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  • Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

    Los Invisibles – Gli Invisibili (documentario)

    Sopra: Documentario completo in spagnolo composto da 4 cortometraggi del 2010-2011 sulla migrazione CantroAmerica-Messico-Stati Uniti e i suoi milioni di protagonisti “invisibili”. Per chi volesse vederlo coi sottotitoli in inglese riporto sotto le 4 parti sottotitolate. Segnalo bel reportage in spagnolo: La migración en la Ruta del Sur LINK 

    Cada año, decenas de miles de personas dejan atrás sus hogares en Centroamérica y atraviesan México como migrantes irregulares. Viajan con la esperanza de llegar a Estados Unidos y de ver cumplida allí la promesa de trabajo y de una nueva vida. Pero con demasiada frecuencia sus sueños se convierten en pesadillas al afrontar uno de los viajes más peligrosos del mundo. El actor y productor mexicano, Gael García Bernal en colaboración con Amnistía Internacional, ha grabado un viaje lleno de abusos, secuestros, violaciones e incluso asesinatos a través de cuatro cortos, llamados Los Invisibles.

    Parte I – Sottotitoli in inglese

    At the start of their journey people are filled with hope of reaching the USA such as the young girl travelling with her family who dreams of visiting Seaworld. Filmed at a migrant shelter in southern Mexico, this film reveals the dangers that await them.

    Parte II – Sottotitoli in inglese

    Gael García Bernal talks to three women from Honduras who are travelling in search of a better life for their families. They are taking a huge risk. Six out of ten women who attempt the journey are sexually abused.

    Parte III – Sottotitoli in inglese

    Relatives in Central America may never know what happened to their loved ones. In El Salvador a mother tells us of her desperation at not knowing where her son is ten years after he left for the USA saying he’d call home in 12 days.

    Parte IV – Sottotitoli in inglese

    Despite the danger and the risks, the migrants will keep coming. They sleep rough, beg for food and grab lifts by clinging to the outsides of moving freight trains. Many are seriously injured, but there will always be those prepared to brave the journey.

  • Presentación del libro “Ser migrante” de Matteo Dean

    Presentación del libro “Ser migrante” de Matteo Dean


    Presentación del libro “Ser Migrante” de Matteo Dean, Viernes 17, 19 hrs, Rincón Zapatista DF.

     Compañeras y compañeros

    El Rincón Zapatista y la Cafetería Comandanta Ramona
    Invitan

    A las actividades político culturales de
    Febrero
    Para todos, todo
    Ciclo de cine: Capitalismo y otros cinismosEste Viernes 17 a las 19 hrs a la presentación del libro
    Ser Migrante
    de Matteo Dean,

    Presentan Pablo Rojas de Editorial Sur + y John Washington

    El Rincon Zapatista, Zapotecos 7 , Cuauhtemoc, Distrito Federal, México (entre Lucas Alaman y Chimalpopoca – Metros Pino Suárez, Doctores o S. Antonio Abad)

    Original post: LINK

  • Santa Muerte for beginners

    Santa Muerte for beginners

    SantaMuerte079.jpgIn America c’è una santa che non è sul calendario, ma ha un esercito di dieci milioni di devoti. Dal Texas all’Argentina si moltiplicano i fedeli della Santa Muerte. La chiamano con affetto Niña blanca o bonita, cioè Bambina bianca o carina, ed è una santa popolare affascinante e controversa.

    Proprio quando la morte si fa presente nella società messicana, sconvolta dalla guerra al narcotraffico dei cinquantamila morti in cinque anni, ecco che il suo culto e la sua figura, lo scheletro con la falce in una mano e il globo terracqueo nell’altra, riemergono prepotenti.

    In Italia la Parca ossuta troneggia sbiadita sulle pareti degli ossari e sugli affreschi tardomedievali delle danze macabre e i trionfi della morte, ma nel nuovo mondo era stata santificata dalla gente già dai tempi degli spagnoli. Solo dieci anni fa è uscita dalla clandestinità ed è tornata per le strade, sui mezzi pubblici e nei cortili delle case popolari con poster, altarini – sono millecinquecento a Città del Messico – processioni e rosari.

    Ora i devoti camminano a testa alta tenendo in mano le statue della Santa Muerte. Ce ne sono di tutti colori: oro per l’economia familiare, rosse per l’amore, bianche per la protezione totale e nere per la forza. Il culto si diffonde a macchia d’olio grazie al web, alle riviste e ai negozi esoterici e al passaparola che la dipinge come la “più miracolosa delle sante”.

    E dove mai poteva nascere questo fenomeno se non in Messico, paese in cui le cerimonie e le decorazioni coloratissime per la Commemorazione dei defunti – il Día de muertos del 2 novembre – sono diventate patrimonio dell’umanità dell’Unesco?

    Secondo Elsa Malvido, studiosa della Santa Muerte, la festa cattolica, che in Messico s’è fusa con alcune tradizioni indigene, è una morte addomesticata, un culto “adottato e imposto dal gruppo politico dominante dopo la Revolución del 1917 per creare un nazionalismo religioso che includeva dei presunti elementi precolombiani e innesti posteriori”. Ma la Niña bonita è un’altra cosa, resta un culto spontaneo, senza gerarchie, in espansione dai settori marginali alla classe media, come la crisi.

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    “Santa Muerte del mio cuore, non mi negare la tua protezione”. Così cominciano le invocazioni che chiedono amore, denaro, fortuna, salute e anche sicurezza, per tornare a casa sani e salvi, oppure un lavoro e una fine tranquilla, niente più. Sia le “guardie” che i “ladri” la pregano per farsi coraggio, mentre altre categorie a rischio come le prostitute, i tassisti e i commercianti le chiedono protezione, “perché lei è stata creata da Dio, è democratica perché si porta via tutti, ricchi e poveri, ed è tutta la mia vita”, confessa Doña Queta Romero, custode dell’altare principale di Tepito, il quartiere più famigerato e ribelle della capitale. “Da Doña Queta nessuno si sente escluso e ogni primo del mese c’è una festa di canti, preghiere, regali e speranze che non ha eguali”, racconta Juán, un habitué dell’altare.

    Relegata da secoli nei ghetti cittadini e nelle comunità indigene e rurali, la Niña Blanca, patrona dei dimenticati e Santa 2.0, oggi costituisce una sfida per le istituzioni come la Chiesa e lo Stato. Un anno fa l’Arcivescovo di Mexico City, Norberto Rivera, ha annunciato il dispiegamento di decine di esorcisti per ricondurre i devoti della Santa Muerte sulla retta via. Però loro continuano a definirsi cattolici e denunciano piuttosto lo scarso sostegno e gli scandali del clero.

    “La morte è ovunque / non se ne parla / politici e capi le fanno altari / non è un delitto pregare / alla Santissima Muerte”, intonava Beto Quintanilla, il re del corrido, un genere musicale che è parte della cosiddetta narco-cultura con brani che cantano le gesta dei boss mafiosi.

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    Anche la Santa Muerte è entrata nella mitologia del narcotraffico, anche se il santo più in boga tra i narcos è Jesús Malverde: un bandito come Robin Hood, vissuto cent’anni fa a Culiacán, la Corleone del Messico.

    Il mito della Muerte Santa “protettrice dei delinquenti” sorge nel 1998 quando viene catturato il “mozza orecchie”, un famoso rapitore che aveva in casa una statua della Gran Falciatrice collocata davanti alla Madonna di Guadalupe, la massima icona religiosa messicana.

    Nel 2001 un’offerta alla Niña blanca è rinvenuta in una villa dei sicari di Osiel Cárdenas, storico boss del Cartello del Golfo. Da allora il legame tra la Santa e il crimine organizzato diventa mediatico, moneta comune tra i giornalisti in cerca di storie facili e accattivanti. “Sacrifici umani per la Santa Muerte”, “La Madonna dei narcos”, “Setta satanica”, si legge su testate messicane ed estere.

    “Dopo la Madonna di Guadalupe e San Giuda Taddeo, patrono delle cause disperate, la Santa Muerte è la terza figura più venerata nel paese, ma Lei non è approvata dalla Chiesa che la combatte dai tempi dell’Inquisizione e ora usa i media e le pressioni politiche”, spiega Alfonso Hernández, direttore del Centro Studio su Tepito. “Qui in zona – continua Hernández – la Santa è l’unica Signora, perché da noi la crisi, la miseria, il pericolo ma anche l’arte di arrangiarsi e la cultura popolare sono sempre stati onnipresenti”.

    La morte è così sicura di sé che ci dà tutta una vita di vantaggio. Quindi, come recita un cartello di Tepito, “oggi sei tra le braccia della vita, domani sarai tra le mie, dunque vivi la tua vita, ti aspetto. Firmato, La Muerte”. Forse, non ci resta che piangere o semplicemente aspettarla a braccia aperte. Per concludere questo avvicinamento alla Santissima Muerte vi propongo un video con immagini del suo culto e l’audio estratto dal programma di Radio3 “Pagina tre” in cui si riassumuno i contenuti principali di questo articolo. Hasta pronto.

    [Il presente articolo è uscito sulla pagina culturale del quotidiano L’Unità del 2 febbraio 2012 ed è scaricabile in PDF alla pagina The Links di LamericaLatina.Net, Fabrizio Lorusso. Ah, on line è uscito su Carmilla LINK]

  • Luciano Valentinotti, un partisano en México

    Luciano Valentinotti, un partisano en México

    (Reproduzco aquí un muy buen artículo de Matteo Dean del 2009 en que se relata la vida y la obra de un artista italiano en México, Luciano Valentinotti) Su rostro está marcado por el tiempo. Lo atraviesan surcos en la frente. Son las huellas del tiempo pasado, a sus ochenta años, entre la vida que le tocó y la felicidad de haberla vivida con intensidad. Así es, y sus ojos pintados de azul intenso, como el cielo del verano en el que nació, por abajo de sus espesas cejas, clavan la mirada en el interlocutor con singular y penetrante intensidad. “Miro a los demás y trato de revelar la sinceridad del otro”, afirma. Él es Luciano Valentinotti.

    Bromea y juega mientras platicamos de su vida. No tiene otra forma de estar en medio de la gente, no puede mostrar tristeza, cansancio o desencanto. Aunque las razones para ello sobrarían. Nacido en la ciudad de Fiume el 9 de julio de 1929, Valentinotti acaba de cumplir, el 6 de enero pasado, cuarenta y tres años de haber llegado a tierra mexicana. “Llegué por un amigo mexicano que conocí en la carrera de escenografía en la Academia de Brera”, explica. Al concluir la carrera en la prestigiada Academia de las Bellas Artes en Milán en 1952, en la que tuvo como maestros a Marino Marini, Aldo Carpi y otros importantes “maestros de arte mas también de vida”, Luciano se encuentra trabajando como maestro de Historia del arte en algunas escuelas preparatorias hasta el día en el que el gobierno, en el contexto de una “depuración política”, le quita el puesto. Terminará trabajando en una agencia de publicidad. Sin esconder cierto orgullo, explica que en una ocasión tuvo una plática con el dueño de la agencia acerca de política. Al declarar su filiación, “al dueño se le cayó la pluma y yo, al día siguiente, ya estaba buscando otro trabajo”. Y así los años siguieron hasta 1960, año en el cual contrae matrimonio con su actual compañera, Mara. Son años difíciles aquellos. La situación política en Italia no permite ser lo que uno quiere ser. A pesar de conseguir trabajo como publicitario para la prestigiada marca automovilística Alfa Romeo, la situación se viene abajo cuando Valentinotti descubre que su pasado y sus creencias siguen teniendo un peso ineludible en la búsqueda de la tranquilidad económica. Y así, el 6 de enero de 1966 decide subirse a un avión dirigido a México. “Vente, Luciano”, le decía su amigo mexicano conocido durante los estudios. “Me recibió al aeropuerto de Ciudad de México con todo y mariachi”, cuenta no sin nostalgia. Poco menos de un año después lo alcanzaba Mara, su esposa, desde aquel entonces su colega, su administradora, su amiga, su compañera, su más firme aficionada.


    Obras de la exposición Adentro de la vida de Luciano Valentinotti

    “Soy de izquierda, le dije al dueño de la agencia publicitaria, y me despidieron”, cuenta Luciano. Una filiación política delicada, por no decir difícil, en esos años en los que el país, Italia, trataba de reponerse de la guerra a la cual los había llevado el régimen fascista. Una guerra que había acabado como tenía que acabar, es decir, con la derrota del régimen de Mussolini y con el establecimiento de la República el 2 de junio de 1946, preferida en un referéndum popular a la monarquía, culpable de haber permitido la dictadura fascista. Es importante subrayar que la conquista del régimen republicano y, por ende, de la Constitución democrática de 1948, no se dio por el repentino despertar de la sociedad italiana, sino por el esfuerzo y el sacrificio de miles que se empeñaron en liberar al país del régimen fascista y de la ocupación nazi de los últimos años de guerra. Una historia que marca un punto de partida nuevo en la historia italiana. También en la de Luciano Valentinotti.

    “Soy italiano, aunque me sienta más de Fiume”, reivindica el hoy miembro activo de la comunidad italiana en México. En su pasaporte aparece la ciudad de nacimiento pero no la nacionalidad. La ausencia del país de pertenencia se explica a la luz de los eventos que involucraron a la hoy ciudad croata y a sus habitantes. Situada en una región, la Istria , históricamente bajo la influencia eslava pero con una fuerte presencia italiana, la ciudad de Rijeka (el nombre croata de Fiume) pasó de ser un puerto cualquiera de la costa de la Dalmacia a ser un importante centro cultural, político y productivo italiano cuando el gobierno de Roma, gracias también a la “conquista” realizada por el excéntrico poeta Gabriele D’Annunzio, la obtuvo como resultado de los tratados de paz de París a finales de la primera guerra mundial. Al llegar el régimen de Mussolini a la italianizada Fiume, la ciudad sufre importantes transformaciones en lo económico y cultural: no sólo se construyen los astilleros más importantes de la región, sino que la policía del régimen reprime cualquier expresión política y cultural no italiana. Un ejemplo destaca: la “italianización” de los apellidos de origen eslavo y la prohibición de hablar otro idioma que no fuera el italiano, inclusive en los domicilios particulares. Es en este contexto que la familia Valentinotti, que originalmente vivía en Levico, en el norte de Italia, llega en 1922 a Fiume. La mudanza no fue casual. El padre de Luciano, Giuseppe, era militante del partido prohibido por el fascismo y tuvo que escapar del régimen. Hasta 1943, Luciano vive con sus hermanas en la casa en Fiume y se desarrolla gracias a los esfuerzos de la madre, Elena, que se dedica a toda actividad posible: lava, plancha, limpia pisos. La vida bajo la dictadura no era fácil, menos para los parientes de los militantes políticos comunistas. El maltrato, la discriminación, la exclusión, fueron la cotidianidad de su infancia. Durante la guerra, la familia de Luciano debe además sufrir el trato diferenciado en la repartición de la comida y de los bienes de primera necesidad, ya limitados para toda la población.

    Finalmente llega el 8 de septiembre de 1943, fecha fundamental en la historia italiana por el cambio de rumbo que tuvo la guerra. Fundamental también para Luciano. Ese día, cuando la derrota militar estaba ya anunciada, sin más aclaraciones ni indicaciones ni órdenes para las tropas que aún peleaban al lado de los alemanes, el gobierno italiano anuncia por radio la firma del armisticio con los aliados: quien era enemigo ahora es aliado, y quien era aliado se vuelve enemigo. El júbilo que se apoderó de la población por lo que se percibía como el fin de la guerra que tantas privaciones había impuesto, sobre todo a los civiles, fue rápidamente sustituido por el miedo: la guerra no había acabado y los alemanes habrían tomado venganza. Sin órdenes precisas, las tropas italianas tuvieron que tomar decisiones de manera autónoma: quienes decidieron seguir peleando junto a los nazis; quienes decidieron escaparse y regresar a Italia, con sus familias; quienes no decidieron a tiempo y fueron sacrificados por los nazis o deportados a los campos de concentración; quienes, finalmente, optaron por unirse a las fuerzas de liberación.

    La ciudad de Fiume y toda la región tuvo una historia particular en esos meses de 1943. En un clima de expectación enorme, los miembros de la resistencia yugoslava e italiana (los llamados partisanos), igualmente presentes en el territorio, trataron de gobernar la situación instaurando gobiernos democráticos provisionales. El siguiente régimen de ocupación que aplicó el ejército nazi en la región tuvo las obvias consecuencias en término de vidas humanas sacrificadas al odio generado no sólo en contra de los eslavos presentes, sino también de los italianos ahora considerados como traidores. La historia es conocida y habla de una “armada roja” encabezada por el yugoslavo Josip Broz Tito, que liberará a todo el territorio yugoslavo hasta llegar a Trieste, ciudad en la frontera del hoy territorio italiano. Una conquista que la mayoría pinta con rasgos heroicos, pero que causó el éxodo de cientos de miles de ciudadanos italianos que al régimen comunista de Tito prefirieron las facilidades que los gobiernos aliados otorgaron a los prófugos.


    Foto: Marco Peláez/ archivo La Jornada

    Luciano Valentinotti, en ese entonces un muchacho de apenas catorce años de edad, tuvo que decidir. Y mientras Elena, su madre, “ayudaba a los soldados italianos a escaparse, proporcionando ropa de civiles, salvando a muchos” y pagando las consecuencias represivas de los nazis, él fue llevado, junto a sus contemporáneos, a los campos de trabajo. “Nos hacían cavar trincheras”, cuenta. Un día de diciembre de ese año, “enterado de que muchos de mis compañeros desaparecían”, Luciano toma su decisión: escapar del cautiverio al que lo obligaban los nazis e irse a buscar a los partisanos. “No sabía exactamente a dónde ir, pero había rumores –cuenta– y me fui caminando, hacia la montaña.” Al cabo de pocos días se une a los partisanos yugoslavos: “Éramos alrededor de quince personas –y cuenta–. Caminamos miles de kilómetros, hicimos sabotajes a las tropas nazis, escapamos y perseguíamos. Me llamaban el ‘pequeño compañero’, más que todo por la escasa estatura –un metro con 45 centímetros– que había hecho llorar a mi mamá en distintas ocasiones.” Se le obscurece la mirada cuando cuenta de su primer disparo; sin embargo, se le ilumina el rostro al describir la gran solidaridad con la que vivió durante el año y medio que estuvo peleando en la montaña. Y la emoción lo conquista al recordar ese mes de mayo de 1945, cuando los partisanos, incluyendo a su grupo, entraron como liberadores en su ciudad, en esa Fiume que los acogió como héroes.

    Terminada la guerra, Luciano tiene que tomar otra decisión importante que marcará, una vez más, su futuro: quedarse en territorio yugoslavo o irse a Italia. Muchos de los que decidieron quedarse sufrieron las consecuencias de una decisión fiel a los principios de la ideología, pero equivocada frente a una realidad y un contexto que no lograba olvidar veinte años de régimen racista italiano en la región. Esa misma realidad que hizo que Tito decidiera expulsar a la mayoría de los italianos presentes, castigar a otros y determinar que Fiume volvía a ser Rijeka, una vez más. Los padres de Luciano decidieron regresar a su tierra natal, Levico, en el norte italiano, perdiendo todas sus pertenencias en Fiume. Luciano, en cambio, decide irse a Milán y enfrentar, aún sin saberlo, las consecuencias de su destierro. En Italia, Luciano busca sobrevivir realizando decenas de trabajos distintos; sin embargo, eso no le impide realizar ciertas actividades políticas. Se involucra en la campaña en favor de la República , no sin fugarse de los enfrentamientos, cruentos en ocasiones, que la disputa electoral fue creando.

    Como otros comunistas procedentes de Yugoslavia, Luciano es discriminado, y no solamente por una sociedad italiana partida en dos, entre el fuerte componente católico y republicano, y el componente más revolucionario afiliado al poderoso Partido Comunista, sino también por los mismos comunistas italianos, prontamente afiliados a la corriente estalinista del comunismo internacional, que justamente en la disputa con Tito había encontrado su primera, importante división. Así las cosas, Luciano es discriminado en Italia por ser comunista, y es visto con sospecha por los comunistas italianos por proceder de tierra yugoslava. Una dialéctica interior que Luciano trata de resolver gracias a la ayuda que los gobiernos aliados otorgaban a los prófugos de Istria. “A principio de 1948 llegué a un campo de refugiados cerca de Nápoles”, cuenta. Ahí fue donde los inspectores de los países dispuestos a hospedar prófugos (Estados Unidos, Australia, Canadá, Nueva Zelanda) evaluaban a los candidatos “para trabajos de leñadores o mineros”. “Me dijeron que no era apto, pues no tenía callos en las manos”, dice. Regresa, entonces a Milán, en donde decide concluir los estudios interrumpidos por la guerra. Sin embargo, Italia no resultó ser el país para que Luciano se desarrollara plenamente. Fue así que llegó a México, cargado de esperanzas e ilusiones. Dos destierros y un solo destino: nunca dejar de ser lo que es. La fotografía, dos hijos, una mujer abnegada y, desde hace diez años, la pintura, se revelaron como los canales de deshago de esa personalidad viva, solidaria, alegre, esperanzada y esperanzadora, y al mismo tiempo tan sensible al sufrimiento ajeno, que caracteriza a Luciano, ese mismo hombre que, a pesar de admitir que “mi sufrimiento reside en el hecho de haber perdido a casi todos mis amigos”, aún es capaz de decir: “No tengo miedo de morir, he sido afortunado, la vida me ha tratado bien.”

  • La fabbrica dei colpevoli

    La fabbrica dei colpevoli

    Fabrizio Lorusso – VicoloCannery.It – In Messico ci sono fabbriche e aziende di ogni tipo: la Cervecera Modelo produce la birra globale Corona e le sue sorelle: Montejo, Pacifico, Vicoria. La Cemex è leader mondiale del cemento, Pemex è la grande e farraginosa compagnia petrolifera nazionale, si assemblano auto di tutte le marche e il settore calzaturiero è fiorente. Ma in questo articolo non volevo parlare di economia quanto di giustizia, legge, polizia, abusi, politica e diritti umani. Volevo farlo spiegando che cos’è la speciale, e tristemente nota in terra azteca, “fabbrica dei colpevoli”: un termine che pochi conoscono e che, la prima volta che l’ho sentito, mi ha ricordato immediatamente la “macchina del fango” di cui parlava Saviano, e non solo lui, riguardo alla realtà italiana dei media e della politica che nel fango ci sguazzano.

    Il termine fa il suo effetto, è immediato, rapido come la fabbrica messicana dei capri espiatori, la produzione in serie di rei, confessi e non, torturati e non, che possano in qualche modo tappare le enormi falle, copiose e sanguigne come i 60mila morti della “guerra al narcotraffico”, di un sistema che solo riesce a perseguire e condannare il 2% o poco più dei responsabili di delitti. L’impunità al 98% significa che quei pochi che prendi li devi far vedere, li devi esporre al pubblico ludibrio come fossero fiere in gabbia, devi calpestare la presunzione d’innocenza per trasformarli in trofei, tanto più spiattellati sui mass media quanto più l’inettitudine, statisticamente imbarazzante, dimostrata dallo Stato si fa abitudine, routine preoccupante. Pochi ma famosi, potremmo dire (storia della narcoguerra: link)

    E se tanto noti non erano prima della cattura, i delinquenti (presunti?) lo diventeranno presto grazie alle TV. Internet conta ancora poco, meno che in Italia, quindi radio e tubi catodici la fanno ancora da padroni. Per esempio i candidati alla presidenza del paese nelle prossime elezioni dell’1 luglio a stento comprendono le potenzialità e gli usi concreti dei social network: Obama sta a pochi chilometri verso Nord, ma la frontiera è sufficiente per bloccare la cultura della rete, c’è un digital divide che corre lungo il Rio Bravo. Anche il Governo è succube del duopolio televisivo privato, Tv Azteca+TeleVisa, che contribuì a creare negli anni delle privatizzazioni fatte a tutti i costi, salvo poi vendicarsi periodicamente coi gruppi editoriali più critici.

    Il 95% dei processi messicani finisce con una sentenza di condanna. In pratica, quei pochi che riescono a prendere, non hanno quasi scampo. La polizia è così efficace, solamente ed esattamente con quei pochi? Ci sono molti, troppi dubbi al riguardo. E qualche certezza anche. 112 milioni di abitanti e 235mila detenuti (in Italia sono circa 60mila per 60 milioni di cittadini), quasi il 60% di loro resta in attesa di giudizio per anni, son tutti vestiti di beige, mentre gli altri diventano blu (blu jeans, blu shirt, blu tutto) non appena il giudice, che non vedranno mai in faccia durante il processo, li condanna.

    Povera, indigena, donna, dei quartieri slum o di un paesino sperduto in provincia, magari moglie di qualche personaggio in vista, sia egli ladruncolo o attivista militante, commerciante oppure oppositore politico di qualche cacicco locale. Basta essere la sua donna, spesso, per finire dentro al posto suo o con lui, sempre che il soggetto non venga fatto sparire prima o non sia vittima di un’ipotetica sparatoria. Basta essere indigena e vivere in terre colpite dalla fame e dai conflitti per la poca terra disponibile. Basta essere neutrali, magari, né zapatisti né di qualche partito politico nel profondo Chiapas o nell’orgogliosa Oaxaca, per essere sospettati.

    Infine basta alzare la voce senza averne titolo, nell’opinione del potente di turno, per avere tutta la forza dello stato e della legge civettuola contro di te. Di cosa sto farneticando? Della fabbrica dei colpevoli, una delle industrie messicane più spietate e necessarie al sistema che vi siano. Un livello minimo di produzione di questo famigerato “bene pubblico” va sempre mantenuta, non importa se a piede libero ci restano i criminali veri e le vittime continuano a sprofondare nel senso di pericolo e nell’incertezza. Importanti sono i numeri, le cifre, le catture. Perché ne parlo? Per le ingiustizie, per la paura che l’aleatorietà latino americana e messicana, caraibica e autoritaria si scagli un giorno contro i miei, contro i nostri, contro qualcuno, anzi contro chiunque, come già succede da secoli e come personalmente vedo da anni. E ancora da anni ne sento parlare, in carcere, fuori, per strada, sui giornali, nei libri, al bar, al cinema, in città e in campagna ed è ora di riparlarne, qui e all’estero.

    Ci hanno pensato due giornalisti francesi, Anne Vigna e Alain Devaldo, a pubblicare nel 2010 il saggio Fábrica de culpables. Florence Cassez y otros casos de la (in)justicia mexicana (versione  in spagnolo, Ed. Grijalbo, del libro in francese Peines mexicaines. Florence Cassez, Jacinta, Ignacio et les autres (di First Document Ed., 2009): fabbrica di colpevoli, il caso di Florence Cassez e quelli di tante altre ingiustizie messicane.

    Da quel libro e da altri articoli, documentari e reportage di denuncia di coraggiosi ricercatori e giornalisti messicani traggo qualche esempio per farmi capire meglio. In breve. I casi, cioè le persone vittime d’ingiustizia, sono tantissimi, ma pochi riescono ad arrivare, per i più svariati motivi, a una “ribalta mediatica” che li rende emblematici e in alcuni casi costituisce un’ancora di salvezza per non finire nel dimenticatoio della giustizia e sperare di rivedere la luce del mondo esterno. Magari grazie a un buon reportage, alla stampa che prima crea il mostro poi lo vuole libero. Magari grazie a qualche deputato influente, a un politico, a un’amnistia – come successe con lo scrittore Massimo Carlotto in Italia dopo oltre un decennio di deliri e contraddizioni – a un giudice accondiscendente oppure, perché no, alla Suprema Corte che funge spesso da giudice d’ultima istanza e correttore di certe storture comprovate.

    JACINTA. Jacinta è un’indigena dell’etnia Otomì, abitante della comunità di Santiago Mexquititlán, 200 km a nord di Texcoco, località ubicata a oriente della capitale nei pressi dell’aeroporto. Oggi ha 50 anni, parla e capisce poco lo spagnolo ed è stata arrestata nel 2006 per aver rapito sei agenti della FBI messicana (!), la AFI, che erano armati fino ai denti e in servizio. Un caso surreale ma vero. Jacinta venne identificata dentro una fotografia scattata da un giornalista durante una convulsa giornata di zuffe e litigi tra la polizia e un gruppo di commercianti del mercato. Come ripicca per i diritti rivendicati e ottenuti dai commercianti in quella giornata, il 26 marzo 2006, la fabbrica dei colpevoli si mise in moto condannando lei e due concittadine a 21 anni di prigione. La pressione di stampa e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, come il Centro Miguel Agustín Pro Juárez, è servita a farla rimettere in libertà il 16 settembre 2009, senza risarcimenti né scuse ufficiali. Restano in prigione, però, le sue due “complici”, altre due donne del paese, Alberta e Teresa, presenti anche loro per puro caso nella foto del giornalista insieme a Jacinta, accusate e condannate per sequestro di persona ai danni degli agenti.

    ROSA. Un caso analogo è quello della trentatreenne Rosa, un’indigena di lingua tzotzil del Chiapas, stato del sud del Messico al confine col Guatemala, la quale è stata condannata per un reato commesso dal marito a 27 anni di reclusione. Ne ha parlato Luisa Betti sul Manifesto, “Rosa López Díaz è una detenuta messicana che vive nel carcere San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo di due anni, dopo aver perso il suo primo figlio, Natanael, nato malato per le torture subite” e, commenta la giornalista, “Rosa è l’emblema di tutte le ingiustizie discriminatorie che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e quindi senza diritti ma è anche madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio”.

    IGNACIO e ATENCO. Ignacio Del Valle è un attivista sociale importante, un esponente in vista del movimento dei macheteros del Frente Popular para la Defensa de la Tierra (FPDT- http://atencofpdt.blogspot.com/) che nel 2002 riuscì a bloccare la costruzione di un nuovo aeroporto a Texcoco, a est di Città del Messico, promossa dal governo del conservatore Vicente Fox. Da allora il movimento è diventato un punto di riferimento per le comunità locali e nel maggio 2006 è rientrato nelle cronache per le repressioni violente che ha subito e in cui è stata coinvolta la popolazione di Atenco, una cittadina situata a pochi chilometri dalla capitale vicino a Texcoco. Le vicende di Atenco sono piuttosto complesse e si tratta delle peggiori repressioni della polizia viste in Messico almeno negli ultimi dieci anni, insieme a quella di Oaxaca, sempre nel 2006. Solo per citare le nefandezze più note: violenze sessuali, espulsioni arbitrarie di stranieri dal paese, pestaggi, assassinii della polizia (2 giovani uccisi tra i manifestanti), fabbricazione di accuse, torture in carcere e durante la cattura, centinaia di feriti, violazione di centinai di domicili e abitazioni private, insomma una carneficina condotta da forze militarizzate contro cittadini che rivendicavano il diritto di poter vendere i loro prodotti nel mercato dei fiori. Sproporzionata la reazione governativa così come le pene inflitte, basate su prove inventate, ad alcuni membri del Frente come Ignacio e altri 11 che sono rimasti in prigione per oltre 4 anni e sono stati liberati nel 2010 grazie a una sentenza della Corte Suprema e solo in seguito alle enormi pressioni internazionali e nazionali (11 Premi Nobel per la Pace si schierarono dalla parte della gente di Atenco).

    FLORENCE. Florence Cassez, nonostante sia di nazionalità francese e negli ultimi anni sia diventata un vero e proprio caso diplomatico, quasi una merce di scambio tra i presidenti di Francia e Messico, Sarkozy e Calderón, è semplicemente un esempio in più della fabbrica che stiamo descrivendo, è rappresentativa della (in)giustizia messicana. Si sono costruite tante false verità, si sono alzati i nazionalismi dei “galli” contro gli “aztechi” e la verità è passata decisamente in secondo piano. La situazione è complessa e va avanti dalla fine del 2005, ma ormai c’è la certezza che il processo, le “prove”, i montaggi televisivi che hanno segnato la vicenda, la condanna in primo grado e quella definitiva del 2009 siano state viziate profondamente in tutte le loro fasi, le testimonianze sono poco attendibili e non esistono prove concrete, non manipolabili, che possano confermare la colpevolezza di Florence (per un’esposizione completa del caso rimando a: Link prima parte  – Link seconda parte). Intanto, la francese resta nel reclusorio femminile di Tepepan in attesa di una sentenza della Corte Suprema messicana che potrebbe ribaltare quelle dei tribunali ordinari.

    Infine, il caso PRESUNTO COLPEVOLE. “In Messico non basta essere innocenti per essere liberi”. Accusato d’omicidio senza alcuna prova, Antonio (Toño) è stato condannato a vent’anni di prigione che comincia a scontare nel reclusorio oriente di Città del Messico. Due giovani avvocati, dottorandi in legge negli Usa, decidono di riaprire il caso ed è così che comincia una lotta eroica per la libertà che non ha precedenti in Messico. E’ la trama di un film, però un film girato dentro la prigione, come un reality, e l’anno scorso il documentario ha scatenato grandi polemiche sulla giustizia in Messico. Alla Facoltà di Giurisprudenza della Unam (Universidad Nacional Autonoma de Mexico), l’ateneo più grande del mondo, tutti conoscono la freddura che ribadisce che in Messico “un bicchier d’acqua e un ordine d’incarcerazione non si negano mai a nessuno”, alludendo alla celebre ospitalità del popolo messicano ma anche alla facilità con cui si può finire in galera a tempo indeterminato.

    La pellicola mostra la presenza di avvocati con tesserini falsi per l’esercizio della professione e lo scandalo di un giudizio completamente viziato all’origine che viene rifatto e riassegnato allo stesso giudice che l’aveva iniziato. Il film è molto attento a riprendere le scene dei processi lasciando che lo spettatore si faccia un’opinione basata su fatti rilevanti e comunque dimostrabili con la relativa documentazione. Tutto è registrato con una videocamera mentre succede. Ciononostante non si riescono a immortalare proprio tutti gli abusi che normalmente vengono commessi al momento della cattura e dell’interrogatorio dei sospettati e dei testimoni e nemmeno gli atti di corruzione che quotidianamente vengono commessi. Risultato: in carcere finiscono quasi sempre solo i più poveri. L’impatto nella società messicana è stato dirompente con 500mila biglietti venduti in un mese e il documentario è stato lanciato e promosso nelle sale dal gigante della distribuzione cinematografica Cinepolis riaprendo il dibattito sul sistema di giustizia messicano e la fabbrica dei colpevoli.

  • Adriano Celentano – Spot ritirato dalla RAI Sanremo 2012

    Adriano Celentano – Spot ritirato dalla RAI Sanremo 2012

    Riemergono i vecchi ricordi degli anni 80 e ci accorgiamo che sono ancora qui, attuali nel bene e spesso nel male… (link a Svalutation – 1976).

    Ecco il promo di Adriano Celentano per il Festival di Sanremo 2012, ma la Rai lo censura perchè “contiene un danno oggettivo per l’azienda”. Nello spot si riprende la provocazione del Molleggiato ai tempi di Fantastico, quando invitò tutti a guardare Canale 5 per un minuto. Da qui link.

    E infine la Cumbia di Chi Cambia …e siamo nel 2011

  • Adriano Celentano – Svalutation (1976 o 2012?)

    Adriano Celentano – Svalutation (1976 o 2012?)

    Sempre attualissimo Adriano come Rino (Gaetano). Flashback from 1976 to Febbraio 2012.

  • La Santa Muerte a Radio 3 Rai – Pagina 3

    La Santa Muerte a Radio 3 Rai – Pagina 3

    Spiegazione e lettura dall’articolo “Quei dieci milioni di devoti di Santa Muerte”, di Fabrizio Lorusso, L’Unità, p. 42-43 – Sezione cultura del 2 febbraio 2012, all’interno del programma radiofonico Pagina 3 di Radio3. Trasmissione completa: http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-891f5cbc-be1…

    Pagina Santa Muerte: https://lamericalatina.net/la-santa-muerte/

    CREDITS: a cura di Gianfranco Rossi, in regia Piero Pugliese, in redazione Isabella Carbone

     

  • Le iene vs Cesare Battisti: l’intervista

    Le iene vs Cesare Battisti: l’intervista

    Dialogo chiarificatore di 10 minuti de Le Iene con Cesare Battisti dal Brasile, giovedì 2 febbraio 2012, da Le Iene Italia 1.

    Vecchia Intervista del 19/03/2007: video.mediaset.it/video/iene/puntata_interviste/14740/intervista-a-cesare-battisti.html

    Dubbi e Domande. Link: carmillaonline.com/archives/cat_il_caso_battisti.html

     

  • Italia y la caída de Berlusconi – Jornada Semanal

    Italia y la caída de Berlusconi – Jornada Semanal

    Fabrizio Lorusso – http://www.jornada.unam.mx/2012/02/05/sem-fabrizio.html 

    Roma, otoño de 2011, frío en el palacio, calor en las plazas. El Caimán, un apodo del ex Jefe de Gobierno italiano, Silvio Berlusconi, acuñado por el cineasta Nanni Moretti, se ahogó en un charco de escándalos y desmanes, tras casi veinte años en la escena. Hace falta citar las palabras del que muchos definieron como el “dueño de Italia”, patriarca de la economía y de la política. El Cavaliere, hoy sin más corceles y con su séquito diezmado, pareció elegir, por ahora, una salida del poder, tras caer de su silla dorada.

    “Ya presenté mi renuncia al cargo de primer ministro. Lo hice por mi sentido de responsabilidad y del Estado, para evitarle a Italia otro ataque de la especulación financiera, lo hice sin haber perdido jamás el voto de confianza del Parlamento. Es más, hemos tenido muchas veces un voto favorable y mayoritario de las dos Cámaras y todavía contamos con esa mayoría. Permítanme decirlo, fue triste ver que un gesto responsable y, permítanme, generoso, como es la renuncia, haya sido recibido con chiflidos e insultos. Sin embargo, como contrapartida de los centenares de manifestantes que ayer estaban en las plazas, hay millones de italianos quienes saben que hicimos con conciencia todo lo posible para defender a nuestras familias y empresas de la crisis global que afectó a todos los países avanzados, no sólo al nuestro. De todos modos, agradezco a los italianos por su cariño y fuerza que nos dieron para lograr muchos de los objetivos que nos habíamos planteado, ya desde 1994, cuando anuncié mi entrada en escena. Ese día cambió la historia de Italia. Nunca he faltado a ese credo político que pronuncié. Fue y es una declaración de amor para Italia. Dije ‘Italia es el país que amo, aquí tengo mis raíces, esperanzas y horizontes, aquí aprendí de mi padre y de la vida el oficio del empresario, aquí aprendí la pasión por la libertad’, no cambiaría ni una coma de esas palabras.”

    Así habló Berlusconi, tras dimitir de primer ministro, el pasado 12 de noviembre. En realidad, sí cambió una que otra coma de esas palabras: Italia ya se ha vuelto “un país de mierda” del que se irá pronto, según sus conversaciones telefónicas del julio de 2011, intervenidas por los jueces y, luego, publicadas. Tanto sus seguidores como los opositores vislumbraron ya el cierre de un ciclo de diecisiete años: una época larga, en el centro de la vida política, social, económica e, inclusive, mundana y oscura de Italia. En el palacio del Quirinale, sede de la Presidencia, el Premier –un cargo de primus inter pares según la Constitución, pero de primus super pares, superior a la ley, según la interpretación berlusconiana de la misma Carta– entregó oficialmente su renuncia al presidente de la República, Giorgio Napolitano. Mientras tanto, la plaza se llenaba de ciudadanos, al grito de “payaso”, “a la cárcel”, y aplaudiendo por la quizás definitiva liberación de una pesadilla mediático-política que, en los ochenta, fue un sueño de éxito, aunque marcado por claroscuros sobre los orígenes de su “fortuna”; en los noventa, un experimento político populista y, finalmente, una comedia ridícula y dañina en la última década.

    “A los que festejaron por mi supuesta salida de la escena, quiero decir con claridad que a partir de mañana redoblaré mi compromiso en el Parlamento y en todas las instituciones para renovar a Italia. Viva Italia, viva la libertad.” Pese a esta amenaza final, durante horas en las calles ondearon las banderas tricolores y se destaparon botellas de spumante para festejar la retirada de el Caimán. Sin embargo, la efervescencia del momento dejaría pronto espacio a la angustia. En 2011, la tasa de desempleo juvenil fue del treinta por ciento y, aunque la tasa general fue del 8.4 por ciento, siguen las inequidades: el diez por ciento de la población detenta casi el cincuenta por ciento de la riqueza. El gasto público italiano es casi igual al de los otros países de la Unión (50.5 por ciento del PIB) y su recaudación fiscal algo superior (46 por ciento frente al 44 por ciento), pero Italia derrocha más dinero, hay graves problemas éticos y financieros ligados a la evasión fiscal, a la corrupción, a las mafias y a los delitos de cuello blanco. Además, la economía no ha crecido. ElPIB subió un 0.87 por ciento promedio en los últimos quince años y sólo el 0.2 por ciento en 2001-2010. Esta década perdida dejó una deuda excepcional, equivalente a 120 por ciento del PIB italiano, la octava del mundo y segunda de la zona euro después de Grecia, que registró un 144 por ciento. Sin embargo, la gran diferencia es que Italia representa la tercera economía europea, con un tamaño poblacional como el de Francia y el Reino Unido, por lo que no podría quebrar o dejar de pagar deudas sin arrastrar al abismo a toda la UE, a la mayoría de sus socios en el mundo y al Euro.


    Cartel de periferiadesign

    La recesión de 2009 y 2010 –que Berlusconi negó rotundamente durante meses, pero que hasta hoy sigue surtiendo sus efectos nefastos– terminó de matar al liderazgo de el Caimán, ya golpeado por escándalos judiciales (juicios por corrupción, fraude fiscal, abuso de autoridad y explotación de la prostitución de menores), políticos (compraventa de votos en el Congreso, cooptación de diputados, aprobación de leyes ajustadas para él mismo llamadas ad personam, conflicto de sus intereses particulares con cargos públicos) y morales (no relevantes penalmente, pero sí para la ética pública del “buen gobernante”). Me refiero a frases pronunciadas públicamente, de mal gusto, misóginas y mesiánicas. “Yo soy el Señor, hay algo divino en ser elegido por la gente” y “Ustedes tienen que volverse misioneros, apóstoles, les explicaré el Evangelio según Forza Italia y según Silvio”, en 1994 y 1995 respectivamente. Hay otras recientes, de 2010: “A las mujeres desempleadas: búsquense a un chico adinerado” y “más vale ser apasionados por las chicas hermosas que gay”, y una de 2006: “Tengo demasiado aprecio hacia la inteligencia de los italianos para creer que hay tantos pendejos que voten contra su propio interés.” Es sólo una escueta selección.

    Hoy, la erosión de la credibilidad internacional del sistema-país es evidente. Las leyes pro Berlusconi son incontables: despenalización de la falsificación de balances, condonaciones para evasores fiscales, reducción de términos para la prescripción de varios crímenes, unos decretos salva-Rete4, una de sus televisoras que opera ilegalmente, y tres intentos de crear fueros especiales para altos cargos (incluyendo siempre el de primer ministro), todos declarados ilegítimos por la Corte Constitucional.

    Por todo ello, las deudas italianas pesan más. Su monto comenzó a subir vertiginosamente hace treinta años, durante los gobiernos despilfarradores de los demócratas cristianos y su aliado, el socialista Bettino Craxi, quien también fue el referente político del Berlusconi empresario en los ochenta. De la construcción (Edilnord y residenciales Milán 2 y 3 para los VIP) al futbol (equipo del Milán), de las tiendas departamentales (Grupo Standa-Rinascente) a los seguros (Mediolanum), del cine (Medusa Film-Blockbuster Italia) a la Tele (Mediaset) y las editoriales (Grupos Mondadori-Einaudi-Grijalbo), el business man milanés da el gran brinco a la política en 1993. Lo hace para suplir la desaparición de sus aliados en Roma, es decir, de los partidos y personajes sacudidos por las investigaciones de los fiscales de Milán, conocidas como Operación Manos Limpias contra los sobornos. Y lo hace también para protegerse de las tenazas de la justicia que se estaban acercando peligrosamente al núcleo de sus intereses. Así, se resignifica la expresión “conflicto de intereses” para Italia, al juntarse en un mando único el poder político y el económico con todos los perjuicios a la democracia que ello conlleva.

    Durante los gobiernos de la coalición de centro-derecha, sobre todo en 2001-2006 y 2008-2011, la ONG Freedom House descalificó a Italia en su informe anual sobre libertad de prensa, al bajarla de país libre a semilibre a causa de “la posibilidad del Premier para influir en la TV pública con un conflicto de intereses entre los más claros del mundo”, lo que hace del bel paese un caso “anómalo en la región por las interferencias gubernamentales, sobre todo para cubrir los escándalos de su presidente”. Y el Caimán responde, en 2006: “La prensa extranjera normalmente es de izquierda y nos presenta de manera distinta de lo que es la realidad.” Hay más: el año pasado el índice sobre percepción de la corrupción fue de los peores en Europa. En fin, parece haberse cumplido una parte sustancial del Plan de Renovación Nacional, antidemocrático y subversivo, que sostuviera la logia P2 de la Masonería de la que Berlusconi era integrante con la matrícula 1816.


    En Roma, diciembre de 2009. Foto: Alessandro Di Meo

    Tengo treinta y cuatro años. En 1994 tenía diecisiete, es decir la mitad, cuando el hombre que ya estaba entre los más ricos del país y ostentaba el título de Cavaliere del Lavoro, que otorga el Estado a distinguidos empresarios, optó por la “carrera política”. En abril ganó las elecciones, apoyado por una alianza entre partido-empresa Forza Italia, fundado el año anterior, el postfascista Alleanza Nazionale, liderado por Gianfranco Fini, y la formación secesionista y racista de la Liga Norte para la Independencia de la Padania, dominada, hoy como entonces, por el rudo caudillo norteño Umberto Bossi.

    Para los que lógicamente no saben qué es la Padania, una nota: según la Lega, se refiere al norte del país, la zona más próspera, que debe su nombre a la llanura padana. Es un territorio difuminado de Turín a Venecia, de Milán a Parma, y sus confines son cambiantes, conforme van variando sus consensos electorales. Se ideó una patria nueva para un supuesto pueblo “céltico, padano y norteño”, distinto del italiano, según los líderes del partido, quienes suelen gritar “la tenemos dura” y “Roma ladrona, la Lega no perdona”, pero no desprecian los cargos en el Parlamento con sede en la capital nacional. Sin duda es posible afirmar que PadaniaIs a State of Mind: o sea, un invento ideológico de una agrupación populista que cosecha votos valiéndose de la xenofobia, el folclor, la repartición de cuotas de poder y el miedo al otro, sea el sureño o el “extracomunitario”. Si bien a nivel nacional jamás ha rebasado el ocho por ciento de las preferencias, en algunas regiones septentrionales mantiene sus feudos con consenso de entre el quince y el veintiocho por ciento. De cualquier forma, en un sistema parlamentario fragmentado como el italiano, son cifras que determinan la sobrevivencia y las líneas políticas de un gobierno.

    Ni nueve meses duró el primer ejecutivo de Berlusconi por los berrinches de su aliado Bossi, así que fue reemplazado por Lamberto Dini con un gabinete técnico, es decir, formado por tecnócratas y no por exponentes de partidos. Su naturaleza bipartisan –derecha e izquierda juntos– es, en realidad, necesaria para proteger a los partidos y sus líderes del enorme costo político que ciertas medidas muy impopulares, normalmente de recorte del gasto y aumento de la recaudación, tienen para ellos.

    De 1996 a 2001 los gobiernos de Romano Prodi y Massimo D’Alema, de centro-izquierda, lograron el ingreso de Italia en la moneda europea, pero no quisieron frenar al Caimán quien, por una serie de negociaciones políticas, pudo mantener su poder mediático intacto, junto con el conflicto de intereses, para ganar las elecciones de 2001. Los “progresistas” habían perdido la oportunidad de cambiar el statu quoque desgraciadamente persiste hasta la actualidad. El comienzo del segundo mandato de Berlusconi es recordado por la represión contra los manifestantes en Génova durante la cumbre del G8 y por la consiguiente muerte de Carlo Giuliani, el 20 de julio de 2001. Se quiso dar un golpe duro mas no mortal a los movimientos sociales y antagonistas que allí se juntaron, en ese entonces como hoy, indignados y globales, para seguir la pista para “otro mundo posible” trazada desde la insurrección de Seattle en 1999.


    Milán, febrero de 2011 Foto: Luca Bruno

    Dieciséis años después del ejecutivo de Dini, la historia se repite: en sólo diecisiete días, tras el fin del cuarto gabinete de Berlusconi en noviembre de 2011, el presidente Napolitano nombra al nuevo premier: el economista y ex comisario europeo a la competencia, Mario Monti, quien presenta a las cámaras una ley financiera de emergencia, “lágrimas y sangre”. Entonces se instala un ejecutivo de “responsabilidad nacional”, técnico, con Monti ejerciendo también como secretario de Economía para “salvar a Italia”. Lo votan todos los partidos excepto la Lega, que queda como única fuerza de oposición en el Congreso para tratar de recuperar los consensos perdidos por su apoyo al Caimán, vigente hasta hace poco, en vista de las elecciones a celebrarse en 2012 o 2013. El plan de austeridad de Monti– recortes e impuestos por 20 billones de euros –representa, junto a la anterior ley financiera de Berlusconi (54.5 billones), el reajuste financiero más imponente de la historia italiana.

    En 1994, cuando participé en la autogestión y ocupación de mi escuela contra los recortes presupuestarios del gobierno, siendo parte de un movimiento estudiantil que cambiaría mi vida, nunca imaginé que el Caimán duraría tanto en el poder y que sobre él escribiría en 2012. Tampoco pensé, cuando entré a estudiar en la Universidad Bocconi de Milán, que su director, el otoñal profesor Mario Monti, sería, en el futuro, el rector del destino de Italia, justo después del mismo Berlusconi. Irónicos destinos.

    Un secreto del éxito de Berlusconi sería de índole cultural y antropológica, ya que él parece reunir varios estereotipos, quizá los más bajos, del italiano promedio. Todos los clichés son máscaras de carnaval, caricaturas exageradas, pero finalmente existen: el futbol, opio de los pueblos modernos; la pinta del trovador con mandolín y los chistes del falso latin lover, la televisión y la burla como reinas, la familia y lamamma como ideales, engañados en la práctica; el machismo y la parranda, la fama elevada a ideología nacional, la leyenda del self made man, tramposo pero exitoso, y el orgullo presumido por ser o haber sido (¿él mismo?, ¿o el país?) el centro de la historia de Occidente. Si bien la mayoría de los italianos no se identifican en este conjunto de “creencias” y clichés, éstos se usan como palancas que conforman estrategias políticas ganadoras.

    Sus palabras lo confirman: “Pese a las acusaciones infamantes que la oposición lanza en contra del gobierno, nadie en Europa ha hecho tanto y con resultados tan brillantes”, en 2011, y “Mussolini jamás mató a nadie: a los opositores los mandaba de vacaciones al exilio”, en 2003. Para presentar su himno personal “Menos mal que Silvio está”: “Tengo un complejo de superioridad, así que digo ‘menos mal que Silvio está’, nadie hubiese podido hacer mejor que nosotros”, en 2002. Y recuerden, “el Premier no puede mentir, por definición.” (2006.)


    Roma, febrero de 2011

    Pese a los clichés, en Italia hubo fenómenos parecidos a los de otras “democracias industriales maduras”: la política hecha espectáculo, la desconfianza popular hacia el sistema y los gobernantes, la crisis del Estado de bienestar, la derrota del salario-trabajo, las utilidades empresariales, el envejecimiento poblacional e institucional, la abdicación de la ética y de la crítica, incluso en la prensa, a favor de la búsqueda de prebendas. Quienes capitalizaran mejor estos factores ganaban, y Berlusconi lo ha hecho a su manera, proponiéndose como continuador de la tradición demócrata cristiana con pinta de liberal y paternalismo absolutista.

    El populismo, la maña mediática de Sarkozy y los escándalos de Chirac en Francia, no fueron tan distintos de los de Berlusconi, así como la necedad y las frases celebres de G. W. Bush o de Aznar en España. Pero hay especificidades más marcadas en Italia, por factores como el corporativismo económico, herencia del fascismo, la cultura de la recomendación en detrimento del mérito, las televisoras públicas controladas por los partidos de gobierno y las privadas por el Caimán. La polarización social, incluso dentro de las familias y entre generaciones (los papás protegidos con el viejo sistema frente a los hijos precarios de la globalización), creció. Lo mismo pasó entre los opositores y los partidarios de Berlusconi. Éste aprovechó el vacío que dejó la desaparición de los viejos partidos, así que muchos italianos no lo votaron por una locura colectiva (en los noventa y después), sino que creyeron en una opción que llenaba un hueco en el momento justo y que supo presentarse como creíble. Una izquierda dividida y unas leyes electorales poco equilibradas completaron la obra.


    Foto: Der Wanderer

    Por otro lado, el suministro lento del berlusconismo al pueblo italiano ha creado más indiferencia, pero también sus anticuerpos, el antiberlusconismo y la reacción de varios sectores: el periodismo, la sociedad civil, la universidad, los movimientos sociales, culturales, políticos, de mujeres y trabajadores, de escritores y actores, los migrantes y excluidos, los precarios y los estudiantes. Un tipo de antiberlusconismo vive de la contraposición, sin ideas propias y creativas, y quizás vaya perdiendo su razón de ser, conforme el caudillo se retire y nos demos cuenta de que los problemas quedan y no dependen sólo de él. Por mucho tiempo la izquierda parlamentaria y sus referentes en la sociedad tuvieron esta postura, aunque ahora parecen despertar. En cambio, por parte de los movimientos, desde los más autónomos e “indignados” hasta los “integrados”, pero críticos y militantes, se propusieron diagnósticos y soluciones distintas a los problemas del país. Las plazas y la gente han estado cada vez más participativas. Quizás ya no sea una minoría y algo se esté moviendo en las demás fuerzas progresistas dentro y, sobre todo, fuera de los palacios del poder. Así fue con el movimiento por el sí en los referendos populares del 12 de junio contra las centrales nucleares, y por el agua pública que registró una aplastante victoria. Las alternativas existen, pero son retos por encarar con reflexiones duras sobre nosotros mismos.