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  • Bartleby deve morire. Battaglia per la libera cultura

    Bartleby deve morire. Battaglia per la libera cultura

    [A Bologna, gran parte della cultura nasce dal basso. Dai centri sociali, dalle osterie, dalle realtà autogestite. Tra queste si colloca Bartleby, un polo culturale indipendente che in tre anni ha prodotto una massa impressionante di eventi di alto livello, gestiti a titolo gratuito da un gruppo di giovani. Forse è a causa di questa autonomia dalle istituzioni che Comune e Università vogliono, in perfetto accordo, che Bartleby smetta di esistere. Pubblichiamo volentieri, e condividiamo, la loro protesta (original link)]. 

    In questi ultimi giorni si è riaperto il dibattito sull’assegnazione di una sede per il progetto Bartleby. Lo ribadiamo ancora una volta: Bartleby non sono quattro mura in via San Petronio Vecchio, ma un progetto politico e culturale, che nasce all’interno delle lotte contro la dequalificazione dei saperi e vive all’interno di una composizione sociale fatta di studenti e precari, musicisti e lavoratori della cultura.
    Tre anni fa occupammo con la scommessa che a Bologna ci fosse un potenziale inespresso. Che gli studenti della città non fossero solo spugne a cui spremere soldi, di cui farsi vanto nelle statistiche d’Ateneo, ma che, nella crisi dell’università, potessero spingere per creare un modo nuovo di immaginare l’università al di fuori dei vincoli e delle gerarchie che la prendono in ostaggio. Abbiamo visto moltiplicarsi gli esperimenti, abbiamo favorito il nascere di nuove collaborazioni che abbattessero le barriere fra le discipline.

    La scommessa di Bartleby non riguarda solo l’università, ma la produzione di arte, cultura e saperi nello spazio cittadino: musicisti di diversa estrazione e formazione si sono incontrati nei nostri spazi e hanno cominciato a lavorare insieme. Scrittori, attori e studiosi hanno trovato nel nostro progetto una possibilità di sperimentazione. Esattamente quella capacità propulsiva di cui le istituzioni Bolognesi si fanno vanto (“Bologna città della cultura”, “Bologna patrimonio dell’Unesco per la musica”, “Bologna polo universitario”), salvo poi tarpare le ali a questi esperimenti. Tutto questo ci sembra assurdo.

    Ancora più assurdo perchè, dal momento che la nostra volontà di dialogo non è mai venuta meno, una soluzione era stata trovata, nei locali di via San Felice 11. Soluzione che però è sfumata per volontà dell’amministrazione comunale. Forse perchè dietro al “caso Bartleby” si celano tensioni di una maggioranza che deve operare scelte in tempi di crisi e scopre le divisioni al proprio interno? Forse perchè l’università vede in Bartleby una minaccia piuttosto che una ricchezza? Forse perchè le idiozie securitarie dei comitati “antidegrado”, che considerano la socialità di studenti e precari una mera questione di ordine pubblico, stanno prendendo in ostaggio il dibattito cittadino?

    Adesso l’amministrazione universitaria minaccia lo sgombero estivo con la città vuota: una mossa da cuor di leoni. L’amministrazione comunale sembra tentennare. Una soluzione per Bartleby era stata trovata e su questa si stava costruendo un accordo, qualcuno si è messo di traverso. A questo punto è il caso di chiederci: perché parte di chi governa questa città, tanto in comune come in università, vuole soffocare questa esperienza? Chi si oppone al fatto che studenti, artisti e precari si organizzino in autonomia e facciano liberamente (e gratuitamente!) circolare saperi, cultura, socialità? Invitiamo tutte le forze politiche, sociali, sindacali e culturali di Bologna ad esprimersi e a prendere posizione in merito. Bene che tutti prendano parola e dicano chiaramente a quale progetto di città stanno lavorando.

    Noi le nostre scelte le abbiamo fatte e le portiamo avanti ogni giorno a viso aperto, senza nasconderci dietro paraventi. Centinaia di persone insieme a noi hanno sostenuto e sostengono ogni giorno quest’esperienza.

    Bartleby sin dalla sua nascita lavora perchè si dispieghi quella forza trasformativa data dalla scommessa dell’incontro fra i tanti e diversi che Bologna la vivono e la rendono un luogo ancora capace di attrarre intelligenze e creatività. Bartleby è parte di una Bologna che vive il presente come possibilità, l’autogestione come ricchezza, la contaminazione come forza collettiva.

  • Documentario: LA TRAPPOLA – Genova 20-21 Luglio 2001 (G8)

    Documentario: LA TRAPPOLA – Genova 20-21 Luglio 2001 (G8)

    Dal post su Giap di Wu Ming: Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?

    Consiglio anche: Genova 2001 e la sentenza 10×100 – Orizzonti di gloria

  • Travel Songs I: Caetano Veloso – Não Enche + Os Argonautas

    Travel Songs I: Caetano Veloso – Não Enche + Os Argonautas

    Per non scordare alcune canzoni di questa mia breve tappa europea, estiva e berlinese, ventosa, umida, fiorentina e milanese allo stesso tempo, appunto qui alcuni video in qualche post che fa sempre bene e comincio con l’allegria di Caetano Veloso – Não Enche

    Me larga, não enche
    Você não entende nada
    E eu não vou te fazer entender…

    Me encara, de frente
    É que você nunca quis ver
    Não vai querer, nem vai ver
    Meu lado, meu jeito
    O que eu herdei de minha gente
    Eu nunca posso perder
    Me larga, não enche
    Me deixa viver, me deixa viver
    Me deixa viver, me deixa viver…

    Cuidado, oxente!
    Está no meu querer
    Poder fazer você desabar
    Do salto, nem tente
    Manter as coisas como estão
    Porque não dá, não vai dá…

    Quadrada! Demente!
    A melodia do meu samba
    Põe você no lugar
    Me larga, não enche
    Me deixa cantar, me deixa cantar
    Me deixa cantar, me deixa cantar…

    Eu vou
    Clarificar
    A minha voz
    Gritando
    Nada, mais de nós!
    Mando meu bando anunciar
    Vou me livrar de você…

    Harpia! Aranha!
    Sabedoria de rapina
    E de enredar, de enredar
    Perua! Piranha!
    Minha energia é que
    Mantém você suspensa no ar
    Prá rua! se manda!
    Sai do meu sangue
    Sanguessuga
    Que só sabe sugar
    Pirata! Malandra!
    Me deixa gozar, me deixa gozar
    Me deixa gozar, me deixa gozar…

    Vagaba! Vampira!
    O velho esquema desmorona
    Desta vez prá valer
    Tarada! Mesquinha!
    Pensa que é a dona
    E eu lhe pergunto
    Quem lhe deu tanto axé?
    À-toa! Vadia!
    Começa uma outra história
    Aqui na luz deste dia “D”
    Na boa, na minha
    Eu vou viver dez
    Eu vou viver cem
    Eu vou vou viver mil
    Eu vou viver sem você…(2x)

    Eu vou viver sem você
    Na luz desse dia “D”
    Eu vou viver sem você…

     

    Emotivamente irresistibile, poeticamente indiscutibile! Os Argonautas – Caetano Veloso

    O Barco!
    Meu coração não aguenta
    Tanta tormenta, alegria
    Meu coração não contenta
    O dia, o marco, meu coração
    O porto, não!…

    Navegar é preciso
    Viver não é preciso…(2x)

    O Barco!
    Noite no teu, tão bonito
    Sorriso solto perdido
    Horizonte, madrugada
    O riso, o arco da madrugada
    O porto, nada!…

    Navegar é preciso
    Viver não é preciso (2x)

    O Barco!
    O automóvel brilhante
    O trilho solto, o barulho
    Do meu dente em tua veia
    O sangue, o charco, barulho lento
    O porto, silêncio!…

    Navegar é preciso
    Viver não é preciso…(6x)

     

     

     

  • Il risveglio del Messico contro l’imposizione

    Il risveglio del Messico contro l’imposizione

    [Il Messico del dopo-elezioni, a tre settimane dal voto del primo luglio, è in ebollizione. 9 morti, 66 arresti, 7 feriti, migliaia di irregolarità sono solo alcuni elementi che hanno contraddistinto quella giornata elettorale teoricamente “esemplare”, come l’hanno frettolosamente e strumentalmente definita l’IFE (Instituto Federal Electoral) e lo stesso presidente in carica Felipe Calderón. Le gravi anomalie segnalate daosservatori internazionali e nazionali, così come gli abusi, le compravendite, gli atti di squadrismo che hanno denunciato numerosi cittadini e alcuni dei partiti virtualmente sconfitti, come il governativo Accion Nacional (di destra) e in particolare il PRD (Partido Revolucion Democratica), hanno risvegliato i movimenti sociali e popolari che hanno deciso d’incontrarsi e stabilire un’agenda di lotta per i prossimi mesi:l’imposizione mediatica, il voto comprato, le pratiche antidemocratiche che hanno portato un candidato telegenico e costruito dalle TV alla massima carica dello stato in un modo ritenuto fraudolento costituiscono gli assi tematici e i denominatori comuni che stanno unificando le forze di gruppi sociali eterogenei. E’ nata quindi la “Convenzione contro l’imposizione” e circa 3000 rappresentanti e interessati si sono trovati ad Atenco, uno dei bastioni del vecchio partito egemonico PRI (Partido Revolucionario Institucional), ormai di ritorno al potere. Il PRD e i partiti della coalizione progressista, affianco al loro candidato Andrés Manuel López Obrador (AMLO), che ha ottenuto il 31,5% dei voti contro il 38% del virtuale vincitore delle presidenziali, Enrique Peña Nieto, hanno impugnato l’intero risultato delle elezioni e attendono il verdetto del Tribunale Federale Elettorale previsto il 6 settembre. Il movimento studentesco #YoSoy132, vera novità degli ultimi mesi nel panorama sociale e politico messicano, ha partecipato alle attività anche se s’è riservato una decisione definitiva in merito ad alcune azioni previste dalla Convención. Intanto il 22 luglio ci sarà la seconda megamarcia contro l’imposizione promossa dal movimento attraverso le reti sociali. Presento qui una cronaca dell’attivista e “inviato di Carmilla” Andrea Spotti da Atenco, Fabrizio Lorusso]

    Di Andrea Spotti. Atenco, Messico, 15 giugno 2012. “Né la pioggia, né il vento fermano il movimento!” Hanno risposto in questo modo i partecipanti alla prima Convención Nacional all’inclemenza di Tlàloc (il dio della pioggia azteca). Il quale – implacabile e spietato come solo una divinità puó essere – ha reso molto umida, e a tratti perfino fradicia, la due-giorni assembleare che ha riunito a San Salvador Atenco, nel Estado de Mèxico (regione situata tutt’intorno a Città del Messico), oltre 2500 delegati di 496 organizzazioni provenienti da 29 stati del paese che si battono per impedire che Enrique Peña Nieto, il candidato della restaurazione priista, assuma la presidenza della Repubblica il prossimo primo dicembre.

    La scelta del luogo in cui organizzare l’evento non è affatto casuale. In effetti Atenco, oltre ad essere un punto di riferimento per numerose lotte sociali degli ultimi anni, rappresenta un precedente importante per i movimenti in almeno due sensi. Da una parte, perchè fu proprio contro la comunità “atenquese”, che, nel maggio del 2006, l’allora governatore Peña Nieto, in complicità con il governo del presidente conservatore Vicente Fox, scatenò una brutale repressione che costò due morti, torture e violenze sessuali (tuttora impunite), nonchè anni di ingiusta detenzione per decine di militanti. Dall’altra, perchè Atenco rappresenta soprattutto la dignità della resistenza e la possibilità della solidarietà e della vittoria. Vittoria che gli ejidatarios, cioè i piccoli proprietari terrieri ed usufruttuari di terre comunitarie, del Frente de Pueblos en Defiensa de la Tierra (FPDT) ottennero nell’agosto del 2002, quando, dopo mesi di lotta, machete in pugno, riuscirono a impedire la costruzione del nuovo aereoporto di Città del Messico sulle loro terre. Atenco ci parla dunque di quanto potrebbe accadere nel paese nei prossimi anni.

    La Convención Nacional, indetta nei giorni successivi alle polemiche elezioni del primo luglio, nel contesto delle mobilitazioni contro la presunta vittoria di Peña Nieto, si è posta due propositi fondamentali: costruire un fronte nazionale di lotta contro il ritorno dell’autoritarismo priista (il PRI governò il Messico come partito egemonico, praticamente unico, per 71 anni fino al 2000) e dare al movimento, nato il maggio scorso con le proteste degli studenti di #YoSoy132 e allargatosi ad altri importanti settori della società messicana, una qualche consistenza organizzativa per poter andare oltre la congiuntura elettorale. Per stabilire, in altri termini, una agenda politica indipendente dalle scadenze istituzionali e coordinata su tutto il paese.

    Dal punto di vista della partecipazione, la prima cosa che salta agli occhi è la grande eterogeneità delle realtà presenti: rappresentanti di organizzazioni studentesche, contadine e di genere, associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani e indigeni, sindacati e singoli individui; insomma, una vera e propria babele sociale. Oltre a #YoSoy132 e al FPDT, erano presenti, tra gli altri, lo SME (Sindicato Mexicano de Electricistas) e la CNTE (Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación).
    ConvencionMex2.JPGData la molteplicità delle provenienze culturali e politiche, mantenere l’unità d’azione e d’intenti nel rispetto della diversità è dunque la sfida fondamentale della Convención. Si tratta cioè, come è stato più volte ribadito dagli interventi, di “costruire un movimento dei movimenti”, “un’organizzazione delle organizzazioni” per fare in modo che gli obiettivi e le pratiche particolari di ciascuna realtà, per quanto siano differenti e localizzate, possano relazionarsi positivamente tra loro, arrivando a costituire un progetto comune che possa avere una rilevanza su scala nazionale. Le due giornate di discussione non sono state affatto semplici. Sabato, nei sette tavoli di lavoro, e nella moltitudinaria plenaria di domenica, le decisioni sono spesso state il frutto di accesi dibattiti e complesse negoziazioni.

    Uno dei primi aspetti ad emergere dalla discussione è il grido di dolore dei diversi stati, lontani dalla capitale, che compongono il Messico, stretti nella morsa fra guerra al narco e repressione: “il DF (Distrito Federal=Città del Messico) è un’isola felice”, dice un attivista proveniente dall’estremo nord, da Chihuahua, il quale denuncia la difficoltà, per chi vive fuori dalla grande metropoli, di mobilitarsi liberamente, pena la morte o la desaparición. Anche la narco-guerra del presidente in carica Felipe Calderón e la militarizzazione del territorio vengono messe seriamente in discussione dal movimento che richiede a gran voce il ritorno dei militari nelle caserme, oltreché l’impeachment dell’attuale presidente, considerato il responsabile politico degli oltre 60mila morti provocati dal conflitto in atto.

    Al centro del dibattito sono state le proposte per strutturare una campagna nazionale con l’obiettivo di impedire che Enrique Peña Nieto diventi presidente. Da questo punto di vista, bisogna sottolineare la presenza nel movimento di una tendenza alla radicalizzazione della lotta, pur rimanendo nell’ambito della protesta pacifica. Tuttavia, bisogna iniziare a far male all’avversario, sostengono molti interventi, dove per far male si deve intendere bloccare il flusso della circolazione stradale e delle merci, boicottare i profitti delle imprese che hanno sostenuto i brogli elettorali, sanzionare i media mainstream e soprattutto le televisioni per aver sponsorizzato Peña e perfino impedire fisicamente la sua toma de posesión (la cerimonia formale in cui avviene l’investitura del nuovo capo di stato) circondando il parlamento. Alla fine dell’assemblea si è deciso un calendario di lotta, a scadenza quasi settimanale, che mette insieme iniziative centralizzate ed altre locali anche se dovrebbero essere portate avanti in modo coordinato e simultaneo in tutto il paese.

    All’interno del ciclo di mobilitazioni spiccano le seguenti: le manifestazioni nazionali del 22 luglio e dell’11 agosto a Città del Messico; la dibattutissima “occupazione” o blocco pacifico di Televisa, principale catena TV messicana, il 27 luglio; due giornate di lotta nazionale in cui sono contemplati blocchi stradali e occupazioni di edifici o piazze simbolicamente importanti il primo e il 6 settembre; uno sciopero studentesco e cittadino, il due ottobre; e il già citato accerchiamento del senato il primo dicembre. Vanno inoltre ricordate, la riunione operativa della Convención, che si terrà nel settentrionale stato di Jalisco il 4 agosto per stabilire dal punto di vista pratico il da farsi, e la seconda Convención Nacional che riunirà nuovamente tutte le organizzazioni a Oaxaca il 22 e il 23 settembre per fare il punto della situazione e decidere quanto rimasto in sospeso nella scorsa riunione.

    Durante la plenaria di domenica si è posto l’accento anche sul fatto, fondamentale, che la lotta contro l’imposizione di Peña, non risolve le domande di trasformazione del movimento e che le rivendicazioni che esso esprime vanno ben al di là dell’ambito elettorale e di partito. La stragrande maggioranza dei partecipanti, infatti, si dichiara apartitica e diffida apertamente di tutte le forze politiche, comprese quelle della sinistra istituzionale, considerate spesso altrettanto nocive e repressive delle altre. Di fatto, l’obiettivo principale delle osservazioni critiche dell’assemblea è il sistema economico vigente. Secondo la Convención, infatti, il neoliberismo, che toglie risorse alla comunità per trasformarle in profitto, è la causa dell’esclusione e della povertà presenti in Messico, ed è proprio dal cambiamento della sua logica che bisogna partire per trasformare la società. Rifiuto assoluto, dunque, non solo di Peña, ma delle riforme strutturali di cui si fa rappresentante (lavoro, scuola, energia, pensioni, spesa pubblica) che non farebbero altro che dare un ulteriore giro di vite al già fragile e rachitico welfare state messicano.
    ConvencionMex3.JPG
    La democratizzazione dei mezzi di comunicazione, l’opposizione all’ACTA (l’accordo anti-pirateria che invece la UE ha rifiutato) recentemente firmato dal governo e il diritto alla rete; la riforma dell’educazione per garantire il diritto allo studio a tutti e non solo a una minoranza; la difesa dei beni comuni e la tassazione delle transazioni finanziarie; la difesa della sovranità alimentare e il diritto all’autodeterminazione dei popoli indigeni; la sospensione del pagamento del debito estero e l’abrogazione dei trattati di libero commercio, insieme al riconoscimeto dei diritti civili per il movimento LGBT (lesbico-gay,bisex-transessuale), sono solo alcuni degli elementi di un processo organizzativo che pare proprio voler andare oltre il conflitto postelettorale, per costituirsi come un’opposizione sociale duratura, disposta a dare battaglia contro la privatizzazione delle risorse e la precarizzazione delle vite. Sono tanti e tante, infatti, coloro che fanno riferimento all’articolo 39 della Costituzione che prevede che il popolo ha il diritto, in qualunque momento e qualora lo ritenga necessario, di cambiare la forma di governo e che pensano, quindi, di usufruire di questo diritto alla ribellione.

    Da segnalare, inoltre, la partecipazione dei rappresentanti delle comunità indigene di etnia purèpecha di Cheràn Keri, nello stato del Michoacàn, e di quella Huexca, di Morelos. Entrambe, accolte da un’ovazione che simboleggiava un abbraccio collettivo, hanno raccontato la loro lotta per la difesa della natura, della terra e del territorio. Contro la devastazione dei boschi prodotta dai mercanti (spesso mafiosi) della legna e per la costruzione dell’autonomia indigena, i primi; contro l’ennesima grande opera (gasdotto e centrale termoelettrica), i secondi. I comuneros di Cheràn, inoltre, dopo aver cacciato partiti, giudici e polizia locale, si sono appropriati dell’amministrazione pubblica e hanno iniziato a costruire le proprie istituzioni sul modello dell’orizzontalità e della revocabilità dei governanti tipici della tradizione politica indigena, cosa che è già costata la vita di 15 persone.

    Per quanto il movimento non abbia ancora sviluppato tutte le sue potenzialità, bisogna riconoscergli il merito di aver ridato voce alla protesta sociale e di aver rimesso in comunicazione le lotte su scala nazionale, cosa che non succedeva dai tempi del risveglio dell’EZLN (Ejercito Zapatista de Liberacion Nacional) con la Otra Campaña del 2005-2006. Inoltre, altro risultato importante, il movimento è riuscito a mettere in difficoltà il sistema dei media e a porre la questione della crisi, quelle della corruzione e della rappresentanza politica e, pertanto, della necessità di una sua radicale trasformazione.

  • Documentario: How To Start a Revolution (Spanish-English)

    Documentario: How To Start a Revolution (Spanish-English)

    Tecniche di lotta non violenta. Link al Manuale per il download QUI    o   QUI

    (Auto)Ayuda para que el pueblo derroque a los tíranos con luchas pacíficas. 

    Una historia sobre el poder de la gente para cambiar el mundo y sobre un hombre que durante más de 50 años ha ayudado a los pueblos a derrocar a sus dictadores. Su nombre es Gene Sharp y aunque él sea un desconocido en muchos lugares del mundo, sus 198 métodos para hacer una revolución han encendido la mecha en varios rincones del planeta.

    El poder de la resistencia no violenta
    Desde muy joven, su formación le llevó a querer transformar el mundo en un lugar mejor y a dejarlo en mejores condiciones que cuando lo encontró. Tenía muy claro que la mejor manera de luchar contra los regímenes autoritarios era hacerlo a través de la resistencia no violenta. Su sencillo manual “De la dictadura a la democracia”, traducido a 30 idiomas, ha traspasado fronteras clandestinamente. Las últimas tecnologías lo han extendido como la pólvora y su idea de que existe una poderosa alternativa al conflicto violento ha prendido en revoluciones como la serbia, la ucraniana, la iraní o las más actuales de la “primavera árabe”.

    Armas económicas, psicológicas y sociales contra la opresión
    “Como empezar una revolución” ilustra con testimonios y archivo, algunas de las formas de rebelión como el boicot económico, la desobediencia civil o las protestas, aplicadas en diferentes contextos políticos. Los activistas de las revoluciones serbia, ucraniana o la egipcia nos cuentan cómo siguieron los métodos de Gene Sharp y derrocaron a sus tiranos. Combatieron con armas económicas, psicológicas y sociales, la lucha más poderosa contra la opresión, la injusticia y la violencia.

    Protagonismo recuperado gracias a internet
    Las teorías de este erudito americano de 83 años continúan transmitiéndose masivamente en la actualidad a través de internet. Desde Birmania a Túnez, los logros han sido incuestionables y gobiernos como el de Venezuela o Irán le han acusado de trabajar para la CIA, en favor de la política expansionista de Estados Unidos.

    Los actuales líderes de las revoluciones árabes, que en este momento se están llevando a cabo, cuentan cómo las teorías de Sharp calan en el pueblo y provocan, que la gente oprimida pueda alcanzar la libertad de forma autosuficiente.

     

     

  • Telentrevista Teatro en ¿Valdrá la Pena Hablar de Marx?

    Telentrevista Teatro en ¿Valdrá la Pena Hablar de Marx?

    ¿Valdrá la pena hablar de Marx? Telentrevista Teatro con el periodista italiano Fabrizio Lorusso. Video Collection de la función del 10 de junio de 2012 en la sección 9 de la CNTE. Del canal YouTube de Teatrandando!

    En Valdrá la pena hablar de Marx, un recuerdo de Matteo Dean con la poesia Camminante Matteo / Caminante Matteo.

    Compañera, oiga, no hace falta camino para caminar juntos
    hace falta el caminante, la caminante
    compañero, oiga, no es por el destino que uno muere
    es por olvido y apatía, olvidemos la apatía, empecemos a caminar.

    Compagna, senti, non ci vogliono strade per camminare insieme
    ci vuole il camminante, la camminante
    compagno, senti, non è per il destino che uno muore
    è per oblio e apatia, dimentichiamo l’apatia, cominciamo a camminare.

  • Video Inedito Irruzione DIAZ+Genova 2001: Nomi e Cognomi

    Video Inedito Irruzione DIAZ+Genova 2001: Nomi e Cognomi

    Articolo: Genova 2001, nomi e cognomi. La preparazione di Genova 2001, la protesta, il dopo G8, sono per molte ragioni il simbolo dell’emersione di punti di vista e di pratiche sociali che hanno segnato la storia di singoli cittadini, di movimenti e pure di media indipendenti. Indirettamente anche di Comune-info, che all’epoca non era nato, ma tutti i suoi promotori e redattori erano lì. Di seguito, un articolo che ricostruisce in modo puntuale quanto accaduto negli ultimi anni, partendo dai processi. Non lo leggerete sui «grandi» media. Fatelo girare, come hanno cominciato a fare Wu Ming e altri.

    I commenti che sta suscitando la sentenza della cassazione sulla Diaz dimostrano almeno un fatto: Il G8 di Genova non si può derubricare ad una questione giudiziaria. Ma ora che lo stanno scrivendo anche i maggiori quotidiani italiani c’è un rischio: quello di dare le risposte sbagliate alle tante domande che si stanno ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica. E allora tanto vale la pena di chiarirne qualcuna e usare nomi e cognomi.

    Intanto sulla famigerata commissione d’inchiesta bocciata durante il governo Prodi. Fu discussa e votata dalla commissione Affari costituzionali il 30 ottobre del 2007. Non passò perché dei 45 membri presenti votarono in 44: 22 a favore e 22 contro. E dalla maggioranza si sfilarono i radicali e socialisti Cinzia Dato e Angelo Piazza (assenti, ma non rimpiazzati), Carlo Costantini dell’Idv che votò no come Francesco Adenti (Udeur). L’altro Idv Massimo Donadi era assente. Di Pietro giustificò questo voto dicendo che era una commissione a senso unico contro la polizia, mentre Mastella spiegò che non l’aveva visto nel programma dell’Unione (falso: era a pagina 77). Quello che nessun commentatore ha sottolineato è che la differenza la fece il non voto del presidente della commissione: Luciano Violante, allora democratici di sinistra ora partito democratico. Del resto cosa ne pensasse l’ex presidente della camera era scritto nero su bianco in un’intervista a La Stampa del 23 Giugno 2007 nel quale si dichiarava personalmente contrario. E il motivo lo ha spiegato l’editoriale del 9 Luglio di Marco Menduni su Il Secolo XIX, unico quotidiano a scriverne, oltre al manifesto. Quella commissione rischiava di mettere in imbarazzo sia il governo di destra che l’opposizione di centrosinistra. Questo perché il G8 a Genova fu deciso sotto il governo D’Alema e gestito dal governo Amato che nominò De Gennaro capo della polizia il 26 maggio del 2000. Il governo Amato ero lo stesso che gestì l’ordine durante il global forum di Napoli (che anticipò quello che avvenne dopo a Genova). Insomma non è solo la destra a dover dare risposte, come chiedeva Concita De Gregorio su Repubblica. Che poi da quelle parti ci siano state altre connivenze è poco ma sicuro.

    Uno dei deputati più attivi al G8 fu Filippo Ascierto, ex carabiniere, ovviamente di Alleanza Nazionale. Il 5 giugno del 2001 intervistato da Repubblica disse, riferendosi ai manifestanti che stavano preparando il contro vertice di Genova: «Non dormano tranquilli perché noi li andremo a prendere uno per uno». Quando il giornalista chiese a chi si riferisse con il «noi» aggiunse «ho detto andremo perché mi sento ancora un carabiniere». E ancora, è noto che Fini, allora vicepresidente del consiglio, fu personalmente presente a Forte San Giuliano, nella sede operativa dei Carabinieri. Lui disse per portare un saluto istituzionale. Peccato che durò dalle 10 alle 16,30. E tutto questo fu accertato in una sede istituzionale. Già perché prima della commissione d’inchiesta bocciata nel 2007 ci fu una commissionediindagine poco dopo i fatti del G8 con tre relazioni finali (una di maggioranza, una di centrosinistra e una di rifondazione). Rileggendole oggi si scopre che contenevano già tutti gli elementi necessari per farsi un’idea di quello che era accaduto avanzando anche delle proposte. Per esempio in quella di Mascia (Prc) si prendeva atto dell’impossibilità di riconoscere gli operatori di polizia in piazza chiedendo l’introduzione di codici identificativi. Cosa che è passata nel dimenticatoio. Per l’opposizione della destra? Difficile crederlo visto che Claudio Giardullo, il segretario del Silp, sindacato di polizia vicino alla Cgil, intervistatol’anno scorso dal Manifesto si dichiarava contrario a questo provvedimento («aumenta il rischio del singolo operatore») e perfino all’introduzione del reato di tortura («un messaggio di sfiducia per la polizia»), mentre più di recente Giuseppe Corrado del Sap (vicino alla destra) dichiarava a La Stampa «se lo Stato decidesse in questo senso non ci opporremo in nessun caso». E a proposito del reato di tortura, fu discusso in parlamento nel 2004 con una proposta bipartisan, ma poi si preferì archiviarlo dopo che fu approvato a maggioranza un emendamento dell’onorevole Carolina Lussana (Lega Nord). Il motivo? Definiva tortura solo il comportamento reiterato, con il paradosso che che se fosse stato fatto una volta sola, su una o più persone, non sarebbe stato reato. Oggi diverse proposte giaciono nei cassetti del parlamento mentre l’Italia è ancora inadempiente rispetto al trattato internazionale sottoscritto nel 2003. Del resto cosa ne pensasse la Lega fu chiaro quando, Roberto Castelli, all’epoca di Genova ministro della giustizia in visita al carcere di Bolzaneto, intervistato nel 2008 da Repubblica disse che tenere in piedi le persone per ore non era tortura perché: «i metalmeccanici stanno in piedi otto ore al giorno e non si sentono umiliati e offesi». Per fortuna si può ancora sostenere l’appello sul sito di Amnesty international. E non sono stati i soli. Il Comitato Verità e Giustizia che oggi chiede le dimissioni di Manganelli e De Gennaro aveva chiesto codici identificativi, commissione d’inchiesta e reato di tortura (oltre al bando del pericoloso gas CS dei lacrimogeni e alla sospensione dei poliziotti condannati) sia al PresidentedellaRepubblica, Napolitano, che aisegretaridelcentrosinistra, Bersani, Di Pietro, Bonelli e Vendola. Risposte? Nessuna. E questo nonostate il fatto che perfino il procuratore generale di Genova, Luciano Di Noto, avesse avanzato la richiesta di scuse da parte dello stato e di dimissioni dei responsabili dell’ordine pubblico. Anche perché la Diaz si sta dimostrando un caso non isolato. Uno degli avvocati delle parti civili al processo Diaz, Emanuele Tambuscio, ha calcolato che ci sono altre 9 condanne nella polizia, passate in giudicato per falso e calunnia, mentre su altri processi, in corso o in partenza, incombe la prescrizione.

    Se su tutti questi fatti oggi abbiamo un po’ di verità non è certo per la maggioranza dei media nazionali che oggi si stracciano le vesti sulle responsabilità della politica. Se i processi sono andati in un certo modo è stato grazie al lavoro di decine di attivisti a al lavoro della segreteria del genova social forum che hanno fornito materiali audio video agli avvocati delle parti civili e alla magistratura. Oggi tutti quei materiali sono fruibiliinrete e hanno smentito tutte le ricostruzioni mistificatorie sentite in questi anni. Della Diaz abbiamo delle immagini grazie al fatto che le videocamere di Indymedia erano posizione nel palazzo di fronte ed hanno potuto riprendere la scena dell’irruzione, smentendo le ricostruzioni della polizia (il Tg5 di Mentana mandò in onda il video di Indymedia qualche tempo dopo, oscurando il logo del network). Filmati, foto e testimonianze di giornalisti freelance sono stati il racconto in presa diretta che ha prodotto decine divideo e di libri ben prima del film Diaz di Vicari e Procacci, alimentando per oltre dieci anni un dibattito nel paese taciuto dai tv e giornali, se non con l’eccezione di qualche cronaca locale, che non ha mai raggiunto le prime pagine fino ad oggi. Molte delle informazioni raccolte qui provengono da libri come «Genova nomep er nome» di Carlo Gubitosa o Leclisse della democrazia» di Lorenzo Guadagnucci e Vittorio Agnoletto. Questi racconti non hanno trovato spazio su giornali blasonati né in trasmisioni come quelle di Fazio, Dandini, ecc., mentre continua l’abitudine, tutta italiana, di riportare commenti piuttosto che fatti.

    Per esempio, quei giornalisti che hanno riportato le parole sulla professionalità dei condannati di Paola Severino, ministro della giustizia, e quelle di Luigi Li Gotti, parlamentare IDV, non avrebbero fatto un servizio più completo aggiungendo che questi due politici sono stati avvocati difensoririspettivamente di Giovanni Luperi, Gilberto Caldarozzi e Francesco Gratteri?

    Genova non è finita. Venerdì 13 ci sarà la sentenza per 10 ragazzicherischiano 100 anni di pena complessiva in un processo che forse qualcuno vorrebbe far diventare una specie di secondo tempo con pareggio per la vicenda Diaz. Una concezione indecente per chiunque sostenga in buona fede le ragioni dello stato di diritto. E poi c’è il tema delle scuse da parte delle istituzioni. Giuste, certo, ma accettarle o meno riguarda un piano umano ed emotivo che avrebbe meritato parole migliori e gesti più concreti, che invece non si sono visti in questi 11 anni. E invece alle istituzioni bisognerà porre un’altra domanda: come si potrà evitare altri episodi come Genova per il futuro?. Oggi che la verità ottenuta con il sacrificio di tante persone è diventata anche un pezzo di giustizia, gran parte delle possibilità di trovare risposte dipenderanno dalla capacità di chiedere conto del proprio operato a chi in quei giorni aveva incarichi di responsabilità, a chi ha taciuto pur sapendo e a chi sta ancora tacendo. Non si tratta di generiche responsabilità politiche, ma di chiamare con nome e per cognome le persone coinvolte. Altrimenti non avremo un alibi se Genova sarà solo l’ennesima pagina nera della storia di questo paese raccolta in un libro che non si vuole chiudere.

    – «Lettera ai ventenni. Conoscete Giovanni De Gennaro?» [Monica Di Sisto, Comune-info]

    – Philopat e Genova 2001: «Io sono tutto questo disastro / 10 x 100» [Wu Ming]

  • La Bamba vs Fuera Peña Pa’l Baile (Fraud Rmx) @MegaMarcha 7-7-12 México

    La Bamba vs Fuera Peña Pa’l Baile (Fraud Rmx) @MegaMarcha 7-7-12 México

    Guitarras, Teclados, Otones, Coros: la canción “La bamba” se vuelve “Fuera Peña” en la MegaMarcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012, buena pa’bailar. Twitter https://twitter.com/FabrizioLorusso

    Fotos: https://picasaweb.google.com/103604583336585754337/MegaMarcha7Julio2012AntiPenaMexicoDF

    Otro video relacionado:

    1) Foto Resumen Marcha http://youtu.be/Wx-QK20uemA

    GOYA y Coros de los estudiantes Unam en la Marcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012

    POST CompraVenta https://lamericalatina.net/2012/07/08/video-messico-compravendita-voti-megamarcia-anti-frode-7-7-2012/

  • Giustizia per Aldro. L’appello

    Giustizia per Aldro. L’appello

    Il 21 giugno 2012 la Cassazione si è espressa in modo definitivo sul caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne ucciso durante un controllo di Polizia all’alba del 25 settembre del 2005 a Ferrara. La Corte ha confermato la condanna dei quattro poliziotti per eccesso colposo in omicidio colposo riprendendo così le sentenze di primo e secondo grado.

    Alla luce della sentenza, chiediamo:

    – che i quattro poliziotti, condannati ora in via definitiva, vengano estromessi dalla Polizia di Stato, poiché evidentemente non in possesso dell’equilibrio e della particolare perizia necessari per fare parte di questo corpo;

    – che venga stabilito in maniera inequivocabile che le persone condannate in via definitiva, anche per pene inferiori ai 4 anni, siano allontanate dalle Forze dell’Ordine, modificando ove necessario le leggi e i regolamenti attualmente in vigore;

    – che siano stabilite, per legge, modalità di riconoscimento certe degli appartenenti alle Forze dell’Ordine, con un numero identificativo sulla divisa e sui caschi o con qualsivoglia altra modalità adeguata allo scopo;

    – che venga riconosciuto anche in Italia il reato di tortura – così come definita universalmente e identificata dalle Nazioni Unite in termini di diritto internazionale – applicando la Convenzione delle Nazioni Unite del 1984 contro la tortura e le altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti, ratificata dall’Italia nel 1988.

    Per firmare clicca qui
    Per conoscere i nomi dei primi firmatari continua a leggere.

    Primi firmatari:

    Patrizia Moretti
    Lino Aldrovandi
    Stefano Aldrovandi
    Comitato Verità per Aldro

    Simone Alberti, account
    Stefania Andreotti, giornalista
    Checchino Antonini, giornalista
    Alice Balboni, disoccupata
    Paolo Beni, presidente ARCI
    Rudra Bianzino
    Gianni Biondillo, scrittore
    Andrea Boldrini, operaio
    Irene Bregola, ricercatrice e consigliera comunale Ferrara
    Dean Buletti, giornalista
    Paolo Burini, pizzaiolo
    Stefano Calderoni, assessore provinciale Ferrara
    Gigi Cattani, pensionato
    Emanuela Cavicchi, insegnante
    Franco Corleone, garante dei detenuti Firenze
    Stefano Corradino, direttore Articolo 21
    Elisa Corridoni, pubblicitaria
    Ilaria Cucchi
    Erri De Luca, scrittore
    Girolamo De Michele, scrittore
    Barbara Diolaiti, insegnante
    Italo Di Sabato, Osservatorio sulla repressione
    Nicoletta Dosio, movimento No Tav
    Robert Elliot, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
    Valerio Evangelisti, scrittore
    Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC
    Domenica Ferrulli
    Leonardo Fiorentini, webmaster
    Don Andrea Gallo
    Haidi Giuliani
    Giuliano Giuliani
    Sergio Golinelli, insegnante
    Luca Greco, sindacalista
    Salvatore Greco, impiegato
    Lorenzo Guadagnucci, giornalista
    Claudia Guido, fotografa
    Cinzia Gubbini, giornalista
    Giuliano Guietti, segretario CGIL Ferrara
    Luisa Lampronti, educatrice
    Carla Leni, educatrice
    Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice
    Piero Maestri, portavoce SC
    Giuliana Maggiano, insegnante
    Luigi Manconi, presidente A Buon Diritto
    Valerio Mastandrea, attore
    Matilde Morselli, fotografa
    Alice Orlandi, operaia
    Laura Orteschi, impiegata
    Matteo Parmeggiani, precario
    Monica Pepe, giornalista
    Walter Peruzzi, “Guerre e Pace”
    Carola Peverati, Associazione Cittadini del Mondo Ferrara
    Pietro Pinna, ricercatore
    Stefano Rossi
    Paolo Scaroni
    Fiamma Schiavi, impiegata
    Vauro Senesi, vignettista
    Lucia Uva
    Filippo Vendemmiati, giornalista
    Wu Ming, scrittori
    Roberto Zanetti, operatore socio-sanitario
    Marcella Zappaterra, presidente Provincia di Ferrara

  • Video Messico: CompraVendita Voti + MegaMarcia anti frode 7-7-2012

    Video Messico: CompraVendita Voti + MegaMarcia anti frode 7-7-2012

    Segnalo Video: “Sólo los ciegos no pueden ver”, solo i ciechi non possono vedere, che postava oggi RadiCalShock con un titolo eloquente “Compravendita in Messico” e non si riferisce ai tacos…Testimonianze e immagini delle due giornate elettorali, quella dell’IFE, Istituto Federale Elettorale, e del presidente in carica, Felipe Calderón, e quella reale, quella dei cittadini, della compravendita di voti e del caos (c’è anche un drammatico scorcio dei pestaggi della polizia ad Atenco nel 2006, la “Diaz messicana” ordinata da Peña Nieto contro la popolazione). A seguire un video con le foto della marcia del 7 luglio. Articoli: 1) voto LINK1   2) manifestazione LINK2

    Video MegaMarcha collezione foto. Marcha anti fraude electoral en México, 7 de julio de 2012 – Fotos + SoundTrack de Rodrigo y Gabriela con Diablo Rojo

    Album Foto Marcha anti Peña e anti frode del 7 luglio 2012: QUI.