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Documentario: LA TRAPPOLA – Genova 20-21 Luglio 2001 (G8)

Dal post su Giap di Wu Ming: Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?
Consiglio anche: Genova 2001 e la sentenza 10×100 – Orizzonti di gloria
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Travel Songs I: Caetano Veloso – Não Enche + Os Argonautas

Per non scordare alcune canzoni di questa mia breve tappa europea, estiva e berlinese, ventosa, umida, fiorentina e milanese allo stesso tempo, appunto qui alcuni video in qualche post che fa sempre bene e comincio con l’allegria di Caetano Veloso – Não Enche
Me larga, não enche
Você não entende nada
E eu não vou te fazer entender…Me encara, de frente
É que você nunca quis ver
Não vai querer, nem vai ver
Meu lado, meu jeito
O que eu herdei de minha gente
Eu nunca posso perder
Me larga, não enche
Me deixa viver, me deixa viver
Me deixa viver, me deixa viver…Cuidado, oxente!
Está no meu querer
Poder fazer você desabar
Do salto, nem tente
Manter as coisas como estão
Porque não dá, não vai dá…Quadrada! Demente!
A melodia do meu samba
Põe você no lugar
Me larga, não enche
Me deixa cantar, me deixa cantar
Me deixa cantar, me deixa cantar…Eu vou
Clarificar
A minha voz
Gritando
Nada, mais de nós!
Mando meu bando anunciar
Vou me livrar de você…Harpia! Aranha!
Sabedoria de rapina
E de enredar, de enredar
Perua! Piranha!
Minha energia é que
Mantém você suspensa no ar
Prá rua! se manda!
Sai do meu sangue
Sanguessuga
Que só sabe sugar
Pirata! Malandra!
Me deixa gozar, me deixa gozar
Me deixa gozar, me deixa gozar…Vagaba! Vampira!
O velho esquema desmorona
Desta vez prá valer
Tarada! Mesquinha!
Pensa que é a dona
E eu lhe pergunto
Quem lhe deu tanto axé?
À-toa! Vadia!
Começa uma outra história
Aqui na luz deste dia “D”
Na boa, na minha
Eu vou viver dez
Eu vou viver cem
Eu vou vou viver mil
Eu vou viver sem você…(2x)Eu vou viver sem você
Na luz desse dia “D”
Eu vou viver sem você…Emotivamente irresistibile, poeticamente indiscutibile! Os Argonautas – Caetano Veloso
O Barco!
Meu coração não aguenta
Tanta tormenta, alegria
Meu coração não contenta
O dia, o marco, meu coração
O porto, não!…Navegar é preciso
Viver não é preciso…(2x)O Barco!
Noite no teu, tão bonito
Sorriso solto perdido
Horizonte, madrugada
O riso, o arco da madrugada
O porto, nada!…Navegar é preciso
Viver não é preciso (2x)O Barco!
O automóvel brilhante
O trilho solto, o barulho
Do meu dente em tua veia
O sangue, o charco, barulho lento
O porto, silêncio!…Navegar é preciso
Viver não é preciso…(6x) -
Il risveglio del Messico contro l’imposizione

[Il Messico del dopo-elezioni, a tre settimane dal voto del primo luglio, è in ebollizione. 9 morti, 66 arresti, 7 feriti, migliaia di irregolarità sono solo alcuni elementi che hanno contraddistinto quella giornata elettorale teoricamente “esemplare”, come l’hanno frettolosamente e strumentalmente definita l’IFE (Instituto Federal Electoral) e lo stesso presidente in carica Felipe Calderón. Le gravi anomalie segnalate daosservatori internazionali e nazionali, così come gli abusi, le compravendite, gli atti di squadrismo che hanno denunciato numerosi cittadini e alcuni dei partiti virtualmente sconfitti, come il governativo Accion Nacional (di destra) e in particolare il PRD (Partido Revolucion Democratica), hanno risvegliato i movimenti sociali e popolari che hanno deciso d’incontrarsi e stabilire un’agenda di lotta per i prossimi mesi:l’imposizione mediatica, il voto comprato, le pratiche antidemocratiche che hanno portato un candidato telegenico e costruito dalle TV alla massima carica dello stato in un modo ritenuto fraudolento costituiscono gli assi tematici e i denominatori comuni che stanno unificando le forze di gruppi sociali eterogenei. E’ nata quindi la “Convenzione contro l’imposizione” e circa 3000 rappresentanti e interessati si sono trovati ad Atenco, uno dei bastioni del vecchio partito egemonico PRI (Partido Revolucionario Institucional), ormai di ritorno al potere. Il PRD e i partiti della coalizione progressista, affianco al loro candidato Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che ha ottenuto il 31,5% dei voti contro il 38% del virtuale vincitore delle presidenziali, Enrique Peña Nieto, hanno impugnato l’intero risultato delle elezioni e attendono il verdetto del Tribunale Federale Elettorale previsto il 6 settembre. Il movimento studentesco #YoSoy132, vera novità degli ultimi mesi nel panorama sociale e politico messicano, ha partecipato alle attività anche se s’è riservato una decisione definitiva in merito ad alcune azioni previste dalla Convención. Intanto il 22 luglio ci sarà la seconda megamarcia contro l’imposizione promossa dal movimento attraverso le reti sociali. Presento qui una cronaca dell’attivista e “inviato di Carmilla” Andrea Spotti da Atenco, Fabrizio Lorusso]Di Andrea Spotti. Atenco, Messico, 15 giugno 2012. “Né la pioggia, né il vento fermano il movimento!” Hanno risposto in questo modo i partecipanti alla prima Convención Nacional all’inclemenza di Tlàloc (il dio della pioggia azteca). Il quale – implacabile e spietato come solo una divinità puó essere – ha reso molto umida, e a tratti perfino fradicia, la due-giorni assembleare che ha riunito a San Salvador Atenco, nel Estado de Mèxico (regione situata tutt’intorno a Città del Messico), oltre 2500 delegati di 496 organizzazioni provenienti da 29 stati del paese che si battono per impedire che Enrique Peña Nieto, il candidato della restaurazione priista, assuma la presidenza della Repubblica il prossimo primo dicembre.
La scelta del luogo in cui organizzare l’evento non è affatto casuale. In effetti Atenco, oltre ad essere un punto di riferimento per numerose lotte sociali degli ultimi anni, rappresenta un precedente importante per i movimenti in almeno due sensi. Da una parte, perchè fu proprio contro la comunità “atenquese”, che, nel maggio del 2006, l’allora governatore Peña Nieto, in complicità con il governo del presidente conservatore Vicente Fox, scatenò una brutale repressione che costò due morti, torture e violenze sessuali (tuttora impunite), nonchè anni di ingiusta detenzione per decine di militanti. Dall’altra, perchè Atenco rappresenta soprattutto la dignità della resistenza e la possibilità della solidarietà e della vittoria. Vittoria che gli ejidatarios, cioè i piccoli proprietari terrieri ed usufruttuari di terre comunitarie, del Frente de Pueblos en Defiensa de la Tierra (FPDT) ottennero nell’agosto del 2002, quando, dopo mesi di lotta, machete in pugno, riuscirono a impedire la costruzione del nuovo aereoporto di Città del Messico sulle loro terre. Atenco ci parla dunque di quanto potrebbe accadere nel paese nei prossimi anni.
La Convención Nacional, indetta nei giorni successivi alle polemiche elezioni del primo luglio, nel contesto delle mobilitazioni contro la presunta vittoria di Peña Nieto, si è posta due propositi fondamentali: costruire un fronte nazionale di lotta contro il ritorno dell’autoritarismo priista (il PRI governò il Messico come partito egemonico, praticamente unico, per 71 anni fino al 2000) e dare al movimento, nato il maggio scorso con le proteste degli studenti di #YoSoy132 e allargatosi ad altri importanti settori della società messicana, una qualche consistenza organizzativa per poter andare oltre la congiuntura elettorale. Per stabilire, in altri termini, una agenda politica indipendente dalle scadenze istituzionali e coordinata su tutto il paese.
Dal punto di vista della partecipazione, la prima cosa che salta agli occhi è la grande eterogeneità delle realtà presenti: rappresentanti di organizzazioni studentesche, contadine e di genere, associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani e indigeni, sindacati e singoli individui; insomma, una vera e propria babele sociale. Oltre a #YoSoy132 e al FPDT, erano presenti, tra gli altri, lo SME (Sindicato Mexicano de Electricistas) e la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación).
Data la molteplicità delle provenienze culturali e politiche, mantenere l’unità d’azione e d’intenti nel rispetto della diversità è dunque la sfida fondamentale della Convención. Si tratta cioè, come è stato più volte ribadito dagli interventi, di “costruire un movimento dei movimenti”, “un’organizzazione delle organizzazioni” per fare in modo che gli obiettivi e le pratiche particolari di ciascuna realtà, per quanto siano differenti e localizzate, possano relazionarsi positivamente tra loro, arrivando a costituire un progetto comune che possa avere una rilevanza su scala nazionale. Le due giornate di discussione non sono state affatto semplici. Sabato, nei sette tavoli di lavoro, e nella moltitudinaria plenaria di domenica, le decisioni sono spesso state il frutto di accesi dibattiti e complesse negoziazioni.
Uno dei primi aspetti ad emergere dalla discussione è il grido di dolore dei diversi stati, lontani dalla capitale, che compongono il Messico, stretti nella morsa fra guerra al narco e repressione: “il DF (Distrito Federal=Città del Messico) è un’isola felice”, dice un attivista proveniente dall’estremo nord, da Chihuahua, il quale denuncia la difficoltà, per chi vive fuori dalla grande metropoli, di mobilitarsi liberamente, pena la morte o la desaparición. Anche la narco-guerra del presidente in carica Felipe Calderón e la militarizzazione del territorio vengono messe seriamente in discussione dal movimento che richiede a gran voce il ritorno dei militari nelle caserme, oltreché l’impeachment dell’attuale presidente, considerato il responsabile politico degli oltre 60mila morti provocati dal conflitto in atto.
Al centro del dibattito sono state le proposte per strutturare una campagna nazionale con l’obiettivo di impedire che Enrique Peña Nieto diventi presidente. Da questo punto di vista, bisogna sottolineare la presenza nel movimento di una tendenza alla radicalizzazione della lotta, pur rimanendo nell’ambito della protesta pacifica. Tuttavia, bisogna iniziare a far male all’avversario, sostengono molti interventi, dove per far male si deve intendere bloccare il flusso della circolazione stradale e delle merci, boicottare i profitti delle imprese che hanno sostenuto i brogli elettorali, sanzionare i media mainstream e soprattutto le televisioni per aver sponsorizzato Peña e perfino impedire fisicamente la sua toma de posesión (la cerimonia formale in cui avviene l’investitura del nuovo capo di stato) circondando il parlamento. Alla fine dell’assemblea si è deciso un calendario di lotta, a scadenza quasi settimanale, che mette insieme iniziative centralizzate ed altre locali anche se dovrebbero essere portate avanti in modo coordinato e simultaneo in tutto il paese.
All’interno del ciclo di mobilitazioni spiccano le seguenti: le manifestazioni nazionali del 22 luglio e dell’11 agosto a Città del Messico; la dibattutissima “occupazione” o blocco pacifico di Televisa, principale catena TV messicana, il 27 luglio; due giornate di lotta nazionale in cui sono contemplati blocchi stradali e occupazioni di edifici o piazze simbolicamente importanti il primo e il 6 settembre; uno sciopero studentesco e cittadino, il due ottobre; e il già citato accerchiamento del senato il primo dicembre. Vanno inoltre ricordate, la riunione operativa della Convención, che si terrà nel settentrionale stato di Jalisco il 4 agosto per stabilire dal punto di vista pratico il da farsi, e la seconda Convención Nacional che riunirà nuovamente tutte le organizzazioni a Oaxaca il 22 e il 23 settembre per fare il punto della situazione e decidere quanto rimasto in sospeso nella scorsa riunione.
Durante la plenaria di domenica si è posto l’accento anche sul fatto, fondamentale, che la lotta contro l’imposizione di Peña, non risolve le domande di trasformazione del movimento e che le rivendicazioni che esso esprime vanno ben al di là dell’ambito elettorale e di partito. La stragrande maggioranza dei partecipanti, infatti, si dichiara apartitica e diffida apertamente di tutte le forze politiche, comprese quelle della sinistra istituzionale, considerate spesso altrettanto nocive e repressive delle altre. Di fatto, l’obiettivo principale delle osservazioni critiche dell’assemblea è il sistema economico vigente. Secondo la Convención, infatti, il neoliberismo, che toglie risorse alla comunità per trasformarle in profitto, è la causa dell’esclusione e della povertà presenti in Messico, ed è proprio dal cambiamento della sua logica che bisogna partire per trasformare la società. Rifiuto assoluto, dunque, non solo di Peña, ma delle riforme strutturali di cui si fa rappresentante (lavoro, scuola, energia, pensioni, spesa pubblica) che non farebbero altro che dare un ulteriore giro di vite al già fragile e rachitico welfare state messicano.
La democratizzazione dei mezzi di comunicazione, l’opposizione all’ACTA (l’accordo anti-pirateria che invece la UE ha rifiutato) recentemente firmato dal governo e il diritto alla rete; la riforma dell’educazione per garantire il diritto allo studio a tutti e non solo a una minoranza; la difesa dei beni comuni e la tassazione delle transazioni finanziarie; la difesa della sovranità alimentare e il diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni; la sospensione del pagamento del debito estero e l’abrogazione dei trattati di libero commercio, insieme al riconoscimeto dei diritti civili per il movimento LGBT (lesbico-gay,bisex-transessuale), sono solo alcuni degli elementi di un processo organizzativo che pare proprio voler andare oltre il conflitto postelettorale, per costituirsi come un’opposizione sociale duratura, disposta a dare battaglia contro la privatizzazione delle risorse e la precarizzazione delle vite. Sono tanti e tante, infatti, coloro che fanno riferimento all’articolo 39 della Costituzione che prevede che il popolo ha il diritto, in qualunque momento e qualora lo ritenga necessario, di cambiare la forma di governo e che pensano, quindi, di usufruire di questo diritto alla ribellione.Da segnalare, inoltre, la partecipazione dei rappresentanti delle comunità indigene di etnia purèpecha di Cheràn Keri, nello stato del Michoacàn, e di quella Huexca, di Morelos. Entrambe, accolte da un’ovazione che simboleggiava un abbraccio collettivo, hanno raccontato la loro lotta per la difesa della natura, della terra e del territorio. Contro la devastazione dei boschi prodotta dai mercanti (spesso mafiosi) della legna e per la costruzione dell’autonomia indigena, i primi; contro l’ennesima grande opera (gasdotto e centrale termoelettrica), i secondi. I comuneros di Cheràn, inoltre, dopo aver cacciato partiti, giudici e polizia locale, si sono appropriati dell’amministrazione pubblica e hanno iniziato a costruire le proprie istituzioni sul modello dell’orizzontalità e della revocabilità dei governanti tipici della tradizione politica indigena, cosa che è già costata la vita di 15 persone.
Per quanto il movimento non abbia ancora sviluppato tutte le sue potenzialità, bisogna riconoscergli il merito di aver ridato voce alla protesta sociale e di aver rimesso in comunicazione le lotte su scala nazionale, cosa che non succedeva dai tempi del risveglio dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional) con la Otra Campaña del 2005-2006. Inoltre, altro risultato importante, il movimento è riuscito a mettere in difficoltà il sistema dei media e a porre la questione della crisi, quelle della corruzione e della rappresentanza politica e, pertanto, della necessità di una sua radicale trasformazione.
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Telentrevista Teatro en ¿Valdrá la Pena Hablar de Marx?

¿Valdrá la pena hablar de Marx? Telentrevista Teatro con el periodista italiano Fabrizio Lorusso. Video Collection de la función del 10 de junio de 2012 en la sección 9 de la CNTE. Del canal YouTube de Teatrandando!
En Valdrá la pena hablar de Marx, un recuerdo de Matteo Dean con la poesia Camminante Matteo / Caminante Matteo.
Compañera, oiga, no hace falta camino para caminar juntos
hace falta el caminante, la caminante
compañero, oiga, no es por el destino que uno muere
es por olvido y apatía, olvidemos la apatía, empecemos a caminar.Compagna, senti, non ci vogliono strade per camminare insieme
ci vuole il camminante, la camminante
compagno, senti, non è per il destino che uno muore
è per oblio e apatia, dimentichiamo l’apatia, cominciamo a camminare. -
Video Inedito Irruzione DIAZ+Genova 2001: Nomi e Cognomi

Articolo: Genova 2001, nomi e cognomi. La preparazione di Genova 2001, la protesta, il dopo G8, sono per molte ragioni il simbolo dell’emersione di punti di vista e di pratiche sociali che hanno segnato la storia di singoli cittadini, di movimenti e pure di media indipendenti. Indirettamente anche di Comune-info, che all’epoca non era nato, ma tutti i suoi promotori e redattori erano lì. Di seguito, un articolo che ricostruisce in modo puntuale quanto accaduto negli ultimi anni, partendo dai processi. Non lo leggerete sui «grandi» media. Fatelo girare, come hanno cominciato a fare Wu Ming e altri.
I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: Il G8 di Genova non si può derubricare ad una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale la pena di chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, mentre Mastella spiegò che non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77). Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora partito democratico. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in un’intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 Luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverne, oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiedeva Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.
Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabiniere, ovviamente di Alleanza Nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale. Peccato che durò dalle 10 alle 16,30. E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta bocciata nel 2007 ci fu una commissionediindagine poco dopo i fatti del G8 con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra e una di rifondazione). Rileggendole oggi si scopre che contenevano già tutti gli elementi necessari per farsi un’idea di quello che era accaduto avanzando anche delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio. Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistatol’anno scorso dal Manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì archiviarlo dopo che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana (Lega Nord). Il motivo? Definiva tortura solo il comportamento reiterato, con il paradosso che che se fosse stato fatto una volta sola, su una o più persone, non sarebbe stato reato. Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti del parlamento mentre l’Italia è ancora inadempiente rispetto al trattato internazionale sottoscritto nel 2003. Del resto cosa ne pensasse la Lega fu chiaro quando, Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, intervistato nel 2008 da Repubblica disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura perché: «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. E non sono stati i soli. Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto codici identificativi, commissione d’inchiesta e reato di tortura (oltre al bando del pericoloso gas CS dei lacrimogeni e alla sospensione dei poliziotti condannati) sia al PresidentedellaRepubblica, Napolitano, che aisegretaridelcentrosinistra, Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. E questo nonostate il fatto che perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, avesse avanzato la richiesta di scuse da parte dello stato e di dimissioni dei responsabili dell’ordine pubblico. Anche perché la Diaz si sta dimostrando un caso non isolato. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia, passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi, in corso o in partenza, incombe la prescrizione.
Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti a al lavoro della segreteria del genova social forum che hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibiliinrete e hanno smentito tutte le ricostruzioni mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione, smentendo le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana mandò in onda il video di Indymedia qualche tempo dopo, oscurando il logo del network). Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine divideo e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci, alimentando per oltre dieci anni un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali, se non con l’eccezione di qualche cronaca locale, che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come «Genova nomep er nome» di Carlo Gubitosa o “L’eclisse della democrazia» di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto. Questi racconti non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc., mentre continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.
Per esempio, quei giornalisti che hanno riportato le parole sulla professionalità dei condannati di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare IDV, non avrebbero fatto un servizio più completo aggiungendo che questi due politici sono stati avvocati difensoririspettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?
Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzicherischiano 100 anni di pena complessiva in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. E poi c’è il tema delle scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti, che invece non si sono visti in questi 11 anni. E invece alle istituzioni bisognerà porre un’altra domanda: come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?. Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non si tratta di generiche responsabilità politiche, ma di chiamare con nome e per cognome le persone coinvolte. Altrimenti non avremo un alibi se Genova sarà solo l’ennesima pagina nera della storia di questo paese raccolta in un libro che non si vuole chiudere.
– «Lettera ai ventenni. Conoscete Giovanni De Gennaro?» [Monica Di Sisto, Comune-info]
– Philopat e Genova 2001: «Io sono tutto questo disastro / 10 x 100» [Wu Ming]
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La Bamba vs Fuera Peña Pa’l Baile (Fraud Rmx) @MegaMarcha 7-7-12 México

Guitarras, Teclados, Otones, Coros: la canción “La bamba” se vuelve “Fuera Peña” en la MegaMarcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012, buena pa’bailar. Twitter https://twitter.com/FabrizioLorusso
Fotos: https://picasaweb.google.com/103604583336585754337/MegaMarcha7Julio2012AntiPenaMexicoDF
Otro video relacionado:
1) Foto Resumen Marcha http://youtu.be/Wx-QK20uemA
GOYA y Coros de los estudiantes Unam en la Marcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012
POST CompraVenta https://lamericalatina.net/2012/07/08/video-messico-compravendita-voti-megamarcia-anti-frode-7-7-2012/
anti-peña, Collettivo AlterIta MX, democracia, df, Diritti Umani, elecciones, Español, estudiantes, Giornalismo & Mass Media, historia, lucha, manifestación, Manifestazioni, marcha, Messico, mexico, Musica, Notizia, Opinione, peña, peña nieto, pri, pueblo, Roba in Italiano, rodrigo y gabriela, unam, universidad, Varie d’Italia, Video, YoSoy132 -
Giustizia per Aldro. L’appello

Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.
Alla luce della sentenza, chiediamo:
– che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo;
– che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore;
– che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo;
– che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.
Per firmare clicca qui
Per conoscere i nomi dei primi firmatari continua a leggere.Primi firmatari:
Patrizia Moretti
Lino Aldrovandi
Stefano Aldrovandi
Comitato Verità per AldroSimone Alberti, account
Stefania Andreotti, giornalista
Checchino Antonini, giornalista
Alice Balboni, disoccupata
Paolo Beni, presidente ARCI
Rudra Bianzino
Gianni Biondillo, scrittore
Andrea Boldrini, operaio
Irene Bregola, ricercatrice e consigliera comunale Ferrara
Dean Buletti, giornalista
Paolo Burini, pizzaiolo
Stefano Calderoni, assessore provinciale Ferrara
Gigi Cattani, pensionato
Emanuela Cavicchi, insegnante
Franco Corleone, garante dei detenuti Firenze
Stefano Corradino, direttore Articolo 21
Elisa Corridoni, pubblicitaria
Ilaria Cucchi
Erri De Luca, scrittore
Girolamo De Michele, scrittore
Barbara Diolaiti, insegnante
Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
Nicoletta Dosio, movimento No Tav
Robert Elliot, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
Valerio Evangelisti, scrittore
Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC
Domenica Ferrulli
Leonardo Fiorentini, webmaster
Don Andrea Gallo
Haidi Giuliani
Giuliano Giuliani
Sergio Golinelli, insegnante
Luca Greco, sindacalista
Salvatore Greco, impiegato
Lorenzo Guadagnucci, giornalista
Claudia Guido, fotografa
Cinzia Gubbini, giornalista
Giuliano Guietti, segretario CGIL Ferrara
Luisa Lampronti, educatrice
Carla Leni, educatrice
Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice
Piero Maestri, portavoce SC
Giuliana Maggiano, insegnante
Luigi Manconi, presidente A Buon Diritto
Valerio Mastandrea, attore
Matilde Morselli, fotografa
Alice Orlandi, operaia
Laura Orteschi, impiegata
Matteo Parmeggiani, precario
Monica Pepe, giornalista
Walter Peruzzi, “Guerre e Pace”
Carola Peverati, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
Pietro Pinna, ricercatore
Stefano Rossi
Paolo Scaroni
Fiamma Schiavi, impiegata
Vauro Senesi, vignettista
Lucia Uva
Filippo Vendemmiati, giornalista
Wu Ming, scrittori
Roberto Zanetti, operatore socio-sanitario
Marcella Zappaterra, presidente Provincia di Ferrara













