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I paesi più violenti dell’America Latina (e del mondo)

La pubblicazione di uno studio aggiornato su sviluppo e violenza (intesa qui solamente come  numero di omicidi ogni 100.000 abitanti in un paese) realizzato dalla Dichiarazione di Ginevra sulla Violenza Armata e lo Sviluppo, un’iniziativa diplomatica della Svizzera e dell’Onu, è l’occasione per parlare di America Latina anche se con un po’ di preoccupazione. La regione si può considerare, infatti, (ancora un volta) la più violenta del mondo con il Centro America in testa: il primo paese è El Salvador con un tasso di omicidi superiore a 60 per 100.000 abitanti (ma altre fonti riportano cifre più elevate, meno “prudenti”). La situazione del paese centroamericano è quindi paragonabile a quella dell’Iraq, secondo in questa triste classifica.

La Giamaica, l’Honduras, la Colombia, il Venezuela e il Guatemala occupano le posizioni successive. Dopo alcuni paesi africani troviamo il Belize con un tasso superiore ai 30 per ogni 100.000 abitanti. Sono 14 i paesi che superano questa cifra (vedi grafico sopra). Sono invece 58 gli stati che superano la cifra di 10 ogni 100.000 ab, è un’altra soglia preoccupante ma meno allarmante in cui comunque rientrano altri paesi latino americani come il Brasile, l’Ecuador, Porto Rico, la Guyana, il Paraguay, Panama, il Nicaragua e infine il Messico (che dal 2010 ha raddoppiato il suo tasso che era quasi “europeo” fino a pochi anni fa) e il Perù.

La media mondiale s’è attestata nel 2009 sui 7,9 omicidi per 100.000 abitanti, valore che ci fa capire le dimensioni del problema nell’estremo occidente. Il Messico ha un tasso di 18,4, alto rispetto a Usa ed Europa ma comunque accettabile rispetto ai suoi vicini. Un fattore che lo studio svizzero non considera sono le enormi differenze che possono esserci all’interno di ciascun paese: infatti, per citare un esempio noto, la regione settentrionale di Chihuahua, in Messico, mostra tassi di violenza/omicidi quasi centro americani e Ciudad Juárez raggiunge la spaventosa cifra di 170 omicidi ogni 100.000 abitanti, 20 volte la media globale. Le regioni di Queretaro e lo Yucatan, invece, hanno mantenuto una media molto bassa. Il rapporto mostra anche che il 90% delle vittime della violenza armata nel mondo non proviene da paesi formalmente in guerra, quindi la prima causa di morte è attribuibile alla criminalità organizzata.

Il Messico e il Centro America ai tempi della narcoviolenza

Il 6 ottobre l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (Unodc) ha pubblicato il suo primo Studio Globale sull’Omicidio (Vedi PDF) che rileva la tendenza all’aumento della violenza nel continente americano, in cui è stato commesso il 31% dei 468.000 omicidi del mondo nel 2010, e in Africa, dove s’arriva al 36%. L’America Latina presenta un quadro preoccupante. L’Honduras ed El Salvador hanno tassi d’omicidio pari a 82 e 66 ogni centomila abitanti, i più alti del mondo. Li seguono la Giamaica con 52, il Venezuela con 49, il Guatemala con 41, la Colombia con 33 e il Brasile con 23. Siamo ben oltre la media mondiale di 6,9 e quella statunitense di 5. Le ragioni principali sono da ricercare nelle enormi disuguaglianze economiche e la mancanza di opportunità per i giovani, nell’urbanizzazione incontrollata e nell’alta diffusione delle armi nella società.

Il Messico, protagonista delle cronache per il forte impatto mediatico dei narcos e delle loro mattanze, mantiene un tasso di omicidi pari a 18, basso rispetto ai suoi vicini del Sud. In termini assoluti, però, i numeri impressionano: nel 2010 sono state assassinate 20.585 persone, una cifra superata nell’emisfero occidentale solo dal Brasile con 43.909 vittime.

In terra azteca, tuttavia, le inquietudini riguardano la crescita del fenomeno e le sue cause: nell’ultimo anno i morti per la violenza sono aumentati del 65% e in due anni sono praticamente raddoppiati, più per l’escalation della cosiddetta “guerra al narcotraffico” che per fattori socioeconomici. Giorno dopo giorno la stampa messicana tiene il conto delle vittime attribuibili al conflitto: quasi 50.000 in un lustro e oltre 10.000 solo quest’anno.

Il vero problema sta nell’impennata così repentina della violenza. Ai fatti di sangue si sovrappone, inoltre, la continua spettacolarizzazione del fenomeno attuata dai mass media e dagli stessi trafficanti che in questo modo possono minacciare efficacemente i rivali, la polizia e i cittadini. Il numero di omicidi è esploso nel 2009 ma è cominciato a crescere già dal 2007, quando il Presidente Felipe Calderón, del partito conservatore Acción Nacional, lanciò le prime operazioni militari mandando l’esercito nelle regioni più conflittuali dominate dai cartelli della droga: da Tijuana a Ciudad Juárez fino alle coste del Golfo del Messico.

Il Governo ha scelto il 2011 come “anno del turismo in Messico” ed è stato premiato dall’incremento delle visite e della valuta straniera in entrata, ma la propaganda ufficiale deve misurarsi con le realtà contrastanti del paese. Lo stato di Queretaro, lo Yucatan, il Chiapas e la capitale hanno mantenuto tassi di omicidio inferiori alla media nazionale, mentre i settentrionali Baja California, Chihuahua, Sinaloa e Durango hanno raggiunto medie “centroamericane”, superiori a 60 per centomila abitanti, come conseguenza della militarizzazione e della rottura degli equilibri preesistenti tra i cartelli dei narcos.

A Veracruz le organizzazioni criminali in lotta, il cártel del Golfo, gli Zetas e la Familia michoacana, in pochi giorni hanno seminato il panico con una serie di stragi. Il 21 settembre una formazione paramilitare che dice di “stare dalla parte della gente”, gli “ammazza-Zetas”, ha rivendicato il primo dei massacri, in cui 35 persone sono state giustiziate e poi abbandonate in strada nell’elegante sobborgo di Boca del Río. Altri 32 cadaveri sono stati ritrovati il 7 ottobre in tre case della stessa zona e sabato scorso altri 10 sono stati gettati per la strada a Laguna Real.

E’ emblematico anche il caso del Nuevo León, stato nordorientale alla frontiera statunitense investito da un’ondata di violenza per la faida tra i narcos del Golfo e gli antichi alleati Zetas. Proprio questo gruppo è responsabile del rogo di 52 persone lo scorso 25 agosto a Monterrey, capitale del Nuevo León ed (ex) fiore all’occhiello dell’imprenditoria messicana. Negli ultimi due anni gli abitanti della città hanno visto andare in frantumi la loro gabbia dorata a raffiche di cuerno de chivo, l’arma tipica dei narcotrafficanti, e per ora non s’intravede il recupero di quella normalità che ormai in quasi tutto il paese rischia d’essere soppiantata dalla violenza e da un permanente stato d’eccezione. [Questo articolo è uscito su Il Fatto Quotidiano on line il 17 ottobre 2011

L’Honduras mette in vendita città-modello pronte all’uso

Articolo di Fabrizio Lorusso dal quotidiano L’Unità di lunedì 12 settembre 2011. QUI LINK all’originale, alla pagina 32-33.

Porzioni di territorio nazionale – incluso un parco – sono in vendita in Honduras per la costruzione di città modello, da colonizzare e amministrare in piena autonomia anche da potenze straniere.

Lo scorso 28 luglio l’Honduras è diventato il primo paese al mondo a modificare la Costituzione per permettere la fondazione sul territorio nazionale di una Charter City, cioè una “città modello” a statuto speciale affidata in gestione a una potenza straniera. Con 107 voti a favore e solo 7 contrari il Parlamento ha dato il via a un progetto che punta a costituire un sistema ibrido, un mix tra il regime della zona franca e il paradiso fiscale concentrato su una superficie di 1000 chilometri quadrati con la capacità d’accogliere almeno un milione di persone.

L’ideatore di questa versione moderna delle città-stato è l’economista di Stanford candidato al Nobel, Paul Romer. Da vent’anni il professor Romer gira il mondo illustrando il suo progetto che promette crescita e benessere a quei paesi in via di sviluppo che, in cerca di soluzioni rapide alle crisi interne e globali, sono disposti a concedere in outsourcing un’intera città. Romer sembra aver scoperto la formula magica per risolvere i problemi di corruzione e sottosviluppo che affliggono la gran parte dei paesi dell’Africa e dell’America Latina. Nel 2008 il Madagascar aveva accettato il progetto ma un colpo di Stato ne impedì la continuazione. Hong Kong, Shangai e Singapore sono i casi principali citati dal guru statunitense a supporto della sua tesi per cui grazie all’imposizione di regole chiare dall’esterno e alla volontà del paese anfitrione e dei finanziatori sarebbe possibile trasformare un dato territorio in un modello di sviluppo da riprodurre in serie. In alcune conferenze Romer ha suggerito al Presidente cubano Raul Castro di prendere accordi con gli Stati Uniti per trasformare la base di Guantanamo in una città modello sotto il controllo canadese. Ha anche azzardato un piano per Haiti che prevede la sostituzione dei caschi blu dell’Onu sull’isola con una missione che dia vita a una città amministrata dal Brasile.

Gli elementi comuni alle Charter City sono almeno tre: la scelta di un territorio disabitato, uno statuto (“charter”) garantito da uno Stato straniero neutrale e la libertà d’ingresso e residenza. Il regolamento approvato dai legislatori honduregni stabilisce il bilinguismo, quindi si parleranno l’inglese o un’altra lingua oltre allo spagnolo. Inoltre non vi saranno restrizioni alla circolazione delle valute straniere insieme alla lempira, la moneta nazionale. Il pericolo è che le regole d’oro che dovrebbero impulsare la crescita economica all’interno della “città perfetta” conducano alla precarizzazione del lavoro, al congelamento dei sindacati, a vantaggi fiscali indiscriminati e alla sospensione di alcune garanzie democratiche in favore dell’efficienza amministrativa.

Ad ogni modo l’Honduras deve trovare i finanziamenti di governi, imprenditori e manager dei paesi industrializzati che, attratti dai presunti vantaggi legali ed economici da poco approvati per le Charter City, dovrebbero edificare la metropoli del futuro in soli 4 anni secondo le stime governative. La città modello avrà una legislazione speciale, un proprio sistema amministrativo, un governatore, una polizia e una magistratura autonomi e, quindi, sfuggirà in buona parte al controllo politico di Tegucigalpa. Le zone segnalate per la costruzione sarebbero due: la Baia di Trujillo, una regione caraibica devastata dall’uragano Mitch nel 1998, e la costa settentrionale atlantica della Mosquitia che è stata dichiarata patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Da secoli entrambe sono abitate dal popolo d’origine africana dei garifuna che sono i più acerrimi nemici del megaprogetto che minaccia usi, costumi, ecosistemi e territori locali.

“Il problema non sono le regole, ma la politica e la gente corrotta”, sostiene Carlos Sabillón, politologo e opinionista televisivo honduregno. Sabillón è molto scettico sulla riuscita dell’operazione. “Siamo di fronte alla creazione di uno Stato dentro lo Stato. Chi lo finanzia? Ricordiamo che i narcos hanno capitali in eccesso pronti da investire…”, ha aggiunto.

Il Presidente dell’Honduras, Porfirio Lobo, s’è rivolto ai cittadini invitandoli “a sognare, a pensare ad un luogo ideale dove possiamo vedere come arrivano senza limiti gli investimenti”. Malgrado i buoni auspici il paese è in balia della stagnazione economica e della violenza che si manifesta con le sistematiche violazioni dei diritti umani e con un tasso di omicidi tra i più alti al mondo, 70 ogni 100.000 abitanti nel 2010. L’ascesa politica di Lobo cominciò poche settimane dopo il golpe del giugno 2008 che costrinse all’esilio l’allora Presidente Manuel Zelaya. La classe dirigente honduregna è rimasta a lungo isolata dalla comunità internazionale e, mentre sogna di avere la sua Hong Kong caraibica, resta alla disperata ricerca della legittimità perduta.

La ciudad que pretende salvar a Honduras

No tiene aún nombre ni lugar, pero ya es un proyecto aceptado: Atraer inversiones, empresas y ejecutivos, a través de la creación de una urbe modelo, tan modelo, que no parecerá hondureña. ¿Es posible gestionar una ciudad así?   Autor: Daniela Arce

Tendrá alrededor de 33 kilómetros cuadrados y pretende convertirse en la solución a todos los problemas de índole urbana que afectan la competitividad y la atracción de inversiones de uno de los países más caóticos de América Latina.

Pese a que no tiene aún un lugar específico, lo más probable es que sea en el Municipio de Trujillo, en la costa Caribe, la idea es fundar una mini ciudad dentro de Honduras, pero sin los problemas de Honduras.

Se trata de una ciudad charter o ciudad modelo, donde imperarán reglas especiales, que atraerán empresas y ejecutivos, quienes vivirán ahí inmunes a los problemas de empleo, educación, salud y seguridad que afectan a este país. Será –según sus promotores– una ciudad libre, donde circulará la inversión, el dólar, el euro y la lempira, la moneda hondureña, sin restricciones.

No. No se trata de un estado febril, sino de uno de los proyectos más relevantes del presidente hondureño, Porfirio Lobo, quien ya consiguió el apoyo del Congreso para crear Regiones Especiales de Desarrollo, en un formato muy similar al que se aplicó en la lejana China con la creación de Zonas Económicas Especiales o en menor escala, Panamá, con zonas industriales en las que simplemente las reglas son otras.

¿Le hace sentido? O visto de otro modo, si su empresa le asignara como destino la nueva ciudad charter en Honduras ¿tomaría la aventura?

El economista estadounidense Paul Romer cree que muchos lo harían, pues es quien ideó esta fórmula de solución para países pobres como Honduras u otros del África, que de todos modos no reciben mayores inversiones y proyectos. Según él, mediante leyes y reglas económicas independientes del gobierno de turno, se puede desarrollar una urbe administrada con criterios de país desarrollado. Romer argumenta que este mecanismo funciona, porque son las normas mal aplicadas las que fomentan la pobreza, y que puede mejorar a través de reglas eficientes que favorezcan un clima que fomente el crecimiento económico.

“Estas urbes surgen generalmente por dos razones. Primero para definir una cierta zona con características únicas o especiales, distintas al resto de una ciudad; segundo, porque da la posibilidad de determinar una zona de planificación urbana, es decir, en determinar la manera en cómo se construye diferente, dando respuesta a ciertas demandas y que pueda concentrar infraestructuras adecuadas”, explica Luis Valenzuela, director del Centro de Inteligencia Territorial, UAI.

Si bien para el actual gobierno de Honduras parte de la solución a sus problemas económicos es abrirse a la posibilidad de la fundación, por el momento, de una ciudad modelo -luego podrían multiplicarse, por ejemplo en Amapala, en la costa Pacífico-, reforzando el planteamiento de Romer, no significa que todos los países bajo problemas similares o más complejos, necesiten o puedan crear territorios bajo estatutos anexos.

Fotografía:Irum Shahid, www.sxc.hu

Para Valenzuela “este sistema se ha dado en países de gran potencial económico como China, pero no en uno de las características de Honduras”. Sin embargo, reconoce que podría ser un “golpe estratégico de desarrollo”, pues hay una visión para un salto cuantitativo. “No existe un modelo político o económico en que uno pudiera decir que de aquí saldrá o no una ciudad modelo, habrá que ver”, dice.

Por ahora Lobo defiende su proyecto estimando que se trataría de un espacio en el que sin tener nada en ese sitio, agentes extranjeros construirán edificios y compañías, tal como sucedió durante la administración británica de Hong Kong, en medio de la China de Mao.

Éxito no asegurado

En el informe “Desarrollo Mundial: Una Nueva Geografía Económica”, elaborado por el Banco Mundial en 2009, se analizan algunas iniciativas de territorios bajo regímenes especiales, con mayor y menor éxito, como el caso del fracaso de la Egipto y el éxito en China.

En el caso del país árabe, entre 1974 y 1975, como una manifestación del compromiso político de conquistar el desierto y asegurar un crecimiento sostenible, se crearon grandes zonas industriales y se otorgaron generosos incentivos tributarios al sector privado. La tierra era virtualmente gratis. Primero se construyeron seis pueblos, cada uno con una propia base industrial, y luego a mediado de los 80′ se lanzó el programa para crear nueve asentamientos alrededor de El Cairo. En una tercera oportunidad se incluyeron ciudades gemelas cercanas a capitales provinciales.

Nada de eso prosperó conforme a las expectativas.

En el informe se explica que “las urbes cercanas a El Cairo han atraído negocios y gente, pero en menor número de lo previsto. Las ciudades distantes continúan siendo no atractivas para la mano de obra calificada debido a la falta de servicios y enlaces de transporte. Las nuevas ciudades no tienen más de un millón de habitantes (1% de la población de Egipto) en comparación con los 5 millones establecidos por el programa para 2005”.

A su vez, en el caso de China, se menciona a Shenzhen como primera zona especial, la cual experimentó un intenso crecimiento poblacional de 1980 a 2000, aumentando en 60 veces el PIB per cápita. Las razones de ese éxito pasan, explica el informe, por su cercanía a Hong Kong, su conectividad con el interior y con otras ciudades de China, y sus especificidades urbanas.

O sea, estas ciudades prosperan, conforme al potencial de los contextos en que se enclavan y no al revés.

Fabrizio Lorusso, Maestro en Administración de Empresas por la Universidad L. Bocconi de Milán y doctorando en Estudios Latinoamericanos de la Unam, México, afirma que aunque el proyecto hondureño tenga buenos resultados, son pocos los que se beneficiarían a corto plazo de esto. “Crear un “paraíso” en el medio de un territorio inhóspito plantea también otras exclusiones; además, los únicos en tener acceso a los supuestos beneficios de la ciudad charter serían los hondureños más calificados, nadie más, y los otros esperarían unas décadas, quizás, en ver algún beneficio concreto”, opina.

También la creación de una ciudad charter en Honduras plantea dudas respecto a la calidad de la inversión extranjera, atraída por ambientes desregulados. Probablemente esto no impactará en las relaciones laborales, pues –según Valenzuela– las compañías interesadas llegarán intentando atraer y retener buenos trabajadores y ejecutivos, y además porque detrás “probablemente habrá voluntad política para una buena administración de justicia”, dice Víctor Tomas, abogado empresarial argentino. Sin embargo, nada de eso asegura que esos puestos de trabajo serán perdurables, pues la desregulación puede llegar a atraer capitales especulativos, al no tener demasiadas barreras para salir de Honduras.

Un Estado dentro del Estado

“Tengo la impresión de que es difícil incentivar en un territorio arbitrariamente nuevas reglas, distintas a las del país de procedencia. Porque las reglas del juego no son cosas abstractas, no tienen vida por sí mismas, sino que son consecuencias de la cultura, la política, y las maneras en que se desarrolla el ejercicio del poder. Cuesta pensar que alguien podría crear arbitrariamente un contexto ideal para favorecer el empleo, la producción y la alta competitividad para el desarrollo económico”, explica el argentino Pablo Trivelli, de la UTDT.

Por su parte, Lorusso cree que una ciudad modelo no es la solución para Honduras. “Va a crear un Estado dentro del Estado, desligado de sus lógicas, ligado a poderes e intereses extranjeros que –sin ser malos de por sí, como afirmaría cierta izquierda–siguen sus intereses, no los de Honduras, que tiene un gobierno débil e incapaz de controlarlos, a diferencia de China”. Para Lorusso el gran desentendido es que Tegucigalpa, la capital hondureña, no es Beijing, así como la ciudad que nazca no será Honk Kong.

Ahora, de todos modos Honduras requiere urgente alguna ciudad con mayor infraestructura y conectividad física, así como de poder de marca, tal como lo revela el Ránking de las Mejores Ciudades de América Latina para hacer negocios de AméricaEconomía, donde en su última versión, Tegucigalpa calificó en el último puesto (37º), siendo esos factores sus principales debilidades.

Por ahora, la ciudad charter hondureña no tiene nombre, pero así y todo, es difícil que escape de las connotaciones del país donde estará enclavada: Honduras, una pequeña república centroamericana, deprimida económicamente, asaltada por una ola de violencia y paria internacional, dado que es junto a Cuba, el único país no aceptado en la OEA, por tener el triste registro de ser el único país latinoamericano que llegó a un régimen político en el siglo XXI a través de un Golpe de Estado.

Reportage sulla repressione in Honduras

Por Dick y Mirian Emanuelsson

VIDEOREPORTAGE della repressione (6,30 min.): vimeo.com/​21181376

17 marzo 2011. 50 feriti e arresti nella capitale Tegucigalpa e a Comayagua, Honduras. Una protesta pacifica di migliaia di persone che continua da vari giorni s’è trasformata giovedì scorso in un inferno di lacrimogeni come risposta del regime del presidente dell’Honduras Porfirio Lobo, eletto polemicamente dopo un colpo di Stato contro il suo predecessore Manuel Zelaya che è stato deportato con la forza dal paese il 28 giugno 2009. La manifestazione è stata convocata dagli insegnanti in lotta contro la vessatoria riforma del sistema pensionistico (innalzamento dell’età pensionabile a 70 anni con una speranza di vita media generale di 69,37 anni, molto inferiore, però, nelle fasce più povere della popolazione) e contro il saccheggio perpetrato dal regime golpista transitorio di Roberto Micheletti nel 2009 ai danni dell’istituto di previdenza sociale (denunciano la scomparsa di oltre 250 milioni di dollari Usa). L’Instituto de Previsión del Magisterio (Inprema) è in bancarotta e non potrà garantire le future pensioni quindi s’è pensato bene di mettere mano al sistema facendo pagare la riforma ai docenti. Il 18 marzo 2011 è stata uccisa dalla polizia un’insegnante, Ilse Velàsquez, scesa in piazza in difesa della scuola pubblica e colpita da un lacrimogeno. Inoltre la polizia ha invaso e attaccato con gas lacrimogeni anche gli edifici pubblici della Commissione Nazionale per lo Sviluppo dell’Educazione Alternativa Non Formale per catturare un gruppo di giovani manifestanti. Molti paesi sudamericani di Unasur (Unione della Nazioni Sudamericane, formata da Argentina, Brasile, Bolivia, Colombia, Cile, Equador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay eVenezuela.) e anche il vicino Nicaragua non hanno riconosciuto ufficialmente il regime post-golpista di Porfirio Lobo. In una realtà come quella dell’Honduras, in cui l’età media è intorno ai 20 anni, è un paradosso amaro e inaccettabile l’idea d’imporre un’età pensionabile più alta di quella dei paesi europei che hanno un’età media superiore ai 40 anni.

In spagnolo, nota completa:

TEGUCIGALPA / 2011-03-17 / Un pacifico plantón de miles de personas fue convertido este jueves en un infierno de gases lacrimógenos. Fue la respuesta del régimen del señor Porfirio Lobo a los maestros que sigue en pie de lucha en defensa de sus derechos que el régimen Lobista y el Congreso Nacional han revocado.

Miles de maestros, mujeres, hombres, jóvenes, estudiantes, obreros, campesinos y nosotros periodistas fuimos brutalmente agredidos por la policía preventiva y el Comando Cobra en la capital de Tegucigalpa. Pero también en las ciudades como Danli, Paraíso y Comayagua fueron agredidos por los uniformados. En Comayagua fueron detenidos y golpeados 22 manifestantes y uno de ellos fue victima por una bala de un arma de alto calibre, según Jaime Rodríguez, presidente del colegio magisterial COPEMH. En Tegucigalpa fueron detenidos, según Radio Globo, 27 personas.

– Habíamos acordado con Mario Chamorro (Comisionado y jefe de la Policía Metropolitana, Distrito Central) de clausurar nuestras acciones a las 12.30 del mediodía. Faltaban diez minutos cuando comenzaron a disparar las bombas, dice Gerardo Serrano, integrante de la dirección del Colegio de Profesores de Educación Media de Honduras, COPEMH.

BEBÉ AFECTADO POR LOS GASES

Y cuando estamos entrevistando al líder magisterial, los Cobras, apoyado por dos tanquetas, arremeten por segunda vez este día contra los maestros agrupados en el Instituto Nacional de Previsión del Magisterio (INPREMA). Los gases hacen imposible respirar. El inspector de Policía Preventiva, Daniel Molina, encabeza el literal bombardeo de gases de todos tipos. En los cartuchos de las granadas las instrucciones dicen claramente en impreso, que son altamente peligrosas y toxicas para el ser humano. Pero se ve que Molina “esta en su salsa” y su asistente le suministra granada tras granada a su mando que a su vez las dispara directamente hacia el interior de Inprema.

Una granada irrumpe el duro vidrio en el segundo piso del nuevo edificio de Inprema y se ve el humo de los gases que salen por el hoyo de unos diez centímetros.

Pocos minutos después vemos como salen mujeres y hombres y en los brazos de un maestro es llevado la bebé de tres meses, Anaí Cristela López Murillo y su hermana mayor, Nicy Lidebeth López Murillo. El vomito sale de la boca de la bebé.

Pero Molina, Chamorro y los otros mandos policiales no les importa, por que atacan este día una tercera vez a los maestros y el pueblo que apoya al magisterio en la defensa de la educación publica. Y cuando cae la noche informa una maestra en Radio Globo que las instalaciones de Inprema han sido militarizadas.

LOS GOLPISTAS SAQUEARON LOS FONDOS PENSIONALES

Según Jaime Rodríguez, Inprema fue saqueado después del golpe de estado el 28 de junio de 2009 por el primer régimen de facto de Roberto Micheletti de una suma de casi cinco mil millones de lempiras o en dólares aproximadamente 250 millones de dólares. Una persona clave en apoyo de ese régimen fue Vilma Morales, ex presidenta de la Corte Suprema de Justicia.

Es la misma persona que ahora va a encabezar una comisión que dizque va a investigar la situación interna de Inprema, instituto que se encarga de prestamos y las jubilaciones de los maestros hondureños. O, como dice Rodríguez y los maestros; “Los responsables de un crimen siempre regresan al lugar del crimen”. Y en el caso de Morales es para tapar el robo de Inprema, agregan. Y como fuera poco, la doña Morales ahora también es presidenta de la Comisión Nacional de Bancos y Seguros (CNBS)

¿JUBILARSE A LOS 70 AÑOS CUANDO ME MUERO A LOS 67,8?

Y los maestros y maestras jubilados están sumamente preocupados por su futuro. La señora Morales propone subir la edad de la jubilación para todos los empleados públicos a 70 años que ha sido recibido como una bofetada ya que la expectativa de vida al nacer es en la población total 69,37 años. Para hombres 67,81 años mientras las mujeres son de 71,01 años (1). Y esa es una edad promedio que para las clases populares es menos.

Más contradictorio se vuelva la propuesta de Morales de subir la pensión, si tomamos en cuenta que “solamente el 6.2% de la población pertenece a la tercera edad (mayor de 60 años). La edad promedio de la población hondureña es de 20.7 años. En el Reino Unido la edad promedio es de 40 años!”, escribe el columnista Ricardo Romero González en La Tribuna el 19 de febrero de 2011 (2)

Mientras Vilma Morales y sus “socios” de la clase social que pertenecen mueren a los 80-90 años por la cómoda y rica vida que viven, los albañiles, los trabajadores y empleados privados que son obligados a trabajar muchas veces doble turnos por el salario mínimo, mueren mucho antes a de los 70 años propuesta por “La Suprema Justicia de Honduras”.

“CAMBIAR EL BASTÓN POR UNA AMETRALLADORA”

Cuando ya podemos respirar otra vez después de haber sido objeto de una gaseada sin precedentes en Plaza Miraflores, pasan dos maestras jubiladas con los ojos llorosos y una de ella dice:

– ¡Cómo me hubiese gustado que éste, y levanta su bastón, hoy habría sido una ametralladora, los “chepos” (policias/Cobras) no habían sido tan prepotentes!

– Pero la lucha continúa, hoy más que nunca nos hemos dado cuanta que apenas ha comenzado contra este régimen de terror, resume.

¿Fue este rostro que quería mostrar la ministra de Derechos Humanos del régimen del señor Lobo que en este momento se encuentra en Ginebra y la Comisión de Derechos Humanos de la ONU? La misión es presidida por la secretaria de Justicia y Derechos Humanos, Ana Pineda, e integrada además por la fiscal de Derechos Humanos del Ministerio Público, Sandra Ponce, entre otros funcionarios.

Mientras los policías de Porfirio Lobo hoy intentaban de asfixiar una bebe, niñas, abuelas, maestras, hombres y mujeres jubiladas en Inprema, el señor Lobo se reunió con el ante EE.UU. servil secretario general de la ONU, Ban Ki-moon, para convencerles que en Honduras todo esta tranquilo y así dar la imagen que Honduras debe retomar su lugar en la OEA.

DANIEL ORTEGA AUSENTE EN REUNION CON LOBO

El gran ausente fue Daniel Ortega, presidente de Nicaragua que no asistió a la reunión con Ban Ki-moon, tampoco asistió el canciller nicaragüense, Samuel Santos. Nicaragua es el único país centroamericano que no ha restablecido relaciones diplomática con el régimen de Lobo que ha decidido de retirar sus embajadas de los países de ALBA y la gran mayoría de UNASUR, países suramericanos que consideran que el gobierno de Lobo es ilegitimo y la prolongación del golpe de estado.

Mañana seguimos presentando más videos/entrevistas.

VIDEOREPORTAJE (7 min.) Los presos políticos de Lobo en la posta policial en la Colonia Kennedy:   vimeo.com/​21183278

Evento a Milano: a un anno dal golpe in Honduras

Segnalo qui un evento che rappresenta ormai una delle poche occasioni in Italia per tornare con la memoria al 2009 e per dibattere intorno ai fatti che il 28 giugno di quell’anno hanno sconvolto l’ordine democratico in Honduras.

A QUESTO LINK un riassunto della crisi in Honduras e dei commenti su quella fase storica che oggi non s’é ancora conclusa per una buona parte del popolo del paese centroamericano.

“Questo 28 giugno compiamo il nostro primo anniversario come Frente Nacional de Resistencia Popular (FNRP), ma non lo vogliamo fare ricordando l’attacco alla democrazia fatto dai golpisti, anzi, vogliamo celebrare la nascita della vera democrazia popolare che ha iniziato il suo cammino verso la rifondazione dello Stato e verso la costruzione di un futuro giusto per tutti e tutte. La Resistenza Honduregna invita tutti i popoli del mondo ad essere parte di questo progetto rifondatore e rivoluzionario, a seguirlo da vicino, ad aggiungersi a quella che sarà la celebrazione del primo anno di questo cammino verso la vittoria.”

(estratto dall’appello internazionale del FNRP, di cui versione integrale tradotta in allegato)

A un anno dal colpo di stato in Honduras abbiamo raccolto l’appello del Frente Nacional de Recistencia Popular e vi invitiamo a partecipare all’incontro:

NOS TIENEN MIEDO PORQUE NO TENEMOS MIEDO

HANNO PAURA DI NOI PERCHE’ NON ABBIAMO PAURA

a un anno dal colpo di stato HONDURAS RESISTE
28 giugno dalle 21.30

CSA BARAONDA
Via Pacinotti 13 – Zona Marconi, Segrate (MI)

Il popolo honduregno non ha accettato il colpo di stato, ipocritamente definito “sostituzione costituzionale”, con cui è stato deposto ed espulso il 28 giugno 2009 il presidente costituzionalmente eletto Manuel Zelaya. Il FNRP è nato allora per chiedere che venisse ripristinato l’ordine costituzionale nel paese. Le elezioni successive, svoltesi in un clima di violenza e militarizzazione il 29 novembre, sono illegittime perchè nascono da quel colpo di stato e la presidenza di
Porfirio Lobo è una farsa riconosciuta da chi ha interessi nella regione, a discapito della volontà popolare, Stati Uniti in primis. Porfirio Lobo pretende di rappresentare un processo di normalizzazione del paese mentre la repressione, le violazioni dei diritti umani, gli arresti illegali, le torture, gli omicidi selettivi continuano ad essere una costante quotidiana. La lotta del FNRP continua a chiedere una Commissione di Verità e nella raccolta di firme affinché venga convocata un’Assemblea Costituente popolare. L’Honduras oggi ci riguarda, al di là della mera solidarietà, perché rappresenta un pezzo importante nella lotta contro il capitalismo, il patriarcato e il neoliberismo.
Per questo abbiamo raccolto l’invito del FNRP: vogliamo celebrare il popolo honduregno, la resistenza che dura ormai da un anno e capire cosa succede oggi in Honduras.

Ne parleremo con
Wilmer Ricky, rappresentante del FNRP (Frente Nacional de Resistencia Popular)

Interverranno:
un rappresentante del C.S.A. Baraonda

Anna Camposampiero, Prc/Se
Martin Iglesias, Selvas.org

Proiezione del video:
“La Batalla de la dignidad” di Telesur

Promuovono:
CICA, C.S.A. Baraonda, Italia-Nicaragua, Partito della Rifondazione Comunista/Sinistra Europea, Selvas. Org
per adesioni: anna.camposampiero@gmail.com

Honduras, il golpe dimenticato

Il golpe avvenuto in  Honduras   il 28 giugno scorso  che ha deposto e cacciato dal paese il presidente democraticamente eletto nel 2006 Manuel Zelaya e che ha visto l’insediamento manu militari  di Roberto Micheletti (dello stesso partito di Zelaya, il Parito Liberale) che ricopriva la carica di presidente del Congresso Nazionale,  è stato oramai di fatto legittimato con le elezioni del 30 novembre, realizzate in un clima di paura e di tensione,  tra repressione, detenzioni arbitrarie, omicidi e senza la presenza di osservatori internazionali (leggi qui la sintesi della crisi). Porfirio Lobo  è  il nuovo presidente del paese e  si insedierà formalmente il 27 gennaio prossimo. Il governo uscente del golpista Roberto Micheletti e il nuovo esecutivo stanno  tentando di conquistare  adesso agli occhi miopi della comunità internazionale un volto democratico che convince veramente poco.  E nel frattempo  tentano di salvare gli autori materiali del golpe garantendo l’impunità sia a Roberto Micheletti (che proprio in questi giorni è stato nominato dal Congresso deputato a vita per i suoi 28 anni di lavoro svolti per il paese),  sia ai generali delle Forze Armate che sono sotto accusa da parte della Procura Generale per “abuso di potere” e “invio in esilio” del presidente deposto Manuel Zelaya (la Costituzione del paese infatti vieta esplicitamente di mandare in esilio cittadini honduregni). I militari rischierebbero in caso di condanna pene irrisorie che vanno dai 3 ai 5 anni di carcere.
Manuel Zelaya dall’ambasciata brasiliana dove si trova tuttora  denuncia che il Procuratore Generale Luis Rubí con questo provvedimento   “appoggia l’impunità dei militari accusandoli di reati minori e di abuso di potere e non per i gravi delitti che hanno commesso” e cioè “tradimento della Patria , omicidio, violazione dei diritti umani e torture al popolo” . Secondo Zelaya è chiaro inoltre che “ciò che si sta mettendo in pratica sono gli atti preliminari per ottenere l’impunità dei militari e lasciare senza condanna gli altri autori materiali e intellettuali del colpo di Stato militare”.
Andres Pavón, presidente del Comitato per la Difesa dei Diritti Umani (Codeh) ha ricusato formalmente il giudice in quanto “si è sostenuto e si continua a sostenere che è totalmente evidente che la rottura dell’ordine costituzionale in Honduras, avvenuta tramite un colpo militare di Stato, si è realizzata con la partecipazione e l’avallo diretto della Corte Suprema di Giustizia”.
In Italia,   a parte le sporadiche notizie di agenzie che si leggono in rete sulle vicende più propriamente politiche del paese centroamericano, il golpe  è stato completamente dimenticato e quindi legittimato e perfino uno dei pochi  spazi informativi onesti rimasti, Radio Tre Mondo, lo  ha “ratificato” recentemente,  intervistando Carlos Lopez Contreras, ministro degli Esteri del governo golpista. La redazione del programma, lo ha presentato infatti  come rappresentante del  “Governo di Transizione”.
La stampa invece   ormai  ignora completamente e ha calato un velo di silenzio sulle violazioni dei diritti umani accadute e che continuano ad accadere in Honduras. Dalla resistenza honduregna,  dal COFADEH (Comitato dei familiari di detenuti scomparsi) e dalle altre associazioni umanitarie continuano  a  giungere  denunce di omicidi di difensori dei diritti umani, come quello di Walter Trónchez ucciso il 14 dicembre a colpi di pistola mentre camminava per il centro di Tegucigalpa (era stato già arrestato e sottoposto a torture nel luglio scorso). Walter era stato anche testimone dell’arresto da parte di alcuni membri della polizia di Pedro Magdiel Muñoz Salvador, poi ucciso il 25 luglio durante una manifestazione. Walter, che faceva  parte del Fronte nazionale di resistenza popolare e che si occupava  dei diritti della comunità LGTB già il 4 dicembre scorso era stato sequestrato da quattro uomini incappucciati che dopo averlo picchiato ripetutamente lo avevano minacciato di morte. In quell’occasione riuscì a fuggire e sporse denuncia alle autorità. Inutilmente. Il 15 dicembre è stato trovato anche il corpo senza vita e senza testa di Santos Corrales, anche lui appartenente al  Fronte  che era stato arrestato dieci giorni prima da membri della Direzione nazionale di investigazione criminale (DNCI).
Andres Pavón (Codeh) denuncia che squadre di paramilitari percorrono le vie di Tegucigalpa e dei centri minori sequestrando e uccidendo giovani appartenenti al FNRP.  Dal 30 novembre  giorno delle elezioni, sarebbero già 30 i militanti uccisi, che vanno ad aggiungersi a quelli morti  immediatamente dopo il colpo di Stato e nei mesi successivi. Si tratta di una “vera e propria offensiva” contro un movimento che va crescendo sempre di più e che trova sempre maggior consenso in Honduras ma anche fuori dal paese.
La repressione si sta accanendo  duramente anche contro la comunità gay, come dimostra l’omicidio di Walter Trónchez , e contro le associazioni femministe, mentre quanto mai  pericoloso e difficile è  il lavoro di giornalisti e operatori dell’informazione. Le sedi di giornali e radio comunitarie vengono ripetutamente perquisite   con uso sproporzionato di forza e violenza, quando non sono oggetto di attentati compiuti da paramilitari, come avvenuto recentemente alla radio Faluma Bimetu, che da anni denunciava i crimini e gli interessi dei gruppi finanziari che cercavano di cacciare la comunità degli indigeni Garifuna dai loro territori (gli stessi dove è stata girata l’Isola dei Famosi per capirsi). Alcuni giornalisti invece sono stati arbitrariamente detenuti e poi rilasciati dopo aver subito percosse e torture.
Le elezioni del 30 novembre sono state riconosciute valide da pochi paesi. Oltre ovviamente agli Stati Uniti, la cui partecipazione diretta o indiretta al golpe è ormai stata definitivamente accertata (e poca rilevanza ha se ciò sia avvenuto con o senza il consenso di Obama), anche  il Messico, Panamá, Costa Rica, Perú, Colombia, Italia, Francia, Germania , Israele e Giappone hanno salutato favorevolmente il risultato elettorale,  mentre nella regione ha un certo peso, anche se alla nuova classe dirigente honduregna sembra non interessare particolarmente, la posizione di Brasile, Argentina, degli altri paesi aderenti all’Alba e del Mercosur che non riconoscono Porfirio Lobo come presidente.
Il Congresso tra l’altro  ha ratificato proprio in questi giorni la decisione di uscire dall’Alba, la cui adesione era stata fortemente voluta da Manuel Zelaya e che di fatto è  stato il motivo scatenante del colpo di Stato.
Il 7 gennaio si è tenuta la prima manifestazione del nuovo anno contro il governo proprio in protesta contro questa decisione, ma anche per chiedere un’Assemblea Costituente e per esprimere ancora una volta solidarietà a Zelaya.  A Tegucigalpa hanno sfilato  decine di migliaia di honduregni  dall’ Università Pedagogica al palazzo del Congresso e si sono dati appuntamento nuovamente   a fine gennaio per la data di insediamento di Lobo.
Mentre nelle strade della capitale una folla pacifica e chiassosa, in un clima di relativa tolleranza, gridava slogan contro il governo e in favore di Mel Zelaya,  nelle campagne e nelle zone più rurali del paese,  dove le telecamere sono assenti e i giornalisti difficilmente arrivano, l’esercito e la polizia mostrano invece il  vero volto di quella che nessuno chiama dittatura ma che non lascia dubbi rispetto alla sua vera natura.
Una comunità di contadini nella Valle del Aguàn è stata infatti violentemente sgomberata dalla polizia e dall’esercito da alcuni territori statali nei quali aveva costruito povere capanne e seminato mais e cereali, territori che erano invece reclamati da alcuni latifondisti che spesso in Honduras assoldano anche bande paramilitari per liberare le terre.
Le colture sono state distrutte, le capanne incendiate e i contadini, circa 600 famiglie,   cacciati con lacrimogeni e proiettili (di piombo).
Sono innumerevoli le situazioni come queste nel paese,  a dimostrazione anche del fatto che i latifondisti e i grandi proprietari terrieri sono stati una delle anime del golpe e che proprio quella Riforma Agraria della quale si era timidamente iniziato a discutere durante la presidenza di Manuel Zelaya adesso  si rende estremamente necessaria. Appare  invece sempre più lontana.
Riforma Agraria e Assemblea Costituente sono le due battaglie sulle quali l’eterogeneo Fronte Nazionale di Resistenza Popolare dovrà  investire nel prossimo futuro forze ed energie,  canalizzandole probabilmente in espressioni e iniziative che abbiano sicuramente più rilevanza e peso politico di quello che hanno oggi le grandi mobilitazioni per le strade di Tegucigalpa.
Le associazioni per la difesa dei diritti umani intanto puntano sulla giustizia internazionale: Luis Guillermo Peérez Casas segretario generale della Federazione Internazionale dei Diritti Umani  (FIDH) e Manuel Ollé Sesé, presidente dell’ Associazione Pro Diritti Umani (Spagna)  hanno sporto denuncia contro Roberto Micheletti e il capo delle Forze Armate Romeo Vásquez Velásquez, per il delitto di persecuzione politica contro il popolo honduregno. Anche se questa, a voler essere pragmatici, sembra un’inutile iniziativa. L’Honduras ha ormai il suo nuovo presidente. E’ contro il nuovo governo, e il silenzio che circonda quanto accade nel paese  che adesso bisogna lottare.
Riguardo il tema del golpe e la politica americana verso l’America centrale e latina, legnalo I”l ritorno del Condor” di Fulvio Grimaldi. Il racconto del colpo di Stato effettuato in Honduras contro il presidente progressista Manuel Zelaya dai militari agli ordini dell’oligarchia honduregna e degli Stati Uniti. L’inizio di un’operazione Condor 2, con la quale Washington si propone di rinnovare i nefasti dell’operazione Condor degli anni ’70 che installò Pinochet in Cile e altre sanguinarie dittature in America Latina. Una controffensiva statunitense, con nuove basi militari in Colombia e manovre di destabilizzazione in tutto il Cono Sud, per strappare ai governi e movimenti progressisti e rivoluzionari quello che Washington considera il suo “cortile di casa”. L’irriducibile resistenza del popolo honduregno e dei popoli latinoamericani.
L’autore è giornalista, scrittore, inviato di guerra ex-Rai i cui docufilm sullo scontro tra popoli e imperialismo non verranno mai trasmessi dalla Rai. E’ il quarto documentario sul “continente della speranza”, dopo “Cuba, el camino del sol”, “Americas Reaparecidas”, “Cuba, Venezuela, Bolivia, Ecuador: l’Asse del Bene”. Si affianca ai suoi popolari lavori di controinformazione su Balcani, Iraq, Libano, Palestina – ultimo “Araba fenice, il tuo nome è Gaza” – e ai libri sugli stessi argomenti e sulla crisi della Sinistra italiana.
Dal 16 gennaio al 7 febbraio Il Circolo di Italia-Cuba della Tuscia organizza, insieme ad altri circoli e strutture, un tour italiano di una dirigente del Fronte Nazionale della Resistenza al Colpo di Stato in Honduras, nel corso del quale verrà presentato anche il nuovo documentario “Il ritorno del Condor”.
Per le date degli appuntamenti consultare : blog Mondo Cane
Foto II: DA QUI.