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Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK
Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.
Parte I – Sottotitoli in inglese
At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.
Parte II – Sottotitoli in inglese
Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.
Parte III – Sottotitoli in inglese
Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.
Parte IV – Sottotitoli in inglese
Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.
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Santa Muerte for beginners

In America c’è una santa che non è sul calendario, ma ha un esercito di dieci milioni di devoti. Dal Texas all’Argentina si moltiplicano i fedeli della Santa Muerte. La chiamano con affetto Niña blanca o bonita, cioè Bambina bianca o carina, ed è una santa popolare affascinante e controversa.Proprio quando la morte si fa presente nella società messicana, sconvolta dalla guerra al narcotraffico dei cinquantamila morti in cinque anni, ecco che il suo culto e la sua figura, lo scheletro con la falce in una mano e il globo terracqueo nell’altra, riemergono prepotenti.
In Italia la Parca ossuta troneggia sbiadita sulle pareti degli ossari e sugli affreschi tardomedievali delle danze macabre e i trionfi della morte, ma nel nuovo mondo era stata santificata dalla gente già dai tempi degli spagnoli. Solo dieci anni fa è uscita dalla clandestinità ed è tornata per le strade, sui mezzi pubblici e nei cortili delle case popolari con poster, altarini – sono millecinquecento a Città del Messico – processioni e rosari.
Ora i devoti camminano a testa alta tenendo in mano le statue della Santa Muerte. Ce ne sono di tutti colori: oro per l’economia familiare, rosse per l’amore, bianche per la protezione totale e nere per la forza. Il culto si diffonde a macchia d’olio grazie al web, alle riviste e ai negozi esoterici e al passaparola che la dipinge come la “più miracolosa delle sante”.
E dove mai poteva nascere questo fenomeno se non in Messico, paese in cui le cerimonie e le decorazioni coloratissime per la Commemorazione dei defunti – il Día de muertos del 2 novembre – sono diventate patrimonio dell’umanità dell’Unesco?
Secondo Elsa Malvido, studiosa della Santa Muerte, la festa cattolica, che in Messico s’è fusa con alcune tradizioni indigene, è una morte addomesticata, un culto “adottato e imposto dal gruppo politico dominante dopo la Revolución del 1917 per creare un nazionalismo religioso che includeva dei presunti elementi precolombiani e innesti posteriori”. Ma la Niña bonita è un’altra cosa, resta un culto spontaneo, senza gerarchie, in espansione dai settori marginali alla classe media, come la crisi.

“Santa Muerte del mio cuore, non mi negare la tua protezione”. Così cominciano le invocazioni che chiedono amore, denaro, fortuna, salute e anche sicurezza, per tornare a casa sani e salvi, oppure un lavoro e una fine tranquilla, niente più. Sia le “guardie” che i “ladri” la pregano per farsi coraggio, mentre altre categorie a rischio come le prostitute, i tassisti e i commercianti le chiedono protezione, “perché lei è stata creata da Dio, è democratica perché si porta via tutti, ricchi e poveri, ed è tutta la mia vita”, confessa Doña Queta Romero, custode dell’altare principale di Tepito, il quartiere più famigerato e ribelle della capitale. “Da Doña Queta nessuno si sente escluso e ogni primo del mese c’è una festa di canti, preghiere, regali e speranze che non ha eguali”, racconta Juán, un habitué dell’altare.
Relegata da secoli nei ghetti cittadini e nelle comunità indigene e rurali, la Niña Blanca, patrona dei dimenticati e Santa 2.0, oggi costituisce una sfida per le istituzioni come la Chiesa e lo Stato. Un anno fa l’Arcivescovo di Mexico City, Norberto Rivera, ha annunciato il dispiegamento di decine di esorcisti per ricondurre i devoti della Santa Muerte sulla retta via. Però loro continuano a definirsi cattolici e denunciano piuttosto lo scarso sostegno e gli scandali del clero.
“La morte è ovunque / non se ne parla / politici e capi le fanno altari / non è un delitto pregare / alla Santissima Muerte”, intonava Beto Quintanilla, il re del corrido, un genere musicale che è parte della cosiddetta narco-cultura con brani che cantano le gesta dei boss mafiosi.

Anche la Santa Muerte è entrata nella mitologia del narcotraffico, anche se il santo più in boga tra i narcos è Jesús Malverde: un bandito come Robin Hood, vissuto cent’anni fa a Culiacán, la Corleone del Messico.
Il mito della Muerte Santa “protettrice dei delinquenti” sorge nel 1998 quando viene catturato il “mozza orecchie”, un famoso rapitore che aveva in casa una statua della Gran Falciatrice collocata davanti alla Madonna di Guadalupe, la massima icona religiosa messicana.
Nel 2001 un’offerta alla Niña blanca è rinvenuta in una villa dei sicari di Osiel Cárdenas, storico boss del Cartello del Golfo. Da allora il legame tra la Santa e il crimine organizzato diventa mediatico, moneta comune tra i giornalisti in cerca di storie facili e accattivanti. “Sacrifici umani per la Santa Muerte”, “La Madonna dei narcos”, “Setta satanica”, si legge su testate messicane ed estere.
“Dopo la Madonna di Guadalupe e San Giuda Taddeo, patrono delle cause disperate, la Santa Muerte è la terza figura più venerata nel paese, ma Lei non è approvata dalla Chiesa che la combatte dai tempi dell’Inquisizione e ora usa i media e le pressioni politiche”, spiega Alfonso Hernández, direttore del Centro Studio su Tepito. “Qui in zona – continua Hernández – la Santa è l’unica Signora, perché da noi la crisi, la miseria, il pericolo ma anche l’arte di arrangiarsi e la cultura popolare sono sempre stati onnipresenti”.
La morte è così sicura di sé che ci dà tutta una vita di vantaggio. Quindi, come recita un cartello di Tepito, “oggi sei tra le braccia della vita, domani sarai tra le mie, dunque vivi la tua vita, ti aspetto. Firmato, La Muerte”. Forse, non ci resta che piangere o semplicemente aspettarla a braccia aperte. Per concludere questo avvicinamento alla Santissima Muerte vi propongo un video con immagini del suo culto e l’audio estratto dal programma di Radio3 “Pagina tre” in cui si riassumuno i contenuti principali di questo articolo. Hasta pronto.
[Il presente articolo è uscito sulla pagina culturale del quotidiano L’Unità del 2 febbraio 2012 ed è scaricabile in PDF alla pagina The Links di LamericaLatina.Net, Fabrizio Lorusso. Ah, on line è uscito su Carmilla LINK]
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Luciano Valentinotti, un partisano en México

(Reproduzco aquí un muy buen artículo de Matteo Dean del 2009 en que se relata la vida y la obra de un artista italiano en México, Luciano Valentinotti) Su rostro está marcado por el tiempo. Lo atraviesan surcos en la frente. Son las huellas del tiempo pasado, a sus ochenta años, entre la vida que le tocó y la felicidad de haberla vivida con intensidad. Así es, y sus ojos pintados de azul intenso, como el cielo del verano en el que nació, por abajo de sus espesas cejas, clavan la mirada en el interlocutor con singular y penetrante intensidad. “Miro a los demás y trato de revelar la sinceridad del otro”, afirma. Él es Luciano Valentinotti.
Bromea y juega mientras platicamos de su vida. No tiene otra forma de estar en medio de la gente, no puede mostrar tristeza, cansancio o desencanto. Aunque las razones para ello sobrarían. Nacido en la ciudad de Fiume el 9 de julio de 1929, Valentinotti acaba de cumplir, el 6 de enero pasado, cuarenta y tres años de haber llegado a tierra mexicana. “Llegué por un amigo mexicano que conocí en la carrera de escenografía en la Academia de Brera”, explica. Al concluir la carrera en la prestigiada Academia de las Bellas Artes en Milán en 1952, en la que tuvo como maestros a Marino Marini, Aldo Carpi y otros importantes “maestros de arte mas también de vida”, Luciano se encuentra trabajando como maestro de Historia del arte en algunas escuelas preparatorias hasta el día en el que el gobierno, en el contexto de una “depuración política”, le quita el puesto. Terminará trabajando en una agencia de publicidad. Sin esconder cierto orgullo, explica que en una ocasión tuvo una plática con el dueño de la agencia acerca de política. Al declarar su filiación, “al dueño se le cayó la pluma y yo, al día siguiente, ya estaba buscando otro trabajo”. Y así los años siguieron hasta 1960, año en el cual contrae matrimonio con su actual compañera, Mara. Son años difíciles aquellos. La situación política en Italia no permite ser lo que uno quiere ser. A pesar de conseguir trabajo como publicitario para la prestigiada marca automovilística Alfa Romeo, la situación se viene abajo cuando Valentinotti descubre que su pasado y sus creencias siguen teniendo un peso ineludible en la búsqueda de la tranquilidad económica. Y así, el 6 de enero de 1966 decide subirse a un avión dirigido a México. “Vente, Luciano”, le decía su amigo mexicano conocido durante los estudios. “Me recibió al aeropuerto de Ciudad de México con todo y mariachi”, cuenta no sin nostalgia. Poco menos de un año después lo alcanzaba Mara, su esposa, desde aquel entonces su colega, su administradora, su amiga, su compañera, su más firme aficionada.

Obras de la exposición Adentro de la vida de Luciano Valentinotti“Soy de izquierda, le dije al dueño de la agencia publicitaria, y me despidieron”, cuenta Luciano. Una filiación política delicada, por no decir difícil, en esos años en los que el país, Italia, trataba de reponerse de la guerra a la cual los había llevado el régimen fascista. Una guerra que había acabado como tenía que acabar, es decir, con la derrota del régimen de Mussolini y con el establecimiento de la República el 2 de junio de 1946, preferida en un referéndum popular a la monarquía, culpable de haber permitido la dictadura fascista. Es importante subrayar que la conquista del régimen republicano y, por ende, de la Constitución democrática de 1948, no se dio por el repentino despertar de la sociedad italiana, sino por el esfuerzo y el sacrificio de miles que se empeñaron en liberar al país del régimen fascista y de la ocupación nazi de los últimos años de guerra. Una historia que marca un punto de partida nuevo en la historia italiana. También en la de Luciano Valentinotti.
“Soy italiano, aunque me sienta más de Fiume”, reivindica el hoy miembro activo de la comunidad italiana en México. En su pasaporte aparece la ciudad de nacimiento pero no la nacionalidad. La ausencia del país de pertenencia se explica a la luz de los eventos que involucraron a la hoy ciudad croata y a sus habitantes. Situada en una región, la Istria , históricamente bajo la influencia eslava pero con una fuerte presencia italiana, la ciudad de Rijeka (el nombre croata de Fiume) pasó de ser un puerto cualquiera de la costa de la Dalmacia a ser un importante centro cultural, político y productivo italiano cuando el gobierno de Roma, gracias también a la “conquista” realizada por el excéntrico poeta Gabriele D’Annunzio, la obtuvo como resultado de los tratados de paz de París a finales de la primera guerra mundial. Al llegar el régimen de Mussolini a la italianizada Fiume, la ciudad sufre importantes transformaciones en lo económico y cultural: no sólo se construyen los astilleros más importantes de la región, sino que la policía del régimen reprime cualquier expresión política y cultural no italiana. Un ejemplo destaca: la “italianización” de los apellidos de origen eslavo y la prohibición de hablar otro idioma que no fuera el italiano, inclusive en los domicilios particulares. Es en este contexto que la familia Valentinotti, que originalmente vivía en Levico, en el norte de Italia, llega en 1922 a Fiume. La mudanza no fue casual. El padre de Luciano, Giuseppe, era militante del partido prohibido por el fascismo y tuvo que escapar del régimen. Hasta 1943, Luciano vive con sus hermanas en la casa en Fiume y se desarrolla gracias a los esfuerzos de la madre, Elena, que se dedica a toda actividad posible: lava, plancha, limpia pisos. La vida bajo la dictadura no era fácil, menos para los parientes de los militantes políticos comunistas. El maltrato, la discriminación, la exclusión, fueron la cotidianidad de su infancia. Durante la guerra, la familia de Luciano debe además sufrir el trato diferenciado en la repartición de la comida y de los bienes de primera necesidad, ya limitados para toda la población.
Finalmente llega el 8 de septiembre de 1943, fecha fundamental en la historia italiana por el cambio de rumbo que tuvo la guerra. Fundamental también para Luciano. Ese día, cuando la derrota militar estaba ya anunciada, sin más aclaraciones ni indicaciones ni órdenes para las tropas que aún peleaban al lado de los alemanes, el gobierno italiano anuncia por radio la firma del armisticio con los aliados: quien era enemigo ahora es aliado, y quien era aliado se vuelve enemigo. El júbilo que se apoderó de la población por lo que se percibía como el fin de la guerra que tantas privaciones había impuesto, sobre todo a los civiles, fue rápidamente sustituido por el miedo: la guerra no había acabado y los alemanes habrían tomado venganza. Sin órdenes precisas, las tropas italianas tuvieron que tomar decisiones de manera autónoma: quienes decidieron seguir peleando junto a los nazis; quienes decidieron escaparse y regresar a Italia, con sus familias; quienes no decidieron a tiempo y fueron sacrificados por los nazis o deportados a los campos de concentración; quienes, finalmente, optaron por unirse a las fuerzas de liberación.
La ciudad de Fiume y toda la región tuvo una historia particular en esos meses de 1943. En un clima de expectación enorme, los miembros de la resistencia yugoslava e italiana (los llamados partisanos), igualmente presentes en el territorio, trataron de gobernar la situación instaurando gobiernos democráticos provisionales. El siguiente régimen de ocupación que aplicó el ejército nazi en la región tuvo las obvias consecuencias en término de vidas humanas sacrificadas al odio generado no sólo en contra de los eslavos presentes, sino también de los italianos ahora considerados como traidores. La historia es conocida y habla de una “armada roja” encabezada por el yugoslavo Josip Broz Tito, que liberará a todo el territorio yugoslavo hasta llegar a Trieste, ciudad en la frontera del hoy territorio italiano. Una conquista que la mayoría pinta con rasgos heroicos, pero que causó el éxodo de cientos de miles de ciudadanos italianos que al régimen comunista de Tito prefirieron las facilidades que los gobiernos aliados otorgaron a los prófugos.

Foto: Marco Peláez/ archivo La JornadaLuciano Valentinotti, en ese entonces un muchacho de apenas catorce años de edad, tuvo que decidir. Y mientras Elena, su madre, “ayudaba a los soldados italianos a escaparse, proporcionando ropa de civiles, salvando a muchos” y pagando las consecuencias represivas de los nazis, él fue llevado, junto a sus contemporáneos, a los campos de trabajo. “Nos hacían cavar trincheras”, cuenta. Un día de diciembre de ese año, “enterado de que muchos de mis compañeros desaparecían”, Luciano toma su decisión: escapar del cautiverio al que lo obligaban los nazis e irse a buscar a los partisanos. “No sabía exactamente a dónde ir, pero había rumores –cuenta– y me fui caminando, hacia la montaña.” Al cabo de pocos días se une a los partisanos yugoslavos: “Éramos alrededor de quince personas –y cuenta–. Caminamos miles de kilómetros, hicimos sabotajes a las tropas nazis, escapamos y perseguíamos. Me llamaban el ‘pequeño compañero’, más que todo por la escasa estatura –un metro con 45 centímetros– que había hecho llorar a mi mamá en distintas ocasiones.” Se le obscurece la mirada cuando cuenta de su primer disparo; sin embargo, se le ilumina el rostro al describir la gran solidaridad con la que vivió durante el año y medio que estuvo peleando en la montaña. Y la emoción lo conquista al recordar ese mes de mayo de 1945, cuando los partisanos, incluyendo a su grupo, entraron como liberadores en su ciudad, en esa Fiume que los acogió como héroes.
Terminada la guerra, Luciano tiene que tomar otra decisión importante que marcará, una vez más, su futuro: quedarse en territorio yugoslavo o irse a Italia. Muchos de los que decidieron quedarse sufrieron las consecuencias de una decisión fiel a los principios de la ideología, pero equivocada frente a una realidad y un contexto que no lograba olvidar veinte años de régimen racista italiano en la región. Esa misma realidad que hizo que Tito decidiera expulsar a la mayoría de los italianos presentes, castigar a otros y determinar que Fiume volvía a ser Rijeka, una vez más. Los padres de Luciano decidieron regresar a su tierra natal, Levico, en el norte italiano, perdiendo todas sus pertenencias en Fiume. Luciano, en cambio, decide irse a Milán y enfrentar, aún sin saberlo, las consecuencias de su destierro. En Italia, Luciano busca sobrevivir realizando decenas de trabajos distintos; sin embargo, eso no le impide realizar ciertas actividades políticas. Se involucra en la campaña en favor de la República , no sin fugarse de los enfrentamientos, cruentos en ocasiones, que la disputa electoral fue creando.

Como otros comunistas procedentes de Yugoslavia, Luciano es discriminado, y no solamente por una sociedad italiana partida en dos, entre el fuerte componente católico y republicano, y el componente más revolucionario afiliado al poderoso Partido Comunista, sino también por los mismos comunistas italianos, prontamente afiliados a la corriente estalinista del comunismo internacional, que justamente en la disputa con Tito había encontrado su primera, importante división. Así las cosas, Luciano es discriminado en Italia por ser comunista, y es visto con sospecha por los comunistas italianos por proceder de tierra yugoslava. Una dialéctica interior que Luciano trata de resolver gracias a la ayuda que los gobiernos aliados otorgaban a los prófugos de Istria. “A principio de 1948 llegué a un campo de refugiados cerca de Nápoles”, cuenta. Ahí fue donde los inspectores de los países dispuestos a hospedar prófugos (Estados Unidos, Australia, Canadá, Nueva Zelanda) evaluaban a los candidatos “para trabajos de leñadores o mineros”. “Me dijeron que no era apto, pues no tenía callos en las manos”, dice. Regresa, entonces a Milán, en donde decide concluir los estudios interrumpidos por la guerra. Sin embargo, Italia no resultó ser el país para que Luciano se desarrollara plenamente. Fue así que llegó a México, cargado de esperanzas e ilusiones. Dos destierros y un solo destino: nunca dejar de ser lo que es. La fotografía, dos hijos, una mujer abnegada y, desde hace diez años, la pintura, se revelaron como los canales de deshago de esa personalidad viva, solidaria, alegre, esperanzada y esperanzadora, y al mismo tiempo tan sensible al sufrimiento ajeno, que caracteriza a Luciano, ese mismo hombre que, a pesar de admitir que “mi sufrimiento reside en el hecho de haber perdido a casi todos mis amigos”, aún es capaz de decir: “No tengo miedo de morir, he sido afortunado, la vida me ha tratado bien.”
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Adriano Celentano – Spot ritirato dalla RAI Sanremo 2012

Riemergono i vecchi ricordi degli anni 80 e ci accorgiamo che sono ancora qui, attuali nel bene e spesso nel male… (link a Svalutation – 1976).
Ecco il promo di Adriano Celentano per il Festival di Sanremo 2012, ma la Rai lo censura perchè “contiene un danno oggettivo per l’azienda”. Nello spot si riprende la provocazione del Molleggiato ai tempi di Fantastico, quando invitò tutti a guardare Canale 5 per un minuto. Da qui link.
E infine la Cumbia di Chi Cambia …e siamo nel 2011
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Adriano Celentano – Svalutation (1976 o 2012?)

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La Santa Muerte a Radio 3 Rai – Pagina 3

Spiegazione e lettura dall’articolo “Quei dieci milioni di devoti di Santa Muerte”, di Fabrizio Lorusso, L’Unità, p. 42-43 – Sezione cultura del 2 febbraio 2012, all’interno del programma radiofonico Pagina 3 di Radio3. Trasmissione completa: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-891f5cbc-be1…
Pagina Santa Muerte: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/
CREDITS: a cura di Gianfranco Rossi, in regia Piero Pugliese, in redazione Isabella Carbone
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Le iene vs Cesare Battisti: l’intervista

Dialogo chiarificatore di 10 minuti de Le Iene con Cesare Battisti dal Brasile, giovedì 2 febbraio 2012, da Le Iene Italia 1.
Vecchia Intervista del 19/03/2007: video.mediaset.it/video/iene/puntata_interviste/14740/intervista-a-cesare-battisti.html
Dubbi e Domande. Link: carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html

















