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600mila posti di lavoro creati dai narcos in Messico
José Luis Calva, un ricercatore della UNAM, la più grande e importante università dell’America Latina, ha fatto recentemente un bilancio dell’economia messicana dal 1982 ad oggi. Siamo ormai a quasi 30 anni dall’avvio delle politiche neoliberiste che hanno cambiato il volto del paese, del suo mercato del lavoro e della produzione ma non sempre in meglio, anzi.
La crescita è stata una delle peggiori tra i paesi latino americani raggiungendo un tasso medio del 2,1% all’anno per il Pil. Solo 0,5% in più a livello pro capite. Ma i veri perdenti sono i lavoratori che hanno sperimentato una costante erosione del potere d’acquisto dei loro stipendi nonostante il controllo dell’inflazione e dei conti pubblici mantenuto negli ultimi 15 anni, vale a dire dopo la famosa crisi del 1994 e 95 conosciuta per l’effetto tequila e la svalutazione del peso.Il salario minimo legale dei messicani (che sono 112 milioni secondo il censimento 2010) è inferiore agli 80 euro al mese e avrebbe perso in un ventennio un terzo del suo valore reale colpendo specialmente i lavoratori dipendenti e l’esercito dei precari a partita Iva. Con la crescita stagnante e altri “problemi collaterali” come la violenza in ascesa (quasi 40mila morti per la guerra al narcotraffico in meno di 5 anni del governo di Felipe Calderòn) non c’è capacità né tempo per poter accogliere il milione di messicani che provano a incorporarsi al mercato del lavoro ogni anno.Quindi la migrazione resta l’ultima chance per tanti di loro: sono quasi 12 milioni nei soli Stati Uniti e ormai non si tratta più solamente di braccianti e operai non qualificati e sotto pagati ma anche di lavoratori specializzati con studi medi, superiori e universitari. Lo spreco del vantaggio demografico rappresentato da milioni di giovani in Messico è evidente e drammatico e potrebbe diventare un’altra delle tante opportunità perdute dell’economia e della società di questo paese nella sua storia.Ciononostante i ministri delle finanze e dell’economia, Ernesto Cordero e Bruno Ferrari, rassicurano e parlano solo di “percezioni negative” relative all’economia e sminuiscono ogni allarme. Come dire che la crisi ce la sogniamo o che ne siamo già usciti. Anch’io sono un ottimista ma se la realtà è palesemente un’altra, provo a prenderne atto. Lo sappiamo, il loro compito istituzionale è quello di rassicurare i mercati ma ingannare questi e la gente per troppo tempo non è facile né consigliabile. Quasi non si parla, invece, dell’indotto generato dal narcotraffico negli ultimi anni: sarebbe arrivato creare indirettamente ben 600mila posti di lavoro… Una situazione generale piuttosto difficile. Qualche somiglianza con l’Italia? -
Fuego. Di Marilù Oliva
Dopo Tú la pagarás nel 2010 ora è appena uscito Fuego. Finalmente. L’anno scorso avevo letto il noir di Marilù Oliva ambientato a Bologna nell’ambiente tutto rum, disco e salsa dei bassifondi che veniva insanguinato da un crimine inquietante. Dopo un anno la Guerrera è tornata e questo è il trailer fresco fresco, anzi caliente, del libro con il soundtrack di Don Omar, un famoso spaccone reggaetonero di Porto Rico. Sarà una delle mie letture per l’estate italiana con il libro in una mano e un Flor de Caña, ottimo rum nicaraguense, nell’altra. Insomma resterò lontano dal Messico ma vicino ai Caraibi con questo nuovo romanzo metropolitano e callejero di Marilù. Lei è appassionata di America Latina, redattrice di CarmillaOnLine, salsera e profonda conoscitrice di Garcìa Màrquez su cui ha scritto un saggio intitolato Cent’anni di Màrquez. Cent’anni di mondo. Infine vi indirizzo a una recensione di Fuego su Thriller Magazine in attesa della mia che spero di poter postare al più presto!
BookTrailer “FUEGO” di Marilù Oliva from FightLuX on Vimeo. -
Evento Santa Muerte: il Volantino

E il post: LINK -
La Santa Muerte apparirà a Torino
La Santa Muerte apparirà al Cafè Liber di Torino giovedì prossimo 14 luglio dalle ore 20 (il Cafè si trova in Corso Vercelli 2) con la presentazione del suo culto diffuso in Messico, Stati Uniti e Sudamerica e poi un aperitivo finale con Antojitos Mexicanos. Fabrizio Lorusso terrà una presentazione con musica ed immagini sul culto messicano della Santissima Muerte che ha ormai tra i 5 e i 10 milioni di devoti nel mondo e ha bisogno di vedere sfatati i miti che circondano la sua figura e che l’hanno erroneamente definita come la Madonna dei Narcos. A questo link la sua pagina in italiano, Qui.
Si tratta di un culto che ha sperimentato una forte crescita negli ultimi anni tanto da essere considerato il più importante del Messico contemporaneo ed è quindi visto con diffidenza e timore dalle gerarchie ecclesiastiche e statali per il suo potenziale esplosivo. L’incontro è organizzato dal Dipartimento Studi Politici dell’Università di Torino in collaborazione con il Café Liber, e al termine della conferenza seguirà aperitivo messicano.Con i migliori saluti, Tiziana Bertaccini, Marco Bellingeri e Roberto Novaresio. -
L’Onu e ancora il colera ad Haiti

Nel mese di giugno la Croce Rossa ha denunciato una nuova impennata dei ricoveri per il colera ad Haiti. A Porto Principe i casi registrati solo negli ultimi 40 giorni sono oltre 18mila. E pensare che a Città del Messico ci avevano allarmati e spaventati per qualche centinaio di ricoveri in più dovuti a un tipo resistente di influenza, la cosiddetta “suina”. Ad Haiti dall’ottobre scorso l’epidemia di colera ha provocato 5500 morti e oltre 350mila contagi.
Eppure l’isola non aveva avuto casi di colera per più di un secolo. Il terremoto del 12 gennaio 2010 aveva fatto 250mila morti e oltre un milione di sfollati ma non aveva generato emergenze epidemiologiche estreme nei primi mesi. Invece poi, scampato il pericolo della stagione degli uragani con “solamente” qualche decina di vittime passate inosservate nei media internazionali, è arrivato il colera.Ci si è chiesti subito da dove fosse arrivato ma le ipotesi erano troppe e basate solamente su speculazioni.Però a poco a poco i media, la popolazione e alcune prime indagini scientifiche hanno iniziato a indicare il contingente nepalese dei caschi blu dell’Onu – la missione ad Haiti si chiama Minustah (vedi articolo a questo LINK) – come il possibile responsabile dato che in Nepal il colera è endemico e il ceppo identificato ad Haiti pareva provenire proprio dal sud dell’Asia. L’Onu si affrettò a smentire ma le ricerche scientifiche sulla misteriosa epidemia continuarono e la gente sempre più in preda alla disperazione protestò in varie città del paese contro i caschi blu.Qualche giorno fa il CDC (Centers for Disease Control and Prevention o Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie del governo americano, con sede ad Atlanta) ha pubblicato uno studio sulla rivista accademica Emerging Infectious Diseases che conferma la responsabilità dei caschi blu nell’introduzione e diffusione della malattia.Si tratta del primo studio realizzato da un’agenzia non situata ad Haiti che stabilisce un legame diretto tra il contingente militare nepalese d’istanza a Mirebalaise, la cittadina in cui è scoppiata l’epidemia. Infatti i rifiuti organici dei militari hanno probabilmente contaminato le acque del fiume Meille, affluente del più grande fiume Artibonite, con il batterio del colera.Le acque di questi fiumi sono utilizzate quotidianamente dalla popolazione della regione per bere e lavarsi. La contaminazione è stata praticamente simultanea in sette comunità lungo il fiume Artibonite e da lì la propagazione della malattia è cresciuta esponenzialmente fino a raggiungere la capitale Porto Principe e i suoi 1300 campi di sfollati in meno d’un mese.
Foto da: iniziativa Haiti Emergency / Aumohd
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L'Onu e ancora il colera ad Haiti

Nel mese di giugno la Croce Rossa ha denunciato una nuova impennata dei ricoveri per il colera ad Haiti. A Porto Principe i casi registrati solo negli ultimi 40 giorni sono oltre 18mila. E pensare che a Città del Messico ci avevano allarmati e spaventati per qualche centinaio di ricoveri in più dovuti a un tipo resistente di influenza, la cosiddetta “suina”. Ad Haiti dall’ottobre scorso l’epidemia di colera ha provocato 5500 morti e oltre 350mila contagi.
Eppure l’isola non aveva avuto casi di colera per più di un secolo. Il terremoto del 12 gennaio 2010 aveva fatto 250mila morti e oltre un milione di sfollati ma non aveva generato emergenze epidemiologiche estreme nei primi mesi. Invece poi, scampato il pericolo della stagione degli uragani con “solamente” qualche decina di vittime passate inosservate nei media internazionali, è arrivato il colera.Ci si è chiesti subito da dove fosse arrivato ma le ipotesi erano troppe e basate solamente su speculazioni.Però a poco a poco i media, la popolazione e alcune prime indagini scientifiche hanno iniziato a indicare il contingente nepalese dei caschi blu dell’Onu – la missione ad Haiti si chiama Minustah (vedi articolo a questo LINK) – come il possibile responsabile dato che in Nepal il colera è endemico e il ceppo identificato ad Haiti pareva provenire proprio dal sud dell’Asia. L’Onu si affrettò a smentire ma le ricerche scientifiche sulla misteriosa epidemia continuarono e la gente sempre più in preda alla disperazione protestò in varie città del paese contro i caschi blu.Qualche giorno fa il CDC (Centers for Disease Control and Prevention o Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie del governo americano, con sede ad Atlanta) ha pubblicato uno studio sulla rivista accademica Emerging Infectious Diseases che conferma la responsabilità dei caschi blu nell’introduzione e diffusione della malattia.Si tratta del primo studio realizzato da un’agenzia non situata ad Haiti che stabilisce un legame diretto tra il contingente militare nepalese d’istanza a Mirebalaise, la cittadina in cui è scoppiata l’epidemia. Infatti i rifiuti organici dei militari hanno probabilmente contaminato le acque del fiume Meille, affluente del più grande fiume Artibonite, con il batterio del colera.Le acque di questi fiumi sono utilizzate quotidianamente dalla popolazione della regione per bere e lavarsi. La contaminazione è stata praticamente simultanea in sette comunità lungo il fiume Artibonite e da lì la propagazione della malattia è cresciuta esponenzialmente fino a raggiungere la capitale Porto Principe e i suoi 1300 campi di sfollati in meno d’un mese.
Foto da: iniziativa Haiti Emergency / Aumohd




