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  • Sai cos’è Netflix, Cleo? Una riflessione sul film Roma di Alfonso Cuarón

    Sai cos’è Netflix, Cleo? Una riflessione sul film Roma di Alfonso Cuarón

    [Questo articolo é apparso su NapoliMonitor]

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    di Caterina Morbiato e Carlos Acuña

    Capita alle volte di mettere le mani su vecchie fotografie di gente mai conosciuta — come quelle che si trovano nei mercatini di anticaglie, tutte arcuate e con i bordi frangiati — e di rimanere sedotti da un particolare. È un dettaglio che ha qualcosa di familiare: la maniera in cui il fumo della sigaretta esce dalle labbra di quella donna, coprendole tutto il viso; il muro viscido di un molo; lo sguardo da condannata della giovane nel giorno del suo matrimonio. Più osserviamo la foto e più ci assale una sensazione: quell’attimo ibernato chissà quando e da chissà chi, l’abbiamo vissuto un po’ pure noi.

    Roma, l’ultimo film di Alfonso Cuarón, ha questo strano e raro potere: fa assaporare la familiarità. Sensualmente, apre piccole brecce da cui possiamo pescare, come da una carrellata di diapositive, dettagli che prendono le fattezze di un nostro ricordo. Vincitore del Leone d’Oro alla 75esima edizione del festival di Venezia, di due Golden Globe e papabile trionfatore ai prossimi Oscar, Roma ha iniziato a far parlare di sé con mesi di anticipo sulla proiezione nelle sale. Fin da subito la pellicola dell’autore di Gravity e Y tu mamá también ha stuzzicato la curiosità del pubblico. In Messico, paese natale del regista, Roma è stata festeggiata come un’opera maestra. Le ragioni sono chiare. Cuarón è riuscito a combinare, attraverso una delicata narrativa, l’intimità di una storia personale e le vertigini di alcuni eventi chiave nella storia recente del paese e della città, come il cosiddetto halconazo, il massacro di circa un centinaio di studenti per mano di paramilitari avvenuto il 10 giugno del 1971. Ma anche perché Roma tocca temi che sono ancora tabù nella società messicana, come l’abissale disuguaglianza che persiste tra le classi sociali e che, sebbene non sia esplicita nel film, contiene un categorico elemento razziale. (altro…)

  • Alejandro Solalinde en Casa del Migrante Galilea y el caso de Leo Reyes (León, Gto 24-01-2019) @padresolalinde

    Alejandro Solalinde en Casa del Migrante Galilea y el caso de Leo Reyes (León, Gto 24-01-2019) @padresolalinde

    Padre Alejandro Solalinde, cura luchador por los derechos humanos y la condición de los migrantes en México, encontró a la comunidad de la Casa del Migrante Galilea (calle Independencia 878 esq. Río Balsas), León, Guanajuato y también dio apoyo a los familiares de Leonardo Reyes Cayente, joven migrante ejecutado extrajudicialmente por la policía estatal en San Miguel de Allende el pasado 12 de diciembre. ¡No a la impunidad! + info: https://newsweekespanol.com/2018/12/ante-muerte-leonardo-reyes-joven-migrante-san-miguel-allende/

    padre solalinde leon gto

     

     

  • Venezuela in un vicolo cieco

    Venezuela in un vicolo cieco

    Nel tentativo dicontribuire, in questo momento drammatico per il Venezuela, a capire meglio certi aspetti della sua crisi, proponiamo la traduzione di un articolo dell’economista “chavista critico” Temir Porras Ponceleón sulle origini e l’evoluzione della crisi economica venezuelana, soprattutto nel periodo di governo di Nicolás Maduro. Per altri contributi da noi pubblicati sul Venezuela, vedere qui.

    Di Temir Porras Ponceleón*

    da Le Monde Diplomatique Argentina

    12/01/2019

    Il periovenezuela.pngdo in cui Hugo Chávez ha tenuto in mano le redini del Venezuela (1999-2013) è stato un periodo di conquiste indiscutibili, tra cui la maggiore è stata la riduzione della povertà. Il chavismo può anche vantare risultati più che rispettabili in aree meno prevedibili, come la crescita economica: il Prodotto Interno Lordo (PIL), per esempio, si è quintuplicato tra il 1999 e il 2014 (1). Sicuramente questo spiega i numerosi trionfi elettorali e la longevità della sua egemonia politica. Questo contesto ha permesso di rifondare istituzioni ormai marce attraverso un processo costituente aperto e partecipativo, ricorrendo nel frattempo in maniera sistematica al voto popolare – a tal punto che l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha dichiarato che in Venezuela “ci sono elezioni tutto il tempo, e quando queste non sono previste, Chávez se le inventa”-. A livello regionale, la Rivoluzione Bolivariana ha contribuito a a rendere possibile la “marea rossa” che ha conquistato la regione nel primo decennio del secolo (2) e ha portato al potere attraverso elezioni forze progressiste, spesso per la prima volta nella storia di paesi che parevano finalmente intenzionati a smettere di essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti.

    Ció nonostante, la morte di Chávez (a 58 anni, nel marzo del 2013) e la transizione politica che ha portato al potere il suo successore Nicolás Maduro nelle elezioni presidenziali anticipate del 14 di aprile del 2013, hanno inaugurato un nuovo periodo. E hanno imbrogliato le carte.

    Dal 2014 il Venezuela attraversa la crisi economica più grave della sua storia, che non solo ha provocato una situazione di disagio sociale, ma ha anche contribuito ad aumentare la polarizzazione politica che caratterizza il paese da ben due decenni. Si è già alzato un muro divisorio tra il governo e l’opposizione che mette a rischio il funzionamento delle istituzioni del 1999.

    Il carattere eccezionale di questa crisi si deve anche alla sua durata e intensità. Nel 2018 il Venezuela sta registrando il suo quinto anno consecutivo di recessione economica, con una contrazione del PIL che potrebbe raggiungere il 18%, dopo una caduta tra l’11 e il 14% nel 2017. Visto che lo Stato venezuelano non pubblica dati macroeconomici dal 2015 alcuni pensano che gli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o i grandi istituti finanziari privati dipingano un panorama più oscuro per via di pregiudizi ideologici. Tuttavia, le cifre governative che si sono filtrate confermano una caduta del PIL del 16,5% nel 2016 (3). Tra il 2014 e il 2017, la contrazione accumulata dell’economia si stabilizzerebbe, così, ad almeno il 30% (4), una caduta paragonabile a quella degli Stati Uniti tra il 1929 e il 1932 durante la Grande Depressione.
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  • #AvenidaMiranda, puntata46. Antonio Vermigli e la “democratura” brasiliana di Bolsonaro

    #AvenidaMiranda, puntata46. Antonio Vermigli e la “democratura” brasiliana di Bolsonaro

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    È online la nuova puntata di Avenida Miranda, il programma radiofonico a cura del nostro blog trasmesso sulle frequenze di Radio Città del Capo di Bologna.

    Direttore del trimestrale InDialogo, membro della Rete Radié Resch e amico personale di Lula, l’ex-postino di Prato, Antonio Vermigli – su cui è stato girato anche un film -, appena rientrato dal Brasile, parla con Raúl Zecca Castel della situazione politica attuale che si sta profilando nel paese, tra corruzione, minaccia alle popolazioni indigene, nuova povertà e liberalizzazione delle armi. Ma si parla anche del caso Battisti e, ovviamente, dell’ex presidente Lula.

    Qui il podcast per ascoltare la puntata.

  • Il tentativo di golpe in Venezuela e come si è arrivati fino a qui

    Il tentativo di golpe in Venezuela e come si è arrivati fino a qui
    Riprendiamo un articolo di Radio Città Fujiko con intervista radio al nostro redattore Pérez Gallo. Qui il PODCAST!

    Le cause e le tappe della crisi prima economica e ora istituzionale in Venezuela.

    di Alessandro Canella
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    L’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e l’appoggio instantaneo di Paesi come gli Usa di Trump e il Brasile di Bolsonaro rappresentano un tentativo di golpe in Venezuela. Più complessa e articolata l’analisi di come si sia prodotta questa situazione e il presidente Maduro non è esente da responsabilità. La corrispondenza di Perez Gallo.

    La situazione istituzionale del Venezuela sembra precipitata nelle ultime 24 ore, da quando il presidente dell’Asamblea Nacional, Juan Guaidò, si è autoproclamato presidente ad interim fino a nuove elezioni, ottenendo l’appoggio di attori internazionali del calibro degli Usa di Trump, del Brasile di Bolsonaro, del Canada di Trudeau, insieme a storici “rivali” latinoamericani del Venezuela, come la Colombia.
    L’Asamblea Nacional del Venezuela è controllata per i due terzi dalle opposizioni, ma il Tribunale Supremo venezuelano aveva dichiarata illegittima l’assise.

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  • “Nos une el mismo dolor”: Memoria y búsqueda de vida de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos

    “Nos une el mismo dolor”: Memoria y búsqueda de vida de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos

    [Publicado en las páginas A dónde van los desaparecidosSección: Compartencia en colaboración con Desinformemonos]

    El colectivo de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos está formado por casi 100 madres que buscan a sus seres queridos desaparecidos. Esta semana están activas en la Brigada Nacional de Búsqueda de Personas Desaparecidas y buscan fosas en ese municipio guerrerense (Iguala) y los colindantes. Las entrevistas a las madres protagonistas de esta lucha por amor ilustran los imaginarios y las realidades de la desaparición en Guerrero. [En seguida un video de presentación de algunas integrantes del colectivo y el reportaje, por Fabrizio Lorusso]

    El colectivo de Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidoses un grupo formado en abril de 2018 en Iguala, Guerrero, integrado por noventa y nueve mujeres y cuatro hombres, quienes buscan a sus seres queridos desaparecidos. Este texto se compone de entrevistas cortas a integrantes del grupo sobre los temas de la búsqueda y el encuentro, la memoria, el pensamiento que desean dejar, y el colectivo. Dieciséis personas hicieron memoria y dieron su testimonio. Poco a poco, su lucha ha sabido transformar un dolor común en un anhelo colectivo de búsqueda y en la conciencia de los derechos que les han sido negados. El dolor y la búsqueda de las madres de Iguala y de México irrumpen en el espacio público y de esta manera trascienden, van más allá del caso individual, de las cifras oficiales y de la soledad, para volverse un patrimonio moral de toda la sociedad contra el miedo y la injusticia. Este trabajo trae inspiración de dos proyectos artísticos y literarios que recientemente han contribuido a visibilizar las historias de las víctimas del conflicto armado en México, dándoles voz y palabra a los y las sin voz de esta época de nieblas y noches terribles.

    El primero de ellos es una exposición de zapatos que son grabados con mensajes sobre “la búsqueda y el encuentro” y llevan en sí el pensamiento y la memoria de los familiares que buscan a los y las desaparecidas. Son sus zapatos que portan frases de dolor, esperanza y búsqueda, y son desgastados por tantos caminos recorridos en marchas, protestas, oficinas, calles, desiertos y pasillos burocráticos sin fin. Cada texto se reproduce también sobre un papel con fondo verde-esperanza y representa sin mediaciones el deseo de los familiares. Es un proyecto itinerante y colectivo de nombre Huellas de la Memoria y que, en sus andares por varios continentes durante tres años, se ha vuelto altavoz y percusión de lucha en una Campaña Internacional contra la Desaparición Forzada.

    Otro proyecto inspirador se llama Memorias de un Corazón Ausente y es un libro de historias de vida donde algunas mujeres construyen la memoria de la ausencia de los seres queridos que están buscando. Más allá de la desaparición y de su caso, tejen narraciones sobre la vida, las pasiones, los gustos, los recuerdos y, finalmente, la presencia de sus familiares. En la introducción, Jorge Verástegui González, entre los fundadores de Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en Coahuila, describe un concepto importante: el de búsqueda de vida, que ayuda a entender la comunidad del dolor y de esperanza que mueve a muchos colectivos de buscadores en su lucha. Quien ya no está y es buscado, pues, pudiera estar con vida o no, pero finalmente lo que mueve la búsqueda es la vida misma, tanto en su sentido material como en el espiritual. Lo que se busca es vida y reconexión, del modo que sea, para cerrar un “duelo suspendido”, un ciclo de dolor que hiere profundamente no sólo a las víctimas sino a toda la sociedad. La construcción de narraciones y sentidos alternativos a los que generan las estructuras del Estado y los medios de comunicación de consumo inmediato, con su sesgo oficialista, sensacionalista y a menudo revictimizante, es una de las tareas clave del periodismo de investigación, de la historia oral y de la historia del tiempo presente, enfoques que guían estas entrevistas.

    Sandra

    Sandra Luz Román Jaimes sostiene el cartel de denuncia de
    desaparición de su
     hija Ivette Melissa Flores Román, desaparecida el 24 de octubre de 2012. Sandra  forma parte del colectivo “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.  Foto: Fabrizio Lorusso

    Sandra Luz Román Jaimes tiene 55 años y es de Iguala. Lucha contra un cáncer y para encontrar a su hija Ivette Melissa Flores Román, quien hoy tiene 25 años y fue desaparecida el 24 de octubre de 2012. Sandra está acompañando el camino del nuevo colectivo que se formó en Iguala el pasado 15 de abril y que se llama “Madres Igualtecas en Busca de sus Desaparecidos”.

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  • Guardia Nacional, Seguridad, Justicia y Paz: pronunciamiento y rueda de prensa desde Guanajuato #GuardiaNacional #Gto #SeguridadSinGuerra

    Guardia Nacional, Seguridad, Justicia y Paz: pronunciamiento y rueda de prensa desde Guanajuato #GuardiaNacional #Gto #SeguridadSinGuerra

    [En el vídeoRueda de Prensa sobre Guardia Nacional, Seguridad, Justicia y Paz para dar a conocer el Posicionamiento desde Guanajuato de organizaciones, colectivos, activistas, personas defensoras de derechos humanos, periodistas, así como integrantes de la academia. Baja el documento aquí en PDF LINK Conferencia del día martes 22 de enero del 2019 a las 10:00 hrs. en El Refugio del Barrio ubicado en Avenida 27 de Septiembre N° 517 de la Colonia Obregón en la Ciudad de León, Gto. Participan: Gustavo Lozano Guerrero (defensor de Derechos Humanos, Acción Colectiva); Rosario Patricia Rodríguez Rodríguez (activista y defensora de derechos humanos, Amnistía Internacional); Fabrizio Lorusso, (profesor/investigador Ibero León y periodista); Francisco Javier Gutiérrez G. (académico); Yolanda Morán Isais (coordinadora de Fundem (Fuerzas Unidas por Nuestros Desaparecidos en México, Región Centro). En seguida, lee el texto del pronunciamiento]

    Guardia Nacional, Seguridad, Justicia y Paz: posicionamiento desde Guanajuato
    Las y los abajo firmantes, personas, organizaciones y colectivos del estado de Guanajuato, hacemos este pronunciamiento para expresar nuestro rechazo a la reforma constitucional que crea la Guardia Nacional. Asimismo, manifestamos nuestra inconformidad con el grave deterioro de la seguridad, la impartición de justicia y la violencia en nuestra entidad.

    Manifestamos nuestro apoyo a los principales cuestionamientos emitidos recientemente en audiencias públicas entorno a la Guardia Nacional por organizaciones de la sociedad civil, expertos y organismos nacionales e internacionales, como la CNDH y la ONU-Derechos Humanos, quienes señalan que el dictamen es contrario a un Estado Democrático de Derecho y no cumple con los estándares internacionales en materia de derechos humanos, rendición de cuentas y control social.

    Rechazamos toda forma de militarización de la seguridad pública y, siguiendo el espíritu de la Constitución, defendemos la naturaleza totalmente civil de los cuerpos que deben encargarse de dicha tarea a nivel federal, estatal y municipal. La reforma propuesta a la Carta Magna es inconvencional porque contradice los principios establecidos en tratados internacionales que son obligatorios para México en materia de derechos humanos.

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  • Il dio di Pueblo viejo: un mostro a doppia faccia. Viaggio in Repubblica Dominicana, nella seconda miniera d’oro più grande al mondo.

    di Raúl Zecca Castel


    [Reportage pubblicato originariamente su Planeta Futuro/El PAÍS, qui integrato da un’ampia fotogallery e da un’intervista radiofonica rilasciata a Giorgia Bresciani per RadioInBlu]

    La chiamano “il mostro”. Un mostro che non dorme mai. Che divora pareti di roccia, prosciuga corsi d’acqua e sputa fumo ininterrottamente, ventiquattrore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. In molti, però, assicurano che non si nutre soltanto di montagne e fiumi, ma che esige anche sacrifici umani, vite innocenti da offrire a un dio senza scrupoli: il dio dell’oro.

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  • Venezuela: La disputa è per i territori. Ripensare un progetto di emancipazione, in tempi molto difficili

    Venezuela: La disputa è per i territori. Ripensare un progetto di emancipazione, in tempi molto difficili

    Da Rebelión

    Di Emiliano Terán Mantovani

    Traduzione di Daniele Benzi

    venezuela 1Già da settimane si annunciavano turbolenze in Venezuela a cominciare da gennaio con l’insediamento dell’Assemblea nazionale e l’inizio di un incerto periodo presidenziale per Nicolás Maduro (2019-2025). Ancora una volta, saltano alla vista una serie di mosse politiche e geopolitiche di breve e medio termine, movimenti, alleanze e decisioni che ravvivano le tensioni già esistenti creando nuovi punti di inflessione e cambiamenti di scenario. La drammatica progressione del disastro economico e la decomposizione politica e istituzionale del paese, sommandosi ad un panorama internazionale ostile, ci conducono verso un periodo di volatilità molto maggiore rispetto a quello già di per sé di forte conflitto del 2017.

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  • Le comunità aborigene in Australia lottano per difendere la terra e l’identità culturale

    di Ettore Camerlenghi

    Nello stato di Victoria, lungo il tratto di statale che collega le città di Melbourne e Adelaide, il gracchiare stridulo dei pappagalli cacatua, tipico dei boschi dell’Australia meridionale, è interrotto dal ronzio delle seghe a motore. Alcuni operai, protetti da un cordone di agenti della polizia e circondati da una cinquantina di manifestanti, stanno abbattendo un albero. I manifestanti, provenienti prevalentemente dalla nazione aborigena Djap Wurrung, filmano con i telefoni e chiamano i rinforzi, che dopo poche ore arrivano da Melbourne, a circa duecento chilometri di distanza. La tensione è molto alta e gli operai e la polizia decidono di allontanarsi.

    “Torneranno presto” dice preoccupato Zellanach Djab Mara, uno dei giovani leader della nazione aborigena Djap Wurrung, che da migliaia di anni abita queste terre. Alcuni dei manifestanti salgono sulle auto e si dirigono al campo base, definito Primo Campo, il più grande dei tre accampamenti permanenti. Qui, da circa quindici mesi, Zellanach Djab Mara, insieme alla moglie Amanda Mahomet e a un gruppo di elders (termine inglese utilizzato per riferirsi all’importante ruolo decisionale degli anziani nelle comunità native) si sono accampati per proteggere quello che per loro rappresenta un patrimonio culturale e identitario fondamentale.

    I tre accampamenti sorgono infatti intorno a degli eucalipti plurisecolari e incredibilmente imponenti che storicamente, per le donne e gli uomini della nazione Djap Wurrung, rappresentano un luogo sacro per la maternità. Il Primo Campo, nello specifico, è sorto per proteggere un gigantesco albero cavo di circa 800 anni, al cui interno cinquanta generazioni di donne indigene hanno dato alla luce la generazione successiva. Solo le donne possono avere accesso all’albero e alcuni cartelli chiedono di rispettare la sacralità del luogo e di non scattare fotografie. Intanto, in accordo con una importante tradizione aborigena, un grande falò accoglie i visitatori. Il fuoco cerimoniale non si deve mai spegnere e gli anziani sono seduti intorno, in cerchio.

    Nel 2013 il governo della stato di Victoria ha approvato la realizzazione di un tratto di superstrada di 12.5 Km tra le località di Buangor e Ararat, con l’obiettivo di ridurre di circa due minuti i tempi di percorrenza tra i due centri abitati. La nuova strada è stata presentata come un progetto fondamentale per motivi di sicurezza, a seguito della morte di undici automobilisti coinvolti in incidenti stradali dall’inizio del 2013.

    Prima dell’effettiva approvazione del progetto, il governo ha ufficialmente consultato due organizzazioni aborigene: in seguito ai colloqui il piano di lavoro è stato leggermente modificato per salvare quindici alberi di particolare rilevanza culturale indigena. Tuttavia la realizzazione dell’opera prevede, tutt’ora, l’abbattimento di migliaia di alberi tra cui circa 200 considerati sacri dalla nazione Djap Wurrung.

    A metà marzo 2019 la tensione è esplosa per l’arrivo dei bulldozer, scortati da un contingente di polizia. In quell’occasione un centinaio di uomini e donne aborigene, supportati da attivisti, avevano allontanato polizia e bulldozer, riuscendo a strappare al governo una tregua e un momentaneo stop ai lavori, che però sono ripresi a  settembre. Più recentemente, i primi di ottobre, il governo e la nazione aborigena Djap Wurrung hanno raggiunto un iniziale compromesso che permetterebbe di dare avvio, pacificamente, ai lavori lungo un primo tratto di 3.5 Km, considerato a minor rischio di impatto culturale. La tensione, dovuta alla prosecuzione dei lavori lungo i restanti 9 Km, rimane però alta e gli attivisti chiedono che il sito sia dichiarato e riconosciuto patrimonio culturale da tutelare.

    Al campo, Zellanach Djab Mara organizza una cerimonia di purificazione e di benvenuto per gli ospiti. Alcune foglie e rami di eucalipto sono gettati sulla brace. Il profumo è inebriante e i visitatori sono invitati a farsi avvolgere dai fumi e a lasciare qualcosa di proprio, anche una ciocca di capelli, in offerta alla terra.

    “Il nostro legame con questa terra è fortissimo”, mi spiega Zallanach Djab Mara.

    “Quando ascolti della musica, la musica migliora il tuo spirito. La stessa cosa avviene con la nostra terra. La terra ti fa stare bene, ti riempie…”

    “Questa è la nostra cattedrale”, prosegue. “Un luogo dove ci riuniamo, entriamo in connessione con la terra e ci curiamo. Uno spazio dove comunichiamo con i nostri antenati.”

    “Quando, in aprile, Notre Dame ha preso fuoco, i parigini hanno raccontato di come l’incendio li avesse fatti riflettere sulla loro identità. “E’ la stessa cosa che capita a noi”, mi spiega.

    Il paragone con Notre Dame è particolarmente efficace. “Non si può separare una chiesa dalle sue colonne, dalle sedie o dal sagrato”, continua. “Il piano del governo di salvare alcuni alberi, abbattendo però tutti gli altri intorno, rappresenta proprio il tentativo di separare la cattedrale dal sagrato e dalle sedie. Eppure nessuno si sognerebbe di abbattere una cattedrale per costruire una strada.”

    Mi prendo qualche minuto per passeggiare tra gli eucalipti mentre due pappagalli mi osservano incuriositi da un ramo. Il sito su cui ci troviamo è attraversato da una songline, una delle linee invisibili e sacre che attraversano l’Australia, in un reticolo che si manifesta soltanto a chi conosce le parole e la melodia dei canti tradizionali. Quello di “songline” è uno dei concetti più misteriosi e allo stesso tempo fondamentali nel mondo culturale e nella costruzione identitaria dei popoli aborigeni.

    Come spiega Lynne Kelly, divulgatrice di scienza e ricercatrice, in un’intervista per ABC radio, “le songlines sono sistemi per navigare il territorio che gli anziani tramandano oralmente alla comunità. Cantando il paesaggio, sono in grado di orientarsi da un luogo all’altro. Ma le songlines sono anche un modo per perpetuare e memorizzare un’enorme quantità di informazioni sul territorio. Alcune ricerche hanno mostrato che il 70% di questi canti sono costituiti da informazioni su animali, piante e la loro stagionalità, tutte informazioni necessarie per sopravvivere e conoscere un certo territorio.

    La cultura e l’identità aborigena sono quindi spazialmente collocate e incarnate nel paesaggio. La tua terra diventa quindi anche la tua enciclopedia e se qualcuno innalza una recinzione e ti ferma, rappresenta l’equivalente di chiudere un’università antica di molte migliaia di anni. La prima presenza dei popoli aborigeni in Australia è stata infatti datata a 40.000-50.000 anni fa.”

    Percorrendo l’area attraversata dalla songline, a pochi chilometri dal primo campo si incontra il campo di mezzo, sorto intorno e a protezione di un altro imponente eucalipto, dove le donne, terminato il parto, sotterravano tradizionalmente la placenta. La crescita di uno dei rami dell’albero è stata modificata culturalmente negli anni, per indicare la direzione da seguire per raggiungere un terzo sito, a distanza di pochi chilometri, dove si trovano un ruscello e un campo di erbe medicinali. Qui sorge il terzo campo. Accanto al ruscello, una ragazza che ci fa da guida ci indica un tronco di eucalipto in cui si scorge la sagoma di una canoa scavata ed estratta sapientemente dal legno. “I nostri antenati sapevano prendere quello che serviva senza danneggiare l’ambiente”.

    La sera torniamo a dormire al primo campo. Il falò illumina la notte e una decina di ragazzi e anziani è seduta intorno a suonare. Hanno portato violini e chitarre e la melodia è incalzata dal battere ritmico dei clappers, strumenti a percussione tipici della musica aborigena. Altri organizzano i turni di guardia per la notte, per evitare che l’eventuale arrivo della polizia al campo colga tutti impreparati.

    Vicino a uno degli alberi sacri, un grande cartello recita: “No tree no treaty” (Niente albero, niente trattato).

    Si riferisce al trattato formale tra governo e popoli aborigeni che, al momento, nello stato di Victoria, si trova in fase di negoziazione. L’obiettivo del trattato è il riconoscimento della storia dei popoli indigeni prima dell’occupazione, delle ingiustizie subite durante 240 anni di storia coloniale e la creazione di un percorso di dialogo formale e legale tra stato e nazioni aborigene. Attualmente l’Australia è l’unico paese del Commonwealth a non avere un trattato con i suoi popoli indigeni.

    Il tema è però spinoso. Lidia Thorpe, donna Djap Wurrung e prima donna aborigena eletta nel parlamento di Victoria, esprime, in un’intervista alla radio, delle forti perplessità sul trattato.

    “Sono personalmente divisa sul tema. E’ difficile avere fede nel governo quando si parla di qualcosa come un trattato. Non vedo alcun passo nella giusta direzione se continuano a disboscare la nostra terra, la nostra madre, come noi la chiamiamo.”

    “Mi sto candidando per rappresentare le istanze aborigene all’interno dell’assemblea del trattato ma se non si fermano di fronte alla nostra protesta per difendere questi alberi, lascerò la candidatura. Che senso avrebbe? Se non abbiamo nemmeno l’opportunità di negoziare le basi, la nostra terra, che è una parte di noi… Se distruggi la nostra terra, distruggi il nostro popolo.”

    “In base al Cultural Heritage Legislation, alcuni enti riconosciuti e che dovrebbero rappresentare i popoli nativi possono negoziare con il governo su strade o altri beni che interessano allo stato. Nel caso della nostra terra, il governo dice di avere parlato con due società che dovrebbero rappresentare la nazione Djap Wurrung.   La prima delle quali pero è stata addirittura de-registrata e non è più riconosciuta. Ma il governo non vuole incontrarci, nega l’autonomia della nostra nazione. Se queste sono le condizioni, come possiamo immaginare un trattato?”

    Sembra inoltre, secondo quanto riporta Micheal Kennedy, avvocato dei manifestanti, che il ministro dell’ambiente non disponesse del report prodotto dalla Federazione delle Corporazioni dei Proprietari Tradizionali di Victoria, che informava della presenza di alberi di interesse culturale, quando approvava il progetto della strada.

    “E’ la stessa storia che si ripete ancora e ancora” mi spiega Zallenach Djab Mara, esasperato. In 240 anni non si è imparato niente. Come ti sentiresti tu al nostro posto? La stessa storia, lo stesso colonialismo. Arrivano e ci portano via il nostro paese …Il governo deve imparare a parlare chiaro. Devono imparare quello che noi abbiamo sempre praticato. Il dialogo aperto, senza segreti e manipolazioni. Dialogo aperto.”

    “Ci hanno rubato la terra, hanno massacrato la nostra gente, hanno provato a cancellarci con la politica della rimozione forzata dei bambini (si riferisce alla politica ufficialmente in atto tra gli anni 1910 e 1970, per cui i figli di coppie miste tra bianchi e aborigeni erano rimossi dalle famiglie e ricollocati in campi di educazione e che coinvolse almeno 25.000 bambini). Ma siamo ancora qui.”

    Da lontano un currawong canta tra gli eucalipti e saluta l’arrivo della notte in un paese in cui le ferite di un passato coloniale sembrano ancora aperte.

    Didascalie foto:

    P8250320: Primo campo, anziani e nuove generazioni di attivisti intorno al fuoco cerimoniale

    P8250364: Primo campo permanente, sorto a protezione dell’albero sacro alla maternità

    P8250378: I membri della nazione aborigena Djap Wurrung si definiscono guardiani tradizionale della terra

    P8250446: Zellanach Djab Mara durante un’intervista per il canale televisivo  7news

    P8250464: Zellanach Djab Mara durante la cerimonia di purificazione