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Mare Chiuso: mini-documentario sui profughi respinti dall’Italia

4 minuti di vite migranti in video. Di Stefano Liberti e Andrea Segre. Articolo sotto o qui: LINK.

L’Italia continua a respingere “arbitrariamente” i richiedenti asilo verso la Grecia anche dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’Italia continua a respingere gli immigrati verso la Grecia “in modo arbitrario” applicando il Regolamento Dublino II nonostante la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo abbia già condannato il Paese ellenico perché non garantisce i diritti di chi cerca protezione internazionale.È quanto emerge da uno studio condotto da Pro Asyl e Greek Council for Refugees che, intervistando oltre 50 immigrati respinti, hanno constatato come nella maggioranza dei casi, ai migranti in cerca di protezione, tra cui ci sono anche minori non accompagnati, individuati nei porti delle coste italiane meridionali, venga rifiutato l’ingresso in Italia o vengano riammessi in Grecia senza aver potuto accedere al sistema di protezione.In particolare, si legge nel rapporto delle due Ong, “se riescono ad arrivare in Italia, tuttavia, sono immediatamente rinviati in Grecia senza alcuna valutazione individuale dei loro casi, senza garanzie giuridiche”.Nel rapporto, Pro Asyl e Greek Council for Refugees affermano che, come la maggior parte degli altri Stati membri dell’Unione europea, l’Italia ha ufficialmente smesso di respingere i migranti verso la Grecia, mentre di fatto i respingimenti continuano.Gli intervistati, quasi tutti rimpatriati dall’Italia, hanno dichiarato di vivere in strada, senza accesso a cibo, acqua, infrastrutture sanitarie e cure mediche. Alcuni hanno dichiarato di aver subito violenza e atteggiamenti razzisti dalla polizia di Patrasso e Atene.Le organizzazioni denunciano, inoltre, che nessuna delle persone respinte “ha mai avuto la reale possibilità di presentare la richiesta di asilo. Presumibilmente, nella maggior parte dei casi, le autorità italiane non hanno registrato nemmeno i nomi. Altri hanno dichiarato che pur avendo richiesto alle autorità italiane di voler fare richiesta di asilo, la richiesta non è stata registrata”. -
Elezioni in Messico: cronaca di una vittoria annunciata

Nella piovosa estate messicana il fango e la polvere cominciano ad appannare la legittimità del processo elettorale di domenica scorsa in cui s’è votato per scegliere il nuovo presidente e rinnovare camera, senato, i governi e i parlamenti di 6 stati e quello di Città del Messico. La compravendita del voto con carte prepagate del supermercato Soriana è lo scandalo del momento, ma c’è anche del sangue a macchiare l’immagine di un’elezione pulita, perfetta, quasi svizzera o svedese, come propinato da numerosi mass media nazionali e internazionali oltre che da una buona parte della classe politica e burocratica messicana: la cruda realtà parla invece di 9 morti, 4 feriti, 66 arresti, 3500 incidenti, decine di atti di squadrismo e 2 autobombe esplose che a loro volta hanno fatto 2 morti tra le forze di polizia e 7 feriti in vari stati del Messico. Non è esattamente il panorama di un paese che rivendica con orgoglio l’appartenenza al G20 o alla OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), tanto per fare un paio di esempi di gruppi d’élite nel concerto geopolitico globale, ma che poi tollera, e in alcuni casi determina, incredibili violazioni alle regole democratiche e ai diritti umani.I conteggi preliminari di domenica notte e lunedì, riconfermati per ora dal computo definitivo quasi concluso, danno la vittoria col 38% dei voti a Enrique Peña Nieto del Partido Revolucionario Institucional (PRI), il partito “dinosauro”, quello della “dittatura perfetta” (espressione coniata dallo scrittore Mario Vargas Llosa per descrivere un regime autoritario dalla parvenza democratica) che governò il Messico per 71 anni e nel 2000 fu sconfitto dalla destra di Acción Nacional (PAN). Il presidente Vicente Fox governò fino al 2006 e fu rilevato dal compagno di partito Felipe Calderón.
Secondo i risultati preliminari il movimento progressista di Andrés Manuel López Obrador (AMLO) ha circa il 31,5% dei suffragi, ma per ora AMLO non ha ancora riconosciuto la vittoria di Peña in attesa dei dati definitivi che saranno emessi tra il 6 e il 7 luglio e che stanno comunque confermando questa tendenza, anche se in mezzo a enormi polemiche e dubbi per la legittimità di una giornata svoltasi in condizioni deprecabili ma pure per le irregolarità della campagna elettorale. Il candidato delle sinistre ha chiesto “pazienza” e c’è attesa nelle prossime ore per capire gli sviluppi delle azioni legali che intraprenderà o se la protesta sociale sfocerà in una presa delle piazze.
Per ora è prevista una megamanifestazione sabato 7 luglio anti-Peña Nieto mentre un’iniziativa di protesta è stata realizzata giovedì 5 presso il Monumento a la Revolución della capitale. Il gruppo di hackers Anonymous Mexico ha annunciato un’operazione antifrode per cui nei prossimi giorni dovrebbe rendere noti i nomi delle persone e dei funzionari coinvolte nella vendita del voto e nel finanziamento della campagna di Peña. Dal canto loro le autorità elettorali la definiscono queste elezioni come la “più trasparente della storia” e forse paradossalmente è vero, ma bisogna quindi capire come mai sarebbe così “limpido” un voto esercitato in condizioni tanto precarie come segnalano gli osservatori internazionali e i cittadini messicani più critici.
La delfina dell’attuale presidente Felipe Calderón, Josefina Vázquez Mota, è terza con il 25%dei voti e non è riuscita a svincolarsi dall’eredità del suo mentore: economia stagnante (crescita media del PIL in 6 anni sotto il 2% e aumento del lavoro informale e precario nonostante la tanto decantata “stabilità macroeconomica”), 6 anni di guerra al narcotraffico, militarizzazione del territorio, 60.000 morti e 16.000 desaparecidos, sfaldamento del tessuto sociale nella maggior parte dei territori in guerra. Domenica sera Calderón, dopo i convenevoli in TV per la riuscita delle elezioni e l’alta affluenza al 64%, s’è affrettato a fare i complimenti a Peña Nieto per la presunta vittoria quando erano disponibili solo i primi exit poll non ufficiali, pregiudicando la supposta neutralità della sua carica istituzionale.
Ha legittimato così le agenzie di stampa internazionali a lanciare mondialmente la notizia di una vittoria decisa del PRI trascurando, però, di riferire le gravi anomalie riscontrate. Il giorno dopo è arrivata prontamente la telefonata di Obama a Peña Nieto. In Italia il quotidiano La Repubblica ha messo on line una nota redazionale notturna in cui addirittura si diceva che c’era stata una “restaurazione, ma forse un ritorno alla normalità” con la vittoria del PRI: un ritorno alla normalità? In altre parole, forse con sufficienza, il giornale celebrava quasi un ritorno alla normalità della dittatura perfetta del secolo scorso dopo 12 anni di scompiglio “democratico”. La nota ha avuto vita breve, ma è una testimonianza importante della visione che dall’estero cominciava a consolidarsi. Vediamo un po’qual è la “normalità” che pare schiarirsi all’orizzonte dopo il ritorno del PRI.
Sono fortissimi i dubbi sul processo elettorale sollevati da migliaia di cittadini che non hanno potuto votare per le inefficienze e i ritardi del sistema e che sono subito scesi in piazza. Martedì il quotidiano messicano La Jornada ha pubblicato in prima pagina la foto tragicomica dei supermercati “Soriana”, presi d’assalto da centinaia di sostenitori del PRI, che in cambio del voto avevano ricevuto delle carte prepagate con dentro 60 euro o dei contanti: tra i 30 e i 70 euro per voto a seconda della zona. Peña in un’intervista alla BBC ha negato che vi siano stati brogli o compravendita del voto adducendo l’argomento che i video o le prove per ora presentate potrebbero essere manipolate o inventate e che saranno i giudici a decidere sul da farsi.
Il Movimiento Progresista registra un buon risultato, simile a quello ottenuto nel 2006 e in generale migliore di quanto fatto dal conservatore PAN, dato che la coalizione progressista (PRD, PT e Movimiento Ciudadano) ha mantenuto il suo bastione a Città del Messico con oltre il 60% dei suffragi per il candidato Miguel Ángel Mancera, ex procuratore capo della capitale, e il PRI non ha ottenuto la maggioranza assoluta di Camera e Senato, dunque dovrà stabilire alleanze per legiferare e portare avanti riforme sostanziali, in particolare quelle costituzionali. Si configura quindi la situazione conosciuta come “gobierno dividido”, governo condiviso. Infatti, la sinistra dovrebbe avere il 29% dei seggi (140 deputati, 41 senatori), il PRI la maggioranza relativa con il 39% (232 deputati, 57 senatori), il PAN il 27% (118 deputati, 41 senatori) e Nueva Alianza, partito fantoccio legato al sindacato dei docenti (SNTE) vicino al PRI, il 5% (10 deputati, 1 senatore).
La coalizione progressista ha vinto le elezioni locali per governare negli stati di Tabasco e Morelos, mentre il “giurassico” PRI amministrerà lo Yucatan, Jalisco, Guanajuato e anche il Chiapas, in alleanza col nuovo governatore eletto a soli 32 anni per il Partito Verde (una formazione populista dominata da una sola famiglia che da sempre propone l’introduzione della pena di morte ed è stata espulsa dal gruppo internazionale dei verdi). I dinosauri dell’ex partito egemonico hanno mantenuto o esteso le maglie del loro potere in ben 21 stati o governi locali su 32. In effetti, lo stesso Peña è ascrivibile alla corrente interna del PRI conosciuta come quella “dei governatori”, cioè la più retrograda e “caudillista” (autoritaria, basta sul potere e il carisma dei capi) tra le diverse fazioni del partito.
Peña Nieto, prima conosciuto come “el copete”, cioè “il ciuffo” per la sua pettinatura, è ormai noto col soprannome di “presidente telenovela” per la sua relazione culminata in un matrimonio sfarzoso con un’attrice di Soap Opera, Angélica Rivera “La Gaviota” (la gabbiana), famosa per la serie “Destilando amor” (distillando amore) il cui personaggio chiave era proprio una donna, “La Gaviota”, ma è anche noto per la vita “da attore”, da VIP, che conduce. Ma Peña è così mediatico anche per la morte, forse indotta dalla depressione, della sua ex moglie, Monica Pretellini, probabilmente in crisi per i due figli illegittimi del politico “latin lover” e per le sue relazioni extraconiugali.
Non si tratta comunque di fare del moralismo gratuito o del gossip, ma sono elementi forti dell’immagine che i quotidiani americani e europei stanno sottolineando per capire il personaggio. I media hanno evidenziato il carattere e l’immagine “telegenica” di Peña Nieto come un candidato che dal 2005 è sostenuto dalla potente catena televisiva TeleVisa in base a un patto di scambio pubblicitario e politico rivelato dall’inglese The Guardian e dalla rivista Proceso in Messico.
Le TV lo hanno coccolato sin dall’inizio della sua avventura come governatore del bastione del PRI: l’Estado de México, la cintura di territorio che circonda la capitale messicana. Infine, ma forse più rilevanti, ci sono i fatti della fiera internazionale del libro di Guadalajara nel novembre del 2011: Peña non era stato capace di citare tre libri che avevano segnato la sua vita e fece dei grossolani errori cercando di ricordare qualche titolo tra cui “indovinò” solo quello della Bibbia.
Secondo il New York Times questo sfoggio d’ignoranza continua tuttora.Ma rispetto a quanto Peña ha potuto mostrare come governatore del Estado de México, questi “dettagli” socioculturali rocamboleschi, più o meno gravi che siano, impallidiscono. Tra il 2005 e il 2011 Peña è stato governatore nello stato più popoloso del paese (con 16 milioni di abitanti e 10,5 milioni di votanti), ed è ricordato per le sue grandi opere inconcluse (invece durante la campagna il suo slogan era “Peña sì che compie”), per i suoi scandali familiari – 2 figli fuori dal matrimonio malgrado la sua sbandierata vicinanza all’Opus Dei – ma soprattutto per il tristerecord dei femminicidi della sua regione, un record conteso alla settentrionale Ciudad Juárez, e la brutale repressione della polizia contro gli abitanti di Atenco nel 2006 che senza dubbio possiamo ricordare come una vera “macelleria messicana”.
Nei quartieri slum del bastione del PRI, l’Estado de México, basta poco per farsi corrompere. Sulle colline interminabili intorno all’altopiano in cui giace Mexico City, sempre coperta dallo smog e invasa da formicai umani, abbondano le case di lamiera e mattoni grigi collegate da strade polverose non asfaltate. L’emarginazione e la povertà la fanno da padrone e non c’è ideologia che tenga. Molte sezioni elettorali erano praticamente irraggiungibili o inagibili, spesso si trattava di semplici garage.
Sono stati segnalati ritardi rilevanti in molti seggi e in alcuni casi c’era propaganda di partito o striscioni di sindacati legati al PRI, come quello dei maestri, il SNTE, di fronte alle cabine. Una schiera di “facilitatori”, con spille tricolori del PRI al petto, invitavano dalle prime ore del mattino a votare per Peña Nieto con liste e quaderni in mano per accertarsi della fedeltà “al partito” da parte dei loro stessi vicini di casa e di quartiere. Gli osservatori internazionali (vedi comunicato in fondo) hanno denunciato “alterazioni del voto” e la presenza di persone “che impedivano l’ingresso ai seggi e, secondo molti testimoni, offrivano cibo e denaro in case private per comprare il voto”, come testimonia Giulia Sirigu, osservatrice elettorale dell’IFE e ricercatrice italiana a Manchester.
Gli indignati della giornata elettorale, soprattutto quelli che protestavano per la violazione del loro diritto al voto e che magari non hanno trovato più schede disponibili (erano solo 750 per legge) nei seggi speciali approntati per le persone in transito o in viaggio, si sono uniti in varie manifestazioni spontanee al movimento studentesco YoSoy132 già da domenica sera. IoSono132 è nato a maggio contro “la dittatura delle TV” in un paese dove l’80% della popolazione forma le sue opinioni politiche specchiandosi nel tubo catodico. Gli studenti s’oppongono al ritorno del vecchio PRI e a un presidente dal profilo quanto meno ipocrita e solo mediaticamente accattivante. Peña che ha due figli illegittimi ma è vicino al cattolicesimo integralista dell’Opus Dei, non legge libri ma è “telegenico” con un’immagine creata dal duopolio TeleVisa-TV Azteca. Prima e dopo la diffusione dei risultati preliminari, sabato e martedì, 30.000 universitari e cittadini hanno manifestato a Mexico City per chiedere trasparenza agli organi elettorali e protestare per le irregolarità che 3000 di loro hanno riscontrato come osservatori.
Una bandiera del movimento YoSoy132 è la memoria che parte dalla strage di stato di 330 universitari nel ’68 e arriva alla “Diaz messicana”, la tremenda repressione della polizia – 2 morti, 30 donne violentate, centinaia di feriti, processi sommari – ordinata da Peña contro la popolazione di Atenco nel 2006, quando era governatore del Estado de Mexico, la regione più popolosa che è un bastione del PRI.
Il Partido Revolución Democrática (PRD), principale forza progressista, dichiara di aver trovato irregolarità nell’81% dei seggi (circa 114mila schede) e ha chiesto di ricontare tutte le schede all’Istituto Elettorale (IFE) che invece, in base a quanto prevedono i codici elettorali ha stabilito la riapertura del 30% di queste. La percentuale è stata portata al 54,5% grazie alle segnalazioni di ulteriori irregolarità.
E’ una percentuale piuttosto alta anche se resta sempre il “tabù” del conteggio totale, fatto che provocò un grosso conflitto elettorale nel 2006 per cui il PRD, AMLO e migliaia di militanti cominciarono una resistenza civile pacifica di vari mesi occupando con un accampamento la Avenida Reforma, l’arteria principale del centro storico della capitale. Infatti, nella precedente elezione presidenziale, AMLO denunciò brogli elettorali e non fu possibile rettificare il processo e verificare i voti che avevano portato Felipe Calderón in testa con solo mezzo punto sul rivale. Prima della riforma del 2008, nata anche come conseguenza di quella protesta, non era legalmente permesso di riaprire le urne e ricontare i voti malgrado le segnalazioni di irregolarità.
Dopo questa fase che si dovrebbe concludere tra venerdì e domenica il PRD ha annunciato di volerimpugnare i risultati nelle circoscrizioni in cui ci sono stati episodi di violenza, compravendita di voti, minacce, furti di urne e sostituzioni degli scrutatori. Sarà denunciato anche lo sforamento dei tetti legali di spesa della campagna elettorale del PRI e sarà il Tribunale Federale Elettorale l’organo incaricato di dirimere queste controversie ed eventualmente annullare il voto nelle circoscrizioni giudicate irregolari entro il 6 settembre.
L’IFE ha registrato oltre 3500 irregolarità e alcuni osservatori internazionali hanno documentato “gravi anomalie, la distribuzione di carte prepagate per la spesa in cambio del voto, insicurezza e inaccessibilità dei seggi, propaganda nelle strutture adibite al voto e coercizione da parte di operatori esterni”. Domenica tre esponenti del PRD degli stati di Guerrero, Guanajuato e Nuevo León sono stati assassinati e si sono verificati atti di squadrismo – varie urne rubate e case di funzionari invase da bande armate – imputabili a militanti del PRI. Martedì, poche ore dopo la conferenza stampa di Peña in cui assicurava la sua “propensione al dialogo con l’opposizione” e “il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata con cui non scenderà a patti”, l’esplosione di un’autobomba uccideva due poliziotti nel settentrionale stato di Tamaulipas. Sabato un’altra bomba aveva ricordato a tutti chi comanda davvero nel Nordest causando il ferimento di 7 persone a Nuevo Laredo, città di frontiera dominata dai narcos Zetas.
Il PAN sostiene e si augura che “la legittimità di un nuovo governo si veda dalla sua disposizione a correggere i difetti che sono stati trovati, a risolvere le grandi disuguaglianze e disparità nell’equità e nell’intervento di attori esterni (per esempio le TV, il sindacato SNTE della presidentessa vitalizia e corrotta Elba Esther Gordillo, i presidenti e gli ex presidenti, i poteri furti, ecc….) prima e dopo le elezioni”. Restano forti dubbi. E’ possibile credere che, se il processo elettorale sarà convalidato come pare stia succedendo, il PRI possa e voglia risolvere questi problemi della democrazia in Messico? Per esempio, sarà possibile sanzionare il superamento dei limiti di spesa per le campagne elettorali in modo contundente fino ad arrivare all’annullamento totale o parziale del voto? Chi lo voterebbe? Quelli che sempre se ne approfittano? Ho i miei dubbi.
Una nota finale per chi ama il folclore e segue le vicende dei moderni far west americani. L’ex presidente vaccaro (“ranchero”) Vicente Fox del PAN, quello che “governò” il Messico dal 2000 al 2006 e che aveva promesso di risolvere il conflitto in Chiapas in 10 minuti, ha sostenuto Peña Nieto durante la campagna elettorale ed è stato espulso dal suo partito in queste ore per la sua condotta da voltagabbana dell’ultimo minuto e per aver abbandonato la candidata Josefina Vázquez Mota al suo triste destino. Non che ci cambi la vita, ma la comicità del nostro meritava una chiusura impietosa.
Dichiarazione finale degli osservatori stranieri alle elezioni messicane del 2012
I visitanti stranieri, dovutamente accreditati presso l’IFE, rappresentanti di differenti organizzazioni politiche e sociali dell’America Latina e dell’Europa, osservatori del processo elettorale messicano del primo luglio 2012, in seguito alle visite che abbiamo realizzato presso diversi seggi elettorali tanto a Città del Messico come in altri territori quali l’Estado de México, Puebla e Tlaxcala, dichiariamo quanto segue:Il processo elettorale deve approfondire e consolidare l’istituzionalizzazione della democrazia per frenare la strategia dei settori del potere economico, nazionali e internazionali, che permettono l’appropriazione del controllo dello Stato.
I grandi mass media hanno giocato un ruolo importante durante la campagna, nelle giornate di riflessione e nella stessa giornata di domenica, in cui non hanno svolto un ruolo puramente informativo ma anche di induzione al voto per un partito. Le autorità elettorali avrebbero dovuto svolgere il ruolo di garanti dell’uguaglianza di opportunità di tutte le formazioni politiche che partecipavano alle elezioni.
Consideriamo che è un’interferenza nella giornata elettorale l’emissione di exit poll mentre ancora si stanno sviluppando le votazioni e che queste siano utilizzate in modo tendenzioso oltre a costituire un’infrazione alla legislazione in vigore. L’uso di queste informazioni non ufficiali influisce sull’elettorato che non ha ancora fatto uso del suo diritto al voto.
Durante la visita tra le urne la popolazione ci ha segnalato anomalie, che in alcuni casi abbiamo potuto osservare, come per esempio le strutture inadeguate, il ritardo nell’allestimento e nell’apertura delle stesse, la presenza di propaganda elettorale dentro le strutture dei seggi elettorali, oltre alla presenza di persone non autorizzate con simboli di partito nei seggi, le quali spingevano ad un voto non libero, e anche di persone che distribuivano risorse economiche in denaro e in specie con il fine di condizionare il voto verso determinati partiti.
Alcune dichiarazioni istituzionali sono state irresponsabili e consideriamo che sono servite per la convalida come virtuale vincitore di uno dei candidati e queste dichiarazioni sono servite per consolidare mediaticamente a livello internazionale dei dati provvisori non ufficiali. Di Fabrizio Lorusso #Twitter @CarmillaCi ha colpito la scarsa presenza nelle zone dei seggi per il voto di forze e corpi di sicurezza i quali avrebbero potuto evitare la realizzazione di certi atti violenti, come si sono prodotti effettivamente in alcune zone del territorio nazionale.
Vediamo con frustrazione il fatto che per i risultati elettorali sicuri si debbano attendere tre giorni per essere resi noti, per cui consideriamo che si dovrebbero migliorare i sistemi per il processo e la trasmissione dei dati che rispettino i protocolli di sicurezza in modo fluido, per garantire l’affidabilità dei medesimi.
Speriamo che queste considerazioni possano contribuire a rafforzare il processo elettorale messicano.(Elaborato da un gruppo di osservatori elettorali internazionali, accreditati presso l’Istituto Federale Elettorale-IFE il 2 luglio 2012)
Link a dichiarazione in spagnolo e italiano: QUI
Album fotografico Ecatepec Estado de México (utilizzabile liberamente): QUI
Foto schede di cittadini e voti discrepanti contabilizzati dal sistema di computo preliminare: QUI
Manifestazione YoSoy132 di sabato 30 giugno, vigilia elettorale: QUI
Anomalie denunciate da Alianza Civica: QUI
Compravendita con carte Soriana QUI
Intervista-smentita di Peña Nieto alla BBC: QUI
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Declaración final de los visitantes extranjeros en las elecciones mexicanas 2012

Declaración final de los visitantes extranjeros en las elecciones mexicanas 2012 (rendida el 2 de julio por un grupo de visitantes observadores internacionales de las elecciones mexicanas del 1 de julio de 2012 – en español y en italiano a seguir).
Los visitantes extranjeros, debidamente acreditados ante el IFE, representantes de distintas organizaciones políticas y sociales de América Latina y Europa, que asistimos al proceso electoral mexicano del primero de julio de 2012, tras los recorridos que realizamos por diversas casillas tanto de México D.F. y otros territorios como el Estado de México, Puebla y Tlaxcala, consideramos lo siguiente:
El proceso electoral debe profundizar y afianzar la institucionalización democrática para frenar la estrategia de los sectores de poder económico, nacionales e internacionales, que permiten la apropiación del control del Estado.
Los grandes medios de comunicación han jugado un papel importante durante la campaña, las jornadas de reflexión y el mismo domingo, en el que no han desempeñado un papel meramente informativo sino también de inducción a un voto partidista. Las autoridades electorales deberían haber desempeñado un papel de garante de la igualdad de oportunidades de todas las formaciones políticas que participaban en las elecciones.
Consideramos que es una interferencia en la jornada electoral la emisión de encuestas de salida mientras todavía se están desarrollando las votaciones, las cuales son utilizadas de manera tendenciosa y son una infracción a la legislación vigente. El uso de estas informaciones no oficiales influye sobre el electorado que no ha hecho aún uso de su derecho al voto.
Durante el recorrido de las casillas la población nos señaló anomalías, que en algunos casos nosotros pudimos atestiguar, como instalaciones inadecuadas, el retraso en la instalación y apertura de las mismas, presencia de propaganda electoral dentro de las instalaciones de las mesas de casilla, además de personas no autorizadas con símbolos de partido cerca de las casillas, las que impulsaban un voto sesgado, y también personas que entregaban recursos monetarios y en especies con el fin de inducir el voto a determinados partidos.
Algunas declaraciones institucionales fueron una irresponsabilidad y consideramos que sirvieron para la validación como virtual vencedor a uno de los candidatos y estas valoraciones sirvieron para consolidar informativamente a nivel internacional datos previos no oficiales.
Nos llamó la atención la escasa presencia en las zonas de las casillas de votación de las fuerzas y cuerpos de seguridad las cuales podrían haber evitado la realización de actos violentos, como se produjeron en algunas zonas de la República.
Vemos con frustración que los resultados electorales certeros tengan que esperar tres días para ser conocidos, para lo que consideramos que se deberían mejorar los sistemas de procesamiento y trasmisión de los datos, que cumplan con los protocolos de seguridad de manera ágil, para garantizar la confiabilidad de los mismos.
Esperamos que estas valoraciones puedan contribuir a fortalecer el proceso electoral mexicano.
Dichiarazione finale degli osservatori stranieri alle elezioni messicane del 2012
I visitanti stranieri, dovutamente accreditati presso l’IFE, rappresentanti di differenti organizzazioni politiche e sociali dell’America Latina e dell’Europa, osservatori del processo elettorale messicano del primo luglio 2012, in seguito alle visite che abbiamo realizzato presso diversi seggi elettorali tanto a Città del Messico come in altri territori quali l’Estado de México, Puebla e Tlaxcala, dichiariamo quanto segue:
Il processo elettorale deve approfondire e consolidare l’istituzionalizzazione della democrazia per frenare la strategia dei settori del potere economico, nazionali e internazionali, che permettono l’appropriazione del controllo dello Stato.
I grandi mass media hanno giocato un ruolo importante durante la campagna, nelle giornate di riflessione e nella stessa giornata di domenica, in cui non hanno svolto un ruolo puramente informativo ma anche di induzione al voto per un partito. Le autorità elettorali avrebbero dovuto svolgere il ruolo di garanti dell’uguaglianza di opportunità di tutte le formazioni politiche che partecipavano alle elezioni.
Consideriamo che è un’interferenza nella giornata elettorale l’emissione di exit poll mentre ancora si stanno sviluppando le votazioni e che queste siano utilizzate in modo tendenzioso oltre a costituire un’infrazione alla legislazione in vigore. L’uso di queste informazioni non ufficiali influisce sull’elettorato che non ha ancora fatto uso del suo diritto al voto.
Durante la visita tra le urne la popolazione ci ha segnalato anomalie, che in alcuni casi abbiamo potuto osservare, come per esempio le strutture inadeguate, il ritardo nell’allestimento e nell’apertura delle stesse, la presenza di propaganda elettorale dentro le strutture dei seggi elettorali, oltre alla presenza di persone non autorizzate con simboli di partito nei seggi, le quali spingevano ad un voto non libero, e anche di persone che distribuivano risorse economiche in denaro e in specie con il fine di condizionare il voto verso determinati partiti.
Alcune dichiarazioni istituzionali sono state irresponsabili e consideriamo che sono servite per la convalida come virtuale vincitore di uno dei candidati e queste dichiarazioni sono servite per consolidare mediaticamente a livello internazionale dei dati provvisori non ufficiali.
Ci ha colpito la scarsa presenza nelle zone dei seggi per il voto di forze e corpi di sicurezza i quali avrebbero potuto evitare la realizzazione di certi atti violenti, come si sono prodotti effettivamente in alcune zone del territorio nazionale.
Vediamo con frustrazione il fatto che per i risultati elettorali sicuri si debbano attendere tre giorni per essere resi noti, per cui consideriamo che si dovrebbero migliorare i sistemi per il processo e la trasmissione dei dati che rispettino i protocolli di sicurezza in modo fluido, per garantire l’affidabilità dei medesimi.
Speriamo che queste considerazioni possano contribuire a rafforzare il processo elettorale messicano.
(Elaborato da un gruppo internazionale di osservatori elettorali accreditati presso l’Istituto Federale Elettorale-IFE il 2 luglio 2012)
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Il Messico al voto: opzioni, narcos e partiti

IN SINTESI: Ottanta milioni di messicani sono chiamati alle urne in questa domenica 1° luglio per eleggere presidente, Parlamento, sei governatori e il sindaco di Città del Messico. Il Partito rivoluzionario istituzionale potrebbe tornare a vincere, ma il Paese vive un’emergenza senza precedenti, per cui in alcune regioni bisogna chiedere il permesso alle bande criminali per fare campagna elettorale e ci sono stati dei candidati a livello locale “giustiziati” dai criminali, quindi i politici devono destreggiarsi nel fuoco incrociato di narcos e cacicchi locali.
PAN: L’opzione liberale che teoricamente il suo partito rappresenta è tradita da proposte, dettate da vincoli storici con le gerarchie ecclesiastiche, contro la libertà di decisione delle donne sull’interruzione della gravidanza – l’aborto è addirittura un reato punito con la prigione in molti stati governati dal Pan – e i matrimoni omosessuali.
JOSEFINA VAZQUEZ MOTA: Dopo sei anni di militarizzazione del territorio contro la criminalità organizzata, con un saldo di 60.000 morti e una crescita annuale dell’1,96% – la media latino americana è del 3,61% –, sembrava che la cattura per lo meno del figlio del capo dei capi, vista l’incapacità di prendere il boss latitante dal 2001, potesse invertire la tendenza alla discesa nei sondaggi della candidata. La strategia di Vázquez è mantenere la presenza dei militari, oltre 20.000, con funzioni di polizia cui va affiancata una nuova polizia nazionale ancora da creare.
NARCOS: In questo contesto l’infiltrazione dei narcos nelle elezioni, specialmente a livello locale e amministrativo, è un dato di fatto: il Nordest del paese, dominato dal cartello degli Zetas, e Guerrero, lo stato di Acapulco, vivono un’emergenza senza precedenti per cui bisogna «chiedere il permesso alle bande criminali» per fare campagna elettorale.
AMLO: Andres Manuel Lopez Obrador, candidato delle sinistre, ha definito in anticipo i membri del suo futuro governo, considerati autorevoli ed elementi di forza della sua proposta, e ha parlato di una riforma fiscale progressiva, di tagli ai costi della politica, di lotta alla corruzione e ritiro progressivo dell’esercito. È criticato dai suoi detrattori per il suo passato “radicale”, i tentennamenti su temi sociali come l’aborto e i matrimoni gay e la sua difesa a oltranza della sovranità nazionale, per esempio con la chiusura totale della compagnia petrolifera Pemex agli investimenti privati.
STUDENTI e YOSOY132: A queste iniziative s’è unito anche il movimento studentesco YoSoy132, la grande novità di questo momento politico. IoSono132 è nato in maggio grazie alle reti sociali, in reazione all’autoritarismo del Pri mostrato in alcune dichiarazioni di esponenti del partito contro gli studenti, e in opposizione alla dittatura mediatica del duopolio televisivo nazionale.
PEÑA NIETO e PRI: Peña è alleato dei verdi, un partito gestito da una sola famiglia che da anni propone la pena di morte per i colpevoli di rapimento e pratica il trasformismo per non perdere la sua quota di seggi.
Il probabile ritorno al governo del PRI, partito egemonico al potere per 71 anni fino alla sconfitta nel 2000 contro il Pan, e la vittoria di Peña significano per molti messicani una regressione democratica per cui da due mesi si moltiplicano le iniziative popolari contro questa possibilità: tre manifestazioni anti-Peña, convocate per la prima volta sui social network contro un candidato e non contro un presidente in carica, hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre 20 città in maggio e giugno riunendo tra le 50.000 e le 100.000 persone ogni volta. Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/messico-elezioni#ixzz1zHrX9sRx
Leggi il resto. Fabrizio Lorusso: SU Linkiesta.It
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Crisi politica o golpe in Paraguay? Le chiavi di lettura
Lo scorso 22 giugno una decisione fast track del senato del Paraguay, adottata dopo solo 5 ore di discussione in aula con 39 voti favorevoli, 4 contrari e 2 astenuti, ha sancito la destituzione immediata del presidente Fernando Lugo, ex prete cattolico progressista in carica dal 2008. Il suo mandato sarebbe terminato tra meno di un anno dato che le prossime elezioni nel paese sudamericano sono fissate per l’aprile 2013. L’articolo 225 della Carta Magna dice che la camera dei deputati può proporre al senato di emettere un “giudizio politico” sull’operato del presidente della Repubblica decretando così la sua rimozione dall’incarico senza appelli né possibilità di difesa in aula.Secondo il parlamento Lugo sarebbe colpevole di un “cattivo esercizio delle sue funzioni”, in particolare per aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica in una base militare nel 2009, per aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a cittadini brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto, aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e per la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento.
Ma l’accusa determinante riguarda l’occupazione di alcune terre site a 400 km a nordest dalla capitale Asunción, appartenenti a Blas Riquelme, ex senatore dell’opposizione, da parte di alcuni gruppi di contadini senza terra che ne rivendicavano il possesso. Sono numerosi i conflitti rurali di questo tipo determinati dall’insicurezza giuridica ereditata dalla dittatura e dall’inefficienza statale nella risoluzione del problema.
I tentativi di sgombero e gli scontri con la polizia del 15 giugno hanno fatto 17 morti, 11 occupanti e 6 poliziotti. Lugo ha subito istituito una commissione d’inchiesta e ha rimosso il capo della polizia e il ministro degli interni del Plra, il Partido Liberal Radical Autentico, sostituendolo con un esponente dell’opposizione per accattivarsi il consenso dei membri dell’opposizione del Partido Colorado. Questo partito, l’unico legale durante la cruenta dittatura di Alfredo Stroessner (1954-1989), è stato al potere per 61 anni, fino al 2008, e ha votato insieme alla maggioranza per rimuovere il presidente.
A Lugo è quindi subentrato il suo vice, Federico Franco, anche lui esponente del Partido Liberal Radical Autentico, la formazione che aveva permesso a Lugo di vincere le elezioni quattro anni fa, ma che s’è progressivamente svincolato dal suo programma di riforme sociali per l’universalizzazione del welfare, la redistribuzione della ricchezza e la limitazione della presenza militare statunitense sul territorio. La coalizione di Lugo era formata dai liberali, da alcuni partiti di sinistra e dai movimenti sociali che vedevano in questo sacerdote “scomodo” per il Vaticano e amato dalla gente un outsider capace di garantire una speranza di cambiamento dopo decenni d’immobilismo. In particolare la riforma agraria era percepita come uno degli assi portanti in un paese poco industrializzato poco popoloso (6,4 milioni di abitanti), privo di sbocchi marittimi, con il 40% degli abitanti sotto la linea della povertà e l’80% delle terre coltivabili in mano al 2% della popolazione.
L’inesperienza e l’accondiscendenza conciliatoria di Lugo con l’opposizione, gli scandali legati ai suoi figli concepiti quando era ancora prete, la debolezza fisica causata dalla sua battaglia contro il cancro, così come la resistenza dell’élite politico-imprenditoriale paraguayana, poco avvezza alla democrazia e al cambiamento, hanno frustrato le alte aspettative dei settori sociali che lo sostenevano. Lo stesso Franco, ostile al corteggiamento del presidente ai rivali Colorados, aveva provato senza successo in più occasioni a spingere le camere ad usare l’arma del giudizio politico contro Lugo.
Il sistema paraguayano non è parlamentare ma presidenziale, come quello di tutti i paesi dell’America Latina e degli Stati Uniti. Dunque non è comune né facile che il presidente, capo di stato e di governo, venga destituito dal parlamento o sia coinvolto in un impeachment. In questo caso, secondo lo stesso Lugo, «c’è una classe politica di partiti tradizionali che sfiorano l’irrazionalità», avendolo giudicato e defenestrato in meno di 24 ore. In realtà hanno voluto blindare le elezioni dell’anno prossimo da possibili sorprese per evitare altri outsider.
Non si tratta di una semplice “sfiducia”, ma di una procedura straordinaria molto più drastica che analisti e politici della regione assimilano a un golpe o una sospensione della democrazia dato che non sono previste forme di difesa per l’accusato e il “giudizio politico” può prestarsi a interpretazioni strumentali.Sebbene il presidente abbia accettato la decisione delle camere, ha presentato comunque un ricorso contro la sua destituzione alla Corte Suprema, che s’è espressa negativamente. Ha rinunciato alla sua partecipazione, annunciata nei giorni scorsi, al vertice del 28 giugno del Mercato Comune del Sud (Mercosur, formato da Argentina, Brasile, Uruguay, Paraguay e dagli associati Cile, Colombia, Ecuador, Venezuela, Perù e Bolivia), ma ha chiesto una «presa di posizione sulla rottura della democrazia» in Paraguay. Il paese è stato temporaneamente sospeso da questo meccanismo d’integrazione regionale in quanto non si sarebbe rispettata la “clausola democratica” imposta ai membri, dunque il nuovo presidente Franco non è stato invitato al vertice.
Da sabato scorso migliaia di manifestanti scendono per le strade della capitale Asunción mentre una parte della comunità internazionale, in particolare alcuni paesi dell’Unasur (Unión Naciones Sudamericanas) come il Venezuela, l’Argentina e il Brasile, parla di un vero e proprio «colpo di stato del parlamento», come lo ha definito il segretario dell’Unione, Alì Rodríguez, che chiede la celebrazione «del dovuto processo legale».
Otto governi latino americani (Cuba, Venezuela, Honduras, Repubblica Dominicana, El Salvador, Perù e Nicaragua) non hanno riconosciuto il nuovo presidente Franco, mentre la Spagna, la Germania e il Vaticano sono stati i primi a farlo. Di fatto la prima riunione del nuovo presidente è stata con il nunzio apostolico, Benedetto Ariotti, che ha definito il nuovo governo «una benedizione di Dio».
Lugo, forte dell’appoggio internazionale, accusa l’élite del paese, specialmente «i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo», di aver voluto la sua «defenestrazione», una «ferita profonda alla democrazia». Con i suoi ex ministri ha formato un governo ombra per «resistere fino a recuperare il comando, per diventare controllori e monitorare tutto quel che faranno i nuovi ministri».
Franco risponde inviando l’esercito a mantenere l’ordine nelle piazze occupate dai manifestanti «per scongiurare una guerra civile», ma promettendo di implementare la riforma agraria che contadini e imprenditori agricoli richiedono. La situazione è tesa ma pacifica al momento. In un eccesso retorico Franco ha voluto ricordare ad Argentina e Brasile la dipendenza energetica delle città di Buenos Aires e San Paolo dalle centrali idroelettriche condivise con il Paraguay lungo le rispettive frontiere: un monito per le posizioni critiche dei suoi vicini.
Il sostegno al governo di Franco si basa sul parlamento e sui due partiti principali, sull’influente clero cattolico paraguayano e sulla solidarietà degli imprenditori e dell’Unione degli Industriali il cui presidente, Eduardo Felippo, ne ha ribadito la legittimità.
Fernando Lugo, invece, conta sul sostegno di alcuni settori contadini pronti a mobilitarsi, sui partiti minori della sinistra e sull’attivismo dei paesi sudamericani che intendono sanzionare economicamente e politicamente il nuovo governo. La sua situazione è stata paragonata a quella di Mel Zelaya, presidente dell’Honduras cacciato dal suo paese nel 2009, anche se in quel caso vi fu un’azione militare, mentre ora si tratterebbe di una modalità soft, di un “neo-golpismo” più istituzionale e non violento rispetto al passato, come lo definisce l’opinionista argentino Juan Tokatlian citando come esepmio la ribellione fallita della polizia contro il presidente ecuadoriano Rafael Correa nel 2010. (Di Fabrizio Lorusso da Linkiesta.It)
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Paraguay: discorso del presidente defenestrato Fernando Lugo

Ecco il discorso (sottotitolato all’italiano da Clara Ferri) dell’ormai ex presidente del Paraguay Fernando Lugo (in carica dal 2008 e con mandato in scadenza quest’anno). Lugo è stato deposto dal parlamento nel giro di un paio di giorni (il provvedimento è stato proposto ed emesso tra giovedì e venerdì scorso, molto express o, direbbero negli USA, fast track) attraverso il “giudizio politico” per aver “svolto male le sue funzioni” e in particolare a causa di uno sgombero di un gruppo di contadini senza terra che il 15 giugno scorso è finito con un saldo di 17 persone morte (6 poliziotti e 11 contadini). La polizia ha forzato lo sgombero di 150 contadini da un terreno, parte di una riserva forestale di 2000 ettari vicina al confine col Brasile, che appartiene a un esponente politico del Partito Colorato, oppositore di Lugo. Il giudizio politico è una figura prevista dalla Costituzione del paese sudamericano che, però, agli occhi dei vicini e di parte della comunità internazionale è stata impiegata repentinamente e strumentalmente provocando di fatto un colpo di stato (o qualcosa di molto simile) contro un presidente “scomodo” e da mesi in conflitto, cioè senza più una maggioranza, con le camere. La destituzione è avvenuta con il plauso del clero e del Vaticano che aveva già condannato anni fa la discesa in campo e la condotta dell’ex prete cattolico. Altre 4 accuse sono state rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa alla morte dei contadini è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere, non da un giudice. Lugo, dal canto suo, accusa l’élite del paese, specialmente “i settori egoisti e insensibili che hanno sempre vissuto di privilegi e non hanno mai voluto condividere i benefici della prosperità con il popolo” di aver voluto la sua “defenestrazione”, o destituzione o caduta che dir si voglia. Molti paesi latino americani (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Venezuela, Argentina, Ecuador, Repubblica Dominicana, Costa Rica, El Salvador…) hanno usato il termine “golpe de estado”, annunciando che non riconosceranno il nuovo governo, mentre altri, come la Colombia, sollevano forti dubbi sulla drastica modalità adottata a sorpresa dal parlamento paraguayano. Il vicepresidente Federico Franco ha assunto le funzioni del presidente della Repubblica, s’è riunito da subito con il nunzio apostolico e ha cominciato a nominare funzionari e ministri per “governare” il paese fino alle elezioni dell’aprile 2013. Il Brasile e il Perù, pur denunciando l’alterazione dell’ordine democratico, hanno chiesto una riunione straordinaria della UNASUR (Unión de Naciones Suramericanas) prima di prendere posizione ufficialmente. Sembra una farsa, ma è tutto vero. Quasi come in Honduras nel 2009 (nel senso che qui esiste una figura costituzionale che permette di mantenere un velo di legalità nell’operazione anche se ci sarebbe da discutere come, quando e perché le camere decidono di usare il giudizio politico), anche oggi in Paraguay sembra che l’interesse di molti settori del paese sia quello di normalizzare e sminuire quanto sta succedendo. In Honduras ci vollero almeno un paio d’anni, ma l’opposizione di una parte della popolazione continua tuttora, quanto tempo passerà in questo caso? Ad ogni modo anche due anni fa s’era presentata una situazione simile e lo stesso Lugo aveva denunciato il vicepresidente Franco di destabilizzare il governo: vedi articolo “Venti di golpe in Paraguay?”












