono negli Stati Uniti e da lì cambiano le loro deposizioni incriminando direttamente la francese.

    Solo in base a queste testimonianze nel 2008 Cassez è condannata a 96 anni di prigione e nel 2009 in appello ottiene “uno sconto” a 60. Per puntellare mediaticamente una sentenza discutibile, David Orozco, un altro presunto membro dei Los Zodiaco, accusa Cassez di esserne il capo, ma poi ritratta e si scopre che la polizia l’aveva torturato.

    Dopo la sentenza in primo grado Sarkozy, chiamato in causa dalla famiglia Cassez e alcuni media francesi, ha fatto di questo caaso un cavallo di battaglia per conquistare consensi in patria, anche se in terra azteca i suoi interventi hanno provocato tensioni nazionalistiche e scontri diplomatici a ripetizione.

    Il processo e le sentenze sono viziate da abusi, montaggi, torture, manipolazioni e falsi clamorosi, ma nulla è stato fatto per correggere la situazione. In quanto rappresentativo di una realtà vissuta da migliaia di messicani in carcere e nei tribunali, il caso Cassez mette in discussione l’intero sistema di giustizia e la strategia di “guerra al narcotraffico” del presidente Calderón che s’è affidato all’esercito e al controverso ministro Garcia Luna, collegato al Cartello di narcos di Sinaloa secondo molte indagini giornalistiche recenti.

    Il 2011 doveva essere “l’anno del Messico in Francia”, un’iniziativa ricca di eventi culturali spalmati sui dodici mesi: Sarkozy aveva deciso di dedicarlo alla Cassez innestando la reazione feroce del governo messicano che in marzo ha cancellato tutte le attività previste da lì in avanti.

    Cassez è ora in attesa di una sentenza della Corte Suprema che potrebbe liberarla, se si stabilisse la violazione del principio costituzionale del “giusto processo”, oppure confermare la pena detentiva. In questo caso resterebbero solo opzioni politiche o ricorsi internazionali alle Corte de L’Aia e alla Interamericana per i Diritti dell’Uomo.

    Per una parte dell’opinione pubblica Florence resta una “spietata rapitrice”. Molti conoscitori del caso, giornalisti e giuristi, invece, la vedono oggi come una vittima della “fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica e politica che muove le trame della giustizia messicana, inefficiente ma sempre bisognosa di capri espiatori e risultati da mostrare in un contesto di insicurezza e impunità generalizzate. [Fabrizio Lorusso @Carmilla]

    Leggi la cronologia completa del caso su Carmilla: Parte I – Parte II

  • Le macerie di Haiti (1/5)

    Le macerie di Haiti (1/5)

    [Presento qui la prima di cinque puntate di un racconto che è un diario di viaggio ma anche un reportage dal centro della rovina, dalle macerie e dalla miseria di Haiti. Storie di vita s’intrecciano a Porto Principe, la capitale del paese caraibico sconvolta il 12 gennaio 2010 dalla più grande catastrofe naturale della storia: un terremoto che ha fatto oltre 250mila vittime, un milione e mezzo di senza tetto e sfollati e che ha evidenziato tutti i limiti della cooperazione e della presenza internazionale in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia come una colonia. Nell’ottobre del 2010 arrivò anche la piaga del colera, probabilmente importata dalle truppe nepalesi dei caschi blu dell’Onu appartenenti alla controversa missione Minustah, per cui ad oggi si contano 500mila contagi e 7000 morti. Questo collage quotidiano, scandito come un diario da una giornalista free lance alla scoperta di Haiti, è un affresco della frammentata società haitiana che racconta la vita e i piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato ma a volte compiacente. L’autrice del diario, Romina Vinci, è una giornalista. All’inizio del 2011 ha partecipato al progetto che ha dato vita al libro “Polvere di sogni” su migrazione, storie di vita e intercultura ed è stata a PAP, Port-au-Prince, nel settembre e ottobre del 2011. Fabrizio Lorusso]

    Aeroporto Internazionale di Miami, 27 Settembre 2011 di buon mattino. Che fosse proprio il D25 il gate che stavo cercando l’ho capito subito, senza bisogno di leggere la Boarding Pass. Nella sala d’attesa tutte le sedie erano occupate da gente di colore: nera, non mulatta. Le white people si contavano sulle dita di una mano. Bisognava ricorrere anche al pollice della seconda, ma solo per inserire anche me. Uomini e donne in egual misura, pochi giovani, tanti adulti. Le ladies avvolte in abiti colorati, molte non rinunciavano a esuberanti cappelli di paglia. Abbigliamento più formale per gli uomini, alcuni erano in polo e jeans, ma la maggior parte indossava camicia e completo scuro. Direzione uguale per tutti: Port au Prince.

    L’ARRIVO
    L’impatto con l’aeroporto della capitale haitiana è stato surreale. Chissà, forse perché mi aspettavo di raggiungere i nastri per recuperare la mia valigia, ed invece c’era un’unica sala, dove confluivano i passeggeri provenienti da ogni dove, per la stragrande maggioranza occupata da bagagli ammassati a terra. Giusto il tempo di afferrare il mio trolley al volo che eccomi circondata da uomini che facevano a gara per catturare la mia attenzione. Alcuni tenevano tra le mani un foglio bianco con su scritto un nome, speravo di leggere il mio, ma così non è stato. “Somebody waits you” mi dice uno che mi prende a braccetto invitandomi a camminare. Io mi svincolo alla meno peggio, chi è somebody? Sapevo che non era vero. Poi mi ha affiancato un altro, si chiamava Joseph, mi ha fatto vedere il suo tesserino e neanche il tempo di reagire che già si era impossessato del mio trolley.

    Ha cercato di tranquillizzarmi, mi avrebbe condotto fino al termine del corridoio dove c’era l’uscita. Ha iniziato a parlarmi della sua famiglia, di quanto fosse difficile la vita ad Haiti, e dei suoi due figli a cui lui – me l’ha detto con orgoglio – fa frequentare la scuola. Solo i giorni successivi, ripensando a quella fugace chiacchierata, avrei capito il perché di tanta fierezza. Giunti all’uscita, di Evel non c’era traccia, Joseph me lo ha fatto chiamare con il suo cellulare, e ha aspettato con me che arrivasse. Joseph voleva venti dollari per avermi “intrattenuto” cinque minuti. Gliene ho dati quattro e lui se ne è andato imprecando. Prima regola da imparare: ad Haiti nessuno fa niente per niente. Al suo arrivo Evel, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, mi ha salutato velocemente, ha caricato la valigia nel portabagagli del suo pick up e mi ha fatto salire.

    EVEL FANFAN
    Era la prima volta che incontravo Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD. Ci eravamo scambiati al massimo tre mail nei giorni precedenti alla mia partenza, e solo una volta avevamo parlato al telefono, in un mix tra francese, inglese, spagnolo e italiano che lasciava piena libertà alla vasta gamma dei fraintendimenti. Ha esordito dicendomi che non è sicuro per una ragazza arrivare sola ad Haiti, e non scommetterebbe nemmeno sull’affidabilità dei taxi che pullulano fuori l’aeroporto, è per questo che mi è venuto a prendere.

    Saliti in macchina è iniziato il viaggio nel viaggio. Crudo, reale, malvagio. A destra e sinistra tende e accampamenti di fortuna, l’immondizia padrona incontrastata delle strade. C’era chi camminava con dei grossi sacchi in testa, tenendoli perfettamente in equilibrio. Ho chiesto a Evel cosa contenessero, e lui mi ha risposto: “Cold water”. Sono rimasta a bocca aperta. Poi ho visti altri ragazzi che tenevano in mano delle bustine colme d’acqua, come quelle che noi usiamo per congelare. Evel mi ha detto che si mettono per strada e la vendono, in questo modo riescono a guadagnare abbastanza bene, “perché tutti hanno sete”.

    Mi è rimasta impressa la musica, che si sentiva indistintamente in ogni strada, ed era difficile rintracciarne la fonte. Evel mi ha detto che anche lui ha un furgone che è una sorta di radio itinerante con cui va in giro nei quartieri per alfabetizzare le persone, è la maniera più facile per diffondere idee e notizie. La sua AUMOHD è un’associazione formata da giovani avvocati che difendono i diritti dei lavoratori haitiani, e rappresenta un unicum in questo paese.

    Eravamo fermi ad un semaforo quando un bambino si è avvicinato per chiedere l’elemosina. Evel ha azionato la sicura della macchina, e muoveva la testa in orizzontale con fermezza in segno di disapprovazione. Il bambino aveva il volto spiaccicato sul suo finestrino, e lo fissava con due occhioni che avrebbero intenerito un orso. Così Evel ha tirato giù il vetro e ha iniziato ad inveire contro il piccolo, credo parlasse in creolo, ed io sono riuscita a distinguere soltanto la parola “Ecole”. Quando siamo ripartiti mi ha detto che questi bambini si rifiutano di andare a scuola perché preferiscono vivere di elemosina. Un forte sdegno traspariva dal suo sguardo.

    AUMOHD
    Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’AUMOHD, avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.

    Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
    Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto di una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port au Prince e che, tramite me, lui voleva darle 50 dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.

    Si chiama Daphney, ha 27 anni ed un bambino di 5. E’ veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

    BIDONVILLE DI DELMAS
    E’ in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Paris Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
    Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.

    Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. E’ strano da spiegare… ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.

    Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
    E’ tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

    SECONDO GIORNO

    PICCOLO INCISO: gioia! Ho finalmente capito come ci si fa a lavare qui! Ieri infatti c’era solo il secchio grande, ed è stata un’ardua impresa che mi ha portato a risultati tutt’altro che soddisfacenti. Così stamattina, disperata e puzzolente, appena ho percepito la presenza della ragazza delle pulizie sono uscita dalla mia stanza e l’ho raggiunta in bagno. A gesti le ho spiegato il mio problema (lei parla solo creolo infatti), e mi ha fatto vedere una mini brocca, poco più grande di un bicchiere, che serve per prendere l’acqua dal secchio e versarsela addosso. Adesso sì che è tutto più semplice, son riuscita persino a fare il bucato.

    Evel mi ha chiamato a rapporto nel suo ufficio, per capire come avevo intenzione di gestire le mie giornate. Gli ho spiegato che vorrei conoscere dal di dentro la realtà della sua associazione e avere anche del tempo per poter girare un po’. Così mi ha parlato di un meeting importante a cui avrei potuto partecipare, peccato però che era previsto alle 11 ed invece è iniziato alle 15. Conclusione: ho vissuto una mattinata surreale, ero in camera, non avevo né cibo né acqua, non potevo uscire da sola (mi è stato sconsigliato in tutte le lingue del mondo) ed attendevo questa riunione che tardava ad arrivare. Evel è stato carino, mi ha dato anche una Sim haitiana, così da poter essere un po’ indipendente, però non c’erano soldi dentro, e quindi non potevo chiamare nessuno. Ieri sera inoltre mi aveva portato ad un fast food, dove avevo comprato un po’ di riso, della carne al sugo, banane fritte e una insalata di dubbia consistenza.

    Ieri sera però non ero riuscita a toccare cibo, perché il degrado visto il pomeriggio a Delmas mi aveva chiuso lo stomaco. Stamattina invece mi son alzata con un languorino tutt’altro che innocuo, così sono andata nella stanza adibita a cucina, ho aperto il frigorifero per prendere quel ben di Dio e – magicamente – non c’era più. Mi son messa alla ricerca della ragazza delle pulizie, l’unica che mi abbia rivolto parola del resto da quando sto qui, chiedendole che fine avesse fatto la mia “doggy bag”. Lei ha fatto finta di non capire e ha chiamato in soccorso le altre. In tre minuti erano diventate in sei, hanno dato la colpa ad un generico ragazzo della sicurezza (che io non ho mai visto durante la mia permanenza) accusandolo di essersi mangiato tutto questa notte, a loro insaputa. Ho risposto con un sorriso dicendo che non c’era alcun tipo di problema, e son tornata a chiudermi in stanza.

    PASTO INCANTATO
    Lo stomaco vuoto, la gola assiderata, il caldo, le zanzare , l’orologio mi ricordava che erano passate le 14 e tutto mi sembrava un nonsense. Così son entrata su Facebook ed ho mandato un messaggio telegrafico a Daphney, scrivendole: “Ho sete, ho fame e non ho soldi al cellulare, se puoi vieni”. Lei si è presentata dopo mezzora, un tipo con la moto ci aspettava fuori, e ci ha portato di nuovo a casa sua. Mi ha fatto sedere a tavola, era tutto buio e non c’era nessun altro nel misero ingresso. Di fronte a me una piccola credenza vecchia e impolverata, con il vetro scheggiato, che lei ha aperto per prendere un piatto. Mi ha dato da mangiare: una porzione di riso, condito con dei vegetables gialli e un pezzettino di carne. Il guaio è che mi ha dato anche il cucchiaio, io non potevo non accettare e, soprattutto, non avevo alternative o modi per poterlo disinfettare. Sicuramente mi beccherò il colera.

    Poi è andata a comprarmi qualcosa da bere, e si è presentata con una bottiglietta di coca cola in una mano e un grande pezzo di ghiaccio nell’altra che ha opportunamente sbattuto sul muro per spezzettarlo, e poi me lo ha versato nel bicchiere, nonostante io continuassi a dirle: “No ice no ice!” Insomma, colera sicuro, e pure malaria, visto che le zanzare non vogliono saperne di abbandonarmi. Al di là di questi simpatici aneddoti, mi ha lasciato esterrefatta la sua ospitalità: queste persone non hanno cibo, e con un pasto unico ci fanno chissà quante volte, eppure lei non ha esitato a portarmi a casa sua e a darmi da mangiare, non appena le ho detto che avevo fame. Ma chi è che ha bisogno di aiuto qui? La domanda rimane.

    IL CLUB
    La sera Daphney ha insistito per portarmi al club. Io ho tentato di desistere, ma non c’è stato verso. A darle man forte ci hanno pensato le due sorelle, una, in particolare, la più piccola (avrà avuto sedici anni), si vantava perché il suo fidanzato aveva la macchina (considerata più di un lusso qui ad Haiti), e quindi ci avrebbe portato tutte gratis. Detto fatto. Il nostro autista è arrivato poco dopo le 19, su di una Alfa Romeo vecchissima, e con una marmitta non proprio al top. C’era anche Jhonny con lui, eravamo in sei in tutto. Cala in fretta l’oscurità a Port au Prince, già alle 18 è buio pesto e andare di notte in macchina è un’altra bella impresa. In primis uscire dalla bidonville: perché non c’è una strada, ma sentieri che costeggiano le case e senza un apparente criterio. E poi le buche, il fango, e la gente che nera su nero si distingue a fatica. Musica kompa dallo stereo, ritmi allegri, loro che parlavano e ridevano, ed io mi estraniavo, perché i miei occhi volevano assimilare il più possibile, e nulla più.

    Ci siamo messi sulla rue principale, l’unica asfaltata, l’abbiamo percorsa a passo d’uomo, considerando il traffico, fin quando abbiamo parcheggiato. Il locale si trovava sul lato opposto, a distanza forse di una cinquantina di metri, ma ad Haiti, dove tutto è caos e la parola “ordine” non ha neanche una traduzione in creolo, ogni azione, anche la più banale, ha i suoi rischi, e così anche attraversare la strada diventa un compito tutt’altro che agevole. Nell’oscurità completa i fari delle macchine emanano una luce accecante, il flusso di auto, moto, biciclette è incessante, e il senso di marcia è un surplus che non tutti rispettano. Jhonny mi ha preso la mano ed abbiamo attraversato insieme, pian piano. Giunti dall’altra parte della carreggiata io ho allentato la presa, ringraziandolo per il suo sostegno. Ho pensato infatti che mantenere la mia mano nella sua poteva generare qualche fraintendimento, ma tempo dieci passi neanche ed ecco che cado a terra, a causa di una buca che, al solito, non avevo visto. Jhonny mi ha raccolto, rialzandomi mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha ripreso sottobraccio, e questa volta non mi ha più lasciato per il resto del tragitto. Camminare al suo fianco mi rendeva sicura.

    Facciamo finalmente ingresso nel famoso “club”. Carino, però vuoto. Niente luce, soltanto candele e una tv abbastanza grande sulla parete principale. Eravamo gli unici clienti, ed abbiamo ordinato sei birre Prestige. Nessuno di loro voleva cenare, e così anche io ho detto no. Ma Daphney ha insistito affinché io, solo io, mangiassi, e così dicendo mi hanno ordinato un piatto con pollo, patate e qualche altra cosa. Era iniziato intanto il big match Brasile Argentina e le sorelle e il ragazzo sono andati a sedersi vicino la televisione, per seguire meglio la gara. Io, Daphney e Jhonny non ci siamo spostati e, quando mi è arrivato il piatto, ho proposto di dividerlo in tre. Solo che lui non ha mangiato quasi niente, lei poco ed usava le posate per tagliare i vari pezzi e darli a me. Insomma sembrava che per loro il cibo non fosse una necessità. E soprattutto ho capito che non mangiano due volte al giorno, bensì una sola. Al termine del primo tempo siamo andati via, e quella sarebbe stata la mia prima e unica serata trascorsa nella “movida” di Port au Prince.